La rivoluzione, ci piaccia o no, è arrivata. Si chiama Intelligenza Artificiale. Angelo o demone? Difficile dirlo. Rischioso fare previsioni. A dispetto dell’evidente potenziale impatto positivo sono molti coloro che concentrano la propria attenzione sulla minaccia e le criticità riconducibili a una sua diffusione non controllata. In particolare, grande attenzione è posta sul fatto che i Large Language Models non sono al 100% affidabili in quanto gli output prodotti potrebbero risentire dei bias insiti nei training set utilizzati per addestrare i modelli. Un’altra preoccupazione riguarda il potenziale effetto sostitutivo che l’IA può innescare, grazie all’automazione, nei confronti degli esseri umani. Tuttavia, proprio in ragione di un obiettivo di tutela della qualità e quantità dell’operato umano, sarebbe più opportuno assumere una prospettiva diversa, di natura costruttiva fondata su tre presupposti di fondo. Posizioniamoci un passo indietro, un gradino più in alto. Il primo fa riferimento al fatto che sarà la strategia a fare la differenza. Se prevarranno modelli di business a piattaforma (e non le tecnologie proprietarie), sarà possibile per le imprese accedere ad un pool di risorse standard in grado di garantire loro una maggiore focalizzazione su leve e aspetti che fanno la differenza. Il secondo presupposto fa invece riferimento al modo in cui si guarda al rapporto tra uomo e tecnologia (di IA). In questa prospettiva, sarà necessario leggere l’IA come una opzione per aumentare (e non sostituire) il potenziale umano. In qualche modo occorre immaginare che uomini e macchine collaborino e competano tra loro simultaneamente come una squadra di atletica che gareggia in varie competizioni (individuali e non). È pertanto fondamentale che si trovi il giusto bilanciamento tra investimenti in competenze delle persone e in tecnologia. Il terzo e ultimo presupposto riguarda invece il tema dell’evoluzione del sistema delle competenze che maestranze e manager dovranno possedere in termini di analisi dati, conoscenza e comunicazione con gli algoritmi di Intelligenza Artificiale. Si tratta di una sfida rilevante per tutte le geografie, ma assume un potenziale cruciale per l’Italia: a oggi quartultimo Paese in Europa per livello di competenze digitali e ultimo per livello di istruzione.
Poiché i BOSS (capi) dei livelli dei videogame sono chiaramente una estensione frattalica degli Arconti, o guardiani dei livelli dell’astrale (secondo il principio del come in cielo così in terra), ho cercato di capire le origini occulte della parola BOSS…. questo termine anglosassone viene dall’olandese BAAS e dal medio tedesco BOAS. E da BOAS sono giunto all’ebraico BOAZ, la colonna guardacaso di SINISTRA del tempio di Salomone.
Se la colonna di destra in massoneria individua la mitezza, quella di sinistra individua la FORZA, LA POTENZA. sarebbe un termine scomponibile in BE – IN e OAZ – FORZA, quindi IN FORZA, che quasi certamente ispirò il. Templare WOLFRAM VON ESCHEMBACH nel dare nome ANFORTAS al RE PESCATORE (RE PECCATORE).
Ne deduco che il termine BOSS (ARCONTE O CAPO, sallitane in Siriaco, da cui il termine SULTANO) derivi OCCULTAMENTE da BOAZ, ovvero CHI FA USO DELLA FORZA O DELLA VIOLENZA…
Matteo 11,12
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Ve lo traduco
DALLA CADUTA DI ADAMO FINO AD OGGI, E FINO ALLA FINE DEL TEMPO, L’ASTRALE (dice REGNO DEI CIELI, e non regno di Dio) È DOMINATO DAGLI ARCONTI
GLI HARKONNEN SONO BRUTALI (dal primo DUNE di D. Villeneuve)
Pilastro di Langhirano (PR), 7 dicembre 2023 – Abbiamo posto alcune domande a Claudio Mutti, Direttore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, per una disamina dei conflitti di potere nell’odierno scenario mondiale globalizzato, tramite l’analisi del contesto spaziale (quest’ultimo inteso non solo in senso geografico, ma anche sociale, economico e culturale).
D. – Dopo lo scoppio delle ostilità in Europa orientale, precisamente in territorio ucraino, un altro fronte caldo è deflagrato: il riferimento è al conflitto tra israeliani e palestinesi. Le due situazioni di guerra hanno tratti in comune?
