Libano e il cappio americano

a cura della Redazione

28-10-2025

Non si fermano le minacce e le intimidazioni americane contro il Libano. A tal proposito, l’inviato statunitense in Siria, Thomas Barrack, ha rilasciato una serie di dichiarazioni incendiarie attraverso il suo account X, minacciando il Libano di guerra civile e aggressione israeliana se si rifiuta di normalizzare le relazioni con Israele in base ai cosiddetti Accordi di Abramo.

Le osservazioni di Barrack non sono isolati lapsus. Fanno parte di un sistematico schema di coercizione e ricatto che riflette la radicata arroganza della diplomazia di Washington nei confronti delle nazioni sovrane.

Il messaggio di Barrack al Libano era brutalmente chiaro: sottomettersi alla volontà di Washington e normalizzare i rapporti con Tel Aviv, altrimenti si andrà incontro a caos, collasso e distruzione.
Questo tono di terrorismo politico svela ciò che si cela dietro la retorica di “pace” e “stabilità” così spesso ostentata dagli Stati Uniti: un progetto neocoloniale mirato alla sottomissione, non alla coesistenza.

Totale obbedienza all’asse americano-israeliano

In una delle sue prime interviste con Sky News Arabia, Barrack dichiarò cinicamente: “La pace non esiste. C’è una parte che vuole controllare e soggiogare le altre”. Questa schietta confessione smaschera l’essenza della politica estera americana, una filosofia di dominio mascherata dal linguaggio della diplomazia. Le sue ultime minacce non fanno che riaffermare che la visione di Washington per il Libano non è quella di una partnership, ma di una totale obbedienza all’asse americano-israeliano.

Ancora più allarmante è il fatto che le dichiarazioni di Barrack indeboliscono di fatto l’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024, mettendo in dubbio l’impegno di Washington a raggiungere un accordo negoziato.

Collegando il proseguimento della tregua al disarmo di Hezbollah, l’inviato statunitense sta trasformando la diplomazia stessa in un’arma, trasformando le iniziative di pace in strumenti di ricatto. Il suo linguaggio ha da tempo trasceso il decoro diplomatico, diventando una dichiarazione diretta di coercizione economica, politica e militare.

Secondo la logica di Barrack, gli Accordi di Abramo rappresentano la nuova bussola della strategia americana nella regione. Washington considera qualsiasi rifiuto di normalizzare i rapporti con Israele come una sfida al suo progetto mediorientale, una sfida da reprimere piuttosto che da comprendere.

Libano banco di prova per questo esperimento imperiale

Il Libano, quindi, viene considerato un banco di prova per questo esperimento imperiale: una nazione costretta a sottoporsi a fame, sanzioni e minacce di guerra fino alla capitolazione. Non è la prima volta che Barrack adotta i toni di un supervisore coloniale. Dalla sua nomina, ha lanciato almeno quattro minacce esplicite.

Una volta ha proposto l’annessione del Libano alla Siria come parte di un “accordo regionale”. In seguito, ha respinto del tutto il concetto di pace, vantando un piano di controllo piuttosto che di riconciliazione. In un’altra occasione, ha accennato alla possibilità di armare l’esercito libanese per combattere i suoi “oppositori interni” – un riferimento appena velato alla Resistenza. La sua ultima e più pericolosa provocazione – l’allarme guerra civile se il Libano non normalizza i rapporti con Israele – completa un modello di aggressione continua.

L’obiettivo finale di questa retorica è chiaro: imporre la sottomissione. Eppure, Barrack e i suoi superiori sembrano ignari della lunga storia di ribellione del Libano. I libanesi hanno affrontato l’occupazione israeliana, conflitti interni e assedio economico, ma si sono rifiutati di arrendersi.

Dal 1982, la logica della Resistenza è l’unica forza in grado di preservare la sovranità e la dignità del Paese. Sul piano interno, la risposta del governo libanese resta tiepida, frenata da una crisi economica in gran parte orchestrata dalle stesse potenze che ora predicano la “riforma”.

Il Comitato di monitoraggio del cessate il fuoco, presumibilmente istituito per garantire la stabilità, si è trasformato in una piattaforma per imporre nuove condizioni senza alcun obbligo reciproco, come il ritiro israeliano dalle terre occupate o il ritorno dei civili sfollati.

La dignità non è una moneta negoziabile

Inoltre, la cosiddetta politica “passo dopo passo” ha fallito miseramente, poiché Israele non ha mai cercato la pace. Israele mira all’espansionismo violento, al dominio totale e alla cancellazione di qualsiasi Resistenza.

