L’abilità suprema degli Arconti è la contraffazione, ovvero creare dei cloni, delle copie svuotate di tutto quello che può essere portato in questo piano dai figli della luce che ciclicamente si manifestano per una missione. Lo fecero con Mosè e con l’ebraismo originario…. l’hanno fatto ancor più con il cristianesimo che era il movimento più pericoloso che si potesse immaginare per quanto concerne il dominio arcontico. Gli arconti creano una contraffazione estremamente simile al movimento originario, una installazione estranea (un vero e proprio trojan) totalmente svuotata della sua essenza iniziatico- esoterica, che è il portato più destabilizzante per questo sistema di realtà. la cosa clamorosa è che in questa contraffazione i Testi Sacri non vengono contraffatti perché sono protetti dallo spirito. Qualunque persona di media INTELLIGENZA, in linea teorica,leggendo i vangeli e il resto del Nuovo Testamento, dovrebbe rendersi subito conto che la chiesa romana, e le altre chiese, sono una palese contraffazione di quello che fu il movimento manifestato da Yeshua e dai suoi… tutto nei Vangeli sbugiarda la chiesa romana, senza appello. Contro la chiesa contraffatta parlano anche i fatti di cronaca criminosi che hanno costellato la storia di questo ente clone, di questo doppelganger. Eppure niente…. ancora notevoli masse continuano a seguire il doppio senza rendersi conto di quale sia l’abnorme distanza tra i Testi Sacri e la vera chiesa da una parte, e ciò che la chiesa predica e fa da 1800 anni dall’altra .
Nuccio D’Anna ha da poco aggiunto, alla propria produzione libraria, un testo importante. Ne beneficeranno, in particolare, i lettori interessati agli studi storico-religiosi e a quelli tradizionali. Ci riferiamo al volume, I cicli cosmici. Le dottrine indiane sui ritmi del tempo, nelle librerie per Arỹa edizioni (per ordini: arya.victoriasrl@mail.com, pp. 240, euro 26,00). In queste pagine, l’autore mostra una non comune padronanza dell’amplissima letteratura critica, accompagna, inoltre, con sagacia, il lettore nell’esegesi dei complessi testi sacri centrati sulla temporalità ciclica. Tale compito è espletato con riferimento al metodo comparativo, attraverso il quale è possibile evincere il valore universale di miti e simboli. I contenuti trattati sono così vasti, che risulta davvero arduo riassumerli nello spazio di una recensione. Pertanto, ci soffermeremo solo su alcuni plessi teorici.
D’Anna muove dalla presentazione del senso e del significato del “Centro” nel mondo tradizionale. Lo fa intrattenendosi sul valore del Monte Meru: «considerato il riflesso del polo celeste che regge, governa ed orienta l’intero movimento del quadrante cosmico» (p. 3). La struttura assiale della montagna induce a guardarla quale: «veicolo delle benedizioni divine elargite incessantemente […] Il Meru appare come l’“albero del cosmo”» (p. 4). Secondo la tradizione vedica dai sui rami discesero i raggi di Sūrya che trasmisero all’umanità la “legge di Varuṇa, il Ṛta, l’Ordine che è Verità. Il Ṛta: «ha una relazione diretta con la stabilità della costellazione delle sette stelle dell’Orsa» (p. 5). La Montagna sacra è strettamente imparentata, da un lato, ad Agni, dio del fuoco prototipico che al centro del mondo arde di fulgore e, dall’altro, con Brahma, divinità formatrice assimilabile alla “Roccia indistruttibile”, dalla quale si irradiano “qualità” divine. Il Meru si erge al centro di un’isola circolare che è suddivisa in sette “regioni”, attorno alle quali vi sono sette Oceani in corrispondenza: «con l’ordinamento planetario strutturato abitualmente su sette livelli» (p. 10). L’ultima distesa di mare è detta “Oceano di Latte”.
L’autore precisa: «Nel corso dello svolgimento ciclico in ognuna di queste “isole” la Tradizione […]dovrà necessariamente trovare un suo sviluppo integrale che avrà come inevitabile conseguenza l’esaurimento di tutte le possibilità spirituali veicolate nel mondo» (p. 13). In tal modo è svelato il legame di tale simbologia con lo sviluppo ciclico. Ogni singolo punto-cardine, in tale cosmosofia, è custodito da una divinità: il cosmo stesso assume tratto maṇḍalico. L’attuale Eone, nell’elenco dei 30 kalpa, occupa il XXVI posto (Varaha-Kalpa) ed è preceduto dal Padama-kalpa. Alla luce dell’insegnamento tradizionale, la manifestazione si è involuta a causa del “peso degli uomini”, che hanno realizzato una manipolazione del Dharma. Durante il Kalpa precedente il nostro, Viṣṇu “Dormiente” ha operato: «il proprio intervento cosmogonico nelle sembianze di un fiore di loto emerso dal suo stesso ombelico» (p. 20) e ciò ha consentito la perfetta continuità dottrinale e rituale tra il sesto e il settimo Manvantara del nostro kalpa.
