Confucio, l’Asia e le democrazie occidentali

di Simone Pieranni

Asia. In Asia la pandemia ha riportato in auge il sistema valoriale confuciano. Quanto il confucianesimo incide ancora nelle società asiatiche e in che modo potrebbe essere rilevante anche per le democrazie occidentali? Lo abbiamo chiesto a Elena Ziliotti, assistant professor di etica e filosofia politica all’Università tecnica di Delft

Durante la pandemia si è discusso a lungo della risposta dei paesi asiatici, spesso sottolineando la loro capacità organizzativa in grado di gestire al meglio il dilagare del coronavirus. Spesso, però, si sono mischiati paesi molto diversi tra loro e si sono evidenziati gli elementi che più avvicinano quei paesi al nostro. In alcuni casi, poi, si è parlato di “modelli” come potessero essere applicati anche in altre realtà occidentali. In realtà la risposta asiatica, variegata e diversificata, ha posto come elemento dominante del discorso il sistema valoriale dei vari paesi. Per questo motivo abbiamo posto alcune domande sul confucianesimo ad Elena Ziliotti, assistant professor di etica e filosofia politica all’Università tecnica di Delft, Olanda,per indagare più a fondo alcuni elementi del confucianesimo provando a comprendere le affinità o meno con il nostro sistema di valori e le sue peculiarità asiatiche.

Che senso ha parlare di Confucianesimo nel 2020?
Negli ultimi anni, l’Asia orientale è stata oggetto di una grande trasformazione socioeconomica. Il Giappone fu il primo paese della regione a industrializzarsi e svilupparsi. Ma sebbene il caso del Giappone suscitò forte curiosità nel resto mondo, molti lo considerarono una sorta di “anomalia” e sicuramente non una minaccia alla supremazia economica e geopolitica dell’Occidente. Questa idea cominciò a vacillare quando i cosiddetti “Quattro piccoli draghi” (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, e Hong Kong) seguirono l’esempio del Giappone. A questo punto, fu chiaro che il dinamismo del Giappone e dei quattro piccoli draghi non era un’anomalia ma l’espressione di una tendenza più ampia che caratterizzava l’intera regione sinica. Lo sviluppo della Cina confermò questa previsione. Nel caso della Cina, i risultati delle riforme economiche contro la povertà furono impressionanti. Dal 1981 al 2005, il tasso di povertà in Cina scese dall’85% al 15%. Questo è l’equivalente di 600 milioni di persone sollevate dalla povertà.

Di fronte a questi eventi, molti osservatori hanno iniziato a chiedersi quale sistema istituzionale possa soddisfare i nuovi bisogni di queste moderne società industrializzate restando al contempo in sintonia con le loro tradizioni e aspetti culturali più distintivi. I paesi dell’Asia orientale dovrebbero trasformarsi in democrazie o consolidare le loro istituzioni democratiche già esistenti? Dovrebbero forse abbracciare i principi liberali alla base delle democrazie europee o piuttosto attingere alle proprie tradizioni culturali per creare valori e sistemi politici che riflettano al meglio le culture?

Questo è un dibattito filosofico, ma le sue implicazioni vanno ben oltre la filosofia poiché possono influenzare il futuro dell’Asia orientale e alterare l’equilibrio politico globale. Trainata dalla Cina, l’intera regione sta, infatti, diventando sempre più ricca. Sempre più affari e ricchezza stanno convergendo o si stanno producendo nella regione. Quindi, la posta in gioco è alta per tutti: molto probabilmente ciò che accadrà nell’Asia orientale influenzerà la vita anche degli europei e del resto del mondo.

Memori degli effetti dello spietato colonialismo europeo e dell’intervento militare americano nella regione, molti credono che se l’Asia orientale assumerà una posizione di leadership a livello globale, questo dovrà avvenire in ‘modo’ asiatico. La Cina, in primis, insieme alle altre nazioni nella regione dovranno attingere alle proprie risorse filosofiche per costruire il loro futuro politico. Proprio in questo dibattito, il confucianesimo è da qualche anno a questa parte emerso come il principale candidato a guidare questa trasformazione. Da qui, il rinnovato interesse del confucianesimo in Asia orientale e nel mondo.

Ma perché il confucianesimo sembra essere il miglior candidato per guidare la rinascita dell’Asia orientale, piuttosto che altre tradizioni come il buddismo o il daoismo?
In primo luogo, il confucianesimo ha storicamente avuto un ruolo centrale nel panorama politico e culturale della regione. Il confucianesimo originò dagli insegnamenti di Confucio (551-479 a.C.). Dopo la morte di Confucio, i suoi seguaci furono in grado di organizzare i suoi insegnamenti in un sistema di credenze più coerente che si affermò come la tradizione dominante tra gli intellettuali cinesi. Da forza intellettuale dominante in Cina, il confucianesimo si espanse alle élite fino a diventare l’ideologia ufficiale dello stato imperiale. Si immagini che fin dalla dinastia Han in Cina (II secolo a.C.), i testi confuciani furono oggetto di studio per gli esami imperiali (il sistema con cui venivano selezionati i funzionari imperiali) e, nonostante le numerose modifiche a questi sistemi d’esame, i testi confuciani rimasero all’interno del curriculum fino al 1905, quando gli esami imperiali vennero sospesi in Cina.

Dai circoli di governanti e studiosi, il confucianesimo si diffuse a tutti gli altri strati della popolazione cinese e ad altri paesi limitrofi per diventare la corrente di pensiero principale nel mondo sinico. Un altro motivo per la rinascita del confucianesimo è che il sistema valoriale di molti asiatici orientali contemporanei rimane fortemente confuciano. Sebbene pochi asiatici orientali oggi si definiscano confuciani, molti praticano valori confuciani come l’enfasi sulla solidarietà familiare, pietà filiale, subordinazione dell’individuo al gruppo, armonia sociale, organizzazione sociale, duro lavoro, frugalità e istruzione come moralmente edificante e come strada per il successo personale e familiare. Ad esempio, nell’Asia orientale confuciana, ci si aspetta che le persone si sacrifichino per la propria famiglia e si insegna loro che dovrebbero essere disposte a sopportare difficoltà a livello individuale per il benessere generale della famiglia.

Un altro motivo della rinascita politica del confucianesimo è che il confucianesimo ha ancora una forte autorità simbolica sia tra la gente che tra i leader politici. Ad esempio, il partito comunista cinese è il partito al governo della Cina, ma Xi Jinping cita sempre più Confucio che Mao nei suoi discorsi pubblici. Si può replicare che questa è una mossa strategica per colmare il vuoto spirituale causato dalla forte ricerca di prosperità in Cina (a questo proposito, ricordiamoci che uno dei principali slogan di Deng Xiaoping agli inizi degli anni 80 era “Essere ricchi è meraviglioso”).

Ma in ogni caso, l’uso del confucianesimo da parte del partito comunista cinese indica che la leadership del partito ritiene che oggi il confucianesimo abbia una forte presa sul popolo cinese.

Naturalmente, la lunga storia del confucianesimo rende impossibile parlare di un solo confucianesimo. Il confucianesimo ha subito molte trasformazioni o riformulazioni nel tempo, come evidenziato dall’ascesa di movimenti intellettuali come il confucianesimo classico, il neo-confucianesimo e il nuovo confucianesimo. Per questo motivo, quando parliamo di “confucianesimo”, stiamo semplificando e mettendo da parte importanti dibattiti accademici.

Come il confucianesimo potrebbe adattarsi alle democrazie?
Alcuni studiosi ritengono che il confucianesimo sia incompatibile con la democrazia. A loro avviso, la democrazia si basa sull’idea di uguaglianza e libertà individuale, mentre il confucianesimo sostiene una distribuzione ineguale del potere dove i più competenti e virtuosi decidono a nome di tutti. Tuttavia, il confucianesimo e la democrazia già coesistono in pratica. Delle sei cosiddette società storicamente confuciane (Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Singapore e Taiwan), quattro sono democrazie (Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan). Inoltre, il legame tra democrazia e confucianesimo può sembrare incoraggiante se si considera la florida situazione sociale ed economica di questi paesi.

Per essere chiari, queste democrazie sono piuttosto giovani: Singapore ottenne l’indipendenza dalla Malesia nel 1965. In Corea del Sud, le riforme democratiche iniziarono solo nel 1987. Allo stesso modo, Taiwan abbracciò la democrazia alla fine degli anni ’80. La democrazia “più vecchia” della regione è il Giappone, al quale gli Stati Uniti imposero un sistema democratico durante la loro occupazione dal 1945 al 1952 (se si esclude la sperimentazione della democrazia parlamentare nel periodo Taishō (1912-1926)). Quindi, dovremmo stare attenti nell’esprimere qualsiasi giudizio finale sulla compatibilità del confucianesimo con la democrazia. La realtà suggerisce che i valori confuciani possono essere praticati all’interno di un quadro democratico sociopolitico, ma la ricerca della democrazia confuciana è ancora in corso.


Si potrebbero obiettare che il legame tra confucianesimo e istituzioni democratiche che vediamo nelle democrazie dell’Asia orientale è il prodotto di necessità storiche
. E come tale, non è sufficiente a giustificare la loro compatibilità a livello teorico. Tuttavia, a mio avviso, i confuciani contemporanei hanno diverse ragioni per sostenere la democrazia. In primo luogo, nel confucianesimo, il benessere morale e materiale delle persone è il principale l’obiettivo del buon governo. La crescita morale delle persone (huamin) ha valore in sé e il loro benessere materiale è una precondizione per impegnarsi nella coltivazione morale.

Quindi, un buon governo deve “prendersi cura” delle persone, fornendo loro condizioni materiali sufficienti e opportunità concrete per crescere moralmente. Secondo questo approccio, un processo decisionale è giustificato nella misura in cui difende e promuove il benessere delle persone meglio di altre forme di governo, perché lo scopo ultimo della politica è creare un cambiamento positivo nel mondo umano.

Questa idea di buon governo apre il confucianesimo a possibili sperimentazioni istituzionali per il bene generale delle persone. Afferma che un processo decisionale democratico è più o meno giusto in base ai risultati che può generare per il benessere delle persone. Da questa prospettiva, la domanda per i confuciani contemporanei è: qual è il miglior sistema politico per il benessere delle persone in una società sviluppata e industrializzata, come le società nella regione sinica? È la democrazia, il governo dei pochi capaci e virtuosi, o il governo di uno solo?

La risposta a questa domanda dipende dal tipo di problemi che le società contemporanee devono affrontare. Queste devono risolvere problemi complessi che richiedono le conoscenze di agenti politici diversi, come esperti, leader politici, ma anche i cittadini stessi. Consideriamo un tema politico molto caldo ora in Italia: l’immigrazione. Una soluzione efficace ai problemi dell’immigrazione dipende da diversi fatti empirici riguardanti la relazione tra l’economia del paese, le sue proiezioni di crescita, il suo sistema di welfare, le sue caratteristiche geografiche, culturali e urbane e il contesto politico internazionale. Questi fatti sono generalmente conosciuti da diversi gruppi di esperti.

Tuttavia, conoscere questi fatti è insufficienti per raggiungere politiche immigratorie efficaci. Una soluzione ai problemi dell’immigrazione che può migliorare il benessere pubblico dipende anche dai giudizi ponderati del pubblico. Le persone comuni vivono nel loro quotidiano gli effetti delle decisioni politiche. Quindi, possono offrire preziose informazioni su quali sono i problemi o come le cose potrebbero migliorare sia a livello locale che nazionale. Ora, si pensi alla quantità di informazioni che sono necessarie per risolvere efficacemente i problemi dell’immigrazione. Come possono alcune persone non solo conoscere ma anche coordinare tutte queste informazioni? Chiaramente, questo compito va oltre ogni capacità umana. In confronto al governo dei pochi o di uno solo, la democrazia ha il vantaggio di essere un’attività collettiva, che integra le opinioni di diversi attori e distribuisce il potere decisionale tra i membri della società.

Si noti che ciò che conta per una democrazia per raggiungere decisioni politiche giuste non sono tutti i giudizi dei cittadini ma i loro giudizi ponderati, nel senso che quando i cittadini sono chiamati ad esprimere delle opinioni e ad esercitare potere politico in modo collettivo (come durante le elezione o un referendum), la maggior parte dei votanti deve comprendere ciò su cui sta votando. Ritornerò su questo punto tra poco. Per ora, è importante capire che, da una prospettiva confuciana, il processo decisionale deve essere aperto ai giudizi dei cittadini, alle loro aspettative e anche alle loro paure se si vuole trovare una soluzione praticabile efficace. Questo giustifica la partecipazione democratica dei cittadini. Mentre la partecipazione politica può aprire il processo decisionale all’influenza delle diverse opinioni dei cittadini, l’esercizio collettivo del potere politico dei cittadini sul processo decisionale può garantire che i politici prendano sul serio gli interessi del pubblico. Mezzi istituzionali, come le elezioni periodiche, rendono il processo decisionale più sensibile alle preferenze di molti cittadini. Quindi, per i confuciani la democrazia non è giustificata da ideali come il diritto dei singoli all’auto governo o ad esprimere la loro autonomia. Questi, sono valori molto importanti nelle società occidentali ma meno apprezzati in un contesto confuciano.

