PERCHE’ LA GENTE DICE KUNG FU?

di Fabio Smolari

8 domande per 8 risposte.

A servizio della comunità, prima che inizino a circolare risposte della AI, e su richiesta di molti amici e colleghi, proviamo a ristilare un breve glossario di base:

1) Cos’è il wushu?

WUSHU 武術 sono le arti marziali cinesi

La parola WUSHU significa “arti marziali” – wǔ 武 vuol dire “marziale” e shù 術 vuol dire “arte” – è la parole cinese che indica tutte le arti marziali, di ogni parti del mondo, non solo della Cina.

Essendo tuttavia una parola cinese, quando la si usa all’estero indica e identifica le sole arti marziali cinesi.

2) Cosa sono le arti marziali cinesi?

Sono le tecniche, le strategie e metodi di allenamento a mani nude e con armi sviluppate e tramandate in Cina per la preparazione al combattimento.

3) Quali sono le arti marziali cinesi?

Le arti marziali cinesi presentano diversi sistemi, frutto delle scelte strategiche e metodologiche dei vari maestri, che si sono sedimentate e trasmesse nei secoli. Tali sistemi hanno un nome: taijiquan, shaolinquan, tongbeiquan, xinyiquan, baguazhang, chaquan, meihuaquan, chuojiao, tanglangquan, bajiquan, piguaquan, ecc.

4) Cosa sono gli stili?

Gli stili sono le varianti di un sistema. Nel corso dei secoli i diversi metodi si sono spesso differenziati pur mantenendo un nucleo comune significativo ed identificativo.

Tali varianti sono definite in italiano “stili”, pertanto si parla di TAIJIQUAN stile Chen, stile Yang, stile Wu, dal nome dei rispettivi maestri, oppure “mantide delle sette stelle”, “mantide del fior di prugno”, “mantide del taiji”, in riferimento a nomi specifici dati dai maestri ai loro metodi, e così via.

5) Ma il wushu non è quella roba che fanno i salti e le piroette?

Nel wushu ci sono sempre stati salti e piroette, ma ciò a cui ti riferisci è probabilmente l’aspetto acrobatico del wushu moderno sportivo.

Verso la fine dell’Ottocento le arti marziali cinesi iniziarono un processo di modernizzazione che si protrasse fino alla metà degli anni ’50 del ‘900, quando la Commissione Cinese per l’Educazione Fisica approvò un nucleo codificato di esercizi di WUSHU per l’attività sportiva e la formazione giovanile.

Tale disciplina presentava un esercizio a mani nude detto CHANGQUAN 长拳 “pugilato lungo”, e quattro armi: spada, sciabola, bastone e lancia. La fonte tecnica di questi esercizi erano sopratutto i sistemi CHAQUAN 查拳 e HUAQUAN 华拳 con inserimenti minoritari di molti altri metodi.

Dopo questa prima codifica, considerata rappresentativa dei cosiddetti “sistemi lunghi del nord”, che già prevedevano salti, calci volanti, acrobazie varie, fu fatta una selezione e una codifica anche in rappresentanza degli stili del sud – NANQUAN 南拳 – attingendo prevalentemente ai sistemi HONGGAR 洪家拳 e CHOILIFAT 蔡李佛拳.

Furono creati anche esercizi codificati di Taijiquan attingendo allo stile YANG e successivamente furono creati e codificati anche esercizi di altri sistemi e armi al fine di arricchire i contenuti delle competizioni.

Negli anni ’80 fu stilato anche un regolamento per le competizioni di combattimento libero a contatto pieno denominato SANDA 散打.

6) Cos’è il WUSHU oggi?

Oggi il WUSHU può essere suddiviso in due grandi categorie:

WUSHU sportivo codificato e WUSHU tradizionale

Il WUSHU sportivo codificato comprende due settori:

– combattimento libero (sǎndǎ 散打)

– forme (tàolù 套路)

il WUSHU tradizionale continua con i metodi e le modalità perpetuate dai singoli maestri secondo la loro tradizione e le loro scelte individuali. Può avere diversi fini e applicazioni, il maggioritario è quello dell’educazione fisica e dello sport.

7) Cos’è il KUNGFU?

Un sinonimo di WUSHU come “maccheroni” è in certe zone d’Italia un sinonimo di “spaghetti”.

Ma perché la gente dice allora KUNGFU?

Perché s’è diffuso impropriamente questo termine e si usa questo, come la gente dice “jeans” invece il tessuto si chiama “denim” e non jeans.

PERCHE' LA GENTE DICE KUNG FU?
PERCHE’ LA GENTE DICE KUNG FU?

La disfatta di Kursk: un punto di svolta nel triangolo Usa-Ucraina-Russia

di Zela Santi

24 Marzo 2025

La sconfitta ucraina nella regione di Kursk segna un punto di svolta nel conflitto. Con pesanti perdite, Kiev si trova sotto pressione politica e militare. Gli Stati Uniti, sotto la spinta di Donald Trump, spingono per un negoziato, mentre emergono dubbi sulla gestione strategica ucraina.

La disfatta di Kursk

L’offensiva ucraina nella regione russa di Kursk, iniziata il 6 agosto 2023, si è rivelata un errore strategico di grande portata. Secondo fonti russe, rilanciate da Washington, in otto mesi le forze di Kiev avrebbero perso circa 70.000 uomini tra morti e feriti, oltre a 7.000 veicoli ed equipaggiamenti militari.

Immagini diffuse dai blogger militari russi mostrano mezzi distrutti o abbandonati, evidenziando l’entità del fallimento.

Il quotidiano britannico The Telegraph ha definito questa operazione uno degli errori più tragici per l’Ucraina, sottolineando come la decisione sia stata dettata più da esigenze politiche che da una reale valutazione militare. L’obiettivo era costringere la Russia a deviare risorse dal Donbass, ma l’esito è stato disastroso.

