Il Buddismo e il Confucianesimo sono senza dubbio i due più importanti e diffusi insegnamenti dell’oriente. Tra di essi vi sono molte similitudini ma anche rilevanti differenze. Vediamone alcune.
SIMILITUDINI:
Valore della conoscenza: sia il buddismo che il confucianesimo danno enfasi all’importanza della conoscenza per raggiungere l’illuminazione o la saggezza.
Il tempo di origine: entrambe sono nate nel sesto secolo a.C.
Etica: entrambi i sistemi di pensiero pongono un’attenzione particolare sull’etica e sulla moralità, incoraggiando ad agire in modo responsabile e secondo una serie di principi ben definiti.
Non-teismo: sebbene sia il buddismo che il confucianesimo possano essere considerati religioni, non vi è un’adorazione di un essere supremo nella pratica di queste due filosofie, entrambe sono filosofie pragmatiche. Il Buddha stesso ha confutato l’argomento teistico secondo cui l’universo è stato creato da un Dio autocosciente e personale. In realtà nel Confucianesimo esistono divinità. Sono venerati: il Dio del Cielo, il Dio della terra, il Dio dei boschi, il Dio dei mari, il Dio dei fiumi, ma non assumono una importanza centrale nella pratica.
Sofferenza e dolore: il buddismo e il confucianesimo riconoscono la presenza della sofferenza e del dolore nella vita umana, e cercano di fornire una guida pratica per superarli.
Ricerca della pace interiore: sia il buddismo che il confucianesimo incoraggiano la ricerca della pace interiore e della felicità, attraverso la meditazione, la compassione e l’empatia.
Armonia: entrambi i sistemi di pensiero vedono la realizzazione dell’armonia come obiettivo importante per la vita umana, incorporando questo concetto in molti aspetti del pensiero e della pratica.
Il rapporto con le altre religioni: Sia il buddismo che il confucianesimo sono neutrali verso le altre religioni, non mirano ad imporsi su queste e non vedono alcuna contraddizione nel seguire un’altra religione.
DIVERGENZE:
Il luogo di origine: l’India per il Buddismo e la Cina per il Confucianesimo.
La lingua ufficiale: il pali e il sanscrito nel Buddismo, il mandarino o il cantonese per il confucianesimo (oltre che il giapponese, il coreano e il vietnamita nei rispettivi stati).
La reincarnazione (rinascita): nel Buddismo è un concetto centrale: si cerca di rompere il ciclo del samsara per raggiungere l’illuminazione. Il concetto di reincarnazione non è invece presente nel confucianesimo. Confucio credeva nella necessità di vivere bene la vita presente e di coltivare la virtù, piuttosto che concentrarsi su ciò che potrebbe accadere dopo la morte. Inoltre, il confucianesimo si concentra sull’importanza del rispetto per gli antenati, ma questo non significa necessariamente credere in un ciclo di reincarnazione. Infine, è una filosofia che riconosce la morte come parte naturale del ciclo della vita e incoraggia le persone a prepararsi adeguatamente per questo evento attraverso la riflessione, la meditazione e l’apprendimento.
Status delle donne: parità assoluta nel buddismo, inferiorità sociale rispetto agli uomini nel confucianesimo. Nel confucianesimo, le donne sono generalmente considerate inferiori agli uomini e la loro importanza è basata sulla loro relazione con gli uomini nella famiglia e nella società. I tre doveri che dimostrano la sottomissione della donna rispetto all’uomo sono: non ribellarsi; essere diligente e degna di continuare la discendenza del marito. Tuttavia, Confucio stesso ha dato grande importanza all’educazione delle donne, perché credeva che una donna istruita avrebbe potuto essere una buona madre e quindi avrebbe avuto una grande influenza sulla società. Nel corso della storia cinese, ci sono state alcune donne di grande potere e influenza, come l’imperatrice Wu Zetian, ma il loro status rimaneva comunque limitato dalla società patriarcale in cui vivevano. Oggi, molte donne cinesi lottano per superare queste barriere di genere e per raggiungere la parità con gli uomini nella società e nella politica.
Gli obbiettivi: L’obbiettivo principale del buddismo è eliminare la sofferenza attraverso l’illuminazione ed il raggiungimento della pace interiore, ossia il Nirvana. Il Confucianesimo, consistendo in un complesso di insegnamenti a carattere prevalentemente etico e morale, è finalizzato piuttosto alla creazione di una società giusta e armoniosa attraverso l’osservanza di principi etici.
