Pubblico questo brano di Massimo Scaligero. Cambiano solo le immagini che lo accompagnano.
“L’atmosfera psichica della Terra oggi è satura di veleno interiore, per il fatto che la ragione individuale non afferra il senso positivo delle difficoltà e delle sofferenze umane: è satura di volontà di vendetta, di guerra o di eversione, perché ciascuno viene persuaso a respingere il peso che si è procurato da sé, a non voler pagare i debiti che egli stesso ha contratto: priva se stesso del pensiero che gli faccia accogliere con pazienza e fiducia le prove portategli incontro dal destino: prove che, affrontate, gli acconsentirebbero di superare le forme severe del destino e di uscire da queste arricchito di nuove forze.
Di tali forze preziose vengono privati oggi su tutta la Terra coloro che si lasciano facilmente persuadere a odiare e attaccare, riguardo alle proprie difficoltà, i presunti responsabili.
Il mondo oggi è pregno di impulsi a ogni livello esigenti la guerra, a causa del pensiero distorto, dialetticamente opposto, con la forza della sua logica, al contenuto reale degli eventi, o dei valori. .” (Massimo Scaligero, “Reincarnazione e Karma”, Mediterranee Ed., Roma 1976)
È nella natura umana che qualsiasi persona abbia bisogno di tre metri quadrati per poter vivere. In ogni metro quadrato di Gaza vivono sei persone. La popolazione della Striscia di Gaza è di due milioni e 313mila e 747 persone.
Due terzi della popolazione della Striscia sono rifugiati che risiedono nei campi profughi. Il normale fabbisogno annuo di alloggi ammonta a 14mila unità abitative.
Prima della guerra, il settore necessitava di circa 125mila nuove unità abitative, per superare la crisi abitativa e ricostruire 124mila unità abitative. Durante i primi dieci giorni degli attacchi contro la Striscia di Gaza, Israele ha completamente distrutto 105mila unità abitative e il numero aumenta di ora in ora.
Le reti stradali, le infrastrutture, le reti idriche, igienico-sanitarie e di comunicazione sono state gravemente danneggiate.
Di seguito trovate il testo dell’intervista che ho rilasciato a Luigi Tedeschi della testata Italicum.
La scomparsa dell’identità. Come orientarsi in un mondo senza valori, Giubilei e Regnani 2023, intervista a cura di Luigi Tedeschi (Italicum).
Luigi Tedeschi: La crisi dello Stato nazionale ha due cause: una esterna dovuta all’avvento della globalizzazione, che ha destrutturato la sovranità nazionale ed una interna, generata dalla decomposizione degli Stati derivante dalle aspirazioni secessionistiche regionali. L’identità degli Stati è fondata su di una omogeneità etnico – culturale artificiale. Il nazionalismo sopprime le identità comunitarie regionali e legittima il proprio dominio mediante astrazioni ideologiche universaliste. Il riconoscimento delle identità comunitarie non è invece concepibile solo nel contesto di un impero, inteso come pluriverso etnico – culturale inclusivo delle differenze? La crisi del primato americano non deriva dall’incapacità degli USA, a divenire un impero, a causa del proprio unilateralismo ideologico imposto come dominio globale ed universale?
Alain de Benoist: La crisi dello Stato-Nazione, o più generalmente dello Stato moderno, non trova spiegazione soltanto nella globalizzazione e nella riproposizione di istanze di carattere secessionista. Queste sono conseguenze piuttosto che cause. La causa principale, a mio parere, è l’affermazione, quasi su scala planetaria, di una ideologia dominante basata in particolare sulla congiunzione dell’ideologia del progresso e dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Questa ideologia dominante, erede dell’Illuminismo e che, come ci ha insegnato Marx, è anche l’ideologia della classe dominante, ha trasformato l’intero ambito politico, ha abbattuto le frontiere, giustificato le “guerre umanitarie” e dato una dimensione universalista ai vecchi problemi nazionali. Con la “governance”, l’amministrazione delle cose ha sostituito il governo degli uomini. L’espertocrazia, la convinzione che i problemi politici siano in ultima analisi solo problemi tecnici per i quali esiste una sola possibile soluzione razionale, ha alimentato la sensazione che la decisione strettamente politica non abbia più alcun ruolo da svolgere perché “non esiste alternativa” (Margaret Thatcher).Il risultato è che la “secessione” da Lei menzionata riguardo alle entità regionali è diventata la regola in seno a tutte le classi lavoratrici e medie in via di declassamento (è la nuova secessio plebis). La classe dirigente si è separata dal popolo e il divario ha continuato ad approfondirsi. L’adesione dei partiti di sinistra alla società di mercato ha peggiorato ulteriormente le cose. La sinistra ha tradito l’ispirazione del socialismo originario, che era di difendere la causa dei lavoratori. Lo Stato stesso ha cessato di essere produttore di socialità. Questa è la causa profonda del declino dei vecchi partiti cosiddetti “di governo” e dell’ascesa di movimenti più atipici che siamo abituati a qualificare generalmente come “populisti”, mentre una parte significativa di cittadini, avendo perso ogni speranza di essere ascoltata, preferisce tenersi definitivamente lontano dal gioco politico.
Fondamentalmente lei ha assolutamente ragione. Le identità comunitarie hanno maggiore difficoltà a sopravvivere in uno Stato-nazione spesso segnato dalla tradizione giacobina, che tende a eliminare i corpi intermedi e a svuotare le culture regionali delle loro specificità. Lo Stato moderno aspira a produrre una società moderna in cui l’individuo si trovi solo di fronte alla struttura statale, il che implica la scomparsa di fatto delle forme di vita comunitaria e il costante indebolimento dei legami sociali. Non è lo stesso nella tradizione imperiale (oggi forse dovremmo dire “federale”), la cui caratteristica principale è quella di essere sostenuta da un’idea spirituale e dal ricorso sistematico al principio di sussidiarietà – o principio di competenza sufficiente – consistente nel fare in modo che i problemi siano affrontati e risolti al livello più basso possibile. In un tale modello, la sovranità è necessariamente distribuita a diversi livelli invece di essere concepita come “indivisibile”, come in Althusius (in contrapposizione a Jean Bodin). Il vecchio problema di conciliare l’unità e la molteplicità trova così, naturalmente, la sua soluzione. Le identità sono plurali e soprattutto sono riconosciute per quello che sono. La grande questione del riconoscimento, sulla quale Hegel fu uno dei primi a mettere l’accento, è oggi una questione importante, considerando che è il rifiuto di riconoscere la pluralità delle forme di socialità che a sua volta provoca la loro affermazione in forme talvolta estreme o convulse.
