IL PRINCIPIO DI ESSERE UN NATIVO SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

di Vincenzo Di Maio

Essere Nativo di una nazione significa essere l’antitesi del sistema globalista vigente voluto dalla élite finanziaria che influenza prepotentemente il nostro mondo, un’antitesi essenziale che va alla radice delle proprie origini predisposte dalla memoria collettiva, la quale permette di far fiorire l’essenza di una nazione che preserva le differenze etniche regionali incentrate sull’unità delle comunità locali, impiantate dal radicamento del ruolo della famiglia allargata e da valori religiosi profondamente spirituali che interconnettono in completa integrazione con la natura personale, collettiva e totale di un paesaggio definito.

Pertanto per Essere Nativi di un preciso contesto nazionale bisogna comprendere che ciò significa ritornare all’Antico Ordine Planetario fondato su un sacro impero tradizionale, ultracontinentale e mondiale, un ordine che si pone come reale e concreto progetto di riaffermazione del primato della divinità sull’uomo, il quale stabilisce che l’uomo non è altro che una specie biologica del pianeta, una specie integrata dalla sua stessa divinità interiore definita da quella fiammella che è l’anima, strettamente connessa alle divinità celesti di cui è espressione, proprio come le divinità celesti sono espressione di Dio Altissimo Sommo Creatore.

Essere Nativo è nel mondo di oggi quindi, una necessità di Noi Visionari Primordiali, quali portatori dei valori eterni della Tradizione Primordiale, la quale nei secoli si è sempre presentata in aperta antitesi alla Devianza Originaria portatrice di caos, sia come disordine sociale, culturale e individuale, una visione completa della realtà che fa del PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale, un fermento sociologico preciso in cui primeggiano le tradizioni etniche, culturali e religiose, strettamente inerenti alle Cinque Sacre Religioni Tradizionali Rivelate e Autentiche, che insieme permettono di individuare la reale entità del nemico di Dio Altissimo e dell’Avversario dell’Umanità.

In tal senso quindi, è importante tener presente che il continente eurasiatico di Aurania, come anche il continente americano di Atzlanti, il continente africano di Alkebulan, il continente oceanico di Alterjinga e il continente antartico di Aramu, è un continente che si sviluppa florealmente secondo un preciso ordine di impalcature che distinguono, allo stesso modo dei cardini continentali, i tre piani direzionali di accentramento che permettono la conformazione del pianeta, e che quindi in qualità di identità nativa continentale definisce un preciso quadro in cui i flussi di interscambio sono importanti tanto quanto il radicamento autarchico delle nazioni per i cardini continentali, un contesto mondiale dove tutte le cinque sacre religioni tradizionali rivelate e autentiche, non comportano un identificazione nazionale a causa della diffusione planetaria delle nostre sacre religioni.

Quindi per Essere Nativi bisogna prima di tutto aver chiaro che ci troviamo in una fase di mutazione vorticosa, che pone la necessità di mantenere salde le nostre radici antropologiche al fine di essere funzione divina della Nuova Creazione in atto, in attesa della venuta del Salvatore Promesso che toglierà i sigilli del cielo per preparare il mondo alla battaglia finale dell’Armageddon.

Buon cammino!

IL PRINCIPIO DI ESSERE UN NATIVO SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO
IL PRINCIPIO DI ESSERE UN NATIVO SECONDO IL PRIMORDIALISMO VISIONARIO

Marco Rizzo, comunista di destra. Come smonta la linea Pd su migranti e diritti.

15 agosto 2023

Libero, autentico e orgogliosamente comunista. Un compagno schietto, onesto e senza fronzoli. Marco Rizzo è, da sempre, un politico anticonformista e mai banale. Un uomo pronto a combattere con forza la narrazione sbandierata dal Pd, ovvero il più grande movimento progressista del nostro Paese. Economia, guerra, immigrazione o adozioni gay. Qualsiasi sia il tema, Rizzo, e non da oggi, smonta con certosina costanza la tesi del Nazareno. Basti ricordare le parole usate durante la discussione del famigerato Ddl Zan. «La sinistra odierna è diventata una sorta di enorme partito radicale di massa, ovvero un’area politica totalmente liberista, affine alle grandi banche, ai grandi poteri europei, alla Nato, alla distruzione dei diritti dei lavoratori. Quasi a coprire questo tradimento, è stato centralizzato il tema dei diritti civili. Un’arma di distrazione di massa. I motivi sono pratici: massificare i consumi, ridurre la popolazione da essere pensanti a moderni schiavi, che vivono in una gabbia, di fronte ad un computer. Uomini e donne che ricevono il cibo attraverso l’e-commerce, che sopravvivono grazie al vergognoso reddito di cittadinanza. L’utero in affitto deve diventare un reato universale. È la trasformazione di un desiderio in un diritto». Il presidente onorario del Partito Comunista Italiano, anche su un tema caro a Elly Schlein, va controcorrente in un’intervista al quotididiano La Verità. Intransigente nel sottolineare come gli sbarchi di massa di immigrati africani, la politica dell’accoglienza e le scelte di Bruxelles nulla abbiano di umanitario, ma siano solo la sublimazione del capitalismo più estremo, la vittoria del ricco contro il povero, del potente nei confronti dell’ultimo. «I Paesi africani vengono sfruttati dalle nazioni europee, Francia in primis. Nonostante abbiano ricchezze naturali enormi, molte persone, costrette a vivere in assoluta povertà, affrontano viaggi della speranza per giungere in Europa. Mano d’opera pronta ad accettare salari indecenti. E, così facendo, colpevoli involontari di un danno evidente ai lavoratori autoctoni».

Posizione che, da sempre, il Pd boccia come «di destra». Se non addirittura «fasciste e razziste». Epiteti che, ovviamente, i tromboni stonati progressisti non possono utilizzare contro Rizzo. Che, anche sul conflitto ucraino, ha una posizione così netta e perentoria, da apparire rivoluzionaria. «Sarei pronto a votare Trump, turandomi il naso. Politicamente è molto lontano dalle mie posizione, ma è l’unico in grado di fermare questa folle guerra». Un futuro difficile per la sinistra. Che, secondo il sessantatreenne torinese, ha un’unica strada per tornare a prendere voti nelle fabbriche e nelle case popolari. «Va invertita la rotta. Basta cazzate su LGBT e clima. La sinistra è lavoro per tutti».

Tratto da: Il Tempo

Marco Rizzo, comunista di destra. Come smonta la linea Pd su migranti e diritti.
Marco Rizzo, comunista di destra. Come smonta la linea Pd su migranti e diritti.

Glossario di Carl Schmitt: idee memorie e amicizia con Jünger e Mohler

di Antonio Chimisso

Ritrovata la libertà, riprende a scrivere il suo diario. Ma non lo fa come era sua abitudine, raccontando la cronaca giornaliera in una scrittura stenografica ben difficilmente comprensibile. Ora usa una scrittura corrente.

26 settembre 1945: Carl Schmitt viene arrestato dagli americani e rimarrà in prigione fino al 10 ottobre 1946. Il 19 marzo 1947 è di nuovo fermato ed incarcerato dalle truppe di occupazione, trattenuto quale possibile teste, e con l’incombente possibilità di diventare imputato di fronte al Tribunale alleato di Norimberga, creato dai vincitori allo scopo di giudicare gli affermati delitti commessi dal Nemico.

Sarà rilasciato solo nell’estate del 1947, e si ritirerà nella sua casa di Plettemberg in condizioni di assoluta solitudine, dopo essere stato espulso dalla Camera dei Giuristi Tedeschi, privato della sua cattedra presso l’Università di Berlino e addirittura della sua biblioteca personale, sequestrata e accantonata in casse poi abbandonate in uno stabilimento industriale.

Ritrovata la libertà, riprende a scrivere il suo diario. Ma non lo fa come era sua abitudine, raccontando la cronaca giornaliera in una scrittura stenografica ben difficilmente comprensibile. Ora usa una scrittura corrente, in alfabeto gotico, e ferma su carta riflessioni, interrogativi, colloqui con gli autori a lui più vicini, Konrad Weiss, Ernst Jünger, Theodor Däubler, riportando testi delle lettere inviate alle persone che ancora gli sono vicine. Un diario che si estenderà fino al 1951, volutamente scritto in modo comprensibile con il chiaro intento di una sua futura pubblicazione.

