a cura di Ottava di Bingen
“L’armonia nascosta vale di più di quella che appare.”

a cura di Ottava di Bingen
“L’armonia nascosta vale di più di quella che appare.”

di Alexander Malato Palermo
Due Imperi, soli al mondo, in vetta alla gloria,
Roma e Cina, sotto il cielo, eterna è la loro storia.
Nel mosaico dell’umanità, tessono influenze senza pari,
Nell’antica danza del potere, si riconoscono eguali.
Nell’alba splendente dell’Anno del Dragone,
sotto il cielo vasto che unisce Oriente e Occidente,
invio auguri fervidi per il Capodanno Cinese,
con speranze che si intrecciano come fili d’oro nel destino.
In questo momento di celebrazione,
l’Aquila,estende le sue ali verso l’orizzonte lontano,
dove il Dragone Celeste danza tra le nuvole di seta
Tra le loro ali, un ponte di stelle si forma,
unendo due Grandi Civiltà in un abbraccio di luce e di pace.
Che questo nuovo anno porti gioia, salute,
e che la Fortuna brilli su di voi come il Sole dell’alba.
Felice Anno del Dragone!

di Gabriele Lungo
侍 “Se fanno la loro comparsa delinquenti o traditori, combatti corpo a corpo e sii pronto a morire, determinato e con gli occhi fissi. Questo è il tuo zazen.” (S. Shosan)

di Alessandro Orlandi
L’Eros senza Logos è spesso distruttivo per chi vive questo squilibrio, a volte diventa persino ridicolo. Ma il Logos senza Eros può rivelarsi molto più pericoloso: nella storia dell’umanità ha causato stragi di massa, discriminazioni, fanatismo, superbia, mancanza di generosità verso il prossimo, crudeltà disumana. Satana può perdere i singoli individui, ma Lucifero può annientare intere civiltà.
Il termine “Logos” è stato tradotto spesso come “Ragione” o “Pensiero”, il che, a mio avviso, ha seriamente compromesso la comprensione della filosofia greca, determinando seri fraintendimenti. Altri lo intendono piuttosto come “Parola Creatrice”. Il nostro termine “Parola” è un termine inerte, mentre il termine Logos trasmette l’idea di un atto creatore. Inoltre, il principale problema di traduzione del termine, secondo me, sta nel fatto che il “potere formatore” del Logos, nel suo significato originario, non scaturisce solo dal pronunciare la Parola Creatrice, ma anche dall’ascoltarla. Questa seconda accezione credo si sia perduta, data la scarsissima propensione di noi occidentali all’ascolto. Tuttavia, per comprendere il valore del termine Logos non si può prescindere dal fatto che i greci, da Eraclito in poi, credevano che anche il solo ascolto della parola creatrice avesse il potere di trasformare chi ascoltava. Una convinzione questa, sostenuta con forza da Martin Heidegger.
Per Hegel il Logos esiste immanente in ogni uomo, in quanto presenza della divinità, anche nei periodi di maggior abbrutimento della civiltà e della cultura.
Ma chi forse ha posto con maggior efficacia il problema di trovare un termine adeguato per tradurre “Logos” è Johann Wolfgang von Goethe nel suo “Faust”.
Nei versi 1224 – 1237, seduto su una logora poltrona, Heinrich Faust sta leggendo il Vangelo di Giovanni alla fioca luce di una lampada, mentre è assediato dagli Spiriti, e cerca di tradurre il termine “Logos”. Queste sono le sue riflessioni:
“Delusi delle cose caduche, noi ci rivolgiamo a quelle eterne, e sentiamo bisogno della Rivelazione, che in nessun libro splende così bella e mirabile come nel Nuovo Testamento. Sono preso dal desiderio di aprire il testo, e con retto animo tradurre il santo originale nel mio dolce tedesco (apre il volume e si prepara a tradurre). Ecco, sta scritto: «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος», “Al principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. “Al principio era il Verbo” / Im Anfang war das Wort* Ecco, mi sento già in difficoltà! E chi mi aiuterà ad uscirne? No, io non posso dare tutto questo valore alla Parola, e se lo spirito vorrà illuminarmi, dovrò tradurre diversamente. Sta scritto: “In principio era il Pensiero” / Im Anfang war der Sinn. Rifletti bene fin dal primo verso Faust, che la tua penna non corra troppo! È forse il pensiero a creare e operare in ogni cosa? Forse sarebbe meglio tradurre così: “In principio era la Forza.” / Im Anfang war die Kraft. Ma, proprio mentre lo scrivo, sento che questa traduzione è insoddisfacente.
Ora finalmente, proprio mentre trascrivo questa parola, lo Spirito viene in mio aiuto! Adesso vedo chiaro, e scrivo con sicurezza: “In principio era l’Atto”! / Im Anfang war die Tat!
*Questa era la traduzione proposta da Lutero

