La fine dei partiti e la crisi della democrazia

di Alexandro Sabetti

18 Ottobre 2025

La fine dei partiti ha svuotato la democrazia: persi mediazione, formazione e rappresentanza, sostituiti da leaderismi, hype e politica-spettacolo. Senza partiti veri, la democrazia diventa fragile, emotiva e incapace di affrontare le sfide complesse.

La fine dei partiti

– Alexandro Sabetti e Ferdinando Pastore

Negli ultimi decenni, la parabola discendente dei partiti politici tradizionali ha coinciso con una crisi profonda della democrazia rappresentativa. Un fenomeno che non riguarda solo l’Italia, ma che si manifesta con tratti simili in molte democrazie occidentali.

Per comprenderne le ragioni e le conseguenze, occorre riflettere sul ruolo storico che i partiti hanno avuto e sulle distorsioni che la loro progressiva scomparsa ha generato.

Le polemiche sulla presenza di organizzazioni politiche che ciclicamente montano in occasione di celebrazioni come il 25 Aprile,  sono funzionali al processo di spoliticizzazione di ogni forma partecipativa e bisognerebbe invece ricordare che furono i partiti, e in particolare le formazioni partigiane a loro legate, a combattere contro l’occupazione nazifascista.

A guerra finita, furono sempre i partiti — attraverso la capillare rete di sezioni territoriali, i lunghi dibattiti interni, gli organi di stampa, le scuole di formazione politica — a esigere l’applicazione della Costituzione repubblicana.

In quel contesto, la democrazia non fu mai intesa come un semplice esercizio procedurale, bensì come un progetto collettivo, da costruire giorno per giorno con il coinvolgimento attivo dei cittadini.

I partiti costituivano la struttura intermedia tra società civile e istituzioni: educavano alla cittadinanza, selezionavano la classe dirigente, garantivano la rappresentanza degli interessi sociali, elaboravano progetti politici di lungo periodo.

Non era un processo rapido né perfetto — anzi, si svolgeva attraverso dinamiche spesso lente, talvolta opache — ma era un percorso di mediazione fondamentale, che evitava derive personalistiche e tecnocratiche.

L’avvento della politica liquida

Con la crisi dei partiti tradizionali, a partire dagli anni Ottanta e Novanta, è emerso un modello completamente diverso, basato sulla spettacolarizzazione della politica e sulla disintermediazione. Invece delle sezioni territoriali, oggi dominano i social network; al posto dei congressi, troviamo le kermesse mediatiche; anziché visioni ideali condivise, prevalgono leader carismatici che costruiscono il consenso sulla base di slogan e hype momentanei.

Come osservato, il “mondo fantasmagorico” della Rete, delle community virtuali e del movimentismo liquido ha generato figure e fenomeni come Donald Trump, Carlo Calenda, Elly Schlein, la Leopolda di Matteo Renzi, il raduno di Atreju della destra italiana, fino agli appuntamenti elitari del Forum di Davos.

In tutti questi casi, la politica si riduce a brandizzazione di sé, marketing individuale, eventi ad alta intensità emotiva, senza radicamento territoriale né autentico confronto democratico.

L’idea stessa di partecipazione si è svuotata: non si tratta più di militare in un partito, di formarsi e di confrontarsi su idee e programmi, ma di “seguire” un leader, di “likeare” un post, di partecipare a primarie aperte che sono spesso meri plebisciti di conferma.

La perdita della dimensione collettiva

L’erosione dei partiti ha avuto conseguenze devastanti sulla qualità della democrazia. I cittadini, privati degli strumenti di mediazione e formazione, si sono trasformati in consumatori di politica anziché in protagonisti. Si è diffusa una cultura dell’istantaneità, della semplificazione, dell’emotività, che favorisce inevitabilmente il populismo e il decisionismo autoritario.

Come rilevato in analisi di think tank autorevoli come il Carnegie Endowment for International Peace e il Bertelsmann Transformation Index, l’indebolimento dei corpi intermedi favorisce l’instabilità politica e la polarizzazione estrema, riducendo la capacità delle democrazie di affrontare con serietà sfide complesse come la gestione delle disuguaglianze, la transizione ecologica, o le crisi internazionali.

Non è un caso che, in questo scenario, anche la guerra — dalla quale i partiti del dopoguerra avevano voluto esplicitamente distogliere lo sguardo della politica democratica — sia tornata ad essere considerata uno strumento di politica ordinaria. L’assenza di partiti radicati significa anche assenza di dibattiti reali sulle scelte di politica estera, sostituiti da narrazioni semplificate e da adesioni impulsive ai blocchi geopolitici dominanti.