Luigi Tedeschi: Un mondo globalizzato presuppone l’annullamento delle differenze. Ma l’avvento della globalizzazione ha generato per reazione la rivendicazione delle identità comunitarie. L’affermazione delle appartenenze non ha origine quindi come contrapposizione al rifiuto del loro riconoscimento? Le identità non nascono dal conflitto mediante il quale popoli, classi sociali, culture e religioni pervengono al loro riconoscimento? Le identità non si affermano mediante un processo dialettico – conflittuale in cui una entità comunitaria riesce a rimuovere le cause della sua negazione ed ottiene il suo riconoscimento?
Alain de Benoist: Ho appena accennato a questa dialettica, che è perfettamente normale, anche se spesso porta, inevitabilmente, a un’estremizzazione o radicalizzazione dei rapporti sociali. La causa principale del rifiuto di riconoscere le differenze, siano esse etno-culturali, religiose, comunitarie, sessuali e di altro tipo, è quella che ho chiamato l’ideologia del Medesimo. La sua caratteristica distintiva è che intende l’uguaglianza come sinonimo di identità, il che è un errore completo. I suoi sostenitori, ad esempio, sostengono che uomini e donne saranno “uguali” solo quando si sarà fatto sparire tutto ciò che può distinguerli. Da qui le illusioni della teoria del genere, che si sforza di “decostruire” le differenze sessuali riducendole a “costruzioni sociali” che gli individui sarebbero in grado di scegliere a loro piacimento, come se queste differenze, prima di poter essere costruite socialmente, non fossero radicate come un dato biologico e fisiologico. Ciò porta all’apologia del “neutro” e, insieme, a quella di ogni forma di mescolanza, ibridazione, fenomeni “trans”, ecc. Non si deve nemmeno dimenticare che, nel processo di sradicamento delle differenze, anche il capitalismo liberale gioca un ruolo essenziale. Il capitalismo, che non è solo un sistema economico ma anche un sistema antropologico e un modo di percepire il mondo, si basa sul principio di illimitatezza. La sua unica parola d’ordine è “sempre di più” (più mercato, più scambi, più profitti, più denaro trasformato in capitale, ecc.); l’eccesso (hybris) appartiene alla sua natura. Nella sua ambizione di espandersi su scala planetaria e di far predominare ovunque i valori di mercato, il capitalismo considera come ostacoli da eliminare tutto ciò che può frenare la corsa in avanti della produzione, della crescita e della sovraccumulazione di capitale .Nella sua ambizione di espandersi su scala planetaria e di far predominare ovunque i valori di mercato, il capitalismo considera gli ostacoli all’eliminazione di tutto ciò che può ostacolare la corsa in avanti della produzione, della crescita e della sovraccumulazione di capitale. Questi ostacoli sono innanzitutto i confini geografici, ma anche le “frontiere” o i limiti rappresentati da specifici modi di socialità e valori condivisi propri di un popolo, identità nazionali e regionali, abitudini culturali o regole morali che il gioco del capitale non riesce a fagocitare. Pertanto essi devono essere eliminati.
Luigi Tedeschi: La post modernità è l’era della precarietà, della flessibilità, della società liquida. Se l’uomo è dunque materia prima manipolabile, la sua identità non è plasmabile in base alle funzioni socio – economiche che esso assume nella società? Inoltre, poiché la cultura dell’immagine si sovrappone alla realtà e la percezione prevale sulla realtà oggettiva, nel mondo della virtualità digitale, l’individuo non può assumere infinite identità artificiali? Nella post modernità l’individualismo liberale non è giunto al suo definitivo compimento, in questa dimensione di nichilismo esistenziale che si configura come una fuga dalla realtà, in cui l’uomo crea e distrugge virtualmente se stesso in quanto privo di qualsiasi identità?
Alain de Benoist: In questa prospettiva, quella della confusione tra uguaglianza e identità, gli individui, supposti fondamentalmente ˝gli stessi˝, diventano intercambiabili, il che spiega l’avvento della società liquida, la moltiplicazione dei flussi migratori, la disconnessione sociale, la natura effimera e flessibile degli impegni e, infine, la miseria sociale, emotiva e morale. La fuga dalla realtà, il “rifiuto di vedere ciò che vediamo”, come diceva Charles Péguy, affonda le sue radici in un duplice fenomeno: da un lato, assistiamo a un’inflazione senza precedenti, fondata sulla moltiplicazione dei diritti soggettivi che lo Stato dovrebbe garantire, di quella che Heidegger chiamava la metafisica della soggettività. Il soggettivo diventa l’equivalente della verità. Se sono un uomo, ma mi considero una donna, allora tutti devono considerarmi tale e le autorità pubbliche devono “oggettivare” la mia affermazione riconoscendo una “realtà” che viene direttamente dalla mia mente. La convinzione che sia possibile costruire se stessi senza prendere in considerazione qualcosa che già c’è, qualcosa che si trova a monte degli individui, equivale allora a una ridefinizione della realtà. Il reale non è più solo soppiantato dal virtuale (nel senso di Jean Baudrillard), ma è ridotto alla percezione puramente soggettiva che ne ho. Il vero diventa “un momento del falso” (Guy Debord). È la porta aperta a tutte le delusioni che vediamo emergere quasi ovunque oggi. Le identità reali non vengono più riconosciute, ma siamo chiamati a riconoscere identità fantastiche, se non patologiche, che non hanno altra realtà che quella attribuita loro da chi immagina che corrispondano alla realtà.
Luigi Tedeschi: Il razzismo indigenista, con la cultura woke, l’ideologia gender, l’LGBT e il transumanesimo sono espressioni della cultura liberal americana. La questione razziale prevale sulla questione sociale, la lotta contro le discriminazioni delle minoranze ha sostituito la lotta di classe. Con l’etnicizzazione dei rapporti sociali non si è realizzata l’assimilazione dei “razzializzati” alla società neoliberista occidentale? Il capitalismo, nella sua evoluzione post moderna, non ha trasformato il dissenso identitario in massa militante a sostegno della propria sovrastruttura culturale liberal – progressista imposta dalle élites economico – finanziarie?