R. – Un significativo “tratto in comune” fra l’Ucraina e lo Stato d’Israele consiste nel fatto che l’ebraismo ucraino ha dato un contributo fondamentale al regime di occupazione della Palestina: sarà sufficiente citare presidenti e ministri dell’entità sionista quali Levi Eshkol, Golda Meir, Moshe Sharett, Yitzhak Ben-Zvi, Ephraim Katzir, Yuli-Yoel Edelstein ecc. ecc. Tutti provenienti dall’Ucraina. (Anche il Parlamento Ebraico Europeo è nato su proposta della European Jewish Union, fondata da due milionari ucraini di origini ebraiche, Vadim Rabinovich e Ihor Kolomojs’kyj). Inoltre lo stesso Volodymyr Zelensky, nato da genitori ebrei diventati recentemente cittadini israeliani, il 5 aprile 2022 ha prefigurato il futuro dell’Ucraina dichiarando in una conferenza stampa che il paese dovrà conformarsi al modello israeliano. L’Ucraina, ha detto, “sarà più simile allo Stato ebraico che all’Europa occidentale”; anzi, essa dovrà diventare un “Grande Israele”, dove la società sarà altamente militarizzata e le forze armate saranno coinvolte in tutte le istituzioni. D’altronde già adesso, ha osservato “Forbes”, “le analogie con Israele sono moltissime (…) Alcune di queste sono state analizzate dal think tank Atlantic Council e da numerosi analisti”. È stato infatti un prestigioso distinguished fellow dell’Atlantic Council, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Daniel Shapiro, a rilanciare l’idea del presidente ucraino accompagnandola con alcune indicazioni essenziali per la sua realizzazione. Con Volodymyr Zelensky presidente e Volodymyr Hrojsman (anch’egli ebreo) primo ministro, l’Ucraina si è ulteriormente avvicinata a Tel Aviv: nel 2020 si è ritirata da un comitato dell’ONU istituito nel 1975 per consentire al popolo palestinese di esercitare i diritti all’autodeterminazione, all’indipendenza e alla sovranità nazionale, nonché il diritto di recuperare le sue case e le sue proprietà. Da parte sua il regime sionista ha inviato in Ucraina i suoi istruttori per la formazione militare dell’esercito di Kiev. Per quanto riguarda la funzione dei due regimi nei rispettivi contesti geopolitici, ad accomunarli è il ruolo che essi svolgono come avamposti aggressivi dell’Occidente americanocentrico contro l’Eurasia. Pedina della strategia descritta da Brzezinski nella Grande scacchiera, Kiev svolge questa funzione contro la Russia, mentre Tel Aviv è da oltre settant’anni il principale fomite di destabilizzazione e di guerre nel Vicino Oriente.
D. – Il 2 dicembre la direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha dichiarato: “La Striscia di Gaza è di nuovo (da ieri) il luogo più pericoloso al mondo per essere un bambino. Dopo sette giorni di tregua da una violenza orribile, i combattimenti sono ripresi. Altri bambini sicuramente moriranno come conseguenza”. Che ha proseguito così: “Prima della pausa, secondo le notizie, più di 5.300 bambini palestinesi sono stati uccisi in 48 giorni di bombardamenti incessanti – un dato che non include molti bambini ancora dispersi e presumibilmente sepolti sotto le macerie. Se la violenza dovesse tornare su questa scala e intensità, possiamo presumere che altre centinaia di bambini saranno uccisi e feriti ogni giorno”. Un suo commento su questa immane tragedia?
R. – “Annienta madri e bambini. Questi animali non devono continuare a vivere. Sterminateli e non lasciatene nemmeno uno. Ogni ebreo che possiede una pistola dovrebbe uscire e ucciderli”. Queste parole di un vecchio militare israeliano di nome Ezra Yachin, diffuse da un video che ha avuto ampia circolazione, sono rappresentative dell’azione genocida intrapresa dal regime sionista, nato dalle imprese terroristiche di organizzazioni quali la Haganah, l’Irgun e la Banda Stern e dall’operazione di pulizia etnica iniziata ottant’anni fa. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha cercato di giustificare lo sterminio indiscriminato dicendo che i civili a Gaza erano consapevoli degli attacchi di Hamas e ne erano complici; il ministro della Salute Moshe Arbel ha dichiarato che i Palestinesi feriti catturati non sarebbero stati curati; l’ex rappresentante permanente di Israele presso l’ONU Dan Gillerman ha affermato che i Palestinesi sono “orribili animali”. “Stiamo combattendo contro animali”, gli ha fatto eco il ministro della Difesa Yoav Gallant, mentre il parlamentare Ariel Kallner ha sostenuto che “il nemico deve essere definitivamente annientato” e un altro, Moshe Saada, ha affermato: “Niente più operazioni chirurgiche, corridoi umanitari e operazioni di allerta porta a porta”. Giora Eiland, ex capo del Consiglio per la sicurezza nazionale di Israele, ha scritto su “Yedioth Ahronoth” che “Gaza diventerà un luogo in cui nessun essere umano potrà sopravvivere”. In fin dei conti i dirigenti sionisti citano spesso e volentieri come testo paradigmatico il Libro di Giosuè, nel quale è rievocato in termini epici il massacro di uomini, donne e bambini (ma anche di buoi, pecore ed asini) con cui fu inaugurata la colonizzazione della “terra promessa”.