Washington, in quanto principale sponsor di questa farsa, ha la piena responsabilità di perpetuare l’aggressione israeliana e di sabotare una vera pace. Anche le minacce economiche di Barrack sono ipocrite. La crisi in Libano non è iniziata ieri. È stata orchestrata nel 2019 attraverso il blocco finanziario e le sanzioni punitive di Washington, che hanno paralizzato l’economia e bloccato potenziali aiuti dalle offerte energetiche e di ricostruzione iraniane.

Nel frattempo, il Libano si trova a un bivio: cedere alla logica umiliante della normalizzazione o difendere la propria dignità e indipendenza. La scelta, tuttavia, non è meramente politica: è esistenziale! Un popolo che un tempo dichiarava “l’umiliazione è fuori dalla nostra portata” non può essere costretto a scegliere tra la fame e la resa. La storia ha dimostrato che ogni volta che aumenta la pressione esterna, l’attaccamento del popolo libanese alla Resistenza non fa che rafforzarsi.

Le minacce terroristiche di Barrack non riusciranno a domare una nazione forgiata nella lotta. La vera risposta non risiede nelle lamentele diplomatiche, ma in un’azione decisa, ovvero il ritiro del Libano dal fallito comitato di supervisione del cessate il fuoco e la riaffermazione di una dottrina nazionale che antepone la sovranità alla sottomissione.

La dignità non è una moneta negoziabile; coloro che scommettono sulla protezione americana stanno, in realtà, consegnando le chiavi della loro patria nelle stesse mani che vogliono distruggerla!

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Libano e il cappio americano
Libano e il cappio americano

IL RAPPORTO TRA GIORGIA MELONI E NETANYAHU

di Alessandro Orsini

State attenti.

Molti italiani, inclusi medici e infermieri, si mettono nei guai per manifestare la loro opposizione al genocidio del popolo palestinese per mano di Netanyahu con il sostegno di Giorgia Meloni: un genocidio che prosegue giacché Netanyahu uccide i palestinesi tutti i giorni in questa finta tregua. La tregua a Gaza è una menzogna di Giorgia Meloni e della lobby israeliana. La tregua a Gaza non esiste, come dimostra tutta la documentazione disponibile. Mi addolora vedere che questi italiani coraggiosi, inclusi medici e infermieri, vengono colpiti così pesantemente. Vorrei dire a questi italiani: state attenti. Il governo Meloni ha rapporti strettissimi con il Mo […] ad, come è normale che sia per un governo che mantiene la cooperazione militare con Israele. Cooperare militarmente con Israele significa cooperare anche con il Mo […] ad. Protestare contro Israele in Italia è come protestare contro Israele in Israele. Il caso di Francesca Albanese lo dimostra. Giorgia Meloni e i suoi sodali trattano Francesca Albanese con i metodi del governo Netanyahu. Quindi, ripeto, state attenti. Anche io ho tanti problemi. Anche io vivo sul chi va là. Manifestate il vostro sdegno, ma siate cauti. Ricordate sempre che l’Italia è uno Stato satellite della Casa Bianca e che nel nostro Paese non esiste verà libertà di espressione in materia di politica internazionale. Uno Stato satellite è uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera, nel caso dell’Italia, la Casa Bianca. Quello che accade in Italia nei momenti di crisi dipende molto più da Trump che da Meloni.

Per capire meglio il rapporto tra Giorgia Meloni e Netanyahu, mi permetto di suggerire la lettura di questo mio libro “Gaza Meloni. La politica estera di uno Stato satellite

IL RAPPORTO TRA GIORGIA MELONI E NETANYAHU
IL RAPPORTO TRA GIORGIA MELONI E NETANYAHU

AUTODISSOLUZIONE DEL MAINSTREAM ITALIANO

di Rainaldo Graziani

Il mainstream in Italia è in una fase terminale di autodissoluzione.

La puntata di Report di domenica scorsa è stata esemplificativa.

Io credo che ci troviamo davanti ad una totale incapacità dei nostri politici così come dei protagonisti del mondo dell’informazione di leggere correttamente gli accadimenti e collocarli nelle evoluzioni delle strategie di questa o quella superpotenza.

Esistono uomini, pochi uomini, che si confrontano o si scontrano tra loro nel disegnare il nuovo mondo, e di costoro, i politici, gli analisti o i giornalisti conoscono a mala pena il nome, figuriamoci la filosofia politica da essi perseguita.. Invece di cercare di colmare le proprie ignoranze queste maestranze dei vari poteri semplificano tutto con cinque lettere, Trump !

Uno di essi, tra i più cretini e rancorosi, è Bernard Henry Levy :

” Trump manda al macero la nostra idea di occidente”.

