L’Iran (avest. Ayreana; medio pers. Eiren) è molto più dello stato degli Ayatollah (piaccia o non piaccia, non mi interessa). Di Teheran danno solo inquadrature dall’alto, mai una volta che inquadrassero la statua di Firdusi (Abu ‘l Qasim Hassan), il poeta nazionale persiano e tra i maggiori poeti epici del mondo. Vissuto nell’XI secolo, in un periodo in cui la Persia era retta da una dinastia turcica e il re, Mahmud di Ghazna, aveva da tempo spostato il centro dell’impero in Afghanistan, Firdusi si incaricò di far rivivere le gesta dei grandi protagonisti dei miti persiani, che avevano le loro radici nell’Avesta. Grazie al suo capolavoro, lo Shah Namah, il Libro dei Re, ammiriamo le storie dello Shahan Shah, del Re dei Re archetipico, Kay Khusraw (avest. Kavi Haosravah), del nemico archetipico, Afrasyab (avest. Frangrasyan), della ricerca della Gloria dei Kavi, il misterioso Hvarenah, il Centro d’imputazione del Potere Cosmico, il tutto inserito nel quadro del tempo ciclico, arcaico, come da tradizione. Kay Khusraw si incammina verso la sua fine, scomparendo alla vista dei sette compagni di viaggio, in una tormenta di neve alle pendici di una montagna. Tuttavia egli non è morto, dorme come i re antichi, sotto la montagna, e lì attende di ritornare. Se il ragno ora tesse la sua tela nelle sale vuote e colme di echi del palazzo di Kay Khusraw, questo non sarà in eterno. Tutto deve ritornare. La Persia non muore, la Persia vive. Lunga vita alla Persia e al popolo persiano.
“Quello che abbiamo detto in precedenza chiarisce quale sia la natura dell’errore che può dare vita al politeismo: questo, che è in sintesi solo il caso più estremo dell'”associazione”, è ammettere una pluralità di principi considerati del tutto indipendenti, mentre sono e possono solo essere, in realtà, più o meno, aspetti secondari del Principio Supremo. È ovvio che ciò può essere solo la conseguenza di un malinteso di certe verità tradizionali, quelle specificamente legate ad aspetti o attributi divini; tale malinteso è sempre possibile in individui isolati e più o meno numerosi, ma la sua generalizzazione, corrispondente ad uno stato di estrema degenerazione di una forma tradizionale in via di estinzione, probabilmente è stata molto rara di quanto si ritenga ordinaria. In ogni caso, nessuna tradizione, qualunque essa sia, saprebbe di per sé essere politeista; è rovesciare qualsiasi ordine normale che assumere politeismo all’origine, seguendo le visioni “evoluzioniste” della maggior parte dei moderni, anziché vedere solo la deviazione in cui si trova. realtà. Ogni vera tradizione è essenzialmente monoteista; per parlare più precisamente afferma innanzitutto l’unità del Principio Supremo, da cui tutto deriva e dipende interamente, ed è proprio questa affermazione che, nell’espressione che esprime soprattutto nelle tradizioni religiose, costituisce il monoteismo stesso; ma, assoggetta a questo spiegazione necessaria per evitare qualsiasi confusione di opinioni, possiamo riassumere il significato di questo termine di monoteismo senza inconvenienti per applicarlo ad ogni affermazione di unità di principio. D’altra parte, quando diciamo che è il monoteismo ad essere necessariamente all’origine, va da sé che non ha nulla in comune con l’ipotesi di una cosiddetta “semplicità primitiva” che non è mai esistita; basta, invece, evitare ogni disprezzo in proposito, notare che il monoteismo può includere tutti gli sviluppi possibili sulla molteplicità degli attributi divini, e anche che l’angelologia, strettamente legata a questa considerazione degli attributi, come abbiamo spiegato in precedenza, occupa in realtà un posto importante nelle forme tradizionali dove il monoteismo asserisce nel modo più esplicito e rigoroso. Non c’è quindi alcuna incongruenza, e anche l’invocazione degli angeli, purché li consideriamo solo come “intermediari celesti”, cioè sicuramente seguire quanto già esposto, come rappresentare o esprimere tali aspetti divini nell’ordine della manifestazione informale, è perfettamente legittimo e normale in vista della il monoteismo più severo.”
