LA MEDITAZIONE E’ IL FONDAMENTO DI OGNI RELIGIONE

a cura di Libreria dello Spirito

Le religioni restano ciò che sono. Lo Zen è meditazione. La meditazione è il fondamento di ogni religione. Le persone oggi sentono un intenso bisogno di tornare alla fonte della vita religiosa, alla pura essenza nelle profondità di se stesse che possono scoprire solo sperimentandola realmente.

Hanno anche bisogno di essere in grado di concentrare le loro menti per trovare la più alta saggezza e libertà, che è di natura spirituale, nei loro sforzi per affrontare le influenze di ogni descrizione imposte loro dal loro ambiente.

La sola saggezza umana non è sufficiente, non è completa. Solo la verità universale può fornire la più alta saggezza. Togliete la parola Zen e mettete al suo posto Verità o Ordine dell’Universo.

(Taisen Deshimaru)

LA MEDITAZIONE E' IL FONDAMENTO DI OGNI RELIGIONE
LA MEDITAZIONE E’ IL FONDAMENTO DI OGNI RELIGIONE

L’ARTE DI SOGNARE

a cura di Martino Zeta

“Che cosa accade quando il punto di unione si sposta all’esterno della forma energetica? Se ne sta appeso fuori? Oppure è attaccato alla sfera luminosa?”

“Spinge in fuori i contorni della forma energetica, senza spezzarne i limiti.” […]

Se il punto di unione continua a spostarsi, giunge un momento nel quale il globo luminoso diventa una sottile linea d’energia.

Don Juan continuò a spiegare che gli antichi stegoni erano gli unici a compiere l’impresa della trasformazione della forma energetica; e io gli domandai se, nella loro nuova forma energetica, quegli stregoni fossero ancora uomini.

“Certo che erano ancora uomini” disse. “Ma credo che tu voglia sapere se erano ancora uomini di ragione, persone affidabili. Be’, non proprio.”

“In che cosa erano diversi?”

“Nei loro interessi. Gli sforzi e le preoccupazioni dell’uomo non significavano nulla, per loro. Avevano inoltre un aspetto chiaramente nuovo.”

“Vuoi dire che non sembravano uomini?”

“E’ molto difficile spiegare che cosa avevano di strano quegli stregoni. Certo, avevano un aspetto umano: e quale altro aspetto avrebbero dovuto avere? Tuttavia non erano proprio quello che tu o io ci saremmo aspettato. Eppure, se tu insistessi per farmi dire in che modo fossero diversi, io girerei in tondo come un cane che cerca di afferrarsi la coda.”

“Ne hai mai conosciuto qualcuno. don Juan?”

“Sì, uno.”

“Com’era?”

“Dall’aspetto, si sarebbe detto una persona normale. Ma era il suo comportamento ad essere insolito!”

“In che modo era insolito?”

“Tutto quello che posso dirti è che il comportamento dello stregone che ho conosciuto io era qualcosa al di là di ogni immaginazione. E già è fuorviante ridurre tutto a un’anomalia di comportamento. Invece si tratta di qualcosa che bisogna vedere per apprezzare.”

(Carlos Castaneda – L’arte di sognare)

L'ARTE DI SOGNARE
L’ARTE DI SOGNARE

Germania a picco: il sistema non funziona più e cresce la protesta

di Paolo Cagnoni

7 Ottobre 2024

La Germania sprofonda in un altro periodo di recessione. Il malcontento sociale continua a crescere, con conseguenze dirette sulle dinamiche politiche. Il Paese sta affrontando una delle sue peggiori crisi economiche, con un Pil calcolato in calo per il secondo anno consecutivo.

Le stime di crescita sono state riviste al ribasso: invece di un modesto aumento dello 0,3%, il 2024 si chiuderà con una contrazione del Pil dello 0,2%, aggravando la situazione dopo un analogo calo del 2023. Insomma è un momento sempre più critico per l’economia tedesca. Il Paese guida dell’Eurozona è in crisi e sembra incapace di adattarsi alle nuove dinamiche globali.

