In un recente post che ventilava la possibilità che la realtà in cui siamo immersi possa essere una simulazione informatica, ha suscitato fastidio e turbamento in alcuni. Turbamento è la parola giusta e la usa Gesù in un passo del Vangelo di Tommaso. Il Salvatore avverte che la Verità può essere diversa da ciò che ci si aspetta e si deve aver il coraggio di venire turbati da quello che si viene a scoprire, qualunque possa essere la natura della Verità e della Realtà.
Gesù inoltre, in una frase successiva (dal Vangelo di Filippo) invita a considerare questo mondo come un “gioco”, al fine di poterne uscire ridendo. Questa frase enigmatica appare come un messaggio in bottiglia destinato a noi moderni che possediamo il concetto di “videogioco”; concetto che i suoi contemporanei non potevano avere. Con ciò non si vuole necessariamente dire che questa nostra realtà sia un sofisticato videogiuoco o che Dio emani la manifestazione della Realtà in tale guisa. Ma ognuno può riflettere sulle frasi di Gesù e trarre le proprie conclusioni.
Dal Vangelo di Tommaso: “Chi cerca non desista dal cercare finchè non avrà trovato. Quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito si turberà. E dominerà su tutto”
Dal Vangelo di Filippo: “Chi vuole entrare nel Regno dei Cieli vi giungerà. Se disprezza il tutto di questo mondo e lo considera un gioco, ne uscirà ridendo”
Sum, ergo fabulor, «sono dunque parlo» (spesso a vanvera). Con questa rivisitazione, che sa di amara ironia, del ben più noto cogito ergo sum cartesiano, potremmo riassumere il nostro Zeitgeist, lo spirito del nostro tempo. A ben vedere, in effetti, tutta la società contemporanea è pervasa da una costante esigenza di esprimersi, anzi di «chiacchierare», come se, restando in silenzio, smettessimo di esistere. Basta andare a un qualsiasi concerto o spettacolo pubblico per accorgersene: miriadi di cellulari levati in alto per riprendere e postare immediatamente sui social network e spettatori che sostanzialmente guardano il concerto attraverso il proprio cellulare mentre riprendono. Ma anche senza partecipare agli eventi sopracitati, si può notare questo fenomeno semplicemente andando al ristorante e osservando i clienti fotografare il piatto prima di iniziare il pasto; se la cosa non viene comunicata, in questo caso attraverso i social, è come se non l’avessimo fatta. Potremmo anche aggiungere che un meccanismo simile, pur con alcune differenze, avviene per le fake news. Anche in questo caso, infatti, la necessità di comunicare surclassa ogni altro aspetto della questione, con l’aggiunta del fatto che ciò che viene comunicato non deve neppure essere vero: l’importante è, appunto, comunicarlo.
L’anticipazione heideggeriana della società del nostro tempo
Tutto questo era già stato ben compreso, con quasi cent’anni di anticipo, dal filosofo Martin Heidegger (1889-1976). Il pensatore tedesco e rettore dell’Università di Friburgo, ricordato dai più solo perl’adesione al nazionalsocialismo, nella sua opera più importante e nota, Essere e Tempo, traccia in alcuni passaggi quello che può essere definito, a ragion veduta, uno straordinario e inquietante ritratto della nostra società e del nostro tempo. Vediamo allora, nel dettaglio, perché il pensiero di Heidegger può rappresentare, in questo senso, una potente lente di ingrandimento per meglio osservare e comprendere ciò che ci circonda. Abbiamo parlato della necessità di comunicare, senza neppure considerare se ciò che si comunica è vero o quantomeno utile. In sostanza, un chiacchiericcio fine a sé stesso, a ben vedere molto simile al meccanismo con cui nascono le odierne fake news. Ebbene, Heidegger parla proprio di questo, più precisamente a partire dal paragrafo 27 di Essere e Tempo (Il quotidiano esser-se stessi e il «si»). Dopo avere delineato la questione dell’«esserci» (Dasein), ovvero l’essere umano, e delle sue strutture generali, Heidegger affronta il problema di come esso si cala nel mondo («essere-nel-mondo»). L’«esserci» si trova gettato nel mondo e sorge in lui la domanda: chi siamo nella nostra quotidianità?
