TRADIZIONE E SOCIALISMO

di Francesco Centineo

Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 

San Paolo – seconda lettera ai Tessalonicesi 

L’intellighenzia de-sinistra ha monopolizzato il concetto di socialismo riducendolo al marxismo. Il pensiero socialista, però, non nasce con Marx ma affonda le sue radici nella più remota antichità. Socialista fu la Cina imperiale, socialista fu sia Roma Imperiale che Santa Romana Chiesa, socialista fu l’India delle caste, socialiste furono tutte le società tradizionali, poiché per tutte queste antiche civiltà il benessere individuale poteva essere raggiunto solo assicurando ad ogni essere umano la giusta ed adeguata funzione sociale (o comunitaria).

Per la philosofia perennis («tradizione») ogni essere umano doveva svolgere una funzione sociale appropriata alla propria vocazione; in tal maniera all’individuo veniva assicurata la possibilità di potersi pienamente sviluppare in piena conformità alla propria «natura».

Nella Città Ideale di Platone ogni essere umano è «libero» poiché ogni essere umano ha l’opportunità di vivere della propria arte. Nelle società tradizionali ogni essere umano svolge una funzione sociale (lavoro) appropriata alle proprie capacità. Per Platone non è l’artista ad essere un uomo speciale ma, al contrario, ogni essere umano è un tipo speciale di artista. Per Platone tanto il contadino quanto l’architetto, o il poeta, piuttosto che il filosofo, è un «artista».

Ananda Coomaarswamy nei suoi studi sulla metafisica e sulla tradizione primordiale ha osservato con piglio brillante che a differenza del pensatore borghese e classista che disprezza il lavoro e lo ritiene una iattura da cui liberarsi, il pensatore tradizionale o «metafisico» ama il lavoro, poiché considera ogni mestiere, ogni arte, come un riflesso della sapienza divina. 

Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve avere l’opportunità di nutrire la propria anima oltreché il proprio corpo. Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve poter essere «felice». Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve poter godere del bello. In una società tradizionale ogni opera che viene prodotta deve essere un «capolavoro». Ogni cosa deve essere fatta «ad arte», come «Dio comanda», ovvero, con «mestiere» e con «maestria».

Per l’uomo della tradizione ogni oggetto prodotto deve essere tanto utile quanto bello ed ogni individuo, qualsiasi sia la sua condizione sociale (sacerdote, nobile, artigiano o servo) deve potere essere pagato dignitosamente poiché deve poter vivere del proprio lavoro. Nella «Bhagavad Gita Così Com’è» il Maestro Swami Prabhupada scrive che «ha molta più dignità uno spazzino che fa bene il proprio lavoro piuttosto che un falso spiritualista». La dottrina cattolica esprime chiaramente l’importanza del lavoro o meglio del mestiere, sicché ogni uomo che possiede un mestiere è tanto per Platone quanto per i filosofi medioevali un’artista, un uomo degno di far parte della Città Ideale.

Immaginiamo di passare in rassegna una collezione di opere greche, e di ricorrere a Platone come esperto. Egli ignora la distinzione moderna tra belle arti e arti applicate. Per lui, pittura e agricoltura, musica, falegnameria o ceramica sono altrettante espressioni di poesia, cioè, etimologicamente, del «fare» umano. Infatti, in accordo con Platone, Plotino afferma che arti come la musica o la lavorazione del legno non si basano sulla conoscenza umana ma sulla sapienza ideale. Ogni qualvolta Platone denigra le «vili arti meccaniche» o distingue il «lavoro» puro e semplice dalla «manifattura artistica» si riferisce all’insieme dei prodotti concepiti per soddisfare i soli bisogni del corpo. L’arte che egli definisce bella e pertanto degna di rientrare nello stato ideale, non dovrà limitarsi ad essere utile ma anche vera rispetto ad appropriati modelli, e dunque bella. In tal caso essa soddisferà allo stesso tempo le esigenze «dell’anima e del corpo dei cittadini».

Per l’uomo della tradizione non vi è alcun dubbio, la felicità può essere raggiunta solo tramite un pieno sviluppo spirituale degli individui ed il conseguimento dell’armonia sociale. L’armonia sociale si raggiunge nel momento in cui tutti gli uomini svolgono un’occupazione conforme alla propria vocazione e cooperano tra loro considerando la propria comunità essere una «famiglia allargata legata da un’ideale e da uno scopo comune»: ripetere qui in terra ciò che gli dei fecero su in cielo ab origine

L’uomo della tradizione è artefice (artifex) del proprio destino poiché vive nella convinzione ideologica di essere uno «strumento» della volontà divina. La società in cui vive deve essere un «Paradiso in Terra»; l’ideale tradizionale è quello della Grande Pace che si realizza tramite l’armonia sociale, l’equilibrio e la stabilità. Questa condizione si è realizzata per lungo tempo all’interno delle civiltà tradizionali, fin quando la modernità ed il capitalismo non sono arrivati a distruggerle.