D. –Il Governo italiano, già dal suo insediamento, si è collocato su posizioni nettamente atlantiste. Così anche l’Unione Europea. Tale adesione non contrasta con gli interessi nazionali ed europei?
R. – Dopo l’invio di armi a Kiev e il sostegno al regime genocida di Tel Aviv, adesso è l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta a coronare l’azione antiitaliana ed antieuropea di uno dei governi più servilmente proni agli ordini di Washington. D’altronde gli orientamenti del governo Meloni in politica estera, in particolare per quanto concerne la questione fondamentale dei rapporti con la superpotenza egemone e con la sua propaggine israeliana, erano facilmente prevedibili al momento del suo insediamento, il 22 ottobre 2022. Otto mesi prima Giorgia Meloni si era recata (per la terza volta) alla conferenza annuale inaugurata da Ronald Reagan nel 1974 ed ospitata in Florida dall’American Conservative Union; lì si era rivolta ai “cari conservatori americani” in qualità di presidente dello European Conservatives and Reformists Party, “un partito – spiegò – che riunisce quarantaquattro partiti patriottici e conservatori d’Europa e del resto del mondo, compreso il Partito Repubblicano americano”, oltre al Likud israeliano. Sono queste forze politiche, concluse, a rappresentare “la vera Europa e la vera America”. D’altronde il ministero degli Esteri del governo Meloni è stato affidato ad Antonio Tajani, il quale fino al 12 ottobre 2022 è stato vicepresidente del PPE, un partito rappresentato nella NATO Parliamentary Assembly, l’organismo che svolge una funzione di raccordo fra la NATO e i parlamenti nazionali dei paesi membri. Tajani è stato decorato dal regime di Kiev con l’Ordine di Jaroslav il Saggio per il “ruolo svolto dal Governo italiano nel sostegno all’Ucraina”; altrettanto indiscusso è il lungo e convinto impegno filosionista del ministro degli Esteri, al quale la comunità ebraica europea ha dedicato un boschetto di 18 alberi sulla terra sottratta ai Palestinesi.
D. –Ucraina, Israele, Armenia e Azerbaigian, Iran, Yemen, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Grandi Laghi, Sahel, Haiti, Pakistan, Taiwan, ecc… Quali sono le crisi da monitorare con maggiore attenzione nel 2024?
R. –Gli analisti statunitensi ritengono indispensabile arginare l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese, che rappresenta la principale minaccia per il potere mondiale degli Stati Uniti. Perciò tra i luoghi “caldi” da Lei elencati io privilegerei l’ultimo: Taiwan. Quest’isola possiede un’importanza strategica fondamentale, dal momento che essa controlla il Mar Cinese Meridionale, uno specchio d’acqua che non solo è ricco di risorse naturali, ma è anche attraversato da un terzo dei flussi commerciali internazionali. L’isola si trova a metà strada fra la potenza commerciale giapponese e lo Stretto di Malacca, che, essendo la principale via di comunicazione tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, è una delle vie marittime più importanti al mondo. Priva di Taiwan, la Cina non solo è incompleta, ma si trova imprigionata nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Giallo, minacciata da una potenziale “portaerei americana” che non dista nemmeno duecento chilometri dalle sue rive. Nella sua relazione al XX Congresso del PCC, tenutosi nell’ottobre del 2022, il presidente XI Jinping ha detto: “Taiwan è Cina. Risolvere la questione di Taiwan spetta ai Cinesi e a nessun altro”. È facile capire che, qualora gli USA si ostinassero a negare a Pechino il diritto di ricongiungere Taiwan alla Madrepatria, la situazione di crisi che ne deriverebbe sarebbe gravissima.
D. –Il presidente della Federazione russa ha firmato un decreto per aumentare del 15% il numero dei soldati, per le “crescenti minacce” legate “all’operazione militare speciale” e “alla continua espansione della Nato”. Cosa ci riserva il futuro? Quali scenari potrebbero delinearsi?
R. – Secondo il decreto pubblicato venerdì scorso sul sito del Cremlino, il numero totale delle persone in servizio nelle forze armate russe è stato fissato a 2.209.130, di cui 1.320.000 militari. In base al decreto precedente, in vigore dal 1° gennaio 2023, la cifra ammontava a 2.039.758 uomini, compresi 1.150.628 militari. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che “non è prevista alcuna mobilitazione” e che “l’aumento del numero del personale militare delle Forze Armate della Federazione Russa verrà attuato gradualmente con i cittadini che esprimono il desiderio di prestare il servizio militare sotto contratto”. Insomma, sembra che la partita sia praticamente conclusa. Nonostante le perdite che ha dovuto subire e nonostante il massiccio sostegno fornito dalla NATO al fantoccio di Kiev, la Federazione Russa ha messo al sicuro le regioni del Donbass ed ha neutralizzato l’Ucraina. Tuttavia, grazie all’autolesionistico collaborazionismo europeo, gli Stati Uniti sono riusciti a sabotare l’alleanza energetica fra la Russia e il resto dell’Europa e ad impedire la simbiosi fra le grandi risorse russe e la tecnologia delle industrie europee.
