L’Occidente complice: il patto di morte tra USA e Israele

di Marquez

23 Giugno 2025

Con l’attacco ai siti iraniani, gli USA si espongono come coautori del conflitto israeliano. Un’azione simbolica che rivela la crisi identitaria americana e la totale sudditanza verso Tel Aviv. La forza imperiale diventa debolezza, la guerra un fallimento etico.

La saldatura tra Stati Uniti e Israele: il punto di non ritorno

Con il bombardamento dei tre siti nucleari iraniani, gli Stati Uniti hanno ufficialmente varcato una soglia che per anni avevano, almeno formalmente, esitato a oltrepassare. Non che Washington sia mai stata estranea alle guerre e alle operazioni israeliane nella regione: GazaLibanoCisgiordaniaAlture del Golan. La complicità è sempre esistita, ma spesso mitigata da un linguaggio diplomatico ambiguo, da finzioni di equilibrio e da una facciata di dissenso critico.

Con l’attacco diretto del 22 giugno, però, cade ogni paravento: gli Stati Uniti non sono più alleati strategici, ma coautori. Non solo sostenitori, ma protagonisti dell’escalation militare in Medio Oriente.

La distruzione dei siti iraniani, condotta in aperta violazione del diritto internazionale e senza alcuna prova concreta sull’imminenza della minaccia atomica, ha avuto un significato più propagandistico che strategico. L’Iran, al momento dell’attacco, non possedeva alcuna arma nucleare, e non esistono evidenze solide che stesse per dotarsene a breve termine.

L’intervento, dunque, non mira tanto a contenere un pericolo quanto a ribadire un’egemonia: un’esibizione di forza da parte dell’amministrazione Trump, destinata più ai media occidentali che agli equilibri militari globali.

Ma proprio in questa ostentazione si rivela la fragilità dell’Impero americano. Una fragilità che non nasce solo dall’incapacità di proporre soluzioni diplomatiche o di gestire conflitti secondo regole condivise, bensì da una profonda crisi identitaria. Gli Stati Uniti, oggi, non sanno più chi sono, cosa rappresentano e in nome di quali valori intervengono nel mondo.

L’Impero smarrito: quando la forza sostituisce la visione

Nel dopoguerra, gli Stati Uniti avevano costruito la propria legittimità globale su una combinazione di potere economico, soft power culturale e missione ideologica: il mito della libertà, il sogno americano, la difesa dei diritti civili. Anche nei momenti più oscuri della loro politica estera — dal Vietnam all’Iraq — la narrazione ufficiale restava ancorata all’idea di un ordine liberale da difendere. Oggi tutto questo è svanito.

Il solo fatto che uno slogan come Make America Great Again abbia avuto presa tanto forte rivela il crollo di un’identità collettiva. Perché se c’è bisogno di “rendere di nuovo grande” una nazione, è perché quella grandezza è percepita come persa. E lo è. La crescita americana, spesso sostenuta da bolle speculative e da un debito insostenibile, non ha colmato il vuoto simbolico. La ricchezza non basta quando manca una narrazione in grado di darle senso, direzione, legittimità.

Il paradosso è che mentre la potenza americana resta temibile in Europa — dove una telefonata da Washington può orientare decisioni politiche, silenziare opposizioni, e condizionare l’agenda dei media — negli scenari mediorientali essa si mostra sempre più subordinata a Israele. L’influenza di Tel Aviv non è più solo strategica o tattica, ma ideologica. Sono i governi israeliani a dettare tempi e forme della guerra, mentre gli Stati Uniti eseguono, amplificano, giustificano.

Crimini senza più veli e l’illusione della legittimità

L’attacco all’Iran — tanto scenografico quanto privo di efficacia reale — non è che l’ultimo episodio di una spirale in cui la potenza americana si afferma solo nella distruzione. Ma la distruzione, quando è disgiunta da un progetto politico, è un segnale di debolezza. E ciò che è più grave: rivela una complicità ormai totale con una delle guerre più brutali dell’epoca contemporanea, quella condotta da Israele a Gaza. Una campagna che, secondo diversi analisti, ha già raggiunto livelli di devastazione comparabili a sei bombe atomiche come quelle sganciate su Hiroshima.