Nella società normale immaginata da Platone, e realizzata nel sistema feudale o a caste, la professione si fonda sulla vocazione, ed è di solito ereditaria; il che quanto meno significa che ognuno eserciterà il mestiere per il quale è naturalmente versato e con cui può meglio contribuire al bene della società, realizzando nel contempo il proprio perfezionamento interiore. E dal momento che ognuno utilizza cose realizzate ad arte, come indica la parola stessa «artefatto», ed è esperto in un’arte specifica, sia pittura, scultura, fonditura, tessitura, cucina o agricoltura, in una simile società non si avverte in generale la necessità di spiegare l’arte, ma solo di partecipare, a coloro che devono praticarle, alla conoscenza di arti specifiche; questa conoscenza si trasmette regolarmente tra maestro e discepolo, senza che vi sia alcun bisogno di Scuole d’Arte. Una società integrata del genere, se non si frappongono interferenze esterne, può funzionare per millenni. D’altro canto, l’appagamento di moltissime persone può essere distrutto nello spazio di una generazione, dall’impatto inaridente con una civiltà come la nostra. 

Nella società moderna agli uomini è negato qualsivoglia sviluppo e qualsivoglia realizzazione individuale sicché la maggior parte degli individui sono condannati a svolgere una mansione meccanica servile. Il lavoro nella società moderna non serve più a garantire il pieno sviluppo dell’essere umano ma solo a sostentarlo economicamente. La ragione economica prevarica qualsivoglia principio ed idea. Il mondo in cui viviamo è privo di bellezza. L’essere umano in un mondo siffatto è condannato all’«alienazione». Riprendendo ancora Coomaraswamy ed i suoi studi, possiamo asserire che in una società senz’arte, in cui vi è una «separazione di classe tra artista e lavoratore», la maggioranza degli esseri umani è condannata ad un’esistenza subumana. 

Un tempo «l’operaio amava parlare del proprio lavoro adesso ama parlare di calcio». Ciò accade poiché il lavoratore è stato «demansionato»: un tempo fu artista, adesso è solo uno schiavo del denaro, un «mercenario»! 

Coomaraswamy osserva che «quando veniamo ai fatti, constatiamo che il riformatore sociale non sfugge all’illusione in cui incorre la cultura corrente», ovvero, del materialismo e del consumismo, «ma è solo inasprito da una condizione economica che sembra privarlo di quei beni più costosi che il ricco può permettersi più facilmente».

La qualità è stata sacrificata sull’altare della quantità. La produzione industriale moderna è priva d’arte ed è «scadente». Il degradamento degli oggetti prodotti e la fruizione di beni materiali che sono solamente utili e piacevoli ma privi di bellezza e verità, ovvero, di significato conduce l’essere umano alla miseria dell’anima. E «l’arte per l’arte», quell’arte da Atelier di cui l’élite borghese fruisce e s’innamora è brutta, pacchiana ed è inutile e non interessa all’operaio, all’uomo della strada, poiché non assolve a nessuno scopo pratico e sociale.

Nelle società tradizionali, invece, il «mestiere» veniva considerato necessario allo sviluppo spirituale dell’individuo. Ogni essere umano era chiamato a ripetere l’opera degli dei attraverso la propria arte. L’essere umano premoderno è libero poiché vive nel mondo delle idee e le realizza nutrendo la sua anima ed il suo corpo tramite la fabbricazione delle proprie opere. 

La società tradizionale, inoltre, respinge l’usura, la speculazione finanziaria ed ogni sorta di economia erosiva che danneggia i popoli condannandoli alla schiavitù economica. La ragione economica deve essere subordinata alla giustizia divina, al benessere collettivo ed alla stabilità sociale. La stabilità sociale e l’ordine sociale, secondo gli uomini della tradizione, conducono all’armonia cosmica. 

Quando l’uomo è in armonia con il cosmo è «salvo». Per il pensiero tradizionale il benessere dell’anima ed il benessere del corpo sono inseparabili. L’uomo può realizzarsi solamente se nutre tanto la sua anima quanto il suo corpo. 