Ma voglio tornare a Report, format televisivo della nostra televisione di Stato,. Personalmente non ho simpatia per Report, coltivo piuttosto un grande interesse per alcuni ottimi servizi dei suoi migliori redattori. Personalmente ho dovuto querelare Report e sono stato archiviato, vi assicuro, con una rapidità di tempo mai registrata prima nella storia giudiziaria di questo Paese. Non gioco a tennis la mattina e questa precisazione vale per quei pochi appassionati di tennis e bagattelle legali. Mi assolvo da solo dunque da ogni inutile o insignificante compiacenza nei confronti di una produzione televisiva che registra da decenni un successo di ascolti davvero invidiabile e basato essenzialmente sulla capacità professionale dei suoi redattori a prescindere dai giudizi di merito..

Il format diretto dal Dott. Ranucci resta unico nel suo genere ed ERA fondamentalmente improntato alla lotta contro possibili corruzioni politiche o malaffari all’interno del nostro Paese, nel dichiarato interesse dunque della collettività e grazie alla volontà di Ranucci e colleghi di tenerla informata.

Ecco, per l’appunto, era…

Male non fare, paura non avere, nel mondo politico non funziona.

Gli italiani, gli elettori, perdenti o vincenti che siano, non si accorgono che da tempo Report si occupa anche di filosofia politica, geopolitica e condizionamento dell’opinione pubblica con particolare riferimento all’irruzione del “nuovo che avanza”.

Report, mentre cattura l’attenzione degli ascoltatori sulla sagra del fungo porcino di Lariano, dimostrando che è impossibile tracciare la provenienza di un fungo da questa o quella località, decreta la volontà della nostra Presidente del Consiglio di celebrare il funerale della Unione Europea e con essa la fine del sistema liberale.

Boom !!!

Report lascia esplodere una bomba diversa da quella che distrugge le automobili della famiglia Ranucci ( grazie a Dio solo quelle, ovviamente) e con una strategia volta a sovvertire il disordine costituito mette in luce il conflitto esistenze tra due visioni del mondo di cui una, quella liberale, tanto cara a quel Signore delle Guerre che risponde al nome di Bernard Henry Levy, esige di entrare in guerra, quanto prima, contro il popolo russo.

Non ho la presunzione di conoscere la capacità di questi bravi giornalisti a misurarsi con l’eterogenesi dei fini e mi sento quindi di concludere che non è affatto sicuro che il risultato di ciò che essi producono sia coincidente con ciò che essi stessi hanno sperato.

I sondaggi a favore della Meloni dopo la “tempesta genocidiaria” sono la prova dei corti circuiti del mainstream in un senso e nell’altro.

Per il momento non mi sento di aggiungere altro ma l’argomento è tutt’altro che chiuso.

AUTODISSOLUZIONE DEL MAINSTREAM ITALIANO
AUTODISSOLUZIONE DEL MAINSTREAM ITALIANO

EGITTO E CONTRO-INIZIAZIONE

di Giuseppe Aiello

Dopo la “Parata dei Faraoni” del 2021, ecco un nuovo grande evento:

“Le ambasciate egiziane di tutto il mondo invitano i cittadini all’estero a seguire la storica inaugurazione del Grande Museo Egizio il 1° novembre, un momento per il quale l’Egitto si sta preparando da anni e che tutti attendono con impazienza.

Abbiamo un appuntamento con un nuovo momento di orgoglio che passerà alla storia.

L’ Egitto inaugura il più grande museo archeologico del mondo.

SII TESTIMONE DELLA GLORIA! 🇪🇬

Commento:

L’Egitto e la sua civiltà magica con tutti i suoi elementi – riti, oggetti, monumenti ecc. – sono stati negli ultimi millenni, non solo secoli, uno dei principali strumenti, o veicoli (come volete), della contro-iniziazione, ossia dell’azione dei cosiddetti “Awliya Shaytan”, i “Santi di Satana”, ossia di tutti coloro che dai tempi della grande Sovversione di Iblis e poi successivamente di Faraone (i maghi contro-iniziati contro Mosè l’iniziato), si oppongono all’Ordine divino sulla Terra.

(Vi siete mai chiesti il perchè di questa ossessione culturale, cinematografica, editoriale ecc. per Piramidi, mummie, tesori ecc ecc.? Ovviamente no. O perchè una certa Massoneria è impregnata fino al midollo di simboli e richiami egizi? Ovviamente no.)

Si prosegue dunque su questa linea….a breve forse non solo jinn scambiati per alieni, ma anche nuove “scoperte” archeologiche per risvegliare, o attivare, delle forze che nella battaglia finale potrebbero servire (parlo dal punto di vista degli agenti contro-iniziatici, ovviamente).

