La concordia fra le due supreme podestà del sacerdozio e dell’impero secondo il Cardinale Hergenröther

a cura della Redazione di RadioSpada

Volentieri presentiamo ai lettori questo importante estratto del V volume della Storia universale della Chiesa scritta dal Card. Hergenröther – L’apice della potenza ecclesiastica-politica dei Papi, le Crociate, la Scolastica


La concordia fra le due supreme podestà – Chiesa e Stato, sacerdozio e impero – si aveva tuttavia come la condizione più necessaria alla salvezza del mondo cristiano[i]. E ciò si rappresentava per varie figure come: 1) dei due occhi necessari nel corpo umano (Gregorio VII)[ii]; 2) di due spade (Luc. XXII, 38), la temporale e la spirituale, ambedue ordinate alla difesa della Chiesa (Goffredo di Vendome), la prima da maneggiarsi perla Chiesa, la seconda dallaChiesa (S. Bernardo)[iii]; 3) dei due Cherubini dell’arca dell’alleanza (Esodo, XXXVII, 7 ss.)[iv]; 4) delle due preziose e ammirabili colonne, che ornavano l’entrata del tempio (giusta il III dei Re VII, 75; Ger. LII, 20 s.; così Innocenzo III)[v]. Ma era universale persuasione, che Chiesa e Stato non mai sarebbero uniti, se non quando questo rigettasse ogni opinione dannata per eresia dalla Chiesa, non impacciasse l’opera della Chiesa nell’amministrazione dei sacramenti e degli altri mezzi di salute, anzi riconoscesse la libertà sua nell’amministrazione e nel governo. E sebbene ciascuna parte avesse come alla sua propria sfera di diritti, pure la società politica abitava, per così dire, con la Chiesa sotto un medesimo tetto, cioè in una medesima casa: i suoi supremi reggitori, come parte del gregge di Cristo confidato a s. Pietro, erano sudditi della Chiesa soggetti al Papa, il quale teneva luogo di  Dio. Per il rispetto della fede, la Chiesa doveva essere tenuta come l’ordine supremo: il che si esprimeva per le immagini già usate dai Padri col raffronto dell’anima e del corpo, del cielo e della terra[vi]. Analoga a quest’ultima è la similitudine che dopo Gregorio VII divenne assai frequente, dei due grandi luminari (Gen. I, 16) che splendono nel firmamento della cristianità [vii]. Come il sole irraggia la luna e questa da lui riceve la sua luce, così la Chiesa vince di splendore lo Stato per il suo più nobile fine e lo illumina e lo scorge ad una vita soprannaturale, più sublime. Ella presiede al giorno, cioè dire alle cose celesti; questo alla notte, cioè dire ai negozi terreni. Lo splendore della Chiesa era la felicità e la gioia dei più alti ingegni; la vittoria del regno di Dio sull’impero del mondo, il desiderio di tutta quanta la cristianità[viii].

E per tale eccellenza del regno di Dio su quello del mondo, e del fine della Chiesa su quello dello Stato era principio altresì riconosciuto universalmente che la Chiesa doveva giudicare dei principi temporali e delle loro leggi, ove lo richiedesse la salute delle anime, e che la podestà spirituale poteva estendersi alle cose temporali, ove toccassero il suo dominio e si trattasse di peccati. Quando la necessità lo ricerca, diceva s. Bernardo, allora vale la parola dell’Apostolo (I Cor. VI, 2): Che se per voi sarà giudicato il mondo, sarete voi indegni di giudicare di cose tenuissime?

