noi riteniamo a torto che la spietatezza allucinante dei sovrani e dei papi del passato siano solo un ricordo di ere buie.
FATE ATTENZIONE PERCHE QUESTA ERA NON HA EGUALI IN TERMINI DI MATERIALISMO E ANTISPIRITUALITA’. QUINDI DA QUI POSSONO EMERGERE MOSTRI INDICIBILI IN GIACCA E CRAVATTA….
I NEO-ILLUMINISTI SI SFORZANO DI FARCI CREDERE CHE VIVIAMO IN UN’ERA CIVILIZZATA. AL CONTRARIO VIVIAMO NELL’ERA DEI NETANHIAU
Ognuno di noi attira a sé un certo tipo di vita. Non in modo casuale, non per un capriccio del destino, ma in base a ciò che egli stesso è.
La vita che viviamo dipende da:
1. Dal nostro livello d’Essere attuale – ciò che siamo interiormente, il nostro grado di coscienza, chiarezza, amore e verità vissuta.
2. Dalle lezioni che la nostra Anima deve apprendere – esperienze necessarie per sciogliere nodi e maturare comprensioni.
3. Dalle qualità che ancora dobbiamo sviluppare e perfezionare – la forza, la pazienza, la fiducia, la compassione… tutte quelle qualità che ci rendono completi sul piano materiale e spirituale.
4. Dal karma che portiamo con noi – le conseguenze di azioni, pensieri ed emozioni generate in passato, che devono essere integrate, comprese, trasformate.
Spesso confondiamo la giustizia dell’ego con la giustizia dell’Anima.
L’ego grida al torto e al diritto, cerca bilance che pendano sempre a suo favore, misura la vita in base a ciò che gli conviene.
Ma l’Anima vede oltre: sceglie i genitori, il corpo, le circostanze, le prove, non per punirci, ma per offrirci la via migliore verso la crescita. Ciò che per l’ego appare come ingiusto, per la coscienza è un’occasione di risveglio.
Se accettiamo che l’Anima scelga i genitori attraverso cui incarnarsi, allora dobbiamo avere il coraggio di accettare che essa scelga anche ogni altra condizione necessaria al nostro cammino.
La vita non è un copione rigido già scritto: è un campo di possibilità. Possiamo restare fermi in “prima elementare” tutta la vita, ripetendo le stesse lezioni, oppure possiamo crescere, attraversare le tappe, passare in seconda, terza, fino a scalare tutta la scuola dell’essere.
C’è però un punto essenziale: l’evoluzione non accade meccanicamente.
Non basta invecchiare, cambiare lavoro o viaggiare in altri paesi.
Si evolve solo consapevolmente, con sforzo interiore, con attenzione, con lavoro cosciente. Senza questo, possiamo fuggire da ogni situazione, ma la vita ci riporterà sempre al banco adatto al nostro livello di apprendimento.
Esiste una scala di sette livelli interiori dell’uomo, una vera Scala di Giacobbe, che si estende dall’inferno più cupo fino al paradiso della coscienza illuminata.
E non ha a che fare con le condizioni esteriori, ma con la qualità del nostro Essere.
Lo vediamo chiaramente:
• c’è chi, pur vivendo in abbondanza e agio, resta infelice, pieno di rabbia, invidia e conflitto;
• e c’è chi, pur immerso in difficoltà e privazioni, emana una pace profonda, come se vivesse in paradiso.
La differenza non è mai fuori: è dentro. È il livello dell’Anima-Coscienza a determinare la nostra esperienza della vita.
Possiamo tentare di cambiare tutto ciò che ci circonda — casa, partner, lavoro, paese — ma se dentro rimaniamo identici a ieri, inevitabilmente ricreeremo le stesse condizioni, gli stessi conflitti, le stesse lezioni irrisolte.
La vita non si lascia ingannare: ci riporta sempre al punto preciso in cui possiamo davvero imparare.
Un bambino di prima elementare può anche scappare nell’aula dei più grandi per sentirsi importante, ma presto un insegnante lo riporterà al suo banco, al posto giusto per il suo livello. Così funziona l’esistenza: non punisce, ma ricolloca. Non sbaglia mai nel darci la lezione che ci serve.
