LA VITA DEL PROFETA MUHAMMAD

a cura di Etna Da Roma

Nato attorno al 570, Muhammad apparteneva, come la maggior parte dei suoi concittadini, alla nobiltà tribale dei Quraysh, ma la sua famiglia aveva subito dei rovesci finanziari e la sua situazione fu dunque difficile sin dalla nascita. Il padre, Abd Allah, morì prima ancora che lui venisse al mondo, mentre la madre Amina morì quando aveva appena sei anni. Muhammad si trovò così ad affrontare la dura condizione dell’orfano, sotto la tutela dapprima del nonno e poi, alla morte di questi, di uno zio paterno. I lutti familiari e le avversità economiche forgiarono tuttavia il carattere del giovane, portandolo all’introspezione e a garantirgli una solida reputazione di serietà e affidabilità. In città era noto appunto con il soprannome di al-amìn, «il degno di fede», e godeva di una stima pressoché unanime fra gli abitanti di Mecca.

Muhammad iniziò a lavorare per un ricca vedova, Khadija, che dirigeva un’importante impresa commerciale e che ben presto cominciò ad apprezzare le qualità del suo più giovane dipendente. L’offerta di matrimonio che ne seguì in un primo momento lasciò perplesso Muhammad, ma alla fine egli si risolse ad accettare quella proposta, a sua volta attratto dalle qualità della donna.

Il matrimonio fu tra i più felici, e un unico cruccio sembrò oscurare la serenità degli sposi: fra i vari figli che Khadija partorì, solo le femmine sopravvissero, mentre i maschi morirono tutti in tenerissima età; e per la mentalità dell’epoca chi era privo di una discendenza maschile diventava spesso oggetto di scherno e maldicenza, quasi che la mancanza di figli equivalesse ad una mancanza di onore.

Dopo il matrimonio, Muhammad continuò a coltivare l’interesse per le cose spirituali che aveva manifestato sin da giovane. Nei suoi viaggi al seguito delle carovane commerciali che si spingevano sino alla Siria, da tempo egli aveva avuto occasione di imbattersi in un panorama religioso senz’altro più ricco di quello offertogli dalla sua città natale; e in queste occasioni una parte indubbiamente importante dovettero avere alcuni incontri con i monaci cristiani della regione, che la stessa tradizione musulmana ha ricordato in seguito con insistenza nel ricostruire la biografia del giovane Muhammad.

L’episodio più famoso e citato, che risale all’adolescenza del Profeta, vuole che egli sia stato riconosciuto come messaggero divino da un monaco cristiano di nome Bahira (dall’aramaico bekhira, «l’eletto»), che viveva in un eremo presso la città siriana di Bosra. Il monaco, secondo questa storia, avrebbe notato alcuni segni che accompagnavano il giovane e lo avrebbe interrogato sulla sua condizione. L’esame ravvicinato, e soprattutto la scoperta fra le spalle di Muhammad del «sigillo della profezia» (un’escrescenza grande quanto un uovo di pernice), lo convinsero di trovarsi di fronte a colui che Dio aveva promesso di inviare agli uomini dopo Gesù e il cui avvento era stato annunciato con quei segni in antichi manoscritti.

Questo è solo uno fra i numerosi episodi presentati dall’agiografia musulmana come eventi premonitori della nuova rivelazione che stava per verificarsi in Arabia. Molte altre storie ci raccontano di avvenimenti miracolosi che accompagnarono l’infanzia e la gioventù di Muhammad, ma tutte in fondo non fanno che sottolineare un unico tema: egli è predestinato da Dio a svolgere una missione profetica, che si inscrive nel solco della tradizione biblica e che ne sarà l’annunciato compimento. Nonostante il destino che gli si prospetta, la tradizione ci presenta un Muhammad ancora impreparato al momento in cui i segni della profezia si fanno in lui più evidenti.

Giunto attorno ai quarant’anni, spesso ha delle visioni durante il sonno – egli stesso dirà più tardi che il sogno veridico è «un quarantesimo della profezia» – e si dedica a periodici ritiri di meditazione e digiuno. Era solito recarsi a Hira, una montagna poco distante da Mecca, e lì si rifugiava in una grotta per le sue veglie di isolamento spirituale. Fu in quel luogo, in una notte del mese di Ramadan che la tradizione ha invano cercato di precisare, che Muhammad fu visitato per la prima volta dall’angelo.

La caverna di Hira è difficile da raggiungere; ancor oggi i pellegrini che vi fanno visita si inerpicano a fatica su un impervio pendio roccioso, lungo il quale si apre una fenditura lunga e stretta che dà accesso alla grotta, quasi del tutto avvolta dall’oscurità. Fu in quel luogo angusto che Muhammad vide per la prima volta Gabriele, apparsogli sotto le sembianze di un essere vestito di broccato, con uno scritto tra le mani. Muhammad non aveva capito di chi si trattasse, e rimase spaventato da quella visione, tanto più che quell’essere lo strinse fortemente, sino quasi a farlo soffocare, e gli intimò perentoriamente di leggere.

Al diniego del Profeta, che proclamava la sua incapacità di farlo, l’angelo lo strinse una seconda volta e gli ordinò ancora di leggere. A un nuovo rifiuto, la scena si ripeté per la terza volta, ed ecco che delle parole uscirono fluenti dalla bocca di Muhammad:

«Recita nel nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da un grumo di sangue. Recita. Il tuo Signore è il Generosissimo, ha insegnato l’uso del calamo, ha insegnato all’uomo quel che non sapeva».

Sono queste, secondo la maggioranza dei commentatori tradizionali, le prime parole rivelate del Corano, che nella versione definitiva del testo occupano i primi cinque versetti della sura 96.