“Credo alla reincarnazione. Quando una energia entra nel feto di una donna, comincia la vita. E io ricordo perfettamente la mia entrata”.
“In cosa credo? Nelle forze del bene e del male, nel bisogno dell’anima di sollevarsi oltre le ombre, credo nella reincarnazione, nella conoscenza”.
“… ho anche vividi e forti ricordi delle mie vite precedenti. Ma questo non significa rinnegare la religione cristiana nel cui ambito culturale naturalmente mi sono formato essendo nato in Italia e in una famiglia cattolica. Non si tratta di un tradimento, perché i due credi religiosi sono complementari tra loro e si intersecano senza esclusione”.
«Per capire i mondi paralleli e gli scenari che raccontava Giordano Bruno nel ‘500 abbiamo dovuto aspettare che arrivasse Einstein a illuminarci. Così è per l’aldilà. La morte e la reincarnazione sono fenomeni impossibili da capire? Solo perché noi siamo esseri inferiori che vivono in una cantina anziché in un Impero».
«Come scrisse Rumi: “Io non sono musulmano, né induista né cattolico. Non credo né al cielo né alla terra”. Dopo un certo numero di esistenze (credo nella reincarnazione) si spera di entrare nel mondo del non ritorno».
Le domande esistenziali a 7 anni.
«Sì. Questo significa che venivo da una reincarnazione precedente. Era impossibile, sennò».
In Testamento il tema della reincarnazione punta di sfuggita a quella che suona come una frecciata all’ortodossia cattolica:
«È vero, in una strofa canto che “Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione”, ma sia chiaro: non mi invento nulla. È anzi un argomento che nei Vangeli viene trattato in maniera limpida e tutt’altro che sibillina. Mi è capitato persino di discuterne con dei prelati ma la loro reazione solitamente è: “Sono temi delicati”. Delicati? Ma insomma, basta saper leggere!».
«Questo disco (Apriti Sesamo) viene da zone più alte delle mie, sono un mezzo fra chi crede nella morte e chi nella reincarnazione che avverrà secondo i propri comportamenti. Se leggi Platone, scopri che lui e i tibetani dicono la stessa cosa. Nel 1970 ho cominciato a meditare con veemenza selvaggia, nei mesi e negli anni ho scoperto che avrei potuto fare un viaggio all’interno del mio corpo. Per “Testamento“, tra l’altro, mi sono alzato a scrivere alle 3 di notte: mi era venuta un’idea. Di solito non lo faccio, mi giro dall’altra parte».
«Ad un incontro con giovani sacerdoti cui ero stato invitato, si presentarono anche tre monsignori. “Lo sapete che Cristo nei Vangeli ufficiali parla di reincarnazione?” chiesi. E loro: “Sono cose delicate”. Anche un cardinale con cui viaggiavo in aereo mi commentò “E’ vero, ma son cose allegoriche”. In realtà Cristo dice “Rinascerete nel ventre di una donna”. È allegoria, questa?».
«Assenza di tempo e di spazio / Nulla si crea, tutto si trasforma (…) La vita non finisce / È come il sogno / La nascita è come il risveglio / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora.» (da Torneremo ancora, 2019)
” Shakti è la creatrice e Shiva è il testimone dell’intero gioco, così nel Tantra la donna riveste il ruolo di guru e l’uomo quello di discepolo.
La tradizione tantrica, in effetti, viene tramandata all’uomo dalla donna.
Nella pratica tantrica la donna è l’iniziatrice.
È solo per mezzo del suo potere che ha luogo l’atto di maithuna.
Tutti i preliminari sono compiuti da lei.
Lei pone il segno sulla fronte dell’uomo e lo istruisce su dove meditare.
Generalmente, quando un uomo guarda una donna, si sente invadere dalla passione, ma questo non dovrebbe accadere durante maithuna.
Lei deve essere in grado di risvegliarlo.
Poi, al momento giusto, lei deve creare bindu, così che lui possa praticare vajroli.
Se l’uomo perde il suo bindu, significa che la donna non è riuscita a svolgere i suoi compiti correttamente.
Nel Tantra si dice che Shiva è incapace senza Shakti.
Shakti è la sacerdotessa.
Egli dovrebbe vederla come la Madre Divina, Devi, ed avvicinarsi a lei con una disposizione d’animo di devozione e arrendevolezza, non con bramosìa.