«Deiezione» e perdita dell’«autenticità»
Ricorrendoa uno specifico termine, «deiezione» (Verfallen), Heidegger spiega allora come, nella vita quotidiana, ognuno di noi perda la propria «autenticità». Il termine «deiezione» definisce infatti la caduta dell’«esserci» che perde se stesso a causa dell’incontro con le cose mondane e con gli altri Dasein. Così facendo, dal dominio dell’Io individuale si passa a quello del «si» (Man), totalmente impersonale. Scrive infatti il filosofo in Essere e tempo, nel sopracitato paragrafo: «Nell’uso dei mezzi di trasporto o di comunicazione pubblici, dei servizi di informazione (i giornali), ognuno è come l’altro. Questo essere-assieme dissolve completamente il singolo esserci nel modo di essere “degli altri”, sicché gli altri dileguano ancora di più nella loro particolarità e determinatezza. In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il “si” esercita la sua autentica dittatura. Ce la spassiamo e ci divertiamo come ci “si” diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come “si” vede e “si” giudica. Ci teniamo lontani dalla gran massa come ci “si” tiene lontani; troviamo scandaloso ciò che “si” trova scandaloso. Il “si” che non è un esserci determinato ma tutti (anche se non come somma), decreta il modo di essere della quotidianità». In sintesi, tutti ci divertiamo come ci «si» diverte, pensiamo come «si» pensa, diciamo come «si» dice. E tutti quanti ce ne accorgiamo, più o meno direttamente. Immaginiamo di aver trascorso una bella serata in compagnia di amici e, una volta tornati a casa, sentiamo un gran vuoto interiore. E questo è dovuto unicamente a quanto abbiamo appena detto; ci siamo divertiti come ci «si» diverte e, appena siamo soli, ci rendiamo conto di esserci divertiti in modo «inautentico».
Il tempo della «chiacchiera», della «curiosità» e dell’«equivoco»
Abbiamo prima parlato di fake news e di come esse seguano un meccanismo estremamente affine a quello della «chiacchiera». Ma qual è la connessione tra la «chiacchiera» heideggeriana e il nostro tempo? Spiega Heidegger che quella che lui chiama «deiezione» si articola in tre momenti, che sono degenerazioni inautentiche del linguaggio, della meraviglia e della verità (i quali rappresentano, invece, tre fenomeni autentici): la«chiacchiera», la «curiosità» e l’«equivoco». Nel regno della «chiacchiera», al Dasein non interessa ciò che dice, ma il dire fine a se stesso. Esso è estremamente tranquillizzante, come se il silenzio ci spaventasse, perché ci costringe a guardare in faccia l’inautenticità di cui siamo più o meno impregnati. Discorso analogo può esser fatto per la «curiosità», che è differente da quella meraviglia che negli antichi dava origine alla ricerca della conoscenza, ovvero la filosofia. Al contrario, la «curiosità» si riduce alla necessità interamente materiale di voler sapere, ma non perché a chi vuole sapere importi realmente qualcosa di ciò che sta vedendo. È precisamente il motivo per cui, quando passiamo accanto al luogo di un incidente stradale, istintivamente ci fermiamo a guardare anche se, in fin dei conti, non ci importa molto di tutto ciò. Il tempo di tornare a casa, infatti, e ce ne saremo già dimenticati, non foss’altro perché probabilmente quella «curiosità»sarà già stata sostituita da un’altra. Infine l’«equivoco». Esso è frutto dell’incapacità di discernere ciò che è quantomeno plausibile da ciò che non lo è. Questa incapacità deriva da un fenomeno, tutto democratico, che i social network hanno amplificato: tutti sono liberi di dire tutto su qualsiasi cosa. L’abbiamo visto negli ultimi tre anni: nel 2020 e 2021, in piena pandemia, improvvisamente tutti gli utenti di Facebook si erano trasformati in virologi. Oggigiorno, con la guerra in Ucraina, tutti si sono trasformati in esperti di geopolitica.
Verso una frammentazione della Verità
Questo fenomeno produce quindi una grande confusione e una tale dissonanza di opinioni (nella maggior parte dei casi fondate, appunto, sulla «chiacchiera»), che diviene impossibile trovare una Verità (con la «v» maiuscola) unica e comprensibile a tutti. Alla luce di quanto abbiamo detto sinora, possiamo dunque constatare come la nostra società sia, a tutti gli effetti, una «società della chiacchiera». Il che accade sia che si tratti della nostra vita quotidiana, con la nostra irrefrenabile necessità di comunicare ogni cosa che facciamo, perché altrimenti è come se non l’avessimo mai fatta; sia che si tratti delle notizie false, diffuse a ruota libera tramite i social network, imboccandocosì quella strada che porta direttamente alla frammentazione della Verità e, forse, alla frammentazione della stessa società, trasformando il discorso pubblico da dibattito in tifo da stadio e, di fatto, anestetizzando ogni possibile tensione alla complessità.