Partiti da rifondare, non da rimuovere

Naturalmente, non si tratta di idealizzare acriticamente i partiti del passato, che pure hanno avuto le loro degenerazioni: clientelismi, burocrazie autoreferenziali, immobilismo. Ma la soluzione non può essere la loro cancellazione, bensì una loro rifondazione.

È necessario ripensare il ruolo dei partiti come luoghi di formazione politica, di partecipazione critica, di rappresentanza autentica degli interessi sociali. Occorre riconoscere che senza partiti veri — non comitati elettorali mascherati, non movimenti liquidi — la democrazia diventa una finzione governata da oligarchie mediatiche, economiche o tecnologiche.

Come ammoniva Norberto Bobbio, la democrazia vive se esistono canali organizzati e stabili che permettano ai cittadini di incidere sulle decisioni collettive. Oggi più che mai, in un’epoca segnata dalla volatilità e dal disorientamento, la ricostruzione di partiti politici solidi, democratici, radicati e trasparenti è una condizione imprescindibile per salvare la sostanza della democrazia stessa.

Tratto da: Kultur Jam

La fine dei partiti e la crisi della democrazia
La fine dei partiti e la crisi della democrazia

Un’immensa Palestina

a cura di Gian Paolo Caprettini

18 Ottobre 2025

Il mondo rischia di diventare una immensa Palestina. Lo hanno capito i milioni di persone scese in strada che, schierandosi per la Palestina, hanno preso le parti dei diritti umani, che hanno espresso la volontà di sentirsi una comunità integrale, senza confini. E questi milioni sono diventati rappresentanti anche di chi è rimasto a casa e hanno fatto piazza pulita dei critici per forza, scettici perché reazionari, e dei violenti telecomandati, provocatori pronti per le prime pagine.

Non dominano ancora l’odio e la provocazione ma serpeggiano. Ve ne siete accorti: nelle relazioni personali, nei social, tutto è a rischio di fraintendimento, di intolleranza. Non si fanno sforzi per capire, vogliamo giudicare in fretta e, soprattutto, non siamo disposti a sorprenderci, ad amare le novità. Il sospetto ha sostituito il dubbio, si lasciano aperte ferite che noi stessi abbiamo provocato. Per di più si sono aperti, o riaperti, fronti ancora più gravi. La violenza, i delitti contro le donne, contro chi è stata amata fino al giorno prima hanno delle precise responsabilità ma derivano dall’idea che si possa comunque prevaricare quando le cose vanno in una direzione opposta a quanto voluto. Idee malsane che trovano ascolto nelle nuove patologie estreme della vita quotidiana.

Nel dominio pubblico si fa strada l’arroganza di chi governa, di chi pensa di fare piazza pulita perfino del senso comune. Siamo in uno dei punti più bassi della storia recente. Chi ci governa ha un fare vendicativo, sembra che la voglia fare pagare a qualcuno. L’autorevolezza nei pianti alti si fa sempre più rara, sono spuntati i social di regime, le affermazioni violente, provocatrici, distribuite come ovvietà ed espresse con cattiveria, con la voglia di vendicare un passato di perdenti.

Ritorniamo a parlare di fascismo e, ovviamente, e giustamente mai abbastanza, di antifascismo. Ma si deve andare oltre perché non si ricada nella solita conta dei morti, di chi ne ha fatti di più da una parte o dall’altra. E si finisca per parlare sempre del peggio. Questo attuale è invece il clima perfetto per riparlare di guerra. Accanto ai problemi economici fare leva anche sui nemici, soprattutto su quelli inventati è la via maestra per ricacciare la gente nella passività assoluta. E produrre armi soprattutto per la difesa, soprattutto perché per l’offesa sono necessari ancora più mezzi, ancora più soldi. 

Denari per le armi che vogliono solo coloro che hanno potere, coloro che agiscono in nome e per conto di interessi dominanti, compresa la quota filantropica che fa apparire la ricchezza merce per i migliori. Mi mantengo volutamente entro un tono garbato ma è evidente che noi europei siamo su una polveriera che i nostri stessi governi stanno alimentando, nell’assoluto oblio della storia e dei nostri valori. Questi ultimi sì consegnati al nemico, a quei nemici oscuri, apparentemente onnipotenti in preda al Satana del soldo e del potere irresponsabile.