Il simbolismo di questo racconto è trasparente e presenta più di un’analogia con un’altra annunciazione, quella di Maria madre di Gesù. In entrambi i casi è l’angelo Gabriele a recare l’inaudito messaggio della discesa del Verbo divino. In entrambi i casi la scena si svolge nel chiuso di un ritiro spirituale, al riparo da ogni interferenza umana. In entrambi i casi l’essere prescelto protesta in un primo momento di essere impossibilitato al compito. Maria, di fronte all’annuncio del concepimento, dichiara la propria verginità fisica; Muhammad oppone un analogo rifiuto a recitare quel Verbo, in quanto la sua condizione di analfabeta gli impedisce di leggere.

Ma il Verbo di Dio può depositarsi solo in una sostanza pura e incontaminata, «vergine» nel corpo o nella mente, e dunque entrambi sono in realtà i più qualificati ad accogliere dentro di sé il peso della rivelazione. Il Verbo fattosi carne si è depositato nel seno di Maria, e lo stesso Verbo fattosi parola si va a imprimere nel cuore di Muhammad.

Il Profeta rimase sconvolto da quel primo incontro con l’angelo. Pensò di essere un invasato, un posseduto, e uscì disperato dalla grotta in preda a una fortissima agitazione. Mentre scendeva dalla montagna, quando era ancora a metà del pendio, udì una voce provenire dall’alto: «O Muhammad, tu sei l’inviato di Dio, e io sono Gabriele».

Incapace di muoversi, guardò verso il cielo, ed ecco che vide Gabriele sotto la forma di un uomo immenso, con i piedi sulla linea dell’orizzonte. Cercò di distogliere lo sguardo da quella visione, si voltò a osservare «tutte le regioni del cielo», ma dovunque appuntasse gli occhi vedeva sempre la stessa figura. Poi l’angelo sparì e Muhammad riuscì a riprendere il cammino verso casa.

La moglie Khadija fu la prima ad ascoltare il racconto di quell’evento straordinario. Si dimostrò risoluta di fronte alle inquietudini del marito, e lo rassicurò dicendogli che doveva provare gioia e non preoccupazione per quanto gli era capitato, perché forse era stato scelto da Dio per qualche missione.

La donna si recò immediatamente da un suo anziano cugino, che era cristiano e conosceva le Sacre Scritture, per raccontargli l’accaduto; il vecchio le confermò che, se le cose erano realmente andate in quel modo, allora suo marito era davvero il nuovo profeta della loro comunità.

Muhammad fu alquanto confortato dal giudizio del cugino di sua moglie, ed ebbe presto occasione di incontrarlo personalmente. Dopo che si furono parlati, il vecchio ribadì la sua convinzione riguardo alla missione profetica, ma predisse anche a Muhammad che avrebbe dovuto affrontare molte avversità, che il suo popolo non gli avrebbe creduto, che lo avrebbero perseguitato e scacciato.

Dopo quel primo episodio, le visioni cessarono per un lungo periodo di tempo, tanto da gettare Muhammad in uno stato di profonda frustrazione; sino a che, molto tempo dopo, la voce dell’angelo tornò a farsi sentire, e in queste nuove rivelazioni c’erano parole di incoraggiamento per lui:

«Grazie a Dio tu non sei un posseduto. Avrai una ricompensa di cui non saprai rendere conto» (68:2-3);

«Il tuo Signore non ti ha abbandonato, non ti ripudia. Per te la vita futura sarà migliore della prima» (93:3-4).

La Rivelazione aveva ripreso a discendere nel cuore di Muhammad, pezzo dopo pezzo, e avrebbe continuato a farlo per tutti i ventitré anni che doveva ancora durare la sua vita terrena, e questo sarebbe avvenuto a intermittenza, con brani più o meno lunghi, ogniqualvolta ve ne sarebbe stato bisogno, ogniqualvolta Muhammad fosse stato sollecitato a dare risposte, a illuminare i suoi fedeli su questioni grandi o piccole.

Ma la parola di Dio poteva anche arrivare all’improvviso, in momenti inattesi, cogliendo il Profeta nelle sue occupazioni quotidiane o nell’intimità della vita familiare.

Gli Arabi del tempo, abituati alle scritture degli ebrei e dei cristiani contenute in veri e propri libri o rotoli dall’aspetto solenne, rimanevano sconcertati da quest’idea di una rivelazione che si manifestava a poco a poco, che veniva appresa a memoria e trasmessa di bocca in bocca, che talvolta veniva sì registrata per iscritto, ma in modo non sistematico e su materiali di fortuna.

Ma Dio stesso rispose con le Sue parole a quelle obiezioni: «Anche se facessimo discendere su di te un libro fatto di pergamena ed essi lo toccassero con le mani, i miscredenti direbbero: «Questa non è che magia manifesta» (6:7).

In realtà, ci rivela lo stesso Corano, dietro questo modo insolito di produrre un «libro» si cela una saggezza che gli uomini comuni non riescono a cogliere:

«È una recitazione che abbiamo diviso in parti affinché tu la recitassi agli uomini lentamente, l’abbiamo fatta discendere rivelazione dopo rivelazione» (17:106).

E ancora: «I miscredenti dicono: “Almeno il Corano gli fosse stato rivelato tutto insieme, in una volta sola”. Ma Noi lo abbiamo rivelato in questo modo per fortificarti il cuore, e te lo facciamo recitare con cura» (25:32).

L’esegesi tradizionale tornerà in seguito su questo punto con particolare attenzione, per sottolineare che non vi è contraddizione fra l’idea di una discesa avvenuta «in una volta sola», come pretendevano gli increduli, e la forma graduale con la quale il Corano è stato reso noto agli uomini. La parola di Dio, infatti, è stata fatta scendere in due fasi distinte. Una prima volta essa è calata tutta insieme dalla sua dimora nella «Tavola Custodita» fino al cielo di questo mondo, in un luogo invisibile definito «La Casa della Gloria» (bayt al-‘izza) o «La Casa Frequentata (dagli angeli)» (al-bayt al-ma’mur), collocata simbolicamente al di sopra del tempio della Ka’ba.