~ René Guénon, Monoteismo e Angelologia, Studi tradizionali, Ott. -nov. 1946.
Il tetragramma YHWH è impronunciabile e il vero nome è andato perso con la distruzione del tempio, lo sapeva infatti solo il gran sacerdote.
Questo fu dimostrato già da Spinoza, che anche la lingua ebraica era in gran parte una ricostruzione traballante e per questo fu maledetto e assassinato dai suoi correligionari.
Yahweh sarebbe la pronuncia più affidabile ma non c’è nessuna certezza anzi. Non è usata affatto dagli ebrei.
Jehovah è una traduzione cristiana medievale, quindi lo usiamo per comodità per parlare di questa entità ma anche qui, non è usato dagli ebrei ed è una ricostruzione. Va bene per noi, per intenderci.
Nell’ebraismo i nomi di questo dio secondo il Talmud sono 7 :
– YHWH (primo e vero nome, impronunciabile viene pronunciato Hashem “il nome” nelle conversazioni comuni tra loro o Adonai “signore” quando appare nella Tanakh questo tetragramma);
– Shaddai (secondo vero nome e unico rimasto conosciuto, si presenta infatti così ad Abramo, è letteralmente il dio di Abramo);
– Elohim (Gli Dèi letteralmente ed è tra l’altro il nome con cui è chiamato nel mito della creazione della genesi dal palese retaggio mesopotamico, sebbene significhi “Gli Dèi” gli ebrei oggi sostengono sia una sorta di plurale majestatis per l’unico dio);
– Adonai (in realtà è più un appellativo liturgico “mio signore” non un nome proprio ed è usato nella preghiera o per pronunciare la sigla YHWH);
– Eloha (come Elohim ma al singolare quindi più appropriato);
– El (semplicemente “Dio” nelle lingue semitiche usato nei salmi quindi, quindi non è in realtà il suo vero nome, che Dio?);
– Ehyeh (“io sono”, compare nell’ esodo ed è associato nella cabala alla sephira massima, Keter. Ma anche questo appare evidente non essere il suo nome ma una sorta di appellativo);
– Tzevaoth (letteralmente gli eserciti, viene sempre abbinato a YHWH Tzevaoth quindi Adonai Sabaoth, insomma dio degli eserciti, ma anche questo è un appellativo di funzione).
Questi i 7 nomi di dio secondo il Talmud e quindi secondo l’ebraismo. Questi 7 nomi equivalgono ai 7 arconti sottoposti di Yaldabaoth secondo l’apostolo Giovanni.
Ne consegue che a parte l’impronunciabile YHWH il suo vero nome sia Shaddai, così infatti si presenta ad Abramo nella Genesi (nel racconto invece iniziale di cosmogonia, slegato dalla storia di Abramo è detto Elohim) “Io sono El Shaddai. Sii fecondo e diventa numeroso, popolo e assemblea di popoli verranno da te, re usciranno dai tuoi fianchi.” (Genesi 35,11)
Ma cosa significa Shaddai? Sebbene in epoca moderna gli ebrei abbiano tentato di addurre altri significati come “montagna” dall’ accadico sadu o seno materno poeticamente per intendere al fatto della bontà divina, o dio del deserto dall’ebraico sedeh e i cristiani lo traducano come “onnipotente” (quindi quando leggete da parte dei cristiani “Dio Onnipotente” ora sapete che si riferiscono a Shaddai) anticamente ed etimologcamente significa “distruttore” da shadad “distruggere, devastare” quindi El Shaddai “Dio distruttore”
Questo il suo vero nome e identità, questa l’entità a cui fate culto e offrite energia psichica e mentale, la natura della quale possiamo constatare dall’esito della storia e anche oggi basta accendere la tv.
Nel cuore del nostro tempo si agita un’antica ombra: “Saturno” è tornato. Non più il dio contadino dell’età dell’oro, ma il divoratore di figli, il signore del tempo che teme ciò che verrà, e per questo distrugge ciò che è giovane. L’Occidente, specchio di questo dio decadente, ha assunto le sue sembianze. Non è un declino biologico, è una fame metafisica: un’autoestinzione travestita da progresso.
