SOVRANISMO COME MALATTIA SENILE DEL POPULISMO

di Claudia Placanica

L’Unione Europea è la violenza organizzata contro i popoli e contro ogni Stato-nazione che ne faccia parte. Per la retorica post seconda guerra mondiale e per l’ideologia neo-sessantottina, lo Stato-nazione è razzista e repressivo e conduce a fenomeni nazionalisti. Secondo questa visione, ogni Stato-nazione europeo che difende le sue frontiere, la propria sicurezza è gravido di nuovi genocidi. Dunque gli Stati-nazione devono scomparire e l’internazionalismo di matrice marxista e trotzkista trionfare con la complicità dell’ecumenismo cattolico. Chiunque evochi la sovranità, la patria, la nazione e la legittimità dei confini subisce la nota “reductio ad Hitlerum”, ovvero la banalizzazione di legittime istanze sottoposte a un processo di colpevolizzazione e squalificazione del discorso. È una guerra psicologica, nonché geopolitica gestita da mediocri politici con la complicità di media asserviti, disposti a sfoderare l’ideologia postcoloniale e terzomondista per condannare le rivendicazioni sovraniste.

#difenderechisiamo

#ancorismo

#sovranità

#patria

#claudiaplacanica

SOVRANISMO COME MALATTIA SENILE DEL POPULISMO
SOVRANISMO COME MALATTIA SENILE DEL POPULISMO

SI ESPANDE IL SOFT POWER DELLA CINA IN AFRICA

di Antonella Sinopoli

27 Ottobre 2025

Uno dei pilastri è la diffusione della lingua e della cultura cinesi affidati all’Istituto Confucio che opera in 49 paesi africani

Si moltiplicano scuole di mandarino, biblioteche, teatri, musei, mostre, industria cinematografica e altre imprese mediatiche. E c’è chi teme una colonizzazione culturale a scapito delle tradizioni locali

Il soft power si riferisce alla capacità di un paese di influenzarne altri, e i suoi cittadini, non attraverso la coercizione ma attraverso l’attrazione, utilizzando la cultura, i valori e la diplomazia.

Il termine – coniato dal politologo statunitense Joseph Nye – descrive dunque il modo in cui le nazioni proiettano il loro potere rendendosi appetibili, piuttosto che forzare questo potere attraverso pressioni militari o economiche.

Da tempo questo sistema “di attrazione” è messo in pratica dalla Cina in Africa. Che il panorama globale stia attraversando una profonda trasformazione è ormai assodato. Una trasformazione che ha le sue conseguenze nel cosiddetto equilibrio di influenza.

Per capirlo basta leggere il sesto Global Soft Power Index rilasciato a febbraio di quest’anno e pubblicato da Brand Finance. L’analisi conferma quello che era già visibile nei fatti: la Cina è diventata la seconda nazione al mondo per soft power, preceduta solo dagli Stati Uniti.

Il rapporto mostra che la Cina ha superato il Regno Unito e che ha raggiunto un punteggio di 72.8 su 100 sui vari parametri considerati. Gli Stati Uniti, che hanno mantenuto il primo posto, vedono però scendere la loro reputazione globale di quattro posizioni rispetto all’ultima valutazione.

È interessante notare che la Cina ha probabilmente capito come affrontare quelle che sono le “debolezze percettive”, in particolare i pregiudizi e/o i comportamenti reali dei suoi cittadini all’interno dei paesi africani e delle comunità locali. Nella categoria “Persone e valori del paese”, infatti, ha guadagnato 18 posizioni.

Le voci, in particolare, sono “generoso”, “amichevole”, “buoni rapporti con gli altri paesi”, “facile comunicazione” e “divertente”.  Insomma, i dati riconoscono gli sforzi costanti del Dragone, iniziati molti anni fa, per migliorare la sua attrattività, stanno dando i loro frutti.

La diffusione della lingua e di conseguenza la cultura del paese è uno dei pilastri delle attività che rientrano nella categoria del soft power. Dal 2004, anno della fondazione dell’Istituto Confucio – lo scorso anno si sono infatti celebrati i 20 anni dalla fondazione – Pechino ha investito molto nell’espansione e nell’esportazione della sua cultura a livello mondiale.