Lui stesso ci spiega il senso di questo diario: “Memorie…Mémoires d’outre tombe; oppure mèmoires de l’au delà du dèluge (fonetica futurista….); aprèes nous le demontage…Queste memorie sono soltanto materia prima, abbozzo per un libro, fotocopie di palinsesti…(1)

Nascerà così Glossarium.  Aufzeichnungen der Jahre 1947/1951. Pubblicato postumo nel 1991, uscirà in Italia nel 2011 presso Giuffrè editore a cura di Petra del Santo.

È un’opera grandiosa, da cui emergono la sua sconfinata cultura e le dinamiche della sua ricerca, diretta ben oltre lo stretto ambito del diritto, nel continuo intrecciarsi con filosofia, teologia, storia. Fa i conti con Alberico Gentili, Bodin, Hobbes, de Toqueville, Donoso Cortès, Kelsen, offrendoci così una lettura a volte difficoltosa per l’ampiezza e la profondità dei riferimenti, ma chiarificatrice della sua intera opera, rivelando le ragioni intime del suo pensiero, delle sue convinzioni, delle sue essere nel mondo a lui contemporaneo. E da questi schizzi, appunti e riflessioni prendono corpo limpidamente le tematiche fondamentali della sua ricerca e della sua opera.

Evidente è la conferma della sua lontananza dal positivismo giuridico che con Kelsen sosteneva il rifiuto del “concetto di sovranità”, ovverosia di un’autorità posta fuori dalla norma ed in grado di legittimare la norma stessa, con l’attività dello Stato regolata da singole norme che trovano la loro validità solo nell’orizzonte definito dalla costituzione. Come spiega in modo chiarissimo Petra Del Santo, curatrice dell’edizione italiana, nell’introduzione al libro, Schmitt rifiuta queste posizioni che riducono l’ordinamento giuridico dello Stato ad un complesso di formule astratte e formali per affermare invece che una nuova norma trova la sua validità non in un’altra norma, ma in una decisione assunta in uno stato di eccezione a partire dal quale di volta in volta si produce attraverso la decisione stessa una nuova situazione di normalità.

Sulla guerra 

Per Schmitt, la decisione politica e giuridica è quindi un atto di legittimità che, sola, conferisce senso alla legalità della mera norma all’interno di un concreto orizzonte territoriale ed epocale, in modo che la comunità possa accettarla manifestando un consenso libero e spontaneo nei suoi confronti.

Schmitt rappresenta se stesso come ultimo esponente dello Jus Publicum Europeum che, da Alberico Gentili, attraverso Hobbes e Bodin sino ai suoi tempi, vedeva la guerra come attività legittima, pura espressione della sovranità dello Stato, ma condotta  secondo regole precise  riconoscendo al nemico pari dignità.  E con un nemico di pari dignità si può scendere a patti e trovare accordi.

Ma, dal 1848 al 1918, ha fatto irruzione nelle relazioni tra Stati l’International Law di marca democratica anglosassone, che vede la guerra attraverso un’ottica pacifista, e quindi la ripudia, ammettendo solo la Guerra giusta, da combattere contro un nemico ingiusto. Il Nemico viene così rappresentato non più attraverso categorie della politica, ma della morale, diventando inevitabilmente un folle, un pazzo, un criminale con cui non si può scendere a patti, ma si deve solo cercarne la radicale eliminazione.

Schmitt delinea e ribadisce così il concetto di Guerra giusta, di guerra umanitaria, quella guerra in cui al nemico si sottrae il concetto di umanità, per porlo al di fuori dell’umanità stessa, legittimando così se stessi a combatterlo con mezzi assolutamente inumani. La guerra cessa perciò di essere una guerra tra Stati, per assumere le sembianze della sua forma più crudele e sanguinaria, quelle della guerra civile.

Nella Guerra giusta il vincitore può togliere al nemico sconfitto ogni diritto, e si erge a giudice, trasformando lo sconfitto in criminale, imputabile di ogni colpa e passibile di ogni pena, come dimostrano i processi di Norimberga e Tokyo.

Schmitt ci descrive plasticamente l’orrore di tale guerra, figlia del pacifismo anglosassone, nella figura di Catone l’uticense, lo stoico strenuo difensore della Repubblica e per questo irriducibile nemico di Cesare, che preferisce togliersi la vita pur di non cadere mani degli uomini di Cesare. E quest’ultimo, sconfitto Pompeo, celebra la sua vittoria portando nel suo trionfo a Roma la figura di Catone riprodotta in effige: nessuna pietas per il nemico, nessuna pietas per il nemico suicida, ma, anzi, l’orrore di quel suicidio brandito ed esposto quale manifestazione e segno del proprio trionfo e della propria gloria (2).

I dialoghi

Nella sua solitudine, Schmitt si sente isolato e colpito dall’odio: “Ora sei nudo, nudo come alla nascita, in desolata vastità (3)”. E ricorda, con affetto spesso profondo, le persone che sente ancora vicine. “Come sono solo, insieme al povero Konrad Weiss (4). Dialoga con i fratelli Jünger: vede Friedrich Georg quale esperto di mito vivere “di resti e di sogni fin troppo a buon mercato (5), con Ernst si sente accomunato nello stesso destino: “L’ira contro L’operaio di Ernst Jünger, e, forse ancor di più, contro il mio Concetto di Politico, è l’ira del direttore di una stazione climatica noi confronti del medico che diagnostica proprio lì un caso di peste (6)”. Vede Ernst ormai maturo per il premio Nobel, ma ribadisce le sue riserve su L’Operaio: “L’Operaio di Jünger è stilizzazione letteraria, non speculativa; è osservazione esatta, scientifica ed entomologica, non c’è traccia di ontologia; morfologia entomologica di fenomeni storici con risultati aforistici (7)”.

Sottolinea la sua affinità esistenziale con Vilfredo Pareto (8), ricorda spesso AldousHuxley, di cui “in ogni frase…ho riconosciuto me stesso ed il mio modo di pensare” (9).

Con serenità, accenna alla gradita visita fattagli da Armin Mohler, con cui intraprende un dialogo per constatare la fine della legittimità della norma, espressione della sovranità dello Stato, ormai spazzata via dalla mera legalità del sistema liberale. La legittimità sopravvive soltanto nel sistema comunista ad Oriente, ma è solo “una legittimità rivoluzionaria, capace di giustificare ogni efferatezza, di conferire ad ogni imperialismo il carattere di una lotta di liberazione ed a ogni disumanità quello di un provvedimento al servizio di un’umanità superiore, nonché di garantire ad ogni cosa, a guerre e guerre civili, alla liquidazione di intere classi e intere popolazioni, l’assoluzione da parte dello spirito del mondo.” (10)

“Ora sono io un uomo messo al palo…quando ti inseguiranno gli assassini di Cristo…non illuderti di trovare aiuto presso questi intriganti dal ghigno sommesso” (11). 

E tra i persecutori tanti tra i “rimpatriati” del dopoguerra, come Bernanos (un uomo che – emigrato per tempo in tutta tranquillità, che non ha passato nemmeno un giorno in carcere, non ha mai vissuto un bombardamento – ora ritorna per malmenare noi europei con i suoi metri di misura (12) e Thomas Mann(miracoli del marco tedesco: Thomas Mann fa di nuovo la sua comparsa in Germania!(13) – Il veleno cadaverico di questa cadavere che non vuole saperne di morire mi fa rabbrividire, Thomas Mann! (14)” e quindi dal “vile Maritain” fino ad Henry Miller, “che ha scoperto e segnalato un nuovo nemico della razza umana: gli amici della cultura classica, gli amanti del passato” (15).

La categoria fallace della “guerra di aggressione”

Poche righe, pensieri espressi in sintesi estrema, e Schmitt pone una pietra tombale su tutta l’ipocrita retorica di condanna della guerra di aggressione, oggi così rumorosa eridondante: “La migliore difesa è l’attacco. Ma con l’attuale messa al bando dell’aggressore, accade piuttosto il contrario: il miglior attacco è la difesa; l’attacco mette in moto il sistema di sanzioni proscrittive per la sicurezza collettiva: ognuno è co-attaccato, e la guerra mondiale giusta e globale, globale e giusta, può avere inizio: è commovente chiamare tutto ciò garanzia di pace. Già Orwell ne parla in 1984” (16).

