EROS E THANATOS

di Louis Moreno

Nel contesto esoterico, Eros (amore, creazione, vita) e Thanatos (morte, distruzione, disgregazione) rappresentano le due forze primordiali che governano l’universo e la psiche umana, in una lotta dialettica che porta alla nascita e alla rinascita. Thanatos non indica solo la morte fisica, ma anche uno stato di apatia spirituale o il ritorno all’inorganico, mentre Eros simboleggia la spinta a connettersi, creare e persistere. Queste pulsioni sono viste come complementari e inseparable, come dimostra la simbologia del rosso e il loro costante intreccio nei cicli naturali e nell’esperienza umana.

Eros: La Pulsione di Vita e Creazione

Caratteristiche: Eros rappresenta l’amore, l’unione, la conservazione e la creazione. È la forza che spinge a costruire, a legare e a mantenere la vita.

Manifestazioni: In natura, si manifesta nei processi di crescita, nascita e unione; nella psiche umana, si traduce in creatività, socialità e istinto di conservazione.

Conseguenze: Eros genera armonia, attrazione tra elementi e la volontà di vivere e procreare.

Thanatos: La Pulsione di Morte e Distruzione

Caratteristiche: Thanatos simboleggia la morte, la disgregazione, la separazione e la tendenza al ritorno allo stato originario, privo di tensione.

Manifestazioni: Si manifesta come aggressività, auto-distruttività, ma anche come apatia o il desiderio di porre fine alle cose.

Conseguenze: Thanatos porta alla distruzione, alla frammentazione e alla dispersione, ma permette anche il rinnovamento attraverso la fine di cicli.

La Dinamica Esoterica

Dialettica degli Opposti: Eros e Thanatos non sono forze in contrasto che si eliminano a vicenda, ma dimensioni che coesistono e si alimentano in un continuo conflitto e complementarietà, come lo Yin e lo Yang.

Rinascita attraverso la Fine: La fine (Thanatos) diventa il preludio a un nuovo inizio (Eros), come accade nel sacrificio che porta alla vita, o nel ciclo di nascita e morte delle cellule e degli esseri viventi.

Il Simbolismo del Rosso: Il colore rosso, associato al sangue e al sacrificio, rappresenta l’unione di Eros e Thanatos, indicando un punto di svolta in cui la morte diventa sinonimo di rinascita, come nel caso del Natale o della fioritura del gelsomino notturno, che lega la vita e la morte in un unico atto fecondo.

EROS E THANATOS
EROS E THANATOS

IL REALE SIGNIFICATO DI ESOTERICO

di Louis Moreno

Non esiste un significato “nuovo” e universalmente riconosciuto per la combinazione “esoterico e irriverente” perché “esoterico” si riferisce a dottrine o conoscenze nascoste e “irriverente” descrive un comportamento o un atteggiamento privo di rispetto; l’espressione potrebbe indicare un approccio sovversivo o critico alla conoscenza esoterica, sfidandone le interpretazioni tradizionali o sacre.

Spiegazione dei termini:

Esoterico: Dal greco esōterikós, “interno”, indica un sapere riservato agli iniziati, un insieme di dottrine o pratiche accessibili solo a un ristretto numero di persone, spesso caratterizzato da simbolismo e interpretazioni nascoste.

Irriverente: Attiene alla mancanza di riverenza, un comportamento o un atto che dimostra scarso rispetto, specialmente verso persone anziane, autorità o cose sacre.

Possibili interpretazioni del concetto “esoterico irriverente”:

DARANNO IL NOME DELLE COSE BUONA ALLE COSE CATTIVE E IL NOME DELLE COSE CATTIVE ALLE COSE BUONE .

Sfidare il dogma: Potrebbe significare mettere in discussione le interpretazioni consolidate e tradizionali dei concetti esoterici, agendo con insolenza verso concetti considerati sacri o inviolabili.

De-sacralizzazione dell’esoterismo: Un approccio che mira a demitizzare o a ridicolizzare i sistemi di pensiero esoterici, portandoli su un piano più terreno e impertinente.