EGITTO E CONTRO-INIZIAZIONE
EGITTO E CONTRO-INIZIAZIONE

SOVRANISMO COME MALATTIA SENILE DEL POPULISMO

di Claudia Placanica

L’Unione Europea è la violenza organizzata contro i popoli e contro ogni Stato-nazione che ne faccia parte. Per la retorica post seconda guerra mondiale e per l’ideologia neo-sessantottina, lo Stato-nazione è razzista e repressivo e conduce a fenomeni nazionalisti. Secondo questa visione, ogni Stato-nazione europeo che difende le sue frontiere, la propria sicurezza è gravido di nuovi genocidi. Dunque gli Stati-nazione devono scomparire e l’internazionalismo di matrice marxista e trotzkista trionfare con la complicità dell’ecumenismo cattolico. Chiunque evochi la sovranità, la patria, la nazione e la legittimità dei confini subisce la nota “reductio ad Hitlerum”, ovvero la banalizzazione di legittime istanze sottoposte a un processo di colpevolizzazione e squalificazione del discorso. È una guerra psicologica, nonché geopolitica gestita da mediocri politici con la complicità di media asserviti, disposti a sfoderare l’ideologia postcoloniale e terzomondista per condannare le rivendicazioni sovraniste.

#difenderechisiamo

#ancorismo

#sovranità

#patria

#claudiaplacanica

SOVRANISMO COME MALATTIA SENILE DEL POPULISMO
SOVRANISMO COME MALATTIA SENILE DEL POPULISMO

SI ESPANDE IL SOFT POWER DELLA CINA IN AFRICA

di Antonella Sinopoli

27 Ottobre 2025

Uno dei pilastri è la diffusione della lingua e della cultura cinesi affidati all’Istituto Confucio che opera in 49 paesi africani

Si moltiplicano scuole di mandarino, biblioteche, teatri, musei, mostre, industria cinematografica e altre imprese mediatiche. E c’è chi teme una colonizzazione culturale a scapito delle tradizioni locali

Il soft power si riferisce alla capacità di un paese di influenzarne altri, e i suoi cittadini, non attraverso la coercizione ma attraverso l’attrazione, utilizzando la cultura, i valori e la diplomazia.

Il termine – coniato dal politologo statunitense Joseph Nye – descrive dunque il modo in cui le nazioni proiettano il loro potere rendendosi appetibili, piuttosto che forzare questo potere attraverso pressioni militari o economiche.

Da tempo questo sistema “di attrazione” è messo in pratica dalla Cina in Africa. Che il panorama globale stia attraversando una profonda trasformazione è ormai assodato. Una trasformazione che ha le sue conseguenze nel cosiddetto equilibrio di influenza.

Per capirlo basta leggere il sesto Global Soft Power Index rilasciato a febbraio di quest’anno e pubblicato da Brand Finance. L’analisi conferma quello che era già visibile nei fatti: la Cina è diventata la seconda nazione al mondo per soft power, preceduta solo dagli Stati Uniti.

Il rapporto mostra che la Cina ha superato il Regno Unito e che ha raggiunto un punteggio di 72.8 su 100 sui vari parametri considerati. Gli Stati Uniti, che hanno mantenuto il primo posto, vedono però scendere la loro reputazione globale di quattro posizioni rispetto all’ultima valutazione.

È interessante notare che la Cina ha probabilmente capito come affrontare quelle che sono le “debolezze percettive”, in particolare i pregiudizi e/o i comportamenti reali dei suoi cittadini all’interno dei paesi africani e delle comunità locali. Nella categoria “Persone e valori del paese”, infatti, ha guadagnato 18 posizioni.

Le voci, in particolare, sono “generoso”, “amichevole”, “buoni rapporti con gli altri paesi”, “facile comunicazione” e “divertente”.  Insomma, i dati riconoscono gli sforzi costanti del Dragone, iniziati molti anni fa, per migliorare la sua attrattività, stanno dando i loro frutti.

La diffusione della lingua e di conseguenza la cultura del paese è uno dei pilastri delle attività che rientrano nella categoria del soft power. Dal 2004, anno della fondazione dell’Istituto Confucio – lo scorso anno si sono infatti celebrati i 20 anni dalla fondazione – Pechino ha investito molto nell’espansione e nell’esportazione della sua cultura a livello mondiale.

Ad oggi l’istituto ha sedi in 49 paesi africani. Oltre ai corsi di lingua, si tengono convegni, eventi culturali, workshop di varia natura.

L’interesse per la Cina e un certo tipo di collaborazione tra le istituzioni si evidenzia anche con l’aumento del numero di studenti africani che si recano in Cina: come ricorda il New York Times, il numero di studenti africani iscritti alle università cinesi è passato da meno di 2mila nel 2003 a oltre 81.500 nel 2018.