Altra cosa è, dato il caso, occuparsi nelle cose temporali, quando stringe la necessità (incidenter, causa quidem urgente), altra abbandonarsi ad esse di proprio capo. Così la Chiesa esercitò più volte l’autorità sua indiretta sulle cose temporali, ma al tutto casualmente (casualiter), né mai intese pregiudicare al diritto altrui, né arrogarsi una podestà indebita[ix], come dichiarò espressamente Innocenzo III; il quale esaminò nelle particolari questioni la sua competenza, riconobbe l’indipendenza del re di Francia nelle cose temporali, interdisse ai giudici spirituali d’ingerirsi nei diritti della giustizia secolare[x]. E parimente Alessandro III non ammise le appellazioni dai giudici secolari al Papa, fuori degli stati della Chiesa[xi]. Quindi, sebbene i Papi stendessero la loro sollecitudine al regno celeste e al regno terreno, non mai affermarono con ciò che ambedue fossero a sé soggetti dello stesso modo, ma esaltavano la potestà del loro primato non ristretta da limiti di spazio, secondo il pensiero di s. Bernardo, e la distinguevano dall’autorità temporale e ristretta, che avevano sugli stati della Chiesa. Onorio III riservò espressivamente al re di Francia il decidere sul diritto  di successione della regina di Cipro, e a sé non volle riservata che la decisione sul grado del matrimonio[xii]. Così ben lungi dal pretendere ad una monarchia universale, essi non miravano che a far prevalere la legge di Dio, a cui essi medesimi erano obbligati, e allora solo intervenivano, quando la necessità di provvedere ai diritti della Chiesa li obbligava, e quando un negozio temporale non era più solo temporale, ma strettamente legato con lo spirituale. E in ciò anche il diritto civile era in loro favore. Così le conseguenze del persistere ostinato nella scomunica erano la perdita della dignità e del diritto di comunicare coi fedeli e lo scioglimento del giuramento di fedeltà prestato dai fedeli stessi ad un principe scomunicato. Il rigore nondimeno delle antiche leggi che vietavano ogni commercio con gli scomunicati fu temperato appunto da Gregorio VII a favore di Enrico IV, e tale temperamento fu riconosciuto da Innocenzo III[xiii]. La deposizione dei re poi non era altro che una dichiarazione della perdita incontrata, secondo le leggi ecclesiastiche e civili, d’ogni autorità di governo, poiché non doveva governare sui popoli cristiani chi non era membro della Chiesa. Questa però non si pronunziava che dopo avere sperimentato tutti gli altri rimedi e dopo matura ponderazione, come ultimo riparo contro la tirannia dei principi e contro le ribellioni dei popoli. E i re la riconoscevano, finché non ne pericolavano i loro propri interessi, e di frequente supplicavano il  Papa di valersene. Quelli poi che n’erano colpiti, ne contrastavano non tanto il principio, quanto l’applicazione. I vescovi ed i concili concordavano in questo coi Papi, e tutti ammettevano ad un modo che i re e i principi colpevoli di delitti religiosi, e massimamente di eresia e di scisma, potessero venire deposti della loro dignità e il giuramento a loro prestato essere sciolto dalla Chiesa.

Il Papa era altresì il capo supremo della società cristiana, ed insieme quegli che in essa introduceva e accettava. E come egli sceglieva e incoronava il primo sovrano temporale, cioè  l’imperatore romano, così pure introduceva altri principi nella grande famiglia dei popoli cristiani, conferendo loro il titolo di re. Egli impediva spesso le sommosse, accordava le differenze, componeva le paci: egli insomma rappresentava come un tribunale universale dei popoli, di cui l’alta giustizia era da tutti universalmente riconosciuta. Egli guidava le imprese comuni della cristianità, rassicurava i deboli contro i potenti; era l’ultimo e più sicuro rifugio degli oppressi. Sotto la protezione di lui non pochi re mettevano sé stessi e i loro regni, quando temevano di assalti nemici. Per gli atti più importanti del loro governo, trattati, leggi, sentenze, privilegi, testamenti, donazioni e rivocazioni ricercavano l’approvazione apostolica. Così l’autorità della Sede romana si allargava ampiamente, anche negli affari politici; e alla dignità del pontificato si aggiungeva una potenza esteriore non piccola, nobilitata dall’operosità della maggior parte dei Papi. Laonde così scriveva nel 1148 l’abate Wibaldo a Papa Eugenio III: «Presso di voi è la manna, presso di voi è la verga di Aronne, presso di voi la dispensazione canonica, l’esposizione delle leggi, la moderazione delle regole, presso di voi l’olio ed il vino: vostro diritto perdonare agli umili ed abbattere i superbi». Fuori del mondo avrebbe da uscire, diceva s. Bernardo al medesimo Papa, chi vuole trovare cosa che non appartenga alla tua sollecitudine. Tu succedesti nella eredità agli Apostoli; tu sei dunque l’erede, e l’eredità è il mondo intero. Di esso è a te confidato il governo; ma non ti è conferito il possesso[xiv]. Quindi è che al Papa si davano i titoli più onorevoli, e non solo di Santità, ma anche di Maestà, di Maestà apostolica, di Sublimità, Altezza e simili[xv].


[i] Ivo Carnot., Ep. 28 ad Paschalem Papiam. Fridericus I, ap. Pertz, Mon. Germ. hist. Script. IV, 93. Innoc. II, ad Lothar., ap. Watterich l. c. II, 209. Pieno di ardore per le crociate scrive Orderieo Vitale (l. c. IX, 2, p. 652): Ecce sacerdotium et regnum, clericalis ordo et laicalis, ad conducendum phalanges Dei concordant. Episcopus et comes Moysem et Aaron reimaginantur, quibus divina pariter adminicula comitantur.

