Testo di Julius Evola, a cura di Sandro Consolato in Pillole Evoliane
Per il quindicesimo giorno del mese chiamato Saka Dawa, quest’anno il 5 giugno 2020, in cui si commemora la Nascita, l’Illuminazione e il Parinirvana di Buddha Sakyamuni.
Bhāva (Nascita)
“Chi poi venne chiamato lo Svegliato, cioè il Buddha, era il principe Siddharta, secondo alcuni figlio di re, secondo altri, almeno della più pura e antica nobiltà della stirpe dei Çakya, proverbiale per la sua fierezza – era un modo di dire : ‘fiero come un Çakya’. Questa schiatta, a sua volta, come le più illustri e antiche dinastie indù, si rifaceva alla cosiddetta ‘stirpe solare’ – surya vamça – e all’antichissimo re Içvaku. ‘Lui, di stirpe solare’ – si legge, circa il Buddha. Ed egli lo dichiara: ‘Discendo dalla dinastia solare e sono di nascita un Çakya’ ed anche come asceta che ha rinunciato al mondo rivendica la dignità regale, la dignità di un re ariya”.
Nirvana (Illuminazione)
“In questi termini la ‘veglia’ degli arya si presenterebbe nella grandiosità di una vicenda in cui la notte si trasforma in giorno, l’incoscienza in supercoscienza; la visione di esistenze indefinite disperse nel tempo si dischiude come un ricordo, ed è lasciata indietro; la visione di infiniti destini di esseri sparsi nello spazio si dischiude ed è lasciata indietro. Verso le ultime ore della notte, là dove per gli altri ‘il sonno è più profondo’, all’albeggiare della luce fisica, albeggia anche quel sapere quel risveglio, in cui ogni mania è distrutta, che sovrasta ogni mondo con le sue schiere di angeli, di cattivi e buoni spiriti, di dèi e uomini, di asceti e sacerdoti. Così quando il Compiuto dalla superveglia della notte trasformata in luce ritorna al mondo degli uomini nel punto in cui la luce del sole va a rischiararlo, l’un risveglio corrisponde all’altro, l’elemento fisico e quello metafisico s’incontrano e per lui, pel Compiuto, ben si può usare una imagine ricorrente nei testi: appunto quella de sole, ‘quando, nell’ultimo mese della stagione delle piogge, dopo aver dissipato e fugato le nubi gravide d’acqua, sorge nel cielo e disperde raggiando ogni nebbia dell’aria e folgora e splende’. Tale la possente apparizione dello Svegliato fra gli uomini: ‘Luce del mondo’ – è stato anche chiamato il Buddha – ‘luce di sapienza divenuta luce del mondo”; ‘veggente, che appare nel mondo degli uomini e degli dèi, procedendo solo, nel mezzo, disperdendo ogni tenebra’.”
Parinirvana (Esaurirsi)
“[…] jara, l’esaurirsi delle possibilità vitali, il ‘compiersi del tempo’ e il dissociarsi dell’aggregato costituente l’essere individuale, coincide, nello Svegliato, con l’uscita definitiva. Egli può dire: ‘La forma esteriore di chi ha conseguito la verità vi sta dinanzi, ma ciò che lo lega all’esistenza è stato reciso… alla dissoluzione del corpo, né dèi né uomini potranno più vederlo.’ In simili casi con la morte fisica sparisce qualcosa che aveva una esistenza automatica, condizionata in senso positivo – condizionata, cioè, dalla sola volontà, priva di brama, del Compiuto: è il cosidetto khandha-parhinibbana, che peraltro, rappresenta un avvenimento contingente, privo di effetti in ordine ad uno stato spirituale che, per definizione, non conosce ‘né aumento, né diminuizione, né composizione’. Il termine parinibuto, ‘completamente estinto’, in vari testi è applicato al Buddha ancora vivo. La morte materiale, fisica, non fa che sciogliere gli ultimi elementi materiali, senza lasciar più nulla, di un essere che è già morto al mondo. – D’altra parte, poiché si è visto che l’ascesi buddhista non si esaurisce in un distacco ma si sviluppa nella penetrazione e nel dominio delle energie più profonde della manifestazione corporea, la morte di uno Svegliato ha sempre un carattere volontario, almeno nel senso di un assenso, di un non-intervento. Giustamente è stato dunque detto, che ‘per morire un Buddha deve voler morire, altrimenti nessuna infermità può ammazzarlo’. La vera morte del principe Siddharta avvenne quando egli, diverso tempo prima dell’effettivo decesso, decise coscientemente di non voler più oltre vivere.””[…] secondo la tradizione, il rito funerario per il Buddha, conformemente alla sua volontà, non sarebbe stato quello di un asceta, ma quello di un sovrano imperiale, di un chakravartin.”
(J.E., La dottrina del risveglio, Scheiwiller, Milano 1973)
Il caso di George Floyd non è in alcun modo legato ad una presunta emergenza razziale negli Stati Uniti.
I risultati autoptici per ora hanno escluso che l’afroamerican, con un cv ricco di condanne penali per rapina e aggressione, sia morto soffocato o strangolato.
Resta da capire quali sono le circostanze che hanno portato alla morte di Floyd, ma ci sono prove che quanto sta accadendo ora era già stato in realtà ampiamente preparato con più di un anno di anticipo.
I rivoltosi che stanno uccidendo, come nel caso dell’ufficiale di polizia di Saint Louis, e devastando le strade degli Stati Uniti sono principalmente coordinati da due gruppi: Black Lives Matter e Antifa.
Entrambe queste organizzazioni sono finanziate da George Soros ed hanno una missione specifica. Alimentare le tensioni razziali per destabilizzare il Paese e rovesciare la presidenza Trump.
Non si tratta di una semplice deduzione ricavata dall’analisi di quanto sta accadendo.
E’ quanto dichiarato da uno di questi due gruppi. Il New York Times, tra i quotidiani più ostili a Trump assieme al Washington Post, mise a disposizione nel 2017 una intera pagina di giornale per Antifa.
L’organizzazione finanziata da Soros lanciò una vera e propria chiamata alle armi invitando chiaramente a riunire migliaia di ribelli nelle città per arrivare ad un solo obbiettivo: porre fine alla presidenza Trump.
Antifà è quindi molto di più di un semplice gruppo politico. E’ il braccio armato sostenuto finanziariamente dal deep state che arruola e paga rivoltosi utilizzati per destabilizzare le amministrazioni nemiche, in questo caso quella di Donald Trump.
Quella che si sta vedendo quindi non è altro che una strategia per portare avanti un colpo di Stato.
Una strategia che Soros ha portato avanti nel mondo quando architettò e sostenne finanziariamente la rivoluzione ucraina dell’Euromaidan.
I gruppi al soldo del magnate di origini ungheresi erano già attivi anche all’epoca della presidenza Obama e un altro documento firmato da Friends of Democracy, gestita da suo figlio Alexander Soros, spiegava dettagliatamente nel 2015 come indirizzare le proteste per la morte di Freddie Gray, un afroamericano morto in seguito a un infortunio alla spina dorsale occorso dopo che era stato arrestato dalla polizia di Baltimora.
All’arresto parteciparono anche ufficiali di colore, quindi definire questo episodio come motivato dall’odio razziale è semplicemente un controsenso, ma al deep state non importava.
Il razzismo era ed è solamente la cartina di tornasole per arrivare ad un altro scopo.
Friends of Democracy pubblicò infatti dettagliate istruzioni per i rivoltosi ai quali si diceva chiaramente che l’obbiettivo finale delle loro proteste doveva essere “l’attuazione di politiche di legge marziale.”
L’obbiettivo allora era dare alla presidenza Obama gli strumenti per reprimere qualsiasi forma di dissenso negli Stati Uniti e arrivare alla sua militarizzazione, mentre l’obbiettivo ora è destabilizzare completamente il Paese per rovesciare la presidenza Trump.
I Rothschild vogliono la fine della presidenza di Trump
La ragione per la quale il deep state non può più permettersi che Donald Trump si assicuri un altro mandato alla Casa Bianca è perfettamente spiegata in un articolo intitolato “Benedetti siano i portatori di pace” del settimanale britannico The Economist di proprietà, tra gli altri, della famiglia Rothschild.
I Rothschild sono una famiglia di banchieri tedeschi di origini askenazite fondata dal capostipite Mayer Amschel alla fine del’700.
Sono coloro che probabilmente più di tutti hanno avuto un ruolo determinante nel decidere il corso della storia europea degli ultimi 200 anni, dal momento che hanno finanziato praticamente ogni guerra scoppiata sul continente europeo dai tempi di Napoleone in poi.
Le guerre sono il business più proficuo dei Rothschild dal momento che gli hanno consentito di arricchirsi a dismisura accumulando una enorme ricchezza già nell’800.
Quando The Economist scrive occorre prestare particolare attenzione perchè sta parlando in realtà una delle famiglie più potenti del pianeta.
Nell’articolo in questione si fa l’elogio esplicito del nuovo ordine mondiale, la dottrina politica delle élite globaliste che vede assegnare un ruolo di primo piano alle istituzioni internazionali considerate gerarchicamente superiori agli stati nazionali.
Il nuovo ordine mondiale per arrivare alla sua definitiva realizzazione ha bisogno di strappare agli stati i loro residui poteri per creare una unica struttura globale governata dalle élite della finanza internazionale, come hanno spiegato anche i Rockefeller, un’altra importante famiglia di banchieri americani molto vicina ai Rothschild.
Dalla seconda guerra mondiale in poi, gli Stati Uniti sono stati senza dubbio il Paese che più ha portato avanti questo piano.
Il deep state di Washington, la palude di interessi militari – industriali che ha governato tutte le amministrazioni presidenziali, si è fatto garante indiscusso di questo progetto, intestandosi il compito di punire e attaccare i leader dei Paesi che non si allineavano a questo progetto.
Salvador Allende e Slobodan Milosevic sono solo due tra i numerosi esempi di leader di Paesi stranieri che sono stati rovesciati e destituiti dalla macchina di intelligence e militare costituita dalla CIA e dalla NATO.
Ma per la prima volta, dal 1945 ad oggi, alla Casa Bianca ha messo piede un presidente che non ha interesse a delegare la sovranità degli Stati Uniti verso le istituzioni sovranazionali nè tantomeno al deep state di Washington.
Scrive su questo The Economist.
“L’internazionalismo liberale è ora sotto attacco da molti fronti. La dottrina di Donald Trump “Prima l’America” lo ripudia esplicitamente.”
Senza la superpotenza americana è praticamente impossibile pensare che si possa arrivare alla realizzazione finale del nuovo ordine mondiale che auspica la nascita di un unico governo globale.
Washington è stato il perno principale di tutta l’impalcatura e senza il suo sostegno l’intero disegno crollerebbe definitivamente.
Ecco perchè, per i Rothschild, Donald Trump è una minaccia più mortale persino dello stesso Putin e di Xi Jinping.
“Il più grande pericolo al momento è l’incombenza di un presidente americano che disprezza le norme internazionali, che denigra il libero commercio e che flirta continuamente con l’idea di abbandonare il ruolo essenziale nel mantenimento dell’ordine globale legale.”