È a questa rivelazione unica e sintetica che Dio allude quando dice di avere fatto discendere l’intero Corano «in una Notte Benedetta» (44:3) o di averlo rivelato nella «Notte del Destino» (97:1).

Successivamente le rivelazioni sono giunte analiticamente al Profeta, un po’ alla volta, affinché egli le potesse meglio memorizzare, affinché i suoi fedeli non fossero gravati da un carico troppo grande da assimilare tutto insieme, e infine affinché Muhammad potesse più facilmente tollerare il peso della parola divina.

La rivelazione era infatti penosa per il Profeta. Ogni volta che la parola di Dio scendeva su di lui, egli era come rapito dall’ambiente che lo circondava, cominciava a tremare, a sudare, e l’esperienza lo lasciava sempre molto provato. Khadija doveva mettergli addosso una coperta dopo le rivelazioni, perché il suo corpo fremeva tutto, quasi che fosse in preda a una fortissima febbre. ‘A’isha, un’altra delle sue mogli, racconterà che una rivelazione avvenuta in inverno, con un freddo intensissimo, gli aveva lasciato la fronte madida di sudore. La discesa della parola di Dio costituiva per lui un peso anche nel senso più letterale del termine. Un suo celebre scriba e discepolo, Zayd ibn Thabit, ricorderà che un giorno il Profeta gli si era addormentato sopra una gamba; in quel frangente avvenne una rivelazione e Zayd avvertì un peso insopportabile, tanto da temere che la gamba gli si spezzasse.

In un’altra occasione la rivelazione discese quando Muhammad stava cavalcando la sua cammella, e questa, quasi schiantata dal fardello improvviso, si piegò sulle ginocchia.

La tradizione ci ha riferito numerose testimonianze, dello stesso Profeta o di chi gli era vicino, per descrivere le modalità di queste rivelazioni. La parola utilizzata nel Corano per definire l’ispirazione profetica è “wahy”, che secondo gli antichi dizionari arabi esprime l’atto di significare qualcosa rapidamente, attraverso un enigma o una metafora, per mezzo di un suono incomprensibile, con un movimento del corpo o con l’uso di un’iscrizione.

Un versetto coranico allude alle differenti modalità con le quali l’uomo può percepire l’ispirazione divina: «A nessun uomo Dio parla se non per ispirazione, oppure dietro un velo, oppure invia un messaggero con il Suo ordine a rivelare quel che vuole, Egli è l’Altissimo, il Sapiente» (42:51).

La tradizione ha tratto da queste parole un principio di ordine generale, per cui l’ispirazione può sorgere nel cuore, sia in stato di veglia sia nel sonno, senza intermediari e senza che la si possa percepire con un organo dei sensi; un’altra forma è quella rappresentata dall’ascolto della voce di Dio, una voce ovviamente diversa da quella dell’uomo e che solo l’interessato riesce a udire attraverso una sensazione strana e indescrivibile; infine, l’ispirazione può avvenire attraverso la mediazione di un angelo, che appare sotto forma umana o, molto più raramente, in “forma sottile”.

Per quanto riguarda Muhammad più particolarmente, l’ispirazione che accompagnava la rivelazione del Corano gli si poteva manifestare in modi diversi. Interrogato un giorno su come avvertisse il sopraggiungere della rivelazione, egli affermò: «Talvolta, e questo è il modo per me più penoso, sento un suono simile al tintinnio di una campanella, e quando questo finisce tutto ciò che la voce ha detto mi rimane nella memoria; altre volte, invece, l’angelo mi appare

sotto forma d’uomo».

Gli interpreti hanno in seguito cercato di definire meglio queste modalità, senza tuttavia poter esprimere certezze assolute. Quasi tutti concordano, però, sul fatto che con l’esempio del «tintinnio di una campanella» il Profeta volesse alludere alla natura cadenzata del suono che avvertiva in quelle circostanze, come se la voce gli parlasse in maniera ritmica e continua; altri hanno poi aggiunto che, proprio come è difficile stabilire da che parte giunga il suono metallico di una campanella, allo stesso modo la voce sembrava arrivare da tutte le direzioni, perché Dio

trascende la dimensione spaziale.

Quali che fossero le modalità di questo tipo di ispirazione, il Profeta la considerava come particolarmente penosa, e si è già detto degli effetti debilitanti che essa provocava sul suo fisico. Il suono doveva essere così acuto e penetrante

che ‘Umar, uno dei più intimi fra i compagni di Muhammad, raccontò un giorno di averne lui stesso sentito gli effetti: trovandosi a fianco del Profeta al momento di una rivelazione, aveva infatti potuto distintamente percepire vicino al suo volto un rumore molto intenso, simile al ronzio di uno sciame di api. Quanto alla visione dell’angelo, qualche interprete antico ha avanzato l’ipotesi che per i primi tre anni la rivelazione fu portata a Muammad da Israfil, l’angelo che annuncerà la fine dei tempi, e solo in seguito Gabriele avrebbe preso il suo posto; ma la maggior parte delle testimonianze concorda sul fatto che sin dall’inizio si trattò di Gabriele, considerato in effetti dalla teologia tradizionale come l’angelo specialmente deputato alla trasmissione del Verbo divino.

La visione angelica, ebbe a dire il Profeta secondo un’altra tradizione, «era per me la più agevole», perché Gabriele era solito assumere sembianze umane nelle sue apparizioni. In alcune circostanze l’angelo si palesava sotto spoglie di sconosciuti, come quando comparve all’improvviso nelle vesti di uno straniero mai visto prima, con abiti bianchi e senza alcun segno di viaggio sulla sua persona. In quell’occasione tutti poterono vederlo, e tutti si meravigliarono dell’autorevolezza con la quale si rivolse a Muhammad, interrogandolo sulle verità della religione; solo dopo che se ne fu andato, il Profeta rivelò ai suoi discepoli che si trattava di Gabriele.