Si dimentica infatti troppo spesso che “la criminalizzazione dell’aggressore coincide con la legittimazione dello status quo. Gli anti-aggressori devono essere indicibilmente stupidi, se persino i rivoluzionari possono permettersi di prendere parte a questa criminalizzazione. Chi vede chi, oggi significa: chi attraverso l’obiettivo vede chi; è una pura questione di scelta di angolazione. Chi vede chi, lo stabilisco io.” (17)

  1.       Glossario  pag. 184  19.4.1948
  2.       Cit. pag 61  16.11.1947
  3.       Schmitt Ex Captivitate Salus pag, 81  Glossario pag, 222
  4.       Cit. pag. 222  5.6.1948
  5.       Cit. pag. 223 9.6.1948
  6.       Cit. pag. 225 10.6.1948
  7.       Cit. 3.7.49 pag. 351
  8.       Cit. 23.7.48 pag. 255
  9.       Cit. 1.12.1947 pag. 80
  10. (10)Cit. 30.7.1948 pagg. 259-259 
  11. (11)Cit. 23.4.49 pag. 327
  12. (12)Cit. 5.10.48 pag 282/283
  13. (13)Cit. 20.5.29 pag. 342
  14. (14)Cit. 13.8.49 papg. 366
  15. (15)Cit. 18.10.48 pag. 286
  16. (16)Cit. 3.7.49 pag 350/351
  17. (17)Cit. 29.5.50  pag 423

Tratto da: Barbadillo.it

Glossario di Carl Schmitt: idee memorie e amicizia con Jünger e Mohler
Glossario di Carl Schmitt: idee memorie e amicizia con Jünger e Mohler

RICONCILIARSI

a cura di Ottava di Bingen

“Ricorda
che non è tuo dovere sanare il lignaggio da cui provieni
e che la linea di sangue di chi ti ha “preceduto”
è un tempo e uno spazio Sacro
da rispettare e con cui Riconciliarsi.
Questo Sapere è,
un passo tuo,
necessario nella ri-conciliazione con te stesso.
Accettare il passato,
incontrarti nel presente convergendo lo sguardo,
ed evitando,
se puoi,
di riprodurre le stesse dinamiche “non funzionali”
di chi ti ha preceduto.
Riconciliandoti saprai offrire una base e una spinta più forte per chi ti seguirà nella genealogia.”

RICONCILIARSI
RICONCILIARSI

La determinazione dell’Iran ha costretto la Russia a cambiare posizione

a cura della Redazione

14 agosto 2023

Kayhan ha scritto che la forte reazione dell’Iran al sostegno del ministro degli Esteri russo per una dichiarazione del GCC sulle tre isole iraniane di Abu Musa e Grande e Piccola Tunbs nel Golfo Persico ha costretto Mosca a fare marcia indietro. Diceva: La velocità con cui il Cremlino si è ritirato dalla sua posizione congiunta con il Consiglio di cooperazione del Golfo Persico riguardo alle tre isole iraniane dimostra che Mosca sente chiaramente di aver bisogno dell’Iran più di quanto l’Iran abbia bisogno della Russia.

L’intensità della reazione dell’Iran e la disponibilità di Mosca al ritiro indicano che ogni volta che Teheran perde interesse nello sviluppo delle relazioni con la Russia, è probabile che qualcosa cambi in futuro. Ciò può essere dovuto al crescente isolamento della Russia dalla guerra contro l’Ucraina o agli errori di Mosca. Al momento, un possibile cambiamento negli sviluppi, come la rottura delle relazioni Teheran-Mosca, sembra molto improbabile, ma se in futuro la Russia si rivolgerà nuovamente ad una diplomazia imprudente, allora questa possibilità sarà quasi certa. La velocità con cui Lavrov e il Ministero degli Esteri russo si sono mossi per correggere l’errore del loro rappresentante: le isole,

Iran: influenza in calo

In un commento il quotidiano iraniano ha parlato del viaggio di Michael Kurila, comandante dell’organizzazione terroristica CENTCOM, nel Golfo Persico. Il giornale scriveva: L’America continua a inviare più truppe ed equipaggiamenti militari in questa regione. Perché alla luce dei gravi sviluppi nella geografia politica della regione, non solo l’influenza americana sarà ridotta e le sue relazioni con i paesi del Golfo Persico ne risentiranno, ma potrà anche fornire le basi per formare un blocco di sicurezza e cooperazione economica in la regione con la centralità della Repubblica Islamica. A causa dell’indebolimento della posizione delle forze americane e delle basi militari in diverse parti della regione, l’alto ufficiale militare americano ha visitato la regione sotto le massime misure di sicurezza.

La potenza navale dell’Iran si è manifestata in molti campi, come lo svolgimento di manovre congiunte nella regione dell’America Latina, considerata il cortile americano, e la storica navigazione dell’86a flottiglia intorno al mondo. Questi sono esempi che dimostrano l’affidabilità della Marina iraniana come potente forza di sicurezza. Questo potere costituirà un fattore importante per aumentare la fiducia in se stessi dei paesi della regione nei confronti dei pretendenti extraregionali e getterà le basi per una cooperazione maggiore e più ampia.

Vatan-e-Emrooz: I nemici non hanno altra scelta che cambiare la loro strategia contro l’Iran

In un’analisi dei risultati dell’86a flottiglia, Vatan-e-Emrooz ha dichiarato: La missione di 8 mesi di questa flottiglia ha dimostrato al mondo le capacità della Repubblica islamica dell’Iran nel campo marittimo. Essere sulla costa del Sud America è stato uno dei grandi risultati che la flottiglia è riuscita a realizzare. Una volta gli americani tracciarono una linea sulla mappa e annunciarono che gli iraniani non potevano attraversare l’Oceano Atlantico e raggiungere le coste del continente americano, ma l’86a flottiglia dimostrò che l’Iran può essere presente non solo sulle coste del continente americano ma ovunque voglia e non c’è limite alle macchie blu del pianeta e nessun Paese può impedire questa presenza. La visita della flottiglia iraniana sulle coste del Brasile è come la sconfitta degli Stati Uniti di fronte all’Iran, che, nonostante i grandi sforzi, non è riuscita a impedire alla flottiglia iraniana di attraccare nel porto di Rio de Janeiro in Brasile. Gli americani hanno fatto molti sforzi per impedire questa azione, ma non ci sono riusciti.

Shargh: La promessa dell’America non è valida nemmeno con i talebani

In un commento, Shargh ha scritto: Fonti vicine alla squadra negoziale dei talebani a Doha hanno dichiarato che negli ultimi incontri, il rappresentante degli Stati Uniti ha affermato chiaramente che il suo paese è pronto a liberare i beni dell’Afghanistan che erano stati precedentemente bloccati da Washington in cambio di un ruolo insicuro, questione alla quale i Talebani hanno dato una risposta negativa. Nei suoi incontri seriali con funzionari talebani, Tom West, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan, ha sempre chiesto che l’Afghanistan sotto il dominio islamico diventasse una forza destabilizzante per la Repubblica islamica dell’Iran. Fonti diplomatiche vicine alla squadra negoziale talebana tra il 2013 e il 2015 hanno anche dichiarato che questa proposta era stata avanzata più volte dagli americani.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

La determinazione dell'Iran ha costretto la Russia a cambiare posizione
La determinazione dell’Iran ha costretto la Russia a cambiare posizione

DOMANDE CHIAVE CHE TI ATTRAVERSANO L’ESISTENZA

di Roberto Gervasio

la mitica domanda “che cosa devo fare???”
che cosa devo fare per raggiungere l’illuminazione?
per conoscere Dio?
per accedere alla verità?
domanda mitica
ma, allo stesso tempo, malposta
perché non c’è niente da “fare”
in Cina si insiste sul concetto di Wu-Wei “non azione”
in India si dice neti neti “né questo né quello”
nella tradizione Cristiana si insegna che è Dio Padre ad agire, l’uomo al massimo è testimone
facendo, al massimo, si accumula “potere”
assai più facilmente, si accumula karma
ma niente a che vedere con le domande di cui sopra
non vi è nulla da fare, dunque
piuttosto
si deve essere
l’uomo in croce non può fare nulla
può, ed è chiamato, a essere.