Nel frattempo, si moltiplicano le voci che giustificano l’interventismo americano ricorrendo al linguaggio dei diritti umani, delle donne da liberare, dei popoli da salvare. Ma si tratta, nella migliore delle ipotesi, di un velo di ipocrisia. Il cosiddetto “woke”, oggetto di battaglie culturali interne, diventa all’esterno uno strumento di autoassoluzione: gli Stati Uniti si dichiarano paladini di libertà che nei fatti calpestano, attraverso colonialismo economico, guerre preventive e imposizione di modelli estranei.

Oggi, la saldatura tra Washington e Tel Aviv non ha più giustificazioni né morali né strategiche. È pura alleanza di ferro, fondata sul dominio, sull’ossessione della sicurezza, sull’identificazione dell’altro come nemico. Chi ancora nega questa realtà mente, per servilismo o per paura. Ma è da questa consapevolezza che può nascere la sola alternativa possibile: immaginare un mondo multipolare, in cui la pace non sia un’eccezione, ma un diritto fondato sul rispetto reciproco e sull’autonomia dei popoli.

Tratto da: Kultur Jam

L’Occidente complice: il patto di morte tra USA e Israele
L’Occidente complice: il patto di morte tra USA e Israele

SIAMO ANIME

di Mike Plato

Senza il mascheramento dei corpi, fossimo solo anime, sarebbe evidente che fra noi c’è un gruppo di anime molto diverse in termini di radianza, anime infinitamente più luminose della stragrande maggioranza. Esse vengono da un altro universo, e molte di queste non conoscono se stesse, non ricordano. Figuriamoci se il mondo le riconosce. Inserite nei corpi del mondo, sembrano come le altre, ma sono tutt’altro.

SIAMO ANIME
SIAMO ANIME

Verso la balcanizzazione degli Stati Uniti?

Videoconferenza del canale YouTube IL CONTESTO, trasmessa online in live streaming il giorno 22 giugno 2025.

Mentre il Medio Oriente si infiamma, proseguono gli scontri in California tra agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e contestatori locali, innescati dall’ondata di arresti di centinaia di immigrati irregolari.

Le tensioni sono andate addirittura acuendosi per effetto della decisione del presidente Trump di mobilitare la Guardia Nazionale senza l’assenza del governatore della California, il democratico Gavin Newsom.

Quest’ultimo ha accusato l’inquilino della Casa Bianca di autoritarismo, sostenendo che i suoi sono «atti di un dittatore, non di un presidente».

La presa di posizione di Newsom è stata dapprima valorizzata sul piano giuridico dal giudice di San Francisco Charles Brayer, il quale ha bollato come illegale l’iniziativa di Trump perché configurerebbe a suo avviso un superamento dei limiti dell’autorità presidenziale e una violazione del decimo emendamento della Costituzione.

Senonché, il verdetto è stato sospeso dalla Corte d’Appello, la quale ha ristabilito provvisoriamente l’autorità presidenziale sulla Guardia Nazionale.

Il confronto ingaggiato tra Casa Bianca e governatorato della California riaccende delicatissime e irrisolte questioni storiche di portata cruciale, esasperando il preesistente processo di polarizzazione politica e sociale che interessa gli Stati Uniti ormai da diversi anni.

Ne parliamo assieme ad Andrea Zhok, professore di filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano e saggista.

Verso la balcanizzazione degli Stati Uniti?

TEOLOGIA E GUERRA: SION E NEO EVANGELICI AMERICANI

di Filippo Goti

Le Chiese neo-evangeliche americane si distinguono per una peculiare triade teologica: il millenarismo, l’interpretazione letterale dell’Antico Testamento e un ferreo sostegno a Israele. Questo trittico non è frutto di coincidenze storiche o inclinazioni culturali passeggere, bensì il risultato di un’elaborazione escatologica ben precisa, sviluppatasi nel cuore del protestantesimo statunitense a partire dal XIX secolo, con radici nella predicazione dispensazionalista.