L’ispirazione profetica, dedicata in primo luogo alla dettatura del Corano, poteva avvenire anche per illuminare Muhammad su questioni diverse, senza divenire parte integrante del libro sacro. Per i musulmani è evidente che il Profeta ha ricevuto da Dio informazioni delle quali non vi è traccia nel testo coranico, come avviene per la maggior parte dei dettagli del rituale, che il Corano ignora o ai quali accenna solo fugacemente e che invece Muhammad istituì nei minimi particolari così come gli erano stati dettati.

La tradizione ha voluto per questo distinguere fra due tipi di rivelazione: quella «recitata», cioè letta dal Profeta per essere registrata nel Libro Sacro, e quella «non recitata», che egli ha riferito con parole proprie o che ha illustrato attraverso il suo esempio personale. Si dice che una volta Muhammad abbia affermato: «Mi è stato dato il Corano e, assieme a esso, altre cose similari»; fra queste «cose similari» sono da annoverare tutti quegli insegnamenti nei quali Dio parla in prima persona e che il Profeta riferì per l’edificazione spirituale dei credenti.

Queste parole, non così vincolanti come quelle registrate nel Libro rivelato ma altrettanto autorevoli, sono divenute oggetto di studio presso i dotti musulmani, che ne hanno compilato diverse raccolte, più o meno ampie, conosciute sotto il nome di « Tradizioni Sacre » (hadith qudsi).

LA VITA DEL PROFETA MUHAMMAD
LA VITA DEL PROFETA MUHAMMAD

SINDONE E CHIODI DELLA CROCIFISSIONE: VERITA’STORICA O COSTRUZIONE MEDIEVALE?

di Tania Perfetti

Nella Sindone i segni dei chiodi appaiono nei polsi, mentre nei dipinti medievali compaiono quasi sempre nei palmi delle mani. Questo nasce dalla differenza tra realtà anatomica e tradizione artistica. Dal punto di vista medico, infatti, i palmi non sarebbero stati in grado di sostenere il peso del corpo di un uomo crocifisso: i tessuti si sarebbero lacerati con facilità e le mani si sarebbero strappate dal legno. L’arte medievale, però, non mirava a riprodurre fedelmente la realtà fisica della crocifissione. Gli artisti seguivano soprattutto il linguaggio simbolico e la tradizione biblica.

Nei Vangeli, quando Tommaso dubita della resurrezione, Gesù lo invita a mettere il dito “nelle mani”: questo passo fu interpretato letteralmente e trasposto nelle immagini. Raffigurarli nei palmi, inoltre, aveva un valore comunicativo immediato: il palmo aperto e ferito era ben visibile, facile da riconoscere e carico di significato teologico. La mano, sede dell’azione e della relazione con gli altri, diventava così il luogo del sacrificio. Alcuni studiosi sottolineano che in greco antico il termine per “mano” (cheir) può estendersi anche al polso o all’avambraccio.

Ciò ha favorito l’interpretazione figurativa come ferita alla mano, mantenendo la coerenza con il contesto delle scritture. Secondo alcune fonti cristiane, passaggi biblici (come Salmo 22,16) e rappresentazioni iconografiche indicano chiaramente che i chiodi trafissero i palmi delle mani, e non i polsi. Le stimmate di santi, come San Francesco e Padre Pio, seguono questa logica: le ferite segnalate sono al centro delle mani. Padre Pio, interrogato sul perché Gesù non si fosse lacerato le mani durante la crocifissione, rispose che il Signore era “legato anche con delle cordicelle sotto le ascelle”. Visioni di mistici come Anna Katharina Emmerick narrano l’uso di corde per mantenere tesa la posizione delle braccia. Questi elementi militano contro l’idea del solo chiodo nei polsi come unico sostegno.

Molti studiosi propendono per il fatto che la ferita possa trovarsi alla base del palmo, in un punto anatomico tra il carpo e il metacarpo, capace di resistere al peso senza fratturare l’osso. Altri studiosi fanno notare che il segno visibile sulla Sindone non è del tutto univoco. Si distingue chiaramente solo un polso, e la macchia di sangue potrebbe anche corrispondere a una ferita nel palmo alto, vicino all’attaccatura, piuttosto che nel polso vero e proprio. Per questo motivo, alcuni ritengono eccessivo considerare questa caratteristica come una conferma anatomica precisa della crocifissione.

I sostenitori della Sindone rispondono in modo speculare. Essi ribattono che proprio la presenza della ferita al polso è una prova di autenticità: un falsario medievale, immerso in un contesto culturale e artistico che collocava le ferite nei palmi, difficilmente avrebbe avuto l’idea di discostarsi dalla norma. Inoltre, ricordano che diversi studi di medicina legale e sperimentazioni su crocifissioni simulate hanno mostrato che i chiodi nei palmi non avrebbero potuto sostenere il peso del corpo, mentre l’infissione nel polso (più precisamente nello spazio tra radio e ulna) risulta compatibile. Il mistero della Sindone, con tutte le questioni storiche, scientifiche e iconografiche che lo circondano, resta in ultima analisi qualcosa che sfugge a qualsiasi certezza assoluta.

FONTI STORICHE E ICONOGRAFICHE:

• San Francesco d’Assisi – Vita Prima e Vita Secunda di Tommaso da Celano (1228–1247), con stigmate nei palmi, piedi e costato.

• Anna Katharina Emmerick (1774–1824) – visioni trascritte da Clemens Brentano: The Dolorous Passion of Our Lord Jesus Christ (1823), descrizioni della crocifissione, delle ferite e della Passione, talvolta con analogie alla Sindone.

STUDI SULL’ARTE MEDIEVALE:

• Kurt Weitzmann, The Iconography of Christian Art (1962).

• Giovanni Morello, Iconografia della crocifissione.

STUDI SCIENTIFICI E CRITICI SULLA SINDONE:

• J. Jackson, M. Jumper, The Shroud of Turin: An Adventure of Discovery (1984).

• Rinaudo, G., La Sindone: storia, scienza e fede.