Nuove forme di conoscenza: Una ricerca di significati alternativi o una “rivoluzione” nel modo di avvicinarsi e interpretare le tradizioni esoteriche, scardinando il loro carattere iniziatico e riservato.

In sintesi, l’espressione non è un concetto standard ma un’idea che suggerisce un modo nuovo e provocatorio di affrontare o interpretare la sfera dell’esoterismo.

IL REALE SIGNIFICATO DI ESOTERICO
IL REALE SIGNIFICATO DI ESOTERICO

TENERE SEMPRE IL CUORE PULITO

a cura di Giuseppe Aiello

“Se visiti la casa di qualcuno, questi ti apre con fiducia la porta facendoti accomodare, e tu la prima cosa che noti è la polvere sui mobili, sulla tv o sul tavolo, non andare mai più nella casa di quella persona…

Non perchè quella casa non è pulita, ma perchè è il tuo cuore a non essere pulito…”

Sapienza islamica

TENERE SEMPRE IL CUORE PULITO
TENERE SEMPRE IL CUORE PULITO

EVOLUZIONE COME RISULTATO DI UNA LOTTA COSCIENTE

a cura di Evano Zaccaron

“Una cosa l’uomo deve ben comprendere: la sua evoluzione non è necessaria che a lui. Nessun altro vi è interessato, ed egli non deve contare sull’aiuto di nessuno; infatti, nessuno è tenuto ad aiutarlo e neppure ne ha l’intenzione. Al contrario, le forze che si oppongono all’evoluzione di grandi masse umane, si oppongono anche all’evoluzione del singolo. Spetta a ciascuno di NOI eluderle. E se un uomo può sottrarsi ad esse, l’umanità non lo può. Comprenderete più tardi come questi ostacoli siano utili; se non esistessero bisognerebbe crearli intenzionalmente, poiché soltanto vincendo degli ostacoli l’uomo può sviluppare in sé le qualità di cui ha bisogno. Queste sono le basi per una visione corretta dell’evoluzione umana. Non esiste evoluzione obbligatoria, meccanica. L’evoluzione è il risultato di una lotta cosciente.”

Georges Ivanovič Gurdjieff

EVOLUZIONE COME RISULTATO DI UNA LOTTA COSCIENTE
EVOLUZIONE COME RISULTATO DI UNA LOTTA COSCIENTE

L’ULTIMO INGANNO!

a cura di Salvatore Penzone

10 settembre 2025 — Un silenzioso campo di battaglia è appena scoppiato nell’Africa occidentale. Il governo militare del Burkina Faso ha ufficialmente chiuso il progetto di Bill Gates sulle zanzare geneticamente modificate, smascherandolo come un esperimento segreto di controllo del DNA camuffato da “prevenzione della malaria”. Ciò che i globalisti pensavano sarebbe rimasto nell’ombra è stato ora portato alla luce.

Target Malaria, gestito dall’Imperial College di Londra e finanziato dalla Fondazione Gates, non ha mai avuto come obiettivo salvare vite umane. Si trattava di riscrivere i genomi e affermare il dominio biologico sugli ecosistemi. Gli organismi geneticamente modificati sono stati progettati per ignorare la selezione naturale, forzando tratti manipolati in intere specie. Questa non era politica sanitaria. Era colonizzazione biologica. E il Burkina Faso ha detto di no.

Il 23 agosto, dopo il rilascio di zanzare modificate in laboratorio meno di due settimane prima, il governo del capitano Ibrahim Traoré ordinò la chiusura del programma e pretese la distruzione di tutti i campioni. Non si trattava di una regolamentazione, ma di una sfida. Una linea di demarcazione contro l’eugenetica 2.0. E con il Burkina Faso sempre più vicino a Russia, Iran e BRICS, il messaggio all’Occidente era chiarissimo: l’Africa non servirà più da banco di prova per gli esperimenti globali sul DNA.