Se Trump si aggiudica un secondo mandato, le élite globaliste come i Rothschild e i Rockefeller perderebbero definitivamente la possibilità di arrivare verso l’ultimo passo del totalitarismo globale che vuole il controllo completo della popolazione mondiale.
Ecco perchè in questo momento il presidente americano è il nemico numero uno di questi poteri ed ecco perchè gli USA sono stati messi a ferro e fuoco.
Il nuovo ordine mondiale vuole riprendersi la presidenza degli Stati Uniti senza la quale non si può pensare ad una governance globale.
Non c’è quindi in corso una protesta a sfondo razziale nel Paese. E’ in corso un vero e proprio colpo di Stato che sta dando vita ad una guerra civile per impedire a Trump di conquistare un secondo mandato alla Casa Bianca.
Trump è l’ultimo bastione. Se cade lui, cade probabilmente l’ultima grande barriera che può impedire il compimento di questo piano.
Se cade Trump, il nuovo ordine mondiale farà un passo decisivo verso la sua definitiva realizzazione.
Non me ne voglia l’amico Andrea, se per una volta la spina nel fianco si sovrappone ad altra seguitissima rubrica del nostro giornale, quel Exemplis Vitae che ci racconta periodicamente vita e morte di quei personaggi della storia del “Pensiero Forte” da conoscere o riscoprire, ma se un Pensiero Forte deve essere istillato nella mente dei lettori, non può essere fatto senza parlare di Nicola Bombacci, detto Nicolino, nacque a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 ottobre 1879, dopo i primi studi, fu iscritto al seminario di Forlì, si allontanerà nel 1900 per frequentare la Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, dove si diploma maestro, in ritardo sui suoi coetanei, ma in contemporanea con un amico di 4 anni più giovane, Benito Mussolini. Nel 1905 si sposa, comincia una peregrinazione come insegnante per le campagne Emiliano Romagnole, è in queste peregrinazioni che avviene la sua conversione al socialismo.
Nel 1910 a Cesena ottiene la carica di segretario del partito Socialista. Nel 1911 è membro del consiglio nazionale del sindacato CGdL (Confederazione Generale del Lavoro), l’anno dopo gli viene affidata la direzione del periodico “Il Domani”, e viene nominato membro della direzione del partito Socialista Italiano. Eletto deputato nelle prime elezioni del novembre 1919 nella circoscrizione di Bologna, all’apertura dei lavori della Camera, quando Re Vittorio Emanuele III° rivolse, come tradizione, il saluto ai nuovi deputati, Nicolino si alzò in piedi e al gridò “Viva il socialismo”, abbandonò l’aula in pieno dileggio all’Autorità Monarchica. Si fece promotore del progetto dei Soviet in Italia e nell’estate del 1920 andò in Russia, membro della delegazione italiana alla 2° Internazionale Comunista dove ricevette il plauso di Lenin. Fondatore nell’autunno della frazione comunista insieme ad Antonio Gramsci, e Amadeo Bordiga, al XVII Congresso Nazionale del PSI (Livorno, 15-21 gennaio 1921) optò per la scissione, e fu uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia.
Bombacci rimase anche a capo del gruppo parlamentare comunista cui avevano aderito 17 dei 156 deputati del PSI. Rieletto deputato nel 1921, il 31 ottobre 1922 ritornò in Russia per i lavori del 4° congresso dell’Internazionale, tre giorni prima c’era stata in Italia la Marcia su Roma; nella capitale sovietica, Nicolino ebbe un alterco con il suo amico Lenin, il quale lo rimproverò con la seguente frase: “Compagni, in Italia c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto…”. Nonostante gli ottimi rapporti con i compagni sovietici si trovò presto in difficoltà con quelli italiani, il punto di maggior distacco lo raggiunse quando teorizzò l’unione di due rivoluzioni, quella bolscevica e quella fascista, in un intervento alla Camera dei Deputati il 30 novembre 1923: rivolgendosi all’amico Mussolini ebbe a dire: “se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due Paesi”. A tale discorso Mussolini replica in maniera favorevole ed i due si trovano d’accordo per l’agire in politica estera, l’Italia Fascista sarebbe stata il primo paese europeo a riconoscere la Russia Comunista. Nel gennaio del 1924, Bombacci fu richiamato a Mosca, dove rappresentò la delegazione italiana ai funerali di Lenin.
Nel 1927 fu espulso dal Partito Comunista Italiano, tale decisione però, non fu vista di buon occhio dall’Internazionale. Chiuso col partito si rivolse a Benito Mussolini che gli trovò un impiego all’Istituto di Cinematografia Educativa della Società delle Nazioni il cui ufficio romano aveva sede in una palazzina di Villa Torlonia, la residenza della famiglia Mussolini, All’inizio del 1936, divenne direttore de “La Verità”. Dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso e la nascita della Repubblica Sociale Italiana Bombacci segui il Duce al nord divenendone una specie di consigliere personale. Rispolverò il suo operaismo, la sua oratoria nella propaganda e fu tra i promotori della “socializzazione delle imprese” (D.L. 375/1944) approvata dal consiglio dei ministri della RSI. Negli ultimi mesi di guerra non smise di propagandare la causa del Fascismo come unica vera rivoluzione e realizzazione del trionfo del lavoro.
Bombacci rimase al fianco di Mussolini fino all’ultimo momento quando i partigiani lo catturarono sulla via della Svizzera, nella stessa vettura del Duce. Sarà fucilato a Dongo assieme a Mussolini ed altri Fedelissimi del Regime. Racconta il partigiano Renato Codara: “Aveva un paio di pantaloni a righe e una giacca nera lunghissima, mi fissò un istante e mi disse, portando la mano destra al cuore: “Spara qui…Le sue ultime parole furono: “Viva il Socialismo!”. Lo stesso Grido lanciato contro Vittorio Emanuele III° 26 anni prima. Dopo essere stato esposto nel lugubre epilogo di Piazzale Loreto il cadavere di Nicola Bombacci fu sepolto nel campo 10 del cimitero milanese dei caduti dell’RSI di Musocco.
Chiudiamo con un “estratto” Rubato dalla pubblicazione della conferenza su Bombacci tenuta da Giuseppe Niccolai a Forlì, il 14 maggio 1988: “..che si debba recitare il de profundis tanto al Fascismo che all’antifascismo è una cosa che prima o poi doveva accadere. Fascismo e antifascismo rappresentano due isole culturali “eroiche” in un paese che di eroico non vuole avere più nulla. Perché considera l’eroismo pericoloso, sciocco retaggio del passato e soprattutto portatore di guai. Si sono sbriciolati i fiori sulle tombe delle camicie nere adolescenti che affrontavano a mani nude i carri armati inglesi nel Sahara. Si sbriciolano le lapidi dei ragazzi partigiani fucilati. Viviamo nel tempo opaco e confortevole del centrismo, delle buone intenzioni e dei buoni affari.“ il nemico oggi come allora resta il mondialismo capitalista, dateci una mano a continuare a Pensare (ed Agire) “Forte”.
“L’economista tedesco Gottfried Feder (1883-1941), fu sicuramente un acuto osservatore economico. Sul finire della prima guerra mondiale egli studiò a fondo, da autodidatta, i problemi economici e finanziari, e sviluppò la teoria secondo la quale l’abolizione completa dell’interesse bancario avrebbe portato la soluzione alla maggior parte dei problemi economici e politici. Nel 1919 pubblicò un Manifesto per la liberazione dalla schiavitù usuraria. L’anticapitalismo di Feder non era diretto contro la ricchezza, ma contro il capitale finanziario, che permette l’accumulazione di denaro oziosa, cioè che non crea alcun valore. Egli discriminava nettamente tra il capitale produttivo e il capitale rapinoso, e identificava quest’ultimo precisamente nel capitale finanziario internazionale, da lui chiamato “Mammonismo”. Nel suo famoso manifesto, egli scrive riguardo all’abolizione dell’interesse sui prestiti: «Il denaro viene ricacciato nell’unico ruolo che gli compete, di essere servitore nell’enorme meccanismo della nostra economia nazionale. Ritornerà a essere quello che in realtà è, una ricevuta per l’opera prestata, e così si spiana la via verso una meta più elevata, l’abbandono della brama insana di denaro della nostra epoca». Feder voleva nazionalizzare le banche e il sistema monetario per abolire il profitto esente da prestazione. I Me Fo ripresi in seguito dal ministro per l’economia Hjalmar Schacht, furono in realtà una sua creazione. Essi determinarono una ripresa straordinaria in Germania, che pagava i suoi fornitori con denaro spendibile esclusivamente in terra tedesca, con attività e imprese tedesche, oppure con prodotti finiti, con il classico baratto, evitando in tal modo l’intermediazione finanziaria e l’usura bancaria provocata da interessi, debiti e prestiti.
Cina mai stata così impegnata su tanti fronti contemporaneamente, il PCC ha una strategia globale basata sulla convinzione del declino inevitabile delle democrazie occidentali e della potenza americana, un piano di sostituzione del modello liberale con quello cinese… Gli Usa non intendono abdicare, mentre l’Europa a trazione tedesca si sfila. Se non è una nuova Guerra Fredda, ci assomiglia molto. Possiamo decidere di combatterla o di lasciar fare, ma dovremo farci i conti tutti
Sarà ricordata come la settimana in cui la Cina ha svelato tutte le carte. Nessuno, a parte le guardie rosse fuori corso già comodamente installate nei parlamenti e nelle redazioni occidentali, d’ora in poi potrà far finta di nulla senza essere accusato di complicità. In fondo, è un bene che si faccia chiarezza, che si sappia esattamente da che parte stanno politici, intellettuali, imprenditori e giornali. Democrazia o dittatura, o di qua o di là. C’è bisogno di semplificare in quest’epoca confusa. Dei contenuti della legge sulla sicurezza nazionale, su cui l’Assemblea Nazionale del Popolo ha votato (ovviamente all’unanimità) giovedì scorso, mi sono già soffermato in un precedente articolo. Fra poche settimane sarà tutto pronto per l’assimilazione di Hong Kong allo stato di polizia vigente nella madrepatria: copertura “legale” dell’illegalità strutturale che rappresenta in se stesso un regime autoritario, fine dei già limitati spazi di critica e di dissenso, agenti degli apparati di sicurezza e spionaggio destinati permanentemente nell’ex colonia britannica, delazioni, arresti, censura e la minaccia costante di una repressione su larga scala. Sono anni che il Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping in testa, prepara il terreno per la resa dei conti finale. Solo adesso possiamo leggere nel contesto adeguato quella strana iniziativa che fu il tentativo di introduzione di una legge di estradizione poi ritirata dalla proconsole Carrie Lam: Pechino voleva saggiare il terreno e mandare un messaggio che nessuno all’epoca colse. In realtà al Partito non interessava portare gli hongkongers ribelli in Cina, quel che voleva era portare la Cina a Hong Kong: “Bisogna essere inflessibili nei principi ma flessibili nella tattica“, non si stancava di ripetere ai quadri dirigenti il leader supremo. Perché ci ostiniamo a non credere alle parole dei dittatori? Basta ascoltare i loro portavoce, in fondo. Al margine dei lavori del “parlamento” cinese i servizi legali informavano puntuali che con la nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino gli imputati “non saranno trasferiti” nella Cina continentale ma saranno processati a casa loro. Una volta scagliata la bomba che fonde il sistema giudiziario della SAR (regione amministrativa speciale) con quello nazionale, che bisogno c’è di estradare?