Ora, torniamo alla competenza politica dei cittadini. La crisi in corso delle democrazie occidentali sembra confutare la difesa della democrazia appena discussa. Alcuni critici sostengono che molti elettori in occidente sono tutt’altro che informati. Quando si parla di politica, la maggior parte di loro è profondamente ignorante! Peggio ancora, molti non hanno interesse a comprendere le questioni politiche, ma supportano i loro leader politici come i tifosi fanno in una partita di calcio: alla cieca e indipendentemente da ciò che accade intorno a loro. In queste condizioni, come si può dire che la partecipazione democratica dei cittadini aiuta il ​​processo decisionale a raggiungere decisioni migliori? Non sarebbe forse meglio delegare più potere decisionale a chi ha una conoscenza della politica profonda e è veramente interessato o interessata al bene comune?

Alcuni studiosi ritengono che questa soluzione (‘il calcio ai tifosi e la politica ai politologi’) sia la strada migliore per i paesi dell’Asia orientale. Io non sono d’accordo. La loro critica alle democrazie occidentali presume che i nostri sistemi democratici permettono agli elettori di sviluppare un’opinione politica razionale e informata. Ma questo è totalmente sbagliato. Si pensa a come l’elettore italiano medio si informa. La maggior parte di noi ha poco tempo per informarsi su questioni politiche (molti di noi lavorano e hanno una famiglia a cui badare). Quindi, per informarci usiamo delle cosiddette “scorciatoie” per risparmiare tempo ed energia: ci informiamo attraverso la lettura dei giornali, delle enciclopedie, ascoltando dibattiti televisivi, opinionisti e attraverso la cosa che è sempre con noi: il telefonino. Leggiamo gli articoli che i nostri contatti hanno condiviso su Facebook e condividiamo le dichiarazioni politiche dei nostri personaggi preferiti su Twitter.

Uno dei problemi che nascono da questo modo di informarsi è che Internet e i social media hanno facilitato la circolazione di informazioni vecchie o fake news. Ciò influisce sul flusso di informazioni perché l’elettore pensa di essere perfettamente informato ma, in realtà, lei o lui è disinformato perché ha usato scorciatoie difettose senza nemmeno saperlo. Si pensi alla tecnologia deep-fake che consente la creazione di video o foto falsi che sono indistinguibili dai video reali. In conclusione, non credo che i problemi delle democrazie occidentali siano dovuti ai limiti cognitivi del votante medio. Uno dei problemi principali è che il sistema dei media e gli espedienti che dovrebbero aiutarci a fare una scelta informata non funzionano come dovrebbero. La soluzione perciò non è dire addio alla democrazia, ma riparare il nostro sistema d’informazione.

In che modo il confucianesimo determina le caratteristiche dei leader asiatici?
Molte persone in Asia orientale hanno un forte rispetto per valori confuciani, come l’istruzione, l’ordine e l’armonia sociale. Questo li induce ad avere aspettative politiche diverse dalle nostre e cercare tipi di leder politici diversi. Come spiegavo prima, nel confucianesimo, il benessere delle persone è un obiettivo fondamentale per lo stato e anche uno dei criteri principali attraverso cui i cittadini valutano i leader politici. Questo innesca comportamenti molto interessanti perché il supporto popolare è principalmente determinato da ciò che i leader politici fanno, non da ciò che promettono di fare.

Un esempio che colpisce molti occidentali è il caso di Singapore. La trasformazione di Singapore dopo la separazione dalla Malesia nel 1965 ha richiesto notevoli sacrifici da parte della sua popolazione. I primi trent’anni sotto il primo ministro Lee Kuan Yew, leader e fondatore del People Action Party (PAP), sono stati caratterizzati da una significativa repressione sociale, politica e culturale. Oltre all’espropriazione di terre di proprietà privata e regole paternalistiche sull’uso dello spazio pubblico, diversi leader dell’opposizione furono arrestati prima delle elezioni. Negli anni ’60 furono emanate forti restrizioni alla libertà di stampa e normative per mettere i media tradizionali sotto il controllo del governo in nome della stabilità nazionale.

Ancora oggi l’autoritarismo della prima generazione di leader del PAP influisce sul rapporto del PAP con la popolazione, generando un forte risentimento in una parte della popolazione ed è alla base di forti critiche al PAP. Eppure, e questa è la cosa curiosa per un osservatore occidentale, il successo delle riforme economiche ha sempre garantito al PAP una forte legittimità popolare che gli ha permesso di governare quasi incontrastato fino ad oggi.
Il caso di Singapore suggerisce che nell’Asia orientale c’è più pragmatismo politico che in Occidente. Se praticato con moderazione, questo pragmatismo politico è salutare per la democrazia perché’ incoraggia i politici a discutere i problemi reali della gente, a prendere decisioni e realizzare progetti, evitando che il dibattito politico si blocchi in scontri ideologici.

Oltre al pragmatismo politico, l’armonia sociale, il duro lavoro, e l’istruzione sono valori confuciani che continuano ad influire sulla politica in Asia orientale. In Giappone, i leader politici devono dimostrare che stanno compiendo il massimo sforzo per mantenere l’armonia sociale e hanno a cuore il benessere delle diverse parti sociali. In queste società, anche gli intellettuali e gli esperti godono di un forte rispetto. In campagna elettorale, i partiti politici di Singapore pubblicizzano i risultati accademici e professionali dei loro candidati e i telegiornali trasmettono i curricula dei candidati affinché i cittadini possano stabilire chi è più adatto a rappresentarli. Al contrario, i politici occidentali tendono a nascondere i loro risultati accademici. Salvini ha studiato in un liceo classico, ma molti dei suoi discorsi violano le regole basilari della logica. Ovviamente Salvini è tutt’altro che stupido e ha un motivo ben preciso per adottare questa retorica.

Questo sistema valoriale crea un clima politico e una classe politica molto diversi da quelli delle democrazie occidentali. A Singapore, un modo in cui i partiti politici emulano questi ideali è nella selezione dei membri del partito. La ricerca pubblica di personaggi eccezionali è sempre stata uno dei punti di forza del PAP. Come sosteneva Lee Kuan You: il paese “ha bisogno dei cittadini più abili, quelli con acume intellettuale e sociale, per svolgere ruoli di leadership nell’economia, nell’amministrazione e in politica”. Questa idea sembra plasmare il reclutamento dei membri del PAP da anni. I pochi studi sul meccanismo di selezione intrapartitico del PAP confermano la tendenza del PAP a selezionare i suoi membri in base alla loro eccellenza accademica e l’eccezionale lavoro svolto.

Naturalmente, l’enfasi sull’istruzione e sul duro lavoro generano anche importanti problemi sociali. Uno dei principali problemi sono le divisioni sociali tra coloro che pensano di avere diritto alla loro posizione sociale in base ai loro risultati personali e coloro che non si sentono “abbastanza intelligenti” da contare. Queste divisioni purtroppo influiscono anche sul diverso trattamento dei lavoratori stranieri, gli immigrati impegnati in lavori manuali vengono spesso considerati non al pari dei locali o dei cosiddetti ‘expats’.

Il grande riconoscimento per l’istruzione e il duro lavoro crea anche forti ansie e pressioni sui giovani e familiari più stretti. I sistemi educativi dell’Asia orientale sono rinomati per essere estremamente competitivi. Qui i bambini trascorrono la maggior parte della loro infanzia studiando. La giornata di uno studente medio è divisa tra scuola e centri di insegnamento privati. A scuola, i bambini devono competere l’uno contro l’altro per ottenere voti migliori che consentono di accedere nelle scuole più prestigiose. L’accesso a queste scuole, a sua volta, garantisce agli studenti maggiori possibilità di ottenere quello che è socialmente riconosciuto come un ‘lavoro da sogni’. Ma gli studenti che si trovano a disagio in questa rigida struttura competitiva, finiscono per essere stigmatizzati dai loro familiari, colleghi e dal resto della società.

Ci sono differenze oggi tra Cina, Singapore e Corea del Sud in questo senso?
Sì, molte differenze. Il rispetto per i leader e l’obbligo di questi di difendere il benessere delle persone si esprimono in sistemi istituzionali diversi, mescolandosi con altri ideali politici. Questo dà luogo a diversi modi di fare politica. Si pensi a come la Cina, la Corea del Sud e Singapore hanno reagito e gestito la pandemia.

In Cina, la volontà della leadership politica di controllare l’emergenza si è manifestata attraverso un meccanismo “dall’alto verso il basso”. Ci sono volute un paio di settimane prima che le autorità politiche prendessero provvedimenti, ma una serie di soluzioni draconiane è stata rapidamente messa in atto quando il governo centrale di Pechino ha realizzato la gravità della situazione. Ciò cui abbiamo assistito è stata una strategia “whatever it takes”; Pechino ha utilizzato tutti i mezzi disponibili (anche sperimentandone alcuni). La tecnologia è stata in prima linea nella guerra al virus, con i droni che seguivano le persone che violavano il lock down, e il coordinamento dei singoli movimenti attraverso la rete di telecamere a circuito chiuso già presente sul territorio.

La risposta di Pechino è stata quindi fortissima. Tale risposta, che ha lasciato molti occidentali impressionati (si pensi alle immagini delle costruzioni in pochi giorni dell’ospedale da campo a Wuhan per ospitare 10.000 pazienti), è dipesa non solo dalla volontà politica della leadership del governo centrale ma anche dal sistema politico cinese. Il rapporto tra governo centrale e province è complesso, ma consente al governo centrale di esercitare un’autorità incondizionata quando si verificano situazioni drammatiche senza precedenti.

L’esercizio del potere politico in un quadro democratico è più complicato perché è un’attività condivisa. In una democrazia, nessun attore politico ha il diritto di decidere da solo e incondizionatamente. I membri del pubblico esercitano periodicamente potere politico collettivamente e lo stato di diritto è indipendente dall’esecutivo in modo che l’esercizio dell’autorità politica da parte del governo sia conforme alla legge. Quindi, i meccanismi istituzionali democratici e lo stato di diritto fanno in modo che il potere politico in una democrazia operi diversamente da come opera in Cina.

Si potrebbe, quindi, dire che un sistema politico autoritario è migliore per gestire emergenze, come una pandemia?
Alcuni studiosi sostengono questa tesi. La loro idea è che a causa della complessità del suo processo decisionale, la democrazia è un “processo lento” se paragonata ai regimi autoritari ed è quindi svantaggiata quando deve reagire ad emergenze imprevedibili o richiedere il sacrificio di molti cittadini. Questa tesi è diventata abbastanza popolare in primavera, quando la Cina mostrava un’organizzazione impeccabile e un robusto impegno della leadership politica nella gestione dell’emergenza, mentre l’Europa era in caos.

A mio avviso, questa è una tesi superficiale che non coincide con ciò che è accaduto in Asia orientale durante i primi mesi della pandemia. La Cina ha dimostrato grandi capacità coordinative e gestionali, ma le democrazie dell’Asia orientale non sono state da meno. La Corea del Sud è forse uno dei paesi che sono stati in grado di affrontare la pandemia in modo più efficiente. La Corea del Sud ha sperimentato non solo la SARS nel 2002-2003, ma anche la MERS (la sindrome respiratoria del Medio Oriente) nel 2015, quando 25 persone morirono. Questo numero ci sembra abbastanza trascurabile in confronto ai morti di COVID-19, ma all’epoca causò una forte indignazione pubblica nella Corea del Sud. L’indignazione della gente fu anche motivata da come il governo gestì l’emergenza. Il governo e gli ospedali ritennero le informazioni sulle condizioni di salute delle persone affette da MERS, rendendo più difficile la gestione dell’emergenza.

Dopo MERS, l’assemblea nazionale sudcoreana approvò una serie di leggi per regolare l’uso governativo dei dati privati ​​in caso di emergenza. La presenza di queste leggi è stata un grande vantaggio per la Corea del Sud all’inizio della pandemia COVID-19 perché le ha fornito le misure legali appropriate per reagire in modo tempestivo. Certo, queste leggi non sono perfette, tuttavia hanno permesso alla Corea del Sud di elaborare una prima risposta tempestiva all’emergenza.

Il caso della Corea del Sud ci insegna che la democrazia può essere efficace ed intelligente se impara dai suoi errori e se c’è la volontà della classe politica e dei cittadini di cooperare verso obiettivi collettivi positivi. Infatti, il governo coreano ha imparato la lezione dalla MERS e ha gestito la pandemia COVID-19 in modo molto più trasparente di prima. Ma anche i cittadini della Corea del Sud hanno imparato la lezione: quando le regole di emergenza all’inizio della pandemia sono entrate in vigore, i cittadini le hanno rispettate e sostenuto il loro governo.

