Il Tempo del Sogno

di Salvatore Penzone

In un libro sui miti e le fiabe degli aborigeni è riportata una storia che fa riferimento ad uno dei miti di fondazione di quel popolo, una storia estratta dal “Tempo del Sogno”, il luogo della coscienza dove si assiste alla creazione del mondo da parte di esseri ancestrali. Quando la lessi la storia mi colpì perché traduceva in termini diversi qualcosa che viene raccontato un po’ da tutte le culture e da tutte le religioni, qualcosa quindi che appartiene all’umanità tutta. Allora non tentai di tradurne il senso, lasciai che si sedimentasse tanto che con il tempo produsse in me una immagine chiara del percorso che la coscienza compie nel suo viaggio, immagine che può essere di stimolo alla riflessione in questo momento di passaggio, di sbandamento delle coscienze ma anche ricco di opportunità.

Gli aborigeni raccontano che in un remoto passato la coscienza era imbrigliata in una rete, un reticolo che univa le innumerevoli parti dell’universo, un Tutto nel cui grembo ella sonnecchiava. Questo Tutto risultava agli occhi della coscienza come una nebbia di cui lei stessa faceva parte.

Era una dimensione senza nemici in cui il bene e il male ancora non erano presenti perché non c’era un io a cui riferirne l’esistenza. L’uomo aveva un ruolo passivo, egli non aveva la libertà di decidere né per sé né per le cose perché era sottoposto ad un destino sovrapersonale che poteva solo assecondare, senza poterne cogliere la traiettoria.
Un tale riconoscimento, quello del proprio destino, poteva avvenire solo se la particella di vita in questione avesse preso le distanze dal Tutto per sviluppare le sue capacità latenti.

L’uomo, quindi, doveva diventare “libero” e abbandonare quel luogo per porre l’attenzione solo su di sé in modo da sviluppare l’individualità necessaria che gli avrebbe consentito di riscoprire alla fine, attraverso il libero arbitrio, la dignità che gli proviene dall’essere figlio, una particella della Vita. È a questo punto che il suo io separato diventa il centro del mondo, il riferimento principale della coscienza. E’ il passaggio che nella nostra tradizione viene descritto come il momento in cui Adamo coglie il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Il proprio io diventa la misura con cui l’universo viene giudicato e interpretato, e questo io, che riferisce tutto a sé stesso, crea ora un suo universo fatto di piacere e di dolore, di bene e male, di bello e brutto, di utile e inutile. In questo nuovo mondo l’interesse personale viene messo al di sopra di tutto e l’io di ogn’uno, pur cercando di condividere una visione comune della realtà, ineluttabilmente, ne dà una lettura che si scontra con quella degli altri io. Da qui un conflitto diffuso da cui sembra non se ne possa uscire.

È questa la condizione di caduta in cui versa l’uomo, una condizione di separazione che, ancorché necessaria, è stata però portata oltre il limite del suo sviluppo. Ora è venuto, per noi, il momento di risalire la china, di ritrovare il proprio luogo di origine, la propria condizione di unità, quell’essere una particella ma anche espressione integrale di quel Tutto. La strada per risalire, per il ritorno a casa del figliol prodigo, è stata mostrata dal Cristo: essa consiste in un Amore, integrale e senza riserve, che ci riporta a noi stessi, a quel Tutto da cui ci siamo separati.

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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