A reggere le redini di questo tramonto è la gerontocrazia: un potere senile, scollegato dalla linfa vitale, arroccato nelle sue roccaforti digitali e militari. Un’aristocrazia del tempo esaurito che teme il sangue giovane, perché sa che il futuro non le appartiene. È il dominio della stanchezza che si difende con la violenza, della memoria che odia l’ignoto, della sterilità che vuole tutto sterile.
Così, in nome dell’ordine e della “sicurezza”, la giovinezza viene sacrificata. Gaza ne è l’altare sacrificale. Giovani offerti al culto del controllo geopolitico, dove Israele — testa di ponte di una volontà più antica e più vasta — colpisce non solo per strategia militare, ma per una simbolica più oscura: il messaggio è che la giovinezza mediorientale non può crescere, non deve diventare alternativa, non può incarnare un destino non scritto a Washington o Bruxelles.
Eppure, lo spettro che turba i sonni dell’Impero è altrove: l’Iran, giovane, ribollente, irriducibile. Con il 70% della popolazione sotto i 40 anni, l’antico impero dei persiani è un vulcano di futuro. Ma l’Occidente non vuole futuri altrui: vuole futuri simili, addomesticati, modellati sull’agonia demografica e spirituale che lo attraversa. Così, il progetto è l’infiltrazione, la rivoluzione “interna”, la manipolazione dell’identità: rendere l’Iran simile al mondo che non fa più figli, che non canta più culle, che disprezza le radici e le trasforma in merce.
È un nuovo colonialismo, non dei corpi ma delle anime.
“Saturno” non mangia più i suoi figli con le mani insanguinate, ma con algoritmi, con bombe “chirurgiche”, con narrative, con la sterilizzazione dell’immaginario. Il futuro è il nemico. La giovinezza, la fertilità, l’identità: sono pericolose. E allora devono essere o distrutte, o omologate.
Ma ogni mito ha una fine, e “Saturno” , un giorno, fu deposto da Giove. L’unica speranza è che, nel cuore di Gaza, nelle strade di Teheran, nei sobborghi delle città europee spente, si levi un grido nuovo: non quello del ritorno al passato, ma di un futuro che non ha paura di nascere.
Perché ogni figlio divorato è una condanna per chi lo divora.
E il tempo — per quanto si creda eterno — non può ingannare la Vita per sempre.
Il Banchetto di Saturno: il vecchio mondo che divora i figli del futuro
Di fronte al dramma che si consuma nella Striscia di Gaza, la parola genocidio torna con forza nel dibattito pubblico. Ma cosa intendiamo, davvero, quando la pronunciamo? È fondamentale distinguere tra due forme di genocidio, diverse nella loro manifestazione ma ugualmente distruttive nella sostanza.
Due tipi di genocidio
La prima è il genocidio per estinzione. È ciò che comunemente si immagina parlando di genocidio: l’annientamento fisico di un popolo, la sua cancellazione biologica e culturale. Ma questo tipo di genocidio è, in realtà, un ideal-tipo, per usare un concetto di Max Weber. Uno strumento teorico, euristico, utile per analizzare la realtà, ma che raramente si manifesta nella sua forma assoluta. Il genocidio per estinzione è un modello-limite: l’eliminazione completa di un gruppo umano come corpo fisico e simbolico.
Poi c’è un genocidio per distruzione, molto più frequente e insidioso: non si cancella un popolo fisicamente, ma lo si priva della possibilità di esistere come soggetto storico. Si eliminano la sua volontà politica, la sua capacità di autodeterminazione, i suoi strumenti materiali e simbolici per costruire un futuro. Non si uccidono necessariamente tutti gli individui, ma si distrugge la condizione collettiva per decidere, vivere, rappresentarsi. È la morte della storia di un popolo, prima ancora del suo corpo.
Gaza: la distruzione di un popolo come soggetto
Quello che accade a Gaza oggi non è solo una guerra, né solo una crisi umanitaria. È un processo sistematico di smantellamento delle condizioni di esistenza politica del popolo palestinese. La distruzione delle infrastrutture civili, la paralisi delle istituzioni, il soffocamento economico, l’assedio prolungato, l’isolamento, il bombardamento delle scuole e degli ospedali, non puntano solo a colpire Hamas o a rispondere a un attacco, ma a impedire che quel popolo possa mai ricostruire un soggetto politico.