La situazione a Singapore era più complicata che in Corea del Sud, ma sostanzialmente ci porta a pensare che un’efficace leadership politica sia possibile in una democrazia. Come la Corea del Sud, Singapore ha sperimentato la SARS nel 2002, quindi alcuni protocolli di emergenza erano già disponibili. Inoltre, le telecamere a circuito chiuso sono diffuse quasi ovunque sull’’isola. Ma Singapore non ha diritti costituzionali sulla protezione della privacy. Questo ha in parte innescato un “problema di fiducia” tra i cittadini e il governo, quando questo ha chiesto di poter tracciare gli spostamenti dei cittadini. I leader di Singapore hanno sopperito questo vuoto istituzionale non violando la privacy dei cittadini ma con una buona governance: rigide regole di contenimento, risorse economiche immediate per sostenere l’economia locale, e un tracciamento dei contagi caso per caso che avrebbe fatto impallidire Sherlock Homes.

Si dice spesso che in Cina la democrazia non c’è mai stata e quindi non si capisce perché dovrebbe essere un modello per i cinesi. Ma è davvero così? In Cina il confucianesimo non ha mai incontrato afflati democratici (in senso occidentale del termine)?
Beh, il fatto che qualcosa non fosse presente in passato, non significa che non ci siano buone ragioni per realizzarlo in futuro. La sostenibilità ambientale non è mai stata molto importante in passato, eppure oggi ne abbiamo un disperato bisogno!

Naturalmente, il passato conta molto per i cinesi. Per loro, discutere del passato è un modo per parlare del futuro (qualcosa di un po’ strano per noi occidentali, ma che in parte spiega il nuovo interesse per il confucianesimo). Tuttavia, oltre al rispetto per il passato, anche il pragmatismo politico e la volontà di difendere il benessere delle persone sono al centro dello spirito confuciano. Quindi, il passato non può essere l’unico criterio per giustificare o meno la necessità di riforme politiche.

Detto questo, la democrazia non è nuova in Cina. La democrazia fu al centro di numerosi dibattiti e movimenti nella storia della Cina moderna. Ad esempio, è uno dei tre principi fondamentali della filosofia politica di Sun-Yat Sen (1866-1925), il primo leader del Kuomintang e il primo presidente della Repubblica di Cina. In “I tre principi del popolo”, Sun propone un sistema costituzionale democratico, con sistemi di controllo ed equilibro istituzionali e elezioni periodiche. Tuttavia, Sun era preoccupato per la qualità della leadership politica nelle democrazie. Secondo Sun, “durante le elezioni, le persone dotate di eloquenza si ingraziano il ​​pubblico e vincono le elezioni, mentre quelli istruiti e con forti ideali che mancavano di eloquenza vengono ignorati. Di conseguenza, i membri della Camera dei rappresentanti americana sono spesso sciocchi e ignoranti “. Per evitare “gravi carenze rispetto ai funzionari eletti e nominati”, Sun propose di contrastare la bassa qualità dei politici esaminando la loro competenza prima di assumere l’incarico.

La democrazia fu anche alla base del Movimento del 4 maggio. Questo fu un movimento studentesco e intellettuale alla fine degli anni Venti che cercò di promuovere una nuova cultura cinese basata sull’idea di progresso su basi scientifiche e antitradizionali. Il movimento adottò Mr Democracy e Mr Science come valori principali, contro Mr Confucius e portò alla nascita del partito comunista cinese nel 1921. Inoltre, la democrazia fu anche l’obiettivo di diversi movimenti politici di ampia portata, il minyun, intorno agli anni ’70 e ’80.

Quindi, la democrazia non è del tutto nuova in Cina. Ma è anche scorretto dire che la Cina non si è mai impegnata in esperimenti democratici. Basta guardare alla Cina oggi. Negli ultimi anni, la Cina ha sperimentato sempre più numerose pratiche partecipative, tra cui consultazioni pubbliche e deliberazioni pubbliche all’interno di sedi controllate. Le ragioni di queste sperimentazioni non sono quelle che gli occidentali si aspetterebbero: sono determinate da reali esigenze politiche, non da convinzioni ideologiche. Quindi, dobbiamo fare attenzione a non fraintendere questi esperimenti democratici.

Il governo di Pechino riceve più di mille petizioni ogni giorno e per gestire i conflitti sociali, i governi locali hanno introdotto idee e pratiche democratiche, come ad esempio giurie di cittadini. Nel 2005 a Wenling si tenne un sondaggio deliberativo sul bilancio pubblico. L’esperimento fu così popolare che ora è istituzionalizzato, e molti osservatori ritengono che sia abbastanza democratico. Un sondaggio deliberativo simile si è svolto nel distretto Puxi di Shanghai nel 2015. Il distretto Haicang di Xiamen ha istituito un centro per la deliberazione pubblica che organizza ed esegue tutti i forum deliberativi locali. La contea di Aitu nella provincia di Jinling ha istituito il “Centro per l’arbitraggio popolare” attraverso il quale i cittadini possono richiedere un’udienza pubblica.

Questo centro ha anche mandato in onda su un canale televisivo locale alcuni dei dibatti tra gli abitanti dei villaggi e i leader locali. Un altro esperimento interessante è iniziato nel 2013 nella contea di Yanjin, nella provincia dello Yunnan. Qui, sia i cittadini selezionati casualmente che i rappresentanti politici possono avanzare nuove proposte sul bilancio pubblico, con la regola della maggioranza utilizzata per stabilire il risultato. Questi sono alcuni degli esperimenti di partecipazione democratica che stanno avvenendo in Cina. Questi esperimenti sembrano essere sempre più genuini, inclusivi e sono spesso impressionanti.

Tuttavia, il loro apporto alla democratizzazione del regime rimane una questione aperta.

Liberamente tratto da ilmanifesto.it

Tempio di Confucio a Pechino

Perché dobbiamo rileggere “Il tramonto dell’Occidente” di Spengler

a cura di NAM Italia

Nel dicembre di cento anni fa Oswald Spengler licenziava la prefazione alla prima edizione del primo volume del Tramonto dell’Occidente (pp. 677) che sarebbe uscito l’anno seguente, al culmine della più squassante crisi europea dell’era moderna.

Occasione migliore, dunque, per riproporre questo classico del pensiero non poteva esserci e l’editore Nino Aragno non s’è lasciata sfuggire rimandando in libreria il testo che, controverso all’epoca, risulta oggi quanto mai attuale a fronte della decadenza delle radici e dei valori culturali e spirituali di un mondo che segnano, probabilmente al di là delle “previsioni” stesse spengleriane, le premesse del disfacimento storico euro-atlantico oltre il quale non sappiamo che cosa attenderci. È un vero peccato che la traduzione di Julius Evola alla prima edizione del Tramonto, approntata sessant’anni fa, nel 1957, quando i fumi della dissoluzione europea ancora ben visibili, sia stata sostituita (ma non è detto chi è il nuovo traduttore, forse Giuseppe Raciti che figura come curatore dell’opera?). Il filosofo tradizionalista, con un linguaggio impeccabile ed aderente allo spirito di Spengler, confermandosi il migliore esegeta italiano dello stesso insieme con Lorenzo Giusso, apriva porte che erano state tenacemente chiuse dal 1918-1922 (gli anni della pubblicazione dei due volumi) per mettere un pubblico colto, lontano e non soggiogato dagli “scongiuri” di Benedetto Croce, in contatto con l’intellettuale che aveva in animo – e ci riuscì – di elaborare una “filosofia tedesca”, figlia naturale di Goethe, Nietzsche e perfino Leibniz.

È un vero peccato che la riedizione del secondo volume sia stata differita. L’imponenza dell’opera probabilmente giustifica la scelta editoriale, ma non favorisce la comprensione di una imponente “morfologia della storia universale”, come l’autore pretese che si dovesse considerare il suo Tramonto, e forse induce a qualche travisamento, posto che nella nota introduttiva il curatore sembra volerne dare un’interpretazione originale che rimanda alla postfazione al secondo volume. Aspetteremo.

Intanto cogliamo l’occasione per plaudire alla riapparizione di un testo talmente denso quanto bello, profondo e suggestivo, irradiante luci millenarie su un orizzonte che fa parte del nostro paesaggio spirituale. È il modo migliore per celebrare un anniversario che potrebbe o dovrebbe introdurre una discussione sul valore e sull’eredità di Spengler essendo passato pressoché sotto silenzio l’ottantesimo anniversario della sua morte, lo scorso anno, colmato in parte sempre dall’editore Aragno con la ripubblicazione de L’uomo e la tecnica, saggio apparso nel 1932, in edizione tedesca, composto sulla base di una conferenza tenuta l’anno precedente, preceduto da una prefazione sempre di Raciti originalmente intitolata Like a rolling stone, una “spigolatura” spengleriana comunque, ripresa dallo stesso testo: “La pietra rotolante si appressa, con furiosi sbalzi, all’abisso”.

L’8 maggio del 1936, all’età di cinquantasei anni ed al culmine della sua fama, Oswald Spengler si spegneva a Monaco di Baviera, sua città di elezione dove viveva nella solitaria osservazione di un mondo che si disfaceva davanti ai propri occhi. Contemplativo e vigile componendo opere che ruotavano inevitabilmente attorno alla sua morfologia della storia la quale, a ottant’anni dalla sua scomparsa (anniversario ignorato da tutti), ancora ci appare come il compendio della decadenza europea ed occidentale. È facile dire oggi che fu una sorta di “profeta”, tanto per abbandonarlo al suo destino. Molto più verosimilmente bisognerebbe riconsiderarlo come il più lucido analista del Novecento, non soltanto dal punto di vista filosofico ma anche – e soprattutto – per la visione politica che dalla sua morfologia discendeva. Dopo più di ottant’anni non si può dire che le idee di Spengler non si siano depositate sui destini della nostra epoca rendendoli decifrabili a chi ha voluto soffermarsi sul tramonto di una civiltà che oggi nessuno più contesta anche senza conoscere chi l’aveva preconizzata è descritta.

Quando intraprese l’immane lavoro che sarebbe diventato Il tramonto dell’Occidente, Spengler aveva in animo di scrivere un romanzo storico, come i Buddenbrock di Thomas Mann. Poi, profondamente colpito dalla crisi di Agadir, si fece trascinare dalla passione verso la composizione di un saggio storico, o “romanzo storico” per alcuni, che divenne addirittura qualcosa di più. Spengler fu ispirato dal libro di Otto Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt (Storia del tramonto del mondo antico). L’opera fu completata nel 1914 ma la pubblicazione fu rimandata per lo scoppio della Prima guerra mondiale nel corso della quale Spengler visse poveramente, perché la sua eredità, investita fuori dall’Europa, era praticamente inutilizzabile.

Il tramonto dell’Occidente è un libro universale che il tempo non ha “consumato” perché, lo si ammetta o meno, direttamente o indirettamente, è uno di quelli che ha profondamente inciso nella cultura europea. Allo stesso modo, per fare due esempi, di come incisero, sia pur dopo incomprensioni e resistenze, Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer e lo Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

Spengler, non meno dei due filosofi dell’Ottocento, conquistò, affascinò ed irretì la borghesia tedesca del secondo decennio del Novecento per affermarsi, con la forza di una inoppugnabile diagnosi della decadenza, nell’Europa sconvolta dagli esiti della Guerra Mondiale che diedero forza al Tramonto che venne recepito come l’esame di coscienza di un Occidente spaventato di fronte a se stesso. Spaventato e disorientato non meno di quanto lo sia oggi, a cento anni dalla pubblicazione dell’opera.

Spengler mette davanti agli europei ciò che né da Schopenhauer, né da Nietzsche avevano accettato perché non riuscivano a toccarla: la decadenza. Mancava il motivo: la gaia apocalisse non scuoteva il vecchi europei addormentatisi con antiche certezze e risvegliatisi, dopo il conflitto, con uno sguardo atterrito sul vuoto.

Quando Il tramonto dell’Occidente apparve fu facile denigrarlo, come il prodotto della Germania sconfitta. Eppure esso venne partorito nel 1911 quando l’Impero guglielmino ancora si illudeva che il suo destino potesse essere diverso, come quello del resto d’Europa. I segni che sinistramente si erano manifestati dalla Grande Rivoluzione in poi non erano serviti né alle oligarchie continentali, né ai borghesi e neppure alla nascente classe operaia che immaginava la sua emancipazione distruggendo il vecchio ordine. Non c’era più niente da distruggere; tutto si era già compiuto. L’Occidente barcollava sotto i colpi delle sue stesse utopie; la “guerra civile europea” non fece altro che certificare la crisi di un mondo che sopravviveva stentatamente illudendosi che, dopotutto, nulla sarebbe davvero cambiato. “In questo libro – scriveva Spengler nell’Introduzione – si azzarda per la prima volta il tentativo di predeterminare la storia. Si tratta di seguire il destino di una civilità, e segnatamente dell’unica civiltà il cui compimento sia oggi in atto su questo pianeta, la civiltà euro-americana, negli stadi non ancora intrapresi”. L’oggetto è chiaro, il fine anche, ma le conseguenze?