Ad oggi l’istituto ha sedi in 49 paesi africani. Oltre ai corsi di lingua, si tengono convegni, eventi culturali, workshop di varia natura.

L’interesse per la Cina e un certo tipo di collaborazione tra le istituzioni si evidenzia anche con l’aumento del numero di studenti africani che si recano in Cina: come ricorda il New York Times, il numero di studenti africani iscritti alle università cinesi è passato da meno di 2mila nel 2003 a oltre 81.500 nel 2018.

Quindi, nonostante le preoccupazioni relative al razzismo e alla xenofobia – per esempio durante il periodo del Covid19 – e le sfide legate alle differenze culturali, la Cina è oggi una delle destinazione di studio per molti studenti africani, anche grazie alle borse di studio messe a disposizione.

Il problema è poi trovare lavoro in Cina. Ecco perché gli studenti a fine corsi rientrano nei loro paesi, una decisione che gioca a favore delle aziende e imprese cinesi in Africa, alla ricerca di partner commerciali o di personale qualificato e che parli bene la lingua.

Ma gli Istituti di cultura, così come la diffusione del mandarino, nascondono l’altro lato della medaglia e non sono proprio “neutrali” secondo molti osservatori. Parlando al Deutsche Welle, Simbarashe Gukurume, scienziato sociale e docente presso l’Università Sol Plaatje di Kimberley, in Sudafrica, ha affermato che molti ex studenti finiscono per diventare insegnanti di mandarino.

Il professore analizza alcune criticità. “Quasi l’intero corpo docente e il personale dell’Istituto Confucio dell’Università dello Zimbabwe è composto da accademici locali che insegnano mandarino e hanno ricevuto un sostegno finanziario per i loro studi in Cina”, ha affermato.

Il soft power così gestito rischia di essere sbilanciato a favore del governo e degli interessi cinesi e talvolta prevedono “un accesso illimitato alle risorse africane”. Lo studioso afferma senza mezzi termini che “le attività culturali della Cina e l’estrazione di litio e cobalto in Africa sono in definitiva due facce della stessa medaglia”.

In effetti, l’Istituto Confucio ha dovuto affrontare ripetute critiche per non aver nemmeno cercato di nascondere le sue aspirazioni di aiutare il governo cinese a rafforzare la sua influenza economica e politica in tutta l’Africa.

Rispetto alle istituzioni di altri paesi per la promozione della lingua e della cultura, l’Istituto Confucio cinese si distingue per il fatto che le sue sedi distaccate hanno spesso sede presso università e altri istituti di istruzione superiore. Ciò ha sollevato qualche preoccupazione riguardo all’influenza diretta del partito comunista cinese sulle élite educative.

Le stesse preoccupazioni che hanno portato alla chiusura – con l’accusa di spionaggio, censura e propaganda – di diversi Istituti Confucio in Europa: Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Francia … e negli Stati Uniti. Cresce invece, come dicevamo, il numero in Africa.

In Sudafrica ce ne sono addirittura dieci. Senza contare le scuole private e persino alcune pubbliche che offrono il mandarino come lingua straniera. Persino il Lesotho, con una popolazione inferiore a 2,4 milioni di persone, ospita due Istituti Confucio.

La Cina sta inoltre investendo in teatri, musei, mostre, industria cinematografica e altre imprese mediatiche in Africa, nonché in biblioteche. Ovvio che questo generi qualche preoccupazione sul fatto che il soft power abbia la caratteristica di colonizzazione culturale e possa mettere in pericolo ed estromettere le tradizioni locali.

È quanto afferma, tra le altre cose, uno studio della ricercatrice Avril Joffe dal titolo “La presenza culturale istituzionalizzata della Cina in Africa”. Alla diffusione della lingua e di strategie di soft power culturale che potrebbero agire ideologicamente sugli africani, va aggiunto il potere dei social media che sempre di più diffondono contenuti che esaltano la cultura cinese e i suoi prodotti, pensiamo al cinema, ai cartoni animati, ai giochi digitali, alla musica.