Alain de Benoist: L’indigenismo, la cultura woke costituisce un fenomeno nuovo: la razzializzazione delle relazioni sociali, in modo patologico. I “razzizzati” non cercano di definire la propria identità, ma di distruggere quella degli altri (“mascolinità tossica”, “patriarcato bianco eteronormativo”, “razzismo sistemico”, ecc.). Molti di loro hanno il merito di rifiutare l’universalismo, che smascherano facilmente come un etnocentrismo di fatto, ma riescono a contrastarlo solo con affermazioni caricaturali. L’antirazzismo che intendono rappresentare non è altro che razzismo di segno opposto. In queste condizioni, il comunitarismo si trasforma in secessionismo, basato sul rifiuto di ogni diritto comune. Ancora più grave è il modo in cui questa nuova versione della questione razziale tende a invadere ogni cosa, cancellando la questione sociale proprio nel momento in cui questa si pone più che mai acutamente. Si denunciano tutte le forme di dominio… tranne il dominio di classe, si riconoscono tutte le forme di lotta… tranne la lotta di classe. Il capitalismo è risparmiato da ogni accusa, il che non sorprende se sappiamo che tutte queste mode ideologiche (dall’LGBT al neofemminismo universalista, passando per la cancel culture e la teoria del genere) sono state importate dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo vengono importati in Europa temi legati alla storia specifica degli Stati Uniti che non hanno nulla a che vedere con la nostra.
Luigi Tedeschi: Il capitalismo non si identifica con il colonialismo. Esso infatti è un sistema suscettibile di infinite trasformazioni e adattabilità ai diversi contesti storici. Il sistema capitalista occidentale e universalista è sopravvissuto alla decolonizzazione e con la globalizzazione ha occidentalizzato il mondo. Il declino della potenza americana e l’emergere del multilateralismo nella geopolitica mondiale, non darà luogo ad un mondo differenziato in tanti capitalismi diversificati? I mutamenti della geopolitica mondiale potranno condurre ad un superamento del sistema capitalista?
Alain de Benoist: Il tentativo di collegare l’anticolonialismo all’anticapitalismo è davvero un tentativo a dir poco pericoloso. Negli “studi postcoloniali”, il capitalismo è trattato solo come un sistema economico e una rete di potere globale che sarebbe intrinsecamente inseparabile da un colonialismo basato sulla nozione di razza: questo è il tema del “capitalismo bianco (o dei Bianchi)”. Il capitalismo è ricondotto al colonialismo, a sua volta ricondotto alla dominazione bianca, mentre il razziale sostituisce il sociale. Di conseguenza, tutto ciò che costituisce l’essenza stessa del capitalismo (rapporti di classe, sfruttamento del lavoro vivo, sovraccumulazione del capitale, feticismo delle merci, rimozione dei limiti, ideologia del denaro come equivalente universale) viene puramente e semplicemente eluso. Da qui l’uso dell’espressione “colonialità del potere”, che in realtà non significa molto. La tesi è tanto più goffa in quanto suggerisce che i paesi ex colonizzatori siano diventati più ricchi grazie alla colonizzazione, mentre oggi sappiamo che è vero il contrario. Quanto al capitalismo, da allora ha dimostrato di non essere legato a nessun contesto particolare, ma di adattarsi altrettanto facilmente a qualsiasi situazione sociale o politica purché possa trarne profitto. La prova è che il dominio del sistema capitalista è stato lo stesso nei paesi che non sono mai stati colonizzati. Il capitalismo non è intrinsecamente legato al colonialismo più di quanto lo sia al sistema patriarcale. Il capitalismo cerca il profitto ovunque lo trovi. Oggi, le aziende capitaliste sono le prime a sottoscrivere valori “antirazzisti” e temi LGBT, o a vendere speciali “kit” identitari di circostanza, per il semplice motivo che ciò massimizza i loro profitti. Domani, per lo stesso motivo, faranno altrettanto bene il contrario. Il capitalismo è indifferente ai valori diversi da quelli di mercato, è indifferente alle culture così come alle considerazioni morali. Vuole di più, sempre di più, anche se ciò significa sempre più precarietà, povertà e disuguaglianza, senza capire che, se le persone aspirano a una certa omogeneità etnica, hanno bisogno ancora di più di omogeneità sociale, vale a dire di una società in cui le disparità di reddito non siano politicamente e moralmente insopportabili.
Videoconferenza del canale YouTube PAGINE FILOSOFALI, trasmesso in live streaming il giorno 24 ottobre 2023.
In occasione della recente pubblicazione per le Edizioni Feltrinelli dell’opera di Parmenide, intitolata Perì Phýseos (Dell’Origine), si svolgerà un simposio d’approfondimento sul Sapiente di Elea e sul mondo italico e presocratico.
Con la conduzione di Rosanna Lia e Luca Valentini saranno nostri ospiti: – Angelo Tonelli (curatore dell’opera, filologo, regista, poeta); – Valentina Cagliesi (curatrice della sezione iconografica e ricercatrice del mondo greco ed etrusco . italico); – Renata Rossi (ricercatrice del mondo orfico, pitagorico e magnogreco).
“L’opera di Parmenide, intitolata Perì Phýseos (Dell’Origine), doveva avere un’estensione di gran lunga superiore ai soli 150 versi circa giunti fino a noi.
In questi frammenti nasce la Sapienza greca affidata alla scrittura, e in essa dimora la radice della filosofia d’Occidente. Ma che senso ha tornare ancora a Parmenide? Perché ripercorrere la via che lo condusse alla soglia del mondo visibile?
Perché oggi sappiamo che Parmenide non era solo un filosofo, ma molto di più. Era un sacerdote di Apollo Oúlios, l’Apollo delle Guarigioni, iatromante e maestro-sciamano di sacralità alla maniera dei corrispettivi d’Oriente – induisti, taoisti, buddhisti –, e dunque la sua sapienza tramandata oralmente connetteva la sophía occidentale con quella orientale. In più era anche politico illuminato, alla maniera dei Pitagorici, oltre che raffinatissimo indagatore della Natura. E fu il primo, emergendo dallo sfondo della tenzone dialettica originaria, a fornire un modello per l’articolazione razionale del pensiero, attraverso l’uso di principi come quello di non contraddizione e del terzo escluso. È proprio per rendergli giustizia, dunque, e restituire a noi uno sguardo mistico sulla vita e la sua scaturigine, che giova rileggere Parmenide e il suo poema, i cui frammenti ci mostrano e ci testimoniano il “fiore dell’intuire””.