L’industria e lo sviluppo tecnologico, però, non vanno condannati. La tecnologia, le macchine e l’industria sono strumenti nelle mani dell’essere umano; il pensiero tradizionale non condanna la società moderna poiché sviluppa la technè. il pensiero tradizionale non è contrario al progresso ma ritiene che tal progresso possa essere effettivo solamente se come società teniamo conto delle necessità dell’essere umano che non sono e non possono essere ridotte al mero accumulo ed al consumo di beni materiali.

Laddove il pensatore classista ritiene che l’essere umano sarà «salvo» il giorno in cui si libererà dalla schiavitù del lavoro poiché emancipato da ogni sforzo e fatica, il pensatore tradizionale ritiene che l’essere umano potrà essere libero ed emancipato solo e soltanto nel momento in cui attraverso il suo lavoro parteciperà attivamente alla costruzione della Città Ideale

In ultimo, il pensatore tradizionale respinge l’egualitarismo che è tanto borghese quanto comunista e rifiuta pervicacemente il dogma democratico dell’uno vale uno. Per il pensiero tradizionale l’uomo è differenziato ed ogni uomo deve trovar posto all’interno di una gerarchia ordinata che si basi sul rispetto delle vocazioni individuali e delle funzioni sociali e, sopratutto, sulla meritocrazia. 

Lo scopo del pensatore tradizionale è molto complesso: ricostituire un’avanguardia, o meglio, un’«aristocrazia operaia» che possa rieducare le masse attraverso una  pedagogia o educazione differente da quella dell’odierna accademia che rimetta al primo posto l’Intelletto, ovvero, «Dio», la «Bellezza» e la «Verità», poiché solo attraverso la riscoperta delle nostre radici spirituali e soltanto nel solco della nostra tradizione cristiana potremmo realizzare, qui in Italia, il socialismo.

IL SIMBOLISMO CINESE: I MOSTRI MESSI AL BANDO E IL RINNOVAMENTO DELL’ORDINE COSMICO

di Francesco Centineo

Ora, ecco come KOUEN divenne genio di un Monte Polare. Allorché Yao decise di cedere a Chouen il potere, KOUEN «fu preso da una furia di bestia feroce. Assemblò delle corna di animali e riuscì a fare delle bandiere. Intimato di comparire alla corte, non venne. Vagabondò in campagna per fare del male al Sovrano. È allora che Chouen lo mise al bando sul Monte degli Uccelli e lo squartò con il coltellaccio (di) You. KOUEN, espulso e squartato, si trasformò in Orso divino.

Lu che tch’ouen ts’ieou – Traduzione a cura di Marcel Granet

Espellere le forze del male, respingere gli influssi demoniaci, ovvero, tutto ciò che non è buono e non è giusto, poiché non conforme all’ordine e quindi all’ortodossia. Rinnovare la Virtù e ricostituire l’Ordine, sia quello spaziale che quello temporale. 

Le forze malefiche portano disordine nell’Universo e l’unica maniera che esiste, secondo gli uomini della tradizione cinese, per ristabilire armonia nel Mondo, è quello di rinnovare la Virtù Celeste. Il Sovrano Universale deve garantire il rinnovamento della Virtù. Quando il Sovrano non riesce più a mantenere l’Ordine, le Virtù decadute provocano disordine. Un Sovrano viene deposto, un nuovo Sovrano sorge. Il Re è morto. Viva il Re!       

«Una Scuola dice: «Le Virtù trionfano a turno una sull’altra». «Ognuna, a turno, viene prodotta dalla precedente» risponde una seconda Scuola. Tutte le Scuole proclamano di comune accordo che il regno di una Virtù è un periodo individualizzato del Tempo. Questo regno corrisponde a una Dinastia o a un Sovrano.» 

Il Sovrano, l’Imperatore Celeste, l’Uomo Unico, stabilisce l’Ordine attraverso la costituzione di un Calendario che «si afferma con la scelta di Numeri-campione e di Emblemi». La divina provvidenza, la Volontà del Cielo, si manifesta attraverso dei segni cosmologici che vengono interpretati dai saggi cinesi e riportati nei documenti dagli storici.   