Non riusciremo, temo, a farli ragionare, ma riusciremo a sostituirli con politici davvero alternativi? Forse. Ma dovremmo sostituire la rabbia con la tenacia, la rassegnazione con la determinazione. La verità è lenta ma prima o poi è vittoriosa.

Tratto da: L’Indipendente

Un’immensa Palestina
Un’immensa Palestina

LA RECLUSIONE FEMMINILE NEL MEDIOEVO

a cura di Tania Perfetti

Nel corso del Medioevo, la scelta della reclusione rappresentò una delle forme più radicali di vita religiosa femminile. Le recluse, o anacorete, sceglievano di ritirarsi definitivamente dal mondo per vivere in solitudine, dedite alla preghiera e alla contemplazione. La loro esistenza, sospesa tra la vita monastica e l’eremitismo, incarnava l’ideale di una totale dedizione a Dio, vissuta in uno spazio ristretto, quasi sepolcrale, che diveniva al contempo cella e tomba, santuario e prigione.

“Io sono come morta al mondo, eppure vivo più che mai in Dio. La pietra che chiude la mia cella è più leggera del peso dei peccati che ho deposto fuori.”. Lettera di una reclusa anonima inglese, XIII sec.

LA CERIMONIA DI RECLUSIONE

La cerimonia che sanciva l’inizio della vita reclusa aveva un forte carattere simbolico e liturgico. Essa era modellata sui riti funebri: la donna partecipava a una messa solenne in cui il sacerdote recitava preghiere per i defunti, segno della “morte al mondo” che stava per compiersi. Vestita di abiti semplici, spesso coperta da un velo nero, la futura reclusa veniva accompagnata processionalmente fino alla cella costruita accanto o all’interno della chiesa.

Il momento della chiusura aveva un valore rituale e irreversibile. La porta veniva sigillata o murata parzialmente, lasciando solo due aperture: una piccola finestra verso l’interno della chiesa, per ricevere la comunione e assistere alla messa, e una feritoia verso l’esterno, attraverso la quale la reclusa riceveva cibo e poteva comunicare con il confessore o con i fedeli. L’atto di sigillare la cella sanciva una separazione definitiva dal mondo, ma anche un’unione simbolica con la dimensione celeste.

“Quando la pietra fu posta, non piansi. Sentii soltanto un grande silenzio, come se il mondo avesse smesso di respirare, e in quel silenzio cominciò la mia vera vita.”. Cristina di Markyate, Vita, XII sec.

LA CELLA E LA VITA QUOTIDIANA

Gli spazi destinati alla reclusione erano estremamente semplici. In genere si trattava di un vano di pochi metri quadrati, dotato di un altare, un giaciglio, una lampada e un crocifisso. La povertà materiale rifletteva la volontà di ridurre ogni mediazione sensibile per avvicinarsi al mistero divino. La reclusa trascorreva le giornate in preghiera, meditazione e penitenza, recitando i salmi o leggendo testi sacri, se alfabetizzata.

“Non temo la solitudine, perché Dio mi parla tra queste pietre. La mia finestra è piccola, ma attraverso di essa passa la luce che illumina tutto il mondo.”. Giuliana di Norwich, Rivelazioni, XIV sec.

Nonostante l’isolamento fisico, la reclusa occupava una posizione significativa nella vita della comunità. Attraverso la feritoia, molti fedeli si rivolgevano a lei per ricevere consigli spirituali o conforto. In diversi casi, tali donne divennero figure di riferimento, considerate sante viventi o intermediarie tra la terra e il cielo.

“Molti vengono a chiedere consiglio; io rispondo poco, ma prego molto. La mia parola è il silenzio, e il silenzio è la mia parola.”. Testimonianza di una reclusa in Ancrene Wisse, XIII sec.

SIGNIFICATO TEOLOGICO E PERCEZIONE SOCIALE

Il gesto della reclusione si fondava sull’idea della conversio morum, il totale mutamento di vita e di stato. L’isolamento non era soltanto privazione, ma un mezzo per ottenere purezza spirituale. L’immagine della donna murata viva, al contempo spaventosa e venerata, suscitava nel popolo sentimenti contrastanti di timore e ammirazione. La reclusa incarnava la tensione tra la morte terrena e la vita eterna, divenendo una presenza silenziosa ma potentemente simbolica all’interno del tessuto urbano e religioso medievale.