Quindi, nonostante le preoccupazioni relative al razzismo e alla xenofobia – per esempio durante il periodo del Covid19 – e le sfide legate alle differenze culturali, la Cina è oggi una delle destinazione di studio per molti studenti africani, anche grazie alle borse di studio messe a disposizione.

Il problema è poi trovare lavoro in Cina. Ecco perché gli studenti a fine corsi rientrano nei loro paesi, una decisione che gioca a favore delle aziende e imprese cinesi in Africa, alla ricerca di partner commerciali o di personale qualificato e che parli bene la lingua.

Ma gli Istituti di cultura, così come la diffusione del mandarino, nascondono l’altro lato della medaglia e non sono proprio “neutrali” secondo molti osservatori. Parlando al Deutsche Welle, Simbarashe Gukurume, scienziato sociale e docente presso l’Università Sol Plaatje di Kimberley, in Sudafrica, ha affermato che molti ex studenti finiscono per diventare insegnanti di mandarino.

Il professore analizza alcune criticità. “Quasi l’intero corpo docente e il personale dell’Istituto Confucio dell’Università dello Zimbabwe è composto da accademici locali che insegnano mandarino e hanno ricevuto un sostegno finanziario per i loro studi in Cina”, ha affermato.

Il soft power così gestito rischia di essere sbilanciato a favore del governo e degli interessi cinesi e talvolta prevedono “un accesso illimitato alle risorse africane”. Lo studioso afferma senza mezzi termini che “le attività culturali della Cina e l’estrazione di litio e cobalto in Africa sono in definitiva due facce della stessa medaglia”.

In effetti, l’Istituto Confucio ha dovuto affrontare ripetute critiche per non aver nemmeno cercato di nascondere le sue aspirazioni di aiutare il governo cinese a rafforzare la sua influenza economica e politica in tutta l’Africa.

Rispetto alle istituzioni di altri paesi per la promozione della lingua e della cultura, l’Istituto Confucio cinese si distingue per il fatto che le sue sedi distaccate hanno spesso sede presso università e altri istituti di istruzione superiore. Ciò ha sollevato qualche preoccupazione riguardo all’influenza diretta del partito comunista cinese sulle élite educative.

Le stesse preoccupazioni che hanno portato alla chiusura – con l’accusa di spionaggio, censura e propaganda – di diversi Istituti Confucio in Europa: Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Francia … e negli Stati Uniti. Cresce invece, come dicevamo, il numero in Africa.

In Sudafrica ce ne sono addirittura dieci. Senza contare le scuole private e persino alcune pubbliche che offrono il mandarino come lingua straniera. Persino il Lesotho, con una popolazione inferiore a 2,4 milioni di persone, ospita due Istituti Confucio.

La Cina sta inoltre investendo in teatri, musei, mostre, industria cinematografica e altre imprese mediatiche in Africa, nonché in biblioteche. Ovvio che questo generi qualche preoccupazione sul fatto che il soft power abbia la caratteristica di colonizzazione culturale e possa mettere in pericolo ed estromettere le tradizioni locali.

È quanto afferma, tra le altre cose, uno studio della ricercatrice Avril Joffe dal titolo “La presenza culturale istituzionalizzata della Cina in Africa”. Alla diffusione della lingua e di strategie di soft power culturale che potrebbero agire ideologicamente sugli africani, va aggiunto il potere dei social media che sempre di più diffondono contenuti che esaltano la cultura cinese e i suoi prodotti, pensiamo al cinema, ai cartoni animati, ai giochi digitali, alla musica.

Copyright © Nigrizia – Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it

Tratto da: NIGRIZIA.IT

SI ESPANDE IL SOFT POWER DELLA CINA IN AFRICA
SI ESPANDE IL SOFT POWER DELLA CINA IN AFRICA

L’AMORE DI UN GUERRIERO

di Martino Zeta

“Un guerriero deve amare questo mondo” mi aveva ammonito Don Juan, ” se vuole che esso, all’apparenza tanto banale, si spalanchi a mostrare le sue meraviglie” .

Quando Don Juan pronunciò queste parole lo scenario che ci circondava era il deserto di Sonora.