Per questo, la chiave non è cambiare fuori, ma crescere dentro.
Più il nostro livello d’Essere si eleva, più la nostra vita cambia — non perché fuori sia tutto perfetto, ma perché dentro abbiamo trovato un nuovo modo di vivere ogni circostanza.
E allora ciò che sembrava inferno può trasformarsi in paradiso, non per magia, ma per coscienza.
«Basta genocidio. Sta rovinando tutto. Fermatelo ora».
Sono le parole gridate da Ilan Volkov poco prima che la polizia lo portasse via di peso. Non un attivista qualsiasi, ma uno dei direttori d’orchestra più conosciuti di Israele, applaudito nei teatri d’Europa e d’America. La sua colpa? Aver detto apertamente ciò che lo Stato non vuole sentire.
Volkov ha parlato senza filtri:
«Ciò che accade nella Striscia di Gaza è atroce e orrendo. Io amo il mio Paese, ma sono addolorato per le sofferenze inflitte su scala inimmaginabile nei confronti di palestinesi innocenti, uccisi a migliaia, dispersi dalle loro case, privati di scuole e ospedali, ignari di quando potranno avere il prossimo pasto. Dobbiamo fermare il genocidio ora. Fermatelo!».
Il contesto non lascia spazio ai dubbi: un artista che mette da parte la carriera e il prestigio internazionale per pronunciare la parola proibita — genocidio — davanti alle telecamere. Una parola che, secondo l’ONU, descrive senza eufemismi ciò che avviene a Gaza.
Il suo arresto è stato rapido, quasi a spegnere sul nascere la scintilla. Ma le immagini della scena sono già virali: da un lato Volkov che parla di umanità, dall’altro uno Stato che lo zittisce.
Il contrasto è feroce.
Da una parte un uomo che sceglie la verità anche a costo della libertà personale.
Dall’altra un Paese che reprime persino chi denuncia la distruzione in atto.
La musica, per Volkov, si è trasformata in resistenza. E la sua voce, spezzata da un arresto, rischia di diventare ancora più forte, perché ora non appartiene solo a lui, ma a chiunque rifiuti di tacere.
Che le sue parole facciano il giro del mondo.
Paolo Consiglio
Fonti principali:
– La Repubblica – “Gaza, ‘Basta genocidio’: arrestato direttore d’orchestra israeliano Ilan Volkov” (20 settembre 2025).
– Commissione internazionale d’inchiesta ONU – Rapporto 2025 su Gaza.
– Testimonianze e riprese diffuse dai media durante la manifestazione.
Nota editoriale:
Questo testo è un’opinione critica fondata su dichiarazioni pubbliche e fonti verificabili. Ogni affermazione è contestualizzata alla luce del diritto internazionale e del quadro umanitario attuale. L’articolo si colloca nel pieno esercizio della libertà di stampa e di pensiero, principi cardine di una società democratica.
Foto: Repubblica.it – immagine usata a scopo giornalistico e di commento, nei limiti del diritto di cronaca.
BASTA GENOCIDIO: ARRESTATO IN ISRAELE IL DIRETTORE D’ORCHESTRA ILAN VOLKOV
Per prima cosa, ed è la cosa più importante: la “questione palestinese” non è affatto “palestinese”, ma riguarda l’altro gruppo innominabile. Essa è stata denominata così per nascondere l’altra “questione”, ben più importante e cruciale. Se non si fa un passaggio per capire questa cosa è tutto inutile.
Da qui discende tutto il resto.
Conseguenza diretta di quell’ incomprensione è l’appropriazione da parte della Sinistra, in ogni sua sfaccettatura, del campo cosiddetto “filo-palestinese”. Questa manovra, lasciata tranquillamente fare da chi tiene i fili di tutto il teatrino (perciò sarebbe meglio dire “attribuzione”), serve a “perimetrare” entro i limiti del “moralmente corretto” il campo della critica e dell’invettiva. Non a caso, accanto alle bandiere palestinesi – bandiere della dignità e dell’onore, beninteso! – sventolano bandiere rosse, più quelle arcobaleno della “pace”. Non una bandiera italiana, come se quella bandiera fosse “della Meloni”: immaginate un po’ una manifestazione pro Palestina con le bandiere nazionali, in ogni parte del mondo. Il segnale sarebbe molto diverso, perché significherebbe che i popoli, non gli aderenti ad una fazione, sono dalla parte di questa popolazione oppressa e contro gli oppressori (sempre sperando che approfondiscano l’altra “questione”).