Copyright © Nigrizia – Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it

Tratto da: NIGRIZIA.IT

SI ESPANDE IL SOFT POWER DELLA CINA IN AFRICA
SI ESPANDE IL SOFT POWER DELLA CINA IN AFRICA

L’AMORE DI UN GUERRIERO

di Martino Zeta

“Un guerriero deve amare questo mondo” mi aveva ammonito Don Juan, ” se vuole che esso, all’apparenza tanto banale, si spalanchi a mostrare le sue meraviglie” .

Quando Don Juan pronunciò queste parole lo scenario che ci circondava era il deserto di Sonora.

“E’ sublime”, continuò, “stare in questo deserto meraviglioso, contemplare le scabre vette di montagne nate dalla lava di vulcani da tempo scomparsi. E’ splendido pensare che alcuni di questi nuclei di ossidiana si sono formati a temperature così elevate da conservare ancora il segno della loro origine. Sono saturi di potere. Vagabondare senza meta fra quelle vette e trovare un frammento di quarzo in grado di captare le onde radio è un’esperienza straordinaria. L’unica pecca è che, per inoltrarsi nelle meraviglie di questo mondo, o di un altro, un uomo deve diventare un guerriero: deve essere controllato, calmo, indifferente, temprato dalle aggressioni dell’ignoto. Tu non lo sei ancora a sufficienza e di conseguenza il tuo dovere consiste nel preparati in modo adeguato; solo allora potrai avventurarti nell’infinito.”

Ho dedicato trentacinque anni della mia vita a cercare la maturità del guerriero, sono andato in luoghi che sfidano ogni descrizione, alla ricerca della sensazione di essere sufficientemente temprato dagli assalti dell’ignoto. Ci sono andato in silenzio, non annunciato, e sono tornato indietro allo stesso modo. Le opere del guerriero sono mute e solitarie, e quando un guerriero va o torna, lo fa in modo così poco appariscente che nessuno lo nota. Andare alla ricerca della maturità del guerriero in qualunque altro modo sarebbe un’ostentazione, ed è quindi inammissibile. […]

“Basti dire, ” affermò un giorno Don Juan, “che l’immensità di questo modo, che si tratti del mondo dello sciamano o dell’uomo comune, è tale che solo un’aberrazione può impedirci di prenderne atto. Cercare di spiegare a esseri devianti che cosa significa perdersi nei solchi della ruota del tempo, è la cosa più assurda che un guerriero possa fare. Ecco perchè si assicura che i suoi viaggi siano caratteristica esclusiva della sua condizione.”

(Carlos Castaneda – La ruota del tempo)

L'AMORE DI UN GUERRIERO
L’AMORE DI UN GUERRIERO

LA GUERRA SANTA INTERIORE

di Chiara Rovigatti

I Guerrieri sono Guerrieri sempre perchè sono perfettamente al corrente di essere lo specchio esteriore della Guexxa che si svolge dentro di loro in quell’Invisibile che ne è il terreno reale.

E ne sono spesso così intimamente sconvolti e disturbati da risentirne anche sul piano fisico.

————————————————————————

STIAMO COMBATTENDO UNA GUERRA SANTA INTERIORE …NON MOLLIAMO

Quello che avviene all’esterno – nel mondo grossolano – è sempre il riflesso di ciò che avviene nell’Invisibile.

Le guerre esteriori sono combattute nella dimensione sottile e in quella spirituale, prima che “ricadano” nella materia grossolana.

Oggi il REDDE RATIONEM, prima che si manifesti all’esterno – in realtà, da molte parti è già in parte visibile – si manifesta all’interno.

Se molti di noi, in questo periodo, si sentono particolarmente travagliati e messi alla prova, non devono disperare: si sta combattendo una battaglia spirituale fatale e il nostro cuore non ne può essere esente.

I veri combattenti, coloro che hanno conservato lo Spirito, sono inevitabilmente travagliati; ma va ricordato che “il faraone” incrudelisce di più proprio prima della liberazione.