[ii] Greg. VII, L. I, Ep. 19 ad Rudolph. duc.: Sicut duobus oculis humanum corpus temporali lumine regitur, ita his duabus dignitatibus in pura religione concordantibus corpus Ecclesiae spirituali lumine regi et illuminari probatur.

[iii] Goffrid. Vindocin., Opusc. IV Migne, Patr. lat. CLVII, 220. Hildeb. Cenom. (Bibl. PP. max. XXI, 136). Richard. Cant. inter epp. Petri Bles. n. 73 (Migne l. c. CCVII, 226 s.). Petr. Vener. L. I, Ep. 17. S. Bernard., Ep. 256; De consid. IV, 3. Ioann. Saresb., Polycr. IV, 3. Gerhoch. Reichersp., De corrupto Eccl. statu (Migne l. c. CC, 803). Innoc. III, L. VII, Ep. 54, 212; I. IX, Ep. 217; I. X, Ep. 141; I. XI, Ep. 28; I. XII, Ep. 69. Henr. Gandav., Quodlib. VI, q. 33. La stessa figura presso l’imperatore Federico I (Radev., De gest. Frid. I, 10. Ep. ad Man. Comn. ap. Goldast, Const. imp. IV, 72) e Federico II (Const. a. 1220: Walter, Fontes p. 80), nello Specchio sassone e via via.

[iv] Innoc. III, Reg. imp. ep. 2 (Migne l. c. CCXVI, 997).

[v] Gerhoch., De investig. Antichr. I, 37, 88. Innoc. III l. c.

[vi] Ivo Carnot., Ep. 106 ad reg. Angl. Hugo a s. Victore, De sacram. I. II, pars 2, c. 4. Honor. Angustodun., De praecell. sacerd., ap. Pez, Thes. II, 1180. Innoc, III, Regep. 18. Resp. ad nuntios Philippi, ap. Baloz., app. I, 647, 692. Alex. Hal., Summ. theol. p. 3, q. 40, m. 2. S. Thom., Summa theol. 2, 2, q. 60, a. 6 ad 3.

[vii] Gregor. VII, L. VII, Ep. 25; l. VIII, Ep. 21. Gerhoch. l. c. Innoc. III, L. I, Ep. 401; I. II, Ep. 294.Reg. Ep. 32. Gesta Innoc. c. 63. Il Papa, quale, «vicarius Christi» in Innoc. III, L. I, Ep. 326, 335; I. II, Ep. 209.

[viii] Intorno alla esaltazione della Chiesa: Otto Frising., Chron. 1. VII, Proem. Goffrid. Viterb. ad Urb. III (Migne l. c. CXCVIII, 877): Dum ss. matris nostrae Rom. ecclesiae culmen inspicio et eius eminentiae considero maiestatem, illud ante omnia necessarium esse intueor, ut, sicut ipsa omnibus noscitur praeesse principibus, ita omnes reges et principes et universae orbis ecclesiae doctrina eius et regimine adornentur, et ab ea tamguam a fonte iustitiae totius sapientiae regulis instruantur, quia nullum Scripturarum elogium noscitur esse authenticum, nisi ab eius sapientiae fluminibus sitientibus propinetur.

[ix] S. Bernard., De consid. I, 6, 7. Petr. Bles., Specul. iur. c. 16: Canonum enim vigor se extendit ad causas saeculares, ex quibus et in quibus animlte periculum versatur. Quantum enim ad hoc, ut animae provideatur, omnes personae spectant ad forum ecclesiasticum.

[x] Innoc. III, L. V, Ep. 128 (Migne l. c. CCXIV, 1130 s.); l. VII, Ep. 42. Concil. Later. IV, can. 42.

[xi] Alex. III, C. 7. Si duobus § 1 de appellat. II, 28.

[xii] Honor. III, c. 3. Tuam II, 10 de ord. cognit. (Migne l. c. CCXVI, 985, n. 15).

[xiii] Greg. VII, ap. Migne l. c. CXLVIII, 798. Gratian. c. 103, C. XI, q. 3. Urban. II, Ep. ad Geneb. Gratian. c. 110, C. et q. cit. Innoc. III, L. I, Ep. 38, p. 361: Nullus omnino nominatim, excommunicato communicare tenetur, nisi quaedam personae, quae per illud Gregorii Papiae capitulum Quoniam multos specialiter excusantur.