Secondo la concezione tantrica, le donne sono più dotate di qualità spirituali e sarebbe cosa saggia se fosse loro concesso di assumere posizioni più elevate nella società.
Allora, in tutte le sfere della vita, vi sarebbe più bellezza, più compassione, più amore e comprensione.”
Non mi piace, troppo comodo, benestante e borghese per guardare con ambedue gli occhi nell’Abisso o nei Cieli Profondi. Preferisce origliare.
E farsi bello con una sapienza che non gli appartiene.
Ciò non toglie che possa gustare qualche sua riga. Come queste:
“Le leggi della psicologia dicono che quando una situazione interiore non diviene parte del conscio, allora si manifesta esteriormente come destino.
Ciò significa che quando l’individuo rimane integro e non è consapevole delle sue contraddizioni interiori, allora il mondo, per forza, dev’essere il teatro del suo conflitto, dilaniandosi in due metà contrapposte.”
Kongzi, il “Maestro Kong”, che nacque 2500 anni fa in una Cina frammentata, si propose di restaurare l’ordine prendendo come modelli antichi sovrani ed educando gli uomini a praticare la virtù.
A volte le storie delle diverse parti dell’Eurasia convergono in un punto prima di separarsi nuovamente per seguire ognuna il proprio cammino. Il passaggio dal VI al V secolo a.C. fu uno di quei momenti. Culture molto diverse tra di loro raggiunsero la maturità e plasmarono le loro tradizioni in opere decisive: la Torah ebraica si stabiliva nel Vicino Oriente mentre il zoroastrismo lo faceva in Persia; I filosofi presocratici scuotevano la Grecia mentre in India Mahavira fondava il giainismo e Budda elaborava un sistema per eliminare la sofferenza. E ancora oltre, in Cina, Confucio e Laozi riflettevano sulla relazione delle persone con la società.
Confucio nacque in un’epoca convulsa. I re della dinastia Zhou, al potere dagli inizi del primo millennio a.C., mantenevano un potere puramente formale mentre molteplici staterelli si ripartivano il territorio e combattevano ferocemente per aumentare i propri domini. I principi di turno assegnavano i loro governi all’incapace aristocrazia locale. In un tentativo di reclutare nuovi talenti, iniziarono a contare sempre più sul gruppo di funzionari minori procedenti dalla piccola nobiltà e cercarono di attrarre alla loro corte consiglieri efficienti che gli permettessero d’imporsi ai rivali.
Un’origine poco celebre
Confucio nacque nel 551 a.C. nel piccolo stato di Lu della provincia dello Shandong. La sua famiglia, di scarse risorse economiche, era emigrata dal vicino stato di Song, e apparteneva a quella nobiltà minore che poteva aspirare unicamente a incarichi di livello medio o basso. Con la morte del padre, quando lui era piccolo, la famiglia sprofondò nella povertà. A quindici anni, secondo quanto lui stesso raccontò, iniziò a studiare intensamente e ottenne qualche incarico minore come custode di fienili e responsabile di pascoli pubblici; doveva essere bravo a far i conti visto che entrambe le imprese prosperano. Nonostante la tradizione gli attribuisca anche i ruoli di ministro dei lavori pubblici e di ministro della giustizia, nessuno conferma quest’informazione.
Dato che nel suo stato, quello di Lu, non aveva grande successo, si recò negli stati vicini per offrisi come consigliere. Le sue opinioni, però, irritavano o sconcertavano le persone che gliele chiedevano. Al principe che si vantava del fatto che nel suo regno tutti lo amavano, per esempio, lui disse che questa non era una cosa positiva, perché la cosa buona è che ti amino i buoni e ti odino i cattivi. Quando un altro principe gli chiese cosa doveva fare, lui gli rispose che la prima cosa era rettificare i nomi. Quando l’altro domandò a cosa si riferisse, Confucio chiarì: che il governante faccia il governante, il ministro il ministro, il padre il padre e il figlio il figlio. Ovvero, che tutti rispettino i propri doveri e le proprie responsabilità. Tuttavia i principi che Confucio ammoniva non lo capivano né lo ascoltavano: loro parlavano di politica e lui, invece, di etica. Quindi, lo mandavano praticamente sempre via.