Hong Kong è la preda perfetta nella battuta di caccia organizzata dal Politburo, basta leggere i social media addomesticati della madrepatria che traboccano vendetta contro un territorio che ai cinesi è sempre risultato indigesto: lo vedono spocchioso, ribelle, ingrato. È la miccia ideale per un’iniezione di nazionalismo di cui Xi Jinping ha disperatamente bisogno, dopo il disastro di immagine del coronavirus e in piena stagnazione economica con gravi ricadute sull’occupazione. Dalle due sessioni legislative non è emerso nessun piano concreto per far fronte alle conseguenze sociali della crisi sanitaria, né sono state adottate misure concrete di stimolo o di protezione per i più colpiti. Su questo terreno la leadership cinese sta segnando il passo e ha bisogno di alimentare la fiamma dell’orgoglio nazionale, calcando la mano sulle “ingerenze straniere”, soprattutto americane: “Non importa quanto gli Usa cerchino di far pressione sulla Cina giocando la carta di Hong Kong – scrive il Global Times – Washington sarebbe troppo ingenua se pensasse di poter smuovere la decisa volontà collettiva del governo cinese”. Una volontà collettiva di cui, peraltro, da tempo non si ha più notizia a Zhongnanhai. La Cina è sempre più allineata al Xi Jinping-pensiero e vani paiono gli sforzi del premier Li Keqiang di abbassare i toni sulle questioni scottanti (economia, HK, Taiwan). La linea è tracciata, indietro non si torna, e si strangola Hong Kong anche per non dare aria a eventuali rivendicazioni interne. “Xi è nervoso”, osserva Chris Patten, ultimo governatore britannico dell’ex colonia, “la sua leadership non è così salda e deve rilanciare costantemente”. Probabile. Però il PCC oggi ha una strategia globale che nasce dalla convinzione del declino inevitabile delle democrazie occidentali e della potenza americana, un piano di sostituzione del modello liberale con quello cinese, qualunque cosa sia. Il 23 aprile scorso Xi Jinping visita l’università Jiaotong di Xi’an, la città dell’esercito di terracotta e si dirige così agli studenti: “I grandi cambiamenti nella storia avvengono sempre dopo enormi disastri. La nostra nazione cresce e si trasforma nell’avversità e nella difficoltà“. Quando cominceremo a prendere sul serio le parole dei dittatori?
O di qua o di là, scrivevo all’inizio. Venerdì pomeriggio, due scenari: Bruxelles e Washington. In teoria una casa comune, la democrazia liberale. In pratica, da decenni, poli separati. Josep Borrell, socialista spagnolo che il caso e i giochi di palazzo hanno proiettato al vertice della diplomazia europea, riunisce in una conferenza stampa tutto il peggio della doppiezza comunitaria. La Cina è un rivale sistemico, certo, quel che fa con Hong Kong non è gentile ma noi continueremo a comportarci come se nulla fosse: gli investimenti e gli scambi commerciali non sono a rischio, precisa Borrell, “la risposta dev’essere proporzionata, siamo alleati, avversari, concorrenti“. Tutto e niente, al solito. È arrivata una telefonata da Berlino dopo l’entrata di Volkswagen nel comparto dell’auto elettrica cinese? Forse non ce n’è nemmeno bisogno, l’appeasement è un fattore strutturale dell’Unione europea. La risposta proporzionata in realtà non esiste, l’Europa a trazione tedesca si sfila senza una strategia da contrapporre a quella espansiva del Partito Comunista Cinese.
Poche ore dopo, dal giardino delle rose della Casa Bianca il presidente Trump si riferisce invece alla nuova legge imposta da Pechino come a “una tragedia per la popolazione di Hong Kong, della Cina e del mondo intero“. Nel confermare il prossimo ritiro dei privilegi commerciali e finanziari ancora vigenti, nel denunciare la rottura unilaterale degli accordi sino-britannici e nell’annunciare sanzioni nei confronti degli ufficiali direttamente coinvolti nell’erosione dell’autonomia, il primo cittadino americano ricorda che Hong Kong doveva essere il futuro della Cina e non il contrario. In sostanza, la Cina non può fagocitare la regione pretendendo allo stesso tempo che se ne rispetti l’eccezionalità perduta. Un discorso ispirato che nella città assediata aspettavano in molti da tempo, dai toni bushiani, lontano dalle effusioni e dagli apprezzamenti troppe volte dedicati alle sue controparti autoritarie (“il mio amico Kim Jong-un” su tutti). Parole che non nascono per caso, precedute da segnali inequivocabili di un cambio radicale di strategia. Quasi in contemporanea Pompeo spiegava in un’intervista a Fox News che il problema ovviamente non erano i cinesi ma un regime tirannico che, come ai tempi dell’Unione Sovietica, poneva a rischio la sicurezza degli Stati Uniti. Il giorno prima era stata invece la dichiarazione congiunta dell’alleanza anglosassone (Usa, Australia, Canada e Gran Bretagna) a riaffermare la consistenza della posizione occidentale, documento su cui l’Unione europea – si saprà più tardi – aveva rifiutato di apporre la sua firma affermando di averne in cantiere uno tutto suo. Conviene aspettare seduti. Ma è davvero sorprendente come siano passate praticamente inosservate le sedici pagine che decretano di fatto la fine del paradigma diplomatico americano nei confronti della Cina, come l’abbiamo conosciuto da Nixon ad oggi: un nuovo Approccio strategico alla Repubblica Popolare Cinese che liquida l’engagement decennale come inutile e controproducente, accusa il regime di Pechino di averne approfittato per espandere la sua influenza anti-democratica e riafferma la necessità di proteggere gli interessi politici ed economici americani dalle pratiche illegali della superpotenza comunista. Per chi dice che l’America non crede più nella sua funzione di guida del mondo libero c’è parecchio materiale a confutazione da studiare. C’è poi uno snodo essenziale che solo a Washington (e a Londra) sembrano aver colto: non è solo la libertà di Hong Kong in gioco, ma quella di un miliardo e mezzo di cinesi costretti da 70 anni al conformismo o al silenzio, quella di Taiwan e, per estensione, di gran parte dell’occidente democratico che osserva distratto o ascolta ammaliato. Ovviamente partirà presto la litania che sempre ha accompagnato tutte le iniziative anti-autoritarie americane, pacifiche o belliche che siano: così si favorisce lo scontro, si irrita l’avversario, si mette a rischio la sicurezza collettiva. C’è già chi ha scritto che l’uscita degli Stati Uniti dall’Oms “lascerà sola Taiwan”, come se la sua presenza ne avesse invece garantito il rispetto da parte di Pechino. Mai che venga in mente che forse rimanere all’interno di un’organizzazione saldamente in mano cinese significa semplicemente legittimarne la condotta, fornire una copertura di rispettabilità a chi l’ha già persa da tempo. Come se Taiwan si difendesse meglio incagliandosi in inutili dispute burocratiche che mostrando fermezza contro un avversario sempre più minaccioso.
Non facciamoci illusioni, Hong Kong è persa. Si potranno mantenere posizioni di principio più o meno coerenti ma nessuno farà la guerra per un territorio che, volenti o nolenti, la Cina comunista si è ripresa con il beneplacito dell’occidente più di vent’anni fa. Non si morì per Berlino Est, non lo si farà nemmeno stavolta e Pechino lo sa, ha calcolato il rischio. Taiwan invece è un’altra storia. C’è uno stretto, ci sono manovre militari, c’è una Cina democratica che riflette quel che dall’altra parte potrebbero essere e non sono, ci sono minacce sempre più esplicite da parte del regime. Mentre i sinologi nostrani sono impegnati nell’esegesi dei termini (Li Keqiang ha usato o no l’espressione “annessione pacifica“?), parlando in occasione del quindicesimo anniversario della legge anti-secessione, il generale cinese Li Zuocheng ha dichiarato testualmente a proposito dell’isola “ribelle”: “Non possiamo promettere di abbandonare l’uso della forza, e ci riserviamo l’opzione di adottare tutte le misure necessarie per stabilizzare e controllare la situazione nello Stretto“. Li Zuocheng non è uno qualsiasi: veterano della guerra sino-vietnamita, membro di spicco della Commissione Militare Centrale, sopra di lui solo il presidente e pochi altri. E infatti le sue parole ricalcano alla lettera quelle pronunciate da Xi Jinping nel gennaio 2019: prima un avvertimento politico, adesso uno militare. La guerra per Taiwan è possibile, anche se non imminente. Pechino vede Taipei come una succursale di Washington, come e più di Hong Kong, in una sindrome da accerchiamento tipica dei regimi autoritari, per grandi e potenti che siano. La rieletta presidente Tsai Ing-wen è stata piuttosto chiara nel suo supporto agli hongkongers, a cui ha offerto assistenza sanitaria e asilo. Ma deve muoversi con cautela. L’isola è certamente alleata di Hong Kong e possibile terra d’approdo per i suoi cittadini in fuga, ma potrebbe anche trarre beneficio da un’eventuale perdita di centralità della regione speciale. Un discreto rompicapo. Taiwan è un cul-de-sac: se gli Stati Uniti mantengono le posizioni, i cinesi ne denunceranno la fermezza come interferenza; se abbassano la guardia, il regime ne approfitterà per alzare la posta. Per triste che possa risultare per i suoi cittadini, Hong Kong è oggi il teatro di schermaglie politiche ed economiche che anticipano la vera battaglia per l’egemonia, che prima o poi passerà per Taipei.
La Cina non è mai stata impegnata su tanti fronti contemporaneamente, il che dovrebbe dirci qualcosa sulle reali intenzioni della sua dirigenza: sul mar cinese meridionale lo scontro è su petrolio e gas, con l’Australia Pechino è ai ferri corti da tempo, le dispute territoriali con il Giappone rimangono irrisolte e il confine sino-indiano è sul punto di saltare. Sullo sfondo le presidenziali americane di novembre. Anche se i Dem fanno oggi la voce grossa sui diritti umani in Cina, la sensazione diffusa è che con Biden alla Casa Bianca gli Stati Uniti tornerebbero ad una posizione cedevole nei confronti di Pechino. Al termine di un’intervista a Francesco Bechis di Formiche, Ian Brenner ha lasciato cadere un’osservazione piuttosto rivelatrice: “Se dovessi consigliare il governo cinese, gli direi di puntare su Biden. Con lui alla Casa Bianca ci sono più chance di costruire insieme un ordine mondiale post-americano“. Che, visto da Pechino, vuol dire una cosa sola: un ordine mondiale a trazione cinese. Se non è una nuova Guerra Fredda è qualcosa che ci assomiglia molto. Possiamo decidere di combatterla o di lasciar fare: nel secondo caso la prospettiva di un’espansione dell’autoritarismo su scala globale non sarà più solo un possibile scenario in divenire ma una realtà con cui dovranno fare i conti tutti, compresi i distratti e i complici, le guardie rosse fuori corso e i sinologi prezzolati.