PADRENOSTRO CHE SEI NEI CIELI “Cieli” al plurale significa “ovunque”, in tutte le dimensioni (piano fisico, piano astrale, mondo causale), in una coscienza cosmica preesistente e non visibile, onnipresente in ogni piano dell’esistenza. Si tratta dei “mondi superiori” cari all’antroposofia. La preghiera del Padrenostro comincia quindi con una invocazione del microcosmo che si indirizza al macrocosmo, al pari della الفاتحة = Al-Fātiha, la prima sura del Corano: tale inizio rappresenta l’uomo che glorifica il divino.
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME Il “santificare” è l’atto di adorazione attraverso la preghiera. Ciò permette di entrare in risonanza con la coscienza cosmica divina tramite la “vibrazione”. Questa, dopo essersi manifestata, si fonde nuovamente nella sorgente originale. Tutto nell’universo è infatti collegato attraverso le vibrazioni che stabiliscono la comunicazione in ogni piano dell’esistenza, nonché attraverso le diverse incarnazioni. In sintesi, è il Manas-Sé-spirituale, cioè il principio mentale nell’unione delle due volontà, superiore e inferiore, causa di ogni moto. Perciò il nome è la facoltà data da Dio all’uomo Adamo di poter nominare tutte le cose da lui create e narrata in Genesi 2, 19-22: Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e a ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui.
VENGA IL TUO REGNO In quanto uomini agenti sul piano inferiore materiale, si chiede a Dio di portare qui, da noi, il suo regno. Chiediamo quindi al divino di spiritualizzare la materia nel percorso che da Malkut conduce a Keter. È la facoltà Buddhi-Spirito-vitale della religione induista.
SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ Chiediamo perciò di infondere nella materia la coscienza cosmica della sua volontà, accettando con consapevolezza la volontà delle leggi superiori, anche nelle prove più difficili per noi umani. Si parla qui di Atman in quanto essenza eterna di tutte le cose dell’universo: è il concetto di “in sé” immoto e immutabile. È l’accettazione delle leggi divine, tramite le esperienze che ci vengono affidate nella vita materiale. È l’affidamento totale al Padre.
COME IN CIELO COSÌ IN TERRA Significa “su tutti i piani della creazione”: come nel macrocosmo, cosi nel microcosmo. Giordano Bruno: Tutte le cose sono nell’universo e l’universo è in tutte le cose. In questo modo tutte le cose si armonizzano in una perfetta armonia. Tutti gli esseri viventi sono fenomeni diversi di un’unica sostanza universale.
DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO In qualità di nutrimento, è la facoltà per poter salvaguardare il nostro corpo fisico. Condizione necessaria per salvaguardare poi il nostro spirito. Nel percorso divino dal superiore all’inferiore, in quanto Manas-Sé-Coscienza-spirituale che tramite il Prana-energia- vitale diventa Buddhi-Spirito-vitale-Conoscenza, il pane quotidiano si risolve qui anche in cibo spirituale.
RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI, COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI Chiediamo di sperimentare il karma che abbiamo seminato così da poter evolvere, e lo chiediamo nella stessa maniera in cui noi lo facciamo sperimentare nella vita degli altri = come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Questo è il concetto definito come sincronicità della creazione, che ci porta a dover compiere determinate esperienze, incontrando determinate persone e non altre, in altrettante determinate situazioni. La finalità del percorso qui descritto è nella facoltà che ci è data di perdonare o meno. Perdono in quanto “dono”, prima di tutto alla propria interiorità.
NON CI INDURRE IN TENTAZIONE, da poco cambiato in NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE e nell’originale greco NON METTERCI ALLA PROVA È il principio del corpo astrale per poter dominare tutti i desideri: è Gesù che cavalca l’asino. Poiché non sono necessari, i desideri hanno nella propria sostanza la facoltà di farci deviare dal “cammino”, quindi sono insidie causate dal nostro agire non essenziale che afferiscono al mondo dei sensi, cioè al piano materiale.
MA LIBERACI DAL MALE Nel male sono insite tutte le forze che possono condurci alla tentazione. Questa richiesta tende a far sì che il divino ci renda artefici-osservatori di noi stessi. Ciò significa che chiediamo di dissolvere i fili che ci legano al materialismo, anche praticando per quanto più possibile il distacco. L’invito è quindi a liberarci dai gusci del corpo somatico e da quelle stesse maschere che, egregiamente, ci restituirà nel Novecento Pirandello, sotto la forma letteraria.
