La risposta di Jung ad un’amica che gli chiedeva conforto nel lutto per la morte del marito: una meditazione sulla futilità della consolazione e sulla bellezza misteriosa della vita.
Mia cara amica, lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. E’ questo è un interrogativo al quale, debbo confessarle, non so dare risposte.
Per quanto vittoriosa sia la fede, per quanta temperata, pure essa non sovrasta l’enigma della morte. Quando la morte si manifesta sul nostro cammino, quando ci sottrae il nostro bene, è violenza insostenibile dalla quale sempre siamo sconfitti. E per quanto profonda possa essere, come lei gentilmente mi attribuisce, la conoscenza dell’animo umano, ebbene essa ci conduce solo là dove non si può che ammettere, per quanto a malincuore, la propria ignoranza.
Ugualmente lei mi impone di osare, e giustamente. Ebbene, per cominciare, debbo avvisarla di non prestare orecchio alle facili consolazioni che certamente riceve e riceverà e che sempre più d’altra parte si vanno facendo folla intorno a noi, complice la stessa psicologia di cui vorremmo essere fedeli e umili testimoni. Le consolazioni consolano anzitutto i consolatori. Consentono a essi di coltivare l’illusione di essere immuni da ciò che agli altri è toccato in sorte, e ancor più d’essere saggi, prudenti e avveduti. Così sentendosi al riparo e al sicuro, essi conservano la loro buona reputazione al prezzo di qualche buona parola. Ma, può esserne certa, se fossero onesti con se stessi, come dicono di esserlo, con gli altri, dovrebbero ammettere sinceramente che le consolazioni che offrono, consapevoli o meno che ne siano, nascondono null’altro che commiserazione per sé e risentimento per la vita.
Ecco dunque un primo consiglio: né commiserazione per sé né risentimento per la vita.
Benché oscuro sia lo sfondo sul quale la morte si manifesta, altrettanto oscuro quanto quello della vecchiaia e della malattia, per non dire di quello del peccato e della stoltezza, ebbene è lo stesso sfondo sul quale si staglia il sereno splendore della vita. Per la nostra salute mentale sarebbe perciò un bene non pensare che la morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo e sconosciuto processo vitale: sia nei giorni dolorosi nei quali precipitiamo per la perdita di chi ci è caro sia nei giorni tristi nei quali siamo sorpresi dal pensiero della nostra stessa morte. La nostra morte è un’attesa o, se vuole, una promessa che non è mai compiuta. Per questo essa non ci impone di vuotare la nostra vita ma piuttosto di procedere alla sua pienezza. Mentre la morte ci toglie ciò che ci è più caro, al tempo stesso ci restituisce a ciò che ci è più prezioso.
Non è il mistero della morte che siamo chiamati a sciogliere: piuttosto è quello della vita.
La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci paia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità. E’ la vita che dobbiamo piuttosto, direi addirittura, arrenderci alla vita e al suo costante fluire. A questo scorrere non possiamo imporre alcun argine, né potremmo tentare di deviarlo o di mutarne la traiettoria. Ciò sarebbe assai sciocco e per molti versi pericoloso. Se vogliamo inimicarci la vita, se vogliamo davvero averla contro sappiamo come fare: rinunciamo a viverla. Vi sono numerosi modi per ottenere questo, l’ultimo dei quali, il più stupido e spietato, è troncarla con le nostre stesse mani. Questo è il supremo peccato. Se ci teniamo al di sopra di questo baratro potremo sempre, in ogni caso, imporre alla vita un corso predeterminato, forzarla o sospenderla, in una parola dirigerla.
Abbiamo infiniti compiti che possiamo imporci e infinite mete verso le quali orientarci. Tutto ciò fa pur sempre parte della nostra vita, ma è ciò che la nostra vita ci chiede? La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi.
Il problema è allora questo: giunto alla fine dalla mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa. Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio.
Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.
Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. E’ nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di rispondere, a ogni passo, il nostro cammino.
Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.
Il paradigma in uso negli ultimi due secoli ha dipinto e interpretato la realtà sociale come generalmente fatta di polarità opposte. Ad esempio, lo svolgersi della storia è stato caratterizzato dal contrasto di interessi e dalla lotta per il potere di due protagonisti in competizione: – libero e schiavo nell’antichità – patrizio e plebeo nell’antica Roma – signore e servo nella epoca feudale – corporazione maestro e garzone nelle città del Medioevo – Guelfi e Ghibellini (poi Bianchi e Neri) nella contrapposizione tra papa e imperatore – Proletariato e borghesia durante la Rivoluzione Industriale – Destra e sinistra a partire dalla Rivoluzione Francese – nazionale e straniero nell’epoca del nazionalismo e dello stato nazionale – comunista e fascista (o conservatore e operaio, repubblicano e democratico) nella lotta politica del XX secolo.
Oltre a questi protagonisti (apparentemente) contrastanti, altri aspetti della realtà sono stati inclusi in questo schema a due poli, come ad esempio: – privato e pubblico – città e campagna – manuale e intellettuale.
Alcune di queste polarità (ad esempio manuale e intellettuale) erano e sono ancora modi utili per rappresentare la realtà, anche dopo un certo grado di revisione e aggiornamento. Alcuni di essi sono stati del tutto abbandonati in quanto raffiguranti una realtà passata (ad esempio guelfi e ghibellini). Alcuni altri sopravvivono ancora più come resti di un passato familiare che come strumenti di qualche utilità per il presente. Sono così lontani dalla realtà attuale che la loro totale soppressione o la loro radicale riformulazione dovrebbe essere una delle priorità dell’agenda degli scienziati sociali e di qualsiasi essere umano sensato.
Tuttavia, vengono ancora utilizzati costantemente per mancanza di termini migliori o per mancanza di idee migliori. Ciò che qui si sostiene è che il paradigma basato sulle polarità sta attraversando una crisi radicale e non è più (se mai lo è stato) utile e rilevante per interpretare la realtà.
Prima di avanzare suggerimenti sulla sostituzione dello schema della polarità, vediamo le ragioni per cui è stato accettato e il ruolo che ha svolto nel pensiero sociale e politico.
Le funzioni delle polarità ( ^ )
L’idea di ritrarre e interpretare la realtà come fatta di forze e figure opposte è affascinante. La forza di questo strumento mentale deriva dal suo assolvere a tre funzioni indispensabili della vita quotidiana e cioè: – comprensione – comunicazione – selezione. Lo svolgimento di queste tre funzioni, infatti, è molto agevolato dal dispositivo di polarità, in quanto consente:
Semplificazione della realtà (favorire la comprensione) Lo scopo di dare ordine intelligibile alla realtà viene generalmente raggiunto raggruppando elementi simili (o presunti simili) aventi caratteristiche simili. Il limite naturale di questo raggruppamento viene raggiunto quando si sono costituiti due gruppi distinti. Senza questa distinzione in almeno due gruppi (dualità) torneremmo ad una realtà indifferenziata, incomprensibile o difficilmente definibile. Con una distinzione più fine e più ricca ci troveremmo in una situazione complessa, più difficile da cogliere, discutere e affrontare. Per questo motivo la dualità, cioè la polarità, tocca una corda, dando l’impressione di raggiungere un buon equilibrio tra semplicità e complessità. La dualità sembra funzionare meravigliosamente bene perché ha facilitato un altro compito essenziale.