[xiv] Wibald., Ep. 114, p. 1209. S. Bernard., De cons. III, 1, l.

[xv] Titoli onorifici del Papa nel Phillips, Kirchenrecht § 239, p. 599 ss. Maiestas in Carol. Calv., Ep. ad Nicol. I, in Harduin, Concil. coll. V, 689, S. Bernard., Ep. 46, 136, 150, 166, 167. Guido Vienn., Ad Paschal. II, ap. Watterich l. c. II, 76. Ionnn. Saresb., Ep. 14, 15,28,30 (Migne l. c. CXCIX, 10 s.); indi maiestas apostolica, ap. Arnulf. Lexov., Ep. 144, p. 283; Petrus Vener., L. II, Ep. 28; l. III, Ep. 5, p. 246, 306; l. VI, Ep. 42, p. 459; Ioann. Saresb., Ep. 89. Sublimitas vestra, Ernald., abb. Bonaevall., Praef. ad Hadr. IV, in libr. de cardinal. operibus Christi, ed. Migne l. c. CLXXXIX, 1610; Petrus Vener., L. I, ep. 11, 21 ad Innoc. II, 79, 101. Wibald., Ep. 393, p. 1428. Quest’ultimo alterna quelli con altri titoli di celsitudoexcellentiamagnitudomagnificentia, i quali titoli si portavano anche da imperatori, re, cardinali e vescovi. Wibald., Ep. 8, 27, 73, 112, 114, 136, 149, 163 e altrove sovente.

Tratto da: RadioSpada

La concordia fra le due supreme podestà del sacerdozio e dell’impero secondo il Cardinale Hergenröther
La concordia fra le due supreme podestà del sacerdozio e dell’impero secondo il Cardinale Hergenröther

LIN YUTANG: UN FILOSOFO CINESE

a cura di Cotrona Mario

“Non hai più molti anni da vivere e, inoltre, non potrai portare nulla con te quando te ne andrai, quindi devi risparmiare senza sacrificare il tuo benessere.”

“Spendi il denaro che deve essere speso, goditi ciò che deve essere goduto e dona ciò che è possibile.”

“Non preoccuparti di cosa accadrà dopo la tua morte, perché quando diventerai polvere, non sentirai se sei lodato o criticato, se sei visitato al cimitero o dimenticato.”

“Il momento per godersi la vita è adesso, e i beni che hai guadagnato con fatica devono essere goduti.”

“Non preoccuparti troppo per i tuoi figli, poiché avranno il loro destino e troveranno la loro strada.”

“Prenditi cura, soprattutto, dei tuoi nipoti, amali, viziali e cerca di goderteli finché puoi.”

“La vita deve essere qualcosa di più che lavorare dalla culla alla tomba.”

“Ogni giorno svegliati per goderti un altro giorno di vita senza litigare con nessuno o portare rancore.”

“Non aspettarti troppo dai tuoi figli.”

“Anche se i figli si prendono cura dei genitori, saranno sempre occupati con il loro lavoro, i loro impegni e la loro vita.”

“Molti figli che non si interessano ai genitori litigheranno per i loro beni ancora prima che siano morti, desiderando la loro dipartita per ereditare proprietà e ricchezze.”

“Se hai già 65 anni o più, non sacrificare la tua salute per il denaro lavorando eccessivamente, perché scaveresti solo la tua tomba in anticipo.”

“Di mille ettari coltivati a riso, potrai consumarne solo mezza tazza al giorno, e di mille palazzi, avrai bisogno solo di otto metri quadrati per dormire la notte. Quindi, se hai cibo e denaro per le tue necessità, non ti serve altro.”

“Cerca di vivere felice, perché hai una sola vita.”

“Non paragonarti agli altri misurando fama, denaro o status sociale, né vantandoti se i tuoi figli hanno più successo di altri. Piuttosto, sfidali a raggiungere la felicità, la salute, la gioia e una vita di qualità.”

“Accetta le cose che non puoi cambiare, perché preoccuparsene troppo potrebbe danneggiare la tua salute.”

“Crea il tuo benessere e trova la tua felicità facendo ogni giorno qualcosa che ti diverta e ti rallegri.”

“Un giorno senza felicità è un giorno perso.”

“Con un animo positivo, la malattia si cura; con uno spirito allegro, la guarigione è più veloce o la malattia nemmeno si avvicina.”

“Con un buon carattere, esercizio adeguato, cibo sano e un consumo ragionevole di vitamine e minerali, avrai una vita sana e piacevole.”