Le pressioni degli Stati Uniti e l’ombra di Trump

L’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, in un’intervista ha espresso chiaramente la posizione statunitense: “Penso che Zelensky stia facendo il possibile, penso che sia in una posizione molto, molto difficile ma si trova di fronte a una nazione nucleare e inoltre si trova di fronte a una nazione che ha quattro volte la popolazione e quindi deve sapere che verrà schiacciato”. Per poi aggiungere:  “Ora è il momento migliore per lui per concludere un accordo. Il presidente Trump gli offrirà il miglior accordo possibile che potrà mai ottenere”,

Non è un caso che la Russia abbia intensificato le operazioni proprio mentre Trump ribadisce la necessità di un negoziato rapido. Secondo Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, Mosca avrebbe riconquistato territori strategici per impedire a Zelensky di usarli come merce di scambio nelle trattative.

La ritirata disordinata e le accuse di negligenza

Il collasso del fronte ucraino è stato aggravato dall’incapacità di Kiev di reagire in tempo. Il comando ucraino avrebbe dovuto ordinare la ritirata da Kursk molto prima, risparmiando uomini e mezzi per altre battaglie. Tuttavia, le pressioni politiche per ottenere più finanziamenti e armi da Stati Uniti ed Europa hanno impedito una decisione razionale.

La BBC ha parlato apertamente di una “disfatta” e di una ritirata caotica, con numerose perdite umane evitabili. L’errore ucraino appare ancora più grave considerando che le vie di rifornimento erano già compromesse settimane prima del crollo definitivo.

Ufficiali NATO sul campo? Le accuse di Mosca

Uno degli elementi più controversi della battaglia di Kursk è la presunta presenza di ufficiali NATO tra le truppe ucraine accerchiate. L’agenzia russa RIA Novosti sostiene che almeno 30 ufficiali occidentali fossero impegnati nella gestione delle operazioni, nella raccolta di dati satellitari e nella pianificazione degli attacchi in territorio russo.

Secondo Mosca, video intercettati dimostrerebbero che alcune truppe ucraine comunicavano in inglese, alimentando il sospetto di un coinvolgimento diretto di personale straniero. Se confermato, questo elemento potrebbe complicare ulteriormente la posizione dell’Ucraina nei negoziati.

Nonostante le evidenze sul campo, Zelensky continua a dichiarare che le truppe ucraine non sono state accerchiate e che l’operazione a Kursk non è fallita. Tuttavia, la pressione su Kiev è crescente, sia da parte della Russia che degli stessi alleati occidentali. Resta dunque la domanda finale: resa o resistenza?

Tratto da: Kultur Jam

La disfatta di Kursk: un punto di svolta nel triangolo Usa-Ucraina-Russia
La disfatta di Kursk: un punto di svolta nel triangolo Usa-Ucraina-Russia

L’IMPERO INVISIBILE

Videoconferenza del canale YouTube FRATRIA ALTOTIBERINA, trasmessa online in live streaming il giorno 26 marzo 2025.

“L’ impero invisibile” Storia del Ku Klux Klan, Intervista a Federico Franzin.

Il nome deriva, a quanto sembra, dal termine greco kyklos, che significa «cerchio», e dalla parola inglese clan «famiglia», scritta con la lettera k al posto della c. Il Ku-Klux Klan fu fondato nel 1866 nello Stato del Tennessee dal generale Nathan B. Forest, e si propagò rapidamente in tutti gli Stati del Sud. Come tutte le società segrete, anche il Ku-Klux Klan aveva un complesso e misterioso rituale. I suoi membri indossavano cappe bianche con cappucci che coprivano il volto, sia per nascondere la loro identità sia per simboleggiare gli spiriti dei combattenti defunti tornati per vendicarsi dei nemici.

Dopo due anni di violenze e di atti illegali che riuscirono a rovesciare i governi basati sul suffragio dei neri, il movimento fu dichiarato illegale e soppresso 1869.

Una recrudescenza del razzismo e una rinascita del Ku-Klux Klan si ebbe negli anni Sessanta, quando il presidente Kennedy avviò la lotta contro la discriminazione razziale. Oggi il movimento, confinato nell’illegalità, si è frammentato in una serie di gruppi estremisti isolati. Se cappucci bianchi, croci date alle fiamme e brutali esecuzioni di neri e attivisti per i diritti civili sono ormai un triste ricordo del passato, l’ideologia razzista che è alla base del Ku-Klux Klan non si è mai esaurita del tutto negli Stati Uniti. L’idea della superiorità della razza bianca e la crociata in difesa della patria dalla presunta minaccia dei neri e degli immigrati in generale continuano a riscuotere consensi nell’opinione pubblica americana più reazionaria.

L’IMPERO INVISIBILE

LA RICERCA DELLA CONOSCENZA E’ OBBLIGATORIA PER TUTTI I MUSULMANI SIA UOMINI SIA DONNE?

di Giuliana Cacciapuoti

Fatema Baj è studente di ingegneria meccanica dell’Università di Canterbury a Christchurch, in Nuova Zelanda. Sono moltissime le ragazze impegnate nelle discipline STEM in tutto il mondo, ma ad attirare l’attenzione su di lei, impegnata negli studi scientifici, perchè le sue aspirazioni personali sono sostenute e incoraggiate in seno alla sua comunità, quella dei Dāwūdī Bohorā, un gruppo minoritario dello sciismo ismailita; un gruppo costituito da un milione di persone all’incirca, presenti principalmente in India e in molti paesi del mondo, Australia e Nuova Zelanda incluse.

Fatema, fin da piccola affascinata dalla notte e dal cielo stellato, si è interessata alle scienze e ha poi abbracciato gli studi ingegneristici. Tra i suoi lavori, interessanti anche qui in Europa agli antipodi della Nuova Zelanda, c’è un entusiasmante progetto dell’Università di Canterbury che applica le antiche tecniche romane al moderno calcestruzzo autorigenerante. “I ricercatori stanno sviluppando materiali che reagiscono con l’acqua per formare strutture cristalline, sigillando le crepe nel tempo. Questo approccio innovativo mira a creare un calcestruzzo sostenibile, riducendo le emissioni di carbonio e migliorando la durata delle strutture”.