Disse allora Gesù:
«Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che IO SONO e NON FACCIO NULLA da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo»
Gv 8,28

DOMANDE CHIAVE CHE TI ATTRAVERSANO L'ESISTENZA
DOMANDE CHIAVE CHE TI ATTRAVERSANO L’ESISTENZA

L’AIUTO MIGLIORE CHE L’UNIONE EUROPEA POSSA DARE IN AFRICA E’ ANDARSENE

di Nicolò Govoni

Non ci credi? Ogni anno sono circa 30 i miliardi di dollari che il mondo dona al Continente sotto forma di aiuto umanitario. Ma sai, al contempo, quanto si prende tra risorse naturali, prestiti, profitto delle multinazionali e flussi illeciti? 190 miliardi.

L’aiuto umanitario, nella stragrande maggioranza dei casi, non è che una forma di ingegneria politica che permette ai governi Occidentali, attraverso le organizzazioni da loro foraggiate, di controllare il Continente, mantenendo la propria egemonia.

Si fa molto parlare, in questi giorni, di neocolonialismo, soprattutto dopo il colpo in Niger e la cacciata della Francia dal Paese – un fenomeno che di recente ha coinvolto diversi Paesi dell’Africa Occidentale e Centrale, tra cui il Mali, il Chad, la Guinea, il Sudan e il Burkina Faso. E nonostante le cause scatenanti di questi smottamenti politici siano le più disparate, tutti i nuovi regimi concordano su un principio fondamentale: fuori i poteri del Nord Globale ora. L’Africa agli Africani, finalmente. E se ti chiedi il perché, non preoccuparti, sei in buona compagnia. Il 99% della gente rimane assolutamente scioccata venendo a conoscenza dell’influenza che ancora oggi gli ex poteri coloniali esercitano sul Continente. Esempio lampante?

L’uranio del Niger contribuisce a più del 30% del fabbisogno energetico della Francia. Il 90% dei nigerini non ha accesso all’elettricità. Pazzesco, no?

È per questo che quando sento il solito ciuco parlante di turno dire che “anche l’Africa ha tratto beneficio dal colonialismo” mi viene da strapparmi le orecchie.

Perché se siamo qui, a offrire l’istruzione dell’élite mondiale ai bambini più vulnerabili di otto Paesi africani diversi, non è per carità o per compassione. È per giustizia sociale. È per saldare un debito dovuto da troppo tempo. È per restituire l’Africa agli africani, dopo che, per secoli, gliel’abbiamo rubata. Mai più. Mai più. Mai più.

Il colonialismo e il neoimperialismo avvantaggiano un solo partito: il colonizzatore. Senza, l’Europa sarebbe la metà di quello che è oggi. E l’Africa sarebbe il doppio. Tutto il resto è propaganda.

Speriamo che questo, almeno, non ce lo oscurino.

L'AIUTO MIGLIORE CHE L'UNIONE EUROPEA POSSA DARE IN AFRICA E' ANDARSENE
L’AIUTO MIGLIORE CHE L’UNIONE EUROPEA POSSA DARE IN AFRICA E’ ANDARSENE

In treno verso il nulla, stranieri a casa propria

di Marcello Veneziani

13 agosto 2023

L’altra sera ho preso un treno locale tra Foggia e Bari. Ero nella mia terra, dovevo raggiungere il mio paese natale, ho preso l’ultimo regionale della sera. Non ero in prima classe, non leggevo Proust, non ero tra lanzichenecchi, come era capitato ad Alain Elkann ed ero curioso di chi mi stava intorno. Ero l’unico anziano in un treno zeppo di ragazzi, pendolari della movida, che si spostavano per andare a fare nottata in paesi vicini. Ero su una tratta che un tempo mi era famigliare, ma mi sono sentito straniero a casa mia. No, non c’erano stranieri sul treno, come spesso capita nei locali. Ricordo una volta su un locale, ero l’unico italiano tra extracomunitari, in prevalenza neri, con forte disagio perché ero pure l’unico ad avere il biglietto. Stavolta invece ero tra ragazzi dei paesi della mia infanzia e prima giovinezza, eppure mi sentivo più straniero che in altre occasioni.
Li osservavo quei ragazzi e soprattutto quelle ragazze, erano sciami urlanti che agitavano il loro oggetto sacro, la loro lampada d’Aladino e il loro totem, lo smartphone. Si chiamavano in continuazione, la parola chiave per comunicare era “Amò”, ed era un continuo chiedersi dove siete, dove ci vediamo. Era come parlare tra navigatori che si dicevano la posizione.
Le ragazze erano vestite, anzi svestite, scosciatissime, come se fossero cubiste o giù di lì, con corpi inadeguati. Era il loro dì di festa, il loro sabato del villaggio, ma in epoca assai diversa da quella in cui Leopardi raccontava l’animazione paesana che precede la domenica. Dei loro antenati forse avevano solo la stessa pacchianeria prefestiva, ma nel tempo in cui ciascuno si sente un po’ ferragnez e un po’ rockstar. Parlavano tra loro un linguaggio basic, frasi fatte e modi di dire sincopati. Mai una frase compiuta, solo un petulante chiamarsi, interrotto da qualche selfie, si mandavano la posizione e si apprestavano a incontrarsi e poi a stordirsi di musica, frastuono, qualche beverone, fumo, e non so che altro. Li ho visti in faccia quei ragazzi, erano seriali, intercambiabili, dicevano tutti le stesse cose, ciascuno in contatto col branco di riferimento. Cercavo di trovare in ciascuno di loro una differenza, un’origine, un qualcosa di diverso dal branco; ma forse erano i miei occhi estranei, la mia età ormai remota dalla loro, però non ravvisavo nulla che li distinguesse, che li rendesse veri, non dico genuini. Eppure parlavano solo di sé, si specchiavano nei loro video, si selfavano, un continuo viversi addosso senza minimamente preoccuparsi di chi era a fianco, insieme o di fronte. Sconnessi.
Magari è una fase della loro vita, poi cambieranno; magari in mucchio danno il peggio di sé, da soli sono migliori. Però non c’era nulla che facesse vagamente pensare al loro futuro e al loro piccolo passato, alle loro famiglie, ai loro paesi, al mondo circostante; tantomeno alla storia, figuriamoci ai pensieri, alla vita interiore, alle convinzioni. Traspariva la loro ignoranza abissale, cosmica; di tutto, salvo che dell’uso dello smartphone. Anche i loro antenati, mi sono detto, erano ignoranti; ma quella era ignoranza contadina, arcaica e proletaria, carica di umiltà e di fatica, di miseria e di stupore; la loro no, è un’ignoranza supponente e accessoriata, non dovuta a necessità, con una smodata voglia di piacere e vivere al massimo il piacere, totalmente immersi nel momento. Salvo poi cadere negli abissi della depressione, perché sono fragilissimi.
Mi sono detto che i vecchi si lamentano sempre e da sempre dei più giovani, li vedono sempre peggiori di loro e dei loro nonni. Però, credetemi, la sensazione più forte rispetto a loro, era un’estraneità assoluta, marziana: nulla in comune se non il generico essere mortali, bipedi, parlanti. In comune non avevamo più nulla, eccetto i telefonini. Per confortarmi mi sono ricordato di quei rari ragazzi che mi è capitato di conoscere e che smentiscono il cliché: sono riflessivi, pensanti, leggono, studiano con serietà, sanno distinguere il tempo del divertimento dal tempo della conoscenza, hanno curiosità di vita, capiscono l’esistenza di altri mondi e altre generazioni, capaci di intavolare perfino una discussione con chi non appartiene alla loro anagrafe. Però ho il forte timore che siano davvero eccezioni. E mille prove personali e altrui confermano questa impressione. Raccontava un amico che fa incontri nelle scuole che davanti a una platea di trecento ragazzi, chiese loro se leggessero giornali, o addirittura libri, se vedessero qualche telegiornale, se sapessero di alcuni personaggi, non dico storici o i grandi del passato, ma almeno importanti nella nostra epoca. Uno su cento, e poi il silenzio. Hanno perso la loro ultima piazza, il video, ognuno si vede il suo film e la sua serie su netflix o piattaforme equivalenti, segue il suo idolo, ha vita solo social.
Qualunque cosa in chiave politica e sociale, storica o culturale, non li sfiora, non li tocca, non desta il loro minimo interesse. Certo, sono sempre le minoranze a seguire attivamente la realtà o a coltivare una visione del mondo e condividerla con un popolo, un movimento, una comunità. In ogni caso non è “colpa loro”, se sono così. E’ anche colpa nostra; anzi non è questione di colpe. E l’impossibilità di comunicare con loro dipende pure da noi. Però, mi chiedo: cosa sarà tra pochi decenni di tutto il mondo che si è pazientemente e faticosamente costruito lungo i secoli, attraverso scontri, guerre, sacrifici, fede, conoscenza, lavoro, lavoro, lavoro? Nulla, il Nulla. Sono questi i cittadini, gli italiani, di domani? Sono forse diversi, e più nostrani, rispetto agli stranieri extracomunitari che sbarcano da noi a fiumi? Tabula rasa, zero assoluto, il postumano si realizza anche senza manipolazioni genetiche, robot sostitutivi, intelligenze artificiali e mostri prodotti in laboratorio. Quel treno della notte non portava da un paese a un altro, portava solo nella notte.