• Baima Bollone, P., Croce e Sindone: aspetti medico-legali.

ARCHEOLOGIA E CROCIFISSIONI ROMANE:

• M. Hengel, Crucifixion in the Ancient World and the Folly of the Message of the Cross (1977).

• Scavi a Gerusalemme: Jehohanan, Israel Exploration Journal, 1968.

IMMAGINI DEL FOTOMONTAGGIO:

1 – Crocifisso di San Damiano, tipologia del Christus triumphans. Autore ignoto.

particolare. XII sec. Basilica di Santa Chiara ad Assisi.

2 – Affresco della Crocifissione. Antonio da Tradate, Franco e Filippo de Veris. Particolare. XV sec.

Chiesa di Santa Maria in Selva a Locarno, Ticino, Svizzera.

3 – Crocifisso di San Felice. Scuola di Giotto da Bondone, 1330. Particolare. Chiesa di San Felice in Pazza – Firenze.

4 – Christus triumphans. Autore ignoto. XII sec. Particolare. Chiesa di Santa Maria in Selva a Locarno, Ticino, Svizzera.

5 – Particolare del polso della Sindone

SINDONE E CHIODI DELLA CROCIFISSIONE: VERITA’STORICA O COSTRUZIONE MEDIEVALE?
SINDONE E CHIODI DELLA CROCIFISSIONE: VERITA’STORICA O COSTRUZIONE MEDIEVALE?

SCACCO MATTO: I MILLE VOLTI DELLA GUERRA

Videoconferenza del canale YouTube LA CASA DEL SOLE TV, trasmesso online in live streaming il giorno 19 settembre 2025.

A Marsiglia, una folla immensa ha manifestato ieri per chiedere le immediate dimissioni di Emmanuel Macron. In tutta la Francia si verificano massicci picchetti, azioni auto-organizzate, blocchi e manifestazioni. L’Europa ha perduto la pace senza avere combattuto la guerra. Le popolazioni scendono in piazza contro un genocidio che mette le radici al Grande Israele, cambiando il volto dell’intero pianeta. Il caos impera nascosto sotto alle macchie di sangue. Un falso allarme in Polonia, come in Romania. A tutt’oggi non c’è uno straccio di prova dell’attacco russo alla Polonia. Eppure si militarizza l’industria come la sanità. Quando Sberbank è diventata la seconda più grande banca nelle transazioni a livello globale, dietro solo a JP Morgan. Alla faccia della guerra alla Russia. La stessa Cina sta subendo un processo di de-americanizzazione molto forte, nell’istruzione e nella tecnologia. Ma l’Artico potrebbe alla fine rappresentare per gli Stati Uniti la via d’uscita da una catastrofe economica. Ecco allora che l’Artico – che è di fatto dominato dalla Russia – potrebbe alla fine diventare un’arena privilegiata per addomesticare l’Impero del Caos. A perdere sono solo i popoli. SCACCO MATTO, con Margherita Furlan, giornalista, Valentina Ferranti, antropologa, Roberta Quaglia, scrittore. Conduce Andrea Lucidi.

SCACCO MATTO: I MILLE VOLTI DELLA GUERRA

L’ESSENZA: IL NULLA DI NULLA

a cura di Evano Zaccaron

“Portami un frutto da quell’albero.”
“Eccolo.”
“Aprilo.”
“L’ho aperto.”
“Cosa vedi al suo interno?”
“Dei piccolissimi semi, o venerabile.”
“Aprine uno.”
“L’ho aperto.”
“Cosa vedi al suo interno?”
“Nulla di nulla.”
“Figlio mio, da codesto nulla di nulla, in verità, nasce quest’albero maestoso. Da codesto nulla di nulla è costituito ciò che esiste: quello è il reale, è l’essenza. Quello sei tu!”

Chandogya Upanishad

L'ESSENZA: IL NULLA DI NULLA
L’ESSENZA: IL NULLA DI NULLA

LA TRADIZIONE PRIMORDIALE SECONDO IL PROFETA MUHAMMAD

a cura di Giuseppe Aiello

La “TRADIZIONE PRIMORDIALE” o l’UNITA’ TRASCENDENTE DELLE RELIGIONI in una tradizione (hadith) del PROFETA MUHAMMAD

«Al-anbiyāʾ ikhwah li-ʿallāt, ummahātuhum shattā wa dīnuhum wāḥid»

I Profeti sono come fratelli da parte di padre: le loro madri sono diverse, ma la loro Tradizione (DIN) è una sola (wahid)…

(Uṣūl al-Kāfī, vol. 1, p. 446, ḥadīth n. 11)

Il loro Principio è unico, ma le forme e le manifestazioni cambiano nei tempi e nei luoghi.

LA TRADIZIONE PRIMORDIALE SECONDO IL PROFETA MUHAMMAD
LA TRADIZIONE PRIMORDIALE SECONDO IL PROFETA MUHAMMAD

BLUE ECONOMY: IL MEZZOGIORNO COME HUB STRATEGICO D’EUROPA

di Giuliano Noci

Il Mediterraneo è un mare piccolo in estensione ma immenso in importanza. Rappresenta appena l’8% delle acque del mondo, ma da qui transita un quarto del traffico marittimo globale. È la via più breve tra Atlantico e Oceano Indiano, la rotta naturale che collega Asia, Africa ed Europa. Una rotta che riduce di migliaia di chilometri i commerci rispetto al periplo dell’Africa.

Al centro di questa mappa c’è il Sud Italia: con il 70% delle coste nazionali, porti strategici e una posizione geografica invidiabile, potrebbe essere il grande hub della blue economy europea. Eppure, mentre Rotterdam e Amburgo faticano a reggere i volumi, i porti del Mezzogiorno restano troppo spesso marginali.