Un modello economico in crisi

La doppia recessione è una chiara indicazione che il modello economico tedesco, una volta considerato un esempio di efficienza e crescita, non è più in grado di sostenere il Paese.

L’economia Paese è rimasta ancorata a un modello industriale che fatica a stare al passo con le sfide imposte dalla globalizzazione e dalla concorrenza internazionale, in particolare quella cinese. La dipendenza dalle esportazioni e l’incapacità di diversificare settori strategici come quello energetico stanno mettendo in ginocchio l’economia.

Le difficoltà interne: paura e spostamenti politici

La crisi economica non è solo un problema di numeri. All’interno della Germania cresce il malcontento sociale. La crescita impetuosa dell’estrema destra di Afd è li a dimostrarlo, e lo conferma il successo che stanno ottenendo le formazioni sovraniste di sinistra.

La difficoltà del governo di Scholz nel trovare soluzioni efficaci ha rafforzato i movimenti populisti, creando un clima di insicurezza e divisioni sociali. La popolazione percepisce un Paese che non riesce più a garantire stabilità e benessere economico, alimentando paure e incertezze. Ed è cusioso che ciò avvenga proprio in Germania, principale fautrice delle politiche di austerity che hanno causato tanti problemi soprattutto ai Paesi del Sud Europa.

La sfida cinese e le difficoltà della concorrenza

Una delle sfide principali per la Germania è il confronto con la Cina, le cui politiche hanno cambiato le regole del gioco nella competizione globale. Mentre la Germania rimane legata ai suoi tradizionali settori industriali, la Cina si è affermata come una potenza in grado di competere non solo nei mercati tecnologici, ma anche in quelli manifatturieri, che storicamente erano dominio tedesco. La concorrenza ha messo a nudo le debolezze strutturali dell’economia tedesca, evidenziando la necessità di una trasformazione profonda.

Le prospettive per il futuro

In attesa delle dichiarazioni ufficiali del ministro dell’Economia, Robert Habeck, previste per il 9 ottobre, è chiaro che la Germania ha bisogno di ripensare radicalmente il proprio modello economico.

Se non si intraprendono riforme strutturali che possano adattare il Paese alle nuove sfide globali, la recessione potrebbe diventare una costante per la principale economia europea. E anche le politiche economiche e finanziarie imposte dall’Ue a guida tedesca sono ora in discussione.

Tratto da: The Social Post

Germania a picco: il sistema non funziona più e cresce la protesta
Germania a picco: il sistema non funziona più e cresce la protesta

L’AREA POLITICA DEL DISSENSO IN ITALIA

di Andrea Zhok

In Italia esiste oramai un’ampia fascia di popolazione, che stimo al ribasso intorno al 15%, che aderisce ad una prospettiva politica totalmente incompatibile con le linee governative (italiane ed europee). Questa area politica viene spesso evocata con il termine vago di “area del dissenso”, ma in effetti non è una semplice posizione di diniego dello status quo, ma presenta una batteria di posizioni politiche positive. I critici di quest’area la menzionano spesso anche con l’aggettivo “rossobruna”, aggettivo che ha il grande vantaggio di essere un termine privo di una definizione univoca, il che mette al riparo chi lo usa dallo spiegare quali sarebbero specificamente le contestazioni che vengono mosse.

In questa area si riconoscono persone che aderiscono almeno all’80% delle seguenti tesi:

1) Critica del privilegio della rendita sul lavoro; richiesta di una crescente attenzione al mondo del lavoro e di politiche di sostegno, non meramente assistenziale, a chi vive del proprio lavoro.

2) Rivendicazione di maggiore indipendenza nazionale nella gestione della politica estera, con allentamento dei vincoli dell’Alleanza Atlantica (più o meno netta, più o meno graduale).