Indubbiamente Confucio andava in giro con una comitiva particolare: lui sulla carrozza suonava la cetra e cantava mentre un numero crescente di discepoli lo seguivano sui propri calessi. Confucio non smise mai di riflettere sulle questioni d’interesse pubblico, convinto com’era del fatto che solo vivendo in società le persone potessero diventare esseri umani completi. Alla fine, quand’era già avanti negli anni, tornò allo stato di Lu e si dedicò all’insegnamento, occupazione che fece di lui il primo maestro della Cina, cosa in quell’epoca non solo insolita ma anche stravagante.
Meglio l’etica che le leggi
Se lui personalmente non ottenne nessuna ricompensa per il suo lavoro, molti dei suoi numerosi discepoli – tremila, dei quali settantadue considerati eminenti dal maestro – occuparono gli incarichi più alti in vari stati cinesi dell’epoca. Confucio morì a settantatré anni, nel 479 a.C., e i suoi seguaci misero insieme i suoi pensieri nei Dialoghi o Analecta (Lunyu, in cinese), anche se vari testi lì riuniti corrispondono a un periodo posteriore [e sono quindi da attribuire ai suoi discepoli]. Di lui rimane questo libro e alcuni dati che raccolse, oltre tre secoli dopo, Sima Qian, il primo storico cinese. La figura reale del maestro riesce a malapena a dissipare la nebbia che la avvolge ed è praticamente impossibile separare l’uomo dal mito.
Quasi tutte le culture delineano un’utopia verso la quale incamminarsi. Quella di Confucio, però, era un’utopia retrospettiva, centrata nell’antica dinastia Zhou: una società ideale governata da uomini dalla condotta esemplare che servivano da modello a tutti gli altri. Lui sentiva un’ammirazione sconfinata per le glorie passate della Cina e aveva una passione inestinguibile per la sua figura centrale, il duca di Zhou, che ricordava sempre nei suoi discorsi. «Come sono caduto in basso! – disse una volta. – È da tanto che non sogno il duca di Zhou!». La sua meta era una società retta dall’etica e che non avesse bisogno di leggi per raggiungere l’armonia sociale. E lo strumento decisivo per arrivare all’utopia era lo studio.
Così iniziano i Dialoghi: «Studiare e, giunto il momento opportuno, mettere in pratica quanto studiato, non è anch’essa una forma di felicità?». Tuttavia studiare non era una cosa facile. Esistevano testi canonici importanti, come il Classico della storia, il Classico della poesia e il Classico dei riti: c’era chi li sapeva recitare a memoria, ma conoscerli non era requisito necessario per occupare nessun incarico. L’accesso al potere era aristocratico, e pochissimi dei principi erano esperti di poemi e storie antiche. Confucio invece ottenne dai classici un impulso etico rinnovatore e si dedicò a selezionarli e a editarli, consacrandogli uno studio appassionato, di cui era orgoglioso.
Educare sembrava un’occupazione tanto innovativa quanto inoffensiva. Il modo in cui insegnava il maestro, però, cambiò ogni cosa. Profondamente convinto che gli uomini fossero per loro stessa natura tutti molto simili tra di loro – anche se ciò che uno impara lo allontana poi molto dagli altri – Confucio accettò di insegnare a chiunque glielo chiedesse, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.
Cosa insegnava Confucio? Parlava spesso del Classico della poesia e del Classico della storia, ma questo non vuol dire che si trattasse di un’educazione libresca. Era piuttosto un’educazione globale, che insegnava alle persone giovani a rispettare i genitori in casa e gli anziani fuori da casa; a parlare poco e a essere affidabili e a riservare la propria amicizia solo a chi fosse dotato di un’umanità autentica. C’erano temi che Confucio non voleva trattare: l’esercito, le gesta militari, gli atti di violenza e la religione rimasero fuori dal suo insegnamento. Egli credeva che la saggezza consistesse nel dedicarsi intensamente agli obblighi rispetto all’umanità.
La preparazione dei dirigenti
Ciò che emoziona dei Dialoghi è la sensibilità educativa di Confucio. Egli sapeva bene quant’è difficile studiare, ovvero correre dietro a qualcosa che ci scappa con la paura di perdere ciò che si è già raggiunto. Era molto severo coi suoi studenti: detestava che fossero d’accordo con tutto quello che lui diceva; ripeteva sempre che imparare senza pensare è inutile, mentre pensare senza imparare è pericoloso e li incitava a prendere decisioni con prontezza.