Ecco perché ci chiediamo se oggi il Tramonto ha ancora un senso. Se è vero che “la civiltà è una pianta”, come sostiene Spengler, è anche vero che essa continua ad agonizzare; le sue foglie sono ingiallite; non aspetta altro che morire. Nessuno sa dire quando l’evento si verificherà. E nessuno probabilmente può mettere in discussione questa “verità” preconizzata da Spengler che da morfologo della storia non si illudeva di poter suggerire ricette miracolistiche per evitarlo. Le civiltà, dopotutto, sono organismi, caratterizzate da un destino quasi biologico che deve inevitabilmente concludere il suo ciclo. Possono rifiorire, naturalmente, ma in altre forme. Dalle macerie occidentali nelle quali ci aggiriamo che cosa può nascere? E’ su questo interrogativo che si ferma la lunga meditazione spengleriana improntata ad un realismo glaciale e perciò degna di considerazione al di là di speranze ottuse nutrite tanto per allontanare lo spettro di una crisi senza sbocchi.

Le civiltà, come tutte le forme vitali, appartengono al “mondo organico” e dunque rispondono ad un principio biologico. Perciò sono dotate di un’anima che le caratterizza. Avere una storia, coltivare un destino vuol dire aderire ai dettati dell’anima. Nel periodo ascendente di una civiltà (Kultur) predominano i valori spirituali e morali che danno il senso all’esistenza degli esseri che vivono secondo i dettami del diritto naturale; l’esistenza comunitaria è organizzata in ordini, caste, gerarchie; nei cuori dei popoli domina un profondo sentimento religioso che pervade l’arte, la politica, l’economia, la letteratura. Quando la civiltà invecchia e la sua anima si rattrappisce si passa allo stadio della “civilizzazione” (Zivilisation); al principio della qualità si sostituisce quello della quantità; all’artigianato, la tecnica; l’invasività della massificazione dei gusti e dei costumi travolge le differenze; alla città suggente vita dalla campagna ed organizzata a misura d’uomo, si sostituisce la megalopoli come estrema forma di indifferentismo, un termitaio senza più una dimensione umana; le società sono livellate, l’edonismo ed il denaro sono i soli valori riconosciuti.

“Solo quando, con l’avvento della civilizzazione – scrive Spengler – comincia la bassa marea di tutto il mondo delle forme, le strutture delle mere condizioni di vita affiorano nude e prepotenti: vengono i tempi nei quali il detto volgare che ‘fame e sesso’ sono i veri momenti dell’esistenza, cessa di essere sentito come una sfrontatezza, i tempi nei quali non il divenire forti in vista di un compito, bensì la felicità dei più, il benessere e la comodità, il panem et circenses, costituiscono il senso della vita e la grande politica dà luogo alla politica economica intesa quale fine a se stessa”.

Parole che sembrano scritte in questi torbidi tempi: furono pensate oltre un secolo fa, quando Spengler voleva scrivere, intorno agli anni Dieci, come s’è detto, un grande romanzo storico e si trovò, trasportato dal sentire della decadenza, a descrivere ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto. Il tramonto dell’Occidente ebbe un grandissimo successo: la Germania umiliata dal Trattato di Versailles (1919) e la depressione economica del 1923, alimentata dall’iperinflazione, davano ragione a Spengler. Per i tedeschi le tesi contenute nella sua opera corrispondevano al loro sentire: grazie ad esse il crollo della Germania aveva un senso, diventava comprensibile. Il tramonto ebbe un successo enorme anche fuori dai confini nazionali, tradotto in molte lingue, accese un dibattito continentale. Spengler, ormai famoso, rifiutò comunque la cattedra di filosofia offertagli dall’università di Gottinga per concentrarsi sulla scrittura e lo studio.

Il Tramonto accese opinioni contrastanti. Per Thomas Mann era come leggere Arthur Schopenhauer per la prima volta; per Max Weber Spengler era un “dilettante molto ingegnoso e colto”; Ludwig Wittgenstein ne condivideva il pessimismo culturale. In Italia, Benedetto Croce, attendo alle evoluzioni del pensiero tedesco, poco elegantemente consigliò i lettori di Spengler di “fare gli scongiuri” prima di prendere in mano la sua opera.

Nel 1928, dieci anni dopo la pubblicazione del primo volume, la rivista americana “Time” pubblicò una recensione del solo secondo volume del Il tramonto dell’Occidente. Descriveva l’immensa influenza delle idee di Spengler ed il dibattito che aveva suscitato: “Quando il primo volume de Il tramonto dell’Occidente uscì alcuni anni fa, furono vendute migliaia di copie. Il dibattito colto in Europa presto si concentrò sulle tesi di Spengler. Lo spenglerismo “contagiava” innumerevoli intellettuali”. Nel secondo volume (impossibile non riferirci anche ad esso), Spengler sosteneva che il socialismo tedesco era altra cosa rispetto al marxismo – un saggio al riguardo lo intitolò Prussianesimo e socialismo – e che era compatibile con il tradizionale conservatorismo tedesco. Nel 1924, in seguito alle agitazioni politico-sociali e all’inflazione, Spengler cercò di influenzare, senza riuscirci, il tentativo nazional-conservatore di portare al potere il generale della Reichswehr Hans von Seeckt. Nel 1931 pubblicò L’Uomo e la tecnica, che metteva in guardia contro i pericoli della tecnologia, tema su cui si sarebbe esercitato Martin Heidegger insieme con molti altri pensatori della Rivoluzione conservatrice, e dell’industrialismo onnivoro. In particolare puntava il dito contro la tendenza della tecnologia occidentale a diffondersi tra le “razze di colore” nemiche, che poi avrebbero preso le armi contro l’Occidente.

Spengler si avvicinava così agli “anni decisivi”. Ma qui si apre un altro capitolo della vicenda intellettuale del pensatore.

Liberamente tratto da Freccia Nera – Patria Partenopea

Oswald Spengler e il National Anarchist Movement d’Italia

Sulla Glorificazione del Lavoro

di René Guenon

È di moda, nella nostra epoca, esaltare il lavoro, quale che sia e in ogni modo lo si compia, come se avesse un valore eminente di per sé, indipendentemente da qualsiasi considerazione d’altro ordine; è soggetto d’innumerevoli declamazioni tanto vuote quanto pompose, non solo nel mondo profano, ma anche, cosa ben più grave, nell’ambito delle organizzazioni iniziatiche rimaste in Occidente.

È facile capire che tale modo di considerare le cose si riallaccia direttamente all’esagerato bisogno d’azione caratteristico degli Occidentali moderni; infatti, il lavoro, almeno quando lo si considera in questo modo, evidentemente altro non è che una forma dell’azione, e una forma alla quale, d’altra parte, il pregiudizio “moralista” esorta ad attribuire un’importanza ancora maggiore a qualsiasi altra, essendo quella che meglio si presta a essere presentata in veste di “dovere” per l’uomo e tale da contribuire ad assicurare la sua “dignità”. Il più delle volte a ciò si aggiunge un’intenzione nettamente antitradizionale, quella di disprezzare la contemplazione, che si finge d’assimilare all’“ozio”, mentre, al contrario, essa è in realtà l’attività più elevata concepibile, e d’altronde l’azione separata dalla contemplazione non può essere che cieca e disordinata. Tutto ciò si spiega fin troppo facilmente da parte d’uomini che dichiarano, senza dubbio sinceramente, che «la loro felicità consiste nell’azione» , noi diremmo volentieri nell’agitazione, giacché, quando l’azione è presa così come fine a se stessa, quali che siano i pretesti “moralisti” invocati per giustificarla, essa non è davvero niente più di quello.

Contrariamente a quel che pensano i moderni, un lavoro qualsiasi, compiuto indistintamente da chiunque, e unicamente per il piacere d’agire o per la necessità di “guadagnarsi la vita”, non merita per niente d’essere esaltato, e pure non può essere considerato che come una cosa anormale, opposta all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, al punto che, nelle condizioni della nostra epoca, arriva troppo sovente ad assumere un carattere che si potrebbe, senza esagerazione alcuna, qualificare come “infra-umano”.

Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare completamente, è che un lavoro non ha reale valore se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se ne risulta in modo diciamo spontaneo e necessario, sì da essere per tale natura il mezzo per realizzarsi il più perfettamente possibile. Ecco, in definitiva, la nozione stessa di swadarma, che è il vero fondamento dell’istituzione delle caste, e sulla quale abbiamo sufficientemente insistito in tante altre occasioni da poterci accontentare di ricordarla senza dilungarci oltre. Si può anche pensare, a tal proposito, a quel che dice Aristotele dell’esecuzione da parte d’ogni essere del suo “atto proprio”, con il che va inteso sia l’esercizio di un’attività conforme alla propria natura sia, come diretta conseguenza di quest’attività, il passaggio dalla “potenza” all’“atto” delle possibilità comprese in questa natura. In altre parole, perché un lavoro, di qualunque genere possa essere d’altronde, sia quel che dev’essere, occorre anzitutto che corrisponda per l’uomo a una “vocazione”, nel vero senso della parola; e, quando è così, il profitto materiale che può legittimamente derivarne appare come un fine secondario e contingente, addirittura trascurabile di fronte a un altro fine superiore, che è lo sviluppo e come il compimento “in atto” della natura stessa dell’essere umano.

Quel che andiamo dicendo è una delle basi essenziali di ogni iniziazione di mestiere, poiché la “vocazione” corrispondente è una delle qualificazioni richieste per una tale iniziazione, e anzi, si potrebbe dire, la prima e la più indispensabile di tutte . Tuttavia, vi è un’altra cosa su cui è opportuno insistere, soprattutto dal punto di vista iniziatico, giacché è quella che dà al lavoro, considerato secondo la nozione tradizionale, il suo significato più profondo e la sua portata più alta, superando la considerazione della sola natura umana per ricollegarlo allo ordine cosmico stesso, e di là, nel modo più diretto, ai principi universali.

Per comprenderlo, si può partire dalla definizione dell’arte come “imitazione della natura nel suo modo d’operare”, ossia della natura come causa (Natura naturans), e non come effetto (Natura naturata); dal punto di vista tradizionale, infatti, non vi è distinzione tra arte e mestiere, come non ve n’è tra artista e artigiano, ed è questo un altro punto sul quale abbiamo già avuto sovente occasione di spiegarci; tutto quel che è prodotto “conformemente all’ordine” merita per ciò stesso, e allo stesso titolo, d’esser considerato come un’opera d’arte. Tutte le tradizioni insistono sull’analogia che esiste tra gli artigiani umani e l’Artigiano divino, gli uni come l’altro operanti ‘tramite un verbo concepito nell’intelletto’, il che, notiamolo di sfuggita, dimostra nel modo più netto possibile la funzione della contemplazione come condizione preliminare e necessaria alla produzione di ogni opera d’arte; ed è questa una ulteriore differenza essenziale con la concezione profana del lavoro, che lo riduce a essere pura e semplice azione, come dicevamo sopra, e pretende anche d’opporlo alla contemplazione. Seguendo l’espressione dei Libri indù, «noi dobbiamo costruire come i Dêva lo fecero all’inizio»; questo, che si estende naturalmente all’esercizio di tutti i mestieri degni di questo nome, implica che il lavoro ha un carattere propriamente rituale, come d’altronde devono averlo tutte le cose in una civiltà integralmente tradizionale; e non solo è questo carattere rituale ad assicurare la “conformità all’ordine” di cui parlavamo poco fa, ma addirittura si può dire ch’esso è tutt’uno con questa conformità.

Dal momento che l’artigiano umano imita così nel suo dominio particolare l’operazione dello Artigiano divino, egli partecipa all’opera stessa di questi in una misura corrispondente, e in un modo tanto più effettivo quanto più ha coscienza di questa cooperazione; e più egli realizza attraverso il suo lavoro le virtualità della propria natura, più accresce in pari tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino, e più le sue opere si integrano perfettamente nella armonia del Cosmo. È evidente come tutto questo sia lontano dalle banalità che i nostri contemporanei sono abituati a enunciare credendo con ciò di fare l’elogio del lavoro; questo, quando è quel che dev’essere tradizionalmente, ma soltanto in questo caso, è in realtà ben al di sopra di tutto quel ch’essi sono capaci di concepire. Possiamo perciò concludere queste poche indicazioni, che sarebbe facile sviluppare quasi indefinitamente, dicendo questo: la “glorificazione del lavoro” risponde bene a una verità, e anche a una verità d’ordine profondo; ma il modo nel quale i moderni la intendono di solito non è che una deformazione caricaturale della nozione tradizionale, che arriva addirittura in qualche modo a invertirlo. Infatti, non si “glorifica” il lavoro con discorsi vani, cosa che non ha neppure alcun senso plausibile; ma il lavoro stesso è “glorificato”, cioè “trasformato”, quando, invece d’essere una semplice attività profana, costituisce una collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del “Grande Architetto dell’Universo.”