Tratto da: Marcello Veneziani Blog

In treno verso il nulla, stranieri a casa propria
In treno verso il nulla, stranieri a casa propria

VIA DELLA SETA O VIA DEL TAO?

di Silvano Danesi

“L’uomo del Tao vive nel Tao come un pesce nell’acqua.
Se cerchiamo di insegnare ad un pesce
che l’acqua è fisicamente composta
da due parti di idrogeno e una di ossigeno,
il pesce si metterà a ridere”.
Al Chung-liang Huang[1]

L’attualità geopolitica ci propone ogni giorno il rapporto conflittuale, per alcuni, collaborativo, per altri, con la Cina.

Anche oggi, come nel passato, c’è chi percorre la Via della Seta, con logiche mercantili e chi percorre la Via del Tao, con afflato spirituale.

Nel passato la prima opzione fu incarnata dal veneziano Marco Polo, nato il 15 settembre del 1254, il quale viaggiò sulla Via della Seta fino alla Cina (allora Catai) dal 1271 al 1295; divenne ambasciatore del Gran Khan Kubilai e descrisse il suoi viaggi dediti al commercio, compiuti con il padre e lo zio, nella sua opera Il Milione.

“Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov’era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ov’egli era con molti baroni, e inginocchionsi dinanzi a lui, cioè al Gran Cane, e molto si umigliarono a lui. Egli li fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane ch’era con loro. Disse messer Nicolò: «Egli è vostro uomo e mio figliolo». Disse il Gran Cane: «Egli sia il benvenuto e molto mi piace»”. (Il Milione).

Trecento anni dopo, nel 1552, a Macerata è nato Matteo Ricci, gesuita, matematico, cartografo e sinologo. Vissuto al tempo della dinastia Ming, naturalizzato con il nome di Lì Mădòu, in Cina Ricci indossò gli abiti del bonzo e si dedicò all’apprendimento della lingua e dei costumi cinesi, Ricci, con l’intenzione di farsi cinese tra i cinesi. Abbandonato l’abito del bonzo e vestito quello degli studiosi cinesi, divenne uno studioso di Confucio e un assertore della possibilità che alcuni principi confuciani potessero essere accolti nel cristianesimo, avendo trovato somiglianze tra la cultura confuciana e la filosofia greca.

I due italiani, chi in un modo, chi nell’altro, sono i precursori di un approccio mercantile e culturale che oggi trova epigoni nel Segretario di Stato del Vaticano e nella linea filo cinese di Bergoglio.

La Via del Tao, come quella del buddismo (contrastata da Matteo Ricci) è lontana dagli interessi degli italiani del XIII e del XVI secolo, nonché da quelli odierni.

Eppure l’incontro tra l’Occidente e l’Oriente non può essere solo di convenienza mercantile o di scambio politico filosofico.

L’incontro, se vuole essere fecondo, deve camminare su altre vie, più profonde e, tra queste, in particolare, sulla Via del Tao, la cui impostazione filosofica è oggi la più vicina alle modalità con le quali ragiona la fisica moderna, a tal punto da prestare alla stessa le parole che la filosofia occidentale non possiede, a meno ché non si torni al pensiero enigmatico e profondissimo di Eraclito.

Di questo rapporto tra il Tao e la fisica moderna è testimone il testo di Fritjof Capra, “Il Tao della fisica”, iniziatore di una ormai lunga serie di riflessioni in materia.

Un contributo alla riflessione sul rapporto tra Oriente ed Occidente non può che partire da una considerazione apparentemente banale: ogni Occidente ha un proprio Oriente il quale è, a sua volta, l’Occidente di un Oriente.

Le relazioni tra gli orienti e gli occidenti sono variate nel corso della storia e quelle che oggi chiamiamo cultura occidentale è il portato di più incontri di orienti e di occidenti antichi.

L’Oriente degli Egizi era la Masopotamia assiro babilonese, erede della cultura sumera, così come lo era per la Grecia.

L’Oriente di Alessandro Magno era l’India.

L’Oriente dei Baschi, il popolo che ripopolò l’Europa dopo l’ultima glaciazione, così come quello delle popolazioni del Neolitico europeo, era quello dei Kurgan, gli indoeuropei provenienti dalle steppe russe e successivamente distintisi nelle popolazioni degli Sciti e dei Celti, il quali, nell’Età del Ferro, diedero vita alle culture di Hallstatt (Austria), di La Thene (Svizzera) e di Golasecca (nei pressi di Varese).

L’Egitto antico, dal quale deriva gran parte delle radici della cultura europea, è sul 30° meridiano (oltrechè, per una strana “coincidenza”, sul 30° parallelo), ossia sulla stessa longitudine di Bisanzio e di Murmansk. Possiamo ben dire che l’Egitto antico è Occidente, nell’accezione moderna con la quale è denominata la cultura europea, ossia, appunto, “occidentale”.

C’è, infine, un altro Oriente, quello derivante da “oriri”, che significa l’Origine dalla quale veniamo e che ha un suo Occidente, l’Aldilà, che è il luogo verso il quale andiamo.

La cultura occidentale ha una molteplicità di radici antichissime, alle quali si è aggiunta quella cristiana che ha dato un contributo significativo alla coscienza europea, attualmente in crisi oicofobica. La radice cristiana è stata dominante per secoli, in quanto la Chiesa cattolica apostolica romana ha ereditato e continuato l’impero romano, dopo la sua fine. Oggi c’è un altro impero che rischia di finire.

L’ordine economico mondiale, che dalla seconda guerra mondiale ruota intorno agli Stati Uniti, è al capolinea? Nel 2050 gli Usa potrebbero essere la terza economia mondiale dopo Cina e India? Sarà così o l’attuale confronto cambierà i percorsi e le prospettive? Riuscirà l’Occidente a salvaguardare la propria cultura, le proprie conquiste, la propria peculiarità? Tutti questi cambiamenti rendono necessaria una nuova governance mondiale o un ritorno alle patrie e agli stati, dopo un periodo di dominio dell’idea di un nuovo ordine mondiale e di una globalizzazione senza confini?

L’umanità del terzo millennio ha davanti a sé scelte esistenziali decisive per la sua stessa sopravvivenza sul pianeta.

La Terra può fare a meno dell’essere umano. L’essere umano non può fare a meno della Terra.

Riflettere sulla cultura dell’incontro tra Occidente e Oriente è quanto mai necessario.

Richard E. Nisbett, psicologo sociale e cognitivo americano, nel suo “Il Tao e Aristotele”, dopo aver descritto le diverse modalità con le quali occidentali e orientali pensano e interpretano se stessi, il mondo e la realtà e dopo aver preso in considerazione l’idea, tutta occidentale, che il pianeta deve “occidentalizzarsi” e l’altra, opposta, che si possa avere una prosepttiva di “divergenza duratura”, propone l’idea che tra pensiero occidentale e pensiero orientale possa esserci una convergenza.