Parmenide e l’Origine: intervista ad Angelo Tonelli
Globalizzazione, mondializzazione, planetarizzazione, universalizzazione…sinonimi o differenti significazioni?
DEFINIZIONI
– Globalizzazione: Processo relativo all’atto di inglobare il resto del mondo secondo i dettami dell’occidente atlantico attraverso la diffusione di uno stile di vita omologato dalle multinazionali e dall’alta finanza capitalista.
– Mondializzazione: Processo relativo di integrazione del mondo attraverso le azioni dei popoli dal basso che riportano in auge le proprie culture e mercati locali a livello mondiale per necessità imposte dalle migrazioni.
– Planetarizzazione: Processo relativo all’inclusione delle parti componenti del pianeta viste dalla prospettiva di un tutto unico quale conformazione che è più della sommatoria delle parti, laddove la priorità è il bene del pianeta che sottopone tutti gli interessi particolari, a partire da una visione politica unificata che gestisce un economia non più capitalista.
– Universalizzazione: Processo relativo alla generalizzazione culturale di principi costanti validi per qualsiasi necessario contesto spaziotemporale terrestre e non terrestre.
Quindi, quando parlo di planetarizzazione non fate confusione con la globalizzazione.
Nella globalizzazione le relazioni internazionali sono sottomesse dai diktat introdotti dal liberalismo capitalista fondato sull’impiego dello stato nazione.
Nella mondializzazione le relazioni internazionali sono condotte dalle necessità poste dalle esigenze transnazionali fondate da interessi migratori.
Nella planetarizzazione le relazioni internazionali sono sottoposte a un think-tank di virtuose rappresentanze imperiali che, unificato il monopolio dell’uso della forza a livello planetario, si espongono per i singoli cinque continenti, delle rappresentanze emanate da impalcature politiche interne ai continenti che annidano le civiltà regionali degli stati in magisteri politici.
Nella universalizzazione le relazioni internazionali sono inutili poiché si presume un’apertura verso realtà cosmiche extraterrestri.
L’UNIVERSALIZZAZIONE NEL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
“Questo è il gioco del chi non obbedisce paga, perché non hai scampo”
Se sei un capotreno, non puoi lavorare, ma puoi comprare il biglietto e viaggiare nello stesso treno che conducevi.
Se sei una cassiera del supermercato, non puoi lavorare, ma puoi andare nello stesso supermercato a fare la spesa, come cliente e pagare il conto alla cassa dove di solito ti sedevi.
Se sei un impiegato comunale, non puoi lavorare, ma puoi andare nel comune dove lavoravi a chiedere un certificato di residenza, al collega o al nuovo assunto precario al tuo posto.
Se sei un pilota d’aereo, non puoi lavorare, ma puoi comprare un biglietto e sederti come passeggero del volo che pilotavi.
Se lavori in banca, non puoi continuare, ma puoi andarci ogni volta che devi fare delle operazioni sul tuo conto corrente… Oppure puoi aprirne anche altri.
Vedrai i tuoi colleghi anestetizzati, eseguire gli ordini, senza chiedersi come sia possibile tutto questo. Quelli più di buon gusto, si sentiranno un po’ in colpa e si scaricheranno la coscienza, facendoti le loro scuse… continuando ad eseguire gli ordini. Quelli più irranciditi, proveranno anche un insano piacere nel vederti soffrire.
Il gioco si conclude così…
Vinci 50 punti, se scopri quale valore sanitario ha l’applicazione di questa normativa.
Vinci 1000 punti, se comprendi il disegno che c’è dietro al cartellino verde pisello.
Vinci 10.000 punti, se comprendi l’intento nella creazione del siero miracoloso.
Vinci 100.000 punti, se indovini qual’è la prossima emergenza.
Vinci un valore inestimabile per tutto il resto della tua esistenza, se scegli te stesso e ti senti libero di decidere cosa vuoi fare ogni giorno.
Il ministro degli Interni del Regno Unito, Suella Braverman, è stata messa sotto esame sulla sua politica di immigrazione dopo che l’ambasciatore del Ruanda ha criticato la posizione del governo britannico sui richiedenti asilo, definendola “assolutamente sbagliata”.
Johnston Busingye, alto commissario del Ruanda che inizialmente aveva sostenuto il piano del governo britannico di inviare i richiedenti asilo nel suo Paese, ha affermato che i ministri devono esaminare le forze trainanti della migrazione. “È immorale per questo Paese continuare a considerarsi il Paese dei rifugiati, di protezione, di compassione. Hanno ridotto in schiavitù milioni di persone per 400 anni. Hanno distrutto l’India, hanno distrutto la Cina, hanno distrutto l’Africa”, ha dichiarato al quotidiano Guardian.
L’incontro filmato di nascosto è avvenuto durante un incontro al Travellrs Club di St James’s a Londra in agosto. L’operazione è stata condotta dal gruppo elettorale Led By Donkeys in collaborazione con il giornalista Antony Barnett.
Busingye, credendo di incontrare un rappresentante di una società del sud-est asiatico interessata ad investire in Ruanda, ha espresso apertamente le sue opinioni. Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe detto al primo ministro o al ministro degli Interni riguardo alla politica di immigrazione del Regno Unito, ha risposto dicendo che avrebbe detto loro che era “assolutamente sbagliata”.
Mancanza di una politica a lungo termine
“Dovrebbero avere una politica a lungo termine che permetta alle persone di scegliere di non rischiare la vita venendo nel Regno Unito. Perché in questo momento molte persone non vengono qui a causa della guerra nel loro Paese, vengono qui perché sono senza speranza. Vengono qui perché non hanno futuro”, ha dichiarato l’ambasciatore.
Busingye parla in modo sprezzante delle prove secondo cui 12 rifugiati sono stati uccisi dalla polizia in Ruanda a causa dei tagli alle razioni alimentari nel febbraio 2018. “Bene, c’è stato un incidente nel 2018 in cui la polizia ha sparato a 10 rifugiati. Sì, potrebbe essere successo, ma allora? Qui nel Regno Unito, ogni giorno sparano a qualcuno e la notizia viene trasmessa dalla BBC e ovunque”, ha dichiarato.