Brahma fece emergere la “terra primordiale”: «l’archetipo o modello pre-formale di una realtà ancora immacolata» (p. 21). Ogni qualvolta il Principio discende nel divenire, stando alla prospettiva tradizionale dell’India, dà luogo a un vero e proprio “sacrificio universale”. Si tratta di un atto capace di agire contro le “potenze dell’oscurità”. Un ruolo essenziale, in tal senso, D’Anna attribuisce a Prajapati, che si congiunse alla Terra immacolata emersa dalle Acque. Egli: «simboleggia l’ineffabile Unità dalla quale sono fluiti tutti gli altri dèi e nella quale torneranno» (p. 28). Tale potestas ha lo sguardo rivolto verso tutte le direzioni spaziali. Le acque primordiali altro non sono che la trascrizione simbolica del “mormorio” dello scorrere del tempo, in quanto il Principio, alla luce degli studi di Marius Schneider, citato più volte dall’autore, non è che suono-luce. I cantori sacri: «Odono l’essenza sonora e presensibile […] che si riversa “naturalmente” nella vita cosmica» (p. 31). Il canto solare dei sette Ṛṣi formò la testa di Prajapati che, armonizzando suono e ritmo: «rese possibile la formulazione dei fonemi e delle sillabe» (p. 33).
L’autore ricorda che il settimo Manvatara prese inizio dopo il diluvio. L’attuale era viene divisa in 4 yuga, il cui sviluppo è ordinato attorno al simbolo della decade, che scandisce il progressivo impoverimento spirituale, indotto dalle potenze catagogiche di Koka e Vikoka (Gog e Magog). La prima età è l’“Età della Verità” e della pienezza spirituale. Il colore che la connota è il bianco, disvelante la sua essenza sapienziale e quella della casta Haṃsa: «Nel gioco indiano dei dadi […] questa prima età […] corrisponde al “tiro” ben riuscito» (p. 112). Nella seconda età agisce la “dinastia solare” che mira a conservare la tradizione “non umana”, svolgendo un’azione di tipo conservativo, simile a quella attribuita in Occidente a Saturno. Il valore rituale del gioco dei dadi, ben noto a Roma (lo si poteva praticare durante i Saturnalia, in occasione del Solstizio invernale), era legato a particolari congiunture astronomiche. I “punti” incisi sulle facce dei dadi erano detti “occhi”, in quanto rinvianti ai “luminari” che brillavano: «nel cielo dei primordi vedici» (p. 115).
Quando si evidenziava un disordinato rotolare dei dadi, lo si attribuiva all’appesantimento spirituale del ciclo, corrispondente al frenetico vorticare del mondo. Il lancio dei dadi in cui compariva il tre, indicava la seconda età, in cui il mondo si reggeva sulla “tre quarti” del dharma. Il suo colore era il rosso. Il due nel gioco dei dadi, rinviava alla terza età, in cui il mondo si sviluppa sul rapporto luce/tenebra che, sempre più, tende a cristallizzare in senso oppositivo queste due potenze. In essa il sattva si ritira, predominano rajas e tamas. Suo colore è il verde.
Infine, il kali-yuga, il cui inizio: «è stato fissato in coincidenza della congiuntura aurorale iniziata alle 6 del mattino del 18 febbraio del 3102 a.C.» (p. 118). Anche questo yuga è suddiviso in 4 sotto età: è l’età della risorgenza delle forze magmatiche e caotiche che travolgono la perfezione dell’Origine. Anche Śiva si ritira dalle apparenze fenomeniche. Per comprendere lo svolgimento ciclico è necessario far riferimento alla precessione degli equinozi, in cui l’obliquità dell’eclittica e dell’equatore va a disegnare una “trottola” cosmica. Tale precessione: «continua a svolgersi attorno ad un vero “sovrano” che ne indirizza il corso: è Dhruva» (p. 131), il polo fisso, garante del ritorno all’ordine al termine del kali-yuga. D’Anna arricchisce la presentazione dei cicli indiani, attraverso numerosi riferimenti eruditi alla tradizione greca, mesopotamica, taoista, rintracciandone l’eco finanche nell’astronomia di Keplero. Discute, inoltre, la complessa simbologia sottesa alla visione ciclica e chiarisce, tra le altre cose, la debolezza delle esegesi “naturalistiche” del tempo ciclico, perfino quella formulata da Eliade, fondata sul riferimento ai cicli lunari: «Solamente questa (la) dimensione cosmico-trionfale può fare contemplare la profondità, l’altezza e l’ampiezza del sostrato spirituale che alimenta l’intima relazione esistente tra fonemi, suoni, colori, linguaggi animali […] scansioni celesti […] momenti stagionali» (p. 209), la relazione tra macro e microcosmo. Il saggio di D’Anna è davvero esaustivo.