Identificazione della/con la realtà (aiuto alla comunicazione) Una volta semplificata la realtà, le entità che la compongono possono essere identificate con maggiore chiarezza. Oltre al riconoscimento, l’identificazione può anche spingere verso un’associazione personale con l’una o l’altra entità. Quindi, ciò che è stato identificato (ad esempio un colore) o identificato con (ad esempio una parte) può essere comunicato e appreso dal destinatario di un messaggio, rapidamente e facilmente, quanto più preciso è il contrasto assunto e la polarità espressa tra le entità. Bianco e nero, destra e sinistra, noi e loro: sono diventati gli archetipi semplificati di ogni processo di riconoscimento e identificazione. Il risultato è stato quello di facilitare un ulteriore compito.
Decisione sulla realtà (aiuto alla selezione) Il processo di identificazione, nel senso ampio di attrazione, porta a decisioni. Nel caso dell’identificazione personale, si fa riferimento al processo attraverso il quale un individuo decide di appartenere ad un gruppo invece che ad un altro, per sostenere una squadra in opposizione all’altra (o tutte le altre viste come un blocco). La selezione, e quindi la decisione, è più facile quando le scelte sono poche e ben caratterizzate; la più conveniente (ma non sempre la meno scomoda), essendo il caso in cui ci sono solo due opzioni nettamente contrastanti. Al di sotto di questo minimo non c’è nemmeno motivo di discutere.
I limiti delle polarità ( ^ )
Dato il valore e la forza delle funzioni svolte e dei compiti facilitati dall’approccio della polarità, non sorprende che abbia avuto e abbia tuttora un ampio fascino e applicazione. Tuttavia, proprio i punti di forza e di valore della polarità (semplificazione, identificazione, decisione) rappresentano anche i suoi principali limiti e debolezze. Non ci riferiamo qui allo strumento in sé per evidenziare i contrasti, come nelle trame letterarie e in molte altre espressioni della creatività umana o della competizione umana. Ciò che qui viene messo in discussione è l’uso di polarità deboli o, peggio ancora, false per sminuire e impoverire una realtà ricca o per evocare una realtà improvvisata. In questo caso, la realtà delle polarità si basa su:
Semplificazione come ottundimento La semplificazione (anche la supersemplificazione) può essere il passo iniziale nel processo di percezione della realtà ma non certo quello finale a meno che non si accetti il fatto di restare sempre in uno stato infantile e infantile. In questo caso la semplificazione diventa ottundimento, basata sull’utilizzo di categorie molto elementari. Inoltre, un raggruppamento eccessivamente semplificato si basa generalmente su concetti sciatti e cliché (ad esempio borghesia, capitalismo, democrazia), dove la dualità viene raggiunta attraverso doppiezze, cioè attraverso l’uso di altri concetti formulati e impiegati in modo ambiguo. Ciò avviene in genere nel discorso sociale e politico, e prepara le condizioni per l’insorgere di un altro aspetto negativo.
Identificazione come manipolazione Le categorie e le classi elementari rappresentano, nella maggior parte dei casi, solo slogan di propaganda utilizzati da coloro che detengono il potere o che cercano il potere. Col tempo diventano etichette vuote, utili non per identificare una certa realtà e le persone colpite, ma per manipolare sia la realtà che le persone. La realtà è fatta su misura per l’etichetta secondo un’immagine preordinata. Ad esempio, il fascismo (fascismo storico) è sempre visto come promotore dell’ordine anche in situazioni, da lui stesso create, caratterizzate da totale disordine e disorganizzazione; il comunismo (comunismo storico) è visto sempre come difensore dell’uguaglianza anche quando coloro che si definiscono ‘comunisti’ attuano una disuguaglianza totale e palese; conservatori (Regno Unito) e repubblicani (Stati Uniti). La manipolazione della realtà raggiunge il suo apice quando realtà fondamentalmente omogenee (ad esempio comunismo e fascismo come statalismo) vengono fatte apparire come realtà totalmente diverse (comunismo proletario contro fascismo capitalista) e realtà totalmente incompatibili (guerra contro pace) vengono presentate come fondamentalmente omogenee. (preparare/condurre la guerra è la pace o il modo migliore per promuovere/mantenere la pace). Il processo di identificazione manipolativa facilita, quasi automatizza, il processo decisionale. Ciò porta ad un ulteriore aspetto negativo.
Decisione come imposizione Una falsa polarità, basata su concetti vuoti e manipolati, suggerisce fortemente che le scelte fatte dagli individui su tale base non possono essere definite significative. In una falsa polarità, la falsificazione delle opzioni implica che, qualunque sia la decisione, il risultato sarà lo stesso, cioè l’imposizione della stessa realtà, anche se sotto etichette diverse. Nell’arena politica ciò significa che le persone pensano, erroneamente, di lottare per posizioni alternative ma, in realtà, sostengono lo stesso potere costrittivo e l’unica differenza sta nei volti di coloro che li costringono. Sono inquadrati in una falsa alternativa “o… o” finché non scoprono (se mai lo scoprono) che entrambi i poli dell’alternativa sono così simili da rappresentare un’identità senza scelta.
La realtà come pluralità ( ^ )
Da quanto detto finora dovrebbe essere chiaro che la “polarità” è solo un dispositivo, elementare, per catturare la realtà e affrontarla. La familiarità con questo dispositivo convenzionale non deve nascondere il fatto che la realtà non è affatto fatta (semplicemente) di polarità, riducibili cioè ad alternative “o… oppure”, a poli positivo – negativo, a simboli 0 – 1, per quanto forti e utile potrebbe essere questo tipo di concettualizzazione e rappresentazione. La realtà è un ronzante e abbagliante mix di molteplici entità (ad esempio esseri umani, oggetti) su continui collegati in rete a più livelli. Per padroneggiare e dare un senso alla sua ricchezza abbiamo bisogno di strumenti molto più adeguati e potenti. In altre parole, la realtà è pluralità, o meglio una varietà di pluralità (entità diverse) su una varietà di continui (livelli e luoghi diversi), con molti collegamenti tra loro (entità in rete) e in trasformazione permanente (nascita, crescita, sviluppo, decadimento, scomparsa, modificazione, rigenerazione , eccetera.).
Le pluralità sono entità caratterizzate da: – campi (domini) – fattori (elementi) – caratteristiche (aspetti)
Le entità (ad esempio gli esseri umani in una famiglia) sono forze dinamiche, attive nei campi dello spazio e del tempo (ad esempio la casa, le attività quotidiane) attraverso i fattori che compongono l’entità specifica (ad esempio i membri della famiglia) e le caratteristiche ( ad esempio la personalità estroversa del bambino) associati a questi fattori. Le interazioni tra entità con/entro campi-fattori-caratteristiche costituiscono la straordinaria varietà della realtà. La visione della realtà come pluralità è strettamente associata alla visione della pluralità come varietà.
Pluralità come varietà ( ^ )
La varietà è legata alla ricchezza qualitativa e quantitativa delle entità (e dei loro campi, fattori, caratteristiche) che compongono la realtà. A questo punto è necessario fare una distinzione tra differenza fabbricata e varietà significativa.