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Brano tratto dal capitolo X del trattato Initiation et Réalisation Spirituelle, di René Guénon – Éditions Traditionnelles, Paris, 1952

Liberamente tratto da Freccia Nera – Patria Partenopea

Sulla glorificazione del lavoro – René Guenon

GUERRA SENZA LIMITI

di Claudio Mutti

Con una serie di articoli pubblicati nel luglio 1947 sul “New York Herald Tribune” e poi raccolti nel volume intitolato The Cold War. A Study in U.S. Foreign Policy il giornalista statunitense Walter Lippmann introdusse nel vocabolario geopolitico una nuova formula, “guerra fredda”, atta a descrivere un’ostilità che non sembrava più risolvibile con una guerra frontale tra le due superpotenze, dato il pericolo per la sopravvivenza dell’umanità rappresentato da un eventuale ricorso all’arma atomica. Tale formula avrebbe definito per tutta la sua durata l’antagonismo storico fra il blocco occidentale egemonizzato dagli USA e quello eurasiatico egemonizzato dall’URSS. Iniziata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale col blocco di Berlino, la “guerra fredda”, che comunque non fu un fenomeno omogeneo, terminò a Helsinki il 1° agosto 1975, quando i rappresentanti di trentacinque paesi sottoscrissero l’atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione europea, nel quale venivano ribaditi i principi della distensione e del rispetto dei “diritti umani”. Col termine “seconda guerra fredda” si è soliti indicare il periodo compreso tra l’intervento sovietico in Afghanistan (25 dicembre 1979) e il vertice di Ginevra (19-20 novembre 1985) in cui Ronald Reagan e Mikhail Gorbačëv concordarono di ridurre del 50% i rispettivi arsenali nucleari.

Da qualche mese è possibile assistere ad una rinnovata fortuna della formula coniata settant’anni fa. Un connazionale di Walter Lippmann “distaccato” in Italia, l’immarcescibile Edward Luttwak, ha detto in un’intervista apparsa il 17 luglio su “Il Tempo”: “La guerra fredda è già in corso. Tra i servizi segreti di USA e Cina la guerra è aperta. Sa quale è l’importanza di questa vecchia definizione, appunto ‘guerra fredda’? Che questa guerra fredda continuerà, come è successo con l’URSS in passato, fino alla caduta del regime cinese. Pazientiamo. I paesi ed i sistemi non democratici cadono. Non cadono domattina, ma cadono. E il leader cinese Xi Jinping questo lo capisce molto bene e perciò ha l’ambizione di sopprimere la democrazia ovunque, a cominciare da Hong Kong”.

Il paradigma della “guerra fredda”, riproposto in forma aggiornata da mestatori americani in trasferta e agit-prop occidentalisti, trova la sua conferma ufficiale nelle parole del segretario di Stato dell’Amministrazione statunitense: “Credevamo che coinvolgere la Cina avrebbe generato un futuro di cooperazione. Oggi siamo qui a indossare maschere e a fare il conteggio dei morti della pandemia perché il partito comunista cinese ha tradito le sue promesse. Siamo qui a seguire gli sviluppi della repressione a Hong Kong e nello Xinjiang. Osserviamo le tremende statistiche sul commercio estero cinese che ha colpito la nostra occupazione e le nostre aziende. Seguiamo le forze armate della Cina che diventano sempre più potenti e minacciose”[1].

Il progetto di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in una colonia economica americana, inaugurato ufficialmente[2] mezzo secolo fa, nell’aprile 1971, con la famosa partita di ping-pong, è rovinosamente fallito: gl’investimenti riversati sulla Cina sono stati da questa saggiamente utilizzati per acquisire un grado di potenza che le ha consentito di assumere un ruolo di protagonista mondiale. Determinati a salvaguardare la loro egemonia globale, gli Stati Uniti sono passati da una politica di “contenimento” alla creazione di un “arco di crisi” finalizzato a neutralizzare il loro avversario geopolitico. Le dichiarazioni rilasciate in maggio da Trump sul “virus cinese” (“the Chinese virus”) e sulla “peste cinese” (“the plague from China”) hanno preannunciato un ulteriore passo di Washington, che, ripescando dal lessico della vecchia guerra fredda la stantia definizione di “mondo libero” – ha lanciato un accorato appello per costituire un’alleanza internazionale anticinese. “Speriamo – ha detto infatti Mike Pompeo ai giornalisti inglesi nello scorso luglio – di poter costruire una coalizione che comprenda la minaccia e agisca collettivamente per convincere il Partito Comunista Cinese che non è nel suo interesse impegnarsi in questo tipo di comportamento (…) Vogliamo che ogni nazione capisca la libertà e la democrazia […] per comprendere la minaccia del Partito Comunista Cinese. Il mondo libero deve trionfare su questa nuova tirannia”[3].

Un parere radicalmente contrario alla proposta del segretario di Stato americano è stato espresso dalla signora Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, la quale, oltre a mostrarsi sorpresa per la “maleducazione” dimostrata da Pompeo nei confronti della Cina, del suo ordinamento sociopolitico e della sua dirigenza”, ha dichiarato che la tensione creata dagli USA “complica seriamente la situazione internazionale in generale” e che la Russia, di fronte al tentativo americano di “inserire un cuneo” tra Mosca e Pechino, rafforzerà ulteriormente la cooperazione con la Repubblica Popolare, essendo tale cooperazione “il fattore più importante per stabilizzare la situazione mondiale”[4].

Per quanto riguarda l’Italia, l’ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg ha severamente richiamato all’ordine il governo presieduto dall’avvocato Conte, che nella precedente versione “giallo-verde” aveva sottoscritto il “Memorandum d’Intesa” concernente la nuova Via della Seta, suscitando l’apprensione e l’irritazione della Casa Bianca. Ad una giornalista che cercava di rassicurarlo dicendo che il governo di Roma sta cambiando le sue posizioni circa il 5G e gli chiedeva se ciò potesse bastare per soddisfare gli USA, il messo di Washington ha risposto testualmente: “Aspettiamo di vedere come si procederà esattamente. Huawei rappresenta una minaccia alla sicurezza. La Cina è un paese molto pericoloso”[5].

Un analogo avvertimento era stato rivolto al governo libanese, due settimane prima dell’esplosione nel porto di Beirut, dall’ambasciatrice americana Dorothy Shea, secondo la quale l’avvicinamento a Pechino sarebbe potuto costare al Paese dei Cedri “prosperità, stabilità e sostenibilità finanziaria”. Un rapporto dell’Associated Press pubblicato in quegli stessi giorni chiariva i motivi dei timori americani concernenti le relazioni di Beirut con Pechino. Agli inizi di luglio il primo ministro Hasan Diab aveva ricevuto l’ambasciatore cinese Wang Qijian e il ministro dell’Industria, Imad Hoballah, era stato incaricato di studiare le modalità di una cooperazione del Libano con la Repubblica Popolare. L’agenzia di stampa riportava queste parole di un funzionario ministeriale: “Ci siamo spostati molto seriamente verso la Cina, ma non stiamo voltando le spalle all’Occidente … stiamo attraversando circostanze eccezionali e diamo il benvenuto a tutti coloro che intendono aiutarci”[6]. Pechino avrebbe proposto al governo di Beirut la realizzazione di importanti progetti per un totale di dodici miliardi e mezzo di dollari: una rete di centrali elettriche in grado di porre fine alla decennale crisi energetica libanese, una galleria tra la capitale e la valle della Beqaa, una linea ferroviaria lungo la costa.

Il rapporto dell’Associated Press indicava il porto libanese di Tripoli come una futura un’importante stazione sulla nuova Via della Seta. Secondo l’economista Kamal Hadamis i Cinesi preferiscono utilizzare, anziché il porto di Tel Aviv, quello di Tripoli, perché, essendo più vicino ai porti di Tartus e Latakia, controllati dall’esercito russo, agevolerebbe il trasferimento in territorio siriano di tutto il materiale necessario per la ricostruzione del paese. Il porto di Tripoli verrebbe collegato alla città siriana di Homs da una ferrovia, costruita dai Cinesi, che coinvolgerebbe anche Beirut ed Aleppo. Il corridoio così generato permetterebbe di ridurre i tempi di trasporto delle merci e consentirebbe di evitare il passaggio attraverso il canale di Suez, già percorso da un intenso traffico marittimo[7].

Se nel Mediterraneo l’azione anticinese degli USA si esplica nelle pressioni e nelle minacce esercitate nei confronti dei governi dell’area, sul versante opposto del Continente eurasiatico la strategia americana tende ad assumere una forma che ricorda il “containment” teorizzato da Truman nei confronti del blocco cino-sovietico ai tempi della guerra fredda. “Washington – ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi – ha appiccato il fuoco dappertutto, costringendo i paesi a schierarsi per creare il disordine nella regione”[8]. Al fine di smorzare le tensioni, la Repubblica Popolare ha cominciato a rafforzare i propri rapporti economici e commerciali coi Paesi vicini ed ha avviato una serie di colloqui distensivi coi loro governi. Tuttavia gli Stati Uniti appaiono determinati nell’intento di costituire una sorta di NATO asiatica, schierando in un unico blocco i paesi che si bagnano nelle acque del Mar Cinese Meridionale: Vietnam, Malesia, Singapore, Indonesia, Brunei, Filippine; oltre ai quali gli USA sono convinti di poter contare, nella regione dell’Indo-Pacifico, su tre alleati sicuri: il Giappone, Taiwan e l’Australia.

Proprio dall’Australia sono giunte, ai primi di agosto, le previsioni di due autorevoli uomini politici circa un futuro scontro armato fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. In seguito all’affermazione dell’ex primo ministro Kevin Rudd, secondo cui il rischio di un conflitto militare fra Washington e Pechino diventerebbe “particolarmente elevato” nei prossimi tre mesi, il primo ministro attualmente in carica, Scott Morrison, ha confermato: “La mia visione delle cose non è drammatica come quella del signor Rudd. Tuttavia riconosco che quanto sembrava inconcepibile prima d’ora, lo è molto meno in relazione al contesto attuale”. Il primo ministro australiano ha poi fatto sapere che il suo governo ha investito 270 miliardi di dollari australiani (pari a 159 miliardi di euri) in missili a lunga gettata e in altro materiale bellico[9].

Se l’obiettivo di Trump e Pompeo consiste nell’arginare la crescente influenza della Repubblica Popolare Cinese, quest’ultima non intende certamente fermare la propria avanzata. Anzi, dopo avere sfidato gl’interessi statunitensi nell’Asia orientale ed in Africa, essa si appresta a contrastare le mire egemoniche di Washington nel Vicino e Medio Oriente, dove troverà un punto d’appoggio strategico grazie ad un partenariato venticinquennale con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’accordo fra i due paesi riveste una particolare importanza, perché le sue implicazioni oltrepassano la sfera economica e le relazioni bilaterali e riguardano anche la cultura e la sicurezza. Il segretario di Stato nordamericano ha lanciato l’allarme contro questo accordo, che consentirà alla Repubblica Popolare di svolgere un ruolo di primo piano in una delle regioni più importanti del pianeta. Il partenariato garantirà infatti alla Cina la libertà di navigazione nel Golfo Persico e contribuirà a soddisfare le sue esigenze energetiche, mentre fornirà alla Repubblica Islamica i flussi finanziari di cui essa ha bisogno, favorendo così anche il sostegno iraniano ai movimenti di resistenza nel Vicino Oriente. Inoltre la Cina, dovendo affrontare il fenomeno del secessionismo e del settarismo armato nello Xinjiang, potrà avvalersi del patrimonio di esperienze accumulato dall’Iran nel corso delle sue lotte contro il terrorismo di analoga matrice in Siria ed in Iraq. Insomma, come prevede la pubblicazione statunitense “Foreign Policy”, “i legami sino-iraniani ridisegneranno inevitabilmente il panorama politico della regione a favore dell’Iran e della Cina, minando ulteriormente l’influenza degli Stati Uniti”[10].