«La Verità di questa simbologia è testimoniata da alcuni prodigi. Lo Spazio vi collabora: la montagna dove hanno luogo le insegne d’infeudazione sfoggia una nube che ha il Colore del Sovrano. Sotto il dominio di un medesimo Calendario, il Mondo è uno solo. Quando il Calendario muta il Mondo viene trasformato. I Sovrani, Signori del Calendario, e la loro Virtù traggono la loro efficacia da un’investitura del Cielo, Signore delle Stagioni e dell’Evoluzione naturale. Il Cielo è Mutevole. Ha un mandato a termine. Raggiunge l’apice e poi declinare è nel Destino di una Virtù. Esiste un periodo in cui una Virtù coincide con la Volontà del Cielo. Questa Virtù, allora, è fausta e l’Ordine del Mondo è concordante. Una Virtù in decadenza è alle prese con un Mondo disarmonico, Malefica, e deve essere eliminata»                                                                                                            

Una Dinastia decade, o meglio, «viene eliminata» ed un’altra le subentra. Il Sovrano ha un mandato a termine. I segni cosmologici determinato l’inizio e la fine del mandato. Quando un Sovrano decade, deve essere squartato e messo al bando. «Ogni cambiamento di Sovrano è una lotta tra due Elementi. C’è UN vincitore c’è UN vinto. Ci possono essere QUATTRO espulsi.»

Nelle società tradizionali attraverso l’azione rituale i mostri, i demoni, vengono messi al bando. Nella tradizione cinese, questa pratica viene descritta dagli antichi storici, i quali, attraverso il linguaggio simbolico o parabolico, ci narrano di queste usanze millenarie così fortemente radicate nella mentalità cinese. Tale  archetipo ripete lo squartamento primordiale del serpente cosmico. Kouen è Uno ed è Trino. KOUEN è il Grande Ghiottone. I suoi figli: Caos, Mascalzone e  Piolo sono i San Miao, le Tre Malvagità. 

Nello studio Danze e Leggende dell’Antica Cina il sinologo Marcel Granet documentava che «La lista dello Chou king comprende QUATTRO personaggi che sembrano appartenere allo steso rango. Lo Tso tchouan  parla prima di un gruppo formato dai discendenti degeneri e viziosi dei TRE Sovrani […]. A questi si aggiunge un’altra figura, che discende da una personalità più oscura, e così il gruppo totale è di QUATTRO.»

Nello studio su La Grande Triade il René Guénon spiegava: «Nell’Universale, e visti dal lato del loro principio comune», ovvero: «il TAO», «il Cielo e la Terra si assimilano rispettivamente alla «perfezione attiva» (Khien) e alla «perfezione passiva» (Khouen). L’Essenza e la Sostanza, il Padre e la Madre, la Luce e l’Oscurità sono i due principi da cui sboccia la manifestazione universale. Il Padre penetra nella Madre e da alla luce il Figlio: l’«Uomo Unico» (Universo), Il Sovrano Universale rappresenta, a livello simbolico, Colui che sintetizza in sé tutta la manifestazione, ovvero, i diecimila esseri.
 

Ab origine, l’Eroe Civilizzatore, che è sempre un Sovrano, precisamente uno dei Cinque Sovrani, così come sono cinque gli elementi, squarta KOUEN, la perfezione passiva, il serpente cosmico. KOUEN, dopo essere stato «squartato», fatto in quattro parti (NORD, SUD, OVEST, EST), produce il «Cosmo». KOUEN dopo essere stato smembrato si trasforma nell’Orso Divino, e cioè, nella Stella Polare, nel «Motore Immobile», simbolo celeste per eccellenza. KOUEN si trasforma in KIEN, nella «perfezione attiva». 

KOUEN ed i San Miao quando vengono sacrificati ed espulsi si trasformano nei quattro Geni degli Orienti (i punti cardinali, le «quattro porte» del Mondo). I Geni degli Orienti hanno corpi di bestie, o meglio di mostri, e sono i protettori, degli Orienti, perciò, sia dell’Universo che dell’Impero. Il Sovrano con la sua azione rituale deve mantenere l’Ordine, quando il Sovrano non possiede più il mandato del Cielo, il Tempo e lo Spazio si squilibrano. 