La sfida è tutta lì: trasformare il Sud in motore di trasporti, energia e turismo. I trasporti, perché il Mediterraneo è il ponte che può rendere il Sud baricentro del commercio mondiale. L’energia, perché oggi più che mai servono snodi per le forniture di gas e petrolio, ma anche laboratori di rinnovabili legati al mare. Il turismo, perché il Sud possiede un patrimonio naturale e culturale che, se integrato in un’unica narrazione mediterranea, può attrarre viaggiatori da Asia e America.

Ma non basta la geografia: serve un piano. Porti digitalizzati e sostenibili, formazione nei settori chiave, investimenti mirati attraverso strumenti di blue finance. E serve anche un cambio culturale: abbandonare gli interventi spot, i veti incrociati, le remate scomposte. Una nave non naviga senza una rotta e senza un equipaggio unito.

Il Sud ha tutto: vele, vento e orizzonte. Ora bisogna solo issare le vele. Perché una nave ancorata non sarà mai protagonista della rotta. E il Mezzogiorno può e deve essere il timoniere di una nuova crescita nazionale.

BLUE ECONOMY: IL MEZZOGIORNO COME HUB STRATEGICO D’EUROPA
BLUE ECONOMY: IL MEZZOGIORNO COME HUB STRATEGICO D’EUROPA

L’ARCHETIPO DI ATHENA

di Louis Moreno

Nel significato esoterico, Atena rappresenta la saggezza interiore, l’intelligenza pratica, la strategia e l’autocontrollo, incarnando un archetipo femminile di ragione e forza mentale piuttosto che fisica. I suoi simboli, come il gufo, lo scudo e la lancia, suggeriscono la capacità di vedere nell’oscurità della conoscenza, di affrontare i conflitti interni e di agire con coraggio e discernimento. La sua natura guerriera si traduce in una battaglia interiore contro le debolezze, guidata dalla saggezza per superare le sfide.

La saggezza e la mente strategica

Conoscenza e discernimento: Atena simboleggia la saggezza profonda e la capacità di discernere, qualità che permettono di orientare le proprie azioni verso il bene.

Intelligenza pratica e astuzia: È anche la dea dell’astuzia (metis) e della strategia, non solo in guerra ma anche nella vita.

Archetipo femminile della ragione: Rappresenta la dimensione logica e razionale della mente, un’intelligenza femminile che non si contrappone al pensiero maschile ma lo integra.

La battaglia interiore e l’autocontrollo

Guerra interiore: La sua guerra non è tanto esterna, ma interiore, una lotta contro le proprie debolezze e la guida delle proprie forze.

Coraggio e forza di carattere: Incoraggia il coraggio di affrontare i conflitti (interiori o esterni) e la forza del carattere necessaria per uscirne rafforzati.

Controllo e ragione: Rappresenta il controllo delle proprie emozioni e la capacità di agire con razionalità.

I suoi simboli e la loro interpretazione esoterica

Il gufo: Con i suoi occhi che vedono nella notte, simboleggia la saggezza e la capacità di vedere oltre le apparenze.

Scudo e lancia: Rappresentano la prontezza all’azione, la volontà di affrontare i conflitti e la protezione delle proprie idee.

L’ulivo: Un simbolo di pace e prosperità, legato alla sua protezione delle opere della pace e delle arti.

L'ARCHETIPO DI ATHENA
L’ARCHETIPO DI ATHENA

MOLLARE GLI ORMEGGI: LA ROTTA DEL MEZZOGIORNO PASSA DAL MARE

di Giuliano Noci

Il Sud Italia somiglia a una grande nave. È possente, ricca di storia e cultura, ancorata nel porto più strategico del mondo: il Mediterraneo. Ha vele pronte a catturare il vento, un ponte di comando che guarda a tre continenti, un carico di ricchezze naturali e umane. Eppure, troppo spesso, questa nave resta ferma. Intanto, altre flotte passano accanto, tracciano nuove rotte, ridisegnano i commerci e gli equilibri geopolitici.

Il Mediterraneo è oggi il cuore di un nuovo scacchiere globale: rappresenta solo l’8% delle acque del pianeta, ma ospita un quarto del traffico marittimo mondiale. Eppure, i porti del Sud rimangono sotto-utilizzati, pur avendo spazi, infrastrutture e posizione geografica per diventare veri hub europei.

L’economia del mare, o “blue economy”, può essere la leva che trasforma il Mezzogiorno nel motore di crescita nazionale. Tre sono i pilastri: trasporto marittimo, energia e turismo. Trasporti, perché il Sud è naturalmente un ponte tra Asia, Africa ed Europa. Energia, perché dopo la crisi ucraina il Mediterraneo è diventato snodo per gas, petrolio ma anche rinnovabili come eolico offshore e fotovoltaico marino. Turismo, perché le coste, i parchi naturali e i borghi marinari possono diventare un’offerta unica per attrarre viaggiatori da tutto il mondo.

Ma per far salpare questa nave serve una rotta chiara: porti digitalizzati e sostenibili, percorsi di formazione tecnica e manageriale, strumenti di finanza dedicata all’economia blu. Serve, soprattutto, smettere con i piccoli interventi frammentati e cominciare a ragionare come un vero equipaggio che rema nella stessa direzione.

Il vento è a favore, le vele ci sono. Ora bisogna mollare gli ormeggi. Perché un Sud che resta fermo è un Sud che rinuncia al suo destino naturale: essere il timoniere della crescita del Paese.

MOLLARE GLI ORMEGGI: LA ROTTA DEL MEZZOGIORNO PASSA DAL MARE
MOLLARE GLI ORMEGGI: LA ROTTA DEL MEZZOGIORNO PASSA DAL MARE

LA GEOPOLITICA DEL QATAR

di Daniele Perra

Su Strategic Culture, un mio articolo di analisi (di stringente attualità) sulla geopolitica e strategia del Qatar nel contesto del Vicino Oriente.

Il Dawlat Qatar (Stato del Qatar), sin dalla sua indipendenza nel 1971, ha dovuto vivere (e sopravvivere) sottoposto alla doppia pressione degli ingombranti vicini: l’Arabia Saudita e l’Iran (prima e dopo la Rivoluzione Islamica).