Come fa notare Daniele Perra su questo stesso numero di “Eurasia”, il discorso pronunciato da Mike Pompeo il 23 luglio 2020 lascia intendere che il rapporto conflittuale degli USA con la Cina si tradurrà in uno scontro aperto finalizzato, secondo gli auspici statunitensi – a provocare il crollo della Repubblica Popolare Cinese. Una prospettiva del genere rende verosimile l’eventualità che lo scontro fra le due potenze assuma la forma di quel tipo di conflitto che vent’anni fa due colonnelli dell’Esercito Popolare di Liberazione, Qiao Liang e Wang Xiangsui, definirono come “guerra senza limiti”[11]. Riferendosi ad una tale eventualità, F. William Engdahl osserva che “la Cina è vulnerabile a sanzioni commerciali, interruzioni finanziarie, attacchi bioterroristici ed embarghi petroliferi”[12]. Ed aggiunge: “Alcuni hanno suggerito che la recente piaga delle locuste e il devastante attacco della peste suina africana alle scorte alimentari fondamentali della Cina non sia stato semplicemente un evento naturale. (…) È possibile che le recenti enormi esondazioni dello Yangtze, che hanno minacciato la gigantesca diga delle Tre Gole e hanno inondato Wuhan e altre grandi città della Cina devastando milioni di acri di importanti terreni coltivati non siano stati soltanto eventi stagionali?”[13]

Se tali supposizioni corrispondono a verità, la “guerra senza limiti” è già cominciata.


NOTE

[1] Federico Rampini, Usa, l’attacco di Pompeo alla Cina di Xi: “Il mondo libero trionfi su questa nuova tirannia”www.repubblica.it/esteri, 23 luglio 2020.

[2] Diciamo “ufficialmente”, perché “l’intesa cino-americana, maturata dietro le quinte della politica di Washington nel corso del 1968, aveva già avuto una applicazione ufficiosa e discreta a partire dal 1969 (…) L’anno 1971, con la sua appendice del primo bimestre 1972, rappresentava solo la consacrazione pubblica di una situazione di fatto già esistente” (Guido Giannettini, Dietro la Grande Muraglia, Ciacci editore, Catanzaro 1979, p. 127).

[3] Pompeo annuncia la volontà degli Usa di “costruire una coalizione contro la minaccia cinese”www.agenzianova.com, 22 luglio 2020/; Rita Lofano, Tra Cina e Usa la Guerra Fredda dei consolatiwww.agi.it, 24 luglio 2020.

[4] RIA Novosti, Mosca, 24 luglio 2020.

[5] https://www.adnkronos.com, 29 luglio 2020.

[6] Il Libano si rivolge alla Cina per risolvere la sua crisi finanziariahttps://parstoday.com, 17 luglio 2020.

[7] Cfr. Stefano Vernole, Siria: inizio di ricostruzione o guerra di logoramento, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, 2/2020.

[8] Federico Giuliani, Una NATO asiatica per arginare la Cina: la mossa di Trump che spaventa Pechino, it.insideover.com, 4 agosto 2020.

[9] L’idée d’une guerre entre les USA et la Chine est désormais “envisageable”http://french.almanar.com.lb, 6 agosto 2020.

[10] https://foreignpolicy.com, 9 agosto 2020.

[11] Qiao Liang – Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001. Cfr. la recensione del libro apparsa in “Eurasia”, 2/2008.

[12] F. William Engdahl, Is This a Remake of the 1941 Hitler Stalin Great War?, “New Eastern Outlook”, 10 agosto 2020.

[13] Ibidem.

Liberamente tratto da Eurasia Rivista

Guerra senza limiti

La calma è un superpotere

a cura di Vincenzo Di Maio

Come afferma Zhuang zi “a una mente tranquilla l’universo intero si arrende”, e tutti noi siamo destinati sempre più a fare fronte con questa necessità a maggior ragione dal momento in cui essere placido è un modo di esistere in resilienza reattiva alle oppressioni vigenti innescate dalla falsa pandemia voluta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli interessi economici che essa rappresenta a causa dei suoi finanziatori pubblici che ne orientano decisioni attraverso la co-agenza di altre organizzazioni internazionali al servizio della globalizzazione tecno-economica voluta dalla élite occulta e demoniaca che persegue lo scopo di realizzare un Nuovo Ordine Mondiale atlantista, laicista e progressista a discapito del resto del mondo.

Dice Lucio Anneo Seneca che il “primo segno di un animo equilibrato è la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di sé stessi.” e poiché “un luogo, di per sé, non contribuisce molto alla tranquillità: è l’animo che ha il potere di rendere tutte le cose gradite.”

“Impara ad essere calmo e sarai sempre felice” afferma Paramahansa Yogananda, perché la felicità è una parola coniugata da attimi susseguenti sorretti dallo status della gioia, un ruolo sociale fondato sul sorriso del cuore che illumina le strade permettendoci di irradiare luce armoniosa verso l’universo, incontrando momenti di estasi divina di un puro amor di sé che si riflette negli altri e che gli altri riflettono in noi.

Sosteneva e sostiene l’immortale e antico generale cinese Sun Tzu nella sua opera omnia che è l’Arte della Guerra: “Con ordine, affronta il disordine; con calma, l’irruenza. Questo significa avere il controllo del cuore.”

Due nemici interiori da combattere ogni giorno nella nostra realtà quotidiana: il disordine e l’irruenza nelle nostre cose come nella nostra mente, due demoni interiori che interessano proprio la nostra frequenza vibrazionale insita nelle nostre emozioni che fanno da eco ai nostri flussi interiori, in quanto vi sono fattori che ci interessano da vicino.

SEI COSE CHE INTERESSANO LA NOSTRA FREQUENZA VIBRAZIONALE

1 * I PENSIERI *

Ogni pensiero emette una frequenza verso l’Universo e quella frequenza ritorna all’origine, quindi nel caso in cui tu abbia pensieri negativi, di scoraggiamento, tristezza, rabbia, paura, tutto questo ti ritorna. Ecco perché è così importante che ti prenda cura della qualità dei tuoi pensieri e impari a coltivare pensieri più positivi, pensieri di bellezza di gioia, pensieri più leggeri.

2 * LE COMPAGNIE *

Le persone intorno a te influenzano direttamente la tua frequenza vibrazionale. Se ti circondi di persone allegre, positive, determinate, entrerai anche tu in quella vibrazione. Ora, se ti circondi di persone che si lamentano, rivendicano, imprecano e sono pessimiste, fai attenzione! Poiché potrebbero ridurre la tua frequenza se non sei ancora forte e di conseguenza bloccarti nelle energie più basse.

3 * LA MUSICA *.

La musica è molto potente. Se ascolti solo musica forte, pesante, che parla di morte, tradimento, tristezza, abbandono, tutto ciò interferirà con la tua vibrazione. Presta attenzione ai testi della musica che ascolti, ma soprattutto fermati un attimo ad ascoltare che effetto ha su di te, potrebbe ridurre la tua frequenza vibrazionale. E ricorda: attiri esattamente ciò che vibri nella tua vita.

4 * COSE CHE VEDI *.

Quando guardi programmi TV che affrontano disgrazie, morte, tradimenti, dolore ecc. Il tuo cervello lo accetta come una realtà e rilascia un’intera sostanza chimica nel tuo corpo, causando la frequenza vibrazionale. Guarda le cose che ti fanno bene e ti aiutano a vibrare a una frequenza più alta.

5 * L’AMBIENTE *.

A casa o al lavoro, se trascorri gran parte del tuo tempo in un ambiente disorganizzato e sporco, ciò influirà anche sulla tua frequenza vibrazionale. Migliora ciò che ti circonda, organizza e pulisci il tuo ambiente. Mostra all’Universo che sei idoneo a ricevere molto di più. Abbi cura di quello che hai già!

6 * LA PAROLA *.

Se di solito rivendichi o parli male di cose e persone, ciò influisce sulla tua frequenza vibrazionale. Per mantenere alta la tua frequenza è essenziale eliminare l’abitudine di lamentarsi e parlare male degli altri. Quindi evita i drammi e non vittimizzare te stesso.

Liberamente tratto e riveduto dal gruppo Facebook “Unificazione della Luce – Italia”

La calma è un superpotere

La nobiltà dello spirito

di Meister Eckhart

“Dio è negazione della negazione, distacco dall’alterità della sostanza ma anche dalla pura soggettività, ovvero sintesi del divino e dell’umano, nessuno dei quali ha senso preso astrattamente. Perciò il Dio vero non è e non parla come altro, neppure nelle Scritture, ma, in quanto spirito, movimento e vita, si genera nell’uomo, là dove l’uomo ha fatto il vuoto di tutto lo psicologico – ovvero è diventato uomo nobile, uomo giusto. Ma tale, come abbiamo visto, è proprio l’uomo umile, ossia quello che è totalmente rivolto a Dio come altro, nella negazione di tutto se stesso. In questo senso resta vera la Scrittura, che il timor di Dio è inizio della sapienza.”

“Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel fondo proprio, in ciò che ha di più intimo, giacché nessuno conosce Dio se prima non conosce se stesso.”

(Meister Eckhart)

Liberamente tratto dal web

Meister Eckhart

Iniziazione a Platone e Platonismo Politico

di Giandomenico Casalino

Avendo dedicato, e dedicando, per ragioni intrinsecamente demoniche, l’intera mia vita alla Romanità[1] ed al Platonismo[2], quali essenzialità, giuridico-religiosa l’una e filosofico-religiosa l’altro, dell’Europa; non potevo non essere attratto da un libro come quello di Alessandr Dugin Platonismo politico (Aga editrice 2020) e, per lo effetto, leggerlo con curiosità mista ad intima soddisfazione per il tema in sé. Premetto che quanto segue, non è una recensione al libro in questione, atteso che non amo redigere recensioni, si tratta invero di esplicitare alcune osservazioni che mi paiono necessarie in quanto le ritengo propedeutiche alla quaestio affrontata. Preliminarmente, se mi è consentito, intendo suggerire, all’amico Andrea Scarabelli, curatore dell’introduzione al volume, di evitare di commettere l’errore, in cui troppi sono caduti, nei secoli di studi e commenti sull’opera del Divino Ateniese, di attribuire alla Sapienza greca, ed in particolare a quella platonica, che è la sintesi di tutte le Conoscenze magiche e sacre delle varie Tradizioni dei Popoli del pianeta (concetto espresso dal platonico Pavel A. Florenskij[3]), sintesi di natura metafisico-religiosa e quindi operativamente iniziatica; di attribuire, pertanto, al pensiero tradizionale indoeuropeo punti di vista “dualisti” come si può evincere da quanto si dice testualmente (pag. 20 dell’introduzione): “…ma ciò non è importante: si tratta infatti di un’impasse di natura logica, non ontologica…”! Ora per gli Elleni il logico (il Pensiero) è l’ontologico (l’Essere): “…e infatti la medesima cosa è il pensare e l’essere…” (Parmenide, Poema sulla natura, fr. 3) e mai, nemmeno per i Sofisti, anche il più azzardato ed apparentemente assurdo confronto dialettico è stato considerato o pensato come un “gioco” lontano dalla realtà vivente e, quindi, come crediamo noi, dopo due millenni di condizionamento mentale da parte del dualismo cristiano, inerente “solo” il pensiero inteso in senso cerebrale, individualistico e psicologistico, pertanto del tutto staccato ed estraneo nei confronti del Mondo. Tutta la veneranda Filosofia greca, da Talete a Proclo, non ha mai visto e quindi conosciuto il Pensiero ontologicamente, cioè nella sua essenza, diverso, contrapposto o in conflitto con l’Essere, tanto che l’ateismo dommatico non è mai esistito e la negazione del Divino cioè dell’Essere viene considerata nella denkform greca, pura pazzia, demenza e stupidità (hýbris) poiché è negazione dell’Evidente, di Ciò che è massimamente visibile pur essendo Invisibile all’occhio volgare; pertanto, se la negazione dell’Essere è la massima forma di demenza, cioè di assenza della Mente, l’Essere e la Mente sono in relazione attiva e passiva vicendevolmente, in quanto l’uno condiziona, modifica l’altro ed agisce sull’altro e al contrario e questo è lo stesso processo conoscitivo (diànoia) che sempre si perfeziona con la Visione (nòesis) nell’Istante (exàiphnes) che è l’Eterno (Platone, Lettera VII, 341c4-d2). E sempre per la Sapienza greca (come anche per Spinoza, Hegel ed Evola: tutti e tre platonici!) è, in sostanza, il Conoscere se stessi! Tale è il significato profondo, esoterico del Gnòthi sautòn delfico: conoscere se stessi è conoscere pertanto il Divino che è in noi, e che siamo noi nell’essenza, Lui è il Pensiero, l’Intelligenza, il Nous, a Lui si deve essere simili e, quindi ciò equivale a conoscere il Mondo, l’Essere che è il Medesimo: il Pensiero, il Divino[4].