“Ma, soprattutto, impara ad apprezzare la bontà della famiglia e degli amici, perché saranno loro a farti sentire giovane, ricordandoti i bei momenti e le esperienze interessanti della tua vita.”

“Si dice che chi perde il tetto, guadagni le stelle. Ed è vero.”

“Il tempo e le opportunità sono come l’acqua di un fiume: non puoi toccarle due volte, perché una volta passate, non torneranno più.”

“Approfitta di ogni minuto della tua vita e non rifiutare le opportunità di scoprire il mondo e goderti le cose belle, perché potrebbero non ripresentarsi mai.”

“Non giudicare le persone dall’aspetto, perché cambia con il tempo.”

“Non cercare la persona perfetta, perché non esiste.”

“Cerca, se lo desideri, qualcuno che ti apprezzi per quello che sei; e se non lo trovi, goditi la tua solitudine, che è molto meglio di una cattiva compagnia.”

“Credi in Dio, qualunque sia il concetto che ne hai, e cerca di goderti la vita, che è molto breve. Goditi la famiglia e gli amici, perché presto o tardi lascerai questo mondo, e nessuno ti ringrazierà.”

“Che la salute e il benessere siano sempre con te.”

~ Lin Yutang

LIN YUTANG: UN FILOSOFO CINESE
LIN YUTANG: UN FILOSOFO CINESE

QUATTRO TESI E UNA CONCLUSIONE

di Stefano Vaj

1) Nella cosiddetta Unione Europea, la sezione locale dell’oligarchia occidentale ha una difficoltà crescente a mantenere per il resto della società un livello di vita compatibile con un consenso almeno passivo per lo status quo. Tale difficoltà è strutturale, e dipende soprattutto da tre fattori: la finanziarizzazione dell’economia, che sottrae risorse alla produzione; la concentrazione della ricchezza residua; l’indifferenza od ostilità per l’innovazione rispetto alla delocalizzazione ed alla protezione di posizioni monopolistiche, che corrisponde ad un’appartenenza sostanzialmente globale (ideologica e soprattutto di classe) delle forze coinvolte,

2) In tale quadro, risulta ovvio l’interesse a che istituzioni quanto più possibile isolate da un controllo ed una responsabilità politici, e da reazioni popolari di natura elettorale o meno, godano di una crescente centralizzazione dei processi decisionali, di strumenti di repressione e deterrenza (“We have tools”, Ursula von der Leyen), e del potere culturale e militare. Sotto quest’ultimo profilo, la cosa è vantaggiosa, a livello poliziesco, giudiziario e appunto militare, anche per la possibilità di utilizzare risorse con rapporti minimi con il territorio coinvolto e che consentano il massimo di deresponsabilizzazione di autorità locali dall’immagine già più che compromessa.

3) La retorica a sostegno di tutto ciò invoca spesso la “difesa dei confini”, ma la sua vera e più vistosa funzione, anche rispetto al dibattito politico nei singoli paesi membri, è oggi quella di assicurare la continuazione a medio termine dell’invasione in corso nel territorio della UE, in modo di aver il tempo di riempire di allogeni città, mercato del lavoro (così da diminuire il potere contrattuale sociopolitico della popolazione preesistente), ed elettorato attivo per stabilizzare la situazione.

4) Tale immigrazione comprende tanto una componente puramente parassitaria (rifugiati, balordi, microcriminali) quanto personale produttivo – e sfruttato. La distinzione è sopravvalutata, perché in entrambi i casi i costi economici, e non, dell’immigrazione di massa sono esternalizzati sulla società di destinazione, mentre i vantaggi sono largamente monopolizzati da chi la promuove, sia in termini generali di business che con riguardo al settore specifico rappresentato in sè dal business dell’accoglienza. Il punto saliente comunque sta nel fatto che in entrambi i casi il ceto immigrato ha un preciso interesse di classe a che l’oligarchia possa continuare a trasferire ricchezza dagli abitanti della regione interessata ai nuovi arrivati, e perciò è destinato a costituire la nuova base sociale del suo potere. Cosa confermata anche dall’essenziale inesistenza di forme di solidarietà trasversale tra gli individui coinvolti da un lato e fasce più povere o posizioni populiste dall’altro.