Differenza fabbricata (indecorosa e inutile) Deriva generalmente dall’attuazione di restrizioni all’accesso (nel senso più ampio del termine), attraverso la tutela di qualche luogo di potere monopolistico (politico, economico, ecc.). In prima linea tra coloro che fabbricano differenze inutili, o addirittura dannose, troviamo lo Stato e i gruppi statali (industrie protette, giornali nazionalisti, ecc.), con la loro propaganda e i loro interventi volti a imporre a tutti una mistica identità nazionale. e gridare al lupo contro le influenze “esterne” e “aliene”. Inutile dire che l’imposizione di una cosiddetta identità nazionale è un chiaro caso di protezione della diversità attraverso l’insularità, che non ha nulla a che fare con la promozione della varietà. Infatti, mentre la varietà si basa sul concetto di pluralità all’interno di un’entità (es. società cosmopolite multiculturali aperte), la diversità si riferisce a entità simili che divergono nel loro comportamento e talvolta sono opposte tra loro (es. società nazionali monoculturali chiuse ). L’assurdità di proclamare e sostenere questa specifica differenza fabbricata risiede nel fatto che, dopo secoli di mescolanza di popoli e culture, siamo tutti “bastardi”; e questo dovrebbe essere un titolo di orgoglio in contrasto con il monocolto monotono monolitico deficiente che probabilmente nasce da un incrocio di gruppo chiuso (biologico e culturale).
Varietà significativa (appropriata e fruttuosa) Nasce dal libero gioco di individui liberi e si consolida in espressioni culturali, adottate e riadattate da persone di tutto il mondo, in un mutevole arazzo di colori, suoni, odori, viste, sentimenti, atteggiamenti e così via. Nel villaggio globale, la varietà della pluralità (attività, messaggi, esperienze, espressioni culturali, ecc.) cresce rapidamente e si espande e, se lasciata libera di svilupparsi, romperà presto lo stampo costrittivo contenente il vecchio paradigma delle credenze. Lasciare che questo processo faccia il suo corso partecipandovi attivamente, significa lasciare che le differenze disdicevoli e inutili vadano a decadere mentre le varietà adatte e fruttuose devono essere lasciate libere di svilupparsi. Il processo volto a promuovere (o non impedire) la diffusione della pluralità viene qui chiamato pluralizzazione. Si basa sull’implementazione di:
standardizzazione : riduzione delle differenze che complicano inutilmente la vita, ostacolano il libero flusso degli scambi e non favoriscono la varietà (ad esempio, dispositivi tecnici incompatibili). Nel campo della produzione, ad esempio, la standardizzazione si traduce in minori costi e prezzi di vendita, con vantaggi sia per i produttori che per gli utilizzatori (interoperabilità, intercomunicazione, integrazione).
personalizzazione : elaborazione di tante risposte personali praticabili quante sono le domande personali possibili. Si tratta, diversamente formulata, della legge della varietà necessaria, tristemente trascurata e generalmente ignorata, che afferma che, per il funzionamento di un sistema (complesso), alla varietà di situazioni possibili dovrebbe corrispondere una varietà di risposte possibili. Altrimenti il sistema, prima o poi, andrà fuori servizio e alla fine crollerà. Attraverso l’interazione tra standardizzazione e personalizzazione è quindi possibile raggiungere una sana pluralizzazione (pluralità come varietà).
I continui multipli collegati in rete ( ^ )
La concettualizzazione e la rappresentazione della realtà come pluralità di varietà ci portano al concetto di molteplici continui collegati in rete. Se esaminiamo un’entità, ad esempio un essere umano, possiamo rappresentare lo stesso elemento (fattore: occhio) di molte entità (cioè esseri umani) appartenenti allo stesso dominio (campo: umanità) come disposte su un continuum secondo le sue caratteristiche qualitative o variazioni quantitative (caratteristiche: colore, dimensione, ecc.). I vari fattori (ad esempio occhio, viso, mano, ecc.) che compongono l’entità umana possono essere raffigurati su più continui che rappresentano variazioni nelle loro caratteristiche. Un’entità è un insieme costituito da queste variazioni interconnesse.
Lo stesso procedimento può essere applicato esaminando e confrontando una serie di altre entità (con i loro campi, fattori, caratteristiche). Il merito di questo modo semplice di rappresentare la realtà consiste nel mostrare, allo stesso tempo, l’unicità e l’unità (cioè singolarità e somiglianza) di tutte le entità esistenti. Ciò è in contrasto con il vecchio paradigma in cui le entità disgiunte sono viste come poli opposti di una realtà caratterizzata dalla dualità (ad esempio bianco-nero, maschio-femmina, uomo-animale).
Non possiamo fare a meno di sottolineare, ancora e ancora, che la maggior parte di queste polarità sono il risultato di ideologie e pratiche il cui interesse principale è imporre un’etichetta rudimentale a scopo di identificazione, manipolazione e controllo. Lo scienziato, cioè ogni essere umano in quanto cercatore di conoscenza, è interessato ad una comprensione più profonda e ricca della realtà. A questo scopo, lo strumento cognitivo rappresentato dai continui multipli collegati in rete sembra abbastanza veritiero e utile.
Consideriamo, ad esempio, il miglior esempio del concetto di continuo: i colori. In natura i colori esistono come luce (uno). La luce visibile è costituita da lunghezze d’onda in continue variazioni; le variazioni colpiscono la retina, collegata al cervello, producendo colori (tanti). Quindi, da un raggio arriviamo a percepire molti colori. Il cervello interpreta quindi alcune lunghezze d’onda come un colore, ad esempio il verde, ma in realtà si tratta di una miscela di giallo e blu. Quindi, dall’unità di due o più colori si arriva alla particolarità (un colore specifico) e alla pluralità (tanti colori diversi).
Ciò che è applicabile ai colori (unità nella varietà) può essere esteso alla maggior parte, se non a tutte, le entità e le esperienze della vita. Per cogliere appieno questa realtà, i nostri strumenti concettuali devono possedere la stessa multiforme ricchezza. E ciò richiede un processo di apprendimento lontano dalla banalizzazione e dalla polarizzazione. Ad esempio, sempre rispetto ai colori, un bambino potrebbe essere in grado di distinguerne e nominarne solo alcuni (il grigio viene confuso con il nero); un adulto distinguerà chiaramente tra grigio e nero, mentre un pittore esperto sarà in grado di distinguere e nominare 5 tipi di grigio. Nel complesso, un produttore produce più di 100 diversi colori a olio per artisti e questi vengono ulteriormente miscelati per produrre una varietà astronomica di tonalità. Questa è arte e questa è vita. Per quanto riguarda il colore della nostra pelle, la scienza (e l’esperienza personale) non possono evitare di evidenziare le incredibili variazioni di pigmentazione, da molto scura a molto pallida. E per quanto riguarda i sessi, sembra che almeno cinque siano biologicamente riconoscibili. Del resto, per esperienza personale, sappiamo tutti quanto sia varia in ognuno di noi la mescolanza dei tratti cosiddetti maschili e femminili.
Per fare un ulteriore esempio della ricchezza della realtà e della povertà del nostro modo convenzionale di esprimerla, prendiamo l’entità “neve”. Ciò che a una persona comune che vive in un clima temperato appare come neve e viene chiamato semplicemente neve, un eschimese lo classifica in diverse categorie con nomi diversi. Questa capacità di percepire e nominare le variazioni costituisce la ricchezza di una cultura e la sua capacità di sopravvivere e prosperare.
Dovrebbe essere quindi evidente che la prospettiva della polarità, lungi dall’essere uno strumento per far avanzare la scienza, rivela solo le lacune dei dati mancanti nella nostra base di conoscenze e la grossolanità delle nostre facoltà percettive. Per rappresentare l’incredibile varietà e variazioni su un unico tema della realtà, i continui multipli collegati in rete potrebbero essere uno strumento utile. Chiaramente, altri strumenti mentali possono essere proposti e utilizzati. In ogni caso, ciò che dovrebbe essere ben chiaro è il fatto che il paradigma basato sulla polarità ha esaurito la sua utilità. Dobbiamo andare oltre.