La canapa è un’alternativa valida alla plastica, quando lo capiremo? Il 24 ottobre 2018 il Parlamento europeo ha approvato una proposta di Direttiva, elaborata dalla Commissione, sulla riduzione del consumo in tutta l’Unione europea dei prodotti di plastica usa e getta. Secondo i calcoli, questa tipologia di oggetti costituisce il 70% dei rifiuti presenti negli oceani, motivo di diverse problematiche urgenti, prima di tutto in termini di salute. A causa della sua lenta decomposizione infatti, la plastica si accumula nei mari, rilasciando piccoli residui che vengono ingeriti dalle specie marine ed entrano nella catena alimentare, di cui ovviamente è parte anche l’essere umano. Inoltre, l’inquinamento dei mari ha un impatto economico: il costo per l’Ue dei danni dovuti al degrado causato dalla plastica che si deposita sulle spiagge è stimato tra i 259 e 695 milioni di euro all’anno, e provoca ingenti perdite principalmente al settore turistico. La nuova normativa vieterà, a partire dal 2021, la vendita all’interno dell’Unione di articoli in plastica monouso come posate, bastoncini cotonati, piatti, cannucce, miscelatori per bevande e bastoncini per palloncini. Gli Stati membri entro il 2025 dovranno ridurre del 25% il consumo dei prodotti in plastica per i quali non esistono alternative. Per quanto riguarda le altre materie plastiche, come le bottiglie per bevande, dovranno essere raccolte separatamente e riciclate al 90% sempre entro il 2025.
Tra gli europarlamentari contrari alla Direttiva – tra cui, tra gli italiani, alcuni esponenti del Partito democratico, di Forza Italia e della Lega – hanno denunciato l’eccessiva fretta, le mancate valutazioni sull’impatto economico e un presunto approccio ideologico della proposta di direttiva. Uno dei temi che sta più a cuore a questa strana triade è l’effetto del divieto sull’occupazione, dato che in Italia operano 25 imprese che producono unicamente prodotti monouso in plastica. La normativa europea, però, non si esaurisce nell’imposizione di divieti, ma prevede per gli Stati membri la necessità di elaborare piani nazionali per incoraggiare l’uso di prodotti adatti ad uso multiplo, nonché il riutilizzo e il riciclo. Proprio l’Italia, allora, potrebbe trarre grandi vantaggi dal promuovere l’avvio di nuove imprese nel settore delle bioplastiche, e questo perché la storia industriale italiana fornisce un interessante spunto: la filiera agroindustriale della canapa.
Agli inizi del Novecento l’Italia produceva più canapa di quanta se ne produca oggi in tutto il mondo, dedicando oltre 90mila ettari alla coltivazione di questo vegetale. Nel nostro Paese, in base alle diverse lavorazioni, se ne ricavavano fibre tessili, corde, carta e oli commestibili. A molti risulterà strano date le attuali controversie politiche, ma nel nostro recente passato, sicuramente di stampo non progressista, persino Benito Mussolini, in un primo momento, ne aveva riconosciuto le doti. “La Canapa è stata posta dal Duce all’ordine del giorno della nazione,” affermò nel 1925. “Per eccellenza autarchica è destinata ad emanciparci quanto più possibile dal gravoso tributo che abbiamo ancora verso l’estero nel settore delle fibre tessili. Non è solo il lato economico agrario, c’è anche il lato sociale la cui incidenza non potrebbe essere posta meglio in luce che dalla seguente cifra: 30mila operai ai quali dà lavoro l’industria canapiera italiana”. Ma dopo solo pochi anni aver diffuso questo annuncio, il regime fascista dichiarò l’hashish nemico della razza e droga da “negri”, contribuendo ai malintesi tutt’ora presenti nella nostra società, perché creò confusione tra i termini di cannabis, marjuana e hashish: la prima indica infatti la pianta nella sua totalità, la seconda intende i fiori mentre la terza consiste nella resina estratta dai fiori e solo gli ultimi due, se assunti in determinati modi, hanno effetti psicotropi. Negli anni Trenta anche gli Stati Uniti si resero conto delle enormi potenzialità della canapa: nel 1941, il famoso produttore di automobili Henry Ford realizzò la prima vettura interamente costituita di plastica di canapa, più leggera ma anche più resistente delle normali carrozzerie in metallo, e alimentata da etanolo prodotto dallo stesso vegetale. Lo stesso Henry Ford, per dimostrare ai giornalisti e al pubblico l’elasticità e la resistenza del nuovo tipo di carrozzeria, si fece filmare mentre colpiva violentemente con una mazza di ferro il retro della Hemp body car senza che questa neppure si ammaccasse.
Sia in Italia che negli Stati Uniti, però, dopo la seconda guerra mondiale iniziò un lungo periodo di diffidenza nei confronti della canapa, e non solo per le sue proprietà “ricreative”. Alcuni sostengonoche il lungo periodo di proibizionismo che ha interessato la coltura di questo vegetale sia stato indotto dalle lobby del petrolio e della carta – per la fabbricazione dei giornali si richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio – che vedevano nel settore canapiero un nemico insidioso. Il dato storico è quello che testimonia, a partire dal dopoguerra, l’avvento nei mercati occidentali delle fibre sintetiche e la demonizzazione della marijuana a uso ricreativo: un mix che ha alimentato il progressivo indebolimento di questa industria.
Solo a partire dal 2012 l’atteggiamento di alcuni Paesi occidentali è mutato, spesso in concomitanza di una ritrovata coscienza sociale sui disastrosi problemi ambientali legati ai cambiamenti climatici. Sempre più nazioni si sono rese conto delle grandi potenzialità di questa pianta versatile e le tecnologie del nuovo millennio hanno riaperto le porte a infinite possibilità di utilizzo.
L’Italia si è parzialmente adeguata ai mutamenti politici in atto nel resto del mondo con la promulgazione della Legge 242 del 2016 che ha introdotto nel nostro ordinamento disposizioni per la promozione della coltivazione della canapa e della sua filiera agroindustriale. È il caso di dire che non si aspettava altro: la Coldiretti ha presentato pochi mesi fa uno studio intitolato La new canapa economy da cui si evince che, nel giro di cinque anni, l’Italia ha visto aumentare di dieci volte i terreni coltivati, dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Sono campagne dove si moltiplicano le esperienze innovative, con produzioni che vanno dalla ricotta agli eco-mattoni isolanti, dall’olio antinfiammatorio alle bioplastiche, fino a semi, fiori per tisane, pasta, biscotti e cosmetici.
La bioplastica di canapa è quindi già una realtà, e non solo nei grandi Paesi industrializzati come Canada e Stati Uniti, ma anche qui in Italia. Nel 2015, in Sicilia, è stata fondata una piccola impresa, la Kanesis, creata da uno studente di Ingegneria dei materiali di 22 anni. Giovanni Milazzo ha brevettato un materiale plastico simile al polipropilene, ricavato dagli scarti di lavorazione della canapa. Il risultato è un composto di fibre naturali biodegradabile, riciclabile ed esente da tossine, prodotto a prezzi concorrenziali rispetto alla comune plastica. La pianta di canapa è inoltre molto facile da coltivare: è comunemente chiamata “erba” perché come le “erbacce” cresce molto velocemente e si è adattata a crescere in tutti i continenti tranne l’Antartide. Dal seme al raccolto, le piante impiegano solo 3 o 4 mesi per crescere e, una volta grandi, assorbono ingenti quantità di CO2 dall’atmosfera. Richiedono, inoltre, generalmente meno pesticidi, fertilizzanti e acqua rispetto ad altre risorse bioplastiche come il cotone e il legno, fornendo un raccolto più rispettoso dell’ambiente e a bassa manutenzione.
Se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta non possiamo più girare la testa sui disastrosi problemi ambientali che abbiamo creato. Fortunatamente per noi, abbiamo sviluppato, tecniche, colture o tecnologie in grado di poter modificare il nostro impatto ambientale con meno sacrifici di quanti potevamo immaginare solo pochi anni fa. Serve però una grande volontà politica e lungimiranza. In Italia, purtroppo, rispetto ad altri Paesi occidentali, la situazione è tra le peggiori, in quanto il dualismo interno al governo, rappresentato da Lega e M5S, non offre una linea univoca sulle questioni legate all’ambiente. Inoltre, già da tempo, la scarsa volontà politica viene camuffata da ricatto occupazionale: sembra che non possiamo modificare le nostre economie perché si perderebbero posti di lavoro. Ma è falso. Le “economie green” creerebbero nuovi posti di lavoro fondando nuove imprese e riconvertendo quelle già esistenti, permettendo ai lavoratori di operare in ambienti più sani ed evitando di creare quegli abomini inquinanti come l’Ilva di Taranto.
Nel governo italiano il quadro è questo: mentre i Cinque Stelle si dicono favorevoli alla promozione della coltivazione della canapa, il ministro dell’Interno Matteo Salvini sta da tempo mettendo in discussione la legge 242/2016, ed è facile immaginare che una stretta repressiva per contrastare la vendita di cannabis light potrebbe avere ripercussioni anche sulle coltivazioni funzionali ad altri usi. In più, mentre il M5S sembra sensibile al tema dell’inquinamento dovuto alla plastica, gli europarlamentari della Lega hanno contestato la buonafede della Direttiva Ue e hanno votato contro. Per anticipare gli effetti delle decisioni prese in Europa, al contrario, il ministro Costa, del M5S, ha presentato la Legge Salvamare, finalizzata a promuovere il recupero dei rifiuti dispersi nelle acque nostrane, il cui iter parlamentare dovrebbe iniziare da gennaio 2019. La proposta ha già generato contrasti interni al governo, e la sottosegretaria leghista al ministero dell’Ambiente Vannia Gava ha prontamente espresso il suo disaccordo, chiedendo di coinvolgere anche “i numerosi operatori industriali nel settore delle plastiche”. Non si può dunque escludere che dal prossimo anno il tema dell’inquinamento delle plastiche usa e getta sarà un campo di battaglia su cui i partiti di governo Lega e M5S misureranno le loro forze. Purtroppo, sempre con un pietoso anacronismo e a nostro discapito.