3) Rivendicazione di maggiore indipendenza nazionale nella gestione della politica economica e finanziaria, con recupero della sovranità monetaria (più o meno completa, più o meno graduale).

4) Promozione di una prospettiva internazionale multipolare e non unipolare (rifiuto dell’egemonia unilaterale degli USA sulla politica italiana ed europea; rifiuto di una demonizzazione dei paesi sgraditi agli USA come Cina, Russia, Iran, ecc.).

5) Richiesta di una rigorosa regolamentazione dei flussi migratori, che li renda compatibili con le capacità di metabolizzazione della società italiana, sia sul piano economico che culturale.

6) Rifiuto di un’ingerenza “etico-paternalistica” dello stato (o delle istituzioni sovrastatali europee) nella gestione delle relazioni sociali: rifiuto della sostituzione dello stato alla famiglia sul piano educativo, rifiuto del controllo statale sull’informazione accessibile, rifiuto dell’indottrinamento statale sulla pubblica morale (regole del politicamente corretto, imposizione di agende presunte “green”, ecc.), rifiuto di forme di coazione sanitaria (a partire dagli obblighi vaccinali).

7) Sostegno alle politiche famigliari, partendo dal riconoscimento del ruolo insostituibile della famiglia – come luogo della riproduzione biologica e culturale – per il funzionamento di una società (sostegni alla maternità, asili nido accessibili, riduzione delle spinte alla mobilità territoriale per esigenze di lavoro, ecc.).

8 ) Recupero di efficienza e funzionalità del sistema economico attraverso una riduzione dell’eccesso di intermediazione burocratica che affligge tanto il settore pubblico che quello privato. Semplificazioni normative e fiscali nel settore privato; abbattimento della proliferazione di presunti “controlli di qualità” nel settore pubblico, che drenano oramai più risorse dell’erogazione dei servizi primari.

9) Lotta a monopoli ed oligopoli privati nei settori strategici dell’informazione ed editoria, e della finanza. Questi monopoli e oligopoli rappresentano una costante minaccia a qualunque ordinamento che si voglia democratico.

10) Rivendicazione di un ruolo fondativo alla dimensione naturale e alla tradizione storico-culturale, che pur essendo sempre correggibili, non sono mai semplicemente cancellabili come mere contingenze. Rifiuto dell’ideologia woke e di tutte le proposte di estremismo relativista. Rifiuto del principio che ciò che è tecnologicamente fattibile debba essere anche eticamente fattibile (dalle gravidanze surrogate ai “guadagni di funzione” dei virus, ecc.).

11) Richiesta di un ripristino del ruolo formativo primario della scuola e dell’università mirato a produrre cittadini autonomi e non momentanee funzioni di mercato (ritorno ad una scuola di conoscenze – come patrimonio personale da impiegare con libertà; abbandono della focalizzazione sulle “competenze” – come funzioni superficiali di socializzazione conformistica).

12) Ripristino di un sistema sanitario pubblico funzionale, capillare sul territorio, accessibile, con tempi di attesa ridotti; progressivo abbandono del sistema di esternalizzazione privata dei servizi, che scarica sul sistema pubblico le situazioni più onerose ed estrae profitto dalla clientela di più semplice trattazione.

Ora, questi 12 punti potrebbero essere estesi e, naturalmente, potrebbero essere ampiamente articolati, giustificati, motivati nei dettagli, ma ciò che conta è che non rappresentano un’accozzaglia di temi casuali ed incoerenti, bensì un sistema di richieste, proposte e rivendicazioni internamente coerente, dove ogni voce può essere sostenuta a partire da una voce differente, e in continuità con essa.

Si potrebbe pensare che, dato questo patrimonio di convinzioni politiche condiviso, una forza politica rappresentativa dovrebbe aver gioco facile ad emergere.

Non è ciò che sta accadendo.