Dalla polarità alla pluralità ( ^ )
Il paradigma della polarità è stato adottato e impiegato ampiamente nelle scienze umane e negli affari umani (ad esempio, religione, politica). Ciò ha favorito una visione del mondo fatta, quasi esclusivamente, di lotte e difficoltà (la lotta per la vita).
Ad esempio, la religione ha operato, in passato, come fattore di polarizzazione, portando allo scontro invece di promuovere la comunione. Si diceva che il mondo fosse diviso tra cristiani e pagani, veri credenti ed eretici o infedeli, e compito del potere fosse convertirli o eliminarli con ogni mezzo (espulsione, tortura, rogo, smembramento del corpo , eccetera.). Solo dopo secoli di conflitti, persecuzioni e misfatti orrendi contro diverse religioni e pratiche religiose, è diventato evidente che l’unica via verso una possibile soluzione risiedeva nella tolleranza e nella libertà da qualsiasi interferenza esterna. Quasi subito, un problema irrisolvibile, un ostacolo a qualsiasi processo di civilizzazione, scomparve magicamente dalla scena.
In tempi più recenti, e soprattutto durante tutto il XX secolo, la politica ha sostituito la religione come agente di polarizzazione e come nuovo ostacolo sulla via dello sviluppo della civiltà. La politica è diventata il nuovo oppio dei popoli. Niente è più rappresentativo del vecchio paradigma del modo in cui la politica è stata ed è tuttora condotta, totalmente basata su polarità umilianti, manipolatrici e che non rappresentano reali scelte alternative.
In molti paesi e luoghi, nel corso del XX secolo, lo scenario politico è stato congelato per generazioni in: – due fazioni (comunista e fascista) – due partiti (conservatore e progressista, etichette che non sempre significano ciò che letteralmente dovrebbero dire ) – due ideologie (sinistra e destra, qualunque cosa significhi) – due classi (borghesia e proletariato o le loro nuove versioni aggiornate) – due economie (socialista e capitalista) – due settori (pubblico e privato) – due campi (Est e Ovest) – due mondi (Nord e Sud)
Qualunque cosa potesse essere dicotomizzata e polarizzata, la politica lo ha fatto. Nulla di ciò che è toccato alla politica è sfuggito a questa categorizzazione dualistica, sia essa la razza (ariano – non ariano, uomo nero – uomo bianco), la scienza (materialista – idealista), l’arte e la letteratura (rivoluzionario – reazionario) e chi più ne ha più ne metta. Allo stesso tempo, la politica offre agli individui la stessa ricchezza di scelte di quando Ford introdusse l’auto modello T, dicendo che le persone potevano avere qualsiasi colore purché fosse nero. Ora gli elettori possono scegliere qualsiasi brodo politico purché non facciano un controllo approfondito o un confronto serio (tra programmi o tra dichiarazioni e azioni), poiché tutti si basano sulle stesse spiacevoli ricette mascherate da alte parole e tutti hanno, alla fine, , lo stesso sapore sgradevole.
In politica, come in ogni altro ambito correlato, siamo arrivati alla fine del percorso: le polarità fabbricate (cioè false) sono diventate barriere morali, materiali e mentali a ogni ulteriore progresso nella conoscenza e nella civiltà. Le vecchie contrapposizioni in bianco e nero mascherano solo le persone grigie con la mente vuota. È tempo di passare dalle false polarità e dalle contrapposizioni congelate alle pluralità adeguate (molte, piccole entità dinamiche) e alla fruttuosa coemulazione (cooperazione + emulazione); dalle costrizioni e dai confini alla libertà (di movimento, di sviluppo, ecc.) e al continuum senza limiti.
“Non si dimostra la propria grandezza stando ad un estremo, ma toccando entrambi gli estremi contemporaneamente e riempiendo tutto lo spazio intermedio.” (Blaise Pascal, Pensieri , 1670)
Nella vera Arte Marziale non ci sono nemici La vera Arte Marziale è una manifestazione dell’Amore. La Via del Guerriero non è distruggere e uccidere, ma nutrire la Vita. Morihei Ueshiba
“Nel variegato panorama della cultura classica, con le dovute differenziazioni tra epoca greca e romana, il sogno diventa componente essenziale delle pratiche religiose ed, in linea generale, di ogni rituale legato alla divinazione”.
Il mondo dei sogni, un mistero ancora irrisolto
Il sogno è senza dubbio una delle esperienze più sorprendenti e misteriose dell’esistenza umana. Basti pensare che mediamente l’essere umano, nell’arco della sua vita, sogna per circa sei anni, pari a due ore per notte, a fronte dei pochissimi istanti onirici che la memoria ricorda nel periodo di veglia. Come evidenzia la stessa etimologia del termine (dal latino somnium, sonno), si tratta di un fenomeno dell’ambito psichico strettamente legato al sonno, in special modo alla fase definita “REM”. L’appellativo quasi poetico del sogno è pensiero notturno, richiamando con più enfasi la percezione di immagini e di suoni che appaiono appartenenti alla dimensione reale. L’analisi dei sogni analizza, ad ampio raggio, un campo del funzionamento mentale che comprende meccanismi alquanto diversi da quelli che si verificano nel pensiero cosciente, diffusamente studiato dalla psicologia tradizionale (1).
Negli ultimi decenni è stata attribuita sempre più importanza ai processi neurobiologici che accadono durante i sogni e, grazie, all’applicazione sempre più sofisticata di tecniche di scansione cerebrale, è stato possibile acquisire dati verificabili, superando l’alveo delle mere ipotesi psicologiche. Vi è da precisare, tuttavia, che in ambito scientifico, non è stata ancora coniata una definizione biologica peculiare per i sogni, anche perché le osservazioni hanno dimostrato, in corrispondenza della fase REM del sonno, un’attività cerebrale non molto diversa dal periodo di veglia (2).
Tra le teorie più diffuse sull’origine dei sogni, la più interessante è quella che ricollega i sogni ad una forma di stimolazione continua della memoria a lungo termine, durante l’intera esistenza di ciascuno. La particolarità e l’apparente confusione dei sogni deriverebbe proprio dalla struttura della cosiddetta “memoria a lungo termine” (3), secondo cui le stimolazioni elettriche della corteccia cerebrale farebbero insorgere esperienze sensoriali scollegate dalla vita reale. Nel corso, invece, delle ore di veglia, una funzione esecutiva sarebbe responsabile dell’interpretazione della memoria a lungo termine, vagliando la credibilità di ogni singolo evento. Questa teoria, in effetti, ripercorre abbastanza fedelmente l’ipotesi sostanziale di Sigmund Freud in relazione ai sogni, sostituendo il tradizionale inconscio con il sistema della memoria a lungo termine (4). Uno studio condotto nei primi anni 2000 ha evidenziato come le ubicazioni illogiche, nonché le caratteristiche principali dei sogni riescano a fortificare le funzioni del cervello nell’opera di consolidamento della cosiddetta “memoria semantica”. Questo fenomeno potrebbe spiegarsi con il fatto che durante la fase REM, il flusso di informazioni tra l’ippocampo e la corteccia si riduce in maniera sensibile.