Natura Il sistema immunitario e quello comunitario hanno forse una sola matrice simbolica e un solo scopo pratico: proteggere l’organismo che presiedono. Nel sistema immunitario, le ghiandole, come gli istituti sono distribuiti nel campo del loro corpo fisico, alla bisogna si radunano. Entrambi si chiudono a riccio o reagiscono all’attacco di elementi estranei alla sopravvivenza del corpo di cui fanno parte. Uno ha i globuli bianchi e compagnia, l’altro ha gendarmi e saggi. La reazione è dettata esteticamente per entrambi i sistemi: non servono riunioni, né votazioni. Riconoscono a pelle ciò che è adatto a loro e quindi anche ciò che gli è sconveniente. Chi è in grado di raccogliere le informazioni sottili, energetiche lo potrà confermare. Mentre chi – individuo o società – identifica se stesso in qualche modello a lui esterno, acquisito, d’immagine, voluttuario, ideologico non avrà modo di percepire le vibrazioni che corpo e società continuamente emettono. La psicologia dei due sistemi è organica, quindi ontologicamente coordinata, salvo diversivi (mutabilità virale, comunicazione) che ne possono deviare la logica protettiva.Dunque, a volte, per qualche attacco particolarmente subdolo (alterazione geni riparatori Dna delle cellule cancerogene, discendenti del serpente paradisiaco) vanno in crisi. Sovraeccitati si procurano danni, peggiorano la situazione dell’organismo, anche fino a comportarne la morte. Forse sono solo prove della Natura (per entrambi) affinché tragga idee su come migliorarsi. I due sistemi sono in balia delle emozioni. Purtroppo sfugge ancora ai medici ordinariamente formati, ma fortunatamente non ai sociologi, che però pare non abbiano peso politico. Tutti gli specialisti hanno un’operatività analitico-scientifica, non sono in grado di cogliere l’unità, l’organismo con cui hanno a che fare. La loro azione è necessariamente solo destinata alla sintomatologia. Le emozioni alterano la capacità di difesa (s. immunitario) e di giudizio (s. comunitario). Quando ci sono di mezzo le emozioni, la capacità di difesa (s. immunitario) e di creatività (s. comunitario) vengono meno. A quel punto, il nocivo che entrambi i sistemi erano in grado di respingere ora li sopraffà: avvio di malattie nelle persone e cedimento dei valori nella comunità. Le emozioni hanno una carica elettrica, energica che comporta una sorta di collasso sistemico se negative (malattia, malessere). Vero corto circuito energetico.
Per il sistema immunitario le medicine – allopatiche in primis, solo in grado di gestire i sintomi e mai di arrivare alle cause e sono esse stesse causa di patologie – sono un obbligo di lavori forzati. Nonché l’equivalente della goccia d’acqua sulla pietra, cioè in grado di far cedere le maglie più deboli del sistema immunitario stesso. Per il sistema comunitario, corrispondono le comodità, e peggio, le abitudini lascive e lassismiche, le consuetudini che privilegiano, danno diritto, al singolo rispetto al bene comune. Quale compagine può muoversi insieme per un solo scopo comune se i suoi componenti avanzano esigenze e diritti individuali, ponendo se stessi, come nell’individualismo, alla pari delle istituzioni? Le cure per ambo le strutture preposte alla vita individuale e comunitaria, la cura e il benessere hanno altre origini e caratteristiche. Cibo, ambiente, sentimenti, qui ed ora adeguati per uno; rispetto dei ruoli, delle tradizioni locali, bioregionalismo, dei riti, degli antenati, per l’altro. Ogni stravaganza a chilometro 1000 è tossica d’ufficio. Sia essa alimento che valore. Le vie di mezzo ci sono e hanno una identità assai precisa: riguardano tutte le ipotetiche estraneità che tali non sono in quanto integrabili nei sistemi senza che questi ne risentano. La cura comunitaria sta nei calli, nel lavoro creativo, nel lavoro adatto a sé, nel sole, nel cibo locale nel dedicarsi al prossimo, come in famiglia. La cura di sé non impiega mezzi esterni a sé, si basa sull’assunzione di responsabilità. Il sé sa bene che se c’è un problema, l’ha creato lui stesso, quindi solo lui può risolverlo. Solo lui ha le doti per arrivare all’origine di ciò che l’ha causato. Spesso sentimenti negativi e inaccettazione di ciò che è. Sa che per compiere la guarigione è necessario scavare per arrivare a raggiungere l’assenza di consapevolezza che ha generato il problema. Gli aiuti esterni sono buoni solo se richiesti. Affidare se stessi agli altri, delegare la propria salute ad esterni da se stessi o dalla comunità è facilmente fallace e crea dipendenza affettiva o economica che sia.
Entrambi i sistemi autopoieuticamente si mantengono se restano legati alla tradizione locale e alla terra. Diversamente avvertono subito la tossicità dell’aria, del cibo, dei ritmi dettati dalla produzione a discapito di quelli della natura, di quelli imposti da farmaci e rimedi sociali da medici e politiche non in grado di considerare la natura rispettivamente della persona e della comunità, che prediligono – ma non hanno alternativa – dedicarsi ai sintomi, applicare protocolli identici per persone e ambiti sociali differenti. Nel sistema comunitario, l’altro da sé non è un oggetto. È un essere senziente. Viene riconosciuto come parte della comunità e non solo gli uomini, anche l’ambiente e le bestie. Entrambe hanno una dignità prima di avere un nome e un valore nell’equilibrio della comunità, prima che di sussistenza o economico. I venditori di fuffa sono percepiti a distanza, come il cervo col cacciatore.
Cultura Ma ora non c’è più comunità. La mannaia dell’individualismo e della globalizzazione, ha squartato quei corpi vestiti di lana, cotone e cuoio, quegli spiriti semplici. Calli e modestia sono diventati vergogne. Il presente ha il culto della scienza medica. Gli ha dato il sangue e si ritrova con le sacche per trasfusione infette.Al culto degli esperti ha delegato il delegabile, tutto, fino all’educazione. L’Uomo della Comunità ha aperto i cancelli ai miraggi dei mercanti e si è ritrovata senza terra sotto i piedi. Ciò che era ordine si è mescolato agli acidi corrosivi dell’io voglio di più. Il tessuto è macerato. Non veste più nessuno, tranne che alienati spiriti mortificati e umiliati. Ora singole persone si muovono spaesate senza sapere il perché della loro solitudine, o rimpiangendola o ricordando quando, soddisfatti della proposta, in cambio di benefit hanno scelto, come fosse cosa giusta, di adorare un dio immediato. Lo hanno fatto con un cinismo che gli era prima estraneo, hanno ucciso quello immortale dentro sé. Ora tutti hanno tutto. Le case sono piene di oggetti e vuote di quel sentimento che ci faceva sentire la bellezza e la diversità degli altri come fortuna. Che alla festa faceva danzare e al lutto faceva rispettare il suo tempo. Confusi, ma senza saperlo, abbiamo scambiato la tecnologia per progresso e adesso siamo costretti ad essa come il cane al guinzaglio. Lo siamo per sapere cosa e come fare, per sapere e sostenere dov’è il giusto e lo sbagliato. La parola della vulgata della scienza, è un magnete che ci domina i pensieri; che mai vorremo metterci a discutere; della quale mai abbiamo sospettato il matrimonio che essa aveva celebrato con qualche commerciante. La comunicazione ci invita a concepire la natura come campo sportivo. Il diritto al tempo libero è vissuto come una conquista universale. Anche a scapito di tutto ciò che nella comunità è sostanziale. Le comunità sono morte di suicidio e gli individui seguono l’esempio credendo che una malattia possa capitare sempre a chiunque, come per caso.
Favola Non è una favola, anche se forse per qualcuno ne ha i tratti. Ma anche lasciando lo sia, come tutte le favole, ha un valore. L’allegoria e la metafora parlano e alludono ad altro per fare in modo che ognuno ricostruisca in se stesso il significato sotteso. Lo abbiamo fatto per Fedro: non ci siamo fermati a dire “eh ma la volpe mica mangia l’uva”, (peraltro non del tutto vero). Possiamo farlo sempre, anche ora. È a quel punto che non è più una favola, ma concreta realtà. Del resto non avevamo creduto alla leggenda del progresso infinito? Dell’uomo come essere più elevato degli altri? Della ricchezza come solo magnete delle nostre scelte?
Torniamo su un argomento scottante, per questo periodo di oscurità di una repubblica mai apprezzata da parte mia; un argomento complesso e sfaccettato che riguarda i tre poteri sui quali si fonda uno Stato: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.
È la prima volta che si assiste con indecente spregiudicatezza alla commistione anomala del potere politico con quello giudiziario: alla perversa interferenza del secondo sul primo, ed alla immorale complicità del primo con il secondo. Il tutto, chiaramente, per addomesticare la massa e per depotenziare le opposizioni.
Ci sono sempre stati dei fenomeni anomali nella gestione del potere, ma l’obiettivo era sempre la ragione di stato, mai l’interesse privato di singoli o di gruppi politicamente implicati.
Pensiamo, ad esempio, al famoso lodo-Moro, dove un politico, in accordo con i servizi segreti, stipula un patto internazionale per tutelare l’Italia da attacchi terroristici, con conseguenti influenze della politica sulla magistratura e viceversa. Certo, per le anime belle considerato immorale, ma in una strategia necessariamente spregiudicata di importante valore e rilievo.
Oggi, invece, assistiamo a giochi sporchi di tornaconti personale e partitici, e senza che vi sia neppure l’alito di una ribellione per la scandalosa scoperta e le untuose ammissioni di colpevolezza. Tutto tace sul fronte dell’opposizione.
A fronte del comportamento di miserabili che hanno rapinato i voti mistificando onestà e correttezza, che hanno promesso di aprire il parlamento come una scatola di sardine, ci sono coloro che hanno garantito occupazioni, hanno millantato barricate, hanno giurato rivolte, mentre postano le riuscite lasagne al forno o l’acconciatura del parrucchiere con tanto di mascherina tricolore.
I primi belano sentitamente purché li lascino sulle loro poltrone, gli altri miagolano per non perdere gli identici benefici, e intanto il potere grufola controllando la greppia dove tutti si abbuffano, in questa parlamentare fattoria degli animali.
La cosa vergognosamente ridicola delle sedicenti opposizioni è di rifarsi ai valori costituzionali e al rispetto delle regole. È come andare in una bisca e pretendere di spiegare ai bari la correttezza etica e il principio di onestà.
La cosa, invece, pericolosamente reale è che – un sospetto terribile che mi auguro venga smentito a salvaguardia della Nazione – stiamo assistendo ad uno squallido gioco delle parti in cui ogni avversario sostiene l’altro per una strizza notevole e condivisa del confronto elettorale.
Tutti hanno assaporato il gusto del privilegio e l’odore del comodità, e nessuno vuole abbandonare la sala del banchetto per magari tornare alla mensa dalla quale sono stati miracolosamente sfuggiti.
In questa roulette politicante, l’abile croupier fa vincere un po’ il rosso e un po’ il nero, con la precisa coscienza – la sua – che alla fine il banco vince sempre.
Siamo alla fine dei tempi? Non lo siamo? Oppure siamo in una fine dei tempi pilotata mediaticamente, ed anche in forma olografica e subliminale, camuffata da una Matrix che ci ipnotizza risucchiandoci in un ingannevole effetto gregge? Tutte le ipotesi sono aperte, ma di certo vi è che i “giocatori” sono tutti fortemente impegnati nel proprio ruolo, schierati in campo da ambo le parti, impersonificandosi chi da Angeli e chi da demoni. La nostra generazione è nata adamitica in origine, passando per la via stretta noachita dal diluvio universale in poi. La Teo Intelligence ci impone, in questo contesto storico, di ragionare con il riferimento del testo biblico e dei vangeli sinottici che meglio ci fanno comprendere, da occidentali e per forma mentis culturale acquisita, tralasciando di spaziare tra altre immaginifiche e suggestive realtà spirituali \extraterrestri di tipo alieno e di oggetti non identificati, giungendo inesorabilmente a distinzioni tra il Rettiliano, il Pleiadiano e gli Annunaki o più in generale tra le realtà umanoide galattiche spinte con suggestione dalla vulgata alla moda della New Age, del rito Babilonese o di tipo orientaleggiante sincretico ed esoterico che ha trovato alimento nel secolo scorso, sulla spinta interpretativa del dopo Concilio Ecumenico II concluso da Paolo VI, ma non riferito a quello svolto nella prima sessione del 1962, presieduto da papa Giovanni XXIII che, per intenderci, era volta ad «approfondire ed esporre» la «dottrina certa e immutabile» della Chiesa.