Allo stato dell’arte quel 15%, almeno, di popolazione che è già sostanzialmente in linea con queste idee non ha alcuna rappresentanza politica nelle istituzioni.

In parte quest’area consiste di soggetti depoliticizzati, scottati da precedenti esperienze, che vagheggiano un qualche Armageddon che metterà le cose a posto (e l’Armageddon non può certo essere escluso, ma l’esperienza storica dice che, comunque, “le cose a posto” poi non ci vanno da sole, ma sono guidate da chi è pronto).

In parte quest’area consiste di una pluralità di microorganizzazioni, tendenzialmente autoreferenziali e mutuamente ostili. Lo spettacolo, triste, anzi francamente indecoroso, cui si assiste costantemente è quello per cui finché Tizio presenta una delle idee di cui sopra, esse vengono applaudite, nell’istante in cui Tizio si profila a sostegno del gruppo X, esso viene immediatamente ostracizzato come inaffidabile dai membri dei gruppi Y, Z, Q, ecc.

È ovvio che questo spezzettamento settario e autoreferenziale garantisce sogni tranquilli all’establishment nei secoli dei secoli.

Che fare, dunque, se si ritiene che quel coacervo di idee debba avere una rappresentanza politica fattiva?

Come base minima per invertire questa tendenza distruttiva e inconcludente vedo almeno la necessità di far passare due atteggiamenti.

Il primo è un atteggiamento che riguarda la base umana diffusa (grassroots) di quest’area. Bisogna abbandonare quella forma di pensiero magico per cui basta aver messo i like giusti sui social e la rivoluzione è mezza fatta. Senza un’attivazione personale che esca dalla porta, e veda altre persone, e provi ad organizzarsi con esse per fare anche una sola cosa, niente può cambiare. Accadrà inesorabilmente, come accade sempre, che molti di questi sforzi organizzativi, partiti in nuce, movimenti, associazioni culturali, ecc. si risolveranno in fuochi di paglia, in avventure effimere. Ma i contatti presi, l’esercizio fatto nell’organizzare e organizzarsi, questi restano e sono un primario capitale politico.

Il secondo concerne i vertici protempore di queste organizzazioni, che devono abbandonare la pretesa di essere tutti la reincarnazione di Lenin – che con mano sicura e ortodossia inossidabile guida le truppe alla conquista del Palazzo d’Inverno. Al di là del fatto che questo è un rivoluzionario da cartolina, mai davvero esistito, comunque la fase storica è agli antipodi di ciò che favorirebbe un “nucleo ferreo di rivoluzionari di professione”. Chiunque si assuma l’onere e l’onore di una leadership in assenza di un’organizzazione strutturata deve avere la generosità di pensare alla propria “creatura” come a qualcosa di nato per sciogliersi in qualcosa di maggiore, non appena ve ne sia l’occasione. E deve proporsi come tale. Metaforicamente parlando, deve pensarsi come il costituirsi provvisorio di una compagnia di ventura, pronta a sciogliersi in un esercito a venire.

Invece queste due forme di frammentazione – di individui separati in attesa che la rivoluzione suoni al loro campanello, e di gruppetti separati che si disprezzano reciprocamente (e che fanno sfoggio di questo disprezzo) – rappresentano un fallimento politico epocale.

L'AREA POLITICA DEL DISSENSO IN ITALIA
L’AREA POLITICA DEL DISSENSO IN ITALIA

L’uso propagandistico del termine ‘antisemita’: una parola svuotata di significato

di Zela Satti

3 Novembre 2024

Negli ultimi anni, l’accusa di antisemitismo è stata impiegata come arma retorica per screditare chiunque critichi le azioni del governo israeliano o metta in discussione il razzismo percepito in alcune politiche dello Stato di Israele.