a cura di Ottava di Bingen
“Senza fretta,
ma senza tregua.”

di Marco Tarchi
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, è d’obbligo una spiegazione. «Formiche» è una rivista mensile che tratta di questioni politiche, economiche e sociali con articoli piuttosto brevi affidati a una larga rosa di specialisti e personalità pubbliche di varia nazionalità ed è collegata ad un sito che ospita commenti alle notizie di attualità e interviste. Chi scrive è stato più volte fra gli interpellati. I nomi dei collaboratori illustri non mancano. L’impostazione è dichiaratamente occidentalista, con un occhio di riguardo per la Nato e l’Unione Europea, una vigorosa linea antirussa e anticinese, un interesse acuto per le innovazioni tecnologiche e le loro ricadute – soprattutto geopolitiche. Di solito, i toni di chi interviene sulle sue colonne sono pacati e improntati a un umanismo che, a seconda delle firme, oscilla fra un cattolicesimo alla Comunione e liberazione d’antan e un approccio laico-moderato. I suoi animatori vengono dalla scuola politica del centrismo e, quel che più conta, hanno rapporti eccellenti con gli esponenti più in vista della galassia dei “poteri forti”; un articolo ben informato di una dozzina di anni fa ne enumerava alcuni – Ettore Gotti Tedeschi, Luigi Abete, Francesco Profumo, Corrado Passera –, ma nel frattempo la cerchia si è certamente allargata, a giudicare dalla copiosa messe di sigle importanti (Eni, Enel, Simest, Mundys, Open fiber, Gentili, Conai, Isybank, Tim, Sace) che rende le pagine del periodico «scoppiettanti di pubblicità»1.
Dovrebbero bastare questi dati per rendersi conto che stiamo parlando di un organo di stampa che non ha il semplice obiettivo di raccogliere un certo numero di abbonati, ma è fra quelli che sono destinati a scopi più ambiziosi, sono letti dalla “gente che conta” e servono a far circolare opinioni destinate ad entrare nel mainstream, a dar corpo ad ipotesi, linee di lettura, suggerimenti che altri, insediati a vario titolo in ambiti decisionali, potrebbero trasformare in atti. Insomma, più che una rivista, il canale di espressione di un think tank, e non di quelli secondari.
È per questo motivo che ci hanno destato un particolare interesse – e alcune preoccupazioni – il dossier che occupa la prima parte del numero di novembre 2023 del mensile in questione, dal significativo titolo L’orrore di Hamas oltre i confini di Israele, e soprattutto l’anonimo, e quindi redazionale, editoriale Si vis pacem para bellum. Due tasselli di un mosaico politico-ideologico-informativo che, con l’ausilio di molti altri soggetti rilevanti, comincia a disegnare con maggiore franchezza che in passato la direzione di rotta che la potenza planetaria egemone e i suoi alleati-vassalli hanno deciso di intraprendere in vista delle prossime puntate di quella “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” che ormai non è soltanto Papa Francesco a dare per iniziata.
L’avvio della discussione affidato ad Antonio Tajani, ad onor del vero, parrebbe dimostrare il contrario di quanto abbiamo appena asserito, con l’auspicio del ministro degli esteri che il G7 possa ispirare il proprio operato a «una ritessitura e verso migliori forme di dialogo e cooperazione tra contesti regionali diversi e plurali» e che l’Occidente abbia «capacità di ascolto verso i partner globali, rispettare le differenze e ricercare insieme soluzioni condivise, attraverso un dialogo strutturato e fattivo», perché «il metodo inclusivo del dialogo è l’unico che possa portare a risultati». Quando la messa è finita, però, il coro cambia musica, e i “partner globali” tornano ad essere semplici nemici.
Se infatti in teoria l’attenzione dovrebbe concentrarsi su Hamas e il Medio Oriente, alla quasi totalità degli intervenienti interessa tutt’altro: proseguire nella demonizzazione della Russia e nella affabulazione della sua aggressività imperialista, nell’esaltazione della Nato (che, ci assicura un generale, «non deve gettare via il capitale di capacità e strutture faticosamente costruire in vent’anni di guerra globale contro il terrorismo [ah sì? Dove? In Iraq? In Libia? O…? n.d.r.] nel nome di un ritorno al convenzionale»), individuare il “pericolo giallo” cinese dietro ogni vicenda internazionale e di conseguenza allarmare sulla sua minaccia, esaltare la «marcia inarrestabile di avvicinamento strategico all’occidente» di un’India che accentui l’ostilità verso il Dragone Rosso (per fare il gioco dell’egemonia statunitense – ma questo l’ex sottosegretario Vernetti si guarda dal dichiararlo) e ribadire l’insidia di un “Sud globale” non allineato ai valori e agli interessi di Washington.
Spicca, in questo quadro, il consueto oltranzismo mistificatore di Carlo Pelanda, capace di scrivere che «la Cina ha reagito sollecitando riservatamente l’Iran ad aizzare i suoi proxy Hamas e Hezbollah» [diamine! Che informatori formidabili deve avere l’«illuminista futurizzante» (autodefinizione) per essere al corrente di notizie a lui solo note] contro Israele affinché la reazione di questa impedisse all’Arabia di siglare un accordo con Israele stessa che definiva Haifa come terminale mediterraneo della via del cotone». Ma anche Carlo Jean ci mette del suo quando, prevedendo ciò che da settimane sta accadendo («un attacco terrestre che provocherà decine di migliaia di morti palestinesi» e sottoscrivendolo, scrive che «prioritario è il ripristino di un certo grado di dissuasione [ah, l’arte dell’eufemismo…, n.d.r.], anche ai fini del consenso di qualsiasi futuro governo israeliano. Israele, in particolare, non può essere limitato nella sua reazione dal ricatto degli ostaggi. […] Non può permettersi di perdere tempo anche perché il sostegno dell’opinione pubblica interna e internazionale è destinato inevitabilmente a diminuire. Non può cedere a ricatti».