Quest’impazienza del maestro è evidente nei Dialoghi quando afferma che lui non svela verità a chi non ha voglia di scoprirle, o quando dice che lui mostra un angolo del problema ma, se lo studente non sa trovare gli altri angoli a partire da quello, allora lui non glielo fa vedere nuovamente.
Il nucleo dei suoi insegnamenti serviva per occupare un posto nell’amministrazione o nella diplomazia, cosa che riconobbero i governanti dell’epoca, che si disputarono fin da subito i suoi discepoli come consiglieri. Da ciò deriva la chiave dell’influenza di Confucio nel tempo: con lui s’instaurò in Cina, millenni prima che in qualunque altro posto, l’idea che lo studio è parte essenziale della promozione sociale.
L’educazione da lui proposta, laica e indipendente da intermediari religiosi, orientò la storia della Cina verso un cammino unico. Molti secoli dopo la sua morte, i confuciani perfezioneranno quell’elaboratissimo sistema di esami per accedere al ceto burocratico del mandarinato che lascerà a bocca aperta i primi viaggiatori europei del XVI secolo e che verrà poi istituito nel resto del mondo nel corso del XIX secolo.
Tuttavia, il sogno di Confucio non era quello di creare burocrati, bensì quello di promuovere l’uomo nobile, il junzi, una persona capace di amare gli altri e di non infliggergli ciò che non vuole per sé stesso. Per Confucio imparare era un atto morale che fa dell’uomo un essere infinitamente perfettibile e lo conduce verso la santità in terra. Imparare è cambiare e, secondo lui, la mente umana è l’unico strumento capace di compiere cambiamenti. Dato che era un maestro, però, sapeva bene quante difficoltà questo potesse implicare. Lo dimostra il fatto che una volta arrivò ad affermare che non conosceva nessuno che preferisse la virtù al sesso.
E constatò anche che per lui esistevano due tipi di persone che non cambiano mai: quelle che sono straordinariamente intelligenti e quelle che sono straordinariamente stupide.
La tragica situazione e la sofferenza inimmaginabile del popolo palestinese nella Striscia di Gaza, sono state ulteriormente evidenziate con l’inizio del mese sacro musulmano del Ramadan. Ogni anno gli abitanti di Gaza si preparano al mese di digiuno con festeggiamenti, decorazioni, luci e lanterne nelle strade, nei mercati e nelle moschee.
Ma quest’anno è completamente diverso. I palestinesi nel territorio assediato sono di umore cupo perché lo spettro della guerra genocida e della fame da parte di Israele hanno oscurato il mese sacro musulmano, normalmente festivo.
Israele ha ucciso più di 31mila palestinesi a Gaza da quando ha lanciato la guerra il 7 ottobre. Israele ha anche imposto un assedio totale a Gaza subito dopo l’inizio dell’assalto. Il regime ha severamente limitato l’ingresso di cibo, acqua, medicinali e altre forniture. Le forze israeliane sparano anche a persone che aspettano la consegna di cibo dai pochi camion che hanno il permesso di entrare a Gaza.
Come hanno detto gli esperti delle Nazioni Unite, Israele sta deliberatamente affamando i palestinesi di Gaza. Gli abitanti di Gaza soffrono di gravi carenze e le famiglie hanno poco cibo e acqua per interrompere il digiuno durante il Ramadan.
Il martirio di un popolo
La maggior parte dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza sono fuggiti nella città meridionale di Rafah, in seguito agli incessanti attacchi del regime in tutto il territorio. Ma gli attacchi aerei israeliani continuano a mietere vittime in città. Molti sfollati a Rafah vivono in rifugi o tende di fortuna, in condizioni squallide, con scarso accesso all’acqua potabile e al cibo.
La situazione umanitaria è peggiore nel nord di Gaza, dove si sta diffondendo la carestia. Funzionari sanitari palestinesi affermano che decine di persone sono morte a causa della malnutrizione, della disidratazione e della fame. Negli ultimi mesi Israele non solo ha ostacolato gli aiuti umanitari, ma ha anche bombardato ospedali e campi profughi.
Il ministro israeliano del Patrimonio culturale, Amichai Eliyahu, che aveva già ventilato l’idea di sganciare una bomba nucleare sulla Striscia di Gaza, ha recentemente lanciato un appello a “cancellare” il mese del Ramadan. Indubbiamente, i suoi commenti equivalgono a un razzismo pervasivo contro i palestinesi e alla loro sistematica disumanizzazione. Non sorprende che gli alleati occidentali di Israele, compresi gli Stati Uniti, siano rimasti al fianco del regime.