Paolo VI non portò a termine lo spirito iniziale conciliare impostato e dettato da Giovanni XXIII, concludendo un concilio su impostazione diversa che, invero, appunto, era già stato definito e palettato dall’ispirato Roncalli il quale, consapevole del tempo rimastogli per la malattia in corso, lasciò in chiaro il Concilio Ecumenico definendo quel tratto conclusivo e finale della storia della chiesa cattolica profetata nel terzo segreto di Fatima. Paolo VI, nel portare a termine il Concilio durante il suo pontificato, ha personalizzato lo spirito conciliare ecumenico iniziale distorcendo quanto dettato da Giovanni XXIII, non capendo che, lo stesso, lo aveva già realizzato con la convocazione in Santa Sede di tutte le realtà spirituali cristiane e non che, intervenendo e rispondendo alla chiamata, realizzarono di fatto l’ecumenismo in terris. Il Concilio con Paolo VI si concludeva con la novità dell’ermeneutica della discontinuità, che attribuisce al Concilio un valore in quanto, evento cruciale di rottura con il depositum Fidei tradizionale, di fatto aprendo le porte a quel “fumo d Satana” che proprio Paolo VI, anni dopo, fu costretto a lamentare.
Successivamente, quello che fino ai giorni nostri i vari pontefici hanno praticato, è stato solo un tentativo, forse inutile, di rinnovare e rinfocolare ciò che era stato già realizzato da Giovanni XXIII, probabilmente interpretando ancora Fatima nei suoi 100 anni offerti a satana, conclusi nel 2017. Anche papa Francesco, con il suo nuovo ecumenismo ha esondato nell’ecologia integrale, includendo i riti della Pachamama, forzando quello spirito ecumenico iniziale, riducendolo ad un rituale degli ultimi, fortunatamente, non andato a buon fine.
I volti del papa
Anche qui abbiamo assistito allo “scontro” tra una visione Ratzingeriana di tipo teologico e tradizionale, rispetto ad una visione Bergogliana di tipo naturalistica ed ambientalista. Al pontificato di Bergolio è mancata la “spalla” di Barak Obama per il fatto imponderabile della mancata rielezione alla presidenza degli USA di una figura di continuità progressista ed ecologista che avrebbe dovuto assumere Hillary Clinton, ritrovandosi Bergoglio, un presidente come Trump vocato su posizioni opposte ed inconciliabili. Obama, se eletta Clinton, sarebbe ritornato anche lui in Santa Sede, riaccolto con grandi sorrisi da Bergoglio ed insieme avrebbero tracciato l’agenda vincente, a tutti i costi, di un Sinodo amazzonico ecologico ed integrale, sentendosi forti, uniti e potenti, sicuramente incuranti, in tal caso, delle posizioni dell’emerito papa Benedetto XVI, che sarebbe rimasto isolato e inascoltato. Trump è stato a sua insaputa la “spalla” forte ed inattesa di Ratzinger. Le ultime prese di posizione di Benedetto XVI, lo pongono in serio contrasto con la rimanente “Mafia di san Gallo”, correndo il serio pericolo di essere allontanato dalla Santa Sede, fatto che se accadrà, segnerà un momento certo sui tempi attuali scismatici e di abominio, ma anche di ira di Dio.
Con la Teo Intelligence, analizziamo i fatti, attenendoci ad essi. Nelle sacre scritture vi sono due figure centrali collocate in un preciso tempo apocalittico: il Falso Profeta e l’Anticristo. Due figure che sono la faccia della stessa medaglia. L’uno senza l’altro è depotenziato ed il loro disegno profetizzato non si realizza se è contrastato dalle forze del cielo in unione con l’uomo di fede della Chiesa rimanente. L’Anticristo e il Falso profeta, nei sacri testi, seppur uniti, non sono vincenti, ma se contrastati, sono ancora più miseramente perdenti.
Trump e Putin
Trump non è tra le figure rintracciabili nelle sacre scritture, anche se potrebbe essere collocato tra il Cavaliere veritiero dell’apocalisse ed il profeta Enoc o Elia della bibbia. Egli è una figura solitaria, che nasce all’occasione, catapultato a svolgere un ruolo fondamentale, trovandosi al posto giusto ed al momento giusto, sollecitato ed eletto per le sue doti e qualità umane e spirituali. Ruolo che svolge in concomitanza con il presidente russo Vladimir Putin, il quale condivide la comune fede cristiana unitamente alla linea di distensione di Trump per promuovere la pace rispetto alla guerra. Il 25 aprile 2020 i due hanno rinnovato l’accordo in occasione del 75esimo anniversario dello storico incontro delle truppe statunitensi e sovietiche sul fiume Elba, evento che segnò un passo decisivo nella fine della Seconda Guerra Mondiale rinnovando, adesso, il patto contro il nuovo nazismo-socialcomunista che è l’humus incestuoso su cui alligna l’attuale Deep State deviato, divenuto ormai, di fatto, un nefasto Stato tra gli Stati.
Anche la Cina di Xi Jinping si è allineata alle posizioni di Trump e Putin e, per questo, è stata punita dal Deep State deviato per aver infranto un patto diabolico ultra trentennale di reciproca complicità, consistente nel far decollare l’economia cinese a scapito di quella americana ed occidentale. La vicenda Covid 19 è servita anche a questo, nel tentativo di colpire e incolpare la Cina, al fine di creare contrasti e far rompere anche il triplice Patto di Alleanza tra Trump, Putin e Xi Jinping. Calma e sangue freddo si impongono in questi tempi, attendendo lo schiarirsi di questa diabolica verità.
JFK Jr, Trump e Vincent Fusca
Il vero toccato da Dio quindi, non è Trump, ma è un uomo che sta al suo fianco e sul quale poggia l’intera operazione QAnon, nata dalla volontà di patrioti civili e militari delle alte sfere gerarchiche americane e delle Forze Alleate, persone dotate di doti morali e spirituali, fedeli ai principi della costituzione americana e alla legge divina. Una operazione ormai resa nota ed operativa, che ha innescato in questi ultimi tre anni di presidenza Trump, uno straordinario effetto “pigmalione”, tipico della “Profezia che si auto avvera”, coinvolgendo milioni di persone nel mondo.
QAnon, nasce all’indomani dell’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, barbaramente ucciso a Dallas nel 1963 da un complotto ordito da traditori interni ai servizi segreti deviati, alla politica deviata e alle corporazioni d’affari internazionali legate al petrolio e alle armi, con un sub strato di esoterismo e satanismo attinto ai riti di una occulta ed alta scuola massonica deviata. Il luogo dove è tutt’ora sepolto JFK è a forma di una grande Q.
Nessun progetto patriottico nato tra i militari fedeli ed appartenenti alle varie organizzazioni dei servizi segreti americani, potrebbe aver funzionato ed essere portato a termine in un progetto seppur segretissimo fino a tre anni fa, ma che dura da circa 60 anni, con una svolta cruciale e determinante nel 1999, all’or quando si convinse la persona individuata di alta moralità e gradimento, sulla quale venne incentrata e costruita l’intera operazione. Il progetto QAnon, altrimenti, non sarebbe mai potuto essere portato avanti, impossibilitati a trovare in un riferimento certo, il giusto e razionale coraggio di affrontare un altissimo rischio nell’indagare i propri vertici gerarchici corrotti, in una strategia di attacco al Deep State deviato, specie nei servizi segreti, con alleanze, coperture e sostegno da parte di potenti dell’élite delle corporazioni multinazionali.
Se tutto questo ha una logica, il nome del leader tenuto segreto e protetto fino ad oggi è il figlio minore di JFK, quel bimbo di tre anni che, nel 1963, commosse l’America davanti al feretro del padre nel mentre JFK Junior lo salutava tributandogli l’onore con un saluto militare. Cresciuto, divenne avvocato e giornalista fondando la prestigiosa rivista “George” molto in voga e seguita in particolare per gli scoop che pubblicava.
Little patriot
Un uomo brillante, sempre in vista e molto temuto dal Deep State e dallo “Shadow Governament” corrotto, i cui agenti dei servizi segreti deviati temevano JFK Jr il quale, aveva giurato vendetta, scovando prima o poi, i criminali di suo padre. JFK Jr, che ormai dopo la morte del padre, possiamo chiamare JFK, come ha anche precisato in un recente post il presidente Trump su twitter il quale, in una recente domanda di una giornalista se JFK Junior fosse veramente morto nel 1999 in un incidente aereo, ha risposto che Junior è morto, ma precisando che la domanda era posta male, perché Junior, appunto, non lo è più dopo la morte del padre, assumendo di conseguenza il nome, JFK, lasciando intendere che poteva essere vivo. Una traccia a tutto ciò è riscontrabile seguendo la vita di Vincent Fusca. Pubblicamente è anche molto nota la profonda amicizia tra JFK Jr e Donald Trump. In occasione del giuramento di Trump il giorno dell’insediamento da Presidente USA, insieme a Melania, elegantissima con un abito azzurro stile Jacqueline Kennedy, regalarono alla coppia Obama qualcosa contenuto dentro una scatola azzurra di Tiffany, tenendo molto in vista la scatola che venne molto fotografata. Per la cronaca, parte delle ceneri di JFK Jr, sarebbero state conservate, stranamente, in una identica scatola di Tiffany. Un messaggio ben preciso agli Obama, oppure un caso?
La logica dell’imponderabile e dell’assurdo ci spinge a valutare l’ipotesi di un finto incidente aereo nel 1999 di JFK Jr con moglie e cognata a bordo, organizzato proprio in accordo con i patrioti militari del QAnon, per salvarlo da un attentato certo e pianificato dagli stessi criminali di suo padre. Morto per morto, ipotizziamo, avrà pensato di simulare l’incidente aereo preparando, nel nascondimento e ben protetto, il piano QAnon in questi ultimi 20 anni, che si sta meglio concretizzando in questi tre anni di presidenza Trump, imprimendo una forte accelerazione che vediamo in concreto proprio adesso in questi primi mesi del 2020. Tempi coincidenti con la ben condita cronaca planetaria della pandemia del Covid-19, occasione per la duplice tattica del Deep State deviato e corrotto di creare i presupposti per una grossa zeppa nel percorso del rinnovo delle presidenziali americane a novembre 2020, per affossare Trump facendo crollare il trend molto positivo dell’economia americana e riprendersi loro la vitale e strategica presidenza USA, mentre dall’altra parte si cavalca la vicenda Covid-19 con una azione di controspionaggio operata dai patrioti QAnon i quali, nel frattempo potentemente insediatisi al fianco del presidente Trump, mirano a smascherare il Deep State corrotto, facendolo in diretta e sotto gli occhi del popolo.