D. –Lei coordina e dirige la Rivista Eurasia. Vuol parlarcene, così da farla conoscere meglio?
R. – “Eurasia” è, come recita il sottotitolo, una “Rivista di studi geopolitici”, la quale si propone di promuovere, stimolare e diffondere la ricerca e la scienza geopolitica nell’ambito della comunità scientifica, nonché di sensibilizzare sulle tematiche eurasiatiche il mondo politico, intellettuale, militare, economico e dell’informazione. Fondata nel 2004 con la garanzia di un dignitoso comitato scientifico, “Eurasia” ha celebrato il suo ventennale di vita con un numero speciale, il settantatreesimo della serie, dedicato alla “geopolitica del sionismo”. Oltre alle analisi geopolitiche, alla critica delle dottrine dominanti e all’illustrazione di ipotetici scenari futuri, sulle quasi ventimila pagine di “Eurasia” sono apparsi anche articoli, saggi e studi riportanti riflessioni, risultati e metodologie acquisite nei campi dell’etnografia, della storia delle religioni, della psicologia dei popoli e delle identità collettive, della morfologia della storia, della sociologia, dell’economia, della scienza politica, della scienza delle comunicazione.
Jessica, mi hai chiesto le OCCORRENZE dei vangeli in cui Cristo e Paolo accennano alle TRE RAZZE ANIMICHE
eccole qui
1) Pneumatici : Io prego per loro, non per il mondo ma per coloro che mi hai dato perché sono tuoi…Essi non sono del mondo come io non sono del mondo;
Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele (Gesù, Matteo 15:24);
Paolo, 1 Corinzi 2:6-8 Tra i Perfetti (iniziati) parliamo di una sapienza che non è di questo mondo…Nessuno degli Arconti di questo mondo ha potuto conoscerla
1Corinzi 2,15 L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.
2) Psichici: Non prego solo per questi ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me (Gesù, Giovanni 17:16). Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori (Matteo 9:13);
3) Ilici: voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro (Gesù, Giovanni 8:44)
L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito (Paolo, 1 Corinzi 2:14)
«C’era una volta un re chiamato Melchi, padre di due figli: Melchi e Melchisedec. Questo re, zelante nel culto degli idoli, un giorno inviò il suo figlio cadetto ad acquistare del bestiame per i sacrifici. Lungo la strada, la contemplazione del cielo stellato offrì a Melchisedec la rivelazione del D-o unico, Creatore di tutte le cose. Rinunciò, così, alla missione di cui era stato incaricato, rientrò a palazzo e annunciò a suo padre la sua conversione. Il re, furioso, decise – per riparare a questo oltraggio fatto ai suoi dèi – di immolare loro uno dei suoi figli. La sorte decise per Melchi. Melchisedec, durante i preparativi della cerimonia, salì sul monte Tabor e chiese a D-o di annientare tutti coloro che sarebbero stati presenti al sacrificio. La sua preghiera fu ben presto esaudita: la città intera, con tutti i suoi abitanti, fu inghiottita da un cataclisma: nemmeno una sola anima sopravvisse. Da quel momento, Melchisedec, intimorito, restò sette anni sul Tabor sino al giorno in cui Avrahàm, per ordine di D-o, si presentò dinnanzi a lui.
“Poiché non resta nessuno della sua famiglia – disse D-o al patriarca – sarà chiamato senza padre, senza madre e senza famiglia; e non avrà né giorno d’inizio né fine di vita; e poiché è piaciuto a D-o, resterà sacerdote per sempre”».
Atanasio, citato da Marcel Simon, “Melchisedec dans la polemique entre juifs et chrétiens et dans la legende”, in Revue d’histoire et de philosophie religieuse, 1937. Pubblicazione della Facoltà di teologia di Strasburgo (Parigi, F. Alcan editore).