Durante l’incontro, l’ambasciatore è apparso riluttante a dare una garanzia categorica che i rifugiati trasportati in Ruanda dal Regno Unito non sarebbero mai stati riportati nel loro paese d’origine. “Anche se accadesse, nell’improbabile eventualità che accadesse, quante volte accadrebbe? Abbiamo un doppio comitato di vigilanza britannico e ruandese. È molto indipendente”, ha aggiunto Busingye.
Controverso piano del governo britannico di inviare richiedenti asilo in Ruanda
Braverman ha chiesto una riforma globale del sistema migratorio globale, avvertendo che l’immigrazione incontrollata rappresenta una “sfida esistenziale” per le nazioni occidentali. L’indagine solleva anche nuove domande sul controverso piano del governo britannico di inviare richiedenti asilo in Ruanda e getta un’ombra sulla situazione dei diritti umani del Regno Unito.
A giugno, la Corte d’appello ha dichiarato illegale il piano del governo. Di conseguenza, il governo ha presentato ricorso alla Corte Suprema, con udienza prevista per ottobre. Secondo quanto riferito, il Regno Unito ha pagato in anticipo al Ruanda, a corto di soldi, 148 milioni di dollari per l’accordo di deportazione e prevede di effettuare pagamenti aggiuntivi al Paese africano in base al numero di richiedenti asilo deportati. I gruppi per i diritti umani affermano che è immorale e disumano mandare le persone a percorrere più di 6.400 chilometri verso un Paese in cui non vogliono vivere. Citano anche la scarsa situazione dei diritti umani del Ruanda, comprese le accuse di tortura e uccisioni di oppositori del governo.
Ruanda: Regno Unito ha ridotto in schiavitù milioni di persone per 400 anni
Il paradigma gnostico insegna che l’universo ha natura predatoria: tutti mangiano tutti. Entità sovrasensibili, siccome parassiti animici, si nutrono delle emanazioni psichiche degli umani.
Il paradigma steineriano è più ottimista e dice che l’universo è una scuola di evoluzione. Tuttavia anche Steiner ammette che le gerarchie spirituali si nutrono delle emanazioni psichiche umane, però specifica che anch’esse devono pur mangiare e campare, perciò è giusto nutrirle con “cibo” gustoso. Se patiscono la fame, esse non potranno inviarci buone ispirazioni.
Nel video linkato nei commenti, il ricercatore e globetrotter Klode Nagal spiega come far morire di fame gli Arconti.
Ascoltandolo si potrà inizialmente pensare che le cose che dice non siano compatibili con la dottrina steineriana. Ma alla fine i due hanno un punto in comune: individuano nell’Amore la medicina risolutiva. Klod spiega che l’energia dell’amore fa scappare gli Arconti, così come Steiner disse che il pianeta Terra è destinato a divenire il Cosmo dell’Amore, grazie a quegli umani che avranno saputo emanciparsi dalle insidie degli Ostacolatori.
Siccome non ne posso più di sentire stupidaggini sull’Islam, ripropongo una breve intervista al sottoscritto, di ben diciotto anni fa, che credo possa essere d’una qualche utilità per chi ancora ha le idee molto confuse al riguardo. La inserii in «Islamofobia. Attori, tattiche, finalità», pubblicato nel 2008.
Per quanto riguarda il passaggio in cui parlo del turismo nei Paesi arabi ed islamici, nel 2005 non avevo ancora cominciato a curare dei viaggi in prima persona. Avevo solo svolto la funzione di accompagnatore per alcuni operatori turistici, nei quali la mia funzione era piuttosto marginale. E, soprattutto, non avevo alcuna voce in capitolo sulla ricerca dei partecipanti.
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INTERVISTA SULL’ISLÂM (*)
D: Negli ultimi tre anni si è parlato continuamente di “mondo islamico”, tanto che nelle masse si è creata l’illusione di sapere molto, quasi tutto, su questa religione. Ad avviso di chi scrive, questo genere di conoscenza è ancora più pericolosa della totale ignoranza; ti chiedo perciò una cosa molto impegnativa: “Che cosa è l’Islàm”?
R: Già negli anni Novanta esisteva una discreta mole di pubblicistica divulgativa sull’Islâm, sollecitata dal fenomeno dell’immigrazione di aderenti a questa religione (che, cercherò di spiegarlo, è una completa visione del mondo). L’approccio, in quei testi, era generalmente molto rispettoso, talvolta addirittura lusinghiero. E questo, ricordiamolo, quando ad ogni buon analista appariva chiaro che con l’Occidente coalizzatosi nel 1990 contro il “cattivo” Saddam Hussein si preparava lo schema da “scontro di civiltà”. Ma ancora il lavoro dei vari “pensatoi” (i think tank…) non aveva scavato a fondo nelle coscienze, e l’islamofobia manifesta rimaneva un fatto di nicchia, appannaggio di coloro che l’hanno da sempre coltivata sognando le Crociate e Lepanto. Non era, insomma, un fenomeno di massa, anche se, ad onor del vero, “il Turco”, “il Saraceno”, “il Maomettano” sono incubi che abitano nel profondo della “psicologia collettiva” europea, in specie quella meridionale, e che perciò, facilmente, possono sempre essere riportati in superficie. Ad un livello, appunto, di “psicologia collettiva”, con l’11 settembre è stata effettuata un’operazione di riattivazione di questo “materiale psichico” sedimentatosi nel corso dei secoli (non solo a causa di pregiudizi, per carità, perché le scorrerie dei corsari barbareschi sulle coste italiane sono un fatto, anche se questo argomento è complesso e non c’è lo spazio per svilupparlo qui).