Anthony fauci sotto lo sguardo vigile di Trump
Un progetto quello di QAnon, che mira a scardinare anche i santuari del Deep State tra questi l’Europa e la BCE, l’ONU e le sue agenzie quali l’OMS, ma anche la Federal Reserve già ipotecata da Trump con un recente Ordine Esecutivo, portandola sotto il controllo del Dipartimento del Tesoro americano trasformandola di fatto, da privata a statale, avendo così inferto un colpo mortale ai grandi banchieri mondiali, corrotti e strozzini.
Trump è un “Bugiardino”, o meglio è un furbo che fa finta di apparire ingenuo, un atteggiamento che usa come fine tattica contro i nemici, assecondandoli sul “farmaco” da loro scelto, ma guardando agli effetti collaterali ben descritti nel bugiardino, che potrà far subire ai nemici.
Trump quando in diretta televisiva, in risposta ad un giornalista, afferma che il virus lo si può combattere senza attendere un costoso antivirus bensì, pulendo le superfici con dei disinfettanti sperimentati ed altresì iniettando nel corpo piccole dosi degli stessi disinfettanti, chiedendo conferma agli esperti presenti accanto a lui, lo fa sapendo di provocare una reazione di disprezzo verso lui stesso da parte dei suoi nemici, i politici democratici e i suoi nemici di Big Pharma, facendo abboccare all’amo, seduta stante, il virologo Anthony Fauci, affermando orgoglioso che il disinfettante fa male se iniettato nel corpo umano, decretando inconsapevolmente così, in diretta televisiva, la condanna di Bill Gates e di quanti altri operano nel campo del business della produzione di antivirus, in quanto è stato accertato che in questi antivirus da loro prodotti, vi siano presenti parti degli stessi disinfettanti citati da Trump. E’ notizia di questi giorni che Anthony Fauci è proprio sotto inchiesta con accuse pesanti su un conflitto d’interessi nella produzione e ricerca dei farmaci antivirali, con il coinvolgimento di Bill Gates e della sua fondazione.
Patriot Q
Il piano QAnon va avanti spedito ed inarrestabile. Di recente in un drop decodificato sulla piattaforma QAnon, se correttamente tradotto, è stata data indicazione della piena e totale pulizia all’interno dei vari apparati dei servizi segreti americani ed alleati, con l’eliminazione e l’arresto degli agenti infedeli, un’operazione ancora top secret. Questo comporterà una forte accelerazione all’agenda del progetto che, in ogni caso, ha una fase fondamentale da concludersi entro le elezioni americane del prossimo 3 novembre 2020. Chi sarà il candidato repubblicano? Trump o JFK ex Junior? Tra gli addetti si vocifera una rielezione di Trump sostenuta e data vincente senza alcun problema dall’apparizione propizia di JFK che sarà il garante e la persona credibile all’opinione pubblica americana sui fatti gravissimi che verranno presto denunciati da Trump, che di sicuro saranno sconvolgenti con un effetto shock nell’apprendere che i nemici erano tra le alte personalità corrotte della politica e dell’establishment, compresi Vip del cinema e della musica immischiati in atti pedosatanici e quant’altro di orrendo ed immondo. Arresti resi possibili grazie ad un particolare Ordine esecutivo del 21.12.2017 contro la pedofilia e la corruzione inclusi tra i crimini contro l’umanità, che destabilizzano e mettono in crisi la tenuta democratica della nazione, sequestrando agli incriminati tutti i beni materiali e immateriali.
I complottisti e i contro complottisti disquisiscono in questi giorni sulle pagliuzze, non capendo che se il Nuovo Ordine Mondiale deve insediarsi lo fa e lo farebbe infischiandosene dei complottisti, atteso lo strapotere esercitato dall’establishment, ma se a questi è venuto veramente meno il potere della presidenza degli Sati Uniti d’America, con un presidente addirittura ostile ai loro piani e per di più con al fianco il loro peggiore nemico, JFK Junior, allora il piano QAnon assume, per loro, i contorni nefasti di una vera e incontrollabile “Tempesta” apocalittica.
Bisogna essere degli stolti e degli idioti, se al presentarsi nella storia una tale occasione unica e utile a sconfiggere il comune nemico, non si riuscisse a cogliere l’attimo fuggente per sostenere Trump, se è vero come sembra vero che stia operando per sconfiggere il comune nemico. Diversamente, se fosse anche lui parte del gioco, il gioco sarebbe sciocco farlo, perché così potentemente forti da non poter essere contrastati da niente e da nessuno, non potendo fare altro il popolo, che assistere e subire gli eventi della creazione di un Nuovo Ordine Mondiale, alleviando, ormai succube, le pene di una sconfitta, attraverso la inevitabile sindrome di Stoccolma.
Ma i fatti analizzati, supportati dalla tecnica della Teo Intelligence, ci dimostrano che Trump sta combattendo quel Depp State satanico e corrotto che sta arrancando ed è in grande difficoltà, avendo perso sull’imprudente richiesta d’impeachment orchestrata ai danni di Trump su un inesistente Russiagate smontato pezzo su pezzo da Trump il quale, abilmente, sta rivoltando tutto contro gli stessi fautori politici del Partito Democratico, di membri della FBI corrotti ed in particolare l’agente Joe Pientka ed altri, innescando Trump, il recentissimo scandalo Obamagate con la pesante accusa di “Alto tradimento” verso membri infedeli dei servizi segreti coinvolgendo di sicuro l’inchiesta, anche l’ex presidente dai voli “pindarici”, identificato come figura apicale del Deep State. Anche il meno recente, ma altrettanto gravissimo scandalo pedofilo del Pizzagate scoppiato nel 2016, vede coinvolti Hillary e Bill Clinton e la loro Fondazione, insieme a molte personalità dell’élite mondiale, in parte già sotto processo e in parte già condannate, come il miliardario e pedofilo Jeffrej Epstein e il regista stupratore Harvey Weinstein, dopo aver testimoniato e fatto i nomi dei loro complici di altissimo livello. Insomma, una realtà ormai evidente che il mainstream sottace al pubblico televisivo, proteggendo i criminali sponsor finanziatori dei propri editori, moralmente coinvolti negli scandali.
Il progetto QAnon sembra non essere uno scontro tra due schieramenti opposti e terreni, ma si veste dei contorni di una battaglia assistita dall’alto, quindi spirituale, perfettamente incastonata tra le fasi dell’apocalisse descritta dall’apostolo Giovanni. Una occasione unica ed irripetibile alla quale non si può rimanere spettatori e nemmeno comparse, bensì attori, sceneggiatori e registi. Sulla “Servitù volontaria”, diceva Etienne de La Boètie che “il padrone ha solo in più i mezzi per distruggerci che noi stessi gli forniamo”
Gli Angeli, gli Arcangeli, i Serafini e tutte le schiere celesti saranno in aiuto per il bene dell’umanità, mentre i demoni, Lucifero, Belzebù, Moloc, Lilith e tutte le legioni infernali, saranno di aiuto per il male dell’umanità, in uno scontro ben descritto nelle sacre scritture e nell’apocalisse.
Chiamateli Angeli o Demoni, ma anche più genericamente confusi con gli Extraterrestri, o ancor più con i Pleiadiani, Rettiliani, Annunaki, ecc., oppure Esseri di luce o Esseri delle tenebre, ma sappiate che parliamo di quelle stesse entità bibliche che gravitano da sempre intorno a noi e in mezzo a noi provenienti da un’altra dimensione, la loro, i quali, inconsapevolmente o consapevolmente, invochiamo o rivolgiamo preghiere, ma sono spesso l’ombra di noi stessi, non avendo coscienza della nostra realtà evolutiva o involutiva derivante dal nostro libero arbitrio.
Come un seme che incontra la terra e risveglia nella sua coscienza la memoria di essere un tronco che fa crescere i suoi rami, le sue foglie e, infine, il suo frutto, così noi esseri umani conserviamo memoria dell’intero nostro essere corporale e spirituale vivendo in contemporanea i vari livelli di coscienza che vengono percepiti in tutto o in parte, in base alla propria evoluzione e alla personale presa di coscienza spirituale. In sostanza, potremmo essere noi stessi Angeli, Arcangeli, Serafini, ecc. se solo avessimo, qui e ora, la giusta evoluzione e presa di coscienza, ritrovandoci faccia a faccia con il nostro stesso Io. Si dice spesso che tra noi vi siano angeli incarnati e/o demoni incarnati e questo è vero. Anche Cristo si è incarnato per farsi uomo. Questi possono essere terze entità, ma potrebbero essere benissimo le stesse nostre entità che si muovono su piani e livelli diversamente dimensionali, passando dalla terza dimensione alla quarta e alla quinta ecc., seppur non conservando ricordo o coscienza ai livelli bassi della materia in cui viviamo attualmente in questo pianeta.
La Chiesa cattolica e le religioni monoteiste in particolare, parlano della presenza dello Spirito Santo, riportando le sacre scritture che lo Spirito verrà non per fare cose nuove, ma per fare nuove le cose. Ebbene, la nuova frequenza spirituale interessa sia il nostro pianeta che gli esseri viventi, e niente e nessuno potrà smentire che vi sarà a breve, ciclicamente predestinato, l’evoluzione verso una quinta dimensione che obbligherà all’ingresso verso una progressiva e ciclica frequenza dell’armonia cosmica, come da milioni di anni ogni 26 milioni di anni accade al nostro sistema di precessione dell’asse terrestre. Questa umanità è destinata amorevolmente a subire, lottando tra gioie e dolori e tra il bene e il male, una evoluzione verso altre dimensioni o ad involversi singolarmente, rimanendo padroni del proprio libero arbitrio.
Le sacre scritture indicano e insegnano che l’aiuto dall’alto avviene su esplicite richieste e intenzioni di preghiera e non per allettamenti e compromessi misericordiosi. La battaglia tra il bene e il male in terra si svolge da millenni, ma solo alla fine dei tempi vi sarà l’intervento eccezionale divino. Le sacre scritture e le profezie recenti attendibili, ci avvisano sui segni premonitori divini, alcuni già in atto con le apparizioni mariane e con la scritta Fatima che verrà e che dovrà essere leggibile in cielo. Seguirà un avvertimento che permetterà l’incontro personale con Dio nel mentre si vedrà lo scorrere della propria vita sulle cose buone e male fatte, utile a risvegliare la propria coscienza e a scegliere su quale strada proseguire. Seguirà la liberazione dei demoni in tre giorni di buio affinché raccolgano le loro anime di uomini depravati che gli spettano nel patto stretto con Dio, perché dediti fino alla fine al culto a Satana rinnegando Dio, nel mentre, un intervento di elevazione degli eletti della Chiesa rimanente rimasta fedele a Cristo, provvederà a mettere al sicuro i fedeli. In ultimo su chi rimarrà tiepido e ateo sfidando Dio, vi saranno cataclismi, terremoti e inondazioni che sconvolgeranno la terra purificandola e mondandola dal peccato per essere preparata a ricevere quegli eletti che furono rapiti e portati in luogo sicuro, per farvi ritorno in una terra nuova e rigenerata su basi dimensionali più elevate sia spiritualmente che umanamente, volgarmente definita, quarta e quinta dimensione…
Quindi, rispondendo alle tre domande iniziali, possiamo affermare che siamo alla fine dei tempi. L’apocalisse si compie come profetato, nell’attesa della desiderata Parusia.