Lungo il suo percorso, Fatema Baj ha avuto la fortuna di non incontrare grossi ostacoli in quanto donna. La sua filosofia è radicata nei principi dell’impegno costante e di una tenace etica lavorativa. Sostegni importanti per la sua formazione sono la mentorship, il networking e la fiducia nelle proprie capacità. “Il networking con altre persone del settore, in particolare con donne che si sono affermate con successo nel campo dell’ingegneria meccanica, è stato prezioso”.

Fatema ritiene che la diversità nella ricerca consenta di avere prospettive diverse, che portano a nuovi modi di pensare, di risolvere i problemi e di affrontare le sfide. “Nel mio campo, un team eterogeneo apporta una gamma più ampia di idee, esperienze e intuizioni, che portano a progetti più efficaci e inclusivi. Le donne contribuiscono con approcci unici alla risoluzione dei problemi, sfidano le prospettive tradizionali e aiutano a creare soluzioni più complete”.

Fatema ha anche sottolineato l’impegno della sua comunità Dāwūdī Bohorā nel sostenere le giovani donne che intraprendono la carriera di ingegnere. “La comunità svolge un ruolo fondamentale nel sostenere le donne in ingegneria, promuovendo un ambiente che favorisce la curiosità, la fiducia e le opportunità”.

L’aspetto più gratificante del suo campo di studio è la capacità di risolvere sfide complesse e di contribuire ai progressi e agli sviluppi del settore. Che si tratti di migliorare la tecnologia o di progettare sistemi efficienti, l’ingegneria meccanica offre infinite opportunità di dare contributi significativi alla società, un concetto in linea con quello della comunità Dāwūdī Bohorā, operosa e proattiva. La comunità promuove molti progetti filantropici: costruzione di ospedali, scuole e restauro di importanti monumenti architettonici musulmani, sia sunniti sia sciiti.

Il termine “bohorā”, in gujarati, una lingua del subcontinente indiano, significa “commerciante”: per secoli il gruppo si è distinto nei commerci. L’impegno nello studio e l’idea di coltivare le loro conoscenze secolari quanto quelle spirituali, hanno avuto come risultato la costante crescita di professionisti in campo medico, finanziario ed economico. I Dāwūdī Bohorā affermano che l’istruzione delle donne sia non meno importante di quella degli uomini, come nel celebre ḥadīth di Muhammad che afferma: “La ricerca della conoscenza è obbligatoria per tutti i musulmani, sia uomini sia donne”.

LA RICERCA DELLA CONOSCENZA E' OBBLIGATORIA PER TUTTI I MUSULMANI SIA UOMINI SIA DONNE?
LA RICERCA DELLA CONOSCENZA E’ OBBLIGATORIA PER TUTTI I MUSULMANI SIA UOMINI SIA DONNE?

ISRAELE, USA E LA ‘MINACCIA’ NUCLEARE IRANIANA: UN ATTACCO IMMINENTE?

a cura di Kultur Jam

23 Marzo 2025

Israele e Stati Uniti stanno discutendo su come affrontare il programma nucleare iraniano. La preoccupazione principale è che Teheran sia vicina a costruire la sua prima bomba atomica. L’opzione militare, ovvero un attacco preventivo ai siti nucleari iraniani, appare sempre più concreta.

Una delegazione israeliana di alto livello si recherà a breve negli Stati Uniti per incontrare funzionari del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Tra i partecipanti ci saranno il Ministro degli Affari strategici Ron Dermer e il Consigliere per la Sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi. L’obiettivo è chiaro: ottenere l’appoggio di Trump per un’azione militare contro l’Iran.

Secondo il Mossad, Teheran potrebbe essere in grado di produrre la sua prima bomba entro una settimana e fino a dieci testate in un mese. Questo scenario spaventa Israele e gli alleati regionali, che temono una corsa agli armamenti nucleari nel Medio Oriente, con paesi come l’Arabia Saudita pronti a sviluppare le proprie testate atomiche.

Il think-tank Al Monitor riferisce che Israele sta facendo pressioni sugli USA per impedire che l’Iran guadagni tempo. Un alto ufficiale israeliano ha dichiarato che non si può abbassare la guardia, perché a quel punto sarebbe troppo tardi per fermare Teheran.

Un’altra questione chiave riguarda la capacità dell’Iran di lanciare un’eventuale arma nucleare. Gli esperti ritengono che Teheran non abbia ancora la tecnologia per miniaturizzare una testata e montarla su un missile balistico, ma potrebbe trovare metodi alternativi per utilizzarla. Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha espresso dubbi sulla natura civile del programma nucleare iraniano, ritenendo che l’uranio arricchito sia ormai vicino a livelli militari.

Trump ha inviato una lettera-ultimatum alla Guida suprema iraniana, Alì Khamenei, attraverso il governo degli Emirati Arabi Uniti. Il messaggio è chiaro: Teheran ha 60 giorni per firmare un nuovo accordo o affrontare le conseguenze. Israele spera che questo aumenti la pressione sugli ayatollah e giustifichi un attacco preventivo.

Khamenei, in un discorso per il Nowruz, ha mantenuto una posizione di sfida, dichiarando che le minacce non piegheranno l’Iran, ma il tono è apparso più cauto rispetto al passato.

Nel frattempo, il riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti potrebbe complicare la situazione. Anche se Trump è riluttante a impegnare truppe in nuovi conflitti, ha già dimostrato la sua aggressività con gli attacchi contro le milizie Houthi nello Yemen, un alleato dell’Iran.

Con il tempo che stringe, l’ipotesi di un attacco israeliano ai siti nucleari iraniani si fa sempre più concreta. Se gli USA daranno il via libera, l’operazione potrebbe scattare in tempi non sospetti.

ISRAELE, USA E LA 'MINACCIA' NUCLEARE IRANIANA: UN ATTACCO IMMINENTE?
ISRAELE, USA E LA ‘MINACCIA’ NUCLEARE IRANIANA: UN ATTACCO IMMINENTE?

L’INIZIO DELLA DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA

a cura di Claudio De Marco

Chi inventò il femminismo e per quale scopo?