Questa premessa per dire che in tutto il parlare che dopo l’11 settembre occupa intere serate d’intrattenimento e nella valanga di instant book, opuscoli e dossier sull’Islâm nei quali si sono cimentati un po’ tutti spesso traspare l’intento (compiacendo i relativi committenti…) di nuocere all’Islâm e ai musulmani. Non si tratta ad ogni modo di un serio tentativo di conoscenza, ma, come di norma accade, di una scorciatoia per “farsi un’idea”. Ora, questo non è detto che porti inevitabilmente a risultati negativi: dipende sempre dall’intenzione che muove chi scrive e chi legge. Per di più, ovviamente, non possiamo conoscere tutto, e difatti non si conosce mai completamente niente di tutto ciò che appartiene al mondo fenomenico. Io stesso, all’inizio dei miei corsi all’Università, dico sempre “qui ci facciamo un’idea sull’Islâm”, e non “alla fine del corso conoscerete l’Islâm”. Siccome però mi chiedi “che cosa è l’Islâm”, ti risponderò partendo dall’etimologia. Le parole arabe hanno quasi sempre una radice triconsonantica che nel caso del termine “Islâm” è sîn-lâm-mîm (s-l-m), le cui forme verbali veicolano i seguenti significati: essere sano, in buona salute, consegnare, consegnarsi, arrendersi. Tra queste forme verbali, quella da cui deriva il nome “Islâm” è una di quelle che esprime un atteggiamento attivo, per cui, ricorrendo ad una perifrasi, si potrebbe definire l’Islâm un “consegnarsi volontariamente al volere divino (espresso a chiare lettere nel Corano)”. Spesso si leggono delle spiegazioni approssimative: “salâm” (pace) ha certo la stessa radice di “Islâm”, ma “Salâm” e “Islâm” non sono la stessa cosa, né ha senso dire che l’Islâm è “la religione della pace”. La Pace (con la P maiuscola) è una conseguenza dell’Islâm, e as-Salâm (“la Pace”) è uno dei 99 Nomi divini “più belli”. Per non parlare della “sottomissione (a Dio)”, che dà l’idea di un credente tiranneggiato da un dispotico Signore.
In estrema sintesi, è musulmano colui che riconosce l’Unità e l’Unicità di Dio (tawhîd) espresse nella shahâda, la testimonianza di fede che recita: “Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”. A questo punto, il credente (al-mu’min; Îmân = fede), colui che crede in Dio, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Inviati, nell’Ultimo Giorno (il “Giorno del Giudizio”), esprime il suo Islâm nella pratica dei cosiddetti cinque “pilastri dell’Islâm”, che sono, dopo la shahâda: la salât, la preghiera canonica rituale cinque volte al dì; la zakât, una vera e propria tassa esatta dallo Stato per conto della comunità secondo precise indicazioni a seconda dei beni (tipologia, minimo imponibile, aliquota) e ridistribuita a beneficio di precise categorie di aventi diritto; sawm Ramadân, ovvero l’astinenza (piuttosto che “digiuno”) durante il mese di Ramadân (il 9° del calendario lunare islamico), dall’alba al tramonto di ogni giorno; il hajj, il Pellegrinaggio alla Casa Santa (il “Centro del mondo”, il “santuario” di Mecca che contiene anche la Ka‘ba con la Pietra Nera) in precisi giorni dell’anno, almeno una volta nella vita.
D: Pensi che gli opinion makers abbiano in fin dei conti evidenziato cose giuste o pensi che abbiano solo fatto confusione?
R: Se si riflette sul significato di “opinion makers”, “fabbricanti di opinioni”, in pratica ci si è già dati una risposta. Questi personaggi, in numero tutto sommato esiguo, onnipresenti e presentati come degli autentici oracoli (anche grazie al fatto che li si sottrae ad ogni autentico contraddittorio), svolgono alla perfezione il compito cui sono stati delegati, ovvero la fornitura di un ‘corredo’ intellettuale, una sorta di sapere prêt à porter funzionale alle esigenze politiche dei loro committenti. Che difatti li pagano profumatamente… Non si tratta perciò d’interrogarsi in merito a quel che propongono di volta in volta ad un pubblico in massima parte sprovveduto e che li considera la necessaria ‘porta’ per ottenere delle informazioni sul mondo arabo-islamico. I loro argomenti alla fin fine ruotano sempre attorno ad un’unica esigenza: creare allarmismo attorno all’Islâm, ponendolo al centro della scena dicendo: “il problema, oggi, è l’Islâm”, quando invece gli italiani – e non solo – avrebbero ben altri bersagli cui indirizzare le loro preoccupazioni di carattere politico, sociale ed economico.
D: La conoscenza diretta del variegato mondo islamico è quasi interamente affidata ai canali del turismo di massa. Non credi che anche un genere di contatto simile non faccia altro che alimentare luoghi comuni e pregiudizi?
R: Il turismo di massa è una parodia dell’incontro tra culture e genti diverse. Per esperienza diretta, avendo avuto occasione di accompagnare dei gruppi di turisti nel Vicino Oriente, posso affermare che sebbene i partecipanti a questo tipo di viaggi siano generalmente discretamente motivati e posseggano un livello di “cultura” piuttosto elevato, queste fugaci esperienze in loco non li ‘vaccinano’ dal contagio da “scontro di civiltà”, magari a loro stessa insaputa. Mi spiego: avendo apprezzato il valore dell’arte islamica e la straordinaria profondità delle culture dei Paesi visitati, provano sincera indignazione alla notizia della distruzione di un importante museo sotto le bombe americane, ma si dimostrano completamente vulnerabili sul piano della propaganda di tipo politico essendo pronti a condannare qualsiasi resistenza armata all’invasore, come se questi popoli – i reali popoli arabi e islamici, e non quelli dei libri e dei musei – non fossero capaci di scegliere l’opzione politica che più si confà al loro sentire e alla loro cultura, e perciò degni di rispetto per le scelte che fanno in quello che ritengono essere il loro interesse.
Anche in questo si riflette una grave incapacità a concepire l’Altro da sé. Più di vent’anni fa Pascal Bruckner – di certo non un “progressista” – scriveva ne Il singhiozzo dell’uomo bianco che “l’indigeno è accettato solo se bisognoso (di carità missionaria) o rivoluzionario (marxista-leninista)”, e la situazione è senz’altro peggiorata perché ciò significava che almeno entro certi schemi gli si riconosceva il diritto di ribellarsi!
Il turista, sebbene armato delle migliori intenzioni, cerca inoltre una realtà contraffatta, imbevuta d’esotismo, nella quale il rapporto con la gente del posto si limita ad una serie ritualizzata di situazioni-tipo, qual è ad esempio la tipica scorribanda in un sûq. Oppure, che dire di quell’autentica “barbarie del comfort” che caratterizza questi costosissimi viaggi? Il turista mangia razioni doppie o triple di cibo rispetto alle gente del posto, vive in ambienti dove si pulisce sul pulito, è causa – con la complicità di affaristi locali legati a catene multinazionali – dello scempio di molti paradisi naturali. Per di più, agli occhi dei locali, tutto questo sfarzo alimenta il pregiudizio per cui noi “occidentali” siamo tutti dei piccoli Paperon de’ Paperoni, con buona pace dei bei discorsi sulla comprensione reciproca di cui s’ammanta l’industria turistica… .