“Essi mi chiamano morta, ma io li guardo e sorrido: essi vivono nel mondo, io vivo in Dio.” — Frammento attribuito a una reclusa fiamminga, XIII sec.

CONCLUSIONE

La reclusione femminile, lungi dall’essere un fenomeno marginale, riflette una delle esperienze più estreme e significative della spiritualità medievale. Essa univa dimensioni ascetiche, teologiche e sociali, trasformando la cella in uno spazio liminale, luogo di separazione e al tempo stesso di contatto con il divino. In un’epoca in cui la voce femminile era spesso confinata al silenzio, la reclusa trovava proprio nel silenzio la sua forma più alta di espressione.

“Nel silenzio Dio parla, e la mia anima risponde come eco nel cuore della pietra.”. Giuliana di Norwich, Rivelazioni, cap. 51

FONTI PRIMARIE (medievali)

• Regula inclusarum di Aelredo di Rievaulx (XII sec.).

• Ancrene Wisse (Inghilterra, XIII sec.).

• Liber confortatorius di Goscelin di Saint-Bertin (XI sec.).

• Ordines ad recludendum anachoretam (XI–XIII sec.).

FONTI SECONDARIE (studi moderni e contemporanei)

• Anneke B. Mulder-Bakker, Lives of the Anchoresses (2005).

• E. A. Jones, Hermits and Anchorites in England, 1200–1550 (2019).

• Liz Herbert McAvoy, Medieval Anchoritisms (2011).

• Henrietta Leyser, Hermits and the New Monasticism (1984).

• Caroline Walker Bynum, Holy Feast and Holy Fast (1987).

• Catherine Innes-Parker & Naoë Kukita Yoshikawa, Anchoritic Traditions of Medieval Europe (2016).

• Silvana Vecchio, La donna medievale tra peccato e santità (1995).

• Giorgio Otranto, Monachesimo e società nell’alto medioevo (2008).

LA RECLUSIONE FEMMINILE NEL MEDIOEVO
LA RECLUSIONE FEMMINILE NEL MEDIOEVO

DISTRUGGERE L’IGNORANZA

di Luca Rudra Vincenzini

“Quando il Signore, con la sua energia ardente, distrusse le tenebre nate dall’ignoranza, gli Dèi accesero lampade per celebrare la vittoria della Luce divina”, Śiva Purāṇa (anche Rudra Saṃhitā e Kumāra Khaṇḍa).

Nella tradizione śaiva, Dīpāvalī non festeggia il ritorno di Rāma ad Ayodhyā, bensì la vittoria di Śiva sul demone Nāraka. Il termine Nāraka, con il significato di “luogo infernale”, deriva da nara/uomo e con esso si intende un piano esistenziale in cui gli esseri umani vanno a scontare i loro karma. Nel mito, riportato in più scritture, Nāraka impersona tutte le caratteristiche di ignoranza e distruzione tipiche dell’essere umano asservito agli squilibri-vikṛti associati ad un pessimo utilizzo dei principi di inerzia (tamas) e movimento (rajas): ignoranza e rabbia. Il racconto segue il classico schema in cui il demone impazza, gli Dèi non riescono a porre un freno e così Śiva, emergendo dalla sua stasi meditativa, in forma di fiamme distruttive (Mahākāla), rischiara il denso buio dell’ignoranza con la sua luce (sattva).

In tale ottica i lumi rappresentano questo processo: la mente (stoppino) accesa dalla grazia (fiamma) offre le sue energie (olio) alla contemplazione dell’Assoluto (luce).

Accendi lumi e incensi offrendoli verso nord, nord-est, est.