Al di là delle speculazioni scientifiche, l’interrogativo più frequente che l’uomo si è posto in merito ai sogni, fin dagli albori delle prime civiltà, è quali possano essere le sue funzioni. L’esperienza insegna che la funzione forse più evidente è quella che possiamo definire di risposta agli stimoli esterni. Ad esempio, durante la notte vi possono essere rumori o suoni che mettono in allarme la nostra mente che tende a rielaborare gli stimoli medesimi, facendoli diventare parte integrante e trasfigurata dei sogni. La dimensione onirica, però, potrebbe anche consentire ad alcune parti represse della mente di conseguire, tramite la fantasia, una soddisfazione non provata nella vita reale. Si tratta di una funzione satisfattiva diversamente risolta da una serie di eminenti studiosi. In linea generale, secondo tale teoria, con il sogno l’inconscio metterebbe in scena, in maniera simbolica, situazioni attese o temute durante il periodo di veglia che poi non si sono realizzate. Il sogno, pertanto, assumerebbe la forma di una sorta di “sfogo”, permettendo così alla dimensione psichica individuale di tornare ad una condizione emotiva più tranquilla. Ogni teoria avanzata, tuttavia, non può considerarsi del tutto verificata empiricamente, in quanto, nello studio del fenomeno dei sogni, gli esperti, pur avvalendosi di attendibili tecnologie basate sull’elettroncefalogramma, inseriscono i propri punti di vista soggettivi e la personale pre-comprensione culturale (5).
Nell’interpretazione dei sogni, fondamentale è stato il contributo di Sigmund Freud che ne ha analizzato il processo sotto il profilo della psicoanalisi. Secondo Freud, gli incubi, in particolare, avrebbero la funzione di consentire al cervello la possibilità di controllare le emozioni. Carl Gustav Jung avanzò l’ipotesi che i sogni potessero compensare modi di affrontare la realtà individuali messi in atto durante la veglia (6). Ferenczi aggiunse un’ulteriore variante, sostenendo che il sogno volesse esprimere qualche emozione o pensiero che non si era capaci di esprimere completamente durante la vita reale (7). Di difficile comprensione e, a prima vista forzata, appare la cosiddetta teoria dell’Onirismo darwiniano (8), secondo la quale i sogni sarebbero destinati a rimuovere una specie di spazzatura mentale, infondendo sollievo nello stato psichico di ciascuno. In questa direzione si mosse anche Hartmann, che paragonò i sogni ad un percorso di psicoterapia, poiché permetterebbero al soggetto sognante di riuscire ad integrare una tipologia di pensieri che, altrimenti, resterebbero dissociati.
Una struttura diversa, invece, presentano quelli che vengono definiti “sogni lucidi”, espressione che indica lo stato di coloro che, sognando, acquisiscono la consapevolezza dell’atto di sognare, con la concreta possibilità di manipolare gli elementi del relativo sogno. A quelli che possiedono appunto la caratteristica di essere consapevoli di trovarsi in un sogno, per consuetudine, si affida la definizione di “sognatori lucidi naturali” o quella più poetica e classicheggiante di “onironauti”. Molti di questi hanno il dono innato di trovarsi in un sogno senza adoperare alcuna tecnica particolare, diversamente da un gran numero di persone che, per raggiungere tale consapevolezza, è disposto a farsi aiutare con specifici processi psichici anche di carattere ipnotico (9).
Come abbiamo detto in premessa, sulla funzione dei sogni l’uomo si è interrogato fin dalla preistoria, come dimostrano alcuni graffiti individuati dagli archeologi. Si pensi, a tale proposito, al disegno a carboncino presente nelle Grotte di Lascaux, considerato dalla maggior parte della comunità scientifica come la rappresentazione di una vicenda onirica. Con il nascere delle prime civiltà, al sogno si attribuì soprattutto una funzione profetica, come evidenzia il contenuto del più antico poema scritto a noi pervenuto, L’epopea di Gilgamesh, la cui stesura definitiva risale al periodo babilonese, ma l’ambientazione si riferisce all’epoca dei Sumeri. Quando il protagonista racconta alla madre il suo sogno riferito all’eroe Enkidu, la dea-sacerdotessa Rimat-Ninsun non ha dubbi sul fatto che si tratti di una vera e propria profezia di un evento futuro (10). Di grande fascino era il rituale dell’incubazione presso i Sumeri, una pratica ancora per certi versi sconosciuta e che meriterebbe un approfondimento a sé stante. Il rituale, comunque, consisteva nel portare un soggetto in un luogo sacro, nella maggior parte dei casi collocato sotto terra. Questi doveva cercare di dormire in quel luogo per una notte intera e, di seguito, doveva recarsi da un interprete esperto, riconosciuto come tale, allo scopo di raccontargli il sogno della notte precedente. Molto di frequente, il responso dell’interprete rivelava che si trattava di una profezia. Rimanendo in ambito medio-orientale e, facendo riferimento ad un complesso testuale che ha profondamente influenzato la cultura occidentale, è inevitabile procedere con qualche cenno alle vicende oniriche che emergono molto numerose nei libri dell’Antico Testamento biblico. Alla maggior parte dei sogni riportati nella Bibbia si attribuiva una natura profetica e notevole importanza assumeva l’arte di saperli interpretare. Il libro della Genesi, in particolare, è ricco di episodi onirici, come quello del faraone svelato dal patriarca Giuseppe (le sette vacche grasse e le sette vacche magre) oppure il sogno del re Salomone, narrato ben due volte, che introduce una forma di dialogo personale con la divinità. Tra i profeti, soprattutto Daniele e Sofonìa, furono indicati come figure di mediatori tra gli uomini, Dio e le creature angeliche. Un discorso a parte meriterebbe il profeta Ezechiele, le cui visioni sono per lo più riconducibili a condizioni estatiche o allucinogene (11). Nel Nuovo Testamento molto famoso è il caso della moglie di Ponzio Pilato, Claudia Procula che, durante le fasi concitate del processo a Gesù Cristo, interpreta il proprio sogno come un inequivocabile avvertimento della sua innocenza.
Nel variegato panorama della cultura classica, con le dovute differenziazioni tra epoca greca e romana, il sogno diventa componente essenziale delle pratiche religiose ed, in linea generale, di ogni rituale legato alla divinazione. I Greci, in maniera più evoluta, ripresero l’usanza dell’incubazione che veniva attuata dai Sumeri. I prescelti venivano condotti in un bosco sacro od in una grotta, dove veniva scavata una buca destinata ad ospitarli durante il sonno, con la speranza di riuscire a sognare. Le fonti antiche riportano che, tra i vari luoghi individuati per questa pratica, si tendeva a privilegiare i templi edificati in onore di Asclepio, il dio della medicina. I sognanti dovevano, poi, consultare un esperto in oniromanzia, che assumeva anche la funzione di guida spirituale. Gli interpreti dei sogni erano tenuti in grande considerazione, accolti con tutti gli onori presso le corti reali e presso le dimore dei nobili. Artemidoro di Daldi fu il primo autore ad elaborare una vera e propria codificazione in materia di oniromanzia (12), scrivendo il testo dal titolo L’interpretazione dei sogni. Oltre alla consuetudine dell’incubazione, i sacerdoti greci e romani si impegnavano in rituali di esorcismo per liberare i malcapitati da stati di angoscia e di disperazione: i rituali si svolgevano con la purificazione mediante aspersione dell’acqua (un rito antesignano del battesimo cristiano), con il presentare sacrifici agli dèi ed attraverso il racconto della visione alla luce del sole. Secondo il poeta Esiodo, i sogni erano figli della Notte, una specie di divinità primordiale che infonderebbe nell’essere umano la capacità di immergersi nella dimensione onirica (13). Tuttavia, la “mitizzazione” letteraria dei sogni, come frutto dell’intervento di esseri soprannaturali, si deve ad Ovidio che, nelle sue Metamorfosi, menzionò i tre figli di Ipno, il sonno: Morfeo, Fobetore e Fantaso (14). Nei poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, i sogni possono essere considerati come dei messaggi provenienti dal mondo del divino o dal mondo dei morti. Essi possono essere sia ingannevoli che veritieri, volendo comunque sortire qualche effetto nella vita reale, anche se sempre caratterizzati da una evanescente e fumosa immaterialità. Il sogno, pertanto, in epoca classica è concepito come un ponte di collegamento con altri stati di coscienza, in grado di aiutare l’uomo nella comprensione della sua intimità e del suo destino futuro.