Ipocrisia americana
Tuttavia, sotto la pressione interna, gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare aiuti aerei a Gaza e la settimana scorsa hanno annunciato un piano per costruire un porto a Gaza per trasferire gli aiuti via mare. I gruppi umanitari hanno descritto queste mosse degli Stati Uniti come una trovata pubblicitaria con l’obiettivo di allentare la crescente pressione sul sostegno di Washington al brutale attacco israeliano a Gaza.
Di fronte all’inazione degli Stati Uniti nel fermare la guerra di Israele, sempre più persone nella Striscia di Gaza stanno perdendo la vita a causa degli attacchi e della fame. Nel frattempo, restano sotto i riflettori i timori di un attacco via terra israeliano a Rafah. Il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha promesso di portare avanti l’invasione della città. Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che un attacco di terra a Rafah potrebbe provocare numerose vittime civili.
Il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, ha messo in guardia contro “una catastrofe umanitaria” se Israele lanciasse un’offensiva di terra a Rafah.
Il presidente americano, Joe Biden, ha anche avvertito che un’invasione israeliana della città sarebbe la sua “linea rossa”. Questi avvertimenti non sono altro che retorica politica perché né Washington né Berlino sono disposti a porre condizioni al sostegno militare a Tel Aviv.
I leader occidentali esprimono solo commenti critici sulla guerra di Israele a Gaza per nascondere la loro adesione alle atrocità del regime.
Repressione durante Ramadan
Mentre Israele continua i suoi atroci crimini a Gaza, il regime è ricorso a una brutale violenza anche in Cisgiordania. Soldati israeliani hanno picchiato i fedeli palestinesi con manganelli per impedire il loro ingresso alla moschea di Al-Aqsa per le preghiere in occasione dell’inizio del Ramadan. Durante il Ramadan, le tensioni aumentano spesso attorno alla moschea di Al-Aqsa, che è il terzo luogo sacro dell’Islam.
Queste continue atrocità potrebbero provocare un’estensione della guerra israeliana a Gaza all’intera regione dell’Asia occidentale. Indubbiamente, gli Stati Uniti, che hanno sostenuto gli atroci crimini di Israele, sarebbero responsabili delle conseguenze catastrofiche di una pericolosa escalation e di una guerra nella regione.
“La Yoni, la vagina di una donna è il tempio sacro dell’Amore e dell’Estasi, quando un uomo la penetra riceve tutta l’energia vibrante della dea dentro il proprio essere, la potenza deflagrante e nutritiva della Madre Terra.
I fluidi che produce durante la fusione erotica sono un misterioso nettare lunare che eleva la coscienza dell’uomo a Dio.
La vagina è un portale per la multidimensionalita’, un tunnel spazio-temporale che conduce ai Regni del Paradiso… ai suoi lati si ergono guardiani della soglia come sfingi.
Per questo, tanto più il maschio è consapevole, grato e devoto di fronte a tale sacralità, quanto più sperimentera’ l’illuminazione del vero piacere, oltre ogni confine… specialmente se la donna è risvegliata spiritualmente, conosce e sa veicolare magistralmente il proprio valore.
Se la donna invece non riconosce la propria bellezza e la svende, l’incanto non si manifesta, resta come eco di ciò che sarebbe potuto accadere.
Tutto quello che entra in una donna nel rispetto reciproco viene accolto per essere sublimato, ciò che invece entra senza rispetto viene respinto come aborto, come opportunità di bilanciamento karmico per entrambi.”
“La credenza che siamo particelle di Dio discese in questo mondo prigione, che abbiamo perso memoria, identità e facoltà extrasensoriali, e che tutto ciò può essere riguadagnato attraverso l’anamnesi o attraverso la congiunzione mistica, è una delle vedute religiose più radicali conosciute in Occidente.
Lo Gnosticismo presume che il mondo apparente sia una frode che nasconde la vera realtá. Di qui il bisogno della rivelazione della Gnosi. Ci troviamo “segretamente” in una prigione gigante, “segretamente” in schiavitù. C’è una deliberata occlusione praticata su di noi da carcerieri ostili. La verità ci è deliberatamente nascosta per mantenerci nell’ignoranza. Se dovessimo conoscere la verità tutto ciò che vediamo si rovescerebbe. Rivelare è rovesciare, rovesciare è rivelare. C’è dunque nello Gnosticismo una base intrinseca rivoluzionaria e sovversiva che combatte le potenze che governano questo mondo.