Il paradiso perduto, il cui titolo originale è “Paradise Lost”, come è ben noto, è il poema epico pubblicato da John Milton nel 1667, sul tema del racconto mitologico biblico della caduta dell’uomo, con particolare riguardo alla presunta tentazione di Adamo e di Eva, ispirata da Satana ed alla successiva cacciata dal giardino dell’Eden. Ad una prima pubblicazione in dieci libri, seguì una seconda edizione nel 1674 suddivisa in dodici libri, poiché l’autore voleva prendere come paradigma letterario il grande capolavoro dell’Eneide di Virgilio, ricalcandone la semantica simbologia del numero dodici, ampiamente diffusa nella sapienza del mondo antico. Sulle varie fasi intermedie che portarono alle due diverse edizioni, i pareri sono discordanti: alcuni critici ritengono che i testi originali fossero privi di punteggiatura e che la stessa fosse stata aggiunta da alcuni collaboratori dell’autore (1). Del resto, Milton compose l’opera, dopo che era diventato completamente cieco, avvalendosi di amanuensi prezzolati disposti a lavorare per lunghe ore nella sua dimora. Il poeta raccontava che di notte riceveva le visite di uno spirito divino, capace di ispirargli le idee che, poi, al mattino egli stesso procedeva a dettare ai solerti aiutanti. Probabilmente era un modo “aulico” per fare riferimento alle ore di veglia che Milton trascorreva a riflettere sull’opera in fieri (2).
La narrazione del poema di Milton fa da sfondo ad un interrogativo fondamentale che assilla l’autore e che, a sua volta, intende instillare nei lettori, davvero arditi per la sua epoca: il conflitto tra la provvidenza eterna ed il libero arbitrio, mediante il ricorso alle argomentazioni seguite dalle tre religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo- menzionate in ordine di diffusione cronologica) sull’origine del male e di ciò che viene definito come “peccato”. La struttura del poema appare rovesciata rispetto ai clichè tradizionali, secondo i quali il malvagio Satana/Lucifero (in realtà due diverse figure unite nella sincretica dottrina cristiana) (3) sarebbe stato scagliato negli abissi, perché colpevole di essersi ribellato a Dio, cercando di trascinare con sé, oltre che orde di altri angeli ribelli, anche le deboli creature umane. Nel poema di Milton, la figura dell’antagonista all’Onnipotente subisce una profonda rivisitazione, in una chiave che potremmo arrivare a definire come “antropologica”, mettendone in evidenza l’indomito coraggio e le motivazioni che lo avrebbero spinto ad allontanarsi da Dio, visto come un tiranno al quale prestare solo cieca obbedienza. Satana, con il suo orgoglio smodato e la sua volontà di primeggiare in maniera assoluta, si impone come l’indiscusso protagonista dell’opera miltoniana, apparendo quasi un eroe della mitologia classica, dal cui ricchissimo serbatoio culturale lo stesso autore inglese trasse molteplici ispirazioni iconografiche.
Risulta evidente, quando si passano in rassegna con attenzione i versi di Paradise Lost, la critica di Milton nei confronti della teologia cristiana tradizionale che appare inadeguata ed insufficiente a spiegare la condizione ontologica umana sotto tutte le sue principali sfaccettature. Oltre che nell’interpretazione di problematiche di complessa risoluzione, come il fato, il libero arbitrio e la predestinazione, peraltro tutte connesse fra loro, Milton mette in discussione dogmi fondamentali della confessione religiosa cristiana, come la Trinità, evidenziando in maniera chiara il suo orientamento all’Arianesimo dichiarato eretico già nel 325 d.C. (4), soprattutto per motivazioni di carattere politico. Milton, infatti, collocando il proprio credo ben lontano dalla teorizzazione dello “spirito santo”, il paraclito (5) collegamento tra Dio ed il Cristo, di ardua comprensione logica, concentrava la propria fede su due distinte figure, il Padre ed il Figlio, descrivendo il primo come un po’ burbero ed ottimista, mentre il secondo generoso e benevolo, quasi a voler sottolineare la profonda differenza di impostazione tra l’Antico ed il Nuovo Testamento biblico.