Quelli che invece non si sentono combattuti, beh, quelli sono già morti ed è inutile parlarne. I morti non combattono.

(Gianluca Marletta, 2024)

LA GUERRA SANTA INTERIORE
LA GUERRA SANTA INTERIORE

LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI OGGI

di Tania Perfetti

Nel mondo contemporaneo, spesso si parla di tolleranza religiosa, ma raramente si riconosce apertamente che i cattolici sono oggi tra le comunità più perseguitate. In molti Paesi professare la fede cristiana non è un atto privato, ma un rischio concreto: chiese bruciate, sacerdoti assassinati, fedeli incarcerati o costretti al silenzio. Eppure questa persecuzione avviene nel quasi totale disinteresse dei media occidentali, che sembrano imbarazzati di fronte a un martirio moderno che non rientra nelle loro narrazioni politicamente corrette.

La fede cristiana, che predica amore e perdono, continua così a essere temuta proprio perché ricorda la dignità inviolabile dell’uomo e la libertà della coscienza, valori che i poteri autoritari, antichi o nuovi, non possono sopportare.

LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI OGGI
LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI OGGI

Guerra permanente: il capitalismo globale trasforma conflitti in governance

di Chiara Pannullo

2 Ottobre 2025

La guerra contemporanea non esplode, si amministra: logistica, tecnologia, finanza e immagini trasformano conflitti in strumenti di controllo globale. Dall’Europa all’Africa, dal Medio Oriente al Pacifico, il capitale governa le rovine e orienta società e mercati.

Il capitalismo globale trasforma conflitti in governance

Non c’è più nulla da “prevedere”: la guerra è già la forma del nostro presente. Non ha i confini dei conflitti mondiali del Novecento; si muove come una rete elettrica, accendendo focolai che si richiamano a distanza e riorganizzano, a ogni scossa, catene del valore, flussi energetici, rotte marittime, immaginari.

Il suo lessico non è solo quello dei carri armati: è fatto di sanzioni, controlli delle esportazioni, blocchi logistici, piattaforme tecnologiche, regimi finanziari. È una guerra mondiale diffusa: non si dichiara, si amministra.

Gaza è la lente che ingrandisce la grammatica del tempo. Qui la politica ha convertito il trauma in capitale: la giornata del 7 ottobre è stato montata, ritrasmessa, coreografata per rifondare un potere in crisi.

Non si tratta di “difesa”, ma di rifondazione identitaria. La prima etnogenesi di Israele fu sionista: un’auto-narrazione di fondazione nazionale costruita sulla rimozione dell’altro.

La seconda etnogenesi, oggi, non è più mitologica ma genocidaria: l’identità collettiva viene riplasmata sull’annientamento materiale del nemico. In termini materiali, questa macchina funziona perché opera su tre leve che il nostro tempo rende potenti: assedio logistico (acqua, cibo, carburante, elettricità come armi), spettacolo della violenza (immagini che non informano: producono adesione), immunizzazione giuridica (eccezione permanente che sospende la legge). L’estetizzazione della politica prepara la catastrofe: lo spettacolo è un rapporto sociale. Qui, lo spettacolo rende il genocidio governabile.

L’Ucraina mostra la variante europea della stessa logica. È guerra per procura: il territorio ucraino diventa piattaforma di logoramento funzionale a ristrutturare filiere energetiche, mercati dell’armamento, gerarchie euro-atlantiche. La Russia non è un oggetto passivo: agisce, con calcolo imperiale, per ridefinire sfere d’influenza e profondità strategica.

Ma è il regime ucraino ad aver scelto la piena subalternità alla macchina occidentale, accettando di trasformare la propria popolazione in risorsa di guerra. Qui il banderismo riemerge come collante ideologico: un mito reazionario che serve a compattare, a occultare diseguaglianze, corruzioni, fratture sociali, a prolungare la mobilitazione oltre ogni razionalità. Risultato: il conflitto non mira a chiudersi; mira a durare, perché la durata è la vera posta in gioco (per contratti d’energia, riconfigurazioni industriali, debito pubblico, filiere militari).