Stanti premesse di questo tenore, non c’è da sorprendersi – anche se indignarsene è lecito – che l’editoriale di un foglio che si fa portavoce di un così aggressivo occidentalismo esprima, in modo sintetico e con un finale pirotecnico, quella che non è banalmente la linea di un gruppo editoriale ma la direttrice di marcia di un conglomerato politico-economico che si è ormai convinto di non poter perseguire fino infondo i suoi scopi senza ricorrere (di nuovo) allo strumento bellico.
Leggiamo quindi che «l’attacco terroristico di Hamas contro Israele non è stato e non è la riapertura del conflitto Israelo-palestinese. È, ahinoi, un altro pezzo della terza guerra mondiale denunciata da Papa Francesco. Vi è un blocco di potenze – Cina, Russia e Iran – che ha scelto di sfidare l’ordine globale determinato dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale» [ sic: che dai tempi delle conferenze di Yalta e Potsdam ci sia stato qualche elemento di variazione di quell’«ordine mondiale» deve essere sfuggito all’attenzione dell’anonimo scrivano]. E di seguito, continuando nella mistificazione della realtà ad usum Occidentis: «La posta in gioco, ancora una volta, sono i valori della libertà e della democrazia. Per troppo tempo ci siamo illusi che la vittoria della Seconda guerra mondiale prima, e della Guerra fredda poi, avessero consegnato un mondo sostanzialmente stabile, dominato dall’interesse economico della globalizzazione [sottolineatura nostra]. Non poteva essere commesso errore più grande. Adesso, si vede con chiarezza quel tragico filo rosso che lega i regimi totalitari e che li porta a destabilizzare aree geografiche peraltro tutte attorno all’Europa. I Balcani potrebbero essere la prossima regione a subire l’influenza di Putin. In Serbia il fuoco sembra covare sotto la cenere. Non è un caso. La coalizione dei cattivi [questa ci mancava, dai tempi dell’Asse del Male. Un aggiornamento lessicale ci voleva]» ha colto la debolezza dell’occidente e ne sta approfittando».
Sin qui, siamo alla solita retorica fondata su una falsa e vittimistica rappresentazione degli eventi che tutti i media mainstream ci stanno somministrando da decenni, e con un particolare vigore dal giorno dell’attacco russo all’Ucraina, spacciato per la prima mossa di un fantasmagorico piano putiniano di ricostruzione dell’Impero sovietico e/o zarista invece che come la reazione ad un accerchiamento militare che aveva negli Usa il mandante e nel governo di Kiev la testa di ponte più avanzata. Ma è la chiusa del pezzo a regalarci qualcosa di più.
Dopo aver deplorato che gli Stati Uniti non siano già scesi in campo militarmente contro la Russia nel 2014 per la vicenda della Crimea, l’editorialista ci ricorda che «il concetto di deterrenza si basa sulle capacità militari disponibili e sulla volontà (e credibilità) di utilizzarle. È attraverso la deterrenza che l’occidente ha vinto la Guerra fredda ed è la sconfitta della deterrenza (per mancanza di volontà, non di mezzi) che ha favorito l’inizio della terza guerra mondiale a pezzi che oggi si dispiega sotto i nostri occhi. Siamo disposti a morire per difendere la nostra libertà, che è poi la stessa libertà degli ucraini e degli israeliani? Se la risposta sono le sanzioni economiche e l’invio di armi, c’è da temere che il fronte del male si allarghi ancora»2.
Avete capito bene. Siamo arrivati all’invocazione della guerra aperta. Non bastano più le infusioni di denaro e di armi, il sostegno satellitare e strategico, la condanna al massacro di popolazioni ed eserciti altrui usati come carne da cannone per conflitti sostenuti per procura. Non basta neanche il martellamento mediatico che a suon di propaganda, omissioni e falsificazioni sta sforzandosi di lavare i cervelli di centinaia di milioni di persone ormai, salvo casi rarissimi, assoggettati ad una macchina del consenso che non ha nulla da invidiare – ed anzi gode di una formidabile superiorità tecnologica al loro confronto – ai regimi totalitari. Non basta la cancellazione di ogni limite di indecenza etica che porta politici, intellettuali, giornalisti volontariamente asserviti alla potenza oggi egemone a giustificare lo sterminio (“impersonale”, è arrivato a sostenere qualcuno) di decine di migliaia di civili innocenti compiuto dall’esercito israeliano come una “legittima” reazione alla strage compiuta da Hamas, tacciando ipocritamente di antisemitismo chi lo condanna. No, non è sufficiente. Ora è alle viste una vera e propria campagna interventista. Morire per Kiev. Morire per Tel Aviv. Morire, soprattutto, per Washington.
Si dirà che non bisogna dare troppo credito a questi Stranamore in sedicesimo. Che sono, appunto, formiche. Insetti, presenze trascurabili. Magari fosse così. Sarebbe invece errato sottovalutarli. Non sono altro che avanguardie mandate in avanscoperta per sondare il grado di reazione dell’opinione pubblica al progetto che in luoghi assai più temibili si sta coltivando, ma dietro di loro a prepararsi è il grosso delle truppe, non solo metaforiche. Da tempo, ormai – soprattutto da quando, nel 2017, l’ascesa della potenza del gigante asiatico ha portato l’amministrazione Usa, allora guidata da Trump, a dichiarare la Cina «nemico sistemico» – la Terza guerra mondiale, quella vera e intera, è in incubazione. E può contare, in Europa, sul sostegno di un fronte ampio e composito, che sul piano politico coinvolge governi e partiti di destra, di sinistra, di centro. Può dispiacere a qualche inguaribile romantico constatare che, su quel versante, si siano schierati persino i pronipoti di chi in un’altra e poca proclamava la «guerra del sangue contro l’oro», ma non c’è di che stupirsene. Occorre, invece, battersi contro questa follia. Cercare di infilare nell’ingranaggio belligeno dell’occidentalismo anche il fatidico minuscolo granello di sabbia. È l’unica via di uscita che ci rimane. Altre non ne esistono.
Marco Tarchi
Note:
1. Cfr. https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/anche-formiche-loro
-piccolo-cantano-messa-chi-paolo-33552.htm per molte altre inte-
ressanti notizie in argomento
2. La sottolineatura con il corsivo di alcuni passaggi particolarmente
significativi è opera nostra.
Tratto da: GRECE Italia