La storia dimostra che questa non è la prima volta che la biotecnologia sostenuta da Gates si è fatta beffe di Dio. In Brasile, nel 2018, si sono verificati casi di malformazioni congenite inspiegabili dopo il rilascio di zanzare da parte di Oxitec. Nigeria e Uganda hanno dovuto affrontare sperimentazioni segrete di editing genetico camuffate da “salute pubblica”. Documenti trapelati dall’OMS hanno dimostrato che il consenso era stato falsificato e la supervisione occultata. Ora, il 2025 segna l’anno in cui una nazione africana ha finalmente chiuso la porta, e le altre stanno a guardare.

(…) Le indagini sui legami di Gates con la ricerca biologica del Pentagono e con i test di somministrazione di mRNA tramite zanzare stanno accelerando. Le rivelazioni sono sbalorditive: insetti progettati non solo per sterilizzare le specie, ma anche per iniettare silenziosamente carichi sperimentali negli esseri umani.

Il rifiuto del Burkina Faso ha innescato una reazione a catena. La Tanzania sta indagando sui programmi vaccinali finanziati da Gates e legati alle zanzariere. Il Mali ha sospeso i cerotti anticoncezionali iniettabili con tracciamento a punti quantici. Il Sudafrica sta mettendo in discussione i test di fertilità basati su CRISPR, introdotti nelle comunità rurali. I paesi BRICS stanno ora discutendo apertamente di un divieto totale sugli organismi geneticamente modificati. La situazione sta cambiando.

Il silenzio della Fondazione Gates di fronte all’ordinanza del Burkina Faso la dice lunga. I media mainstream non riescono più a contenere le ricadute. I fact-checker controllati stanno crollando. La verità sta emergendo: la guerra non è mai stata una questione di zanzare, ma di controllo molecolare dell’umanità stessa.

Questo è solo l’inizio. Il Burkina Faso ha acceso la miccia, ma l’esplosione è globale. (…) L’Africa si sta sollevando e il cavallo di Troia genetico dell’élite è stato messo a terra. Ciò che verrà dopo è la demolizione dell’intero programma di controllo biologico.

Non saremo iniettati. Non saremo tracciati. Non saremo riscritti. E da Washington a Ouagadougou, la gente sta finalmente dicendo di no.

L'ULTIMO INGANNO!
L’ULTIMO INGANNO!

L’ERA DELL’INDIVIDUO

Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmesso online in live streaming il giorno 18 settembre 2025.

Oltre alle problematiche economiche, sociali, politiche e culturali, quella dell’Occidente odierno è una crisi profonda, antropologica. Con Luca Negri abbiamo presentato le possibilità di rinascita dell’Occidente alla luce di una consapevolezza: lo sfaldamento dell’individuo nella società attuale, come anche cantato da certe filosofie post-strutturaliste e decostruzioniste. Di conseguenza, una rinascita sarebbe possibile solo con una ricostruzione dell’individuo.

Ma prima è necessario “vedere dentro” l’individuo, e prendere atto dei suoi lati oscuri, quegli stessi lati oscuri che poi vengono proiettati all’esterno, in ambito socio-politico.

Forse l’Occidente rappresenta il punto massimo della discesa delle civiltà planetarie, il punto massimo della discesa della sua stessa civiltà.

Forse l’Occidente potrebbe essere avvantaggiato, nel caso in cui metabolizzasse a pieno questa discesa.

Forse è proprio a partire da una rinascita individuale, che una ripartenza sarebbe possibile, come la costruzione di nuove comunità politiche.

Sarebbe l’era delle libere individualità e delle libere comunità associate, che bypassano lo Stato, e senza particolare ostilità verso lo Stato e le sue funzioni.

Sarebbe il modo per tornare a dire la nostra, anche in un nuovo scenario internazionale multipolare.

Buona visione!