“Il FEMMINISMO HA PORTATO L’IDEA CONFUSA CHE LE DONNE SONO LIBERE QUANDO SERVONO IL LORO DATORE DI LAVORO, MA SONO SCHIAVE QUANDO AIUTANO IL LORO MARITO.”

Gilbert Keith Chesterton

L’INIZIO DELLA DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA
L’INIZIO DELLA DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA

L’Iran nel mirino

a cura di Markus

22 Marzo 2025

La politica estera di Trump si è ridotta a richieste imperiose, volgari minacce e ringhi minacciosi. Credo che la frustrazione di Trump nel trattare con Putin raggiungerà il culmine giusto in tempo per coincidere con il lancio di una campagna aerea USA/Israele contro l’Iran. Will Schryver, analista militare

La spinta di Trump per un cessate il fuoco in Ucraina ha più a che fare con con Israele che con l’Ucraina. In altre parole, i frettolosi negoziati di Trump con Putin non mirano a porre fine alla guerra per procura con la Russia, quanto a spostare il fronte dal Donbas all’Iran. Questo “cambio di attenzione” è diventato evidente nell’ultima settimana, con le dichiarazioni sempre più ostili di Trump nei confronti dell’Iran. Martedì scorso, Trump ha avvertito che riterrà la Repubblica islamica responsabile degli eventuali attacchi degli Houthi alle navi in navigazione nel Mar Rosso. Ha detto che ci saranno “conseguenze terribili” (per l’Iran) se gli attacchi continueranno. Ha anche dato al governo iraniano “una scadenza di due mesi per raggiungere un nuovo accordo sul nucleare”. (In breve, Trump sta facendo quello che, secondo molti dei suoi critici, avrebbe fatto fin dall’inizio; sta placando i ricchi contribuenti alla sua campagna elettorale con una politica estera che promuove la loro ambiziosa agenda regionale. Sta trascinando gli Stati Uniti in una guerra con l’Iran per ripagare i potenti Sionisti che lo hanno fatto eleggere.

Questo aiuta anche a spiegare perché Trump voglia normalizzare le relazioni con la Russia. Non è solo perché il presidente vuole fermare delle uccisioni insensate o stabilire “una pace duratura”. È perché vuole garanzie da Putin che non assisterà l’Iran quando gli Stati Uniti lanceranno il loro attacco contro Teheran. Deve essere sicuro che Putin non si unirà alla lotta al fianco dell’Iran.

Come alcuni lettori sanno, all’inizio del 2025 la Russia e l’Iran hanno firmato un trattato di partenariato strategico. L’accordo impegna entrambe le parti alla cooperazione per la difesa reciproca in caso di guerra. “Il trattato prevede che se una delle parti verrà attaccata, l’altra non assisterà l’aggressore e cercherà di risolvere le divergenze a livello diplomatico, fornendo un certo livello di sostegno senza però garantire un intervento militare diretto”. Quindi, anche se alla Russia non verrebbe richiesto di mettere “scarponi sul terreno”, ci si aspetta che fornisca armi, intelligence e supporto logistico. (La Russia ha già fornito all’Iran tecnologia avanzata, tra cui jet da combattimento Su-35, addestratori Yak-130 e, probabilmente, sistemi di difesa aerea S-400).

L’analista militare Will Schryver ritiene che la Russia aiuterebbe direttamente l’Iran se il Paese venisse attaccato dagli Stati Uniti. In un post di Substack dell’aprile 2024 intitolato “The Triple Alliance, For Dummies And Neocons“, aveva scritto:

In una presunta guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran, sia la Russia che la Cina sosterrebbero attivamente l’Iran… L’Iran verrebbe semplicemente rifornito di armi e altre necessità logistiche da entrambi i suoi partner e, molto probabilmente, preso sotto il loro ombrello nucleare in un esplicito atto di deterrenza.

Schryver faceva capire che questo sostegno – che potrebbe includere armi avanzate o supporto nucleare – avrebbe neutralizzato i vantaggi degli Stati Uniti, rendendo improbabile una vittoria netta senza un’escalation in un conflitto più ampio e senza possibilità di vittoria. Aggiungeva anche questa agghiacciante osservazione che dovrebbe tenere svegli i vertici del Pentagono:

Per far sì che gli Stati Uniti dichiarino guerra ad uno qualsiasi di Russia, Cina o Iran, sarebbe necessario svuotare tutte le principali basi statunitensi sul pianeta per concentrare una potenza militare sufficiente ad intraprendere la missione.

Ciò suggerisce che un conflitto con l’Iran metterebbe a dura prova le risorse degli Stati Uniti, rendendoli vulnerabili su ogni altro fronte. Schryver non lo vede come una ricetta per la vittoria, ma come un progetto per la sconfitta.

Su X, Schryver aveva espresso dubbi sull’efficacia militare degli Stati Uniti contro le difese iraniane. In un post dell’ottobre 2024, aveva commentato le capacità missilistiche dell’Iran dopo i suoi attacchi a Israele:

I missili iraniani sembrano aver funzionato in modo impressionante… Le difese aeree statunitensi e israeliane non sono state in grado di fermarne molti.

Contrappone questo dato alla forza militare statunitense, che considera eccessivamente sopravvalutata, suggerendo che la capacità dell’Iran di infliggere danni potrebbe complicare qualsiasi offensiva americana. Altrove aveva deriso la potenza navale degli Stati Uniti, definendo le portaerei “pignatte da 13 miliardi di dollari” vulnerabili ai moderni missili antinave, che l’Iran possiede in quantità.

Schryver non è il solo a nutrire seri dubbi nei confronti della potenza militare statunitense. Il colonnello dell’esercito americano in pensione ed ex capo dello staff del Segretario di Stato Colin Powell, Lawrence Wilkerson, ha ripetutamente avvertito che gli Stati Uniti non sono così forti come molti credono e non prevarrebbero in una guerra con l’Iran. Secondo Wilkerson:

Una guerra con l’Iran sarebbe da 10 a 15 volte peggiore della guerra in Iraq in termini di vittime e costi…  E perderemmo. Perderemmo senza dubbio….. L’Iran non è l’Iraq… Ha un terreno incredibile… Ha un esercito molto più capace: 500.000 truppe in attività, probabilmente un milione di riservisti che entrerebbero immediatamente in azione.