L’uso propagandistico del termine ‘antisemita’

Dopo il ‘7 0ttobre‘, con la vendetta sanguinaria del governo Netanyahu contro i palestinesi, che ha fatto già oltre 40mila morti, l’utilizzo continuo del termine ‘antisemita‘ ha portato a un indebolimento e svuotamento del termine stesso, che, da indicare una forma di odio e discriminazione verso il popolo ebraico, è diventato un mezzo per mettere a tacere qualsiasi critica legittima.

Un esempio emblematico di questa dinamica si è verificato quando il primo ministro israeliano ha definito l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una “palude antisemita” durante un suo discorso.

Questa dichiarazione ha ribadito il punto: usare l’accusa di antisemitismo per screditare non solo i critici delle politiche israeliane, ma anche chi condanna le violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele.

Si tratta di una palese distorsione del concetto, che perde il suo valore originario e viene ridotto a una mera arma ideologica. Il termine diventa una giustificazione per la violenza e la repressione.

La critica mossa dai delegati del Sud globale, che hanno abbandonato l’aula dell’ONU mentre Netanyahu parlava, non era rivolta alla religione ebraica in sé, né al popolo ebraico come collettività, ma al sistema di oppressione e violenza perpetuato da Israele.

I delegati hanno sottolineato che “tutti gli uomini sono uguali”, rifiutando l’idea che esistano popoli eletti o privilegiati, mentre altre religioni e culture possono essere tranquillamente criticate o derise senza incorrere in accuse simili.

Questa disparità porta a una polarizzazione del dibattito, dove il termine “antisemita” diventa un ostacolo alla discussione aperta e onesta.

Un’etica universale o un’etica di eccezione?

Si può davvero criticare una cultura o una religione che si basa su concetti come la trasmissione attraverso il sangue o il concetto di “popolo eletto”?

Il cristianesimo ha superato questa visione con un’ottica universalistica, abbracciando l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. In questo senso, chi critica la visione etnica o religiosa dello Stato di Israele non lo fa necessariamente per odio verso gli ebrei, ma piuttosto per sostenere un’etica universale, contraria a qualsiasi forma di suprematismo.

L’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo, in questo contesto, diventa un mezzo per proteggere una visione del mondo che si basa sulla superiorità e sulla separazione, piuttosto che sull’uguaglianza. Giustifica la violenza e la discriminazione in nome di una presunta elezione divina.

Verso una decostruzione del concetto di antisemitismo

Ci troviamo davanti alla necessità di decostruire non solo le tradizioni oppressive dell’Occidente, ma anche quelle legate alla cultura ebraica. Mentre l’Occidente ha intrapreso – almeno formalmente – un processo di autocritica e di decostruzione delle sue ideologie violente e razziste, non si può dire lo stesso per quanto riguarda la tradizione ebraica, particolarmente in relazione all’uso del concetto di “popolo eletto” e alla giustificazione delle politiche di Israele.

In questo senso, il rifiuto di ascoltare Netanyahu da parte di molte delegazioni del Sud globale non è stato un atto di antisemitismo, ma un gesto di opposizione contro il suprematismo e il razzismo che percepiscono nelle politiche israeliane.

La battaglia per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani è una battaglia che non ammette compromessi, e che il tentativo di etichettare come antisemiti coloro che si oppongono all’ingiustizia e alla violenza rappresenta un tentativo di distogliere l’attenzione dalle vere questioni di oppressione.

Tratto da: KulturJam

L’uso propagandistico del termine ‘antisemita’: una parola svuotata di significato
L’uso propagandistico del termine ‘antisemita’: una parola svuotata di significato

L’antropologo Emmanuel Todd e il suo libro controverso: «Non sono filorusso, ma se l’Ucraina perde la guerra a vincere è l’Europa»

di Daniele Labanti

7 ottobre 2024

Esce la traduzione italiana del libro dello studioso francese accusato di posizioni vicine a Putin.