Per l’acquisto del saggio di Luca Negri “Tempo da lupi. La guerra occulta di Adolf Hitler contro Rudolf Steiner” (Artemis, 2024), scrivere a brianoblivion2020@gmail.com

L’ERA DELL’INDIVIDUO
L'ERA DELL'INDIVIDUO
L’ERA DELL’INDIVIDUO

Tra una balla e l’altra si va verso la spartizione dell’Ucraina?

di Giacomo Gabellini

18/09/2025

L’attivismo diplomatico, con tanto di attivazione dell’articolo 4 della Nato, suscitato dalla penetrazione di droni in territorio polacco sta placandosi a seguito delle rivelazioni pubblicate dal quotidiano polacco «Rzeczpospolita». Secondo il giornale, che cita fonti interne agli apparati burocratici di Varsavia, la casa di Lublino che ha riportato i danni maggiori dal supposto sconfinamento dei droni russi è in realtà stata colpita da un missile aria-aria Raytheon lanciato da un F-16 polacco. Parallelamente, in Bielorussia, hanno preso il via le esercitazioni militari Zapad-2025, a cui hanno preso parte militari bielorussi, russi, indiani, iraniani, bengalesi, burkinabé, congolesi e maliani. Il «Times», sorvolando con disinvoltura sulle decine di esercitazioni congiunte tenute da militari indiani e russe nel corso degli anni passati, ha manifestato irritazione per la presenza di personale indiano, sostenendo che «l’India ha oltrepassato la linea rossa partecipando alle esercitazioni militari russo-bielorusse che simulavano un conflitto con i Paesi Nato confinanti e questo è avvenuto in un contesto di peggioramento delle relazioni tra Nuova Delhi e Washington». Un certo sconcerto ha invece suscitato la presenza in Bielorussia di osservatori statunitensi, inviati da Washington e accolti calorosamente dagli ufficiali delle forze armate locali mentre Polonia, Lettonia e Lituania, che hanno invece declinato l’invito rivolto loro dal governo di Minsk di mandare propri osservatori, schieravano migliaia di truppe in prossimità dei confini con le Bielorussia. Sullo sfondo, il ministro della Difesa ucraino Denys Smyhal ha quantificato il fabbisogno minimo di cui l’Ucraina necessita per sostenere la propria difesa nel 2026 in 120 miliardi di dollari, che si sommano ai 90 miliardi di dollari di ordinativi di materiale militare commissionati agli Stati Uniti da Kiev. Somme da addebitare ai Paesi membri dell’Unione Europea, le cui difficoltà economiche stanno facendosi sempre più grandi.

Tratto da: Il Contesto

Tra una balla e l’altra si va verso la spartizione dell’Ucraina?
Tra una balla e l’altra si va verso la spartizione dell’Ucraina?
Tra una balla e l’altra si va verso la spartizione dell’Ucraina?

Riflessioni sulla politica del nostro tempo

a cura di Kali Yuga Rider

set 15, 2025

Che lezioni imparare dall’omicidio di Charilie Kirk

I fatti nefasti recentemente accaduti negli Stati Uniti hanno inevitabilmente generato un momento di profonda riflessione nel cuore di chiunque avverta la responsabilità di difendere ciò che resta della civiltà europea. Non è necessario ripercorrere nel dettaglio gli avvenimenti: se ne è già discusso a sufficienza. Ciò che conta, invece, è il significato che essi rivelano. La lenta erosione che per decenni ha consumato le fondamenta delle nostre società si è ormai trasformata in un rapido collasso dell’armonia civile.

L’epoca della crescita illimitata, figlia del dopoguerra, è tramontata, lasciando dietro di sé macerie sociali ed economiche. La promessa di un benessere universale si è rivelata un inganno, e il risultato è un mondo segnato da alienazione, conflitto e sfiducia. Una condizione resa ancor più grave dall’appiattimento dell’offerta politica su un realismo capitalista, che ha reso sempre più centrali le questioni identitarie ed etiche, utilizzate come elemento distintivo. Così il terreno dello scontro si è spostato dalle idee a quello che si potrebbe definire antropologico.

In tale scenario, la polarizzazione fra visioni inconciliabili non appare come un fenomeno passeggero: è la nuova condizione storica.

Polarizzazione e dissoluzione

Le nostre società sono sempre meno riconducibili a un corpo unitario, dotato di coesione e di un linguaggio comune. Ci troviamo dinanzi a una frattura che non è soltanto politica e culturale, ma quasi antropologica. Da una parte, coloro che intendono preservare radici, memoria e continuità; dall’altra, quanti aspirano a una liquefazione totale delle identità, dei valori e persino delle frontiere, convinti che la dissoluzione sia la condizione per una nuova forma di libertà o di universalità.