In questo senso, Gaza oggi è un caso emblematico di genocidio per distruzione. Come lo furono, in forme e tempi differenti, la Shoah ebraica, il genocidio armeno, o lo sterminio degli indiani d’America, privati delle loro terre, dei loro strumenti sociali, e della possibilità di essere altro che sopravvissuti marginali nel racconto della storia dominante.
Il dovere di nominare
Riconoscere questo non è un atto ideologico, ma una scelta di rigore morale e intellettuale. Dare il nome giusto a ciò che accade significa non anestetizzare la coscienza, non accettare l’inerzia dell’orrore.
Il genocidio per distruzione è più difficile da vedere, perché non sempre si traduce in fosse comuni o camere a gas. Ma è altrettanto reale, e spesso più duraturo, perché uccide la possibilità stessa di futuro. E questa, nel XXI secolo, è una delle forme più perverse del potere: decidere chi ha diritto di essere storia e chi no.
A Gaza si consuma una catastrofe umanitaria senza precedenti: fame, bombardamenti e deportazioni trasformano l’enclave in un campo di concentramento. Israele usa il cibo come arma, costringendo oltre due milioni di persone a vivere in condizioni disumane.
Gaza è un campo di concentramento
A Gaza, la crisi umanitaria ha ormai superato ogni soglia di tollerabilità. Secondo le NazioniUnite, entro settembre oltre 470mila persone rischiano di trovarsi al quinto livello di insicurezza alimentare, ovvero la totale assenza di accesso a cibo e beni primari. La Striscia è stata ridotta a un deserto abitato, dove l’esercito israeliano ha impiegato la fame come strumento deliberato di guerra.
Lo stesso premier Netanyahu, in una riunione parlamentare trapelata, ha dichiarato che l’erogazione degli aiuti alimentari deve essere subordinata al fatto che i palestinesi non ritornino nelle aree da cui sono stati sfollati. L’obiettivo? Spingerli verso il sud, nelle cosiddette “zone di concentrazione”.
Attualmente, esistono soltanto quattro centri ufficiali per la distribuzione del cibo, a fronte dei duecento previsti dalle agenzie umanitarie. La loro collocazione – per lo più lontana dalle aree più colpite – conferma che non si tratta di rispondere a bisogni urgenti, bensì di costringere la popolazione a muoversi, espellendola dal nord della Striscia. Una deportazione lenta, sistematica, che si realizza attraverso la distruzione delle infrastrutture, i bombardamenti incessanti e la privazione programmata di mezzi di sussistenza.
La fame è diventata così uno strumento di controllo totale. L’approvvigionamento alimentare è usato non solo per umiliare, ma anche per esercitare pressione politica e militare. La logica dell’intera operazione si basa sulla creazione di un monopolio del cibo da parte di Israele, per manipolare la sopravvivenza stessa della popolazione. Un’arma silenziosa, ma non meno letale di un bombardamento.
Deportazione, concentrazione, annientamento
Nel frattempo, la popolazione è stata spinta verso tre aree ristrette: la zona di Gaza city (50 km²), i campi nel centro (85 km²) e l’area di Mawasi nel sud (8 km²). Si tratta di un territorio pari a circa il 40% della Striscia, dove si vorrebbero concentrare oltre due milioni di persone. La densità media raggiungerebbe i 15mila abitanti per km², un livello paragonabile solo ad alcune delle isole più sovraffollate del mondo.
Tuttavia, a differenza di Singapore o Macao, questi territori non dispongono né di infrastrutture né di accesso a risorse. Sono campi di concentramento a cielo aperto, in cui la sopravvivenza stessa è messa in discussione.
A rendere ancora più allarmante la situazione è la dinamica omicida che si sta sviluppando: i palestinesi che tentano di tornare alle proprie abitazioni, o che rifiutano di spostarsi, diventano bersagli. I bombardamenti servono non solo a distruggere il tessuto urbano, ma anche a rendere le aree del nord inabitabili, per impedire ogni ipotesi di ritorno.