Il sogno è stato un importante punto di riferimento per i filosofi fin dall’antichità, sia come strumento cognitivo che come mezzo paradigmatico. Con molta lucidità, per Platone i sogni non erano altro che gli stessi pensieri dell’uomo caricati di emozioni contrastanti, al punto da risultare ingannevoli per l’intelletto. La capacità di saper distinguere i propri sogni dall’esistenza reale assume per Platone un valore etico, altrimenti anche da sveglio l’essere umano sarebbe portato a seguire le illusioni e non la ragione, andando incontro a sicura rovina. La teoria degli atomisti, invece, sembra presagire le moderne dottrine sulle vicende oniriche, pur essendo priva di elementi scientifici, sottolineando come non vi sia nulla di oscuro e di soprannaturale nei sogni che deriverebbero da uno stato della mente “intorpidito”, ma ancora attivo e vigile: le immagini dei sogni dovrebbero essere attribuite agli stimoli provenienti dagli oggetti esterni durante la vita reale, trasfigurati in elementi simbolici. Aristotele, poi, si interessò particolarmente all’analisi della funzione dei sogni, tanto da scrivere tre saggi sul tema (15). Il pensiero di Aristotele, nel caso specifico, si può sintetizzare con la seguente espressione: il sogno come esaltatore della realtà. Secondo lo Stagirita, le immagini dei sogni tenderebbero a potenziare gli stimoli sensoriali ricevuti nel corso del periodo di veglia, giungendo al cuore attraverso il sangue. Al di là della comprensibile ingenuità sulla struttura del corpo umano, l’intuizione di Aristotele sul mondo dei sogni appare quanto mai acuta e fondante per i pensatori delle epoche successive. Aristotele supera la credenza, secondo la quale attraverso il sogno gli dèi parlerebbero agli uomini, cogliendone, invece, la funzione auto-purificatoria e catartica interna a ciascun essere umano. Il canale dei sogni diventa, pertanto, una sorta di valvola di regolazione per misurare lo stato di salute fisico e mentale di ciascun individuo.
In epoca moderna, Cartesio riprende le riflessioni platoniche sulla natura ingannevole dei sogni che, secondo il filosofo, a volte, siamo portati a confondere con la stessa realtà. Successivamente, è stato Arthur Schopenhauer il pensatore che si è dedicato con maggiore slancio allo studio della funzione dei sogni, cercando di risolvere l’apparente contraddittorietà di un fenomeno che, pur verificandosi nella materialità del sonno, noi siamo in grado di percepirlo come falso ed effimero. Schopenhauer ci mette in guardia su un aspetto fondamentale: l’essere umano per poter confrontare la maggiore consistenza della vita reale rispetto alla nebulosità del sogno dovrebbe essere in grado di confrontare i due eventi contemporaneamente. Orbene, è facile rendersi conto che ciò non avviene mai, in quanto il sognante è capace solo di paragonare il ricordo del sogno con la realtà presente. Schopenhauer non concorda con la visione di Kant, secondo il quale il principio di causalità che si presenta in maniera costante nel mondo reale consente di distinguerlo dal sogno, osservando che anche nel sogno ciascun particolare dipende parimenti in tutte le sue forme dal principio di ragione. In maniera poetica e metaforica, Schopenhauer si riferisce alla vita reale ed al sogno come alle pagine di uno stesso libro (16).
Nel corso della trattazione, abbiamo già accennato all’importanza che Sigmund Freud attribuiva ai sogni, tanto che l’analisi degli stessi è ormai generalmente considerata come la pietra miliare della psicoanalisi. Lo sviluppo delle applicazioni psico-analitiche è andato ad ampliarsi proprio di pari passo con l’affinarsi delle tecniche di interpretazione dei sogni. Lo stesso studioso viennese affermava che il sogno è la via maestra per esplorare l’inconscio. Freud, Jung ed altri fautori della psicoanalisi individuarono nella funzione dei sogni una vera e propria intelligenza, rifiutando l’ipotesi che essi costituissero un’elaborazione casuale della mente durante le ore di sonno. I contenuti dell’attività onirica si configurarono, pertanto, quali messaggi dell’inconscio, assumendo una funzione sorprendentemente simile a quella suggerita dai filosofi greci, in particolare da Platone. Per Freud, il sogno rappresenta una specie di teatro dove vanno in scena, in maniera trasfigurata, le fantasie rimosse durante la veglia. Si tratterebbe di una crasi di argomenti e di simbolismi, tendenti a fondere la realtà con le necessità dell’inconscio individuale. Gli psicoanalisti seri, tuttavia, avvertono che è possibile tentare di dare un significato ai propri sogni, soltanto dopo un periodo ben consolidato di sedute, chiamato con il solito linguaggio sintetico anglosassone “training” (17). Le teorie freudiane, come del resto il suo intero impianto psico-analitico, sono state ampiamente messe in discussione negli ultimi decenni: molti studiosi hanno negato, a giusta ragione, che il sogno possa costituire soltanto l’espressione di una fantasia insoddisfatta, evidenziandone, invece, il ruolo di guida interiore per ciascuna persona verso una migliore consapevolezza psichica. In quest’ottica ci si è avvicinati ancora di più alla tradizione degli Antichi.
Nella cultura popolare, l’interpretazione dei sogni può spesso apparire semplicistica e banalizzata ma, in realtà, deriva da consuetudini che affondano radici in un lontano passato, come nel caso della celebre Smorfia napoletana, un’associazione iconografica di immagini ed oggetti ai numeri del lotto, che richiederebbe una trattazione a parte. L’oniromanzia, comunque, già nel remoto passato era considerata un’arte divinatoria che, pur legata a forme di superstizione, aveva riflessi nella dimensione spirituale e religiosa delle civiltà di riferimento. Nella mitologia classica sono presenti numerose figure di oniromanti, come Euridamante e Merope, mentre nell’Antico Testamento biblico si menzionano alcuni interpreti della volontà divina, attraverso il sogno, come Giuseppe, Samuele e Gedeone. Ancora oggi vi sono coloro che praticano l’oniromanzia, avvalendosi di diverse tecniche, basate sull’esperienza individuale e sulle proprie conoscenze specifiche. La maggior parte dei moderni oniromanti è purtroppo formata da ciarlatani ed improvvisatori che tendono a spillare denaro agli ingenui clienti.