Il Sovrano che non possiede più il mandato celeste viene associato a KOUEN, diviene il «Capro espiatorio» e viene squartato dal nuovo Sovrano che gli subentra. I Sovrani squartati vengono divinizzati e divengono i Geni degli Orienti. Chouen, il Sovrano che nel mythos squarta KOUEN, è Figlio tanto di KOUEN quanto di KIEN. Il Sovrano è sia Figlio del Cielo che della Terra. Citando ancora il Guénon:

«Il Cielo è suo padre, la Terra è sua madre»: questa è la formula iniziatica, sempre identica a se stessa nelle più varie circostanze di tempo e di luogo, che determina i rapporti dell’Uomo con gli altri due termini della Grande Triade, definendolo il Figlio del Cielo e della Terra». Peraltro è subito ,manifesto trattandosi di una formula iniziatica, che l’essere cui essa si applica nella pienezza del suo senso, più che l’uomo comune, l’uomo nelle attuali condizioni del nostro mondo, è l’«uomo vero» […]»

Il Sovrano Celeste è l’«uomo vero». Attraverso l’azione rituale mantiene l’Ordine Cosmico. Il Sovrano abita nel Ming Tang, la Casa Calendario. Il Ming Tang è un simbolo tanto dell’impero quanto dell’Universo e si compone di 9 stanze che simboleggiano le 9 province cinesi le quali rappresentano la «Rosa dei Venti», la Croce a 8 braccia: 4 punti cardinali + 4 punti intermedi ed un centro. Il numero 5 rappresenta il centro del quadrato, il quadrato centrale. Gli altri 8 numeri segnano le altre 8 facce del quadrato. Da questi 8 quadrati si aprono dodici porte: 4 dai quadrati indicanti i punti cardinali, 8 dai quadrati indicanti i punti intermedi che segnano i 12 mesi dell’anno. Il Sovrano durante l’Anno compie la circumambulazione del Ming Tang, l’ispezione dei Quattro Orienti ed il Sacrificio annuale al Cielo (lo squartamento). Attraverso queste azioni rituali mantiene l’Ordine del Tempo, dello Spazio e diffonde la Sua Virtù per tutto l’Impero; i Geni degli Orienti cooperano con Lui:

«La Virtù irradiata dall’Uomo Unico si segmenta per costituire QUATTRO Virtù regionali; poi il QUADRATO  delle Virtù lontane si concentra nella CAPITALE dalle QUATTRO Porte aperte e ricostituisce nella sua UNITÀ  primaria la VIRTÙ CENTRALE. Essa si ritrova intera e accresciuta. La Virtù si ritrova intera poiché in nessun posto del circuito vi è dispersione, essendo escluso ogni intervento delle forze aberranti: alle QUATTRO Estremità del Mondo, ostruendo il campo, i QUATTRO espulsi respingono i demoni […], le forze maligne. C’è incremento della Virtù regolatrice poiché formando, aldilà delle montagne cardinali, stazioni intermedie situate sui Monti polari, i QUATTRO Espulsi propagano l’Azione civilizzatrice: essa raggiunge allora i Barbari delle Regioni Deserte, i Barbari dei QUATTRO Mari. Questi formano le ultime mura quadrate del Mondo: penetrati dall’efficacia della Virtù sovrana, devono essere presenti per contribuire ai sacrifici dell’Avvento. A partire dall’Inaugurazione, rifluiscono verso il Centro. I Barbari dei QUATTRO  Mari, mura estreme dello Spazio, si concentrano intorno a questo Spazio centrale che è tutto lo Spazio: la Casa Quadrata del Calendario. In questa concentrazione di Spazio-Tempo che sono le Mura dell’Avvento, punto e momento iniziale, la Virtù Centrale si costituisce solo a condizione che essa si sia già propagata nello Spazio-Tempo sviluppata. Istantaneamente diffusa e recuperata, l’UNITÀ regolatrice non si crea che proiettandosi ai Poli dei QUADRUPLI SETTORI sui quali vuole dettare legge. Essa è pienamente concentrata solo quando si diffonde: è UN solo quando si SQUARTA.»

UNA MAPPA SCONCERTANTE

a cura di Distopia2.0

Il fiorentino Francesco Rosselli (1448-1513) fu miniatore, incisore, stampatore e cosmografo tra i più importanti del primo ‘500. A Firenze, e successivamente a Venezia, aveva una delle più attive botteghe per la produzione di mappe, vedute di città e stampe d’arte.

La carta più nota di Rosselli è il planisfero datato 1508, il primo a rappresentare l’intera superficie terrestre all’interno di una griglia cartografica che abbraccia tutti i 360° di longitudine e i 180° di latitudine all’interno di una proiezione ovale, poi usata dai più grandi cartografi del XVl secolo (Agnese, Bordone, Ortelius, Gastaldi, Münster).

Rosselli documenta il Nuovo Mondo di Colombo e Vespucci come un continente separato dalla parte settentrionale scoperta da Caboto, che invece si configura come un’estensione dell’Asia. All’estremo sud è raffigurato un continente nominato “Antarticus”.