Per quanto riguarda la parte essenziale del contenuto del poema, in estrema sintesi, si può dire, come già accennato in precedenza, che le vicenda principali trattate sono due: la storia di Satana e la permanenza di Adamo e di Eva nel giardino dell’Eden. Ictu oculi, almeno per chi mastichi una media cultura classica, la vicenda che coinvolge Satana/Lucifero comprende numerosi elementi che ricordano i poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, nonché l’Eneide di Virgilio. Milton ci fornisce un’iniziale e suggestiva descrizione della battaglia che avviene in cielo tra le forze radunate da Lucifero e le schiere degli angeli rimasti fedeli a Dio. Si tratta di veri e propri versi epici, degni degli antichi poemi “guerreschi”, che rendono ancora più palpabile e plastico lo scontro tra le forze del bene e del male, a cui nella Bibbia si fa soltanto qualche cenno di tipo figurativo. E’ necessario leggere l’apocrifo libro di Enoch, sicuramente conosciuto da Milton, per assimilare così tanti dettagli sulle avventure degli angeli ribelli. Il fulcro della parte dedicata a Lucifero è denominato in modo decisamente significativo “Pandemonium” (6), dove si fa riferimento al diavolo come ad un condottiero abile, carismatico e convincente che conosce i metodi più persuasivi per ammaliare e motivare le proprie schiere, combattendo in prima linea ed offrendosi come persecutore principale del nostro pianeta, creato da Dio fin dall’eternità, ma inquadrato, per esigenze narrative, in una dimensione spazio-temporale successiva alla battaglia scoppiata in cielo. Nelle scene che tendono ad enfatizzare il grande coraggio di Satana/Lucifero, capace di superare tutte le insidie degli abissi, si intravedono molti elementi che richiamano i viaggi di Enea e di Ulisse nell’Ade, il regno dell’Oltretomba (7).
La narrazione su Adamo ed Eva, i prototipi umani presenti nel primo libro della Bibbia, la “Genesi”, è principalmente incentrata sulle rispettive passioni e sulla loro personalità. Come punto di partenza, Milton segue il racconto tradizionale, presentando il diavolo come tentatore di una vanitosa Eva, ma poi se ne discosta. Il compagno Adamo, infatti, secondo l’autore, dopo aver assistito al peccato della donna, cade in errore consapevolmente e “non indotto” dalla stessa Eva, come tramandato in maniera superficiale dalla maggioranza degli esegeti biblici. L’autore si sofferma a sottolineare come, per i due proto-coniugi, dopo aver consumato il frutto proibito dell’albero della conoscenza, cambi il rapporto con il sesso, acquisendo una nuova tipologia di “sensualità” prima del tutto ignorata. Dopo essersi riconciliati, i due coniugi cominciano a conoscere il disagio del contrasto ed Adamo viene poi coinvolto in un viaggio onirico con un angelo che gli mostra i peccati dell’uomo e l’evento drammatico ed altamente punitivo del diluvio universale. Il racconto del viaggio onirico di Adamo ci appare come il simbolo della capacità introspettiva innata dell’uomo, in grado di fargli discernere le azioni buone da quelle malvagie, nonostante i condizionamenti esterni. Nella seconda parte, Milton, influenzato dalle lettere di Paolo di Tarso (in alcuni passi si definisce Cristo come secondo Adamo), lascia intravedere ai due coniugi il barlume della speranza, attraverso la visione dell’avvento futuro di Gesù Cristo. Emblematica è la frase che viene messa sulla bocca di un angelo, quando Adamo ed Eva vengono scacciati dal paradiso terrestre: “qualcuno potrà trovare un paradiso dentro di sé”. E’ chiaro come l’autore voglia far leva sulla forza d’animo e sulla capacità di riscatto che, nonostante l’apparente allontanamento da Dio, saranno patrimonio comune degli esseri umani di ogni epoca. Adamo ed Eva, come tutti gli uomini e le donne che verranno dopo di loro, non avranno più un rapporto diretto con Dio come succedeva nel giardino dell’Eden, ma dovranno faticare per cogliere i segni invisibili della sua onnipresenza. Ciascuno, secondo la visione dell’autore, sarà destinato a scoprire la scintilla divina che dimora nella sua anima (8).
Un’analisi obiettiva ed aconfessionale ci porta a dire che Milton, in Paradise Lost, non liquida la ribellione di Lucifero/Satana con un semplice peccato di invidia nei confronti di Dio, come spesso si legge in sintesi troppo sbrigative e semplicistiche. Potremmo dire che inizialmente Lucifero si impone come la creatura che “più ama” e “conosce” l’Onnipotente. Già animato da un fortissimo orgoglio, che lo faceva sentire superiore a tutte le altre creature celesti, Lucifero non riesce ad accettare la decisione di Dio di nominare suo Figlio come redentore ed, ancora di più, di renderlo simile ad una creatura umana che il diavolo considera inferiore a quella angelica. Un terzo degli angeli del paradiso decide di affiancare il ribelle che è sicuro di poter prevalere su Dio, con gli strumenti intellettuali dell’ingegno e della persuasione di cui va fiero. Ed ecco che, nel capolavoro miltoniano, gli opposti si completano: Lucifero vuole dimostrare l’errore di Dio nel privilegiare la creatura umana, facendo incarnare suo Figlio come redentore; Dio lo punisce per non aver saputo comprendere il suo progetto di salvezza. Per cercare di raggiungere il suo obiettivo, Lucifero assumerà le forme più disparate, trasformandosi da splendido angelo, di volta in volta a seconda dell’occorrenza, in un modesto cherubino, in un rospo, in un cormorano ed, infine, in quella che sarà la sua veste più celebrata e definitiva, il serpente. Milton dipinge Satana/Lucifero come sorretto da un’inesauribile energia, nonché da una vertiginosa ed irrefrenabile attività intellettuale nella quale, però, non vi è spazio per qualsivoglia remora di ordine morale.