Nell’ambito dell’ampia varietà dei sogni, una collocazione a parte è riconosciuta agli incubi, che spesso si presentano in maniera angosciante, accompagnati anche da disturbi fisici, come oppressioni al petto e difficoltà dell’apparato respiratorio. Dal punto di vista medico, in linea generale, gli incubi sono classificati come sintomi di patologie che indicano il disturbo del sonno. In epoca antica, fino all’epoca illuminista, si credeva che gli incubi fossero originati da creature malefiche che avevano l’intento di perseguitare il dormiente. La stessa etimologia del termine “incubo”, peraltro, richiama l’immagine di uno spirito malvagio che si appoggia sul petto del malcapitato per opprimerlo. Con il progresso scientifico, è stato appurato che gli incubi possono derivare da cause fisiologiche, come la febbre alta o una cattiva digestione, oppure da aspetti psicologici come gravi stati ansiogeni o condizioni di forte stress. Gli incubi, inoltre, si manifestano soprattutto in età infantile, tendendo a diminuire con la crescita puberale.
L’affascinante e misterioso mondo dei sogni occupa gran parte della vita dell’uomo, al punto che ne diventa una componente imprescindibile. Il mondo onirico non può rientrare nell’alveo della fisica classica, ma ben potrebbe essere inquadrato dal punto di vista della fisica quantistica. Secondo i parametri quantistici, infatti, il sogno è uno dei più importanti indicatori dell’inesistenza di una realtà obiettiva della materia, alla luce del fatto che la sua struttura essenziale è caratterizzata da una condizione di assoluta acasualità. Il sognante è fuori dallo spazio e dal tempo, tanto da avere l’impressione di compiere un sogno di lunghissima durata, anche dopo che è trascorso soltanto qualche minuto nella nostra dimensione consueta. Un detto popolare definisce il sonno come il “fratello minore della morte”, in quanto addormentarsi determina l’allontanamento da qualsiasi forma di controllo cosciente, richiedendo, nel contempo, la capacità di abbandonarsi all’ignoto, a ciò che non conosciamo. Le culture animistiche, come ad esempio quella degli Aborigeni Australiani, non considerano affatto netta la differenza tra la realtà materiale ed il sogno. Per questi popoli, la dimensione onirica ha un significato preponderante, tanto da risultare il faro illuminante di quella materiale. In uno dei più antichi testi della tradizione induista, come la “Upanishad”(18), nello stato di sogno-sonno l’uomo si trasferisce dal mondo manifesto a quello non manifesto o “dei piani sottili”. Nella dottrina “Dzogchen”(19) i sogni possono essere suddivisi in due categorie principali: quelli più comuni, chiamati “sogni karmici”che possono riallacciarsi al passato di una persona e quelli più elevati, chiamati “sogni di chiarezza”, capaci di condurre il sognante verso un più alto grado di consapevolezza spirituale.
Che il sogno, indicato da Nietzsche come l’origine di ogni ambizione metafisica da parte dell’uomo, non sia un ponte tra due realtà diverse? La vita materiale potrebbe essere solo una breve parentesi e ciascuno, dopo la morte fisica, continuerebbe a sognare….
Note:
1 – John Allan Hobson, La macchina dei sogni, Giunti editore, Milano 1986;
2 – Alice Robb, traduzione di Roberta Zuppet, La nuova scienza dei sogni, Rizzoli edizioni, Milano 2018;
3 – In psicologia la memoria a lungo termine (acronimo, MLT) rappresenta un archivio di conservazione avente capacità più o meno illimitate;
4 – Sigmund Freud, traduttore A. Ravazzolo, L’interpretazione dei sogni, New Compton Editori, Roma 2014;
5 – Piergiorgio Strata, Dormire, forse sognare. Sonno e sogno nelle neuroscienze, Carocci editore, Roma 2017;
6 – Carl Gustav Jung, L’analisi dei sogni- Gli archetipi dell’inconscio-La sincronicità, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino 2011;
7 – Dottoressa Giorgia Lauro, Il pensiero di Sandor Ferenczi: La teoria del campo psico-analitico, su https://www.psiconline.it, consultato in data 14/09/2023;
8 – La definizione fu coniata nel 2001 da Mark Blechner;
9 – Celia Green, Sogni lucidi, Edizioni Mediterranee, Roma 1983;
10 – Luigi Angelino, L’epopea assiro-babilonese da Gilgamesh alla Torre di Babele, Stamperia del Valentino, Napoli 2022;
11 – Giampiero Comolli, Bibbia e sogno. Sonno e mondo onirico tra Antico e Nuovo Testamento, Edizioni Claudiana, Torino 2023;
12 – Artemidoro di Daldi, traduttore Dario Del Corno, Il libro dei sogni, Adelphi editore, Milano 1993;
13 – Notte (Nux) era una delle divinità più antiche della mitologia greca, che dimorava nel Cielo, riportata nel pantheon romano con il nome di Nox;
14 – Morfeo, in particolare, era il dio dei sogni che prendeva le forme delle persone e delle cose sognate;
15 -I titoli latini dei tre saggi sono i seguenti: De somno et vigilia; De somniis; De divinazione per somnium;
16 – Arthur Schopenauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Edizioni Laterza, Bari 2009;
17 – Stefan Klein, I Sogni. Viaggio nella nostra realtà interiore, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino 2016;
18 – Le Upanishad o Upanisad formano un complesso nutrito di testi filosofici indiani redatti in lingua sanscrita in un periodo compreso, presumibilmente, tra il IX ed il IV secolo a.C. ma con radici molto più antiche;
19 – Nella tradizione del Buddhismo tibetano, la dottrina Dzogchen (traducibile con l’espressione “grande perfezione”) tende a riportare l’individuo allo stato naturale o primordiale dell’essere umano.
Luigi Angelino, nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2022 ha pubblicato con la Stamperia del Valentino 8 volumi: Caccia alle streghe, Divagazioni sul mito, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, L’epopea assiro-babilonese, Campania felix, Il diluvio e Sulla fine dei tempi. Con altre case editrici ha pubblicato vari libri, tra cui il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la raccolta di saggi “I miti: luci e ombre”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana” (Apocatastasi-Apostasia-Apocalisse); il saggio teologico/artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; un viaggio onirico nel sistema solare “Nel braccio di Orione”ed una trattazione antologica di argomenti religiosi “La ricerca del divino”. Con auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei più affascinanti luoghi d’Europa” ed ha collaborato al “Sipario strappato”. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica italiana.
Ma ancora ci sono degli ingenui che pensano di trovare “Agarthi” o “Shambhala” da esploratori alla ricerca di un luogo fisico (che poi a dirla tutta ci sono luoghi che sono anche “fisici” ma assolutamente irraggiungibili dagli “esploratori”, che mai avranno la password). “… lo Spirito è paragonabile all’ ‘abitante di una grotta’. Il cuore – dove le Upanishad situano la presenza dell’atman – è una ‘grotta’. … Tong, il termine cinese per ‘grotta’, significa anche ‘misterioso, profondo, trascendente’. … La ‘grotta cielo’ delle tradizioni taoiste indica un ‘Paradiso nascosto’. Come si arriva a questa ‘grotta cielo’? attraverso gallerie sotterranee scavate profondamente nella Montagna. Secondo le tradizioni taoiste, tutte queste Montagne comunicano tra di loro, per mezzo di grotte e gallerie. Il simbolo ne è chiaro: il terreno trascendente è l’UNO”. (Mircea Eliade, dic. 1959)
a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
I paurosi tirano per i piedi chi è intento a volare, per riportarlo a terra. Nella meschinità si sentono meglio se tutti strisciano, li umilia che qualcuno possa contemplare da un piano a loro inaccessibile.