E Malkitsedeq, re di Shalèm, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abramo (Bereshìt 14: 18-19)
Secondo il midràsh (Bereshìt Rabbàh 43:6), che parla qui a nome di Rabbi Yitzchàk HaBavlì, Malkitsedeq era detto «re di Shalèm» perché nacque addirittura già circonciso. Shalèm è infatti sinonimo di tam o tamìm (integro), e integro è chiamato anche chi ha tolto l’orlàh, ossia la pelle del prepuzio. Malkitsedeq è quindi una figura estremamente elevata, tanto che la Toràh lo definisce sacerdote di Dio Altissimo, e il suo stesso nome – Malkitsedeq – significa «il mio Re è giusto». Secondo il trattato talmudico di Nedarìm (32b), era Shem, figlio di Noach talmente giusto da aver meritato di dirigere la prima accademia di Toràh della storia, la yeshivà di Shem e Ever, dove Shem insegnava Toràh persino a Yitzchak e Yaakòv. Anche Rashì dice: era Shem figlio di Noach. Così anche il Gur Aryè (Rabbi Yeudah Loew ben Betzalel, il Maharal di Praga, 1520 ca-1609), che chiarisce – citando il Talmùd (Yomà 12b) – che Shem era sacerdote e non scese mai di livello né di santità per tutti i giorni della sua vita. Rabbenu Bechayà (Rabbi Bachye ben Asher ibn Halawa, 1255-1340) scrive: «Yaakòv rivelò a Yosèph le connessioni mistiche tra le 22 lettere dell’alfabeto ebraico. In altre parole, Yaakòv ha “rivestito” suo figlio Yosèph con la saggezza contenuta nelle ventidue lettere dell’alfabeto che lui stesso aveva imparato quando aveva studiato nelle accademie di Shem ed Ever».
Lo Shelah Hakadòsh (Rav Isaiah Horowitz z”l), grandissimo mequbàl (qabalista) praghese del diciassettesimo secolo, spiega che Avrahàm dava a Malkitsedeq la terumàh e la decima. (Shenè Luchòt HaBerìt, Toràh Shebikhtàv, Toledòt, Ner Mitzvàh 6). Offerta, quest’ultima, destinata unicamente ai leviti e non ai semplici kohanìm~sacerdoti! Eppure Malkitsedeq era un sacerdote e non un levita, anche perché la tribù di Levi – come lo stesso Levi, dopotutto – non era ancora nata. La motivazione di questa affermazione, chiarisce lo Shelah, risiede nel fatto che l’Arizal (Rav Itzchaq Luria z”l, vissuto nel XVI secolo e considerato tra i più grandi maestri di qabbalàh del popolo ebraico), spiega che Aharòn – levita e fratello di Moshè – era in effetti il ghilgùl (reincarnazione) di Malkitsedeq, e Shemuel il profeta era la reincarnazione di Aharòn. Ciò è alluso nel verso «Non è forse Aharon tuo fratello, il levita?» [Shemòt 4: 14]. Anche Shemuel era un levita e Melkitsedeq era un altro nome di Shem figlio Noach. Il nome di Shem coincide con l’inizio di quello di Shemuel. Per tutto ciò Melkitsedeq è sacerdote (di rango più alto, levita) e Levi viene dalla forza della sua anima. Ibn Ezra dice: «C’è chi dice che fosse Shem», e concorda con tutti sul fatto che fosse re (melekh) di un luogo giusto (tzedeq). Quel luogo, Shalèm, è Yerushalàyim.
Un giorno alcuni uomini insultarono Gesù mentre attraversava la piazza del mercato. Rispose loro soltanto ripetendo le preghiere in loro nome. Qualcuno gli disse: “Hai pregato per questi uomini. Non provi rabbia per come ti hanno trattato?” Egli rispose: “un vaso può versare solo ciò che contiene”.
La quarta edizione ampliata del saggio di Gianfranco de Turris.
Julius Evola: un filosofo in guerra
Gianfranco de Turris è l’intellettuale che più si è speso per far conoscere l’opera di Julius Evola. Il suo lavoro, già significativo per la curatela della riedizione critica dell’intero corpus evoliano presso le Edizioni Mediterranee, oltre che per monografie in tema, è ora arricchito dalla pubblicazione della quarta edizione del volume, Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945, nelle librerie per Mursia (pp. 300, euro 24,00).
Un libro importante che si concentra su un arco della vita di Evola che va dal 25 luglio del 1943, alla metà degli anni Cinquanta. L’introduzione è di Giuseppe Parlato. La ricostruzione dell’autore è minuziosa, risultato di anni di ricerche su documenti noti e meno noti, fondata su un lavoro di scavo condotto in archivi, biblioteche e su un numero cospicuo di missive di Evola o a lui indirizzate, nonché su testimonianze dirette di contemporanei. In Appendice, è raccolta una parte della vasta documentazione su cui il libro è costruito. L’autore discute la più significativa bibliografia prodotta in argomento, sottolineandone, a seconda dei casi, gli aspetti positivi, oppure smascherando le falsità, fatte circolare ad hoc, per sminuire il personaggio.