MILLENARISMO. La visione millenarista — ossia l’attesa del regno di Cristo sulla terra per mille anni, come descritto nell’Apocalisse — ha avuto un grande successo in America grazie alla sua potenza narrativa e alla sua capacità di conferire senso e direzione alla storia. L’America evangelica si concepisce come popolo eletto, destinato a sostenere il compimento profetico. Da qui il forte senso di missione e l’ossessione per i “segni dei tempi”, che porta molti credenti a interpretare gli eventi geopolitici come tappe necessarie dell’avvento e allo scontro finale.

INTERPRETAZIONE LETTERALE. A differenza della tradizione cristiana più antica, che leggeva l’Antico Testamento alla luce del Nuovo (e spesso in senso allegorico), le chiese neo-evangeliche adottano un approccio letteralista. I testi veterotestamentari non sono più anticipazioni che trovano completamento e superamento nella nuova novella portata da Gesù, ma cronache fedeli e prescrizioni eterne. Ciò comporta una sacralizzazione dei racconti storici d’Israele e delle sue alleanze, comprese quelle territoriali, considerate ancora oggi valide e vincolanti.

ISRAELE. Proprio in virtù di tale lettura letteralista, Israele non è più solo una realtà politica contemporanea, ma l’attore centrale del dramma escatologico. Molti evangelici ritengono che la ricostituzione dello Stato d’Israele nel 1948 sia il compimento di una profezia biblica. La sua esistenza e la sua sopravvivenza sono viste come condizioni necessarie per il ritorno del Messia. Questo ha generato un sostegno incondizionato a Israele, non solo in campo religioso ma anche politico e finanziario, rendendo tale alleanza una delle più solide nel panorama geopolitico globale.

Ecco quindi come queste tre componenti, terreno fertile per ogni fanatismo, abbiano determinato la saldatura – ovviamente incentivata e ovviamente pilotata – con quello che possiamo definire il sionismo della Grande Israele. Dove ogni conflitto che coinvolge il “popolo eletto del Dio Tetragrammatico” è visto come un preludio o un decorso dell’ultimo conflitto che coinvolgerà Sion.

Organizzazioni come Christians United for Israel (CUFI), guidate da figure carismatiche come il pastore John Hagee, hanno esercitato un’influenza straordinaria sulla politica statunitense, in particolare durante le campagne elettorali di Donald Trump. Attraverso una visione teologica che interpreta il sostegno incondizionato a Israele come parte integrante del disegno divino, CUFI ha mobilitato milioni di evangelici americani, trasformando la fede in un potente strumento di pressione politica.

Questa alleanza tra religione e strategia elettorale ha avuto effetti tangibili: dalla modifica della piattaforma del Partito Repubblicano per includere il riconoscimento di Gerusalemme come capitale “indivisa” di Israele, fino alla benedizione dell’ambasciata americana a Gerusalemme da parte dello stesso Hagee. Il sostegno a politiche israeliane controverse, come l’espansione degli insediamenti nei territori occupati, è stato giustificato non solo in termini geopolitici, ma come atto di obbedienza spirituale. In questo contesto, Trump ha saputo intercettare e valorizzare il consenso di questa base religiosa, riconoscendone il peso elettorale e integrandone le istanze nella propria agenda politica. Il risultato è stato un patto implicito: sostegno politico in cambio di legittimazione teologica, finanziamenti e appoggio elettorale.

Una dinamica che ha ridefinito i confini tra fede, diplomazia e potere.

TEOLOGIA E GUERRA: SION E NEO EVANGELICI AMERICANI
TEOLOGIA E GUERRA: SION E NEO EVANGELICI AMERICANI

La sincerità è rivoluzionaria

di Gian Paolo Caprettini

21 Giugno 2025

La sincerità è rivoluzionaria perché nessuno se l’aspetta. E si presenta mentre avviene tutt’altro, mentre domina la dissimulazione e l’ipocrisia.

La sincerità è disarmata perché non deve dimostrare, non obbliga nessuno a restituirne altrettanta, è un dono che non si aspetta nulla . Di solito ottiene in cambio sospetti, calcoli, finzioni, reticenze come controdoni.