In un’intervista con il giornalista Chris Hedges, Wilkerson ha dichiarato in modo inquietante:

Israele sta cercando di risucchiare l’America in una guerra con l’Iran, un conflitto che potrebbe destabilizzare il Medio Oriente e forse porre fine all’esperimento di Israele e danneggiare irreparabilmente l’impero che l’America è diventata.

Come Wilkerson, anche l’economista e analista politico Jeffrey Sachs ritiene che gli Stati Uniti si stiano dirigendo verso una guerra con l’Iran. In una recente intervista vista da milioni di persone in tutto il mondo, Sachs ha dato la colpa dell’imminente Terza Guerra Mondiale a Benjamin Netanyahu, il leader israeliano responsabile del genocidio in corso a Gaza. Ecco cosa ha detto:

Per anni Netanyahu ha puntato alla guerra con l’Iran e noi lo abbiamo seguito… Sei guerre in Medio Oriente volute da Israele con il sostegno degli Stati Uniti, e ora ne vogliono una settima.

L’Iran non è solo, né sarà solo, avverte Sachs. La Russia sarà presente, la Cina sarà presente… Questo potrebbe essere l’innesco della Terza Guerra Mondiale, e stiamo parlando di una guerra nucleare.

Pur non essendo pessimista come Wilkerson o Sachs, l’ex analista della CIA Larry Johnson ritiene che Trump stia semplicemente aspettando che gli Houthi colpiscano una nave da guerra statunitense con un missile ipersonico, un evento che sarà usato come giustificazione per lanciare una guerra aerea contro Teheran. Ecco Johnson in un post di mercoledì:

Dallo Yemen arrivano affermazioni non confermate secondo cui [gli Houti] avrebbero lanciato una combinazione di missili e droni contro la portaerei USS Harry S Truman. L’amministrazione Trump, al momento, non ha detto nulla su questo attacco. Sono certo di una cosa: lo Yemen lancerà missili e droni contro le navi statunitensi e israeliane nel Mar Rosso e gli Stati Uniti continueranno a scatenare attacchi all’interno dello Yemen. Se gli Houthi riusciranno a colpire una nave statunitense, credo che l’amministrazione Trump lo userà come casus belli per attaccare l’Iran.

Invece di tremare per la paura, credo che l’Iran si stia preparando alla probabilità di un attacco statunitense e si vendicherà contro le installazioni militari americane nella regione. La situazione potrebbe sfuggire di mano molto rapidamente. Se i sauditi permetteranno agli aerei da combattimento statunitensi di effettuare missioni contro l’Iran, è probabile che anche le installazioni petrolifere saudite vengano distrutte. Is the Trump Administration Using Yemen as an Excuse to Attack Iran?, Sonar 21

Johnson propone uno scenario assai plausibile, soprattutto se si considerano gli sviluppi di cui il popolo americano è completamente all’oscuro, come questo resoconto tratto da un articolo del 6 marzo del Times of Israel:

L’aeronautica israeliana ha tenuto questa settimana un’esercitazione congiunta con l’aeronautica statunitense, durante la quale i piloti “hanno praticato il coordinamento operativo tra i due eserciti per migliorare la loro capacità di affrontare le varie minacce regionali”.

L’esercitazione ha visto i caccia israeliani F-15I e F-35I volare insieme a un bombardiere americano B-52.

“L’esercitazione mirava a rafforzare e mantenere la cooperazione di lunga data tra le forze, espandendo al contempo la connettività e costruendo capacità integrate per una serie di scenari”, afferma l’IDF.

L’esercitazione è probabilmente finalizzata a preparare le forze armate israeliane ad un possibile attacco congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran. L’IAF ha già effettuato due attacchi contro l’Iran senza il supporto degli Stati Uniti, ma, probabilmente, avrebbe bisogno dei bombardieri B52 per colpire efficacemente i siti nucleari sotterranei pesantemente fortificati dell’IranTimes of Israel

Il governo iraniano ha portato questi inquietanti sviluppi all’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma, naturalmente, i media mainstream hanno fatto in modo che le masse rimanessero praticamente all’oscuro delle provocazioni e dei rumori di guerra innescati da USA/Israele.

Vale la pena notare che l’Iran ha compiuto progressi significativi nell’ammodernamento della propria capacità militare, mentre gli Stati Uniti sono scivolati gradualmente indietro. Non c’è dubbio che i sistemi di difesa aerea e i missili ipersonici iraniani siano tecnologicamente più avanzati di qualsiasi cosa di simile esista nell’arsenale statunitense. L’Iran dispone inoltre di un esercito numeroso e ben disciplinato, addestrato a respingere gli invasori, e di un territorio aspro e montagnoso, che potrebbe smussare qualsiasi potenziale offensiva militare. Ma, soprattutto, non è affatto certo che gli Stati Uniti avrebbero la meglio in una guerra con l’Iran. In realtà – a giudicare dai giochi di guerra che sono stati utilizzati per simulare lo scontro- le forze americane perderebbero. E questo non perché l’Iran abbia un esercito più potente di quello degli Stati Uniti, ma semplicemente perché ha modellato la sua dottrina militare per adattarsi alle sue esigenze difensive e alla sua particolare situazione geografica. In breve, l’Iran avrebbe il vantaggio di essere la “squadra di casa”. Guardate questo estratto di un articolo di Jordan Cohen del Cato Institute:

Una campagna che si affidi alla potenza aerea e navale per costringere rapidamente l’Iran alla sottomissione incontrerebbe notevoli difficoltà. Le forze armate iraniane sono strutturate per prevenire un’invasione di questo tipo e imporre costi significativi a qualsiasi potenziale attacco aereo o navale. Dispongono di missili da crociera con un raggio d’azione di 600 miglia, sistemi avanzati di difesa aerea a lungo raggio, sistemi di difesa aerea a corto raggio, missili antiaerei, 3.000 missili balistici, 6.000 mine navali e i più capaci veicoli aerei senza pilota della regione.