AMEN אמן ἀμήν = avverbio ebraico nel significato di “in verità, certamente”, con lo stesso valore numerico 91 ricavato da Adonai + Yavè = ADNY = ֲאדֹנָי Signore + YHVH יְַהוֶה Dio = 1+4+50+10 (=65) + 10+5+6+5 (=26) = 65 + 26 = 91, indicando con ciò il collegamento tra i livelli superiore e inferiore. Tradotto genericamente con “così sia”, in realtà sarebbe più corretto un “così è” dal momento che il termine deriva in primis dall’aramaico amàn = essere stabile e sicuro che, in riferimento all’atto di fede, afferma la volontà di stabilità dell’uomo nell’alleanza con Dio. La portata vibratoria di Amen ricorda, in tutta la sua potenza, quella del suono sacro OM – AUM.
Estratto dal saggio di Costanza Bondi, FU IN PRINCIPIO: APPUNTI ERETICI ESOTERICI con Donato Antonio Loscalzo prefatore e Adriano Forgione editore.
Antica dea madre egiziana, Iside è il prototipo di moglie fedele e madre fertile e protettiva. Associata all’astro Sirio, il cui sorgere segnala l’equinozio di primavera, ha coma simbolo la Luna e viene spesso mostrata incoronata da un globo lunare annidato tra corna di toro o di ariete. In origine maga mortale, è detto che Iside acquisì l’immortalità ingannando Ra, dio del sole, facendogli rivelare il suo vero nome dopo aver lasciato un serpente sul suo cammino e salvandolo dall’agonia che lei stessa gli aveva procurato. Sorella e moglie di Osiride, quando quest’ultimo venne ucciso da Seth setacciò la terra per trovare le parti del corpo del marito e usò la sua magia per rimetterle insieme e infondere di nuovo vita nel corpo in modo da potersi salutare un’ultima volta prima che il dio partisse per l’oltretomba. Uno dei suoi figli, Horus, nacque in seguito a questo incontro e Iside lo protesse finché non fu abbastanza grande e potente da combattere proprio contro Seth, in modo che vendicasse il padre. Secondo Plutarco, molti scrittori antichi ritenevano Iside figlia di Hermes, mentre per altri era figlia di Prometeo, e nei Misteri Egizi, Iside rappresentava l’aspetto femminile della deità; era madre universale di tutto ciò che vive; saggezza, verità e potere. Ritroviamo l’accostamento con Hermes anche nella saggezza ermetica, secondo la quale Iside fu istruita proprio da Hermes e con lui inventò gli scritti di tutte le nazioni, fece amare le donne agli uomini, inventò la vela, pose fine al cannibalismo e rese la giustizia più potente dell’oro o dell’argento. L’Iside dei Misteri è coperta da un velo scarlatto e agli iniziati che imparano i suoi Misteri è permesso sollevare il velo ma con la promessa di rimanere per sempre in silenzio su ciò che hanno visto. Un’iscrizione sul tempio a lei dedicato a Sais recitava: “Io sono ciò che è, che è stato e che sarà; e nessun uomo ha mai sollevato il velo che nasconde la mia Divinità agli occhi mortali.” Dea inoltre del parto e della guarigione, visitava gli ammalati di notte spazzolandoli delicatamente con le ali mentre bisbigliava incantesimi per guarirli. Potrebbe trattarsi molto probabilmente della dea più venerata sulla Terra, in quanto venerata in Egitto per migliaia di anni, e la sua adorazione si è diffusa poi dall’Africa orientale sino all’Asia occidentale e a tutta l’Europa. I greci la identificarono con Afrodite, Artemide, Demetra e Persefone e la storia dell’amato fratello/anima gemella è presente in tantissime culture. Il suo culto venne introdotto ufficialmente a Roma nell’86 a.C., dove divenne estremamente popolare perché, a differenza di altre religioni, era aperto a tutti, comprese donne e schiavi. I romani portarono la sua venerazione in tutta Europa ed ebbe il suo apice in Gallia, dove per un periodo sostanziale fu dea preminente di Parigi, il cui nome secondo alcune teorie deriverebbe proprio da “Par-Isis”, che stava a significare “Barca (o bosco) di Iside”. Anche dopo l’abolizione del paganesimo la venerazione di Iside continuò e il suo ultimo tempio sull’isola egiziana di File sopravvisse fino al 537 d.C., e la dea venne poi assorbita dal cristianesimo nell’immagine della Vergine Maria.