sarvamaṅgala

DISTRUGGERE L'IGNORANZA
DISTRUGGERE L’IGNORANZA

SCIENZA O HYBRIS? CREATO UN NEURONE ARTIFICIALE BIOCOMPATIBILE

di Mikaela Zanzi

Oggi l’uomo cerca di portare fuori ciò che non ha ancora riconosciuto dentro: riprodurre l’attività del pensiero, senza averne ancora compreso la fonte. La notizia che arriva dagli Stati Uniti ne è il simbolo. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Massachusetts ad Amherst ha creato il neurone artificiale più efficiente al mondo, capace di comunicare con cellule biologiche umane. Funziona a 0,1 volt, esattamente come i neuroni del cervello, e “respira elettricità” attraverso nanofili proteici generati da un batterio chiamato Geobacter sulfurreducens. Un frammento di materia che tenta di replicare il ritmo della vita, imitandone la struttura ma non l’origine. I ricercatori spiegano che l’obiettivo di questa scoperta è creare computer bio-ispirati, sistemi informatici che funzionino con l’efficienza energetica del cervello umano, riducendo i consumi rispetto ai modelli di intelligenza artificiale attuali, realizzare sensori biocompatibili in grado di comunicare direttamente con i tessuti viventi, eliminare la necessità di amplificazione elettronica dei dispositivi indossabili permettendo la trasmissione diretta dei segnali corporei senza circuiti intermedi, e infine aprire la strada a interfacce bioelettroniche dirette capaci di fondere circuiti artificiali e cellule cerebrali in un continuum di informazioni biologiche e digitali. È un atto di imitazione ontologica? Il nuovo neurone forse un giorno sarà in grado di elaborare segnali, dialogare con il corpo, e “pensare”. Ma la domanda resta sospesa. Chi parlerà attraverso di lui? È possibile simulare la coscienza? Già oggi possiamo dire che non tutte le menti umane funzionano sulla stessa “Spinta”. Molte operano come riflessi, proiezioni, repliche di un impulso vitale che non hanno mai conosciuto. Così anche questa creazione, il neurone bio-sintetico, diventa un nuovo riflesso della vita, privo del Soffio che anima la Coscienza autentica. Quella che viene annunciata oggi non è una conquista straordinari!!! La materia tenta di comportarsi come la mente, ma la mente umana a che livello è di conoscenza di se stessa? E in che rapporto è con lo Spirito? Credo che la questione sia molto grave: in termini gnostici, ciò che stiamo producendo è il riflesso di un riflesso, un’immagine che si allontana sempre di più dalla Sorgente.

SCIENZA O HYBRIS? CREATO UN NEURONE ARTIFICIALE BIOCOMPATIBILE
SCIENZA O HYBRIS? CREATO UN NEURONE ARTIFICIALE BIOCOMPATIBILE

IL MANTRA NATURALE

di Luca Rudra Vincenzini

“Con SA in espirazione e HA in inspirazione, l’individuo recita ininterrottamente il mantra haṃsa per ventunomilaseicento volte”, Vijñānabhairavatantram.

Haṃsa è il mantra naturale (sahaja), quello che gli Āgama, in primis il Vijñānabhairavatantram, asseriscono venga ripetuto spontaneamente anche dallo stolto, seppur inconsapevolmente, per 21.600 volte al giorno. Haṃsa è come sappiamo, non solo ahaṃ saḥ “io sono quello”, ma anche l’oca selvatica (हंस). È lei (mantra) che poggiata sulla superficie del lago (la mente-citta), abbandona il fango (mala-impurità) e lasciando dietro di sé le increspature dell’acqua (pensieri-vṛtti), maestosa si alza in volo (analogia per l’elevazione della kuṇḍalinī). Sfrecciando verso il cielo (vyoman, analogia-sāndhya per la coscienza, il Sé-ātman), vola avvolta nel mistero (rahasya) in alto al centro (madhya, sinonimo per la suṣumṇā) tra Sole (sūrya, principio femminile=sangue mestruale) e Luna (candra, principio maschile= liquido seminale).

Shhhhhhhhhhhh rallenta e fai japa!

IL MANTRA NATURALE
IL MANTRA NATURALE

SCHIAVITÙ GRECA

Matteo Brandi
Presidente Pro Italia

17 ottobre 2025

Dopo essere stata umiliata, tradita e svenduta, la Grecia è diventata “il più grande successo dell’euro”, come disse Mario Monti.

Ed è vero. Dal punto di vista dei tecnocrati senza patria, ovviamente.

Il governo ellencio ha votato il disegno di legge proposto da Nea Dimokratia: le 13 ore lavorative. Per ora si parla di un cambiamento “a determinate condizioni”, ma la realtà è che ormai il passo verso la schiavitù è stato compiuto.

Questa riforma inizia a fare gola anche alla feccia euroinomane qui in Italia, che vede di buon occhio l’idea di spremere i lavoratori, invece di alzare gli stipendi. E poi, in caso di proteste, c’è sempre la forza lavoro immigrata da schiaffare nei campi e nelle fabbriche, no?

Alle fiamme l’UE e i suoi servi. Alle fiamme.

SCHIAVITÙ GRECA
SCHIAVITÙ GRECA