…In precedenza, gli analisti avevano valutato le possibilità di successo di una campagna basata sulla potenza aerea e navale degli Stati Uniti. Una simulazione del 2002, che aveva costretto i pianificatori statunitensi a cambiare le regole a metà del conflitto, aveva dimostrato che l’Iran avrebbe potuto facilmente affondare le navi statunitensi e, nel 2012, i funzionari del Pentagono avevano stimato che una simile strategia avrebbe richiesto un minimo di 100.000 uomini.…

Se l’intenzione è quella di utilizzare la forza aerea e navale per consentire operazioni di terra, l’Iran è altrettanto preparato. Un tale assalto richiederebbe l’assorbimento di costi enormi per ottenere l’accesso al Paese. Gli analisti stimano che un’eventuale invasione di terra richiederebbe 1,6 milioni di truppe statunitensi, quasi dieci volte quelle impegnate dagli Stati Uniti in Iraq. Al momento dello sbarco in Iran, Washington si troverà di fronte alla tredicesima popolazione mondiale in termini di idoneità al servizio militare, al tredicesimo contingente globale di veicoli corazzati e artiglieria semovente, al nono arsenale al mondo di artiglieria trainata e all’ottava flotta globale di lanciarazzi mobili. I costi umani e materiali sarebbero immensi.

La strategia iraniana per combattere gli Stati Uniti sarebbe incentrata sul rendere qualsiasi assalto navale e aereo costoso, lento e basato sul presupposto che, alla fine, gli americani perderebbero la volontà di continuare a combattere una guerra. L’Iran è circondato dal mare e userà i suoi missili antinave e antiaerei per coprire i 2.400 chilometri di costa meridionale, oltre a sfruttare la mancanza di dragamine statunitensi per [gettare mine] e intralciare un assalto navale. Rallentando le operazioni belliche, l’Iran intaccherà la volontà politica dei politici statunitensi e dell’opinione pubblica americana, dandosi anche il tempo di prendere decisioni e possibilmente anche di bloccare lo Stretto di Hormuz fino al Golfo di Oman. Despite Washington’s Confidence, US War with Iran Would Be Disastrous, CATO

Per quanto l’analisi di Cohen possa sembrare pessimistica, la realtà che gli Stati Uniti dovranno affrontare (se Trump attaccherà l’Iran) sarà ancora più cupa. Secondo un rapporto esaustivo sullo stato attuale delle forze armate statunitensi redatto dalla RAND Corporation, “la macchina da guerra globale dell’Impero, ipertrofica e decadente… non è ‘preparata’ in alcun modo significativo per una seria ‘competizione’ con i suoi principali avversari – (ed è) significativamente superata in ogni ambito bellico….”.

Ancora sul Rapporto Rand:

“Crediamo che l’entità delle minacce che gli Stati Uniti devono affrontare sia sottostimata e significativamente peggiore… Come minimo, gli Stati Uniti dovrebbero presumere che, se entreranno in un conflitto diretto che coinvolga la Russia, la Cina, l’Iran o la Corea del Nord, il Paese sotto attacco beneficerà dell’aiuto economico e militare degli altri… Questo nuovo allineamento di nazioni che si oppongono agli interessi degli Stati Uniti crea un rischio reale, se non la probabilità, che un conflitto in qualsiasi luogo possa diventare una guerra multiterritoriale o globale…

Come il rapporto della Commissione spiega nei dettagli forensi, Washington sarebbe quasi del tutto indifesa in un simile scenario, e probabilmente sconfitta quasi all’istante…. La Commissione RAND ha scoperto che la “base industriale della difesa” di Washington è completamente “incapace di soddisfare le esigenze di equipaggiamento, tecnologia e munizionamento” degli Stati Uniti, per non parlare dei suoi alleati. “Un conflitto prolungato, specialmente in più teatri, richiederebbe una capacità di produzione, manutenzione e rifornimento di armi e munizioni molto maggiore di quella attuale….

….Questa “presunzione di superiorità tecnologica incontrastata”…. Quei giorni sono finiti da tempo ….. La “base industriale della difesa” americana si sta oggi sgretolando…

Siamo entrati in una strana epoca di fine impero, paragonabile alla Glasnost dell’Unione Sovietica, in cui alcuni elementi della cerchia imperiale statunitense possono vedere con accecante chiarezza che l’intero progetto egemonico globale di Washington sta procedendo rapidamente e irreversibilmente verso l’estinzione… Collapsing Empire: China and Russia Checkmate US Military, Kit Klarenberg, Substack

Sebbene non vi siano dubbi sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero infliggere ingenti danni ai siti nucleari iraniani, alle infrastrutture critiche e agli impianti di produzione petrolifera, è altrettanto indubbio che gli Stati Uniti non avrebbero la meglio in un conflitto prolungato con l’Iran. Semplicemente, gli Stati Uniti non hanno la capacità industriale, le scorte di armi e missili e nemmeno la superiorità tecnologica necessaria per sconfiggere un Paese potente come l’Iran. Esiste, naturalmente, la possibilità molto concreta che il Presidente Trump non sia consapevole di queste evidenti carenze e continui a credere che la superpotenza americana possa “schiacciare l’Iran come un insetto”. Se così fosse – e io sospetto che sia così – probabilmente procederà a lanciare attacchi aerei su Teheran, scatenando una risposta che manderà i prezzi del petrolio alle stelle, i mercati azionari a picco e le onde d’urto si faranno sentire in tutta l’economia globale. Lo Stretto di Hormuz sarà chiuso e Trump avrà creato le condizioni che finiranno per costringere gli Stati Uniti a lasciare la regione.

Una guerra con l’Iran sarebbe una catastrofe inimmaginabile per l’Iran, gli Stati Uniti e il mondo. Deve essere impedita.