CONCLUSIONE

Fermo restando quanto sopra, per chi non ritenga di ricavare vantaggi morali e materiali dalla situazione descritta residua un amplissimo spazio di dibattito su come e cosa fare al riguardo. Quello che per contro appare certo è che il ***rafforzamento di questo processo, lungi dal garantire una maggior protezione della attuale popolazione europea e dei suoi interessi, ha come esito la sua disunione, schiavitù e, a termine, tendenziale estinzione***. La catastrofe demografica in atto fa infatti parte tanto delle sue concause quanto dei suoi effetti.

QUATTRO TESI E UNA CONCLUSIONE
QUATTRO TESI E UNA CONCLUSIONE

FUTUWWAT: COSA E’ LA CAVALLERIA?

a cura di Giuseppe Aiello

“La futuwwat è fedeltà a questo Patto [con il tuo Signore ] (non appena hai risposto “sì”); è camminare con fermezza su questa grande strada della religione eterna che viene designata con il termine Retta Via (sirât mostaqîm)”.

Questa è la definizione di cavalleria nelle parole di Hussayn Ibn Ali, il cavaliere della fede nell’Islam.

Ciò implica eo ipso uno stretto rapporto di futuwwat con la triade che incontriamo in tutta la spiritualità islamica: shari’at, tarîqat, haqîqat.

FUTUWWAT: COSA E' LA CAVALLERIA?
FUTUWWAT: COSA E’ LA CAVALLERIA?

Silenzio e doppia morale: Palestina e Ucraina di fronte all’Europa

di Zela Satti

11 Marzo 2025

Mentre l’attenzione mediatica si concentra su ReArm Europe, il blocco criminale degli aiuti a Gaza prosegue tra fame e disperazione. Nessuno manifesta per i palestinesi, mentre si insiste sul parallelo con l’Ucraina, ignorando le differenze sostanziali. L’Europa resta complice dell’oppressione.

Palestina e Ucraina di fronte all’Europa

Mentre il dibattito pubblico si infiamma attorno al progetto ReArm Europe, voluto da Ursula von der Leyen per il riarmo dell’UE, una crisi umanitaria di proporzioni tragiche continua a consumarsi nel silenzio generale: il blocco degli aiuti a Gaza.

Da giorni, la popolazione palestinese sopravvive senza accesso a cibo e risorse essenziali, in condizioni sempre più drammatiche. Il taglio da parte di Israele delle forniture elettriche ha ulteriormente aggravato la situazione, facendo piombare un popolo già devastato da un anno e mezzo di guerra in una disperazione assoluta.

Eppure, nessuno sembra voler sollevare la questione. Non ci sono grandi manifestazioni a favore dei palestinesi, nessun intellettuale di spicco ha lanciato appelli, e nessun quotidiano europeo ha promosso iniziative di protesta.

L’assenza di mobilitazione appare tanto più stridente se confrontata con l’ampia solidarietà espressa nei confronti dell’Ucraina dopo l’invasione russa del 2022.

Una storia dimenticata e una storia nascosta

Molti cercano di stabilire un parallelismo tra la situazione ucraina e quella palestinese, ma si tratta di un accostamento fallace. I territori occupati in Ucraina – prevalentemente russofoni – sono stati il bersaglio militare del governo di Kyiv ben prima dell’invasione russa, nell’ambito di una guerra civile scarsamente raccontata dai media occidentali.

Proprio per questo, quando si parla di “pace giusta” c’è da considerare che il ritorno ai confini precedenti appare irrealizzabile proprio a causa del conflitto interno che ha preceduto l’intervento di Mosca.

Il caso palestinese è di tutt’altra natura. Israele non solo ha invaso e occupato il territorio, ma ha imposto una segregazione sistematica, accompagnata da episodi di pulizia etnica e – più recentemente – da un tentativo di genocidio.

A Gaza, l’intera popolazione è sotto assedio, privata di diritti fondamentali e sottoposta a bombardamenti continui, in un quadro che va ben oltre le dinamiche di una guerra convenzionale.

L’ipocrisia europea

Di fronte a questa realtà, la risposta dell’Europa è stata di sostanziale complicità con Israele. Non solo non si è levata alcuna voce istituzionale in difesa del popolo palestinese, ma i governi europei hanno spesso giustificato le azioni di Tel Aviv, contribuendo con armi e sostegno politico.

La recente decisione di Friedrich Merz di invitare Benjamin Netanyahu in Germania, nonostante su di lui penda un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, è solo l’ultimo atto di un’ipocrisia consolidata.

Se davvero l’Europa volesse difendere il diritto internazionale e i principi di giustizia, dovrebbe applicare lo stesso metro di giudizio a tutte le situazioni di occupazione e violenza.