Esce per Fazi l’edizione italiana del volume La sconfitta dell’Occidente di Emmanuel Todd, pubblicato in Francia da Gallimard. Il libro ha scatenato un vespaio di critiche verso l’antropologo francese, accusato da un decennio di tenere posizioni filo-putiniane. Todd sarà alle Librerie.coop Ambasciatori martedì, per presentare il volume in dialogo con Carlo Galli.

Professor Todd, in Francia è stato scritto che lei vuole «far passare i suoi sogni per realtà» e che ciò che afferma non ha basi scientifiche. Che cosa risponde?
«La questione non è sapere cosa scrive di me la stampa francese, ma conoscere i fatti che la storia attuale rivela. Il fatto è che gli Stati Uniti non sono stati in grado di produrre l’equipaggiamento militare di cui gli ucraini hanno bisogno, perché è un dato di fatto che il potere della loro industria è stato prosciugato dalla finanziarizzazione. È un dato di fatto che l’esercito ucraino è in ritirata ed è un dato di fatto che fatica a reclutare soldati. È un dato di fatto che le sanzioni economiche occidentali hanno fatto più danni all’economia europea che a quella russa ed è anche un fatto che la stabilità politica della Francia è oggi più minacciata di quella della Russia. La ristrutturazione dell’economia russa è stata resa possibile dal fatto che questo paese produce più ingegneri degli Stati Uniti e dal fatto che i paesi che non sono alleati o sudditi degli Stati Uniti hanno continuato a commerciare con la Russia. I commenti di buona parte della stampa francese sui miei sogni — “Le Monde”, “Libération”, “L’Express” etc. — suggeriscono che è lei che vive in un sogno. Il successo del mio libro in Francia suggerisce anche il fatto che questa stampa non è sempre presa sul serio dai francesi».

Tuttavia, il volume si basa sulle sue teorie sul nichilismo e la decadenza religiosa in Europa. Ci può presentare il loro significato?
«Sono scomparse le ultime tracce dell’impianto sociale e morale di origine religiosa. È stato raggiunto lo stato zero della religione. L’assenza di credenze, norme e abitudini di carattere o origine religiosa, lascia però l’angoscia di essere un uomo, mortale, e che non sa cosa fa sulla terra. La reazione più banale a questo vuoto è la divinizzazione del vuoto: il nichilismo, che porta all’impulso di distruggere le cose, le persone e la realtà. Un sintomo centrale di ciò per me è l’ideologia transgender che porta le nostre classi medio-alte a voler credere che un uomo possa diventare una donna e una donna un uomo. Questa è un’affermazione del falso. La biologia del codice genetico ci dice che questo è impossibile. Parlo qui da antropologo, da studioso, e non da moralista. Dobbiamo proteggere gli individui che pensano di appartenere a un genere diverso dal proprio. Per quanto riguarda la parte LGB dell’ideologia LGBT (lesbismo, omosessualità maschile e bisessualità), queste sono preferenze sessuali che hanno la mia benedizione. È anche sorprendente ma significativo che, accettando l’inflessibilità del codice genetico, la scienza e la Chiesa siano oggi dalla stessa parte. Contro l’affermazione nichilistica del falso».

Lei sostiene che l’Europa abbia delegato la rappresentanza dell’Occidente agli Stati Uniti e ora ne paga le conseguenze. Come pensa che si possa cambiare questa tendenza?
«Allo stato attuale non possiamo fare altro. È iniziata una guerra. È l’esito di questa guerra che deciderà il destino dell’Europa. Se la Russia venisse sconfitta in Ucraina, la sottomissione europea agli americani si prolungherebbe per un secolo. Se, come credo, gli Stati Uniti verranno sconfitti, la Nato si disintegrerà e l’Europa sarà lasciata libera. Ancora più importante di una vittoria russa sarà l’arresto dell’esercito russo sul Dnepr e la mancanza di volontà del regime di Putin di attaccare militarmente l’Europa occidentale. Con 144 milioni di abitanti, una popolazione in calo e 17 milioni di kmq, lo Stato russo fa già fatica ad occupare il suo territorio. La Russia non avrà né i mezzi né il desiderio di espandersi, una volta ricostituiti i confini della Russia pre-comunista. L’isteria russofobica occidentale, che fantastica sul desiderio di espansione russa in Europa, è semplicemente ridicola per uno storico serio. Lo choc psicologico che attende gli europei sarà quello di comprendere che la Nato non esiste per proteggerci ma per controllarci».