Mike Whitney

Tratto da: Come Don Chisciotte

L’Iran nel mirino
L’Iran nel mirino

Il retrobottega del mago Battiato

di Marcello Veneziani

23 Marzo 2025

Le biografie che portano all’essenza. Si chiama proprio così, All’essenza, l’antologia autobiografica di Franco Battiato edito da Mondadori a cura di Giordano Casiraghi, con l’imprimatur della fondazione dedicata al cantautore siciliano. È il retrobottega di una vita e di un’opera, l’officina dei pensieri e dei ricordi di un cammino non solo musicale; la via dei canti, si potrebbe dire, ma anche le esperienze, gli incontri e i mondi interiori ed esteriori di Battiato. C’è tutto il suo universo spirituale e reale che Casiraghi raccoglie nel collage: non solo pensieri, canzoni e intuizioni, ma anche amore, dolore, ricerca, sesso, cibo, denaro, droga, cinema, educazione, famiglia, infanzia, Sicilia, letture, meditazione della morte, reincarnazione, amicizie, solitudine e silenzio. Si, infine, Un oceano di silenzio.

“Ritengo di essere musicista di essenza e non di cultura”, dice di sé Battiato; i suoi riferimenti culturali, esoterici e sapienziali sono noti ma qui sembra ridimensionarne l’influenza. Quel che conta è l’essenza, a volte anche la magia dell’assenza. Secondo Battiato gli artisti si dividono in due categorie, quelli che seguono i desideri, le mode, le influenze del pubblico, e quelli che invece li determinano; lui appartiene a questa seconda specie. “Le mie canzoni – dice Battiato – piacciono a intellettuali e analfabeti, bambini e adulti, perché offrono una doppia chiave di lettura. Per tutti e per nessuno, come diceva Nietzsche del suo Così parlò Zarathustra; in superficie favola, in profondità viaggio nel pensiero cosmico.

Il cantautore ammette di essere sempre stato affascinato dall’Oriente, ma un “Oriente occidentalizzato”. Il cinghiale bianco, di cui canta, rappresenta, a suo dire, “l’autorità spirituale, il superamento del concetto edonistico della vita, la possibilità di dare corpo all’“inesprimibile”. “La canzone che mi rappresenta di più oggi è Le nostre anime, perché tendo all’aldilà, tento di andare all’aldilà”. Particolare predilezione ha per La Cura: “ha una sua completezza, emozionalità e finezza. È una canzone che ognuno può indirizzare a chi vuole: anche a un padre, a una madre o a un figlio”. L’amore non è solo quello di coppia. Ricorda poi che la splendida raccolta di canzoni altrui, Fleurs, a dispetto del titolo, contiene quasi solo canzoni d’amori sfioriti.

Il mondo, dice Battiato, è sempre stato diviso tra credenti e non credenti, e “i non credenti spesso si sono creduti più intelligenti delle persone di fede. Che errore! Gli schiavi che si credono dei padroni fanno pena”. Noi viviamo nel magico, nota, solo gli stolti non si accorgono che intorno c’è un intero mondo di magia. “Non comprendo come si possa essere atei”.

La preghiera per Battiato non è un atto di fede ma un metodo, un esercizio spirituale. Dopo aver girato molti monasteri, Battiato nota che i mistici sono “la razza più intelligente che conosca. Sono stato accecato da un raggio mistico. Vivo nel sacro e la mia musica riflette questa dimensione”. La reincarnazione per Battiato non è un atto di fede, ma a suo dire “un’intuizione di vita: io credo che siamo sempre esistiti e che il percorso di incarnazione serve per tornare nelle zone da cui veniamo”. Una teoria molto personale. Con la cristianità Battiato ha un rapporto di contiguità senza appartenenza; il suo orizzonte è nella visione del sacro, non della fede e dei suoi dogmi. “Ho sempre detestato la parrocchia: ho bisogno di un’indipendenza totale. Non ho il senso dell’appartenenza”. Il cantautore ha parole di simpatia per Papa Francesco però “ha una piccola veduta delle cose spirituali. Non possiamo umanizzare Dio, ma lavorare da pazzi per avvicinarci a lui”. Tocca a noi salire verso di lui, non far scendere Dio fino a umanizzarlo. Battiato tocca di striscio la politica, sottolineando la sua estraneità. Non ama il tentativo di catturarlo “a destra”; di Berlusconi detestava l’effetto delle sue televisioni più che la sua discesa in campo. Racconta che Marco Bellocchio gli propose di interpretare Aldo Moro in Buongiorno, notte; ma lui declinò la proposta. Battiato condivise la scelta di Lucio Battisti di allontanarsi dal suo repertorio vincente, così si salvò dal rischio di ripetersi. Ricorda quando a Milano giocava a poker a casa di Giorgio Gaber con Roberto Calasso e sua moglie Fleur Jaeggy. “Il premio, per chi vinceva, erano i libri Adelphi”. Poi scelse di vivere in Sicilia, perché “dove si nasce si vuole tornare”. “Noi siciliani siamo come dei boomerang che l’isola lancia in giro per il mondo e che poi, per una meccanica che è nella nostra indole, rientrano”. Ha vissuto da solo a Milo, vicino a Catania, tra la montagna e il mare, in una mezza clausura. “Ma è una vita stupenda e dai ritmi magnifici”. Il fascino della sua musica e delle sue parole è che ci porta nell’altrove; in quell’altrove, magico e mistico, dove è possibile trovare la chiave della vita e ciò che la trascende, la luce dell’Essere o per immaginare altri mondi e sognare altre dimensioni, altri destini. E a fianco a questo cammino, la dolcezza dei ricordi e la magia dell’infanzia come in Mesopotamia: “Lo sai che più s’invecchia/Più affiorano ricordi lontanissimi”. La sua carriera, dice, è stata felice e fortunata. Non mi sono mai lamentato, né mai mi sono sentito incompreso In sintesi, sono contento della vita che ho fatto. Sono stato molto fortunato. Questa è la conclusione”. Ma provvisoria. Perché, come lui canta, e pensa, “noi torneremo ancora, e ancora”.