Nella descrizione epica miltoniana, anche la figura di Dio assume un ruolo abbastanza diverso rispetto alle caratterizzazioni ascetiche tradizionali. Nel poema Dio, pur essendo onnisciente, onnipresente ed onnipotente, avendo cioè piena conoscenza degli eventi futuri, non appare come il vero artefice della “predestinazione”, lasciando completamente il libero arbitrio nelle mani del genere umano. Da questo punto di vista, Milton si mostra polemico soprattutto con le Confessioni Protestanti che, seppure con alcune rispettive differenziazioni, ritengono l’individuo già “predestinato” fin dal momento della nascita. Nella raffigurazione di Milton, Dio diventa un essere reale e non semplicemente la personificazione di concetti astratti, incarnando la pura ragione, in una sorta di postulato ideologico pre-illuminista. La grandezza dell’autore, tuttavia, sotto il profilo dialettico, è quello di rendere Satana, al contrario, l’emblema della passione e dell’ardore, anticipando nella sua figura un personaggio tipico dell’eroe romantico. In tale ottica, Satana/Lucifero si contrappone a Dio, non solo nel campo teologico e metafisico, ma anche sul piano letterario ed antropologico (9).
Nell’interpretazione di alcuni passi di “Paradise Lost”,si nota come Satana/Lucifero sia il fautore delle azioni malvagie, ma non fini a sé stesse, quanto per consentire all’uomo di esercitare il libero arbitrio. Si potrebbe arrivare al paradosso, capovolgendo l’intero impianto della teologia cristiana ed ergendo Lucifero a vero difensore della libertà umana, in grado di permettere che il male accada, da cui possono scaturire anche effetti benefici. Per Milton, il Figlio, seguendo in parte la dottrina paolina, è l’anello di congiunzione che lega il Padre alla creazione, rappresentando con Lui un’unica divinità complementare e perfetta. Il Figlio comprende in sé le qualità dell’amore incondizionato e dell’altruismo, offrendosi con spontaneità al supplizio finale per salvare il genere umano.
A parte le peculiarità della composizione, che videro un Milton cieco che dettava il poema ad alcuni suoi amanuensi di fiducia, l’elaborazione del poema deve essere esattamente contestualizzata, per comprendere al meglio le motivazioni ideologiche che muovevano l’autore. Milton cominciò la redazione dell’opera negli ultimi anni dell’effimera “Repubblica Inglese”, un periodo pieno di contrasti e di lotte intestine che l’autore descrisse, in maniera trasfigurata, nel libro II, non a caso denominato “Concilio dell’Inferno” (10). Fatta questa considerazione, nel testo si avverte fortemente anche l’educazione puritana di Milton, nonché il suo difficile rapporto con alcuni scritti della Bibbia, in particolare nell’ambito dell’Antico Testamento.
L’opera di Milton è intrisa di allegoria psicologica, laddove gli archetipi biblici sono adoperati per meglio esprimere le esigenze interiori dell’essere umano. L’invenzione della cacciata dal giardino dell’Eden sottolinea la necessità di ciascun individuo di poter credere che vi sia stata un’epoca senza tormenti, verso la quale siamo destinati a tornare in un lontano ed ipotetico futuro. La consapevolezza della nudità da parte di Adamo e di Eva e la perdita dello stato di armonia con il creatore implicano, innanzitutto, il degrado dallo stato di grazia interiore, quando il soggetto interrogandosi, comincia a vergognarsi delle proprie azioni e a giudicarsi impietosamente. Il dialogo con il serpente ci fa pensare ad un confronto interiore con la parte di sé che vuole andare oltre le apparenze, per avvicinarsi sempre di più ad un più elevato livello di conoscenza spirituale. In linea generale, si potrebbe pensare ad un momento di disgregazione psicologica, quando l’uomo non è più soddisfatto di quanto la natura gli ha concesso, ma ha il desiderio di conoscere di più, dividendosi al suo interno. Ed in questo senso, la denominazione greca di Satana/Lucifero, “diabolos” (colui che divide), appare giustificata e legittimata dalle nostre voci interiori che ci impongono di superare gli ostacoli dell’apparenza, per conseguire un più alto grado di consapevolezza ontologica.