Non si tratta di una semplice contrapposizione di programmi elettorali, ma di un conflitto che attraversa ogni ambito della vita: il linguaggio, i codici simbolici, le forme di socialità, le relazioni quotidiane. Le lacerazioni che esso produce non possono essere facilmente ricomposte, poiché non si tratta di divergenze tecniche, ma di visioni del mondo inconciliabili.

A questo scontro frontale si accompagna un vuoto intermedio: una moltitudine di individui che, estraniandosi sempre più dalla dimensione politica, scivolano verso forme di nichilismo, di edonismo o di individualismo autoreferenziale. È un’area grigia che non ricompone il conflitto, ma ne accentua le conseguenze, poiché sottrae energie e senso di appartenenza a entrambi i poli.

Osservare questa dinamica non significa aderirvi o auspicarne l’esito. Significa, piuttosto, prendere atto che il mondo si configura ormai in termini di polarizzazione e dissoluzione, e che qualsiasi tentativo di analisi deve partire da ciò che è, non da ciò che vorremmo che fosse. Solo così è possibile ragionare sul presente con lucidità, senza lasciarsi ingannare da nostalgie di unità che non esistono più, né da promesse di armonia che si rivelano illusorie.

Alienazione tecnologica e caduta del benessere
La rivoluzione tecnologica ha prodotto un rovesciamento: ciò che un tempo era solo rappresentazione oggi tende a sostituirsi alla realtà. L’esperienza concreta viene filtrata e riorganizzata attraverso dispositivi e piattaforme digitali, fino al punto che la socializzazione non avviene più primariamente nel mondo fisico, ma nella rete. È lì che si formano identità, relazioni e opinioni, spesso deformate da meccanismi di polarizzazione, algoritmi selettivi e ambienti autoreferenziali. La vita reale diventa derivata e secondaria, mentre il virtuale si presenta come il terreno principale dell’esistenza sociale.

Questo spostamento ha conseguenze profonde: l’individuo vive in una condizione di costante mediazione, in cui l’immagine prevale sull’esperienza, e la comunicazione digitale riduce la complessità delle relazioni a interazioni rapide, frammentarie, filtrate. La perdita di contatto diretto con il reale non si traduce in maggiore libertà, ma in nuove forme di dipendenza e di isolamento.

Parallelamente, anche sul piano materiale, il quadro si è incrinato. La promessa di prosperità diffusa è stata sostituita da precarietà del lavoro, aumento delle disuguaglianze e crescente vulnerabilità economica. L’idea di un benessere stabile e condiviso, che aveva garantito coesione sociale, ha lasciato spazio a insicurezza, competizione permanente e conflitti latenti.

La combinazione di alienazione digitale e caduta del benessere materiale produce così un doppio effetto: da un lato, individui sempre più immersi in universi virtuali che deformano la percezione del reale; dall’altro, una realtà concreta segnata da fragilità economica e sociale che non trova più rappresentazione adeguata. In questo scarto tra realtà vissuta e realtà mediata si radicano molte delle tensioni del presente.

Il ritorno della violenza politica

In questo contesto la violenza politica non si manifesta come un residuo arcaico destinato a scomparire, ma come esito quasi strutturale di società spaccate e prive di riferimenti comuni. Quando il terreno del dialogo viene meno e il dissenso non è più percepito come legittimo, l’avversario politico smette di essere considerato un interlocutore: diventa un ostacolo da neutralizzare.

Il passaggio da un conflitto regolato a uno scontro aperto si innesta proprio su questo vuoto di riconoscimento reciproco. Laddove i valori condivisi si erodono, la competizione si radicalizza e tende ad assumere i tratti di una logica binaria: amico o nemico, dentro o fuori, legittimo o illegittimo. In tali condizioni la violenza, fisica o simbolica, non appare più come un’eccezione, ma come un’opzione che si auto-giustifica.