Del suo celebre planisfero si conoscono quattro copie: oltre a quella conservata al National Maritime Museum di Greenwich, in Inghilterra (vedi sopra), realizzata su pergamena, colorata a mano e preziosamente illustrata, una copia, incisa a bulino su matrice di rame, si trova a Firenze nella Biblioteca Nazionale Centrale. Un’altra copia, sempre realizzata su pergamena e dipinta a mano, è conservata alla Ratsschulbibliothek di Zwickau, in Germania, mentre una copia incolore si trova nella collezione privata Arthur Holzheimer di Chicago, negli Stati Uniti.

Ancora una volta, ciò che lascia perplessi di questa straordinaria carta è l’anno in cui è stata realizzata, il 1508, ben tre secoli prima della scoperta ufficiale dell’Antartide. Eppure, anche in questo caso, il continente antartico è raffigurato con precisione su una mappa del XVl secolo.

Immagine: ‘Planisfero Rosselli’, 1508 circa. National Maritime Museum, Greenwich.

UNA MAPPA SCONCERTANTE
UNA MAPPA SCONCERTANTE

L’assedio degli Usa e dei sodali attorno all’Iran restaurerà la dinastia Pahlavi?

di Cinzia Romani

Il ruolo infelice delle donne sterili ripudiate dal Reza Scià e la presenza femminile nelle recenti dimostrazioni.

Il naso a pera dei Pahlavi si affaccia dai media internazionali. E’ quello del figlio dell’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, che sedeva sul Trono del Pavone prima degli ayatollah. Ma se Ciro Pahlavi, 50 anni di esilio dorato tra Parigi e New York, ha scarse possibilità di tornare da leader in Iran, perché i giovani iraniani, anima dell’attuale rivoluzione, detestano i vecchi arnesi, c’è chi ricorda il tris di donne intorno al deposto Scià . E mentre le ragazze iraniane per strada gridano “Donna. Vita. Libertà”, bruciando le foto di Khomeini e pagando con la vita il proprio dissenso, torna in mente il vecchio modello di donna persiana, la sottomessa per eccellenza, la ripudiabile ove sterile.

Soraya dagli occhi tristi

In Italia, negli anni ’60, sui rotocalchi spopolava Soraya, la principessa che nei suoi grandi occhi verde-smeraldo raggrumava ogni malinconia. Ripudiata da Reza Pahlavi, che l’aveva sposata nel 1951, al palazzo Golestan di Teheran – lei, in abito da sposa Dior: 37 metri di lamé argentato, 20 chili tra diamanti e perle, 20mila piume di marabù; lui, in alta montura monarchica -, perché incapace di sfornare l’erede maschio, alla povera Esfandiary non restò che emigrare ai bordi del jet-set internazionale. Dimenticabili certi suoi film italiani, pompati dalla favola della principessa inconsolabile, scaricata nel 1958, con un annuncio radiotelevisivo, durante la cui registrazione lo Scià pianse. Così dicono.

Ufficializzato il divorzio, Soraya ebbe una storia col regista Franco Indovina, morto in un incidente aereo di Palermo nel 1972 [che non-incidente poi si è rivelato, NdR]. Troppa tristezza portava male? Alcol e barbiturici ebbero la meglio e Soraya, mezza tedesca e cattolica, finì la sua vita di mondana giramondo nella casa parigina di Avenue Montaigne. Invano aveva tentato di rivedere lo Scià, malato di cancro.

Prima della Esfandiary-Bakhtiari, sul Trono del Pavone, lato femminile, c’era stata un’altra ripudiata per incapacità di scodellare un  maschio, la figlia del Re Fuad I e sorella di Re Farouk, Fawzia d’Egitto. Paragonata all’attrice Vivien Leigh per via degli occhi azzurri e del fare da diva hollywoodiana, l’infelice sposa di Reza (matrimonio nel 1939) era cresciuta nel lusso cosmopolita del Cairo, rifiutandosi d’imparare il persiano: la sua lingua favorita era il francese  e fece in tempo a partorir  una femmina, Shanaz, prima di tornare in Egitto da divorziata. La “Venere del Nilo”non aveva mai amato la corte di Teheran, piccina, per lei, e soffocante con quel mantra dell’erede maschio che dal suo ventre non usciva.

Farah Diba, imperatrice moderna

Un ripudio via l’altro e si arriva a Farah Diba, l’imperatrice moderna, che nel 1959 divenne moglie e partner politica dello Scià. Laureata in architettura, indossò spesso il tamburello e i tailleur come Jackie Kennedy, fondò il Museo d’Arte Contemporanea di Teheran e acquistò opere di Picasso, Pollock e Warhol. Tutt’altro che  sottomessa, puntò ad emancipare le donne dando il via alla “Rivoluzione Bianca”, come lei stessa scrive nel libro La mia vita con lo Scià.