Infatti, sempre nel Dialogo Parmenide (132b), la “soluzione” concettualistica di Socrate che assimila le Idee a Noèmata cioè pensieri, è respinta categoricamente da Parmenide in quanto questi rivendica la concezione oggettivistica, tipicamente greca e quindi indoeuropea, dell’atto noetico il quale non sarebbe possibile senza l’ammissione di una entità esterna (l’Idea) alla quale si rivolge: le Idee, pertanto, sono Essenze oggettive e trascendenti le cose sensibili, esistenti a prescindere dall’uomo, non “create” dallo stesso ed aventi con l’Anima del medesimo una parentela di similitudine attraente di natura solare come è quella dell’occhio e della Luce, tale che lo stesso processo conoscitivo non è altro che un rapporto tra vasi comunicanti che comunicano tra loro lo Spirito medesimo, per l’appunto comune! Infatti noi vediamo e conosciamo solo Idee, Forme e Vita poiché siamo Idee, Forme e Vita: si è ciò che si conosce e si conosce ciò che si è; “il simile è conosciuto solo dal simile”, insegna, infatti, Empedocle (DK31b, fr. 109). Tutto ciò, cioè il fatto che le conclusioni aporetiche della seconda parte del Parmenide non siano, come anche Dugin pensa (“…la seconda tesi è falsa, si basa su un gioco speculativo dell’intelletto…”), (pag. 52), delle elucubrazioni esistenti “solo” nella mente e quindi “solo” logiche, ma siano invece delle forme reali, oggettive e, nella fattispecie della seconda tesi (se l’Uno non è), terribilmente oscure, essendo negazione dell’Essere (l’Uno) e degli Enti che sono i Molti e cioè del Cosmo e quindi forme concrete, oggettive di realizzazione del nichilismo; è talmente evidente che lo afferma esplicitamente proprio Platone al termine del Parmenide (166c), traendo le conclusioni del Dialogo, dove afferma che “se l’Uno non è, niente è”! (ecco il nichilismo di cui correttamente tratta il Dugin nel testo e tale ideologia della morte, come esplicita Platone già ventitre secoli addietro, non è un “gioco speculativo dell’intelletto”, ma bensì una reale desertificazione del Mondo e dell’Anima ed è la Modernità…); ma Platone aggiunge e chiude il Dialogo, precisando ancora una volta che tutta la immane ascesi iniziatica dello stesso, è relativa esclusivamente a realtà oggettive quali l’Uno e gli Enti ed ai loro “predicati” che sono o non sono, appaiono o non appaiono in relazione sempre all’Uno se è o non è! Il Parmenide, infatti, è il Dialogo che ha per tema l’Essere che è l’Uno e gli Enti, i Molti, che sono le Idee, quindi il Logico che è l’Eterno: tra il Parmenide ed il Timeo che ha per oggetto il Mito che è il racconto verosimile del divenire del Mondo, c’è lo stesso rapporto che vi è tra la Scienza della Logica e la Fenomenologia dello Spirito di Hegel[5], infatti la prima “…sono i pensieri di Dio…”, per dirla con le parole dello stesso Hegel, e la seconda è il cammino della coscienza cioè il processo iniziatico della stessa che la conduce all’Eterno che è il Logico! Tale discorso, che può apparire anche estraneo al tema in questione, lo ritengo invece enormemente pertinente e necessario e mi induce ad evidenziare, ancora una volta, che, per affrontare anche la dimensione “politica” del Platonismo, operando però una astrazione tipicamente moderna, in quanto Platone è Tutto, è l’Intero; ellenicamente non esistendo il dualismo, la sua dottrina è quindi Conoscenza del Divino ed effettuale Arte del Governo degli animi; è evidente, atteso tutto ciò, la obbligatorietà della Iniziazione a Platone! In buona sostanza si tratta di una autentica metànoia cioè di un “riposizionamento dello sguardo, del punto di vista, onde, forse, giungere di poi alla Visione; è un cambiare radicalmente il modo e la natura di come si guarda e si conosce se stessi ed il Mondo in una parola: essere un altro uomo per essere ciò che si è sempre stati ma non sapendolo; e tutto ciò è propedeutico, nel significato etimologico del termine, cioè a favore della paideia che è la formazione spirituale e fisica del fanciullo affinché sia uomo e cittadino, governante e governato: questo è Platone e questa è ancor di più la Tradizione Platonica che è la Tradizione Romano-Platonica dell’Occidente! Se non si esce dal Dualismo che è la malattia, il Male (la Dualità di grande e piccolo, l’àpeiron, la Chòra), se non si vedono gli Dei che sono le Idee (Vincenzo Cilento affermava[6]: “i Greci non credevano negli Dei, perché li vedevano!”), se non si vede l’Invisibile, è non solo inutile ma anche dannoso parlare di Platone; nel senso che non si opera per il Bene cioè per la Tradizione, anche se si è in totale ed intrinseca buona fede. In molti dei miei libri[7] ho tematizzato tali questioni ed ho cercato di aiutare il lettore (che non deve essere solo tale) a risvegliare l’uomo arcaico che dorme dentro di noi: ho sempre ritenuto che sia radicalmente necessario avviare alla Iniziazione platonica che è innanzitutto il vedere con gli occhi di Platone, che sono gli occhi dell’uomo omerico, a vivere e ad essere, in buona sostanza, la sua Visione del Mondo; e ciò che si deve assolutamente evitare, come la più pericolosa delle tentazioni sataniche, e che il tutto si riduca a erudizione e “conoscenza” libresca.

Mi sembra superfluo affermare che tutto ciò è di una tale difficoltà spirituale e animico-emotiva da far tremare i polsi tanto da ritenerlo impossibile ad eventuarsi ma, in tale Età Oscura avanzata, comunque, sono convinto che sia meno inaccessibile di quanto non lo sia stato in altre epoche; rebus sic stantibus, è questa la Via e non ve n’è altra: un opus remotionis eroico e magico (nel significato evoliano del termine) di tutte le incrostature e le lordure della modernità sì da rendere l’animo aperto e disposto all’incontro con chi altro se non con Se stesso e cioè con l’Essere nella sua totalità (Pantelòs) che è Intelligenza, Anima, Vita e Movimento[8]; ovviamente qui non intendo assolutamente affermare che libri come quello del Dugin non possano e non debbano sollevare qualche dubbio o indurre a porsi la Domanda fondamentale (nel senso in cui la intende Heidegger) sì da condurre verso la Via del Cammino, che è di tutta la vita e, forse, anche oltre; ma ribadisco che la Piramide senza il vertice, che è l’Uno invisibile e che si può declinare solo apofaticamente, non ha Origine e quindi essa incarna l’ipotesi in cui l’Uno non è e, pertanto, è quella riprodotta sul dollaro!

Termino queste mie precisazioni necessarie, manifestando la mia profonda sorpresa per la presenza nel libro del Dugin di due concetti espressi dallo stesso che mai avrei pensato di rinvenire in un suo scritto: la sorpresa è determinata, in primis, dal fatto che Dugin opera una curiosa identificazione di Cibele, la Grande Madre dell’Ida, con il principio matriarcale che oggi domina incontrastato, identificazione che è, in guisa palese, assolutamente priva di qualsiasi fondamento storico-religioso: Cibele è la Grande Madre degli Dei, è il Principio Ipercosmico a cui si rivolge Flavio Claudio Giuliano ed è tanto antimatriarcale e quindi antifemminile e, pertanto, antiplebeo che il Patriziato romano nel 204 a.C., accolse il suo culto, debitamente purificato dagli elementi asiatico-orgiastici, sul Palatino, in funzione contrapposta proprio ai culti plebei di Cerere e Libero (Dioniso) collocati sull’Aventino, colle plebeo, riconoscendo quindi nella stessa Grande Madre degli Dei, la Divinità primordiale della spiritualità arcaica indoeuropea di natura pastorale e, provenendo il suo culto dal monte Ida situato nella Troade ed essendo troiana l’origine dei Romani, essi riconobbero infine nella grande Dea la progenitrice di Roma stessa, identificandola con il Principio di cui alla Venus Genetrix Madre degli Eneadi che è poi la Venere Urania di Platone[9], ed il cerchio si chiude!

Il secondo singolare concetto che ho rinvenuto ed il cui contenuto mi sorprende ancora di più, provenendo la stessa da un attento studioso di Evola, è quello espresso nel confronto avuto dal Dugin con Bernard Levy riportato nel testo (pag. 159) dove testualmente si afferma “… che il fenomeno del Fascismo o Nazionalsocialismo sia una forma di nichilismo perché è un fenomeno moderno…”; in ciò dichiarandosi, il Dugin, d’accordo con il Levy! Ora affermare che il Fascismo come fenomeno epocale europeo, sia essenzialmente moderno nel senso di ideologicamente modernista e quindi nichilista, tanto quanto il liberalismo ed il comunismo, è dire qualcosa di talmente falso cioè di non corrispondente al vero che non solo non ha alcuna pezza d’appoggio probatoria sotto il profilo tanto strettamente storiografico quanto, in senso lato, storico-culturale, ma che è poi in stridente e palese contraddizione con il significato della intera vicenda storica di tutto il Novecento e precisamente con il senso profondo e rivelatore di tutti quegli eventi filosofico-spirituali che partono da Sorel ed attraverso D’Annunzio ed il sorgere del Fascismo, giungono alla Rivoluzione conservatrice tedesca; eventi, pensieri, passioni, idee, lotte e sacrifici di tale enorme rilevanza sacrale, mitico-simbolica e politico-statuale, in una nuova ed antica Visione del Mondo, che facilmente smentiscono tali temerarie affermazioni! E quello che intendo dire, e su cui non posso qui diffondermi per evidenti ragioni di spazio, un buon studioso ed onesto conoscitore della Vita e del Pensiero di un Evola o di un Heidegger lo può comprendere sin troppo facilmente e trarne pertanto le dovute logiche conclusioni che non possono non essere radicalmente differenti ed antitetiche a quelle tratte dal Dugin medesimo nel libro in questione.

NOTE:

[1] G. CASALINO, Aeternitas Romae. La via eroica al Sacro d’Occidente, Genova 1982; IDEM, Il sacro e il diritto. Saggi sulla tradizione giuridico-religiosa romana e la crisi della modernità, Lecce 2000; IDEM, Il nome segreto di Roma. Metafisica della romanità, Roma 2003; IDEM, Res publica res populi. Studi sulla tradizione giuridico-religiosa romana, Forlì 2004; IDEM, Tradizione classica ed era economicistica. Idee per la visione del mondo, Lecce 2006; IDEM, Le radici spirituali dell’Europa. Romanità ed ellenicità,Lecce 2007; IDEM, L’essenza della romanità, Genova 2014; IDEM, La spiritualità indoeuropea di Roma e il Mediterraneo, Roma 2016; IDEM, Sigillum scientiae. L’essenza vivente ed ermetica della romanità ed il platonismo, Taranto 2017.

[2] G. CASALINO, La prospettiva di Hegel. Circolarità e compiutezza del sapere come pensiero arcaico-ermetico, Lecce 2005; IDEM, L’Origine. Contributi per la filosofia della spiritualità indoeuropea, Genova 2009; IDEM, Lo specchio del mondo. Studi e saggi nel cammino del pensiero, Lecce 2010; IDEM, La Conoscenza suprema. Essere la concretezza luminosa dell’Idea, Genova 2012; IDEM, Sul Fondamento. Pensare l’Assoluto come Risultato, Genova 2014, IDEM, Hegel, Evola e la conoscenza del Divino. Studi sulla teosofia platonico-ermetica, Genova 2018.

[3] P. A. FLORENSKIJ, Realtà e mistero, Milano 2013, pp. 19 ss..

[4] PLATONE, Alcibiade maggiore, 133c.

[5] G. CASALINO, Hegel , Evola e la conoscenza del Divino, cit., Genova 2018, pp. 7 e ss..

[6] V. CILENTO, Comprensione della religione antica, Napoli 1958, p. 75.

[7] G. CASALINO, La prospettiva di Hegel, cit; IDEM, Tradizione classica ed era economicistica, cit.; IDEM, L’Origine, cit.; IDEM, Lo specchio del mondo, cit.; IDEM, La Conoscenza suprema, cit.; IDEM, Sul Fondamento, cit.; IDEM, Sigillum scientiae, cit.; IDEM, Hegel, Evola e la conoscenza del Divino, cit..

[8] PLATONE, Sofista, 248c 249a.

[9] G. CASALINO, Il nome segreto di Roma, cit., pp. 146-47-48 con ivi ampia bibliografia specialistica, in particolare in nota n. 83 pag. 148.