L’Europa, intanto, viene ricodificata come periferia armata della strategia atlantica: perde autonomia energetica, affida la propria manifattura a catene sempre più care, si militarizza senza progetto politico.

Nel Mar Rosso la guerra si manifesta come guerra delle rotte: gli attacchi nel Bab el-Mandeb non sono “episodi”, sono messaggi alla logistica globale. Basta deviare poche centinaia di navi perché costi, assicurazioni, tempi di consegna riallineino intere catene industriali. È la prova che, nell’epoca della containerizzazione, il mare è un fronte.

La Siria è ridotta a un mosaico di zone d’influenza, una cartografia spezzata che riflette in scala la guerra mondiale diffusa: non pacificazione, ma stabilizzazione armata, non ricostruzione, ma amministrazione del disastro.
In Iraq il 2003 non è finito: è diventato condizione. In Afghanistan il ritiro ha sancito che vent’anni di occupazione possono evaporare in giorni, lasciando macerie sociali come debito storico. La guerra al terrorismo è stata l’officina in cui l’eccezione è diventata metodo amministrativo.

In Africa il quadro non è solo di dominio: è anche di risposta anticoloniale. Nel Sahel il riposizionamento contro Parigi non è mero opportunismo: segnala una domanda di autonomia materiale (uranio, oro, terre rare, corridoi) e simbolica (sovranità e dignità) che si appoggia, certo, a nuovi patroni — Mosca per la forza, Pechino per infrastrutture e credito — ma che registra un fatto politico: l’egemonia occidentale non è più data.

In Sudan la guerra “invisibile” produce milioni di sfollati e ridisegna le geografie del Nilo; nella RDC le terre rare del Kivu mostrano come la guerra sia iscritta nei dispositivi stessi dell’economia digitale. L’Africa non è più soltanto “teatro”: diventa soggetto contrattuale di un multipolarismo incrinato, attraversato da tensioni e possibilità.

Nel Pacifico la guerra è sospesa e già in atto. Taiwan non è solo isola: è nodo della manifattura mondiale del silicio. Il suo status è, di per sé, un’arma. Il Mar Cinese Meridionale è una costellazione di corridoi; i passaggi stretti (Malacca, Luzon) sono rubinetti dell’economia globale. Qui l’attrito sino-statunitense è militare (flotte, basi), tecnologico (export-controls su chip, apparecchiature litografiche, AI), finanziario (sanzioni mirate, de-risking), monetario (sistemi di pagamento alternativi).

La Cina compone una propria ecologia: vie della seta, piattaforme di clearing, standard tecnici; i BRICS — nell’allargamento e nelle intese bilaterali — non sono blocco monolitico, ma l’architettura di sostegno a una de-occidentalizzazione parziale dei flussi. Non garantiscono la pace, spostano semmai il baricentro delle negoziazioni.

In Sud America il quadro è fatto di oscillazioni e tentativi. Dal Brasile di Lula, che cerca di muoversi in equilibrio tra autonomia regionale e compatibilità globale, al Venezuela, che da anni resiste a un embargo durissimo e a tentativi continui di destabilizzazione e dove, nonostante crisi interne e contraddizioni, Caracas ha cercato di tenere insieme un modello sociale fondato sulla redistribuzione del petrolio e sulla difesa della propria sovranità, pagando un prezzo altissimo ma riuscendo, almeno in parte, a non piegarsi del tutto all’isolamento.

L’Argentina invece, oscilla tra aperture shock e dipendenza finanziaria, mentre i movimenti sociali continuano a spingere per alternative. I BRICS rappresentano qui una via di fuga dal dollaro, un tentativo di immaginare un mondo multipolare, dove ogni passo verso l’autonomia, viene però immediatamente catturato dentro il conflitto globale.

Gli Stati Uniti restano l’epicentro del comando, ma con un corpo sociale fratturato e un’egemonia costretta alla iperattività sanzionatoria e al ricorso a filiere amiche (“friend-shoring”). La loro forza è ancora materiale (dollaro, sistemi di pagamento, brevetti, basi, rotte marittime); la loro debolezza è organica: l’ordine che amministrano non produce stabilità, ma instabilità governata.