Di Antonio Leonardo Montuoro, Analista di Teo Intelligence
Il governo indiano ha deciso di rescindere alcuni accordi finanziari con la Fondazione Bill e Melinda Gates, così come il suo coinvolgimento con il programma di immunizzazione indiano a causa di decessi attribuiti all’utilizzo di alcuni vaccini.
La Fondazione Gates stava finanziando e lavorando con la Immunization Technical Support Unit (ITSU), che fornisce consulenze per la strategia e per il monitoraggio del programma di immunizzazione di massa di New Delhi, un progetto che interessa circa 27 milioni di bambini ogni anno. Il governo indiano ha ormai preso le distanze dal programma e ha rifiutato anche il finanziamento della fondazione. La decisione di ritirare l’accordo è stata interpretata come un tentativo da parte del governo indiano per cercare di ridurre l’interferenza delle ONG nel processo decisionale nei settori politici chiave. L’anno scorso l’India ha ordinato il licenziamento di decine di esperti sanitari stranieri, finanziati dalle ONG, che lavoravano alla messa a punto dei sistemi di welfare pubblico. La Fondazione Gates stava sostanzialmente lavorando per gli stessi obiettivi.
Sul sito della Fondazione Bill e Melinda Gates (BMGF), si può trovare una descrizione del lavoro che questa ONG sta facendo in India. Fra gli scopi dell’organizzazione ci sono le collaborazioni con diversi governi degli stati indiani per affrontare le problematiche che coinvolgono milioni di persone in questo paese. Gli interventi nel campo della salute pubblica, per esempio, includono la salute materna e infantile, la nutrizione, la pianificazione familiare, e l’immunizzazione di routine con i vaccini per il controllo di determinate malattie infettive.
La fondazione afferma che una delle sfide che si sta cercando di affrontare con l’immunizzazione in India è il tasso di mortalità crescente dei neonati e dei bambini. Infatti un bambino su cinque nato in India muore prima dei 5 anni a causa di malattie che possono essere prevenute attraverso l’uso di vaccini sicuri ed efficaci. La strategia che la fondazione intende seguire per vincere questa sfida passa attraverso il rafforzamento della rete e dei sistemi di somministrazione di vaccini esistenti e l’introduzione di nuovi vaccini per prevenire le malattie ad alto impatto come la diarrea e la polmonite, che insieme rappresentano oltre il 30% delle morti infantili in India sotto i 5 anni.
Dal 28 febbraio, il National Technical Advisory Group on Immunisation (NTAGI) si separerà dalla Immunization Technical Support Unit (ITSU) finanziata dalla Bill e Melinda Gates Foundation. Il gruppo consultivo verrà spostato al National Institute of Health and Family Welfare, un’organizzazione autonoma finanziata dal governo che funziona come un gruppo di esperti impegnato nell’analisi e nella soluzione di problemi complessi, impegnati in questo caso nei programmi di salute e benessere della famiglia nel paese.
Quali sono state le motivazioni per questa decisione? Possiamo citare almeno due ragioni importanti:
1. Sono state espresse preoccupazioni per il fatto che la BMGF stesse facilitando interessi stranieri in questi programmi di immunizzazione, agevolando le grandi multinazionali farmaceutiche per testare e commercializzare i loro prodotti in India. Queste preoccupazioni derivano dal sostegno che la Fondazione dà al GAVI (Global Alliance for Vaccine and Immunisation) e al PHFI (Public Health Foundation of India). Questo atteggiamento viene visto come un evidente conflitto di interessi.
2. In India il GAVI è responsabile per l’introduzione del vaccino contro l’epatite B nel programma universale di immunizzazione (UIP), lanciato dal governo indiano nel 1985. Il vaccino pentavalente sostituirà i vaccini DPT (difterite, tetano e pertosse), il vaccino contro l’epatite B (HepB) e meningite da emofilo (Hib). Il governo indiano ha deciso di introdurlo nell’UIP, secondo le raccomandazioni dell’OMS, nel 2011. Tuttavia, le accuse riguardano il fatto che la decisione di introdurlo in India sia stata presa senza considerare l’esperienza di altri paesi che hanno utilizzato questo vaccino, e che tale decisione abbia portato a moltissime morti infantili.
Secondo il sito della BMGF, questa fondazione ha donato 39,6 miliardi di dollari dall’inizio della sua attività (fine anni ’90) ad oggi. Si ritiene che attraverso queste forme di finanziamento abbia influenzato le politiche delle organizzazioni internazionali e dei governi nazionali. Il suo approccio per una soluzione dei problemi di salute dell’India condizionata dalla sembrerebbe quindi collegata con gli interessi delle società con cui collabora.
L’India ha in passato ha aperto le sue porte a sperimentazioni di farmaci sponsorizzati: una volta terminate, il prodotto viene normalmente commercializzato anche in altri paesi. Come accennato in precedenza, la fondazione collabora con diverse ONG, finanziatori privati provenienti da diversi paesi e governi per incoraggiare la diffusione di soluzioni ai problemi di salute di una certa rilevanza. La BMGF sostiene progetti che identificano gli interventi tecnologici chiave necessari per i problemi di salute pubblica e conduce studi di mercato per questi interventi.
La domanda chiave che viene posta è: per quale motivo sono stati permessi l’utilizzo e la promozione di questi vaccini in diversi stati nel quadro del programma di immunizzazione nazionale, nonostante vi siano state segnalazioni di decessi in seguito al loro utilizzo?
Sull’introduzione del mortale vaccino pentavalente sono state avviate delle cause di interesse pubblico (PIL, Public Interest Litigation) che mettono in discussione la rilevanza e l’efficacia del vaccino in India.
Due membri del NTAGI, un consulente politico e un funzionario hanno depositato un PIL alla corte suprema contro l’introduzione del vaccino pentavalente nell’UIP. Il PIL sostiene chiaramente che:
– Il piano per introdurre il vaccino pentavalente è stato abbozzato ignorando lo studio di Minz che suggerisce che il numero di casi di meningite da emofilo, Hib, è talmente basso in India da non giustificare la decisione governativa di introdurre un vaccino per eradicarla.
– I dati provenienti da paesi in cui il vaccino pentavalente è stato in uso per anni, dimostrano che non vi è alcun beneficio reale dall’utilizzo di questo vaccino nella prevenzione delle malattie.
– L’efficacia del vaccino pentavalente è dubbia dato che presenta effetti collaterali importanti e ha causato morti in molti paesi in via di sviluppo. Il vaccino è stato introdotto in India nel programma UIP sotto la spinta dell’OMS e l’influenza del GAVI, ignorando fatti e cifre circa la sua utilità e sicurezza.
– Il governo avrebbe dovuto, prima di ogni cosa, testare gli effetti del vaccino Hib sui bambini, prima di utilizzarlo in formulazioni combinate con i vaccini DPT ed Hep B.
La strategia del GAVI appare molto chiara: inizialmente questa organizzazione sovvenziona i governi per l’acquisto dei vaccini ma in seguito, quando i vaccini sono stati fatti entrare ufficialmente nei programmi di immunizzazione, ritira queste concessioni, lasciando campo libero alle multinazionali che impongono ai governi prezzi molto alti. In sostanza, il lavoro di GAVI è quello di identificare i mercati per i vari vaccini, raccogliere fondi per la loro ricerca e sviluppo, convincere i governi a comprarli e provvedere quindi alla loro commercializzazione.
Il dottor Jacob M Puliyel di Nuova Delhi, membro del comitato istituito dal NTAGI per esaminare la morte dei bambini ai quali era stato somministrato il vaccino pentavalente ha scritto in un articolo per il Sunday Guardian. Sappiamo per certo che fino ad agosto 2016 ci sono stati 237 decessi segnalati al governo indiano entro 72 ore dalla vaccinazione con il vaccino pentavalente.
Il dottor Puliyel ha poi commentato nel Journal of Medical Ethics:
“Le morti associate a questo vaccino si sono verificate in modo sporadico … e seguono un modello di reazione anafilattica … se un farmaco è noto per aver causato questa forma di reazione fatale, non è lecito somministrarlo senza aver prima condotto dei test di sensibilità … test che non vengono effettuati nel caso del vaccino pentavalente … banalizzare tutte queste morti come coincidenze significa voler nascondere la realtà delle cose“.
Numerosi insabbiamenti sono stati perpetrati dal governo e dall’OMS sui risultati delle indagini relative alle reazioni avverse del vaccino pentavalente: il NTAGI è riuscito a convincere il governo che l’utilizzo del vaccino è sicuro. Nel mese di ottobre 2016, il NTAGI stesso ha raccomandato che il vaccino pentavalente (introdotto nel Kerala per la prima volta nel 2011 e successivamente in altri sette Stati membri), doveva essere introdotto in tutto il paese. La raccomandazione è arrivata dopo che il comitato nazionale AEFI (Adverse Events Following Immunisation) – che ha studiato tutte le morti infantili nei vari Stati membri (presumibilmente a causa del vaccino) – ha deciso di escludere ogni collegamento fra questi eventi e il vaccino stesso.
Nel mio tentativo di spiegare il motivo per cui il governo ha fatto una buona azione nel bloccare questi accordi con la Fondazione Gates, vorrei far riferimento ad un documento pubblicato nel 2014 da Sandhya Srinivasan, dal titolo “I cambiamenti nella ricerca medica: influenza del capitale privato” pubblicato in India dalla Oxford Press.
Srinivasan descrive come i nuovi vaccini vengono introdotti in India e nei programmi di immunizzazione, spiegando come le fondazioni come la BMGF riescono a influenzare il governo e la comunità scientifica nell’adattare i programmi di ricerca e di salute pubblica e condizionare l’agenda della ricerca e degli interventi di sanità pubblica e di assistenza sanitaria per le classi meno abbienti.
Descrive inoltre come nel 2008, gli impianti di produzione del settore pubblico – che fornivano la maggior parte dei vaccini per il programma nazionale di immunizzazione – furono dismessi e la produzione di vaccini fosse passata a società private che li commercializzarono a prezzi molto più alti. Dopo questa trasformazione, cinque delle prime sei compagnie con il maggior fatturato nella produzione di vaccini in India erano diventate private, e tutto ciò con i finanziamenti ricevuti dalla BMGF e dal dipartimento di biotecnologia del governo indiano.
A giudicare dalle relazioni presentate finora, si può capire come ben poche ricerche siano state condotte sui reali benefici che questi vaccini avrebbero dovuto avere sulla salute pubblica. Se ammettiamo che la BMGF e il GAVI possono aver avuto un ruolo nei programmi di eradicazione della poliomielite e di altre malattie, allo stesso modo non possiamo negare che questi abbiano causato anche dei decessi. Il governo, indiano, con questa decisione, si è assunto in qualche modo la responsabilità per lo stato delle cose, e potrà probabilmente muoversi con maggiore cautela nella tutela della salute pubblica. La Fondazione Gates continuerà ad estendere il supporto tecnico, in qualsiasi forma, come richiesto dal suo coinvolgimento nella politica sanitaria indiano, ma questo sarà ad un livello molto ridotto.