a cura della Redazione
08/02/2024
Il segretario generale del movimento di Resistenza libanese Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, è il leader più potente e coraggioso del mondo arabo, secondo gli analisti e i funzionari della sicurezza israeliani.
Il segretario generale del movimento di Resistenza libanese Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, è il leader più potente e coraggioso del mondo arabo, secondo gli analisti e i funzionari della sicurezza israeliani.
Il quotidiano londinese Raialyoum ha affermato martedì in un articolo, che gli ambienti politici, di sicurezza e dei media israeliani sono stati impegnati negli ultimi mesi ad analizzare le caratteristiche di Sayyed Hassan Nasrallah.
Yehuda Glekman, un analista israeliano, ha descritto Nasrallah come il leader più coraggioso del mondo arabo, affermando che il religioso libanese non ha paura di sfidare il regime israeliano sia nei media che nel confronto militare.
Israel Ziv, un generale in pensione dell’esercito israeliano, ha dichiarato al canale 12 che Israele dovrebbe stare attento quando si tratta di Nasrallah perché non è solo il leader più potente del Libano, ma anche dell’intera Asia occidentale.
Anche Daniel Rubinstein, giornalista e scrittore israeliano, ha sottolineato che Nasrallah è una grande figura agli occhi dei palestinesi e del mondo arabo, una posizione più elevata rispetto al defunto leader egiziano Gamal Abdel Nasser.
Tratto da: Il Faro sul Mondo