La sincerità è la bandiera al vento delle emozioni, è lo slancio di chi ti sostiene se inciampi, è la tenerezza passionale che ti libera dalle attese.

La sincerità è alleata della lealtà e della libertà, è un urlo o un sussurro a seconda dei casi, ti può ingannare perché ti sorprende, ti può offendere perché non è servile, può svelare perché si imbarazza a nascondere.

Ma ci sono tante sincerità. C’è quella che tace perché ti provoca a intervenire, c’è quella che accarezza per evitare di ricevere uno schiaffo, c’è quella innocente e c’è quella colpevole. Colpevole di non lasciare nulla di intentato, non soltanto coraggiosa ma sfrontata, tanto provocatrice e autentica che si aspetta di venire ridimensionata.

Con la sincerità non si entra mai in guerra, con lei si comincia invece a trattare gettando tutte le carte in tavola, facendo inorridire l’avversario, facendo passare, in un primo momento, chi è sincero da incapace.

Se chi ama ancora è sincero, sa quanto costa dichiararsi, non mettere condizioni, trascurare gli ostacoli.

Se chi non ama più è sincero, vuole dire che non escogita ricatti, che non ha paura della solitudine, che è pronto a farsi l’esame, anche a prendersi a schiaffi.

La sincerità ci guarisce dalla politica quand’è mistificatrice, dal senso del dominio, dalle illusioni. La sincerità è povera ma generosa, è sconsiderata perché esagera, senza freni, senza attendere tornaconti.

La sincerità fa paura tranne a chi è sincero. Lui, lei, loro, in quel momento sinceri (in quel momento, perché è davvero difficile essere sempre sinceri), lui, lei, loro abbracceranno il loro modo d’essere come qualcuno che non incontrano da tanto tempo.

E lo abbracci, la abbracci, la ami, lo ami anche se tra di voi non c’è mai stato niente. Perché la sincerità è un incontro con il te stesso di te e con il se stesso degli altri.

Un incontro che può finire lì o durare per sempre.

Tratto da: L’Indipendente

La sincerità è rivoluzionaria
La sincerità è rivoluzionaria

Come l’Occidente ha detonato la nostra voglia di sognare

Videoconferenza del canale YouTube LEONARDO ROSI, trasmessa online in live streaming il giorno 19 giugno 2025.

Leonardo Rosi intervista Valentina Ferranti, antropologa, ponendo la seguente domanda: la nostra generazione è stata recintata recintata in un allevamento deprimente dove deve consumare e affrontare inutili lotte imboccate. Senza la libertà di vivere e sognare siamo veramente umani?

00:00 Introduzione 00:55 Presentazione Patreon 02:57 Trump e l’anglosfera 05:57 Mercantilismo 10:10 Sacralità religiosa e politica 29:34 COVID-19: Esperimento globale 39:30 Questione giovanile 1:05:40 Maschile e femminile 1:32:46 Odissea. La storia di tutte le storia..

Come l’Occidente ha detonato la nostra voglia di sognare

IL GRANDE SATANA SI STA AGITANDO

di Claudio Pirillo

IL “GRANDE SATANA” si sta agitando e presto si scatenerà. O tutto l’Islam si unisce, o il sionismo arriverà fino al PAKISTAN.

Che ATI getti la discordia fra i sionisti;

Che le Furie facciano impazzire i sionisti;

Che Mercurio rinsecchisca le vene e la gola dei sionisti;

Che Juppiter incenerisca la mente dei sionisti;

Che Allah prosciughi il respiro dei sionisti;

Che i dodici Imam distruggano la protervia sionista;

Che i 72 cavalieri spargano il terrore fra i sionisti;

Che il Mahdi dissolva l’oscurità sionista.

Che tutti i Nomi Divini cancellino dalla Terra l’ingiustizia sionista e stabiliscano il Regno della Pace, della Giustizia e della Rettitudine.

IL GRANDE SATANA SI STA AGITANDO
IL GRANDE SATANA SI STA AGITANDO