E l’Europa sempre sullo sfondo che priva di una base energetica autonoma e di una politica industriale reale, scivola in una periferia armata: riarmo accelerato, industria militare in espansione, welfare in contrazione.

Tutto questo non è un mosaico di episodi, ma un dispositivo unico. La guerra contemporanea opera su quattro piani intrecciati: logistica (chokepoint, porti, corridoi), tecnologia (standard, chip, satelliti, IA), finanza (sanzioni, valute, debito), immaginario (traumi mediatizzati).

È qui che la lezione di Debord e Benjamin diventa strumento: lo spettacolo non è estetica della guerra, è la guerra; l’estetizzazione della politica non “accompagna” la catastrofe, la rende possibile. Le immagini non riflettono: orientano consumi, alleanze, odio, consenso. È per questo che la guerra “non finisce”: perché è il metodo con cui un capitalismo in crisi riproduce comando e margini, trasformando la distruzione in governance.

Se cerchiamo tendenze non fantasiose, i segnali sono lineari. La spesa militare globale cresce; la militarizzazione della logistica avanza (convogli scortati, assicurazioni speciali, rotte deviate); la tecnologia diventa regime di licenze e veti incrociati; la moneta si fa arma (sanzioni, sequestro di riserve, pagamenti alternativi). L

a climate-economy aggiunge uno strato: siccità, alluvioni, crisi alimentari spingono nuovi esodi, forniscono pretesti securitari, aprono fronti di green-estrattivismo. Niente “terza guerra mondiale” da annunciare: una guerra permanente già operante, che si espande per metastasi.

Dentro questo quadro, l’Africa non è pedina muta: prova a parlare con voce anticoloniale; il Sud globale si organizza in geometrie variabili; i BRICS anche qui disegnano una pluralità di corsie; la Cina offre infrastrutture in cambio di standard; gli USA tengono il timone delle reti finanziarie; la Russia cerca magine strategico con guerra e materie prime; l’Europa paga il prezzo di una conversione militare senza autonomia strategica. Il nesso resta uno: il comando sul lavoro vivo attraverso la gestione del caos. È qui che si misura la posta politica.

Non si tratta, allora, di chiedere quando “scoppierà” la guerra, ma se siamo in grado di nominarla per ciò che è: un regime di riproduzione che usa logistica, tecnologia, finanza e immagini per trasformare l’eccezione in norma.

La scelta è tra restare spettatori anestetizzati, catturati dal racconto che ci separa e ci addestra, o rimettere al centro un conflitto reale: non popolo contro popolo, ma società contro il dominio che le consuma. Perché la guerra, oggi, non è un incidente: è la forma con cui il capitale governa le rovine che produce.

Tratto da: Kultur Jam

Guerra permanente: il capitalismo globale trasforma conflitti in governance
Guerra permanente: il capitalismo globale trasforma conflitti in governance

Cina e Germania: forse non è chiaro quanto sta accadendo

di Vincenzo Costa

26 Ottobre 2025

Non è solo che i cinesi hanno rifiutato di ricevere il ministro degli esteri tedesco, con un gesto senza precedenti. E che questi andava per mettere a posto la fornitura di minerali rari e altri prodotti da cui l’industria tedesca dipende completamente. I cinesi hanno detto: non c’è niente di cui discutere e non abbiamo tempo da perdere.

La Cina non vuole ricattare nessuno: ha semplicemente risposto alle sanzioni ricattatorie della UE, alla mancanza di rispetto per la sovranità della Cina, a chi vorrebbe dettargli come si deve comportare, con l’ingiunzione di non comprare gas e petrolio russo. E in maniera molto cortese la Cina ha detto: “noi non vi diciamo come dovete agire, e voi come mi permettete di dire a noi come dovremmo agire noi?” Hanno detto che la UE è maleducata, fatta di cretini, giovane e vecchi, che credono ancora di poter spadroneggiare. Hanno detto, molto chiaramente: disponibili a discutere, e noi vi rispettiamo, anche quando siete pazzi. Ma esigiamo rispetto da voi.