Al suo apparire, il libro ebbe immediato successo di pubblico e critica. La quarta edizione che presentiamo, ampliata, rivista e corretta, in qualche modo sembra, su quegli anni concitati, risolvere, almeno in parte, i dubbi e i “forse”, lasciati in sospeso nelle precedenti edizioni. Le novità più rilevanti della quarta edizione ci paiono le seguenti: la testimonianza dell’avv. Stefania Parola, nipote dei Sig.ri Ricci, che occupavano l’appartamento al piano sottostante a quello in cui risiedeva Evola. La donna spiega che il filosofo, sfuggito alla “visita” dei servizi americani, si rifugiò, per alcuni giorni, presso i nonni, dai quali ottenne la valigia in cui raccolse il materiale di «UR» e «KRUR», da portare con sé nella rocambolesca marcia che, lungo le Vie Flaminia e Cassia, lo condusse verso Nord (percorso ricostruito in una cartina in Appendice). La testimonianza di Fabio De Felice chiarisce molti particolari dell’incontro che il filosofo ebbe con i “giovani nazionali”, quando, nel 1950, era ricoverato a Bologna. Questi lo condussero alla II Assemblea del Raggruppamento Giovanile del MSI, presentandolo, nientemeno, che come un reduce della RSI!
Ma i documenti davvero più significativi sono quelli inerenti al soggiorno viennese del tradizionalista. Essi ricostruiscono la frequenza evoliana del milieu rivoluzionario conservatore della Capitale austriaca, ipotizzando perfino dei contatti con Marcella d’Arle. De Turris svela il nome che Evola si era dato in Austria, Carlo de Bracornes, ricavandolo dall’epistolario intercorso tra il pensatore e Walter Heinrich, e aggiunge, riferendo i risultati delle ricerche in tema di Sandro Consolato, trattarsi del nome di un aristocratico sabaudo del secolo XIX. Viene, inoltre, pubblicato un rapporto medico anonimo dell’ospedale dove Evola venne ricoverato dopo l’esplosione della bomba del 21 gennaio 1945 (bombardamento indubitabilmente americano!) in cui compare l’anamnesi dello stato di salute del pensatore e le terapie cui venne sottoposto. Sino ad ora si era sempre ipotizzato che Evola, subito dopo il bombardamento, fosse rimasto paralizzato agli arti inferiori. Dall’esegesi della cartella clinica si evince, al contrario, che furono le terapie applicate, inadeguate alla patologia di Evola, a far peggiorare e degenerare la situazione. Leggiamo, infatti: «verso fine luglio 1945 il paziente è in grado di camminare per circa 300 metri e salire e scendere 30 gradini», ma, come attestato da Mariano Bizzari, medico e accademico di fama, consultato dall’autore: «l’adozione di terapie incongrue – roentgenterapiae farmaci acetilcalino simili – ha […] aggravato le condizioni in termini di ipertono che ha finalmente esitato in un quadro stabile di paralisi progressiva». Medesime informazioni possono essere tratte dalla lettera di Evola a Erika Spann del 12 maggio del 1946 (che contiene rilevanti informazioni sullo stato d’animo del filosofo).
Di grande importanza anche le considerazioni relative all’ archivio Preziosi. L’unica cosa certa in tema è che dodici casseforti di color verde, dopo mesi di viaggio, giunsero nell’aprile del 1945 a Desenzano, presso gli uffici di Preziosi. A riguardo, de Turris spiega che l’archivio era composto di 4 parti diverse. Precisa, inoltre, che il materiale che a Roma Rauti consegnò a un prelato (poi paradossalmente finito forse negli archivi del PCI), era semplicemente la collezione della rivista «La Vita Italiana», che nulla aveva a che fare con i documenti massonici. Il volume è un’opera di ricostruzione e contestualizzazione storica, in termini stilistici ha il tratto del biografismo anglosassone, attento a far partecipare empaticamente il lettore alle vicende narrate. De Turris in ciò è stato agevolato dalla vita di Evola, molto simile a quella di tanti protagonisti delle spy stories. Saggio storico che si legge d’un fiato, dalla prima pagina all’ultima. Un testo, peraltro, costruito per cerchi concentrici ed aggiunte successive. L’incipit della narrazione prende avvio dall’8 settembre 1943. Evola si trovava in Germania in quanto, ambienti politico-militari tedeschi attivati da Preziosi, ne avevano chiesto la presenza, al fine di ricevere chiarimenti sulla “situazione italiana”. Dopo il 25 luglio egli aveva scelto di rimanere a Roma, non solo per motivi contingenti, ma per constatare chi e che cosa, dopo il crollo del regime, poteva essere considerato utile per la rinascita politica. Il filosofo ebbe immediata contezza del fallimento del piano fascista mirato a liberare Mussolini e si mosse tra Monaco, Berlino e il Quartier generale di Hitler, come ci racconta negli articoli estremamente dettagliati, che pubblicò sul quotidiano romano, Il Popolo italiano.