a cura di Scienze Motorie Italia
Come viene fatta educazione fisica in una scuola primaria in Cina?
In ogni giornata scolastica sono previste 4 “fasce” dedicate all’educazione fisica:
30 minuti di attività fisica mattutina ad inizio della giornata scolastica con varie attività che cambiano in base al giorno (marcia, esercizi di Kung Fu, di mobilità articolare e balli tradizionali cinesi)
40 minuti di educazione fisica ogni giorno durante le ore scolastiche
15 minuti di esercizi di rilassamento e automassaggio al pomeriggio guidati dall’insegnante per la mobilità degli occhi e del collo, automassaggio di palpebre, orecchie, tempie e spalle.
1 ora di attività sportiva post-scolastica organizzata dalla scuola e tenuta dagli insegnanti per varie discipline come basket, calcio, ping pong, danza.
Vedendo questi numeri si parla di circa 2 ore e 30 al giorno di attività fisica escluse le attività sportive al di fuori del contesto scolastico.
Numeri spaventosi se paragonati all’Italia che prevede solo un paio di ore a settimana per l’attività motoria.

a cura della Redazione
08/02/2024
L’aumento dei costi di spedizione a seguito delle tensioni in corso nel Mar Rosso potrebbe ostacolare la lotta contro l’inflazione nel mondo, ha affermato l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).
L’aumento dei costi di spedizione dovuti alla crisi del Mar Rosso potrebbe aumentare del 5% i costi di importazione sostenuti dai membri dell’OCSE, ha affermato lunedì il gruppo con sede a Parigi nel suo ultimo outlook economico.
L’Organizzazione stima che il significativo aumento dei noli marittimi potrebbe aumentare l’inflazione dei prezzi delle importazioni nei suoi 38 Stati membri di circa il 5%. Ciò potrebbe aggiungere lo 0,4% all’aumento complessivo dei prezzi dopo un anno, ha aggiunto l’OCSE.
Il rapporto arriva mentre la Resistenza yemenita prende di mira le navi legate a Israele per sostenere il popolo di Gaza e per fare pressione sul regime sionista affinché ponga fine alla guerra e all’assedio dell’enclave.
Gli Stati Uniti e i Paesi occidentali hanno formato una coalizione marittima per colpire lo Yemen e difendere gli interessi israeliani. Gli scontri hanno aumentato la tensione nella regione, creando seri problemi al trasporto marittimo internazionale.
Tratto da: Il Faro sul Mondo