René Guénon ha scritto: ” […] lo sviluppo della pretesa civiltà occidentale moderna non può proseguire all’infinito e ho motivi di pensare che esso non potrà andare oltre la fine del secolo attuale; allora, che cosa accadrà ? […] “ La crisi climatica è uno degli effetti, derivanti da cause molto più complesse e profonde, perché tutte concatenate ad una visione del mondo, dell’uomo e della natura che hanno accompagnato lo sviluppo della civiltà occidentale degli ultimi mille anni e più marcatamente degli ultimi 500 anni, che ha realmente messo in crisi questa civiltà e rischia seriamente, sebbene non lo si voglia vedere, di distruggerla. Questa verità indigesta è sotto gli occhi di tutti, ma pochi l’ammettono in modo netto ed inequivocabile. E’ del tutto inutile sottolineare come le civiltà orientali si siano anch’esse appiattite sul medesimo modello di sviluppo, che ha fatto in modo che si arrivasse ancora più in fretta ad un punto di non ritorno e ad un bivio ormai ineludibile. Questo punto è stato raggiunto fra gli Anni Ottanta e il Duemila. Noi, ora, affronteremo le conseguenze con, però, ancora qualche margine d’azione, che potrebbe ancora risultare determinante. Tali azioni si dovranno applicare a diversi livelli, cioè su quel complesso di cause che ci hanno portato fino a qui e alcune di quelle – perlomeno altrettanto essenziali quanto quelle che sono considerate urgentissime, se non ancor più fondamentali, come personalmente credo – avvengono in ambiti che sfuggono quasi completamente all’osservazione esteriore. Ecco, tutto il passo della lettera di Guénon, che ho citato all’inizio, indirizzata nel 1924 a Guido De Giorgio : “[…] Devo confessarLe, tuttavia, che La trovo un po’ troppo “pessimista” riguardo alla situazione attuale dell’Occidente; sono persuaso, per quanto mi riguarda, che un cambiamento di direzione resti ancora possibile [ in una lettera a Lassay del 1928 scriverà: ” Il Cattolicesimo è la sola cosa, nel mondo occidentale odierno, alla quale abbia testimoniato una certa simpatia e che ho dichiarato rispettabile e i cattolici cono anche, finora, i soli che mi abbiano rivolto insulti e minacce … ” ], malgrado tutto. Le concedo che un’intesa tra l’Oriente e l’Occidente [ che oggi dovrebbe essere di entrambi con la Tradizione, viste anche le condizioni in cui versa l’Oriente e sulle quali pure scrisse Guénon nel ’47 ] resta irrealizzabile nelle condizioni attuali, credo, anzi, di non aver scritto altro nel mio ultimo libro; ma sono precisamente queste le condizioni che bisogna cambiare. In un modo o nell’altro, lo sviluppo della pretesa civiltà occidentale moderna non può proseguire all’infinito e ho motivi di pensare che esso non potrà andare oltre la fine del secolo attuale; allora, che cosa accadrà ? Dipende da ciò che sarà stato possibile fare, d’ora in poi [ dagli Anni Venti ] , nel senso che ho indicato; in ogni caso non crede che valga la pena di tentare di fare qualcosa ? […] “ E se oggi possiamo ancora fare qualcosa, è perché, anche grazia all’Opera di Guénon, qualcosa è stata fatta e non certo dai menagramo, che non hanno saputo fare altro che invocare la fine e alimentare paranoie e allucinazioni, vedendo il problema dove non c’era e non vedendolo dove c’era e c’è.
Iran – Le donne iraniane hanno svolto un ruolo determinante nella guerra imposta contro l’Iraq negli anni ’80, nota come la Sacra Difesa. Indubbiamente, le donne martire, disabili e prigioniere di guerra – il cui numero è stimato in 17mila – sono al culmine dell’onore nazionale.
Il leader della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha elogiato i sacrifici dell’”esercito degli angeli che fanno la storia”, comprese le donne disabili di guerra della Rivoluzione Islamica e la conseguente guerra imposta (1980-1988).
L’Ayatollah Khamenei ha fatto queste osservazioni in un messaggio inviato al congresso nazionale in commemorazione delle donne iraniane che hanno svolto un ruolo significativo durante la vittoria della Rivoluzione Islamica, la guerra imposta da Saddam contro l’Iran e le persone coinvolte nella lotta contro la pandemia Covid-19.
“Indubbiamente, le donne martire così come quelle che sono state ferite e tenute prigioniere sono al culmine di questi onori. Nonostante la cultura occidentale corrotta e deviante imposta a molte donne durante l’era Pahlavi, le donne iraniane sono state in grado di avvicinarsi alla nobiltà desiderata dall’Islam, e questo è un grande onore”, ha aggiunto l’Ayatollah Khamenei.
Iran e la Sacra Difesa
La Settimana della Sacra Difesa inizia in Iran il 21 settembre. La Settimana viene celebrata ogni anno a livello nazionale in commemorazione dei martiri e dei veterani di guerra della guerra irachena imposta all’Iran nel 1980-88.
L’esercito iracheno invase l’Iran il 22 settembre 1980, ponendo le basi per otto anni di guerra. Con il sostegno di alcuni Paesi arabi e occidentali, Saddam Hussein ordinò un attacco all’Iran 19 mesi dopo la Rivoluzione Islamica.
Gli otto anni di guerra imposta dall’Iraq causarono la morte di 230mila soldati iraniani e quasi 600mila disabili. Allo stesso tempo, circa 43mila iraniani furono fatti prigionieri in Iraq e molti altri dichiarati dispersi.
La ragione ha il compito di portarci fino ai limiti di quel mondo in cui essa non può più agire senza morire e risorgere in qualcos’altro.
La comprensione di questo mondo infatti non dà accesso alla Tenebra Sovralucente del Mistero. Solo quando essa si fa martire come Cristo sulla croce che congiunge Tempo e Eternità può rivelarsi fonte di verità, tramite la propria morte inducendo in noi la logica arcana di cui era in precedenza semplice immagine muta.
Allora soltanto sorge la Parola che crea il mondo, tesse le armonie che tutto congiungono, fa risplendere di luce tutte le tessiture del destino.
Per vivere bisogna che muoia la logica della morte e ne emerga, come la noce dal gheriglio, la logica della vita.
Questa è una lettura occulta della storia. Per quanto mi concerne gli USA invasero l’Europa sotto il pretesto di combattere Hitler. Non sbarcarono in Normandia per liberare l’Europa dal giogo nazista, ma per conquistarla in toto. Andando a scavare, è probabile che gli USA abbiano persino fatto in modo che 1) scoppiasse una guerra mondiale, per darsi la giustificazione dello sbarco in Europa; 2) che Pearl Harbour, il pretesto per entrare in guerra, fu indotto dagli USA stessi, disposti a subire perdite umane e navi da guerra pur di…
La guerra per loro fu manna dal cielo, altrimenti non ci sarebbe stato modo di mascherare una invasione con una liberazione (cosa che fu eclatante ancor più in Italia con lo sbarco ad Anzio).
Alla fine del conflitto, il cinema USA sfornò per anni il cliché del nazista cattivissimo, onde pompare pesantemente la propaganda che imponeva la teoria della liberazione e dell’intervento divino degli Usa nel conflitto, mascherando brillantemente ciò che era sotto gli occhi di tutti. L’EUROPA ERA CADUTA SOTTO L’IMPERIALISMO USA. Ecco perché la Russia si mosse in proprio.