Come nel 1948, l’obiettivo finale è la rimozione permanente della popolazione palestinese dalla propria terra, mascherata sotto l’etichetta di emergenza umanitaria.
Il silenzio internazionale e l’assenza di pressioni concrete consentono a questo piano di proseguire indisturbato. Secondo i dati delle Nazioni Unite e di osservatori indipendenti, già oggi 238 persone sono state uccise nei pressi dei centri umanitari.
Le immagini che arrivano dalla Striscia raccontano di una popolazione sfinita, costretta a percorrere chilometri sotto le bombe per ricevere una razione settimanale di cibo, mentre la violenza armata continua ad aumentare.
L’esperienza del XX secolo ha già mostrato cosa accade quando i processi di espulsione forzata degenerano in pulizia etnica e, infine, in sterminio. La strategia attuale – che unisce fame, espulsione e distruzione sistematica – non è un effetto collaterale della guerra, ma una scelta consapevole, pianificata e metodica.
I campi di concentramento di Gaza sono oggi una realtà, non una metafora. E se non vi sarà un intervento deciso della comunità internazionale, rischiano di diventare l’anticamera di una catastrofe ancora più vasta.
L’autocoscienza è definibile come l’attività riflessiva del pensiero con cui l’io diventa cosciente di sé, a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’essere.
Ma il conosci te stesso deve passare per un particolare tipo di consapevolezza, senza la quale non si può giungere al nucleo reale dell’essere . E ora spiego. Vi sono 4 tipi di consapevolezza ontologica :
1) consapevolezza di essere in un corpo ovvero consapevolezza ilica
2) consapevolezza di essere in una psiche e in una mente, e conoscere quella psiche ovvero consapevolezza psichica
3) consapevolezza di essere un’anima che abita nei primi due, che si manifesta in una psiche e in un corpo; Conoscere quell’anima…
4) consapevolezza di essere un pneuma e conoscere quel Nous
Ma solo per giungere allo stadio 3, occorre passar per uno stadio che è di pochi : comprendere che fino allo stadio 3 siamo soggiogati da potenze ontologiche che dominano a proprio piacimento la dimensione somatica e psichica. La consapevolezza di essere un ingranaggio in un meccanismo gigantesco a ruote dentate è indispensabile per la liberazione dell’anima dalla stretta diabolica con soma e psiche (subconscio in particolare). Chi crede di essere libero, sprofonda sempre più nell’illusione di questa presunta liberta e diventa sempre più schiavo delle dette potenze. Chi sa di non esserlo, lavora per la propria anima e sa anche che questo lavoro deve esserre benedetto e supervisionato da una forza molto al di là delle dette potenze, la cui provvidenza (il provvedere) spezza gradualmente le catene di Heimarmene (la programmazione rigida delle potenze sugli enti somatici-psichici).
In breve, se noi, in quanto cd esseri umani, non capiamo di essere schiavi, pupazzi tirati da qui e da là da fili invisibili, e facciamo come gli odiosi new age che diffondono l’anti-verbo delillusione della libertà, dell’onnipotenza della volontà, noi continueremo a nascere e morire nella più totale incoscienza.
Cristo disse che era venuto per i malati, non per i sani. Era un modo molto sottile per dire che lui veniva per chi sa di essere malato e non per chi si illude di essere libero e sano. Perche in questo inferno di mondo nessuno è sano, ma c’è differenza tra chi sa di non esserlo e chi si illude di esserlo
Giovanni 9,41
Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».
OVVERO anche
Giovanni 9,41
Gesù rispose loro: «Se foste schiavi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi siamo liberi e tutto possiamo, il vostro peccato rimane».
Le costole della Tradizione Primordiale sono tutte importanti ed esse sono tante, seppur quelle vividamente arrivate indenni a noi sono soltanto le Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche: Cristianesimo, Islam, Hindudharma, Buddhadhamma e Daojiao.