Pensa che l’Europa abbia fatto l’ultimo passo verso questa subordinazione durante i conflitti nei Balcani, e soprattutto con la questione del Kosovo?
«No, è partito tutto in Ucraina. Durante la guerra in Iraq, dopo il Kosovo, Putin, Schröder e Chirac hanno tenuto conferenze stampa congiunte. Questo terrorizzava Washington. Sembrava che l’America potesse essere espulsa dal continente europeo. La separazione della Russia dalla Germania divenne quindi una priorità per gli strateghi americani. Peggiorare la situazione in Ucraina è servito a questo scopo. Costringere i russi ad entrare in guerra per impedire l’integrazione di fatto dell’Ucraina nella Nato è stato, inizialmente, un grande successo diplomatico per Washington. Lo choc della guerra paralizzò la Germania e permise agli americani, nella generale confusione, di far saltare in aria il gasdotto Nordstream, simbolo dell’intesa economica tra Germania e Russia. Ovviamente, in una seconda fase, quella della sconfitta americana, il controllo americano sull’Europa sarà polverizzato. Germania e Russia si incontreranno di nuovo. Questo conflitto è in un certo senso artificiale. La cosa naturale, in un’Europa a bassa fertilità, con la sua popolazione che invecchia, è la complementarità tra l’industria tedesca e le risorse energetiche e minerarie russe».

Perché assume una posizione filo-russa riguardo alla guerra in Ucraina e vede questo conflitto come un esempio della fine dell’Occidente?
«Sono uno storico obiettivo. Voglio capire perché noi occidentali abbiamo provocato questa guerra e l’abbiamo persa, e con questa sconfitta abbiamo anche perso la presa sul mondo. Non sono filo-russo. Ma leggo i testi di Putin e Lavrov e penso di comprendere i loro obiettivi e la loro logica. Se i nostri leader avessero preso più sul serio i ricercatori come me e alcuni altri, non ci avrebbero portato a un simile disastro. Un Putinofobo intelligente potrebbe usare il mio libro per combattere la Russia. D’altra parte, quando un giornale come “Le Monde” nasconde ai suoi lettori – le élite francesi – la ripresa economica e sociale della Russia, come ha fatto, disinforma i nostri leader sulla stabilità e il potere russo e serve Putin».

Lei introduce i concetti di «oligarchia liberale» per molti stati europei e di «democrazia autoritaria» per la Russia. In quale sistema preferirebbe vivere?
«L’oligarchia liberale non rappresenta per me un problema pratico. Non dimenticare che sono nato nell’establishment intellettuale francese. Mio nonno Paul Nizan pubblicava con Gallimard prima della guerra e aveva Raymond Aron come testimone di nozze. Sua moglie, mia nonna Henriette, era cugina di Claude Lévi-Strauss. Mio padre Olivier Todd era un grande giornalista del “Nouvel Observateur”. Fondamentalmente sono solo un membro dissidente dell’oligarchia intellettuale. Inoltre, amo appassionatamente il mio paese, la Francia, e vivrò lì finché il regime non sarà fascista o razzista, e non dovrò diventare un rifugiato politico. Se diventassi un rifugiato politico, non andrei negli Stati Uniti come era tradizione nella mia famiglia, perché stanno precipitando in qualcosa di peggio dell’oligarchia liberale, del nichilismo. Non ho gusto per la barbarie, sono troppo culturalmente conformista, troppo educato come dicono in francese. Penso che andrei in Italia, perché lì è tutto bello, o in Svizzera perché parte del paese parla francese. Cosa farei in Russia?».