Facciamo attenzione ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. “…Un’egregore è un soggetto energetico-informazionale del mondo sottile, creato dagli uomini e collegato ad alcuni stati, idee, desideri, aspirazioni umane. Un’egregore sorge necessariamente in presenza dell’uomo e usa, anche inconsapevolmente, l’energia del pensiero, della parola, o dell’azione. In questo contesto le tradizioni, le usanze, i riti, le festività, i miracoli ed altre cose simili non sono altro che le azioni magiche. Più sono dettagliate e più sono osservate, maggiore è la loro influenza magica sulle persone. Dal punto di vista della fisica, l’egregore come una formazione di campo rappresenta un solitone (un “pacchetto” ondulatorio), o un risonatore. Prendiamo un collettivo di lavoro: basta che soltanto il 4% dei colleghi sostenga intensamente un’idea: la loro coscienza collettiva inizierà a funzionare in qualità di risonatore, influenzando gli altri. Ammalandosi, l’uomo si allaccia all’egregore di una certa malattia. Partono gli scambi tra lui e questa formazione. L’uomo alimenta questo parassita ondulatorio con i suoi pensieri, con le emozioni e sofferenze, mentre l’egregore alimenta la stessa malattia nell’uomo. I momenti negativi nell’attività delle egregore si manifestano quando queste iniziano ad appianare le individualità umane facendole corrispondere a certe idee; allora anche l’uomo inizia ad essere l’esecutore delle volontà delle egregore.” (Boris Ratnikov) Intanto si può continuare: Esistono delle egregore naturali: del paese, della città, della famiglia. Andando a vivere in un altro paese l’uomo perde gradualmente il legame con questo tipo di eggregore. L’azione delle eggregore naturali si manifesta a livello genetico; per esempio, i prodotti alimentari cresciuti nel posto dove si vive apportano il maggior beneficio. Le egregore artificiali: delle religioni dei movimenti sociali dei partiti politici del consumo (alcol, tabacco, giochi d’azzardo, shopping) delle enti, delle organizzazioni degli ordini magici, delle sette delle correnti filosofiche delle scuole creative… ecc. Oggi le egregore dei soldi, dei partiti, dei paesi e delle religioni hanno raggiunto delle dimensioni notevoli. Forniscono ai loro adepti le informazioni/idee, ma li controllano anche. A volte spingono la gente a fare delle azioni che vogliono (nella maggior parte dei casi non è un male). Il problema sorge quando l’uomo cade sotto l’influenza delle eggregore distruttive (terrorismo, dipendenze, alcolismo, sette ecc). Anche la coscienza umana è una struttura energetico-informazionale che vibra con una determinata frequenza. Questa frequenza è individuale e la può influenzare soltanto un oggetto con una frequenza simile (“il simile attira il simile”). Una coscienza ad alta frequenza non può essere influenzata da un impulso con una frequenza bassa, una persona sviluppata spiritualmente è praticamente al di fuori dell’area delle influenze negative. Tra una persona e un eggregora si stabilisce un CANALE capace di trasmettere un segnale che influenza la coscienza umana, ed esiste anche il canale inverso, dall’uomo all’egregore.
“Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è un romanzo per ragazzi scritto da Carlo Collodi, pseudonimo del giornalista toscano Carlo Lorenzini, pubblicato per la prima volta nel 1883.
Il romanzo è ricco di significati esoterici nascosti.
Tutto il racconto nasconde il percorso iniziatico dell’uomo verso il traguardo finale dell’Illuminazione.
Mastro Geppetto, che ricava Pinocchio da un pezzo di legno, è una chiara allusione al Demiurgo platonico e gnostico, un dio minore che ha creato un mondo fisico imperfetto e dominato da una legge spietata.
Il Demiurgo è anche il “fabbricatore” della parte materiale dell’uomo e così Geppetto fabbrica il burattino da un pezzo di legno che, dopo lunghe vicissitudini che rappresentano le prove iniziatiche, diventerà finalmente al termine del romanzo un ragazzo in carne ed ossa che, simbolicamente, rappresenta l’uomo che, attraverso la Gnosi, ha raggiunto l’Illuminazione.
Pinocchio, pur essendo un burattino di legno, comincia a muoversi ed a parlare e ciò ci ricorda il mito gnostico che afferma che l’uomo, appena creato, giacque immobile e senza vita sul terreno, finchè non ricevette la scintilla divina proveniente da un mondo ben superiore al suo creatore.
Pinocchio poi comincia subito a fare dispetti ed a mancare di rispetto a Geppetto, simbolizzando in tal modo l’uomo gnostico che sa di essere superiore al suo fabbricatore.