È uno Stato di dimensioni piuttosto ridotte, con una demografia debole (3,1 milioni di abitanti in larga maggioranza lavoratori stranieri), ma dotato di vaste risorse naturali – il 13% delle riserve globali di gas che lo posizionano al terzo posto dopo Russia e Iran nel settore, e con la prospettiva di estrarre 126 tonnellate l’anno della risorsa entro il 2027 – che hanno reso il Paese indipendente sul piano economico e finanziario. Una indipendenza che, negli ultimi decenni (almeno dal 1995), ha permesso agli ambiziosi vertici politici qatarini di sviluppare una propria strategia geopolitica regionale.

Di fatto, con la salita al potere di Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani (proprio nel 1995) la politica estera del piccolo Stato del Golfo Persico cambia progressivamente. Fino a quel momento, il Qatar aveva mantenuto una posizione geopolitica dormiente, appiattita su quella dell’Arabia Saudita ed in linea con gli schieramenti della “Guerra Fredda”. Il nuovo sovrano, invece, rimasto al potere fino al 2013 (quando ha abdicato in favore del quarto figlio Tamim bin Hamd al-Thani), utilizzò da subito una serie di tattiche sia offensive che difensive per dare centralità al suo regno. In particolare, puntò con forza sul cosiddetto “potere morbido” e sulla diffusione/commercializzazione del “marchio” Qatar. Così, nel 1996, è stato lanciato il primo canale satellitare arabo, al-Jazeera: vero e proprio strumento di proiezione di influenza sul mondo arabo, assolutamente in linea con il progetto qatarino di acquisire il ruolo di centro regionale della cultura araba (in chiara competizione con Ryadh). Un canale, quest’ultimo, che ha spesso coperto in modo non poco ambiguo le notizie provenienti dallo stesso mondo arabo (si pensi, ad esempio, al caso siriano in diretta correlazione con quello del Bahrein, nel corso delle prime manifestazioni delle cosiddette “primavere arabe”). Ma tale “ambiguità” si è manifestata anche nella copertura di altri eventi: dall’invasione dell’Afghanistan fino all’attacco della “coalizione dei volenterosi” all’Iraq, o agli eventi legati alla Seconda Intifada in Palestina. In questi casi, infatti, pur essendo il Qatar totalmente dipendente in termini di sicurezza dagli Stati Uniti, al-Jazeera proponeva un racconto dei fatti che metteva spesso in luce i crimini e le malefatte delle diverse occupazioni. Questo rientra comunque nell’ambito di una certa ambiguità che ha sempre contraddistinto il gioco delle alleanze nella regione.

Sempre per ciò che concerne il “potere morbido” è difficile non tenere in considerazione gli importanti investimenti del Qatar per ciò che concerne lo sport; dall’organizzazione del mondiale di calcio del 2022 (estremamente criticato per l’ipersfruttamento dei lavoratori addetti alla costruzione degli stadi) fino all’acquisizione di importanti club europei (il Paris Saint-German di Nasser al-Khelaifi, già in ottimi rapporti con la casa regnante e fresco vincitore della UEFA Champions League).

Si è detto della dipendenza qatarina dagli Stati Uniti. Questa è connessa al particolare percorso storico compiuto da Doha dopo l’indipendenza. Il Qatar, come noto, alla pari di Emirati Arabi Uniti e Bahrein, ottenne la propria indipendenza dal Regno Unito nel 1971, ma rimase legata a Londra da un trattato di cooperazione ed amicizia fino al 1981. La presenza inglese nella Penisola Arabica, nel Golfo Persico e, dunque, in quello che è stato chiamato come Heartland mediorientale, era centrale per la fornitura di greggio alla Royal Navy e per garantire la proiezione egemonica marittima britannica.

Nonostante l’indipendenza, rimaneva comunque difficile definire queste entità politiche come “Stati-nazione”. Un discorso che vale in misura minore per l’Arabia Saudita, costruita sempre con il patrocinio britannico ma attorno alla particolare interpretazione wahhabita dell’Islam sviluppatasi nel XVIII secolo. Tra l’altro sarebbe opportuno ricordare che, con il sostegno alla causa saudita-wahhabita, Londra portò a compimento un doppio tradimento nei confronti degli hashemiti meccani (diretti discendenti del Profeta Muhammad) che si videro negare non solo la creazione di uno Stato arabo nel Vicino Oriente promesso a seguito della loro ribellioni all’Impero ottomano (si pensi agli accordi Sykes-Picot); non solo videro Londra promettere la Palestina al sionismo con la Dichiarazione Balfour; ma si videro pure privati dei luoghi santi dell’Islam (Mecca e Medina) di cui erano storicamente protettori.

Ad ogni modo, con il declino dell’“impero” britannico, a seguito dei due conflitti mondiali, il ruolo di questo nel Vicino Oriente venne fatto proprio dagli Stati Uniti. Questi, già nel 1945, avevano garantito piena protezione alla stessa Arabia Saudita in cambio di lucrosi contratti sulla produzione/fornitura di petrolio con il quale Washington avrebbe dovuto garantirsi il ruolo marittimo che fu della Gran Bretagna. Tuttavia, la loro influenza regionale aumenta in modo esponenziale a seguito delle prime due guerre del golfo: il conflitto Iran-Iraq (con la quale gli USA, agendo da ago della bilancia, ottengono l’auto-annullamento delle due più importanti potenze militari regionali) e la prima aggressione a Baghdad a seguito dell’invasione del Kuwait nei primi anni ’90.

Al 1992, non a caso, corrisponde la firma di un accordo di difesa tra Qatar e Stati Uniti, seguito da un altro con la Francia nel 1994. E, più o meno nello stesso periodo, il Qatar cerca di avvicinarsi anche ad Israele, sebbene l’assassinio di Yitzhak Rabin e la salita al potere di un governo di destra, guidato per la prima volta da Benjamin Netanyahu, modificano rapidamente questa prospettiva.