D: È innegabile che nella religione musulmana si sia innestata una componente guerresca. Non sto a sindacare se questa componente sia comprensibile o meno, tuttavia mi chiedevo se tali caratteristiche non siano un prodotto di una certa “colonizzazione di ritorno”. Quale che sia il nostro giudizio su Bin Laden, non pensi che sia difficile ritrovare in lui un reale atto di rivolta, vista la sua profonda appartenenza ai miti dell’Occidente?
R: L’Islâm parte da una base realistica, e non descrive il mondo così come ci piacerebbe che fosse, con gli agnellini accarezzati da belve feroci, tipo l’iconografia di certe chiese statunitensi. La vita contempla anche il combattimento, la lotta, e chiunque lo sperimenta ogni giorno. La guerra fa parte della vita degli uomini e delle comunità. Ma l’importante è stabilire delle regole che assicurino il rispetto di alcune garanzie fondamentali e, soprattutto, contribuiscano a ristabilire al più presto le condizioni per una pace con giustizia e quindi duratura .
Dunque, per evitare fraintendimenti, bisogna spiegare che cosa è il jihâd, nel 99% dei casi tradotto con “guerra santa” senza aggiungere altro, senz’altro in malafede quando si tratta di inviati che da anni stanno al Cairo o a Gerusalemme (senza sapere l’arabo!). Di nuovo, dobbiamo rivolgerci all’etimologia. La radice triconsonantica jîm-hâ’-dâl (j-h-d) veicola i significati di “sforzo”, “impegno”, “assiduità”, “applicazione con zelo”. La forma verbale jâhada significa “combattere qn.”, ma al-jihâd fî sabîl Allâh è “il combattimento sulla Via di Dio”, un “sacro sforzo” per avvicinarsi a Lui. Qui l’Islâm distingue due tipi di jihâd: il “grande jihâd”, che è quello contro le proprie passioni, contro l’anima concupiscente dispersa nella molteplicità, ed un “piccolo jihâd”, quello da svolgere con le armi in difesa della comunità. Quest’ultimo, come è scritto nel Corano, non ha niente a che vedere con la guerra indiscriminata o “totale” moderna, dove le prime vittime sono le popolazioni civili proprio perché non esiste più la distinzione tra militari e non, essendoci un solo soggetto che svolge operazioni di “polizia internazionale” a caccia di ‘fuorilegge’ (e i popoli lo sono nella misura in cui sostengono i “dittatori”: per questo c’è l’embargo…), come nella migliore tradizione western. Tutto nel jihâd è sottoposto a regolamentazione: dal trattamento del prigioniero, alla spartizione del bottino eventualmente preso al nemico. Ma, ribadisco, il jihâd interiore deve prevalere su quello esteriore, anche mentre si svolge quest’ultimo, il che – s’intuisce – preserva il combattente dal commettere inutili efferatezze.
Purtroppo – e qui è evidente un processo degenerativo influenzato dall’importazione di una prassi politica non islamica – molti movimenti islamisti (lo studioso, invece, è un “islamologo”) assolutizzano il concetto di “piccolo jihâd” e ne fanno il jihâd tout court: in ciò sono assimilabili ai gruppi rivoluzionari laici, con l’unica differenza che cercano una legittimazione di tipo religioso. Detto questo, non vuol dire che i vari Bin Laden s’inventino dei problemi dal nulla: è semmai il tipo di risposta che danno che andrebbe sostituita con altre più genuinamente islamiche, ma non certo far finta che tutto vada bene e limitarsi a conformistiche e rituali pubbliche condanne, comprese quelle di “musulmani moderati” talvolta davvero patetici nel loro goffo tentativo d’ingraziarsi i nemici dell’Islâm. Già che ci sono, “musulmano moderato” non significa niente, se non “musulmano funzionale”, poiché l’Islâm ricerca sempre la moderazione, la “via mediana”, rifuggendo le esagerazioni.
D: Quello che sta accadendo è da molti considerato uno “scontro di civiltà”. A mio avviso questa è una idea perniciosa, ma quello che desideravo comprendere è se ritieni che categorie risorgimentali come i concetti di “destra” e “sinistra” siano in qualche modo utili per districarsi nei conflitti in atto.
R: Onestamente, devo ammettere di non aver ancora capito cosa sia questo famoso “scontro di civiltà”. La questione è stata posta all’ordine del giorno per il tramite di un superpagato “analista” solo perché l’Occidente (e quando scrivo “Occidente” parlo dell’azione solidale di tre gruppi: l’élite WASP anglo-americana a capo delle grandi multinazionali, una componente ebraico-sionista che controlla la cultura e i media ed ha forti influenze in campo finanziario, la componente clerico-massonica – forte sia in Europa che in Sud America – che mediante l’Opus Dei ha messo il suo universalismo al servizio del progetto mondialista) nel progetto di espansione planetaria del suo dominio si trova tra i piedi l’Islâm, sia dal punto di vista ‘ideologico’ (e qui il discorso si amplierebbe a considerazioni su quella che Guénon indicava come la “contro-iniziazione”) sia da quello geopolitico . In tutto questo, i popoli europei (ed alcuni loro esponenti politici), che sono i naturali vicini di casa dei popoli arabo-islamici, vengono allarmati, ricattati, abbindolati con questa favola dello “scontro di civiltà”, la cui presa è facilitata dall’aumentato afflusso d’immigrati di religione islamica, che pone inevitabilmente dei problemi (ma va osservato che i problemi li pone un’immigrazione eccessiva, e non una “immigrazione islamica”). Per di più, lo “scontro di civiltà” non descrive una situazione di fatto, oggettiva, ma solo uno stato di tensione indotto permanentemente finché farà comodo, poiché chiunque recandosi in un paese arabo-islamico può constatare come i popoli che li abitano, in specie quelli vicino-orientali, siano tra le persone più aperte e cordiali del mondo, né è sostenibile che un qualsivoglia paese arabo-islamico intenda conquistarci o sottometterci. Sfido chiunque a provare con argomenti razionali che è il mondo arabo-islamico a voler sottomettere l’Occidente – nel quale, ripeto, l’Europa sta a far da comparsa – e non, come sta avvenendo, il contrario.