I cori di coloro che ammaestrano i manifestanti ruotano tutti intorno a “Bella Ciao”, che addirittura conclude la manifestazione di rito quando il corteo finisce nella grande piazza, cose se si trattasse di una manifestazione “di parte” (di una parte politica, col preciso intento di metterci il cappello, non “dalla parte dei palestinesi”). Si fa un gran parlare di “unire” per una causa nobile, ma questo è quanto più di divisivo possa esserci. E lassù, da dove tirano i fili del teatrino, gongolano, poiché in questo modo tutti quelli che hanno l’orticaria verso la mitologia resistenziale vengono sospinti automaticamente verso il campo filo-israeliano, con tutto l’allarmismo sulla “islamizzazione” e l'”antisemitismo”… Certo, stiamo parlando di automi, non di chi vede oltre queste tifoserie, ma di automi si tratta, purtroppo, nell’uno e nell’altro campo.
Infine, la cosa più penosa: constatare come parecchi arabo-musulmani facciano proprio l’armamentario di sinistra, fino all’estremo centrosocialaro. Lo chiameremo “schema Zio Tom”, che significa che il “colonizzato” ha fatto proprie le categorie del “colonizzatore”. Stendiamo un velo pietoso.
PUNTUALIZZAZIONI SUL SOSTEGNO ALLA CAUSA PALESTINESE
Nel riconoscere la propria natura, l’uomo tradizionale riconosceva anche il suo “luogo”, la propria funzione e i giusti rapporti di superiorità e inferiorità. Le caste, o gli equivalenti delle caste, in via di principio, definivano delle funzioni, dei modi tipici di essere e di agire. In fondo, il principio romano ben noto “suum cuique tribuere” riporta esattamente alla stessa idea: ad ognuno il suo. Gli esseri, essendo disuguali, è assurdo che tutto sia accessibile a tutti, e ognuno, sia atto a qualunque funzione. Ciò implicherebbe una deformazione, uno snaturamento.
Le difficoltà che sorgono in coloro che hanno in vista le condizioni attuali, ben diverse da quelle del sistema, di cui si va parlando, si legano al fatto di rappresentarsi i casi, nei quali il singolo manifesta vocazioni e doti diverse, di quelle del gruppo in cui per nascita e per tradizione si trova. Appunto è questa la controparte dell’etica dell’esser sé stessi: il ridurre al minimo la possibilità, che la nascita sia davvero un caso e che il singolo si trovi come uno sradicato, in dissonanza con il suo ambiente, con la famiglia se non perfino con sé stesso, col proprio corpo, e la propria razza.
Il mondo moderno tuttavia ha seguito proprio la via opposta, la via di una sistematica trascuranza della natura propria, la via dell’individualismo, dell’attivismo e dell’arrivismo. L’ideale qui non è più l’esser quel che si è, bensì il “costruirsi”, l’applicarsi ad ogni specie di attività, a caso, ovvero per considerazioni affatto utilitarie. L’individualismo, essendo a base di una tale veduta, cioè l’uomo atomizzato, senza nome, senza razza e senza tradizione, si è avanzata logicamente la pretesa dell’eguaglianza, si è rivendicato il diritto di poter essere, di massima, tutto ciò che un qualsiasi altro può anche essere.
La medicina in Occidente è l’arte di curare le persone.
La medicina (tradizionale) in Cina è l’arte di non far ammalare le persone.
Il bravo medico in Occidente è quello con molti malati.
Il bravo medico in Cina è quello con tanti pazienti sani.