Il trattamento riservato alla Palestina dimostra invece che il sostegno ai diritti umani è selettivo e condizionato da interessi geopolitici.

Nel frattempo, a Gaza, la popolazione continua a lottare per la sopravvivenza, ignorata da un mondo che ha scelto di voltarsi dall’altra parte.

Tratto da: Kultur Jam

Silenzio e doppia morale: Palestina e Ucraina di fronte all’Europa
Silenzio e doppia morale: Palestina e Ucraina di fronte all’Europa

IL LEONE DI DIO

a cura di Vincenzo Di Maio

“Io sono il Leone di Dio, non il leone della passione… Non ho alcun desiderio tranne che per l’Uno. Quando arriva un vento di reazione personale, non ci sto. Ci sono molti venti pieni di rabbia, e lussuria e avidità. Spostano la spazzatura in giro, ma la solida montagna della nostra vera natura rimane dove è sempre stata.” ~ Rumi

IL LEONE DI DIO
IL LEONE DI DIO

QUANDO NASCE LA RUSSIA?

Videoconferenza del canale YouTube EVROPANTIQVA, trasmessa online in live streaming il giorno 3 marzo 2022.

La storia della Russia comincia in Scandinavia. È tra l’859 e l’862 d.C. che sono convenzionalmente datati i primi eventi che vedono delle bande di avventurieri norreni, i Variaghi, stabilirsi nella parte settentrionale della Russia Occidentale e porre le basi di quello che sarà il germe del futuro stato russo.

Indipendentemente dalle prime fonti letterarie del mondo slavo, avvolte da un’aura semi-mitica, in realtà il dato archeologico dimostra che la penetrazione di entità provenienti dalla penisola scandinava era cominciata già un secolo prima, dando vita a un complesso fenomeno di sincretismo etnico e culturale.

A partire dal XV secolo le prime battute della storia russa andranno incontro a tutta una serie di processi di revisione interni con diverse finalità propagandistiche, che ne renderanno difficile la ricostruzione e il discernimento dei suoi diversi protagonisti.

In questo filmato si cercherà di portare chiarezza in un quadro altamente caotico e confuso, che tra Variaghi, ‘Rus, Slavi, Finni e Balti, vide la nascita della prima entità statale che portò il nome di “Russia”.

QUANDO NASCE LA RUSSIA?

QUINDICI PUNTI DI SAGGEZZA

di Alejandro Jodorowsky

Oggi domenica è il mio giorno di riposo, che dedico alla ricerca della saggezza.

1. Una pietra mi ha insegnato a meditare.

2. Anche se non lo sai quello che vuoi, Vuoi.

3. Senza credere è impossibile saperlo.

4. Fuori dal reale la bugia è vera.

5. Siamo sogni che sognano.

6. Non credere, conosci.

7. Gelosia? Hai paura che qualcun altro gli dia quello che tu non puoi dargli.

8. Per voler essere solo ciò che vogliamo ci perdiamo lungo la strada.

9. Se versi il miele nell’ombra non sentirti un’ape.

10. Abbi umiltà, riconosci i tuoi valori.

11. Quando soffro non darmi conforto, la tua sofferenza.

12. Nel nostro mondo inventato siamo tutti un’invenzione.

13. Saper ricevere è dare.

14. Facciamolo ora quello che vogliamo essere domani.

15. Qui è sempre in mezzo all’universo.

IO cioè TUTTI gli altri,
Alejandro

QUINDICI PUNTI DI SAGGEZZA
QUINDICI PUNTI DI SAGGEZZA

La società dell’aperitivo e delle serie televisive: un’analisi critica della cultura occidentale contemporanea

di Lelio Antonio Deganutti

L’aperitivo: un rito di evasione?

L’aperitivo, tradizionalmente associato a momenti di convivialità e socializzazione è diventato un rituale onnipresente, un modo per allentare le tensioni quotidiane e cercare un attimo di leggerezza. Tuttavia, ci si può chiedere se questa pratica non sia diventata un mero atto di evasione. In un mondo in cui le pressioni lavorative e le responsabilità quotidiane sono in costante aumento, l’aperitivo ha assunto il ruolo di un rifugio temporaneo ma a quale costo? La convivialità si trasforma facilmente in una routine, che distoglie l’attenzione dalle questioni più serie e dai problemi sociali, contribuendo ad una cultura che evita il confronto con le difficoltà e le complessità della vita.

Le serie televisive: intrattenimento o superficialità?