Detto questo, va da sé che “destra” e “sinistra” non offrono alcuno strumento utile per orientarsi nella situazione attuale. Basti osservare l’indecoroso atteggiamento di entrambi gli schieramenti-fotocopia: quando uno grida “guerra”, l’altro risponde “pace”, ma se il primo ha un ripensamento, il secondo non lo asseconda come ci sarebbe da aspettarsi: si arrampica sugli specchi pur di fare il bastian contrario. Probabilmente i tifosi calcistici sono più obiettivi! A parte gli scherzi, come avviene negli Usa – e spiega magistralmente John Kleeves -, la “destra” è il capitalismo arrivato, soddisfatto, la “sinistra” quello insoddisfatto, che rappresenta i ceti emergenti , ragion per cui il “lavoro sporco” – qual è stato ad esempio l’attacco a Belgrado del 1999 – lo compie la “sinistra”, ed il “popolo” – che in pratica non c’è più, ma esiste, come scrive Costanzo Preve, una “classe media globale” – è così disposto ad accettare quel che mai accetterebbe se promosso dalla “destra”. Se nel 2003 si sono viste milioni di persone nelle strade per manifestare il loro dissenso (col riflusso attuale che la dice lunga sulla solidità delle loro posizioni, vagamente “pacifiste” ma refrattarie a riconoscere che resistere ad un’aggressione è giusto e sacrosanto), nel 1999, quando la guerra venne portata in Europa con la sinistra al governo, furono veramente pochi quelli che manifestarono contro quella guerra.
D: Una domanda più metafisica: da studioso immagino che proverai una forte fascinazione per il portato religioso musulmano.
R: Naturalmente, altrimenti sarei certamente passato ad altro. In effetti, non capisco come si possa dedicare una vita di studio a qualcosa che si detesta o, nel migliore dei casi, ci rimane indifferente. Il mio accostamento allo studio di quella che potremmo definire una “visione del mondo direttamente dettata da Dio” va di pari passo con l’approfondimento della conoscenza della lingua araba, lingua nella quale, lo ricordo, è scritto il Corano – da Qur’ân, “recitazione (salmodiata)” – essendo stata la lingua della Rivelazione. È perciò una lingua sacra, che ha inoltre la peculiarità d’essere una lingua viva, parlata in una ventina di Stati e ovunque si trovano comunità d’emigrati arabofoni.
D: Quale corrente dell’Islam ti affascina di più? Quale è il tuo giudizio sul Sufismo?
R: La corrente alla quale più mi sento vicino è quella sunnita “ortodossa”, quella mediana sistematizzata da al-Ghazâlî definita della ahl as-sunna [l’insieme delle tradizioni profetiche] wa l-jamâ‘a (“la gente della sunna e della comunità”), con ciò stabilendo che l’autorità risiede nell’interpretazione comunitaria dei dati della Rivelazione con l’ausilio dei dotti versati nelle scienze religiose (coloro che compiono l’ijtihâd, dalla stessa radice di jihâd), e non in qualche personaggio carismatico magari dotato di chissà quali poteri… In questo modo, l’unità della comunità è salva, e si evita il frazionamento in mille sette, tanto più ingiustificate se si pensa che nell’Islâm si ripete sovente che fî l-ikhtilâf rahma (“nella differenza c’è una misericordia”). Il sufismo (at-tasawwuf), non è invece una “corrente” dell’Islâm, ma ne costituisce piuttosto l’essenza, il nocciolo, la via lungo la quale ci si può incamminare per raggiungere, grazie ad un’iniziazione, una dottrina e un metodo sotto la guida di un maestro (shaykh) di una tarîqa (lett. “via”, tradotto spesso con “confraternita”) ortodossa, un grado di conoscenza più intimo della Rivelazione della cui luce comunque il credente partecipa attenendosi alla pratica dei cinque pilastri summenzionati e all’osservanza della sunna del Profeta. Difatti, dev’essere chiaro che non è pensabile seguire il Sufismo e non essere musulmani, poiché il Sufismo è l’approfondimento della “testimonianza di fede” (“Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”), per estinguere il sé individuale ed identificarsi col Sé universale. In pratica il sufi per questo mondo è già morto, sebbene sia ancora in vita, non avendo altra preoccupazione che la contemplazione e la glorificazione di Dio, il cui nome (Allâh) ricorda incessantemente col dhikr (“menzione”). In una pubblicazione islamica integralista-modernista (i due punti di vista sono apparentemente antitetici) ho letto una volta che “il sufismo non è Islâm”: si deve invece affermare che il Sufismo ortodosso, quello cioè trasmesso attraverso catene iniziatiche ininterrotte che partono dal Profeta, e che conta ancora numerosi aderenti in tutto il mondo islamico alla ricerca di un sincero percorso di rigenerazione spirituale, è non solo genuinamente islamico, ma è il miglior antidoto contro qualsiasi forma d’estremismo.
(*) Intervista a cura di Antonello Cresti, pubblicata col titolo «Che cosa è l’Islam? Discutiamone con Enrico Galoppini», “Guide Controcultura di Supereva”, 5 aprile 2005. Ripubblicato su “Eurasia-rivista.org”, 8 aprile 2005; “Aljazira.it”, 10 aprile 2005; “Italicum”, marzo-aprile 2005.
Le piccole illuminazioni che ricevi, che ti cambiano veramente, avvengono con piccole ma significative esperienze e nemmeno tanto cercate. Quando smetti di ideologizzare l’universo e la vita; quando smetti di ripetere proclami e dottrine, cominci realmente ad ascoltare e ad ascoltarti. Con semplicità. Il Santo Graal lo trovi dopo che hai smesso di cercarlo. Se ami sei nell’amore di Dio. La natura è luce di Dio e torre per arrivare a Lui. Sei lampada di Dio. Basta che ti accendi sul serio.
Ti immagini di diventare Aragorn o Parsifal. Sogni le mirabili gesta di Re Artù. Ti basti essere un Frodo qualsiasi, sommessamente e felicemente. Un piccolo uomo che può diventare grande perché fa la storia; la Grande Opera. Cosa ti occorre? Tieniti pronto. Poi, camminando s’apre cammino e imparerai strada facendo.