Note:
(1) Cfr. John Milton, curatore Roberto Sanesi, Il paradiso perduto (testo inglese a fronte), Edizioni Mondadori, Milano 2017;
(2) Cfr. Flavio Giacomantonio, John Milton e Il paradiso perduto: il dramma dell’essere ed eroicità, perversione, miseria di Satana, “Quaderni dell’Accademia cosentina”, Cosenza 2003;
(3) Cfr. Luigi Angelino, Sulla fine dei tempi, Stamperia del Valentino, Napoli 2022;
(4) L’Arianesimo, dichiarato eretico nel 325 d.C, durante il Concilio di Nicea, prende il nome dal fondatore della sua dottrina, il prete Ario, secondo il quale il Figlio di Dio partecipava della natura del Padre in modo inferiore e derivato. Pertanto, ci sarebbe stato un tempo in cui il Verbo non esisteva e che egli sia stato creato all’inizio del tempo;
(5) Nel Vangelo di Giovanni lo spirito santo viene chiamato “spirito paraclito”, traducibile come “consolatore” o “soccorritore”;
(6) All’opera di Milton, si ispira il pittore John Martin nella sua opera “Le Pandemonium”, che raffigura una mitica città fortificata di Satana/Lucifero;
(7) Cfr. Mario Manca, Trasparenze virgiliane in Milton: l’Eneide e il Paradiso perduto. In: Studi in onore di Pietro Meloni, Edizioni Gallizzi, su https://core.ac.uk , consultato in data 02/10/2023;
(8) Cfr. Francesco Orlando, Una lezione sul soprannaturale in Paradise Lost di John Milton, a cura di Brugnolo/Pellegrini/Sturli, in https://www.progettoblio.com, consultato in data 30/09/2023;
(9) Cfr. John Milton, Il paradiso perduto, traduzione di Lazzaro Papi, C.D.C. Centro diffusione cultura, Milano 1985;
(10) Nel II libro, Satana riunisce i suoi accoliti per discutere l’opportunità di scatenare un’altra battaglia nei cieli. I versi esprimono la diffidenza dell’autore riguardo alla dialettica politica del suo tempo.
Al-Aqsa Flood – Secondo alcune istituzioni economiche del regime sionista, la guerra in corso a Gaza ha comportato una perdita di almeno 27 miliardi di shekel (7 miliardi di dollari) per Israele.
Il Jordan News ha citato la rete televisiva Al-Mamlaka secondo cui la ragione dietro la previsione di una perdita così grande è che un conflitto prolungato e gli incessanti attacchi israeliani su parti della Striscia di Gaza potrebbero continuare per diverse settimane.
Secondo una prima stima approssimativa, le spese della guerra in corso per gli occupanti israeliani ammontano almeno all’1,5% del prodotto interno lordo (Pil) del regime, il che significa un aumento del deficit di bilancio di almeno 1,5 % del suo Pil.
L’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale del regime sionista ha annunciato che la seconda guerra del Libano del 2006, durata 34 giorni, è costata 9,4 miliardi di shekel (2,4 miliardi di dollari) ovvero l’1,3% del Pil.
Si prevede che l’impatto dell’operazione Al-Aqsa Flood sull’economia del regime sionista sarà inquietante e senza precedenti, soprattutto in termini di consumi privati e cifre relative al turismo.
Quello che ti colpisce dei Greci è la tragedia, che è la loro grande invenzione.
La tragedia non è il racconto di sfortune che capitano ad un eroe, un cumulo di sfighe, è una situazione senza uscita e senza soluzione, perché non c’è modo di risolverla onorevolmente, nemmeno con la morte dell’eroe. La tragedia è un garbuglio in cui tutti hanno ragione e torto assieme, e qualsiasi cosa facciano, qualsiasi decisione prendano, non hanno modo di salvarsi davvero. La tragedia è un gioco a somma zero, una partita in cui tutti perdono sia che seguano le regole sia che facciano i furbi, e alla fine tutti, furbi, stupidi, buoni e cattivi vengono travolti. La tragedia è qualcosa che non ha senso: ti ci barcameni, con la consapevolezza che non capirai alla fine se avevi torto o ragione, se quello in cui hai creduto è vero o falso, se valeva la pena soffrire o no, perché il Fato e gli dei sono distanti, e forse non esistono neppure, oppure sono distratti, indifferenti alla nostra esistenza e a quella del cosmo intero.
Ecco, è per questo che dopo secoli ancora ti devasta. Perché descrive l’insicurezza umana più profonda, il dubbio di non avere senso, e che un senso non ci sia. I Greci hanno inventato la tragedia perché volevano allenare gli esseri umani alla vita, che non è consolante, che non è logica, che non è giusta e non rispetta le nostre regole, perché non ne ha.
Noi moderni abbiamo smesso di scrivere tragedie perché siamo convinti di poter essere padroni del nostro destino, di essere premiati per i nostri meriti. Per questo non scriviamo più tragedie, e quando ci troviamo ad affrontarle come con la guerra, restiamo sconvolti di fronte a un cumulo di eventi più grandi di noi, che non riusciamo a controllare. Non riconosciamo le tragedie, e le neghiamo, cercando di trovare dei cattivi da incolpare.
E invece le tragedie continuano ad accadere, come ora in Palestina. E non c’è un modo per uscirne salvi, perché sono tragedie sono un nodo gordiano che non si può sciogliere, e nemmeno tagliare, e non si risolve: ti stritola e basta.