(Panorama, n.14)

Tratto da: Marcello Veneziani Blog

Il retrobottega del mago Battiato
Il retrobottega del mago Battiato

QUAL’E’ LA DIFFERENZA TRA CRITICA E GIUDIZIO?

di Alice Lattanzi

Questa domanda torna ogni volta che si esprime un’opinione che tocchi uno dei tanti temi della cristianità.

Solo che stavolta mi trovo nella condizione, per me non inedita ma certo non frequente, di essere quella che invita a non esprimere giudizi, mentre in passato capitava spesso, soprattutto per la mia simpatia non eccessiva per l’attuale pontefice, che quella accusata di giudicare fossi io. La differenza tra le due cose sta nell’animus con cui noi ci esprimiamo.

Prendiamo il tema dell’omosessualità. L’omosessuale che compie atti omosessuali commette peccato mortale e su questo non c’è alcun dubbio. La persona che prostituisce il proprio corpo, commette peccato mortale e anche su questo non c’è alcun dubbio.

Ma a questo punto si origina la differenza tra chi critica e chi giudica.

Chi critica, è consapevole che ogni uomo, ogni giorno, combatte una dura lotta contro Satana e le sue molteplici tentazioni, spesso nascoste sotto una coltre di assoluta innocenza. Eviterà dunque, di far sentire al peccatore il peso della propria riprovazione morale e

lo guarderà con la compassione di chi cerca semplicemente di fargli capire che la strada intrapresa lo porterà alla dannazione, consapevole tuttavia che egli stesso, ogni giorno, affronta una lotta col peccato, tanto che la Confessione serve proprio a questo: a dar conto ad un ministro della Chiesa delle proprie marachelle, più o meno gravi, che, di fronte ad una sincera contrizione, vedrà l’assoluzione provenire dal Confessore stesso.

Chi giudica, invece, non si limita a criticare un determinato peccato, ma è come se implicitamente dicesse “Io invece sono perfetto, non sbaglierò mai, sono un perfetto cristiano”. Che oltre a denotare una profonda presunzione, aspetto caratteriale che il Signore non gradisce, denota che si sono dimenticati tutti quei passi del Vangelo ove Dio mostra non soltanto di avere molto più a cuore quelli che peccano, cercando di ricondurli all’ovile, ma anche e soprattutto di condannare l’ipocrisia dei tanti farisei convinti che applicano procedure umane a contesti divini, oltre che la rabbia sdegnosa dei lapidatori pronti a colpire a morte l’adultera e che mentre vedono negli altrui occhi la pagliuzza, non vedono la trave nel proprio.

Capire che il Signore perdona molto più facilmente il ladrone pentito sulla Croce che chi si illude di essere stato un buon cristiano ma non ha capito il senso della sua venuta, è la comprensione dell’essenza di tutto il Cristianesimo.

QUAL'E' LA DIFFERENZA TRA CRITICA E GIUDIZIO?
QUAL’E’ LA DIFFERENZA TRA CRITICA E GIUDIZIO?

SE L’INDUSTRIA DELL’AUTO NON CAMBIA A CAMBIARE SARÀ IL MERCATO

di Giuliano Noci

Le fonti di ricavo per le imprese automobilistiche in un futuro neanche troppo lontano registreranno una evoluzione. Da un lato, mi aspetto che il trasferimento di proprietà (dell’auto) diventi un meccanismo meno diffuso; grazie ai big data e ai servizi di connettività, ritengo che si farà sempre più ricorso ad un concetto di accesso ai servizi di mobilità, grazie a sottoscrizioni – secondo un modello pay per use – che garantiscono l’accesso all’utilizzo dell’automobile in differenti contesti di vita (giorno-sera, estate-inverno, lavoro-vacanza) coerentemente con lo standard di servizio prescelto. Dall’altro, emergerà un modello di business sempre più orientato alla vendita di servizi e prestazioni durante la mobilità (intrattenimento, modifica delle prestazioni della macchina, accesso a informazioni e a comunità). Secondo questa prospettiva, l’individuo quando sceglie un’auto non accede a un veicolo ma opziona l’accesso ad uno stile di vita e ai servizi conseguenti. Pertanto il valore non sta tanto nella vendita dell’auto e delle parti di ricambio quanto nei servizi ricorrenti a cui è possibile accedere in fase d’uso. La stessa gestione della supply chain deve cambiare; i modelli “just in time” adottati dalle case automobilistiche e il modo con cui gestiscono i fornitori sono ormai obsoleti. L’evoluzione dell’informatica di bordo e dei sistemi di infotainment, la centralità dei servizi di intrattenimento fanno sì che l’esperienza complessiva dell’utente dipenderà sempre più dalla disponibilità di software da aggiornare continuamente, rendendo pressoché ineludibile l’affidamento del suo sviluppo a un unico produttore piuttosto che a una moltitudine di fornitori, come avviene attualmente. Vi è d’altro canto da chiedersi quanto convenga operare in sistemi chiusi o viceversa adottare un approccio alla Android, dove la piattaforma utente è aperta e resa disponibile a sviluppatori che con i loro processi di ideazione di nuovi servizi possono arricchire la piattaforma stessa.

In questo contesto, la capacità di fare la differenza risiede sempre meno nel prodotto fisico (le prestazioni dell’automobile) e si sposta in un nuovo muscolo competitivo: quello analitico, inerente la capacità di processare utilmente i dati e trasformarli in sorgenti di valore. In qualche misura, è come se si dicesse che il centro di gravità del business non è più nella produzione-prodotto quanto nell’interfaccia con l’utente, ovvero nella progettazione di una esperienza semplice e di qualità in grado di innescare un effetto lock in con il mercato. Se l’Europa non abbandonerà l’illusione di poter rilanciare l’automotive con vecchi schemi industriali, sarà il mercato stesso a decretarne il declino. L’auto del futuro non si produce: si progetta come un ecosistema digitale. E chi non capisce questo cambio di paradigma è destinato a uscire di scena.

SE L’INDUSTRIA DELL’AUTO NON CAMBIA A CAMBIARE SARÀ IL MERCATO
SE L’INDUSTRIA DELL’AUTO NON CAMBIA A CAMBIARE SARÀ IL MERCATO