Un tempo, presso gli studi di medicina cinesi, i medici erano obbligati ad accendere una lampada per malato, per far sapere se fossero o non fossero bravi medici a tutti. Il paziente che si ammalava decretava il fallimento del medico, in quanto questi visitava le persone 4 volte all’anno per trovare eventuali squilibri ed intervenire prima che la malattia si manifestasse. Quando un paziente si ammalava, nella Cina antica, il medico era tenuto a recarsi presso la sua abitazione per rimediare al suo errore nella diagnosi.
Il Vangelo di Giovanni racconta un episodio nel quale Gesù compare per la prima volta insieme a una donna che secondo certe interpretazioni era sua moglie, infatti coloro che sostengono questa versione della storia ritengono che il termine ebraico rabbunì, l’esclamazione che la Maddalena pronuncia quando incontra Gesù risorto (Giovanni 20, 16), significhi “marito mio”, e non “il nostro maestro”.
Inoltre nel Vangelo di Filippo si legge :
“La consorte di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca.”
“Erano tre che andavano sempre con il Signore: sua madre Maria, sua sorella, e la Maddalena, che è la sua consorte”.
Nel Vangelo di Maria: Pietro disse a Maria: “Sorella, noi sappiamo che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Comunicaci le parole del Salvatore che tu ricordi, quelle che tu conosci, ma non noi; quelle che noi non abbiamo neppure udito”. E ancora nel dipinto dell’ ultima cena di Leonardo da Vinci il personaggio che “ufficialmente” è San Giovanni sembra proprio essere una donna, il dodicesimo apostolo.
Non confondere la complicità con l’Amore. La complicità è molto di più. È sedersi nudi non nel corpo ma nelle parole. È aprire il cassetto delle paure e non sentire giudizio ma un respiro che ti accoglie. È sapere che nel mondo esiste una persona che sa tutto di te. E ti fa sentire libero. Io so che la complicità è il buio condiviso: quel pezzo di strada che non mostri a nessuno e che a volte fa tremare anche te. Non ci porti il primo che arriva a passeggiare nel tuo buio. E prima lo capisci e prima sei salvo. È guardarsi e non avere più bisogno di spiegare niente. È quel piccolo miracolo che ti fa dire: “Sei la mia tana, sei il mio rifugio, sei il posto dove torno intero”. Io so che la complicità è questo: non è per tutti, non è per sempre, ma quando la incontri ti cambia la geografia del cuore. Non è semplicemente Amore. Non è un contratto, non è un giuramento. È una vertigine che ti cambia i confini, è l’anima che si ridisegna quando trova la sua eco. La complicità è l’unica cosa che assomiglia alla salvezza. La complicità è la bellezza del non dover fingere mai. La complicità è riconoscersi nei difetti e amarsi di più per questo. La complicità è sapere che puoi raccontare la parte peggiore di te senza perderti. La complicità è la poesia che nasce quando la pelle non basta. La complicità è essere accolti nel disordine come fosse bellezza. La complicità è la sacralità dell’essere visti. La complicità è avere un testimone dentro la tua notte. La complicità è la certezza che l’altro sa reggere le tue ombre. La complicità è stare tra gli altri e avere l’improvviso bisogno, di toccarsi. La complicità è sapere che nessuno capirà quella risata, tranne voi. È il miracolo di sentirsi al sicuro senza mura, senza scudi, solo con una presenza accanto.
Il popolo iraniano ha pieno diritto a sviluppare un programma #nucleare pacifico, come riconosciuto dal Trattato di Non Proliferazione. Gli Stati Uniti, dopo essersi ritirati unilateralmente dal #JCPOA nel 2018, hanno violato gli impegni internazionali e reintrodotto #sanzioni illegittime, mentre l’Iran ha rispettato l’accordo per oltre un anno, dimostrando pazienza e responsabilità. L’attivazione del meccanismo di #snapback da parte degli E3 è una mossa ipocrita e politicamente motivata, visto che anche l’Europa ha fallito nel garantire i benefici economici promessi. Punire l’#Iran per aver reagito a violazioni altrui è una distorsione del diritto internazionale. Il mondo deve riconoscere la sovranità dell’Iran e il suo diritto a perseguire il progresso scientifico e tecnologico senza ricatti né discriminazioni.