L’obbligatorietà del velo nella Repubblica Islamica dell’Iran

di Giuseppe Aiello

Un brano tratto da: Giuseppe Aiello, La Repubblica islamica dell’Iran alla luce della Tradizione, Irfan Edizioni

Le donne d’élite nell’antica Mesopotamia e negli imperi greco e persiano indossavano il velo come segno di rispettabilità e di alto rango. Il primo riferimento attestato alla velatura si trova in un codice di diritto assiro medio risalente tra il 1400 e il 1100 a.C. L’Assiria aveva leggi suntuarie esplicite che specificavano quali donne si dovevano velare e quali no, a seconda della classe, del rango e dell’occupazione della donna nella società. Alle schiave e alle prostitute era proibito indossare il velo e se lo facevano dove-vano affrontare dure sanzioni. Il velo non era quindi solo un indicatore di rango aristocratico, ma serviva anche a “distinguere le donne “rispettabili” da quelle che erano pubblicamente disponibili”.
Il velo delle matrone era anche consuetudine nell’antica Grecia. Tra il 550 e il 323 a.C. ci si aspettava che le donne rispettabili nella società greca classica si isolassero e indossassero abiti che le nascondessero agli occhi di uomini sconosciuti. Le statue classiche greche ed ellenistiche a volte raffigurano donne greche con la testa e il viso coperti da un velo. Caroline Galt e Lloyd Llewellyn-Jones hanno entrambi sostenuto da tali rappresentazioni e riferimenti letterari che era comune per le donne (almeno quelle di rango più elevato) nell’antica Grecia coprirsi i capelli e il viso in pubblico.
Anche nell’Antica Roma, ci si aspettava che le donne romane indossassero il velo come simbolo dell’autorità del marito sulla moglie; una donna sposata che non metteva il velo era vista come una che intendeva ritirarsi dal matrimonio. Nel 166 a.C., il console Sulpicio Gallo divorziò dalla moglie perché aveva lasciato la casa scoperta, permettendo così a tutti di vedere, come diceva, ciò che solo lui avrebbe dovuto vedere. Le ragazze non sposate normalmente non si velavano il capo, ma le matrone lo facevano per mostrare la loro modestia e castità, la loro pudicitia. Si pensava, inoltre, che i veli proteggessero le donne anche dal malocchio. Un velo chiamato flammeum era la caratteristica più importante del costume indossato dalla sposa ai matrimoni romani. Il velo era di un colore giallo intenso che ricordava la fiamma di una candela. Il flammeum evocava anche il velo della Flaminica Dialis, la sacerdotessa romana che non poteva divorziare dal marito, sommo sacerdote di Giove, e quindi era vista come un buon auspicio per la fedeltà per tutta la vita a un uomo. A quanto pare i romani pensavano che la sposa fosse “avvolta da un velo” e collegavano il verbo nubere (sposarsi) con nubes, nuvola.
Per molti secoli, fino al 1175 circa, le donne anglosassoni e poi anglo-normanne, ad eccezione delle giovani ragazze non sposate, indossavano veli che coprivano interamente i capelli, e spesso il collo fino al mento (vedi soggolo). Solo nel periodo Tudor (1485), quando i cappucci divennero sempre più popolari, i veli di questo tipo divennero meno comuni. Questo variava molto da un paese all’altro. In Italia, i veli, compresi i veli per il viso, sono stati indossati in alcune regioni fino agli anni ’70. Le donne del sud Italia spesso si coprivano il capo per mostrare che erano modeste, ben educate e pie. Portavano generalmente una cuffia, poi il fazzoletto, un lungo pezzo di stoffa triangolare o rettangolare che si poteva annodare in vari modi, e talvolta copriva tutto il viso tranne gli occhi, talvolta bende o anche un soggolo, una sorta di benda o fascia a largo nastro che passando sotto il mento avvolge il viso e il collo congiungendosi alla sommità del capo.
Per secoli, le donne europee hanno indossato veli trasparenti, ma solo in determinate circostanze. Talvolta un velo di questo tipo veniva drappeggiato e appuntato al berretto o al cappello di una donna in lutto, soprattutto al funerale e durante il successivo pe-riodo di lutto. Sarebbero stati anche usati, in alternativa alla maschera, come un semplice metodo per nascondere l’identità di una donna che viaggiava per incontrare un amante, o per fare qualcosa che non voleva che gli altri scoprissero. Più pragmaticamente, i veli venivano talvolta indossati anche per proteggere la carnagione dai danni del sole e del vento (quando la pelle non abbronzata era di moda), o per tenere la polvere fuori dal viso di una donna, proprio come viene usata oggi la kefiah (indossata dagli uomini).
Nel Vecchio Testamento, scoprire il capo di una donna era visto come un modo per umiliarla o per castigare le adultere e quelle che trasgredivano la Legge. Inoltre una donna ebrea non sarebbe mai entrata nel Tempio (e più tardi in sinagoga) senza coprirsi il capo.
Nella tradizione cristiana S. Paolo disse:

Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. Vi lodo poi perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli Angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di ve-lo.