“E’ sublime”, continuò, “stare in questo deserto meraviglioso, contemplare le scabre vette di montagne nate dalla lava di vulcani da tempo scomparsi. E’ splendido pensare che alcuni di questi nuclei di ossidiana si sono formati a temperature così elevate da conservare ancora il segno della loro origine. Sono saturi di potere. Vagabondare senza meta fra quelle vette e trovare un frammento di quarzo in grado di captare le onde radio è un’esperienza straordinaria. L’unica pecca è che, per inoltrarsi nelle meraviglie di questo mondo, o di un altro, un uomo deve diventare un guerriero: deve essere controllato, calmo, indifferente, temprato dalle aggressioni dell’ignoto. Tu non lo sei ancora a sufficienza e di conseguenza il tuo dovere consiste nel preparati in modo adeguato; solo allora potrai avventurarti nell’infinito.”

Ho dedicato trentacinque anni della mia vita a cercare la maturità del guerriero, sono andato in luoghi che sfidano ogni descrizione, alla ricerca della sensazione di essere sufficientemente temprato dagli assalti dell’ignoto. Ci sono andato in silenzio, non annunciato, e sono tornato indietro allo stesso modo. Le opere del guerriero sono mute e solitarie, e quando un guerriero va o torna, lo fa in modo così poco appariscente che nessuno lo nota. Andare alla ricerca della maturità del guerriero in qualunque altro modo sarebbe un’ostentazione, ed è quindi inammissibile. […]

“Basti dire, ” affermò un giorno Don Juan, “che l’immensità di questo modo, che si tratti del mondo dello sciamano o dell’uomo comune, è tale che solo un’aberrazione può impedirci di prenderne atto. Cercare di spiegare a esseri devianti che cosa significa perdersi nei solchi della ruota del tempo, è la cosa più assurda che un guerriero possa fare. Ecco perchè si assicura che i suoi viaggi siano caratteristica esclusiva della sua condizione.”

(Carlos Castaneda – La ruota del tempo)

L'AMORE DI UN GUERRIERO
L’AMORE DI UN GUERRIERO

LA GUERRA SANTA INTERIORE

di Chiara Rovigatti

I Guerrieri sono Guerrieri sempre perchè sono perfettamente al corrente di essere lo specchio esteriore della Guexxa che si svolge dentro di loro in quell’Invisibile che ne è il terreno reale.

E ne sono spesso così intimamente sconvolti e disturbati da risentirne anche sul piano fisico.

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STIAMO COMBATTENDO UNA GUERRA SANTA INTERIORE …NON MOLLIAMO

Quello che avviene all’esterno – nel mondo grossolano – è sempre il riflesso di ciò che avviene nell’Invisibile.

Le guerre esteriori sono combattute nella dimensione sottile e in quella spirituale, prima che “ricadano” nella materia grossolana.

Oggi il REDDE RATIONEM, prima che si manifesti all’esterno – in realtà, da molte parti è già in parte visibile – si manifesta all’interno.

Se molti di noi, in questo periodo, si sentono particolarmente travagliati e messi alla prova, non devono disperare: si sta combattendo una battaglia spirituale fatale e il nostro cuore non ne può essere esente.

I veri combattenti, coloro che hanno conservato lo Spirito, sono inevitabilmente travagliati; ma va ricordato che “il faraone” incrudelisce di più proprio prima della liberazione.

Quelli che invece non si sentono combattuti, beh, quelli sono già morti ed è inutile parlarne. I morti non combattono.

(Gianluca Marletta, 2024)

LA GUERRA SANTA INTERIORE
LA GUERRA SANTA INTERIORE

LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI OGGI

di Tania Perfetti

Nel mondo contemporaneo, spesso si parla di tolleranza religiosa, ma raramente si riconosce apertamente che i cattolici sono oggi tra le comunità più perseguitate. In molti Paesi professare la fede cristiana non è un atto privato, ma un rischio concreto: chiese bruciate, sacerdoti assassinati, fedeli incarcerati o costretti al silenzio. Eppure questa persecuzione avviene nel quasi totale disinteresse dei media occidentali, che sembrano imbarazzati di fronte a un martirio moderno che non rientra nelle loro narrazioni politicamente corrette.

La fede cristiana, che predica amore e perdono, continua così a essere temuta proprio perché ricorda la dignità inviolabile dell’uomo e la libertà della coscienza, valori che i poteri autoritari, antichi o nuovi, non possono sopportare.

LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI OGGI
LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI OGGI

Guerra permanente: il capitalismo globale trasforma conflitti in governance

di Chiara Pannullo

2 Ottobre 2025

La guerra contemporanea non esplode, si amministra: logistica, tecnologia, finanza e immagini trasformano conflitti in strumenti di controllo globale. Dall’Europa all’Africa, dal Medio Oriente al Pacifico, il capitale governa le rovine e orienta società e mercati.