Se credete di bullizzarci vi facciamo a pezzi.

Adesso in Germania, e basta guardare i TG, sono presi da una crisi isterica. Perché la Germania è già in recessione, l’industria è in fibrillazione. Se non si risolve questa disputa con la Cina la crisi si aggraverà, l’economia rallenterà. Le sanzioni di Trump sul petrolio russo danneggiano la Germania, che ha chiesto delle eccezioni.

Insomma: LA STORIA DELLE SANZIONI È DIVENTATA UNA GUERRA INTERNA ALL’OCCIDENTE.

Questi sono i risultati di una banda di pazzi. Altro che unità dell’Occidente.

Ma c’è poco da sorridere delle sventure dei tedeschi, perché il rallentamento dell’economia tedesca avrà effetti anche sulla nostra, dato che se si ferma l’economia tedesca si fermano gli ordinativi all’industria del nord, diminuisce il gettito fiscale.

Però Calenda dice che dobbiamo spezzare le reni alla Russia, che bisogna isolarla.

La realtà è che non stiamo isolando la Russia: ci stiamo isolando dal mondo. Siamo noi gli isolati. Qualche vecchio può produrre fiumi di retorica, ma la realtà è la roccia dove la vanga si piega. E quella retorica la pagheranno le famiglie.

La verità è molto semplice: la comunità internazionale ne ha le scatole piene della boria europea.

C’è un mondo che vuole nascere, e nascerà.

La scelta è solo se nascerà perché in Europa è maturata una coscienza nuova e più matura del nostro ruolo nel mondo o dopo una guerra devastante.

Tratto da: L’Antidiplomatico

Cina e Germania: forse non è chiaro quanto sta accadendo
Cina e Germania: forse non è chiaro quanto sta accadendo

CHI GOVERNA IL MONDO?

Videoconferenza del canale YouTube DON CURZIO NITOGLIA, trasmesso in diretta streaming online il giorno 3 aprile 2024.

Questo episodio è una chiacchierata con don Curzio Nitoglia in merito a vari argomenti. Tocchiamo temi controversi, sia di attualità che del passato come: Chi comanda oggi il mondo? Qual è il vero motivo per cui il sinedrio condannò Gesù? Qual è la situazione della Chiesa odierna? Qual è oggi l’influenza dell’Islam sul mondo occidentale? Qual è il ruolo di Russia e Stati Uniti, oggi?

CHI GOVERNA IL MONDO?

LA STORIA DI MARGUERITE PORETE

di Mike Plato

Marguerite Porete (Hennegau, 1250/1260 – Parigi, 1º giugno 1310) è stata una religiosa e scrittrice francese, autrice de Lo specchio delle anime semplici, un’opera sulla spiritualità cristiana riguardante l’agape (amor sacro per Dio e i fratelli in spirito). Fu bruciata sul rogo per eresia a Parigi il 1º giugno 1310 in Place de Grève, dopo un lungo processo per aver rifiutato di togliere il suo libro dalla circolazione e per aver rifiutato di ritrattare le sue idee. Il libro è considerato una delle fonti principali della dottrina medievale dell’eresia del Libero Spirito…

Cosa abbiamo qui? Una mistica che di fatto diceva che la CHIESA è una falsa mediatrice e che il contatto con Dio è diretto attraverso il mediatore interiore (uomo interiore)….

FU BRUCIATA VIVA PERCHE SCOMODA A QUEI MALEDETTI CHE HANNO PROSPERATO PER 18 SECOLI SPAZZANDO VIA LA DISSIDENZA, E CHE HA CREATO UNA FABBRICA DI SANTI, SEMPRE CHE LIGI E FEDELI ALLA PROSTITUTA DALLE SETTE TESTE….

LA STORIA DI MARGUERITE PORETE
LA STORIA DI MARGUERITE PORETE

I pilastri fondamentali della “teologia della resistenza”

a cura di Agenzia Hawzah News

Dopo l’operazione del 7 ottobre, la “teologia della resistenza” è tornata al centro del dibattito islamico. Fondata su basi teologiche, epistemologiche, antropologiche e cosmologiche, questa visione integra fede, discernimento e responsabilità sociale.