“Si deve però considerare – scrive infatti E.Nisbett – un terzo punto di vista, cioè che il mondo potrebbe essere sulla strada della convergenza, invece che della divergenza duratura, ma una convergenza fondata non puramente sull’occidentalizzazione, ma anche su un’orientalizzazione e su nuove forme cognitive basate sull’amalgamarsi dei sistemi sociali e dei valori”. [2]

Nisbett elenca alcune tendenze occidentalizzanti in atto in Oriente e altre orientalizzanti in atto in Occidente e, soprattutto, evidenzia un aspetto fondamentale, ossia il fatto che “gli occidentali sperimentano sistemi logici che non richiedono che un’affermazione debba essere vera o falsa. Alcuni grandi fisici del XX secolo, come Nils Bohr – sottolinea lo psicologo americano – hanno attribuito il loro progresso nella meccanica quantistica alle idee orientali”. [3]

“Sono convinto – afferma pertanto a conclusione del suo libro Nisbett – che Oriente e Occidente si incontreranno grazie all’avvicinamento di ognuno nella direzione dell’altro. Est e Ovest possono contribuire alla realizzazione di un mondo più omogeneo dove le peculiarità sociali e cognitive delle due culture saranno entrambe rappresentate ma trasformate, come i singoli ingredienti di una macedonia, che sono riconoscibili ma appaiono diversi, perché ognuno di essi modifica l’insieme. E’ lecito sperare che questa macedonia contenga gli elementi più gustosi e maturi di ciascuna cultura”. [4]

Quali sono le principali differenze di pensiero che distinguono Occidente e Oriente?

“Gli occidentali – scrive Nisbett – sono inclini alla categorizzazione, intesa come strumento per conoscere quali regole applicare agli oggetti in questione, e la logica formale svolge un ruolo rilevante nella risoluzione dei problemi. Al contrario, gli asiatici orientali prestano attenzione non solo agli oggetti, ma anche a tutto ciò che li circonda, il mondo sembra più complicato e la comprensione degli eventi presuppone sempre l’analisi di numerosi fattori che interagiscono in maniera complessa e non deterministica. Gli orientali ritengono che la logica formale giochi un ruolo limitato nella risoluzione dei problemi: infatti le persone troppo interessate alla logica sono spesso considerate immature”. [5]

Caratteristiche occidentali Caratteristiche orientali

Forte senso di identità del singolo. Armonia – “Ogni essere era prima di tutto il membro di una collettività o, piuttosto, di molteplici collettività: il clan, il villaggio e, specialmente, la famiglia”. [6] Godere di un’esistenza tranquilla vissuta in un contesto agreste e caratterizzato da una rete sociale armonica.
Categorizzazione della realtà. Visione olistica – Gli eventi hanno sempre luogo in un campo di forze. Tutte le cose sono profondamente collegate e ognuna di esse è alterata dal contesto.
Libertà di esercitare le proprie attitudini. Consapevolezza dell’importanza dell’agire collettivo – Il bisogno di godere di stima della comunità (la faccia).
Esaltazione dell’agire individuale. Una genialità prettamente empirica, non un interesse astratto per il pensiero e la ricerca scintifici. Il sinologo e filosofo Donald Munro, citato in Nisbett, scrive: “Nel confucianesimo non vi era alcun pensiero sul conoscere che non implicasse delle conseguenze sul fare”. [7]
Logica lineare aut-aut – Principio di non contraddizione. Interazione degli opposti – Lo yin più vero è lo yang che è nello yin.

La natura è oggettivata. Nel taoismo: grande amore per la natura; religione della meraviglia, della magia e dell’immaginazione; considerava la natura come risultato dell’interazione tra la natura e gli eventi umani.

Se l’incontro avviene sulla Via della Seta e della cultura confuciana, la macedonia rischia di essere difficilmente componibile in modo armonico.

Vediamone il motivo.

L’enciclopedia Treccani descrive così, sinteticamente, la figura e l’opera di Confucio, il quale “vissuto in Cina fra il 6° e il 5° secolo a.C., andò per tutta la vita in cerca di un sovrano cui insegnare i principi morali indispensabili per regnare saggiamente e unificare la Cina. I discepoli continuarono a diffondere il suo insegnamento; ma il confucianesimo riuscì a prevalere solo nel 10° secolo d.C., quando divenne il punto di riferimento essenziale per la cultura e la società cinesi: per diventare funzionari di Stato era necessario superare un esame e dimostrare la conoscenza dei testi confuciani. Questa situazione è durata fino all’inizio del 20° secolo; ma ancora oggi, i valori affermati da Confucio godono di grande considerazione”.

Testimone della fine di una civiltà durata 1.500 anni e vissuto in un periodo di anarchia, Confucio, come spiega Alberto Castellani nell’introduzione ai “Dialoghi”, guardava alla tradizione con la nostalgia di chi voleva restaurare un ordine sociale basato su regole precise. Regole che Castellani, ricordando la tradizione, riassume come segue: “La supremazia di un capo sulla massa; l’autorità paterna, sindacante l’andamento della famiglia, è di già assai accentuata fin d’allora. La vita a base patriarcale, ma tuttavia pervasa da un sano senso di collettivismo, sbocca di necessità nel concetto del patriarcato sociale: ossia di una società ormai costituita che per difendersi nella sua più alta forma raggiunta, ha bisogno di un duce: allora come il Popolo lega quella sua eredità al Predestinato, al Figlio del Cielo (T’ien Tsŭ), l’Imperatore, a sua volta, perché questo legato non gli sfugga, investe, in ogni parte del territorio, persone capaci di aiutarlo ad esercitare e a conservare il suo mandato divino. Le prime basi per un regime feudale sono così tracciate. Non come da noi, in Occidente, dove l’individuo con lotte aspre e con baldanza guerriera elabora, per se stesso, attraverso una serie di faticose conquiste, l’idea dello Stato, ma, al contrario, in Cina, è tutta la collettività di un popolo che, concorde, dopo la più pacifica penetrazione, attraverso il più armonico e indisturbato svolgimento, si sente arrivata da un pezzo allo stato di cui ora chiede anche all’esterno il suggello definitivo. Da noi l’individuo è tutto: indaga, scopre e fonda; in Cina l’individuo è subordinato all’insieme, in quanto che doveri ben precisi gli incombono, prescritti da quel Tutto di cui egli deve sentirsi una parte. La libera forza individuale non ha posto a predica; l’uomo sta alla società, ormai immutabilmente redatta, come la cellula all’organismo. La pietà filiale, il rispetto dei giovani per i vecchi, del fratello minore per il fratello maggiore, virtù essenziali per i Cinesi, praticate anch’oggi come allora, perché considerate i capisaldi della vita collettiva, traggono la loro più intima origine dalla particolare struttura di questa società agricola, democratica e comunista. Anche la religione non si svolse separata dall’idea dello Stato. L’Imperatore è anche il Pontefice; i suoi funzionari politici sono anche i suoi sacerdoti. Egli ha la custodia del Popolo: se sacrifica al Cielo è per lui; se invoca i geni dei monti, dei fiumi e dei boschi è per lui, per il suo bene: ma se, dimentico di questa sua alta protezione, lo tiranneggia e lo aspreggia, allora il Cielo gli ritira il mandato; cioè: il Popolo lo sbalza dal trono. Tracce di questa concezione si rinvengono nel mito e nella prei- storia cinese che giova far conoscere in brevi tratti”. [8]