Il capitalismo globale trasforma conflitti in governance

Non c’è più nulla da “prevedere”: la guerra è già la forma del nostro presente. Non ha i confini dei conflitti mondiali del Novecento; si muove come una rete elettrica, accendendo focolai che si richiamano a distanza e riorganizzano, a ogni scossa, catene del valore, flussi energetici, rotte marittime, immaginari.

Il suo lessico non è solo quello dei carri armati: è fatto di sanzioni, controlli delle esportazioni, blocchi logistici, piattaforme tecnologiche, regimi finanziari. È una guerra mondiale diffusa: non si dichiara, si amministra.

Gaza è la lente che ingrandisce la grammatica del tempo. Qui la politica ha convertito il trauma in capitale: la giornata del 7 ottobre è stato montata, ritrasmessa, coreografata per rifondare un potere in crisi.

Non si tratta di “difesa”, ma di rifondazione identitaria. La prima etnogenesi di Israele fu sionista: un’auto-narrazione di fondazione nazionale costruita sulla rimozione dell’altro.

La seconda etnogenesi, oggi, non è più mitologica ma genocidaria: l’identità collettiva viene riplasmata sull’annientamento materiale del nemico. In termini materiali, questa macchina funziona perché opera su tre leve che il nostro tempo rende potenti: assedio logistico (acqua, cibo, carburante, elettricità come armi), spettacolo della violenza (immagini che non informano: producono adesione), immunizzazione giuridica (eccezione permanente che sospende la legge). L’estetizzazione della politica prepara la catastrofe: lo spettacolo è un rapporto sociale. Qui, lo spettacolo rende il genocidio governabile.

L’Ucraina mostra la variante europea della stessa logica. È guerra per procura: il territorio ucraino diventa piattaforma di logoramento funzionale a ristrutturare filiere energetiche, mercati dell’armamento, gerarchie euro-atlantiche. La Russia non è un oggetto passivo: agisce, con calcolo imperiale, per ridefinire sfere d’influenza e profondità strategica.

Ma è il regime ucraino ad aver scelto la piena subalternità alla macchina occidentale, accettando di trasformare la propria popolazione in risorsa di guerra. Qui il banderismo riemerge come collante ideologico: un mito reazionario che serve a compattare, a occultare diseguaglianze, corruzioni, fratture sociali, a prolungare la mobilitazione oltre ogni razionalità. Risultato: il conflitto non mira a chiudersi; mira a durare, perché la durata è la vera posta in gioco (per contratti d’energia, riconfigurazioni industriali, debito pubblico, filiere militari).

L’Europa, intanto, viene ricodificata come periferia armata della strategia atlantica: perde autonomia energetica, affida la propria manifattura a catene sempre più care, si militarizza senza progetto politico.

Nel Mar Rosso la guerra si manifesta come guerra delle rotte: gli attacchi nel Bab el-Mandeb non sono “episodi”, sono messaggi alla logistica globale. Basta deviare poche centinaia di navi perché costi, assicurazioni, tempi di consegna riallineino intere catene industriali. È la prova che, nell’epoca della containerizzazione, il mare è un fronte.

La Siria è ridotta a un mosaico di zone d’influenza, una cartografia spezzata che riflette in scala la guerra mondiale diffusa: non pacificazione, ma stabilizzazione armata, non ricostruzione, ma amministrazione del disastro.
In Iraq il 2003 non è finito: è diventato condizione. In Afghanistan il ritiro ha sancito che vent’anni di occupazione possono evaporare in giorni, lasciando macerie sociali come debito storico. La guerra al terrorismo è stata l’officina in cui l’eccezione è diventata metodo amministrativo.

In Africa il quadro non è solo di dominio: è anche di risposta anticoloniale. Nel Sahel il riposizionamento contro Parigi non è mero opportunismo: segnala una domanda di autonomia materiale (uranio, oro, terre rare, corridoi) e simbolica (sovranità e dignità) che si appoggia, certo, a nuovi patroni — Mosca per la forza, Pechino per infrastrutture e credito — ma che registra un fatto politico: l’egemonia occidentale non è più data.

In Sudan la guerra “invisibile” produce milioni di sfollati e ridisegna le geografie del Nilo; nella RDC le terre rare del Kivu mostrano come la guerra sia iscritta nei dispositivi stessi dell’economia digitale. L’Africa non è più soltanto “teatro”: diventa soggetto contrattuale di un multipolarismo incrinato, attraversato da tensioni e possibilità.

Nel Pacifico la guerra è sospesa e già in atto. Taiwan non è solo isola: è nodo della manifattura mondiale del silicio. Il suo status è, di per sé, un’arma. Il Mar Cinese Meridionale è una costellazione di corridoi; i passaggi stretti (Malacca, Luzon) sono rubinetti dell’economia globale. Qui l’attrito sino-statunitense è militare (flotte, basi), tecnologico (export-controls su chip, apparecchiature litografiche, AI), finanziario (sanzioni mirate, de-risking), monetario (sistemi di pagamento alternativi).