Tratto da: Corriere di Bologna

L'antropologo Emmanuel Todd e il suo libro controverso: «Non sono filorusso, ma se l’Ucraina perde la guerra a vincere è l’Europa»
L’antropologo Emmanuel Todd e il suo libro controverso: «Non sono filorusso, ma se l’Ucraina perde la guerra a vincere è l’Europa»

MELKIZEDEK IL RE SACERDOTE

di Silviana Vernazza

Figura misteriosa ed emblematica quella di Melkisedek. Egli insegna il superamento del dualismo materiale per raggiungere un’androginia spirituale. Egli è il Sacerdote che celebra le nozze alchemiche fra la sposa interiore e lo sposo interiore dell’iniziato. Egli è custode della Sacra fiamma. In questo ruolo esprime il lato femminile di Dio. È pastore delle anime, Re e Sacerdote in eterno. Il suo nome inizia con il suffisso Mel- che in greco significa nero. È assenza di ogni colore. Non è sintesi di tutti i colori del mondo, come il bianco, bensì assenza… ciò significa che ha abbandonato tutti i colori per trascenderli. Cosi devono fare i figli di Dio: abbandonare ciò che colora la loro personalità, per tornare al Padre senza alcuna caratteristica mondana. Si presenteranno al Padre spogli di ogni orpello.

MELKIZEDEK IL RE SACERDOTE
MELKIZEDEK IL RE SACERDOTE

L’ORDINE DI MELKIZEDEK

di Musa Mnemosine

Il segreto Ordine di Melquisedec non potrà apparire mai nel mondo fisico finché l’umanità è costituita di accordo col suo presente schema.

È la suprema Scuola di Misteri,

e solo pochi hanno raggiunto quello punto in che si sono uniti le sue nature umana e divina tanto perfettamente che sono arrivati ad essere simbolicamente bicefali.

Bisogna ottenere il perfetto equilibrio del cuore e della mente prima che il vero pensare o la vera spiritualità possano essere riusciti.

La funzione più elevata della mente è la ragione; la funzione più elevata del cuore è l’istituzione.

Un processo sensitivo non ha bisogno del lavoro normale della mente.

La ragione sola è fredda; il sentimento solo non ha ragione, ma insieme entrambi moderano la giustizia con la povertà e la benevolenza con la forza.

Lo spirito non è maschile né femminile, bensì entrambe le cose contemporaneamente: un’entità androgina.

La manifestazione perfetta dello spirito androgino deve succedere attraverso un corpo androgino che si generi a sé stesso.

Ma molti milioni di anni dovranno passare prima che la razza umana impari sufficientemente bene le lezioni di polarizzazione come per assumere questa nuova natura con intelligenza.

Quello giorno tutto sarà completo per sé stesso. L’intendimento sarà maturo e sarà di tale profondità ed ampiezza che non potrebbe manifestarsi isolatamente in un organismo maschile o femminile. Tale è il mistero del re-sacerdote e tale fu la posizione che Gesù raggiunse quando fu chiamato per sempre sacerdote secondo l’Ordine di Melquisedec.

L'ORDINE DI MELKIZEDEK
L’ORDINE DI MELKIZEDEK

TOGLIERE LE ILLUSIONI

di Mario Sommella

Quando si giungerà a comprendere in sé in modo ineluttabile che tutto è impermanente, transitorio, illusorio, ogni fenomeno mentale o reale, al quale siamo partecipi non “permane”, è soggetto a evoluzione, a distruzione, si modifica continuamente e non ha consistenza nel tempo, tutti gli attaccamenti di qualsiasi genere si dissolveranno..

quello che rimarrà è finalmente la Pace.

TOGLIERE LE ILLUSIONI
TOGLIERE LE ILLUSIONI