Evola a Rastenburg, cittadina della Prussia orientale sede del Quartier generale di Hitler, assistette alla nascita, tra molte perplessità, del nuovo stato fascista, assieme a Pavolini, Vittorio Mussolini e Preziosi. Rientrò a Roma, all’aeroporto di Guidonia, la sera del 18 settembre. Il pensatore era certo dell’inevitabilità della sconfitta, ma convinto della necessità di battersi fino allo stremo. De Turris dimostra che nel periodo badogliano il tradizionalista non cercò affatto di accreditarsi presso i nuovi padroni. Infatti, nella lettera del 9 agosto ’43 chiedeva che gli fosse riconosciuto un arretrato guadagnato prima del 25 luglio e si batteva per la nascita di una “destra tradizionale” in un progetto, il Movimento per la Rinascita d’Italia, cui parteciparono Costamagna e Balbino Giuliano. Viene ribadita l’importanza del dossier del dott. Dussik, da cui si ricava la data esatta del bombardamento viennese e viene confermata la presenza di Evola presso il prof. Peto in Ungheria, al fine di ottenere un miglioramento del suo stato di salute.
Un libro ricchissimo di informazioni, imprescindibile, che fa luce su un periodo rilevante della vita del filosofo.
Videoconferenza del canale YouTube LO SPECCHIO VUOTO, trasmessa in live streaming il 10 dicembre 2023.
Approfondimento dal punto di vista Escatologico del conflitto Israelo-palestinese, un’analisi escatologica del conflitto israelo-palestinese assieme al prete lefebvriano Don Curzio Nitoglia e la professoressa di cultura e teologia islamica Hanieh Tarkian.
Nel mezzo dei grandi attacchi quotidiani da parte dei gruppi della Resistenza irachena contro le basi americane ad Al Anbar, Erbil, Baghdad e persino in Siria, vale la pena evidenziare un nuovo sviluppo che mostra un più ampio coinvolgimento della Resistenza irachena nella guerra di Gaza. Giorni fa la Resistenza irachena ha annunciato il lancio di missili balistici nel porto di Eilat, nel sud di Israele, da una distanza di 500 chilometri a ovest dell’Iraq.
Rivendicando la responsabilità dell’attacco, la Resistenza Islamica in Iraq ha dichiarato che il suo staff “ha preso di mira Um Al-Rashash”, usando il nome arabo di Eilat.
Il movimento ha sottolineato che l’attacco è stato lanciato a sostegno della popolazione di Gaza e in risposta ai massacri israeliani contro i palestinesi, compresi bambini, donne e anziani. Indubbiamente, questo attacco dovrebbe essere considerato importante sotto molti aspetti e con effetti e risultati strategici sia nella guerra attuale che per il futuro degli sviluppi regionali.
Innanzitutto, questo attacco è considerato un punto di svolta nella storia delle attività dei gruppi della Resistenza irachena a sostegno della storica lotta contro l’occupazione della nazione palestinese.
L’incubo americano e israeliano diventa realtà
Sebbene negli ultimi anni diversi governi iracheni si siano uniti alla condanna di Israele e al sostegno della Palestina in seno ad organizzazioni internazionali e regionali come l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica e la Lega Araba, l’attacco delle Forze di Mobilitazione Popolare nei territori occupati è uno sviluppo che poche persone potevano prevedere, soprattutto perché negli ultimi anni sono stati compiuti ampi sforzi occidentali e arabi per separare l’Iraq dall’Asse di Resistenza guidato dall’Iran, utilizzando pressioni economiche, promozione del nazionalismo laico e infiammando il caos e i disordini in tutto il Paese.
L’adozione di un approccio partecipativo da parte delle fazioni della Resistenza irachena come quella di Hezbollah negli sviluppi palestinesi è stata un incubo per americani e israeliani già da anni, soprattutto quando durante il conflitto interno in Siria, il movimento Al-Nujaba guidato da Sheikh Akram al-Kaabi si diramò da Kataib Hezbollah e si unì a battaglie chiave come la Battaglia di Aleppo e la Battaglia dei sobborghi di Damasco. Negli ultimi anni, il movimento ha avuto una presenza militare tangibile nelle aree vicine alle alture di Golan occupate in Siria. Sembra che l’incubo americano e israeliano si sia completamente avverato con un quarto fronte – i primi tre sono Gaza, Libano e Yemen – che si è aperto contro Tel Aviv.
Il movimento Al-Nujaba ha annunciato di essere pronto a qualsiasi confronto contro le forze americane e il regime di occupazione israeliano se richiesto da Seyyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah (Libano). Al-Kaabi ha anche espresso la disponibilità della Resistenza irachena ad unirsi alle operazioni di terra all’interno dei territori occupati per liberare la Palestina.
Resistenza irachena nel Golan
Nell’agosto 2021, l’Herzliya International Institute for Counter-Terrorism ha riportato che la presentazione del libro da parte di Al-Nujaba, intitolato “L’importanza strategica della regione del Golan dal punto di vista della sicurezza e della sopravvivenza di Israele”, era un segno della determinazione del movimento ad unirsi al futura battaglia anti-israeliana.
Inoltre, nel 2017, il Wilson Center, un think tank americano, riferendosi alle 10mila forze del movimento Al-Nujaba, ha affermato che questo movimento ha formato la Brigata di liberazione del Golan.