I Greci la sapevano, come al solito, più lunga di noi.
LA TRAGEDIA DEI GRECI E QUELLE DI OGGI IN PALESTINA
Quello che veramente ami rimane, il resto è scorie Quello che veramente ami non ti sarà strappato Quello che veramente ami è la tua vera eredità Il mondo a chi appartiene, a me, a loro o a nessuno? Prima venne il visibile, quindi il palpabile Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno, Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’ La formica e’ un centauro nel suo mondo di draghi. Strappa da te la vanità, non fu l’uomo A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia, Strappa da te la vanità, ti dico strappala Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice, Strappa da te la vanità, Paquin strappala! Il casco verde ha vinto la tua eleganza. “Dominati, e gli altri ti sopporteranno” Strappa da te la vanità Sei un cane bastonato sotto la grandine, Una pica rigonfia in uno spasimo di sole, Metà nero metà bianco Né distingui un’ala da una coda Strappa da te la vanità Come son meschini i tuoi rancori Nutriti di falsità. Strappa da te la vanità, Avido di distruggere, avaro di carità, Strappa da te la vanità, Ti dico strappala. Ma avere fatto in luogo di non avere fatto questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato Perché un Blunt aprisse Aver raccolto dal vento una tradizione viva o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata Questa non è vanità. Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare. Ezra Pound
Il Pentagono sta eliminando tratti di giungla per costruire nuove basi militari. La mossa fa parte dei piani per rafforzare le forze americane nell’Indo-Pacifico.
Parlando ai giornalisti in un evento ospitato dall’Air and Space Forces Association, il comandante delle forze aeree del Pacifico, generale Kenneth Wilsbach, ha descritto gli sforzi per ristrutturare le basi aeree statunitensi, inclusa un’installazione dell’era della Seconda Guerra Mondiale a Tinian, una piccola isola vicino a Guam.
“Ripuliremo la giungla e rifaremo la superficie di alcune piste in modo da avere una base Agile Combat Employment abbastanza grande e molto funzionale, una base aggiuntiva in grado di operare. Abbiamo molti altri progetti simili in tutta la regione”, ha dichiarato lunedì Wilsbach.
Per raggiungere questo obiettivo, l’Aeronautica Militare ha richiesto finanziamenti aggiuntivi ai legislatori nella sua proposta di bilancio per il 2024, ha aggiunto il generale, affermando che le nuove basi faranno parte di una rete “hub-and-spoke” in tutta l’Asia destinata a “scoraggiare” Pechino.
“Ogni singolo aeroporto aggiuntivo da cui posso operare in una contingenza, in una crisi o in un conflitto è un altro aeroporto che la Cina deve inserire nelle cartelle di mira, e quindi allocare risorse verso di loro, il che diluisce la loro capacità di chiuderci completamente”, ha aggiunto.
Per il Pentagono la Cina è principale rivale
Sebbene il presidente Joe Biden abbia recentemente dichiarato che la sua amministrazione non cerca di “contenere la Cina”, i funzionari statunitensi hanno ripetutamente definito la Repubblica popolare cinese il principale rivale dell’America. Da quando è entrato in carica nel 2021, Biden ha approvato i transiti quasi mensili nello Stretto di Taiwan da parte di navi da guerra statunitensi, mentre il Pentagono sta spingendo per espandere drasticamente la sua presenza nell’Asia-Pacifico.
Citando i progressi nelle capacità militari cinesi, Wilsbach ha affermato che l’Esercito popolare di liberazione è “migliorato molto negli ultimi decenni”, sostenendo che Washington deve “accrescere il vantaggio nella lotta; promuovere la postura teatrale; rafforzare alleanze e partenariati; e modellare l’ambiente informativo” per tenere il passo.
“Vogliamo continuare ad evolverci in modo da migliorare le nostre capacità di combattimento con l’obiettivo primario di scoraggiare la violenza nell’Indo-Pacifico, ma se tale deterrenza non funziona, dobbiamo essere pronti per poter vincere. E quindi il modo in cui lo faremo è modernizzare la nostra forza”, ha dichiarato.
Situata su un’isola a circa 110 miglia a nord di Guam, l’installazione militare di Tinian fungeva in precedenza come la più grande base di bombardieri B-29 degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Da allora ha ospitato periodici wargame della Marina e dei Marines. Washington mantiene un’importante base navale a Guam, un’isola strategica nel profondo del Pacifico.
La questione, da 2000 anni, riposa sul fatto che OGNUNO SI FA IL CRISTO CHE GLI PIACE DI PIÙ E PERSINO SI CONFÀ AL SUO MODO DI ESSERE. Tuttavia c’è un dato oggettivo, niente affatto personale, su cui da 2000 anni pochissimi hanno indagato. L’autore della lettera agli ebrei, forse Paolo o chi per lui, fa una rivelazione sulla quale NESSUNO SI SOFFERMA MAI: CRISTO È SACERDOTE IN ETERNO AL MODO DI MELKIZEDEK, NELLA VIA DI MELKIZEDEK.