Liberamente tratto da ereticamente.net

Il platonismo politico di Alexander Dugin commentato da Giandomenico Casalino

LA VERITA SUL CORONAVIRUS – UN RITUALE OCCULTO MONDIALE

di Sisia Orion Bella

Quello che stiamo vivendo e’ un rituale occulto mondiale

Chi non ha una certa dimestichezza con l’esoterismo percepisce la simbologia come un qualcosa di prettamente simbolico fine a se stesso.Eppure tutti i leader del mondo, indistintamente, non nascondono mai la loro appartenenza a queste logge massoniche e lo fanno attraverso dei rituali che hanno radici millenarie.Chiamateli pazzi, criminali, sociopatici, o malati psichici, e’ bene che tutti si rendano conto che interagire e manifestare in proprio dissenso nei confronti di queste persone, attraverso cortei, manifestazioni in piazza o come va di moda oggi con un like, e’ come pensare di cambiare il mondo andando a votare presso un seggio elettorale.Se ti fosse consentito di modificare l’ordine costituito non ti consentirebbero di farlo.E’ l’illusione condivisa che anima il mondo e che si sviluppa attraverso un rituale magico che entra a far parte della coscienza collettiva che estraniata dalla realtà’ pensa di contare qualcosa.Corona IniziazioneIl mondo intero sta partecipando a un rituale di iniziazione del Covid-19 occulto, sebbene quasi nessuno lo realizzerà.Le misure e le politiche che i governi hanno implementato in tutto il mondo dall’inizio dell’operazione Coronavirus – come la quarantena, il blocco, il lavaggio delle mani, l’uso di maschere, l’allontanamento sociale e altro – sono in realtà aspetti del rituale di iniziazione occulta. Questi aspetti sono stati abilmente adattati all’attuale falsa pandemia e mascherati da autentiche strategie di salute pubblica. Come ho spiegato in articoli precedenti, questa pandemia è un evento del tipo dell’11 settembre che è stato meticolosamente pianificato per decenni .Le persone che gestiscono il mondo, che spesso chiamo i cospiratori del Nuovo Ordine Mondiale (NWO), lasciano ben poco al caso. Sono maghi neri e eseguono questo esercizio dal vivo in modo simile a come eseguono i loro rituali satanici segreti. In entrambi i casi, l’obiettivo è lo stesso: portare gli iniziati fuori dalla loro normale modalità di esistenza, scomporli, generare sottomissione, rimodellarli a somiglianza dei loro leader e infine riportarli a una nuova normalità dove non possono tornare ai loro vecchi modi e vite.Rituale di iniziazione della corona: blocco e quarantena (isolamento)Ogni buon rituale richiede una preparazione. La prima parte di un rituale di iniziazione è l’isolamento. Questo isolamento serve a separare l’iniziato dagli affari mondani (“del mondo”) della sua vita. Viene spesso fatto tagliando tutti i legami con il mondo esterno. A volte, l’iniziato può essere mandato in una stanza buia o in una grotta; questo suggerisce anche una prossima rinascita da un grembo oscuro. Al giorno d’oggi questo isolamento richiede anche la separazione dalla tecnologia e da tutto ciò che ne deriva (telefoni, computer, e-mail, social media, ecc.). La deprivazione sensoriale manda a galla l’iniziato dove è meno legato a credenze e comportamenti.Nell’operazione Coronavirus, il blocco e la quarantena erano l’aspetto di isolamento del rituale. Coloro che erano consapevoli della situazione hanno notato che mettere in quarantena un’intera comunità di persone sane era una contraddizione in termini, perché la stessa parola quarantena significa “uno stato, periodo o luogo di isolamento in cui persone o animali che sono arrivati da altrove o sono stati esposti a malattie infettive o contagiose “. Quindi, per definizione, non si possono mettere in quarantena persone sane e non infette; si possono mettere in quarantena solo persone infette e malate. Tuttavia, il programma era isolare le persone con ogni mezzo necessario per raggiungere il primo passo dell’iniziazione.Rituale di iniziazione alla corona: lavaggio delle mani (rifiuto)Un altro elemento del rituale è stata l’attenzione ossessiva e compulsiva sul lavaggio delle mani. Mentre il lavaggio delle mani in generale è una buona attività igienica che può aiutare a limitare la diffusione della malattia, l’operazione Coronavirus l’ha portata a un livello completamente nuovo di ansia OCD (in base alla progettazione, ovviamente). Simbolicamente, il lavaggio delle mani ricorda la storia di Ponzio Pilato della Bibbia, che si lavò le mani della questione riguardante il destino di Gesù di Nazareth e rifiutò di punirlo o di liberarlo. Da questo punto di vista, lavarsi le mani riguarda il rifiuto. Ma chi o cosa viene rifiutato? La “vecchia normalità” della libertà?Rituale di iniziazione della corona: indossare la maschera(censura, sottomissione, disumanizzazione, persona alternativa)In quarto luogo, le maschere sono spesso usate dalle stesse élite alle loro feste e rituali. Ricordi la scena dell’orgia sessuale satanica da Eyes Wide Shut di Kubrick ? Le maschere nascondono l’identità. Accelerano la “morte” della vecchia identità. Le maschere creano una persona alternativa. Questo si collega al tema incredibilmente importante del Satanic Ritual Abuse (SRA) e del controllo mentale. Nel controllo mentale, un “conduttore” usa la tortura e l’abuso per costringere la vittima a dissociarsi.È qui che le loro menti si staccano e si staccano dalla realtà per affrontare il tremendo dolore che viene loro inflitto. È una strategia difensiva mentale incorporata. Tuttavia, così facendo, la vittima crea più “alter” o personalità che sono scollegate dalla loro personalità di base. Questi alter non sanno dell’esistenza di altri alter; così la vittima può essere programmata per fare cose (ad esempio diventare una schiava del sesso o un assassino) e non ricordare di averle fatte, perché si può innescare un alter per farsi avanti e poi tornare nel subconscio dopo l’evento. Quando si tratta di controllo mentale, le maschere sono il simbolo degli aspetti o personaggi nascosti di noi stessi che i controllori del NWO stanno deliberatamente prendendo di mira con la loro propaganda subliminale.L’uso della maschera è un argomento enorme in molti modi. Nell’articolo Smascherare la verità: gli studi mostrano che le maschere disumanizzanti ti indeboliscono e non ti proteggono Ho coperto alcuni dei motivi medici per cui indossare una maschera non è solo inutile dal punto di vista medico se vuoi proteggerti da COVID, ma anche potenzialmente dannoso per la tua salute. Tuttavia, ci sono molti livelli più profondi quando si tratta degli aspetti rituali delle maschere. In primo luogo, le maschere connotano la censura, la copertura della bocca, il bavaglio e la soppressione di una voce libera.Pensa a quante immagini raffiguranti la censura mostrano una persona con del nastro adesivo sulla bocca. La censura è stata una parte importante di questo programma, anche prima che accadesse ufficialmente, con tutti gli appassionati di Event 201 che hanno praticato la loro simulazione per ore su come avrebbero controllato la narrativa ufficiale e censurato i punti di vista alternativi. In secondo luogo, le maschere simboleggiano la sottomissione, la rinuncia all’accesso illimitato all’ossigeno. L’intera agenda non riguarda il virus; si tratta di controllo.Si tratta di costringere le persone a sottomettersi alla volontà dei manipolatori del NWO, anche quando è legalmente e medicalmente ingiustificato. In terzo luogo, le maschere ricordano i robot.Sono disumanizzanti. Rimuovono la capacità di vedere completamente il viso di un’altra persona. Creano distanza e separazione nelle persone, rendono più difficile per noi comunicare tramite il linguaggio del corpo e rendono più difficile per noi provare empatia per gli altri, poiché tale empatia si basa spesso sul vedere veramente un’altra persona.rendono più difficile per noi comunicare tramite il linguaggio del corpo e rendono più difficile per noi provare empatia per gli altri, poiché tale empatia si basa spesso sul vedere veramente un’altra persona.Rituale della Corona-Iniziazione: Distanziamento Sociale (The New Normal)Una volta che il rituale si avvia verso il completamento, l’iniziato esce in un nuovo modo di pensare e in un nuovo modo di comportarsi. È rifatto a immagine dei suoi addestratori o manipolatori che hanno condotto il rituale. Nel caso di COVID, l’obiettivo finale è la nuova normalità in cui tutti sono permanentemente separati e scollegati (così come testati, tracciati, tracciati contatti, monitorati, sorvegliati, medicati e vaccinati). L’allontanamento sociale è davvero un allontanamento antisociale; si tratta di rimuovere il tocco umano dalle nostre interazioni. Quel tocco è ciò che ci rende umani.L’obiettivo generale del rituale: distruggere il vecchio e creare il nuovoSe dovessi riassumere l’intero rituale di iniziazione della corona con un concetto, sarebbe questo vecchio, provato e vero. Ordo ab chao. La dialettica hegeliana. Problema-reazione-soluzione. La fenice che risorge dalle ceneri. Tutte queste frasi indicano lo stesso metodo: distruggere il vecchio per far posto alla creazione del nuovo. Questo metodo in sé e per sé non è male; è tutto su come viene utilizzato.Il vero scopo del rituale è quello di alterare la propria mente e il proprio carattere, e può essere fatto consciamente o inconsciamente, consapevolmente o inconsapevolmente. Il rituale può essere usato per la magia bianca tanto quanto la magia nera, ad esempio puoi usare questa tecnica per vincere le abitudini distruttive dentro te stesso e diventare una persona migliore. È solo che nel contesto della cospirazione mondiale, questo metodo viene utilizzato dai cospiratori del NWO per rendere il mondo un luogo meno libero, meno pacifico, più controllato e più gerarchico.Pensieri finaliL’operazione Coronavirus è un rituale mondiale e i suoi numerosi elementi sono altamente simbolici. Le persone vengono guidate come partecipanti inconsapevoli senza la minima idea di come stiano inconsciamente sostenendo l’agenda più profonda (ad esempio cooperando con la propria schiavitù, acconsentendo a ridicole restrizioni e persino controllando attivamente i propri concittadini). Il fatto che questa falsa pandemia di coronavirus sia un rituale non sorprende, dato che il nucleo interno del NWO sono i satanisti che praticano la magia nera . Come attestano gli informatori sopravvissuti , alcuni dei loro rituali satanici riguardano lo stupro, la caccia agli esseri umani come animali, orge di massa, bere sangue umano, cannibalismo e sacrificio di bambini. Dobbiamo rimanere vigili sugli aspetti simbolici più profondi di questa agenda se vogliamo veramente mantenere i nostri diritti e la nostra libertà di fronte a questa oscurità.

CORONAVIRUS O RITUALE OCCULTO MONDIALE?

Amérika metastasi dell’umanità

di Guglielmo Macco

«Se non cambi la tua linea politica la pagherai cara» disse Kissinger ad Aldo Moro.

Com’era, è. Amérika metastasi dell’umanità.

Il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, ha risposto alla rivelazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di voler assassinare il leader siriano Bashar Al-Assad dopo che Washington ha accusato il suo governo di aver effettuato un attacco con armi chimiche .”Abbiamo recentemente sentito parlare di piani per assassinare il presidente di uno stato sovrano, il presidente Bashar Al-Assad”, ha detto Nebenzia durante la sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite venerdì. “In che modo questa non è una politica di cambio di regime?”Il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite ha sottolineato che “le sanzioni unilaterali, di per sé illegali, che sono utilizzate come strumento di punizione collettiva e mirano a fomentare il malcontento sociale ostacolano gli sforzi di coloro che vogliono la pace in Siria”.Ha invitato le parti che mostrano la loro mancanza di rispetto per il diritto internazionale ad abbandonare questa pratica.Trump in precedenza aveva detto in un’intervista televisiva a Fox News di aver avuto l’opportunità di “sbarazzarsi di Bashar al-Assad”, ma poi il segretario alla Difesa James Mattis ha obiettato.Da parte sua, Damasco ha condannato le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sottolineando che il riconoscimento da parte di Trump di un tale passo conferma che l’amministrazione statunitense è un paese canaglia e fuorilegge, e sta perseguendo gli stessi metodi delle organizzazioni terroristiche con l’uccisione e la liquidazione senza prendere tenere conto di eventuali misure legali, umanitarie o etiche.

Liberamente tratto dal gruppo facebook “Repubblica Araba di Siria”

Bashar Al-Assad e Donald Trump

Cosa è la vera civiltà?

di Tahca Ushte

« Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente. Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. Non avevamo né serrature, né chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladri. Quando qualcuno era cosi povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, allora egli riceveva tutto questo in dono. Noi eravamo troppo incivili, per dare grande valore alla proprietà privata. Noi aspiravamo alla proprietà, solo per poterla dare agli altri. Noi non conoscevamo alcun tipo di denaro e di conseguenza il valore di un essere umano non veniva misurato secondo la sua ricchezza. Noi non avevamo delle leggi scritte depositate, nessun avvocato e nessun politico, perciò non potevamo imbrogliarci l’uno con l’altro. Eravamo messi veramente male, prima che arrivassero i bianchi, ed io non mi so spiegare come potevamo cavarcela senza quelle cose fondamentali che – come ci viene detto – sono cosi necessarie per una società civilizzata. »

Tahca Ushte – John Fire Lame Deer [detto Cervo Zoppo, uomo di medicina dei Sioux]

Liberamente tratto dal web

Manifestazione della tribù dei Sioux