La centralità del cristianesimo gnostico-primitivo è pregnante ed è tutta ereditata dalla centralità storica acquisita da Roma in particolare e dall’Europa in generale rispetto al resto del mondo, in quanto l’enigma risiede tutto nel dominio geopolitico effettivo di questa nostra penisola eurasiatica, ma qualcosa sta scricchiolando, l’orologio si è rotto e la meccanica non procede più come prima perché la centralità europea si sta affievolendo progressivamente, poiché stanno emergendo nuove forze in gioco.
Siamo apocalitticamente nell’anticamera della completa visione della Tradizione Primordiale instaurata dal Primo Uomo e dalla Prima Donna, il Kristos e la Sophia, Osiride e Iside, Fu Xi e Nü Wa, l’Adam Qadmon e la sua Isha, che ritorneranno assisi sul trono dell’Agnello di Dio Altissimo.
Ben presto ne vedremo delle belle, perché il prisma sarà completo quando il giudaismo avrà terminato tutta la sua spinta storica, quando avrà cessato di esistere come religione.
Nella medicina tradizionale cinese (MTC), il concetto di “Shen” (神) è complesso , riferendosi sia a un aspetto spirituale/mentale che a funzioni fisiologiche. La relazione tra i diversi “Shen” è centrale per comprendere l’equilibrio psicofisico dell’individuo. Ecco una spiegazione strutturata:
1. I Tre Shen Principali (San Bao: 三宝)
Nella filosofia e medicina cinese, esistono tre tesori fondamentali (Jing, Qi, Shen), dove lo Shen rappresenta lo strato più “sottile” e spirituale. Tuttavia, lo Shen stesso si manifesta in modi diversi:
Yuan Shen (元神): Lo “Shen originario”, legato alla coscienza pura e alla natura innata. Ha sede nel Cuore (secondo la MTC) ed è associato alla mente intuitiva e alla saggezza.
Zhi Shen (识神): Lo “Shen acquisito” o intellettuale, legato alla mente razionale, alle emozioni e all’ego. Governa il pensiero logico e le reazioni emotive.
Relazione: Yuan Shen è considerato la radice, mentre Zhi Shen è la sua manifestazione nel quotidiano. Uno squilibrio (es. eccesso di Zhi Shen) può oscurare la saggezza innata dello Yuan Shen.
2. I Cinque Shen (Wu Shen: 五神)
Secondo la teoria degli Zang-Fu (organi-visceri), ogni organo ospita un aspetto specifico dello Shen, legato a funzioni psico-emotive:
1. Hun (魂): Residente nel Fegato, è lo “Shen etereo”, legato alla creatività, ai sogni e alla proiezione del futuro.
2. Po (魄): Residente nel Polmone, è lo “Shen corporeo”, legato agli istinti, alla fisicità e al “lasciar andare”.
3. Shen (神): Nel Cuore, governa la coscienza, la gioia e l’armonia generale.
4. Yi (意): Residente nella Milza, è lo Shen legato all’intelletto, alla memoria e alla ruminazione.
5. Zhi (志): Nel Rene, rappresenta la volontà, la determinazione e la paura (se squilibrato).
Relazione: Questi Shen interagiscono tra loro. Ad esempio:
Un Fegato squilibrato (Hun agitato) può causare rabbia o insonnia, influenzando lo Shen del Cuore (ansia).
Una Milza debole (Yi confuso) porta a preoccupazioni eccessive, destabilizzando lo Shen del Cuore.
3. Shen e Emozioni
Ogni Shen è associato a un’emozione:
Cuore (Shen): Gioia (in eccesso: agitazione).
Fegato (Hun): Rabbia.
Polmone (Po): Tristezza.
Milza (Yi): Preoccupazione.
Rene (Zhi): Paura.
Relazione: Le emozioni in eccesso danneggiano l’organo correlato e viceversa, creando un circolo vizioso. Ad esempio, la paura (Zhi) indebolisce il Rene, che a sua volta influisce sullo Shen del Cuore.
4. Equilibrio e Trattamento
Armonizzare il Cuore: Poiché il Cuore (Shen) è il “sovrano”, molti squilibri emotivi si trattano calmando lo Shen con punti come HT7 (Shenmen) punto.
Meditazione e Qi Gong: Pratiche che rafforzano lo Yuan Shen e riducono l’iperattività dello Zhi Shen.