La Cina compone una propria ecologia: vie della seta, piattaforme di clearing, standard tecnici; i BRICS — nell’allargamento e nelle intese bilaterali — non sono blocco monolitico, ma l’architettura di sostegno a una de-occidentalizzazione parziale dei flussi. Non garantiscono la pace, spostano semmai il baricentro delle negoziazioni.

In Sud America il quadro è fatto di oscillazioni e tentativi. Dal Brasile di Lula, che cerca di muoversi in equilibrio tra autonomia regionale e compatibilità globale, al Venezuela, che da anni resiste a un embargo durissimo e a tentativi continui di destabilizzazione e dove, nonostante crisi interne e contraddizioni, Caracas ha cercato di tenere insieme un modello sociale fondato sulla redistribuzione del petrolio e sulla difesa della propria sovranità, pagando un prezzo altissimo ma riuscendo, almeno in parte, a non piegarsi del tutto all’isolamento.

L’Argentina invece, oscilla tra aperture shock e dipendenza finanziaria, mentre i movimenti sociali continuano a spingere per alternative. I BRICS rappresentano qui una via di fuga dal dollaro, un tentativo di immaginare un mondo multipolare, dove ogni passo verso l’autonomia, viene però immediatamente catturato dentro il conflitto globale.

Gli Stati Uniti restano l’epicentro del comando, ma con un corpo sociale fratturato e un’egemonia costretta alla iperattività sanzionatoria e al ricorso a filiere amiche (“friend-shoring”). La loro forza è ancora materiale (dollaro, sistemi di pagamento, brevetti, basi, rotte marittime); la loro debolezza è organica: l’ordine che amministrano non produce stabilità, ma instabilità governata.

E l’Europa sempre sullo sfondo che priva di una base energetica autonoma e di una politica industriale reale, scivola in una periferia armata: riarmo accelerato, industria militare in espansione, welfare in contrazione.

Tutto questo non è un mosaico di episodi, ma un dispositivo unico. La guerra contemporanea opera su quattro piani intrecciati: logistica (chokepoint, porti, corridoi), tecnologia (standard, chip, satelliti, IA), finanza (sanzioni, valute, debito), immaginario (traumi mediatizzati).

È qui che la lezione di Debord e Benjamin diventa strumento: lo spettacolo non è estetica della guerra, è la guerra; l’estetizzazione della politica non “accompagna” la catastrofe, la rende possibile. Le immagini non riflettono: orientano consumi, alleanze, odio, consenso. È per questo che la guerra “non finisce”: perché è il metodo con cui un capitalismo in crisi riproduce comando e margini, trasformando la distruzione in governance.

Se cerchiamo tendenze non fantasiose, i segnali sono lineari. La spesa militare globale cresce; la militarizzazione della logistica avanza (convogli scortati, assicurazioni speciali, rotte deviate); la tecnologia diventa regime di licenze e veti incrociati; la moneta si fa arma (sanzioni, sequestro di riserve, pagamenti alternativi). L

a climate-economy aggiunge uno strato: siccità, alluvioni, crisi alimentari spingono nuovi esodi, forniscono pretesti securitari, aprono fronti di green-estrattivismo. Niente “terza guerra mondiale” da annunciare: una guerra permanente già operante, che si espande per metastasi.

Dentro questo quadro, l’Africa non è pedina muta: prova a parlare con voce anticoloniale; il Sud globale si organizza in geometrie variabili; i BRICS anche qui disegnano una pluralità di corsie; la Cina offre infrastrutture in cambio di standard; gli USA tengono il timone delle reti finanziarie; la Russia cerca magine strategico con guerra e materie prime; l’Europa paga il prezzo di una conversione militare senza autonomia strategica. Il nesso resta uno: il comando sul lavoro vivo attraverso la gestione del caos. È qui che si misura la posta politica.

Non si tratta, allora, di chiedere quando “scoppierà” la guerra, ma se siamo in grado di nominarla per ciò che è: un regime di riproduzione che usa logistica, tecnologia, finanza e immagini per trasformare l’eccezione in norma.

La scelta è tra restare spettatori anestetizzati, catturati dal racconto che ci separa e ci addestra, o rimettere al centro un conflitto reale: non popolo contro popolo, ma società contro il dominio che le consuma. Perché la guerra, oggi, non è un incidente: è la forma con cui il capitale governa le rovine che produce.

Tratto da: Kultur Jam

Guerra permanente: il capitalismo globale trasforma conflitti in governance
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