L’unico figlio vivente di Farah è appunto quel Ciro dal naso a pera, corteggiato dagli Usa per fare il pupazzo nell’Iran che ora brucia. Gli altri due, Alì Reza e Leila sono morti suicidi, con grande strazio della “Shahbanu”, oggi 87enne, l’ultima imperatrice di un Iran che chiede cambiamenti. Più donne libere e coraggiose alla Rubina Aminian, la studentessa di moda freddata a Teheran da una pallottola mentre manifestava contro il regime, e meno piume di pavone, perle e veli sugli occhi tristi.

Tratto da: Barbadillo

L’assedio degli Usa e dei sodali attorno all’Iran restaurerà la dinastia Pahlavi?
L’assedio degli Usa e dei sodali attorno all’Iran restaurerà la dinastia Pahlavi?

TA’WĪL: CLASSICO ISMAILITA E SINCRONIZZAZIONE DI PINNA TRA ANALOGIE E DIFFERENZE

a cura di Radio Calamo

Come può un testo scritto nel settimo secolo, il Corano, essere letto oggi non solo come attuale, ma addirittura futuribile?

Eh, sembra un paradosso, vero?
Sì, proiettato in avanti nel tempo.

È un’idea affascinante. E oggi vorrei che ci immergessimo proprio in questo.

C’è l’idea di esplorare come un testo sacro possa essere visto non come una reliquia ma come una fonte perennemente viva. Guarda, per capirci faremo due tappe diciamo.

La prima ci porta indietro nel tempo, a una corrente storica molto influente dell’Islam, l’ismailismo. OK.

Loro hanno costruito praticamente la loro intera dottrina sull’idea che il testo abbia un significato nascosto. E la seconda tappa?

La seconda ci riporta ai giorni nostri, al lavoro di un islamologo, Alessio Pinna, che spinge questa idea di interpretazione continua a un livello direi ancora più estremo. E le fonti?

Le fonti sono proprio i suoi scritti e alcuni testi academici sulla gnosi ismaelita appunto. Perfetto. L’obiettivo quindi è mettere confronto questi due approcci.

Partono da una premessa simile, cioè il testo deve parlare a ogni epoca. Esatto. Ma arrivano con inclusioni radicalmente diverse.

Vediamo come un’antica tradizione spirituale e una teoria contemporanea cercano di rendere un testo antico un organismo che dialoga con il presente. E addirittura con il futuro.

Allora, iniziamo dalle fondamenta. Quest’idea che un testo sacro abbia più strati di significato. Uno letterale e uno nascosto.

Questo è il quale del pensieri ismailita, giusto? Esatto. E proprio il cuore pulsante.

Loro l’hanno formalizzata con due termini arabi che sono cruciali: Tanzil e Tawil. Vediamoli.

Cos’è il Tanzil? Allora il Tanzil potremmo tradurlo come la discesa. È la rivelazione che si manifesta nel mondo.

Nero su bianco. Ok. È il testo letterale, la sua forma esteriore, lo zahir.

Pensa, non so, al corpo di una persona. Ok, il corpo visibile e tangibile. E il Tawil.

Il Tawil è un movimento contrario, significa riportare all’origine. È l’interpretazione esoterica, quel processo che svela le verità spirituali, intellettuali, nascoste dentro la lettera.

Quindi è il significato interiore, il batin. Proprio così. Se il Tanzil è il corpo, il Tawil è l’anima.

E le fonti ismailite su questo sono direi categoriche. In che senso? Nel senso che una religione basata solo sulla lettera solo sul Tanzil è come un corpo

senza anima, un guscio vuoto. Per questo il Tawil non è un esercizio intellettuale per pochi. È una necessità vitale.

Quindi se ho capito bene leggere solo il testo letterale è un po’ come guardare la fotografia di una persona e pensare di conoscerla. Metre l’interpretazione il Tawil è il tentativo di capire i suoi pensieri la sua anima.

Un processo molto più profondo e immagino anche molto più complesso. Hai colto il punto perfettamente. È un processo vitale, sì.

L’unico che permette di mantenere il testo vivo e di accedere al suo vero messaggio. Ma come ha intuito è anche un processo delicato e potenzialmente pericoloso. E infatti la domanda sorge spontanea: se tutti possono, diciamo, interpretare l’anima

del testo non si rischia il caos più totale? Certo. Chi ha l’autorità di dire qual è l’interpretazione corretta?