Fitoterapia: Erbe come Suan Zao Ren (per Hun agitato) o Bai He (per Po destabilizzato).
Conclusione
Nella MTC, gli Shen formano una rete dinamica dove l’equilibrio di uno influisce sugli altri. La salute mentale e fisica dipende dall’armonia tra:
Yuan Shen e Zhi Shen (coscienza vs. mente razionale),
I Cinque Shen degli organi (emozioni e funzioni fisiologiche).
Uno squilibrio in un’area può manifestarsi sia a livello emotivo che fisico (es. insonnia, digestione difficile), riflettendo l’approccio olistico della MTC.
Utilizzare il proprio Shen (神) nella medicina tradizionale cinese (MTC) significa coltivare consapevolezza, equilibrio emotivo e forza vitale per migliorare la salute fisica, mentale e spirituale. Ecco alcuni modi pratici per lavorare con lo Shen:
1. Calmare lo Shen del Cuore (心神)
Il Cuore è considerato la sede principale dello Shen, responsabile della coscienza, della gioia e della chiarezza mentale. Come agire:
Praticare la meditazione (es. “Sedersi in silenzio” – Zuò Wàng 坐忘) per placare la mente e connettersi con lo Shen originario (Yuan Shen).
Stimolare HT7 (Shenmen) – Un punto di agopuntura sul polso che calma lo Shen, utile per ansia, insonnia e pensieri ossessivi.
Respirazione consapevole – Inspirare profondamente dal naso ed espirare dalla bocca, visualizzando una luce rossa (colore del Cuore) che riempie il petto.
2. Rafforzare Hun (魂) del Fegato
Hun è lo “spirito etereo” legato alla creatività, alla visione e alla flessibilità emotiva. Se squilibrato, porta a rabbia, frustrazione o indecisione. Come agire:
Esercizi di stretching (Qi Gong o Yoga) – Il Fegato governa i tendini; movimenti fluidi aiutano a sciogliere blocchi emotivi.
Visualizzare il colore verde (associato al Fegato) durante la meditazione.
Punti utili: LV3 (Taichong) per armonizzare le emozioni.
3. Stabilizzare Po (魄) del Polmone
Po è lo “spirito corporeo”, legato all’istinto di sopravvivenza e alla capacità di “lasciar andare”. Se debole, causa tristezza, attaccamento o paura della morte. Come agire:
Respirazione diaframmatica – Migliora l’energia del Polmone e rilassa Po.
Praticare il perdono – Scrivere ciò che si vuole rilasciare e bruciare il foglio (simbolo del metallo, elemento del Polmone).
Punti utili: LU7 (Lieque) per aprire il torace alleggerendo la tristezza.
4. Nutrire Yi (意) della Milza
Yi è l’intenzione e la capacità di discernimento. Uno Yi debole porta a preoccupazioni eccessive, rimuginio o confusione. Come agire:
Alimentazione regolare e calda – La Milza ama i cibi cotti (es. zuppe) e dolci naturali (zucca, datteri).
Scrivere un diario – Organizzare i pensieri aiuta a stabilizzare Yi.
Punti utili: SP3 (Taibai) per rafforzare la concentrazione.
5. Risvegliare Zhi (志) del Rene
Zhi è la volontà profonda e la determinazione. Se carente, porta a paura, mancanza di motivazione o esaurimento. Come agire:
Esercizi di radicamento – Camminare a piedi nudi sull’erba o visualizzare radici che scendono nel terreno.
Meditazione sui suoni renali – Pronunciare il suono “Chuī” (dei Sei Suoni Curativi) per tonificare il Rene.
Punti utili: KD3 (Taixi) per aumentare la forza di volontà.
6. Coltivare la Consapevolezza Quotidiana
Osservare le emozioni senza giudizio – Riconoscere se rabbia, paura o tristezza stanno influenzando uno Shen specifico.
Rituali di purificazione – Bruciare incenso (sandalo o mirra) per purificare l’ambiente e la mente.
Dormire prima delle 23:00 – Il sonno nutre lo Shen, specialmente tra le 23 e l’1 (ora del Fegato).