L’ordine civile, già fragile, si incrina progressivamente. La convivenza non si fonda più su regole condivise, ma su equilibri precari, costantemente messi in discussione da episodi di conflitto che si riproducono in forme diverse: dalla violenza verbale nei media e nei social, fino a episodi concreti di intimidazione, radicalizzazione e scontro nelle piazze. Si tratta per lo più di una violenza diffusa a “bassa intensità”, che raramente assume la forma di guerre civili dichiarate, ma che logora quotidianamente il tessuto sociale e normalizza il ricorso al linguaggio e agli strumenti dello scontro.

In questo senso, la violenza politica contemporanea non va letta come una parentesi eccezionale, ma come un sintomo della polarizzazione e della perdita di un terreno comune di legittimità. Non è il frutto di singole devianze, ma l’indicatore di un processo più ampio: la crisi di mediazioni, di valori condivisi e di istituzioni capaci di contenere il conflitto entro forme non distruttive.

La riscoperta del Nemico

Dinanzi a tale scenario, un imperativo creduto superato da molto tempo torna ad emergere: quello di sopravvivere. Sopravvivere non come mero istinto di conservazione biologica, ma come volontà di fedeltà alla propria identità, alla propria eredità, al proprio destino. Sopravvivere significa resistere a ciò che vuole cancellarci, significa opporsi con fermezza a tutto ciò che nega la continuità del nostro essere.

Il monito di Dominique Venner – “Esistere significa combattere ciò che mi nega” – non è un’astrazione, ma un principio di vita. Combattere ciò che ci nega non vuol dire inseguire compromessi o adattarsi alla corrente: vuol dire opporsi, mantenere verticalità, rifiutare la dissoluzione. È un atto di disciplina, di fermezza e di dignità.

Qui trova il suo posto la lezione di Carl Schmitt: la categoria del politico, che egli individua nella distinzione fra amico e nemico, non è un artificio teorico, ma una realtà che riaffiora con forza in ogni epoca di crisi. Riscoprire il Nemico significa, dunque, riscoprire noi stessi, perché è solo attraverso la consapevolezza di chi ci nega che possiamo definire i confini della nostra identità e della nostra missione storica.

La sopravvivenza, allora, non è un atteggiamento passivo. È lotta interiore e resistenza esteriore, è custodia dei valori eterni contro l’usura del tempo, è fedeltà a una catena di memoria che non deve spezzarsi. Essa richiede decisione e coraggio, non indulgenza; sacrificio, non comodità.

Viviamo un’epoca segnata da crisi e da pericoli che nessuno può negare. Eppure, proprio per questo, siamo chiamati a riaffermare la volontà di esistere. Non si tratta di sopravvivere in senso ridotto, ma di resistere in senso pieno: combattere contro l’oblio, contro la dissoluzione, contro ogni forza che mira a negarci.

Esistere non significa adattarsi né subire, ma decidere. Significa custodire la fiamma che ci è stata consegnata, trasmetterla integra a chi verrà dopo di noi, vivere nella consapevolezza che la fedeltà è l’unico modo autentico di affrontare il tempo della crisi. Esistere significa combattere ciò che mi nega: non un motto, ma una legge interiore, che trova nella distinzione schmittiana tra amico e nemico il suo risvolto politico essenziale. La riscoperta del Nemico

Dinanzi a tale scenario, un imperativo creduto superato da molto tempo torna ad emergere: quello di sopravvivere. Sopravvivere non come mero istinto di conservazione biologica, ma come volontà di fedeltà alla propria identità, alla propria eredità, al proprio destino. Sopravvivere significa resistere a ciò che vuole cancellarci, significa opporsi con fermezza a tutto ciò che nega la continuità del nostro essere.

Il monito di Dominique Venner – “Esistere significa combattere ciò che mi nega” – non è un’astrazione, ma un principio di vita. Combattere ciò che ci nega non vuol dire inseguire compromessi o adattarsi alla corrente: vuol dire opporsi, mantenere verticalità, rifiutare la dissoluzione. È un atto di disciplina, di fermezza e di dignità.