A questo proposito è significativo il passo del libro :
“Povero burattino! Dicevano alcuni. Ha ragione a non voler tornare a casa ! Chi lo sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto ! E gli altri soggiungevano malignamente: Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi ! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi !”
Nel corso del racconto, Pinocchio viene più volte ingannato dal Gatto e dalla Volpe che rappresentano le seduzioni dell’illusorio mondo materiale che distolgono l’uomo nel suo percorso verso l’illuminazione.
Il paese dei balocchi poi, dove il cattivo consigliere Lucignolo porta Pinocchio, merita un discorso a parte.
Leggiamo nel romanzo : “Lì non vi sono scuole. Lì non vi sono maestri. Lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai”. E ancora : “le giornate si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo”.
Si tratta chiaramente di una descrizione della vita profana in cui è immersa la maggioranza dell’umanità, fatta della sola ricerca dei beni e delle soddisfazioni materiali.
Il fatto che il paese dei balocchi sia abitato solo da bambini, indica che la maggioranza dell’umanità vive ancora in uno stato infantile ed elementare, incline al vizio e immersa nell’ignoranza e, infatti, i bambini che lo abitano, prima o poi vengono trasformati in asini è ciò ci fa pensare ad una reincarnazione in uno stato inferiore a quello umano.
Il Grillo parlante, che spesso riprende e rimprovera il nostro burattino, è la ragione umana, la voce della coscienza che cerca di orientarlo verso le scelte giuste.
Mangiafuoco è una chiara rappresentazione di uno degli Arconti, le potenze che, insieme al Demiurgo, reggono e governano questo mondo.
Inoltre il periodo trascorso da Pinocchio nel ventre della balena, è una chiara allusione al “Gabinetto di riflessione” massonico e simboleggia quel momento in cui l’uomo comincia ad isolarsi dal mondo, per ricercare nella solitudine la verità nel suo profondo Sé.
In tutto il racconto Pinocchio è aiutato e guidato dalla Fata Turchina che rappresenta la Sophia gnostica, la Sapienza divina, che proviene da un mondo ben superiore al Demiurgo (Geppetto) che lo ha fabbricato.
Come abbiamo detto, al termine del romanzo, Pinocchio diventa finalmente un bambino vero cioè un uomo che ha raggiunto l’illuminazione e si è liberato dalle catene della materia e dell’illusione : La grande Opera è compiuta.
Alcuni ragazzi hanno abbandonato gli smartphone per usare solo vecchi telefoni a conchiglia. Un modo per staccarsi dai social, e ritrovare il contatto con la vita reale.
In quel di New York è nata una piccola grande rivoluzione. Un gruppo di ragazzi ha deciso di rinunciare agli smartphone, quindi a social, app, internet, insomma tutto quello che oggi rincoglionisce giovani e meno giovani. A svelare questa sorprendente realtà è stato un articolo di Corriere, firmato dalla corrispondente Viviana Mazza. Non immaginatevi mormoni e robe così estreme: parliamo di ragazzi indistinguibili da quelli di oggi, ma che probabilmente avrebbero vissuto meglio negli anni ’90. Già, perché il telefonino ce l’hanno, ma quello vintage a conchiglia, che permette giusto le operazioni basic: chiamate e sms. Una semplicità che noi boomer ricordiamo bene, anche con un velo di nostalgia, ma che invece per gli appartenenti alla Gen Z è preistoria.
E così si è scoperto che un piccolo gruppetto di ragazzi diciassettenni si ritrova sui gradini della Central Library di Brooklyn, a Grand Army Plaza. Per chiacchierare, leggere, suonare. Tutto, tranne che incollarsi agli smartphone che non hanno. “Passiamo semplicemente il tempo”, racconta Jameson Butler alla giornalista. “D’estate, portiamo pure le amache”, aggiunge l’amica Logan Lane. La cumpa è formata – per ora – solo da Logan, Jameson, Odile Zexter-Kaiser e dall’unico maschio, Max Frackman: si sono autodefiniti i ragazzi del Luddite Club, il club dei luddisti nato alla Murrow High School. Il nome, come riportato dal New York Times, l’avrebbe inventato la mamma di Logan, ispirata da tale Ned Ludd, operaio che nel 1799 in Gran Bretagna diede vita a un movimento contro l’introduzione delle macchine nell’industria.