“Questa costituzione, tanto ammirata dal Maestro – prosegue Castellani – inquadra l’uomo nella società come il soldato nell’esercito: regole fisse (li) escludono la sua volontà personale; la sua vita è prestabilita fino nei suoi più minuti dettagli; il suo dovere è di stendersi in questo letto di Procuste che trova pronto, nascendo. In alto l’Imperatore e i Principi, in basso il Popolo, diviso in gruppi di otto famiglie: l’Imperatore e i Principi hanno il monopolio dell’intelligenza, il Popolo ha quello dell’obbedienza: ogni individuo è considerato come un piccolo dente che nella gran rota dell’organismo statale ha il suo piccolo vano ove ingranare: l’obbligo è la molla prima di ogni azione individuale. Ma errerebbe chi credesse che tra il basso e l’alto non ci fosse armonia: il Popolo ha investito il predestinato, il Predestinato veglia e regola, per i suoi attributi semidivini, il buon andamento del Popolo: questi, dalla sua fatica quotidiana, intuisce che la fatica dell’Imperatore, nel suo atteggiamento immobile, supera, per complessità e profondità, la sua. Nel suo concetto l’Imperatore è il vero intermediario tra il Cielo e la Terra; perciò è anche Pontefice, e i suoi funzionari come altrettante propaggini della sua duplice potenza. Il Figlio del Cielo ha il suo culto che s’indirizza prima al Cielo e poi ai Geni terrestri: il Popolo ha il culto dei Lari e degli Antenati. Così l’idea religiosa si trova commista all’idea di Stato. Tre grandi Duchi (San Kung) formavano il supremo consiglio e sei Ministri (Liu Ching) eseguivano gli ordini. La Cina sotto gli Chou era divenuta come una federazione di Stati che trovavano in uno di essi (quello di Chou) la loro unità imperiale. Si comprende subito dove si trovi il tallone di Achille per uno Stato così fatto: se chi è a capo della federazione non è una forte personalità, che tenga desto nei Principi feudatari il sentimento della propria supremazia, i legami che tengono unito l’insieme si andranno man mano allentando fino alla disgregazione. Così difatti av- venne. Ai tempi di Confucio le cose erano già arrivate a tal punto che più oltre non potevano andare: non solo il Principe si ribella all’Imperatore, ma il servo al Principe: una follia di potere invade gli animi tanto più quanto più esso si palesa cosa irraggiungibile o caduca. Quando nasce Confucio, il caos dell’anarchia ondeggia per tutto: spettacolo imponente e miserando! Una grande civiltà durata 1500 anni stava naufragando lentamente per sempre”. [9]

Confucio, come scrive Castellani “sente che solo dal passato glorioso egli potrà spremere il farmaco efficace per la salute delle generazioni presenti. […]. Ting Kung, succeduto un anno prima nel Reame di Lu, ormai in piena anarchia, al fratello Chao Kung, morto in esilio, chiama Confucio e gli affida il governo della città di Chung Tu. Ora gli è porta finalmente occasione di sperimentare, se le sue teorie vanno d’accordo con la realtà: sembra di sì perché in breve tempo opera prodigi: le strade si mondano di ladri; regolati sono i rapporti tra uomo e donna; mitigate le tasse; reso più dignitoso il consorzio; addolcito il trattamento del popolo; abolito il soverchio lusso dei funerali. Egli si fa notare in tal modo che Ting Kung, lo crea Ministro dei Lavori pubblici e della Giustizia. Egli ha ormai breve spazio per applicare la sua dottrina che aspira ad arrivare allo Stato perfetto mediante il rinnovamento etico dell’uomo; ciò che non è perfetto non dura. Per quanto la Realpolitik sia, dopo tutto, il suo scopo, vede in questa meno che una parvenza se non si appoggia sopra una solida base spirituale, materiata d’amore e di giustizia. Tutta la sua adorazione va ai fondatori della terza Dinastia, cioè a Wu Wang, Wen Wang e Tan, il Duca di Chou, che insieme ai tre primi Imperatori Yao, Shun e Yü, formano la schiera dei così detti «Sette Saggi». […].[10]

Il seguito della storia lo vede, a causa di rivolgimenti di potere, esule e peregrinante per il mondo alla ricerca di “un Principe di buona volontà che capisca la portata dei suoi ammaestramenti, i quali si prefiggono di rinnovare il mondo, risuscitando il passato”. [11] “Egli – scrive Castellani – ci appare in quel periodo di disordine, di anarchia, di dissolvimento, come l’erede legittimo di una grande civiltà defunta ch’egli medita ancora di imporre al suo popolo: il suo «ritorno ideale» non è ripiegamento ma volontà conscia di resurrezione”. [12]

La Via della Seta e l’incontro con la cultura confuciana rappresentano, per l’Occidente, una scelta di convenienza commerciale e, nel contempo, un approccio filosofico che percorre gli antichi e mai abbandonati sentieri delle repubbliche dei saggi, degli aristocratici, delle élite che comandano e del popolo che obbedisce. Sentieri che nella loro accezione nobile si presentano nelle forme della Repubblica di Platone e dei vari scritti filosofici che da questa prendono spunto e che, nella forme meno nobili si sono realizzati nel feudalesimo e nelle dittature.

Sono i sentieri che oggi pensano di percorrere gli assertori del Nuovo Ordine Mondiale, voluto e gestito dalla finanza internazionale.

Ben altra via è quella del Tao, che si apre all’incontro tra la la scienza, che va oltre la logica deterministica e l’antica filosofia cinese, dove il non-essere non è il nulla; è la Via, la Madre che dà origine all’essere e il Tao, immutabile e in continuo movimento, richiama il concetto di campo quantico.

Oggi i fisici, scrive Robert Lanza, affrontando il tema dell’energia onnipervasiva o energia del punto zero e “ritengono che questa sottostante «energia del vuoto» non sia soltanto onnipresente, ma complessivamente enorme. […]. Nel frattempo – aggiunge Lanza – chiariamo bene una cosa: se il cosmo è soffuso di un’energia che fa ampiamente sfigurare le onde di luce e i campi elettrici che ci circondano, questo significa che la sostanza dell’Essere, la natura di tutte le cose, il vero Sé che soggiace alla consapevolezza e alla vita stessa, l’apparente vacuità che sembra essere la matrice, il cavalletto, lo scenario di tutte le umane sventure, è invece un’entità di inconcepibile potenza. La sua energia va oltre gli standard! Il potenziale è illimitato. Il fatto che non riusciamo a vederla o a percepirla non significa niente: i nostri sensi sono architettati per percepire quello che ci è utile nella vita quotidiana. Quale vantaggio avremmo se riuscissimo a percepire l’accecante ultraenergia che permea ogni recesso della realta? Allora cambiamo il nostro modo di vedere il cosmo. Proviamo a concepire le entità visibili come oggetti fluttuanti che si materializzano dalla soggiacente energia del vuoto, ben più potente, ma ignota, in quanto impercettibile alla vista”. [13]

L’energia onnipervasiva della quale parla Lanza, che è la sostanza dell’Essere, richiama concetti propri della filosofia taoista.

Nel Tao Te Ching infatti è scritto: “Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature. Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l’arcano, chi sempre desidera ne contempla il termine. Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome ed insieme sono detti mistero, mistero del mistero, porta di tutti gli arcani”.

Il Tao è indicibile in quanto inconoscibile e non commensurabile, ma quando si mostra, ossia è nominato, entra nel misurabile ed è madre di tutte le particolari esistenze. Il Tao è un vuoto che genera, ma non è mai pieno di ciò che genera, in quanto è perennemente generante: esiste da sempre e si manifesta rendendosi simile alla sua polvere, ossia alla molteplicità. La similitudine con il concetto di campo quantico, di energia onnipervasiva, di sostanza dell’essere è evidente. Nel Tao Te Ching, infatti è scritto: “Il Tao viene usato perché è vuoto e non è mai pieno. Quale abisso! sembra il progenitore delle diecimila creature. Smussa le sue punte, districa i suoi nodi, mitiga il suo splendore, si rende simile alla sua polvere. Quale profondità! sembra che da sempre esista. Non so di chi sia figlio, pare anteriore all’Imperatore del Cielo”.

Il Tao Te Ching richiama, inoltre, la filosofia eraclitea. Infatti afferma. “Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello, di qui il brutto, sanno che il bene è bene, di qui il male. È così che essere e non-essere si danno nascita fra loro, facile e difficile si danno compimento fra loro, lungo e corto si danno misura fra loro, alto e basso si fanno dislivello fra loro, tono e nota si danno armonia fra loro, prima e dopo si fanno seguito fra loro. Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l’insegnamento non detto. Le diecimila creature sorgono ed egli non le rifiuta le fa vivere ma non le considera come sue, opera ma nulla si aspetta. Compiuta l’opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto”.