Qui trova il suo posto la lezione di Carl Schmitt: la categoria del politico, che egli individua nella distinzione fra amico e nemico, non è un artificio teorico, ma una realtà che riaffiora con forza in ogni epoca di crisi. Riscoprire il Nemico significa, dunque, riscoprire noi stessi, perché è solo attraverso la consapevolezza di chi ci nega che possiamo definire i confini della nostra identità e della nostra missione storica.

La sopravvivenza, allora, non è un atteggiamento passivo. È lotta interiore e resistenza esteriore, è custodia dei valori eterni contro l’usura del tempo, è fedeltà a una catena di memoria che non deve spezzarsi. Essa richiede decisione e coraggio, non indulgenza; sacrificio, non comodità.

Viviamo un’epoca segnata da crisi e da pericoli che nessuno può negare. Eppure, proprio per questo, siamo chiamati a riaffermare la volontà di esistere. Non si tratta di sopravvivere in senso ridotto, ma di resistere in senso pieno: combattere contro l’oblio, contro la dissoluzione, contro ogni forza che mira a negarci.

Esistere non significa adattarsi né subire, ma decidere. Significa custodire la fiamma che ci è stata consegnata, trasmetterla integra a chi verrà dopo di noi, vivere nella consapevolezza che la fedeltà è l’unico modo autentico di affrontare il tempo della crisi. Esistere significa combattere ciò che mi nega: non un motto, ma una legge interiore, che trova nella distinzione schmittiana tra amico e nemico il suo risvolto politico essenziale.

Cosa imparare e come approcciarci al futuro

Guardando alle dinamiche che si stanno consolidando, è difficile immaginare un futuro meno teso di quello che ci attende. Le linee di frattura sono già aperte e tenderanno ad allargarsi: le società occidentali, private di riferimenti comuni, continueranno a dividersi su questioni identitarie, culturali ed etiche che non ammettono soluzioni semplici. La tentazione, in questo quadro, è quella di rispondere alla polarizzazione con ulteriore polarizzazione, alimentando lo scontro e spingendo la dialettica politica verso il punto di rottura.

Eppure, proprio perché la posta in gioco è così alta, cedere a questa dinamica rischia di diventare un vicolo cieco. Se la logica del nemico tende a strutturare i rapporti politici, la prima responsabilità di chi vuole restare lucido è riconoscerlo senza farsene intrappolare. Non significa negare la durezza dello scontro, né illudersi che esista un ritorno a un passato di consenso condiviso: significa piuttosto accettare che l’avversario ci percepisce come una minaccia esistenziale, con tutto ciò che ne consegue, e scegliere di muoversi con intelligenza all’interno di questo quadro.

Da qui l’importanza del cosiddetto “mondo di mezzo”: quella fascia sociale e politica che non si riconosce negli estremi, che magari si rifugia nel disincanto o nell’indifferenza, ma che resta decisiva nel mantenere in piedi gli spazi di convivenza. È lì che può ancora essere costruito un compromesso, non inteso come resa o come annacquamento delle posizioni, ma come ricerca di un terreno praticabile su cui tenere insieme conflitto e stabilità.

Non è una soluzione definitiva, né la promessa di armonia. È, più realisticamente, un modo per non precipitare nella spirale del confronto distruttivo. In tempi in cui il linguaggio politico tende a ridursi a slogan e accuse reciproche, preservare margini di dialogo e mediazione è già una forma di resistenza. Non si tratta di abbassare la guardia o rinunciare alla propria identità, ma di comprendere che la sopravvivenza di una comunità politica dipende anche dalla capacità di mantenere il conflitto entro limiti che non neghino la convivenza stessa.

In altre parole, il futuro non sarà privo di tensione, ma la responsabilità è scegliere se trasformarla in un campo di battaglia senza regole o in un terreno, pur accidentato, di confronto politico. Ed è su questa scelta che si gioca la possibilità di non lasciare che la logica del nemico diventi l’unico linguaggio del nostro tempo

Kali Yuga Rider

Tratto da: Kali Yuga Surf Club

Riflessioni sulla politica del nostro tempo
Riflessioni sulla politica del nostro tempo