ERGO, prima di scrivere qualsiasi saggio sul Cristo, occorrerebbe davvero capire chi sia questo Melkizedek, preso a modello dal Cristo, e in cosa consista questa via. L’autore di Ebrei ci dice chi sia questo Melkizedek, lo definisce grande e gli offre connotati sovrumani, cosa che emerge anche dal salmo 110, dal rotolo di Nag Hammadi Melkizedek, e soprattutto dalla letteratura del mar morto, in particolare 11q13 o 11qmelch. Qualsiasi analisi sul Cristo che non voglia tener conto di questo dettaglio CRUCIALE, per quel che mi riguarda, è viziata.
CRISTO QUALE SACERDOTE IN ETERNO AL MODO DI MELKIZEDEK
Adam era l’uomo primitivo o l’uomo primordiale? Era una specie di antropoide antenato o un’ontologia superiore perduta dotata di un corpo non fisico?
Musulmani, cattolici ed ebrei l’hanno sempre concepito come un antenato umano. Pochi o poche correnti esoteriche lo hanno interpretato come un qualcosa al di là dell’umano, il vero FIGLIO DI DIO.
«Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivanoː il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Daniele 7,13-14)
Quando una moltitudine di persone si concentra su una forma-pensiero, la forza delle singole intenzioni si somma e si fortifica.
La risonanza crea un’onda stabile che si manifesta nei piano materiale come una forza della natura.
Le vibrazioni si diffondono molto bene nell’ambiente liquido, e probabilmente, questo spieghi un gran numero di anomalie che accadono nell’acqua.
Altrettanto numerosi sono i fatti legati alle misteriose sparizioni e spostamenti delle persone nella nebbia. E’ lecito supporre che il passaggio attraverso la nebbia crei forti turbolenze che impediscono la ricezione della frequenza portante, data dalle onde di Schumann. I miraggi, spesso avvistati in mare, anch’essi sono delle sovrapposizioni di onde.
L’infrasuono, ovvero la “voce del mare”, agisce sulla psiche umana, e suscita un attacco di panico incontrollato, portando spesso alla morte dell’equipaggio (il canto delle sirene).
… Ogni persona crea e riceve i segnali, un po’ come un utente delle reti wi-fi. Durante il sonno i nostri ritmi binaurali si sincronizzano con un’altra banda di frequenze e riusciamo a creare e a visualizzare le immagini a un livello più elevato rispetto alla realtà. Le frequenze sono sempre trasmesse nello stesso spazio, ma modulate diversamente e non si sovrappongono…
E spostando la nostra percezione dalla zona delle vibrazioni elevate in quella che siamo abituati a credere il mondo reale, ci spostiamo nelle bande di frequenze dove tutti i processi scorrono lentamente e con grande consumo di energia.
In quest’area, per realizzare un’idea, si deve applicare più intenzione, oppure realizzare una forte concentrazione dei pensieri di un gran numero di persone trasmettitori.
Aumentando la consapevolezza nello stato di veglia, noi riusciamo ad aumentarla anche nel sonno e avremo la possibilità di influenzare la realtà, stando ad un livello più sottile.
Conoscendo la natura delle onde, è possibile spiegare l’essenza di molti processi che si svolgono nel mondo, e capire chi sta dietro a loro.
Lo spazio dei media è controllato da una stretta cerchia di persone che danno loro quell’input che vogliono. Tutto il circuito energetico serve da trasmettitore delle loro intenzioni, alimenta la loro egregora e si realizzano i piani dello sviluppo globale della tecno sfera.
Più persone sono collegate a questa matrice più sono potenti i suoi architetti.
Si tratta di una raccolta di programmi base e di driver introdotti nella nostra memoria sin dalla prima infanzia: il computer funzionerà in base ai programmi caricati. E’ una schiavitù invisibile, la realizzazione della volontà altrui.
Questo stato di cose non può durare all’infinito; basta vedere la dinamica della crescita delle catastrofi e delle calamità naturali provocati dai colossali gettiti di energia negativa.
Di solito le persone non si rendono conto del proprio ruolo nell’universo, credendosi un’ininfluente unità del grande mondo. Ma che cos’è il mondo se non la somma delle unità?
Dipende da noi raccogliere un numero necessario di persone con un forte intento. Le loro intenzioni coordinate, come un virus del computer, faranno esplodere la Matrice cambiando dall’interno i suoi codici.
Già adesso osserviamo i guasti del sistema, sorgono le nuove idee che si oppongono alla schiavizzante società di consumi. E’ importante saper sintonizzarsi su di loro, per rafforzare la risonanza.
Diceva Don Juan: “… Ci occorre tutto il nostro tempo e tutta la nostra energia per vincere l’idiozia in noi. E’ tutto ciò che serve.”