I quattro si ritrovano qui ogni domenica, e piano piano stanno raccogliendo sempre più sostenitori. Amici, curiosi, altri ragazzi ispirati da una vita senza l’internet costantemente in mezzo alle balle. E anche senza la pressione di raccontarsi via social, di spararsi selfie impeccabili, di mostrare le proprie vite fintamente perfette, di pompare le proprie insicurezze dietro la finta sicurezza di uno schermo. Viviana Mazza ha approfondito la storia di Logan, una delle ragazze del Luddite Club: il primo cellulare l’ha avuto a 10 anni, il primo smartphone a 11. Da subito ha creato un profilo Instagram e – inevitabilmente – ne è diventata dipendente. Il cellulare è diventato ben presto il primo e l’ultimo pensiero, si fissava a guardare le altre ragazzine più belle, più brave, più felici, più corteggiate. Lo sbatti è arrivato di conseguenza: da un lato voleva essere come loro, dall’altro rifiutava di dover essere per forza popolare.
In pandemia la situazione è degenerata. Stava sempre incollata allo smartphone, ma non riusciva più a capire cosa faceva per puro piacere e cosa invece per raccontarlo sui social. Quando – infine – ha sentito di essere davvero pienah ha deciso di mollare il colpo e di chiudere tutti i suoi profili. I genitori pensavano che sarebbe durata giusto un weekend, e invece… certo, all’inizio non è stato semplicissimo. Da un lato ha sentito cambiare “la chimica del cervello”: ha iniziato a leggere di più, a cucire, a essere più creativa. Dall’altro, però, si sentiva terribilmente sola. Già, perché con chi puoi interagire se tutti intorno a te vivono incollati a uno schermo? Una sera a un concerto punk conosce Jameson, che come lei – incredibilmente – aveva un vecchio cellulare a conchiglia. Due settimane dopo si sono incontrate di nuovo in biblioteca, per caso. Con un po’ di sidro e qualche ciambella, sono andate a chiacchierare nel parco: è stato il primo incontro del Luddite Club. Il resto, è storia.
Ma i ragazzi del Luddite Club non sono certo gli unici a vivere senza smartphone eh. Però sicuramente rappresentano un caso interessante di inversione di tendenza, un sintomo che forse siamo davvero rasi di essere social, e desideriamo tornare più sociali. In ogni caso, questa scelta fa riflettere. Come sarebbe la nostra vita senza smartphone?
Per gli umani esistono 5 tipologie di rinascita dell’anima, una classificazione del risveglio spirituale che si distingue anche in altre sottoclassi definite da specifiche tradizioni locali tutte accomunate dai cinque colori del feng shui che corrispondono ai cinque colori della bandiera di Shambala.
I colori sono in ordine di vicinanza alla verità dall’alto verso il basso con il bianco pneumatico al primo posto che rappresenta i maestri del pianeta che contrastano spiritualmentele tutte le forze del male, il blu psichico al secondo posto che rappresenta il contenimento temporale delle forze del male, il rosso psichico al terzo posto che rappresenta il contrasto alle forze del male, il giallo ilico al quarto posto che rappresenta lo sforzo continuo di apprendimento alla conoscenza delle forze del bene e infine il nero ilico al quinto posto che rappresenta la sofferenza continua delle passioni umane.
Una curiosità derivante dalla medicina tradizionale cinese, o per meglio dire dalla medicina classica taoista che è ben altra cosa, i cinque colori sopra esposti indicano la centralità dello sforzo fisico degli organi interni a cui si fa riferimento spiritualmente come domicilio dell’anima, ossia che in parole povere un maestro bianco è centrato sui polmoni e all’intestino crasso e quindi sul respiro della meditazione continua, un adepto blu è centrato sul cuore imperatore collegato al cervello come se fosse un unico organo fisico, un adepto rosso è centrato sui reni e la vescica come porta del Ming Men, un adepto giallo è centrato su stomaco pancreas e milza, un adepto nero (o verde) è centrato su fegato e vescica biliare, e il bello è che secondo la medicina tradizionale cinese il malfunzionamento degli organi deriva da concezioni mentali chiuse, cioè che non vogliono aprirsi alla verità superiore.
Quindi secondo la medicina classica taoista gli organi interni su cui si fondano gli altri 4 risvegli spirituali (tranne il primo) sono gerarchicamente disposti in ordine di prossimità ad uno stato di salute psicofisica e spirituale, poichè come nei cinque elementi agenti della dottrina del wu xing il fuoco dello spirito generato dai polmoni è all’apice della gerarchia e poi vengono gli altri elementi secondo un ordine progressivo di generazione.
Quindi gli pneumatici (bianco) e i psichici (blu e poi rosso) sono le gerarchie superiori che comandano le truppe (giallo su nero).
Ovviamente i colori cinesi non hanno corrispondenze tradizionali con quelli indiani che seguono principi ayurvedici legati ai 7 chakra.