Le serie televisive, d’altra parte rappresentano un altro aspetto emblematico della cultura contemporanea. Con l’avvento di piattaforme di streaming come Netflix, il consumo di contenuti audiovisivi, è diventato un’attività centrale nella vita quotidiana di milioni di persone. Mentre alcuni programmi offrono narrazioni profonde e stimolanti, molti altri si limitano ad intrattenere senza alcuna sostanza. Questo fenomeno alimenta una cultura dell’immediatezza, in cui la ricerca di emozioni forti e la gratificazione istantanea prevalgono sullo sviluppo di una comprensione critica e profonda delle questioni sociali, politiche e culturali.

La decadenza dell’Occidente

Questa evoluzione culturale può essere interpretata come un segno di decadenza. Se l’Occidente ha una lunga tradizione di riflessione critica, dibattito intellettuale e impegno civico, ora sembra che la società si stia sempre più allontanando da questi valori. L’attenzione si concentra, infatti, su esperienze superficiali e momenti di svago, mentre importanti questioni come l’ineguaglianza sociale, i diritti umani e la sostenibilità ambientale, vengono spesso trascurate. La cultura, che dovrebbe essere un mezzo per stimolare la consapevolezza e l’impegno, rischia di diventare un semplice strumento di distrazione.

Riflessioni finali

In conclusione, la società dell’aperitivo e delle serie televisive, offre una visione inquietante della cultura occidentale contemporanea. Mentre queste pratiche possono sembrare innocue o addirittura positive, è fondamentale interrogarsi sulle loro implicazioni più profonde. La ricerca di piacere immediato e la fuga dalla realtà possono condurre, infatti, ad un impoverimento culturale e ad una disconnessione dalle problematiche che ci circondano. La vera sfida per l’Occidente consiste nel riscoprire il valore di una cultura che non solo intrattiene, ma educa, stimola la riflessione e promuove l’impegno attivo. Solo attraverso un ritorno a valori più profondi e significativi la società può evitare la trappola della decadenza culturale e riconquistare un’identità che celebra la complessità e la ricchezza dell’esperienza umana.

Tratto da: La Tribuna di Roma

La società dell’aperitivo e delle serie televisive: un’analisi critica della cultura occidentale contemporanea
La società dell’aperitivo e delle serie televisive: un’analisi critica della cultura occidentale contemporanea

DIRITTO ALL’IDENTITA’ NAZIONALE

di Vincenzo Di Maio

Per Diritto all’Identità Nazionale intendiamo in primis una opposizione al meticciato di massa che valorizza l’immigrazione qualificata e rigetta l’immigrazione di massa, con particolare riferimento all’immigrazione clandestina proveniente dal continente africano, con cui i popoli europei hanno da condividere soltanto storie di commerci e di guerre antiche che da sempre si sono intrattenute evitando espressamente ogni meticciato nella difesa delle identità etniche, comunitarie e nazionali.

Questo diritto si basa sulla tutela della libertà identitaria che, particolarmente per i popoli d’Europa, permette di tutelarsi dall’accettare guerre sante o lotte popolari di religione. Pertanto, secondo tale criterio, rivendichiamo un ritorno alle origini per tutti i popoli del pianeta Terra, rivolto a riscoprire i primordi comunitari della vita terrestre in cui erano presenti diverse civiltà, culture ed etnie diverse che sono vissute in pace fino alla grande guerra prediluviana di cui portano memoria le sacre religioni tradizionali.

Così in questo modo, rivendichiamo il diritto dei popoli del mondo alla propria autodeterminazione, proprio come allo stesso modo i popoli d’Europa devono redimersi dallo sciogliere questo nodo politico cruciale dei tempi contemporanei, in quanto è messa a repentaglio la stessa vera identità millenaria dei popoli europei. Vi sono molti interessi in campo, delle élites e lobbies che prediligono questo meticciato indotto ma che noi visionari primordiali non possiamo permetterlo, in quanto costringe il futuro delle nostre nazioni in un imbuto inconcepibile.

Pertanto sosteniamo politiche di remigrazione di queste masse di africani che minacciano le nostre coste fingendosi come rifugiati economici che hanno negato le proprie origini nazionali. In questo modo invitiamo anche le nazioni africane a non permettere tali flussi migratori contenendoli attraverso politiche adatte, in collaborazione con le nazioni eurasiatiche ed europee in particolare che, attraverso opere di cooperazione allo sviluppo, permetteranno di valorizzare queste ondate di massa localmente come volani di sviluppo politico, economico e culturale.

DIRITTO ALL'IDENTITA' NAZIONALE
DIRITTO ALL’IDENTITA’ NAZIONALE