Il copricapo cristiano era universalmente praticato dalle donne della Chiesa primitiva. Ciò è stato attestato da più scrittori durante i primi secoli del cristianesimo. Clemente di Alessandria scrisse: «La donna e l’uomo devono andare in chiesa vestiti decorosamente […] poiché questo è il desiderio della Parola, poiché le conviene pregare velata», ed «è stato anche ordinato che il capo sia vela-to e il viso coperto, poiché è cosa malvagia che la bellezza sia un laccio per gli uomini, né è appropriato che una donna desideri mettersi in mostra usando un velo purpureo». Tertulliano spiega che ai suoi tempi la chiesa di Corinto usava ancora il copricapo: «Così anche i Corinzi stessi capirono [Paolo]. Infatti, in questo giorno i Corinzi velano le loro vergini. Ciò che gli apostoli insegnarono, i loro discepoli approvano». Un altro teologo, Ippolito di Roma mentre dava istruzioni per le riunioni ecclesiali, disse «che tutte le donne abbiano il capo coperto con un panno opaco».
La storia della Chiesa attesta dunque che a Roma, Antiochia e in Africa l’usanza di indossare il copricapo da parte delle donne divenne la norma, e nella seconda metà del III secolo le donne che pregano con il capo coperto sono menzionate come pratica ecclesiastica da San Vittorino nel suo commento all’Apocalisse di Giovanni. Più tardi, nel IV secolo, Giovanni Crisostomo affermò che «il fatto di coprirsi il capo era legiferato dalla natura (vedi 1 Cor 11,14-15). Quando dico “natura”, voglio dire “Dio”. Perché è lui che ha creato la natura. Notate, dunque, quale grande danno viene dal rovesciare questi confini! E non ditemi che questo è un piccolo peccato». Girolamo ha osservato che la cuffia e il velo da preghiera sono indossati dalle donne cristiane in Egitto e Siria: “non andate in giro a capo scoperto sfidando il comando dell’apostolo, perché indossano un berretto attillato e un velo». Agostino di Ippona scrive a proposito del copricapo: «Non sta bene, nemmeno nelle donne sposate, scoprirsi i capelli, poiché l’apostolo comanda alle donne di tenere il capo coperto. L’arte paleocristiana conferma anche che le donne indossavano copricapi durante questo periodo di tempo».
Fino almeno al XVIII secolo, l’uso del copricapo, sia in pubblico che durante le celebrazioni in chiesa, era considerato consuetudine per le donne cristiane nelle culture mediterranea, europea, mediorientale e africana. Una donna che non indossava il copri-capo era vista come «una prostituta o un’adultera». In alcune parti d’Europa, la legge stabiliva che le donne sposate che si scoprivano i capelli in pubblico erano la prova della sua infedeltà.
Nella tradizione hindù, il velo ghoongat, ghunghat o ghunghta si è evoluto dall’antico Avagunthana in velo, nascondiglio e mantello. La prima letteratura sanscrita ha un ampio vocabolario di termini per i veli usati dalle donne, come avagunthana che significa mantello-velo, uttariya che significa velo sulle spalle, adhikantha pata che significa velo sul collo e sirovastra che significa velo sulla testa.

Dopo questa breve panoramica riguardante alcune delle civiltà tradizionali, possiamo trattare il tema dell’obbligatorietà del velo nella Repubblica islamica. Nel 1979, l’Imam Khomeini annunciò che le donne avrebbero dovuto osservare il codice di abbigliamento islamico, una dichiarazione che scatenò manifestazioni a cui seguirono dalle assicurazioni del governo che si trattava solo di una raccomandazione. L’hijab è stato successivamente reso obbligatorio negli uffici governativi e pubblici nel 1980 e nel 1983 è diventato obbligatorio per tutte le donne (comprese le non musulmane e le non cittadine). Da allora sono iniziati molti dibattiti controversi sull’hijab: alcuni studi hanno affermato che l’hijab obbligatorio esclude le donne dal dominio pubblico, mentre altri hanno affermato che il rispetto dell’hijab è necessario per la società islamica al fine di rendere più sicura la partecipazione delle donne nell’arena pubblica.
Il termine hijab letteralmente indica una copertura, una tenda o una cortina. Non è il termine tecnico utilizzato nella giurisprudenza islamica per indicare il codice di abbigliamento femminile e la condotta di uomini e donne che non hanno relazioni familiari gli uni agli altri, il quale è satr o satir, anche se negli ultimi due decenni, sia i musulmani in Occidente che i mass-media, hanno uti-lizzato il termine hijab per definire il copricapo e l’abito che copre interamente il corpo delle donne musulmane.
L’Islam ha sempre enfatizzato le virtù dell’eleganza, della decenza, della pudicizia e della modestia nell’interazione tra membri di sesso opposto, e il codice di abbigliamento è parte di questo complessivo insegnamento. Ci sono due versetti nel Corano nei quali si parla sulla questione del pudore e dell’hijab.
Vi è il cosiddetto “hijab degli occhi”, rivolto sia agli uomini che alle donne:

Di’ ai credenti di abbassare il loro sguardo e di essere casti. Ciò è più puro per loro, E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere ca-ste…

Questo “hijab degli occhi” è simile all’insegnamento di Gesù, dove egli dice: «Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».
Dopo l’“hijab degli occhi” giunge l’ordine che descrive il codice di abbigliamento per la donna: “…e di non mostrare, dei loro orna-menti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro khumur fin sul petto…”
Khumur è il plurale di khimar, il velo che copre la testa.
In accordo ai commentatori del Corano, le donne di Medina nell’era pre-islamica erano solite indossare i loro khumur sulla testa con i due estremi legati dietro il collo, esponendo le loro orecchie e collo. Dicendo «far scendere il loro khumur fin sul petto», si ordina alla donna di lasciare i due estremi del loro copricapo estendersi fino al loro petto, così da poter coprire le loro orecchie, collo e anche la parte sporgente dei seni.
Questo è confermato dal modo in cui le donne musulmane dell’era del Profeta compresero questo comandamento divino. La fonte sunnita cita Ummu ’l-mu’minin ‘A’isha, la moglie del Profeta, come segue: “Io non ho visto donna migliore di quelle degli al-Ansar (gli abitanti di Medina): quando questo versetto venne rivelato, tutte loro presero i propri grembiuli, li stracciarono in due pezzi e li usarono per coprire le loro teste….
Il significato di khimar e il contesto in cui il versetto è stato ri-velato parlano chiaramente della copertura della testa e poi dell’utilizzo degli estremi del velo per coprire il collo e il seno.
Vi è poi un altro ordine divino:

O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro jalabib.

Jalabib è il plurale di jilbab e indica un “ampio indumento esterno”. Si confronti ogni dizionario arabo, come il Lisanu ’l-‘Arab, Majma‘u ’l-Bahrayn o al-Munjid, che per esempio, definisce il jilbab come “camicia o ampio abito”. Al-Turayhi, nel Majma‘u ’l-Bahrayn, lo definisce invece come «un ampio abito, più lungo del velo e più corto di una toga (veste lunga e sciolta) che una donna pone sulla propria testa e lascia scendere sul proprio seno…».
Non solo le autorità della scuola giuridica sciita, ma anche i fondatori delle scuole giuridiche sunnite sono unanimi su questo punto di vista. In accordo all’opinione di Malik, Hanaf, Shafi‘i e Hanbal, l’intero corpo di una donna è ‘awrah e quindi deve essere coperto, con l’eccezione del volto e delle mani. I due versetti discussi sopra, posti insieme, mostrano chiaramente che l’hijab, quale codice di abbigliamento dignitoso per le donne musulmane, è parte degli insegnamenti del Corano. Questo è confermato anche da come il Profeta Muhammad interpretò e applicò questi versetti tra le donne musulmane. Ed è inoltre confermato da come gli Imam dell’Ahl al-Bayt, e i sapienti musulmani delle prime generazioni dell’Islam, interpretarono il Corano.
Data la diffusa presenza del velo in diverse civiltà tradizionali, e i chiari riferimenti presenti, nello specifico, nella tradizione islamica, crediamo quindi di poter affermare che la legge che nei territori della Repubblica islamica impone il codice di abbigliamento islamico – al di là di contingenti tendenze bigotte, moralistiche e puritane, di eccessi di zelo e di singoli eventi repressivi che possono essersi verificati e che sono sicuramente da stigmatizzare – è da considerarsi in linea con la dottrina islamica e più in generale con la Tradizione.

(Per ordinarlo scrivere a ordini@irfanedizioni.it oppure richiedilo in tutte le librerie)

L'obbligatorietà del velo nella Repubblica Islamica dell'Iran
L’obbligatorietà del velo nella Repubblica Islamica dell’Iran

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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