Il tutto è percorribile con un senso di mobilità spirituale poiché si può sempre cambiare posizionamento cromatico, nell’ambito di una crescita continua poiché la permanenza nei colori non è statica, e anche una tradizione cromatica nera può ascendere a una tradizione cromatica bianca se lo sforzo di apprendimento diventa costante.
Poi vi sono i tempi ultimi in cui tutti coloro che verranno salvati diventeranno anime candide investite dalla grazia dello spirito santo che è un’altra storia.
Ciò che conta è sapere che questo ordine grossolano è grossolanamente lo stesso di quello angelico extraterrestre, poichè quello angelico ultraterrestre segue un ordine triadico di colori come sono i rossi cherubini, gli azzurri serafini e i bianchi troni e così via si ripete per le altre due gerarchie superiori.
Come in cielo così in terra, come in alto così in basso, come avanti così indietro, come dentro così fuori.
In questa vita odierna e contemporanea, o si sta con gli Elohim oppure con i Nephilim. Noi Visionari abbiamo scelto le nostre origini Primordiali. Abbiamo scelto gli Elohim, e i loro seguaci Irin, ossia i Vigilanti.
Infatti, gli Elohim sono gli angeli ultraterrestri guidati da El Elyon (ossia Allah e i suoi angeli), mentre gli Irin sono gli angeli extraterrestri detti Vigilanti nel libro di Enoch (ossia i Jinn positivi che obbediscono alle leggi divine di Allah).
Elohim e Irin hanno sulla terra incarnazioni, reincarnazioni e progenie di messaggeri che appartengono ad essi e che svolgono funzioni divine sulla terra in qualità di popoli pneumatici e psichici positivi.
Invece i Nephilim sono gli angeli extraterrestri caduti del settimo giorno della creazione, più gli angeli extraterrestri caduti del prossimo nuovo ciclo dell’ottavo giorno della creazione, i quali sono tutti guidati da Satana detto Samael a capo degli altri 7 angeli ultraterrestri caduti (Astaroth, Belfagor, Belzebù, Belial, Asmodeus, Azazel, Samael), da Lucifero detto Marduk dai babilonesi a capo delle schiere angeliche extraterrestri e dall’Anticristo detto anche venerabile massone innominabile che è al vertice della massoneria deviata di rito anglosassone.
Compreso ciò possiamo dire che è importante conoscere profondamente il nostro nemico, come diceva il maestro Gesù “ama il tuo nemico”, al fine di essere sempre più pronti a qualsiasi evenienza incombente, nella consapevolezza che la venuta dell’Armageddon è nell’aria.
Ovviamente Elohim ed El Elyon non sono soggetti distaccati, ma soggetti ammassati e indistinti proprio come riferisce il Sacro Corano nei confronti di Allah, sono elementi di un unicum indistinto in parole, opere e missioni da cui emerge il senso misterioso e plurale della parola biblica di Elohim.
“La fedeltà, come negarlo, è un valore medioevale, appartiene cioè ad un’ epoca straordinaria, il tempo incredibile quando capomastri semianalfabeti costruivano cattedrali di una bellezza sublime in grado di sfidare i secoli, Dante scriveva la Divina Commedia, Giotto affrescava la sua Natività. La fedeltà è qualcosa per gente seria. Gli isterici sempre in balia delle proprie emozioni non sono in grado di tenerle fede e, anzi, la disprezzano. La credono, nel loro totale disequilibrio, una perdita di libertà. La fedeltà è la più alta forma di libertà, la libertà sublime di tenere fede. Se tu morirai prima di me io ti terrò la mano, se io morirò prima di te, tu mi terrai la mano. Dopo aver giurato fedeltà non ci innamoriamo di nessun altro, perché quando sei concentrato su qualcuno il tuo cuore di donna non volge altrove. L’innamoramento nasce nel cervello, non nel cuore, nasce cioè nello stesso posto dove c’è il pensiero. Dove il pensiero non lo vuole, l’innamoramento non avviene. Quindi noi cavalieri medioevali teniamo fede. Se il corpo umano paga alla promiscuità sessuale un costo altissimo, la mente ne paga uno ancora più grave. La sessualità è sacra dove c’è fedeltà e unicità, perché io ti giuro che si andrà avanti fino alla fine a costo di combattere. Ma questa è roba per noi, cavalieri medioevali, questa non è roba per tutti: occorre essere senza paura. Chi è terrorizzato di perdere la sua libertà, che è l’impulsività, chi è in balia della brama non ce la può fare.”