Gli Gnostici distinguevano il vero Dio inconoscibile (Primo Eone) dal malvagio dio minore Yaldabaoth (o Demiurgo), di cui essi disprezzavano pertanto le leggi e l’universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Gli Arconti sono concepiti come esseri invisibili che tengono in schiavitù psichica gli uomini, impedendo loro di conoscere la verità, di riconoscere in loro la scintilla divina che li accomuna a Dio. È questa la conoscenza di cui gli uomini sono defraudati.”
Il nome di Hjalmar Schacht dice poco al lettore italiano contemporaneo (a meno che non sia uno storico dell’economia): banchiere, finanziere, commissario per la moneta (1923), presidente della Reichsbank, ministro delle Finanze e dell’Economia nazionale di Adolf Hitler. Dimessosi da ministro, nel 1944 fu incarcerato perché sospettato di aver avuto contatti con i congiurati del 20 luglio e, poco tempo dopo – giudicato per crimini di guerra (e assolto) dal Tribunale di Norimberga. Il suo prestigio era tale che continuava, nel Secondo dopoguerra a ispirare le riforme economiche e finanziarie nella Germania occidentale, e fare il consulente di altri Stati. Quale “tecnico” dell’economia, operò e collaborò con governi di quattro “formule politiche” (scriverebbe Gaetano Mosca): l’impero guglielmino, la repubblica di Weimar, il regime nazista e la repubblica federale. Il fatto che abbia goduto di fiducia e considerazione pluripartisan è la conferma delle sue capacità fuori dal comune; e dei risultati conseguiti. Pertanto, in un periodo storico come l’attuale, turbato da crisi la cui soluzione e – almeno in Italia – e secondo la comunicazione mainstream – dovrebbe essere “tutto il potere ai tecnici”, è quanto mai opportuna la ripubblicazione di questo libro. Non foss’altro per rendersi conto della differenza tra Schacht e qualche insegnante promosso a governare in Italia “per fare i compiti a casa”.
In effetti, Schacht appare come risolutore di crisi economiche. Tante ne dovette affrontare nella sua carriera di banchiere pubblico, e fu decisivo per superarle. Dall’inflazione del marco all’inizio degli anni Venti al pagamento delle riparazioni imposte a Versailles, dal pagamento del debito estero alla grande crisi del ‘29. Scrive Schacht: “Problemi, come quelli che il periodo 1920-1940 ha sollevato, non sono apparizione sporadica ma che, invece, di tempo in tempo, tornano a presentarsi nella medesima forma o in un’altra simile”. In effetti, problemi non troppo dissimili si sono presentati in questo secolo, anche in forma diversa e spesso attenuata dallo sviluppo del Welfare State dopo la crisi del ‘29. Quello che il grande banchiere non ha mai dimenticato è che la moneta e la banca si reggono sulla fiducia e quindi sulla responsabilità del banchiere nell’erogare il credito: “Alle false strade della politica monetaria appartiene l’assunzione di crediti quando sulla possibilità della loro restituzione non ci si dà, con eccessiva leggerezza e irresponsabilità, alcun pensiero”.
Emerge così dal libro quella che si può definire l’etica di ruolo del banchiere, soprattutto del banchiere centrale. Non bisogna dimenticare come Schacht, il quale con la sua genialità aveva contribuito a finanziarie la ripresa degli anni Trenta e il riarmo della Germania, si dimise nel 1937 da ministro quando si accorse che la politica hitleriana avrebbe portato la Germania alla distruzione (e quindi all’insolvenza). Nelle ultime righe Schacht scrive: “È sempre la magia del denaro a porre problemi. Problemi che cambiano sempre e per i quali, dobbiamo rendercene conto, non esiste un sistema risolutivo valido genericamente. Ogni nuova situazione richiede nuovi metodi, nuove intuizioni, nuove idee. Alla base di tutto, comunque, deve esserci sempre e soltanto questa considerazione: mantenere in buona salute la moneta tedesca”. Un libro da non perdere anche per capire e valutare l’oggi.
Magia del denaro di Hjalmar Schacht, traduzione di Giorgio Zampaglione, Oaks Editrice 2023, 310 pagine, 24 euro