Eraclito, non diversamente, sostiene: “Dio è giorno e notte, inverno ed estate; guerra e pace, sazietà e fame; e prende varie fogge proprio come il fuoco, il quale, quando è commisto a spezie, viene nominato a seconda del profumo di ciascuna di esse”. (Fr 77=67DK).

Di Eraclito è la trasmutazione reciproca degli opposti, che significa la loro mutua identità: l’identità dei contrari, così come “era permanente identità dell’essere nel divenire cangiante dei fenomeni e nella successione dei tempi”. [14]

Il fuoco (aither, etere) di Eraclito è sempre-vivo, immortale e divino ed è l’essenza sottostante a tutte le cose, che soggiace a cambiamenti qualitativi.

“Questo ordinamento del mondo, il medesimo per tutti, nessuno degli dèi o degli uomini lo ha fatto, ma è sempre stato, è, e sempre sarà: un fuoco sempre-vivo, che di misura si accende e di misura sui spegne”. (Fr. 30DK;20B).

Sembra di leggere quanto potrebbe dire uno scienziato odierno a proposito di particelle che nascono e si annichilano nel campo quantico e di misurazione (ossia osservazione) che accende o spegne, ossia collassa l’onda. Intuizione? O Sapienza?

“Sapienza – sosteneva Eraclito – è una cosa sola: conoscere il Pensiero (l’Intelligenza) da cui tutte le cose sono pilotate per ogni dove”. (41DK; 19B). E Sapienza condivide la propria radice etimologica con Sophon, l’aperto (la potenzialità dell’apertura), che è la Luce della Ragione che rischiara il mondo (Ragione intesa come potenza dell’Essere). Sophos è Sapiente e Sophia è Sapienza. Il Sophos è l’aspetto sapiente dell’Arché. Sophia è la Sapienza divina. La Sapienza divina è l’apertura che consente la manifestazione, ossia un atto creativo: un atto erotico. Phanes è infatti Eros, la Luce al di là della luce che è impulso, essenza primigenia vivificatrice dell’universo. La radice comune è φῶς (phaos/phōs. Un particolare significato di luce in greco si ha, infatti, con φῶς (phaos/phōs), la cui radice corrisponde a quella del verbo phainō, che significa “mostrare”, “rendere manifesto”. Il termine greco phos originariamente non indica soltanto la luce come mezzo per vedere ma anche la luce che emana la verità raggiunta tramite la conoscenza.

E’ sulla Via del Tao che l’incontro tra Oriente e Occidente può dare i suoi frutti migliori, proiettando la tensione della ricerca verso il fondamento di ogni cosa, dal quale emergono le regole che presiedono all’esistenza di ogni cosa.

Questo incontro è possibile oggi in quanto, come sostiene Vittorino Andreoli, il “determinismo come necessità è morto. La fisica quantistica ha abbandonato l’antica concezione del determinismo su cui era fondata la fisica meccanica”. [15] “la scienza non è che una classificazione e una classificazione non può essere vera ma solo comoda”. [16] “Un metodo di misura – aggiunge Andreoli – ha una propria vita in cui è possibile distinguere il momento della scoperta, che ne vede la massima applicazione, il periodo della maturità in cui vengono applicate le prime analisi critiche e infine la fase del deterioramento. In quest’ultima fase sono più frequenti i deliri, cioè la forzata difesa e un’applicazione indiscriminata ad ogni evento. […]. [17]K. Göedel, afferma ancora Andreoli, “affermando «la non dimostrabilità» della coerenza di una qualunque teoria formale che soddisfi certe ipotesi stabilite, all’interno della stessa teoria, sostiene la impossibilità di eliminare un quid di dubbio sulla dimostrabilità dei sistemi logico formali che sono alla base della logica matematica”.[18]

La scienza perde così ogni illusione e pretesa di assoluto e si apre ad un nuovo orizzonte concettuale e metodologico.

“Ci sembra auspicabile – commenta in proposito Andreoli – che ogni modello di misura venga distolto dal periodo di una sua assolutizzazione che lo proponga come unico metro di comprensione […]. Con il razionalismo è entrato nell’umanità questo mostro, questa concezione per cui è comprensibile un fenomeno solo se ne viene scoperta la causa. […]. Il sistema logico è dunque uno dei possibili modi di strutturare una realtà, anche se storicamente nel mondo noccidentale si è imposto sul piano gerarchico come «il» sistema”. [19]

Per percorrere la via dell’incontro tra il Tao e l’Occidente della fisica quantistica, che si apre alla metafisica, è necessario tornare al periodo assiale.

A ben vedere gli ingredienti della macedonia alla quale si riferisce Nisbett sono ben presenti sin dal periodo “assiale” o “aurorale” dell’umanità, dove Arché, Apeiron, Tao, Ceugant esprimono lo stesso concetto.

“Jaspers – scrive in proposito Umberto Galimberti – ritorna al «periodo assiale» dell’umanità in cui l’Occidente ancora non si distingue dall’Oriente, perché il pensiero, nell’ápeiron o nel Tao, pensa, sotto la differenza linguistica, quella stessa cosa che poi resterà impensata nella terra della sera”. [20] Heiddeger scrive di ritorno all’epoca “aurorale” del pensiero greco. “Per questo compito – commenta Galimberti – non serve la logica che regola il «pensato», ma il linguaggio cifrato e il mito che dell’«impensato» sono i gelosi e rispettosi custodi”. [21] Mýthos è “parola che dice” e dire per i Greci significa anche manifestare.

Il linguaggio proprio della Massoneria è simbolico e il simbolo attinge agli archetipi e ai miti, i quali, sempre più, quando opportunamente decodificati, sono validati dalla fisica e dalla biologia che, per esprimersi, utilizzano un linguaggio che esula dalla logica formale occidentale.

In questo ritorno aurorale, la via iniziatica proposta dalla Massoneria, se ben intesa e ben praticata, offre a chi la frequenta tutta la sua attualità e la sua validità nel formare una forma mentis adatta alla conoscenza, così come ci viene sempre più proposta dai paradigmi della scienza moderna che evocano il linguaggio del periodo assiale.

La Massoneria, fenomeno squisitamente occidentale, nell’accezione di cultura occidentale europea, mostra la sua universalità autentica nel proporre un linguaggio e una forma mentis aurorale che in gran parte l’Occidente ha perduto.

© Silvano Danesi

[1] Premessa di Al Chung-liang Huang a Alan W.Watts, Il Tao: la via dell’acqua che scorre, Ubaldini Editore

[2] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[3] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[4] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[5] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[6] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[7] Citato in Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[8] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[9] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[10] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[11] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[12] Alberto Castellani, introduzione a: I dialoghi di Confucio, Liber.Liber.

[13] Robert Lanza, Oltre il biocentrismo, il Saggiatore

[14] Eraclito, Prefazione di Rodolfo Mondolfo, Bompiani

[15] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[16] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[17] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[18] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[19] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[20] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli

[21] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli

Tratto da: Nuovo Giornale Nazionale

VIA DELLA SETA O VIA DEL TAO?
VIA DELLA SETA O VIA DEL TAO?

Inna Llāh ma’nā: “In verità Iddio è con noi”

di Enrico Galoppini

Purtroppo tendiamo a dimenticare questa semplice e basilare verità. Per non dire che ce ne dimentichiamo il 99,99% del nostro tempo.
Altrimenti non verremmo colti da dubbio, preoccupazione e afflizione. Non staremmo né a rimuginare sul passato né a fantasticare sul futuro. Vivremmo solo “il presente”, cioè l’istante. Smetteremmo di fare progetti che ci vampirizzano psichicamente. Abbandoneremmo ogni illusione che non sia Lui.
Chi si lamenterebbe più per la sua condizione “bella” o “brutta” che sia? Se Dio è con noi e di questo si è intimamente persuasi, come a far divenire ciò un tutt’uno con noi stessi, si cessa istantaneamente di sentirsi come una “realtà separata”.
È questo “il lavoro” da compiere. Il banco di prova della “fede”, perché “affidarsi” significa per l’appunto rendere operativa una verità altrimenti affermata solo a parole.

Inna Llāh ma'nā: "In verità Iddio è con noi"
Inna Llāh ma’nā: “In verità Iddio è con noi”