“La Resistenza irachena con le sue forze speciali di terra, che hanno sconfitto l’Isis e altri gruppi terroristici in Siria, è pronta e può stare fianco a fianco con i nostri fratelli in Palestina e Libano, fino alla completa sconfitta dei sionisti”, ha dichiarato al-Kaabi.
Usa obiettivo della Resistenza irachena
Al-Kaabi ha minacciato le forze americane di una “nuova sconfitta”, aggiungendo che la Resistenza è molto più forte di prima e che gli americani sono più deboli e meno significativi. “Certamente questa battaglia sarà una bellissima mossa per gli eroici mujaheddin”.
Oltre a confermare gli attacchi missilistici su siti all’interno dei territori occupati, il movimento ha anche minacciato di espandere i suoi obiettivi nella regione.
Da parte sua, Faras al-Yasser, membro politico di Al-Nujaba, in un comunicato televisivo ha affermato che gli ultimi attacchi hanno raggiunto il Mar Morto e Eilat. “Ciò inaugura una nuova fase di attacchi ai siti interni al regime israeliano. È arrivata l’occasione per un confronto con il regime occupante. Il bombardamento di siti all’interno della Palestina occupata è un cambiamento epocale che dimostra la capacità e l’arsenale della Resistenza Islamica”.
Queste minacce arrivano quando Abdulaziz al-Mohammadavi, meglio conosciuto con il nome di battaglia Abu Fadak, il comandante delle Fazioni della Resistenza irachena, durante un incontro su larga scala dei comandanti militari delle unità di supporto ha dichiarato alle forze di essere messe in massima allerta per rispondere alle condizioni di emergenza.
L’attacco della Resistenza irachena all’arteria dell’economia israeliana
I colpi mirati inflitti a Israele non sono stati solo simbolico e ammonitore, ma hanno dimostrato che le Forze della Resistenza, sotto il naso della presenza militare statunitense in Iraq, hanno acquisito elevate capacità di armamento e possono lanciare missili ad alta precisione, che ora sono in possesso di tutti i gruppi della Resistenza della regione.
Ritornando all’attacco su Eilat, vale la pena ricordare che la città si trova nell’estremo sud dei territori occupati e sulla costa del Golfo di Aqaba nel Mar Rosso, tra la città giordana di Aqaba a est e la città egiziana di Taba a ovest.
Il porto di Eilat è stato inaugurato nel 1957 e oggi è utilizzato principalmente per il commercio con i Paesi dell’Estremo Oriente, in quanto consente alle navi israeliane di raggiungere l’Oceano Indiano senza dover passare attraverso il Canale di Suez. Oltre al porto commerciale, questa città comprende anche due aeroporti e un valico di frontiera con Aqaba in Giordania.
In realtà, il porto di Eilat, l’unico porto israeliano nel Mar Rosso, è di grande importanza strategica ed economica in quanto fornisce uno spazio di respiro geopolitico e previene lo sbocco territoriale.
Considerata l’“economia insulare” di Israele derivante dal suo isolamento geopolitico regionale, il commercio estero del regime israeliano si basa sull’uso dei porti e delle rotte marittime per garantire una crescita economica continua. Il 99% del commercio israeliano avviene attraverso i porti e il restante 1% attraverso i confini aerei o orientali.
Eilat terminal petrolifero
Inoltre, Eilat è considerata un terminal petrolifero, poiché l’oleodotto di Ashkelon trasporta il 12-16% del petrolio greggio trasferito dal Mar Rosso al Mar Mediterraneo senza attraversare il Canale di Suez, rendendolo di grande interesse per Tel Aviv per gli accordi petroliferi con i Paesi arabi del Golfo Persico. Nell’ottobre 2020, la società statale Europe-Asia Pipeline Company, ex Eilat-Ashkelon Pipeline Company, ha firmato un protocollo d’intesa con MED-RED Land Bridge, una joint venture tra Emirati Arabi Uniti e Israele, per il trasferimento di petrolio e suoi derivati dal Terminal del Mar Rosso verso il Mediterraneo attraverso i territori occupati.
Il regime israeliano dipende fortemente dalle importazioni, in particolare dalle importazioni di energia, e teme qualsiasi possibile minaccia al suo flusso energetico. La guerra del 1967 scoppiò dopo che il Cairo si impadronì dello stretto di Titano tra Egitto e Arabia Saudita e chiuse la rotta commerciale del porto di Eilat.
Anche nella pianificazione economica israeliana, Eilat è l’anello che collega i territori occupati ai corridoi internazionali come la Belt and Road Initiative della Cina o costituisce un rivale di transito del Canale di Suez dell’Egitto.
Nei prossimi giorni, attacchi missilistici e droni a più ampio raggio potrebbero interrompere le operazioni del porto, qualcosa che dovrebbe assestare un colpo devastante all’economia israeliana.