Come già anticipato, con il 1995 le cose cambiano sul piano dei rapporti interni al mondo arabo, ma non per ciò che concerne l’“alleanza” tra Qatar e Stati Uniti che, anzi, si evolve a partire dal 2003 con il trasferimento delle forze USA dall’Arabia Saudita alla base qatarina di al-Ubeid che diviene la più grande della regione. Per Washington, infatti, il Qatar è fondamentale per la sua vicinanza a diversi teatri di guerra (reali e potenziali) – Iraq, Yemen, Palestina, Iran e Afghanistan – e per il controllo diretto del Golfo Persico e del traffico petrolifero. Ancora, gli Stati Uniti puntano sulle ambizioni geopolitiche del Qatar, utilizzandolo come mediatore in diversi conflitti regionali (un ruolo svolto egregiamente anche dall’Oman, ad onor del vero). Ed in questo senso, Doha lavora per dirimere le controversie all’interno dei vertici politici palestinesi; lavora per organizzare incontri tra rappresentanti USA e dei talebani afghani; opera per porre fine ai conflitti ripetuti tra i ribelli Houthi dello Yemen ed il potere centrale di Sana’a nel primo decennio del XXI secolo.

Ma Doha utilizza questo ruolo anche per proiettare la propria influenza sul mondo arabo. Cosa non affatto gradita dall’Arabia Saudita che già in due occasioni (1996 e 2002) aveva cercato di orchestrare dei colpi di Stato per rovesciare Hamad bin Khalifa. A ciò, inoltre, si aggiunga l’ostruzionismo saudita per la realizzazione di alcuni progetti infrastrutturali (gasdotti) che avrebbero dovuto collegare il Qatar con il Bahrein ed il Kuwait e la cosiddetta “guerra fredda araba” del 2017 con la rottura dei rapporti diplomatici (poi ricostruiti) tra Doha, da una parte, ed Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti dall’altra. Una rottura arrivata per evidenti fratture sulla gestione del conflitto in Siria – conflitto in parte dovuto al rifiuto di Damasco di assecondare il progetto di un gasdotto che, passando dal territorio siriano, avrebbe dovuto collegare Qatar e Turchia – ma anche per questioni più prettamente “ideologiche” come il sostegno qatarino alla Fratellanza Musulmana e proprio la sua vicinanza con la Turchia (di fatto, la ricerca della sponda turca ed all’occorrenza anche iraniana – nel 2010 Qatar e Iran siglano un accordo di sicurezza reciproca e sulla divisione dei confini marittimi – ha sempre avuto il ruolo di limitare/contrastare l’influenza saudita sullo stesso Qatar e, più in generale, sull’intera regione).

Il sostegno alla Fratellanza Musulmana (molti telepredicatori di questo movimento operano proprio dalle emittenti qatarine) merita l’apertura di una breve parentesi, visto che il gruppo è stato dichiarato organizzazione terroristica dall’Egitto (nonostante avesse vinto le uniche elezioni libere tenute nel Paese), e vista la diretta discendenza di Hamas dallo stesso (si è a lungo disquisito sui fondi qatarini giunti nella Striscia di Gaza prima del 7 ottobre 2023). In realtà, se è vero che l’ala politica del Movimento di Resistenza Islamico palestinese ha sempre guardato verso il Qatar (fattore che lo spinse a schierarsi contro Bashar al-Assad nei primi anni del conflitto siriano): è altrettanto vero che l’ala militare del Movimento ha sempre mantenuto strette relazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran, a prescindere dalle differenze teologiche tra sunniti e sciiti. In questo senso non è errato affermare che Iran e Qatar si siano contesi l’esercizio di influenza su Hamas, sebbene il Movimento palestinese abbia sempre agito con una sostanziale autonomia.

Ora, al discorso su Hamas si collegano anche i fatti più recenti: ovvero l’attacco israeliano a Doha e le reazioni internazionali ad esso. Il Presidente USA Donald J. Trump ha criticato l’azione di Israele contro un “grande e prezioso alleato” di Washington. Tuttavia, non si capisce perché i sistemi di difesa antiaerea nordamericani siano rimasti spenti. Ed a questo si aggiunga che aerei britannici e statunitensi hanno di fatto accompagnato/protetto i caccia israeliani nella loro azione.

Detto ciò, l’attacco israeliano sembra aver raggiunto solo in parte gli obiettivi sperati, forse a causa di un avvertimento preventivo arrivato a Doha attraverso la Turchia. Ma l’azione israeliana rimane carica di ulteriori ripercussioni nel lungo periodo. In primo luogo Tel Aviv è conscia del fatto che Egitto ed Arabia Saudita non vedano affatto male un indebolimento della posizione geopolitica qatarina. In secondo luogo, il vertice arabo-islamico, convocato d’urgenza proprio a Doha, sembra aver spinto per la creazione di una “NATO araba” (cosa di cui si parla sin dalla seconda amministrazione Obama e dalla prima amministrazione Trump) che, già dal nome, sembra voler presagire un aumento della spesa militare dei Paesi arabi in favore degli Stati Uniti (e questo spiegherebbe anche il “nulla osta” USA all’attacco). Allo stesso tempo, però, un incremento della tensione tra Israele e le monarchie del Golfo metterebbe a rischio il progetto IMEC – India-Middle East Economic Corridor (la cosiddetta “Via del Cotone”) che avrebbe dovuto garantire ad Israele quella proiezione geopolitica verso Oriente di cui ancora necessita fortemente. Non solo, l’attacco a Doha, mette in chiaro che nessuno è realmente al sicuro e destabilizza ulteriormente la regione, preparando forse un nuovo potenziale attacco non alla Turchia (cosa che farebbe scattare l’articolo V dello statuto della NATO) ma agli interessi turchi a Cipro.

LA GEOPOLITICA DEL QATAR
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