Agenzia Hawzah News – Tra le conseguenze più significative dell’operazione “Tempesta al-Aqsa”, avvenuta il 7 ottobre 2023, vi è il rinnovato interesse per la “teologia della resistenza” da parte di pensatori e studiosi delle scienze islamiche e umane. Un concetto che, pur non nuovo, continua ad attrarre riflessioni specialistiche e tentativi di diffusione sociale.

Un punto di svolta

Secondo il giornalista Danyal Basir, la vittoria morale del popolo di Gaza — iniziata con la Tempesta al-Aqsa e proseguita con una resistenza straordinaria contro l’occupazione israeliana — può essere letta come manifestazione concreta della teologia della resistenza. Basir sottolinea che questa teologia si fonda su tawhid, fede in Dio e certezza nell’aiuto divino, e poggia su pilastri teologici, gnoseologici, antropologici e cosmologici che meritano attenzione specifica.

Il primato della teologia

Basir evidenzia che il cuore della teologia della resistenza è la sovranità divina in ogni ambito della vita, la fiducia nella provvidenza e la ricerca del compiacimento divino. I maestri ispirati dal Corano e dagli insegnamenti degli Imam hanno insegnato che chi si affida a Dio è destinato alla vittoria.

Libertà e responsabilità

Sul piano antropologico, la teologia della resistenza valorizza libertà e responsabilità, in contrasto con visioni contemporanee come la teologia della liberazione, dove l’uomo prende il posto di Dio. Qui, invece, la lotta è tra volontà e determinazioni: chi ha più fermezza, prevale. Se la società si muove verso il cambiamento, il fronte della verità si rafforza.

Giustizia contro il dominio

La visione cosmologica della teologia della resistenza si fonda sulla giustizia e sulla lotta contro ogni forma di oppressione. La resistenza è una risposta legittima al dominio del falso, e il suo esito è onore e vittoria. Il Corano, nella Sura Āl ʿImrān, versetto 146, celebra la fermezza dei profeti e dei loro compagni, amati da Dio per la loro pazienza.

Un modello di coesione

Secondo l’Hujjat al-Islam Muhammad Kashizadeh, membro del corpo accademico del Centro per la Cultura e il Pensiero Islamico, la teologia della resistenza, fondata sul tawhid e sulla wilaya, può offrire un modello di coesione nazionale. A differenza delle unità reattive e temporanee, essa garantisce continuità identitaria e sociale grazie alla wilayat al-faqih, intesa come prolungamento della sovranità divina.

Islam e identità nazionale

Questa visione può generare una forma di nazionalismo islamico, non basato su etnia o interessi contingenti, ma su fede, razionalità religiosa e legame storico con la guida divina. In tal modo, la teologia della resistenza risponde sia alle minacce esterne sia alla necessità di costruire una civiltà islamica duratura.

La prova della guerra

Kashizadeh cita come esempio concreto la valorosa resistenza del popolo iraniano durante la guerra dei 12 giorni con il regime israeliano. Nonostante le pressioni esterne, la coesione nazionale non solo è rimasta intatta, ma ha rafforzato la profondità strategica della Repubblica Islamica. La resistenza iraniana non può essere compresa senza considerare il ruolo centrale della wilayat al-faqih.

Conclusione

La teologia della resistenza, tornata al centro del dibattito islamico dopo la Tempesta al-Aqsa, si configura come una visione integrata che unisce tawhid, guida sapienziale e giustizia sociale. Dai profeti celebrati nel Corano alla fermezza del popolo di Gaza, fino alla coesione strategica della Repubblica Islamica, essa mostra come la sovranità divina possa tradursi in forza storica e capacità di costruzione. In contrasto con approcci che separano fede e politica, questa teologia propone una grammatica alternativa per pensare il futuro: radicata nella fede, capace di generare resistenza, orientamento e speranza.

Tratto da: Hawzah News

I pilastri fondamentali della “teologia della resistenza”
I pilastri fondamentali della “teologia della resistenza”