Conclusione
Utilizzare il proprio Shen significa armonizzare corpo, emozioni e spirito. Attraverso pratiche di respirazione, meditazione, digitopressione e consapevolezza, possiamo: Migliorare la chiarezza mentale (Shen del Cuore) Gestire lo stress emotivo (Hun e Po) Rafforzare la volontà e l’istinto (Zhi e Yi)
L’obiettivo è vivere in allineamento con il proprio Yuan Shen (spirito originario), riducendo l’influenza caotica dello Zhi Shen (mente razionale).
Prova oggi stesso: Dedica 5 minuti alla respirazione consapevole, concentrandoti sulla zona del Cuore, e nota come cambia il tuo stato interiore.
Yin e Yang: Entrambi si basano sul principio dinamico dello Yin-Yang (opposti complementari in equilibrio). L’I Ching descrive ogni mutazione come interazione tra Yin (linee spezzate) e Yang (linee intere). La MTC interpreta salute/malattia come equilibrio/squilibrio di Yin-Yang nel corpo.
Teoria dei 5 Movimenti (Wu Xing): I 5 elementi (Legno, Fuoco, Terra, Metallo, Acqua) nell’I Ching governano cicli di trasformazione tra gli esagrammi. In MTC regolano gli organi (Zang-Fu), emozioni, stagioni e patologie, guidando diagnosi e terapia.
2. Energia Vitale (Qi)
L’I Ching studia il flusso del Qi nell’universo attraverso i trigrammi e gli esagrammi.
La MTC si concentra sul Qi corporeo (meridiani, organi), dove blocchi o carenze causano malattie. Agopuntura, Qi Gong e fitoterapia mirano a riequilibrarlo.
3. Dinamica del Cambiamento
Mutazione continua: L’I Ching è un sistema di “mutamento” (易, Yì), che riflette l’instabilità della realtà.
In MTC, salute e malattia sono processi fluidi: i sintomi sono letti come segnali di cambiamenti interni (es. transizioni tra stagioni influenzano gli organi).
4. Corrispondenze Microcosmo-Macrocosmo
L’I Ching collega eventi umani a cicli naturali (cielo, terra).
La MTC vede il corpo come specchio dell’universo: i 5 elementi collegano organi, stagioni, colori, sapori ed emozioni (es. Fegato = Legno = Primavera = Rabbia).
5. Applicazioni nella MTC
Diagnosi: Alcuni medici storici (es. della scuola Ming-Qing) usavano gli esagrammi per interpretare sintomi complessi o prognosi.
Trattamento: Scelte terapeutiche potevano ispirarsi ai cicli di generazione/controllo dei 5 elementi, allineati ai principi dell’I Ching.
Cronoterapia: Orari di somministrazione dei rimedi basati sui flussi di Qi (orologi cinesi), correlati ai trigrammi temporali dell’I Ching.
6. Simbolismo Numerologico
I numeri del Ba Gua (8 trigrammi) e i 64 esagrammi hanno corrispondenze in MTC: 8 Principi Diagnostici (Bā Gāng: Yin/Yang, Interno/Esterno, Freddo/Calore, Carenza/Eccesso). 64 punti di agopuntura “cardinali” (alcune tradizioni li associano agli esagrammi).
7. Differenze Chiave
I ChingMedicina CineseFilosofia/DivinazioneScienza medica applicataFocus su eventi universaliFocus su corpo e patologieStrumento simbolicoPratica clinica
Conclusione
L’I Ching fornisce alla MTC un quadro filosofico e simbolico per interpretare l’equilibrio cosmico, mentre la MTC applica questi principi alla fisiologia umana. Entrambi condividono una visione olistica, dinamica e sistemica della realtà, dove nulla è isolato e tutto è interconnesso attraverso il Qi, lo Yin-Yang e i 5 Movimenti. Nella pratica storica, l’I Ching ha influenzato soprattutto l’approccio teorico della MTC, mentre oggi il legame è più culturale che operativo.
Fonti classiche:
Huangdi Neijing (Canone di Medicina): integra Yin-Yang e 5 elementi.
Nanjing (Classico delle Difficoltà): approfondisce aspetti numerologici.
Opere di Sun Simiao (medico Tang): collegamenti espliciti tra I Ching e MTC.