Assolutamente. Il pensiero ismailita ha una risposta molto, molto precisa questa domanda e si incarna in una figura centrale.

L’imam del tempo. Ah, ecco. Il Tawil non è un’esegesi fai-da-te, per intenderci.

L’autorità di svelare i significati in ascosti del corano è riservata esclusivamente all’imam. Che è visto come la guida spirituale.

È la guida spirituale designata, l’Ulu-l-amr, di cui parla il testo stesso. È lui l’unico intermediario legittimo tra la comunità e appunto l’anima delle rivelazione. La sua funzione è proprio quella.

Perpetuare la guida divina attraverso un’interpretazione che si adatta costantemente i tempi. In rispetto a questo è un punto chiave.

Se l’interpretazione cambia con ogni imam per adattarsi ai tempi, come si mantiene una coerenza di fondo nella dottrina? Non c’è il rischio che un imam dica una cosa e il suo successore 100 anni dopo dica l’esatto

opposto? È un’ottima domanda che tocca il cuore del loro sistema. La coerenza per loro non è vista come rigidità ma come continuità di uno stesso principio.

Ogni imam non cancella il lavoro del precedente, ma lo sviluppa. Lo evolve, diciamo. Lo evolve, si.

È come se avessero una chiave di lettura fondamentale che rimane la stessa, ma l’applicazione di quella chiave al mondo cambia. Perché il mondo cambia, che il metodo interpretativo sia trasmesso in modo corretto.

La coerenza quindi non sta nell’identità delle conclusioni, ma nella legittimità della fonte che le produce: L’imam.

Capisco. La figura dell’imam è quindi un pilastro insostituibile, un garante vivente del significato. Esatto.

E questo rende ancora più di rompente l’approccio di Alessio Pinna, perché lui parte dalla stessa esigenza, mantenere vivo il testo, ma butta giù proprio quel pilastro. Esatto.

È un salto radicale. Pinna introduce un concetto che chiama “sincronizzazione”. E’ molto attento a distinguerlo da quella che definisce “attualizzazione inversa”.

E cosa sarebbe l’attualizzazione inversa? E’ quello che fanno in molti. Cioè prendere le proprie idee moderne, scientifiche e politiche e proiettarle all’indietro sul

testo antico per fargli dire quello che vogliono sentire è un’operazione forzata. Certo, è il classico “lo aveva già detto il testo sacro”. Proprie quello.

La sincronizzazione secondo Pinna è l’esatto contrario. Non si tratta di proiettare il nostro presente sul loro passato. Ma di rapportare il loro presente al nostro presente.

Esattamente. In pratica significa mettere in relazioni modelli metafisici e concettuali del Corano con le conoscenze scientifiche e tecnologiche di oggi.

Per vedere se risuonano se entrano in un dialogo proficuo. Questa idea di mettere in relazione mi fa pensare se il testo accompagna l’evoluzione umana.

Significa che tra, non so, 500 anni, con scoperte scientifiche che oggi non possiamo neanche immaginare. Certo. Per vedere però scoprire nel Corano significati completamente nuovi, per noi oggi inaccessibili.

È esattamente questa l’implicazione. Secondo questa lettura, l’impostazione stessa del Corano, la sua architettura interna, gli permetterebbe di accompagnarsi a tempo indefinito all’evoluzione della civiltà umana.

Incredibile. Pinna, sostiene che questo approccio genera innumerevoli concordanze con le scoperte scientifici, non perché il Corano sia un libro di scienza – attenzione.

Certo, non è un manuale scientifico. No, ma perché conterebbe dei modelli di pensiero, delle strutture logiche, che si rivelano compatibili con ciò che la scienza scopre molto, molto dopo.

Puoi farmi un esempio concreto? Perché detto così rimane un po’ astratto. Certo.

Pensiamo per esempio un versetto che descrive la creazione strutturata in sette celli sovrapposti. Un’interpretazione letterale è statica.

7 cieli, punto. Esatto, un’interpretazione allegorica tradizionale potrebbe vederci sette livelli spirituali. La sincronizzazione invece potrebbe metterlo in dialogo con, per dire, la teoria delle stringhe,

che ipotizza dimensioni extra. OK. L’obiettivo non è dire il Corano ha predetto la teoria delle stringhe, sarebbe ingenuo.

Sarebbe l’attualizzazione inversa che criticava prima. Proprio così. L’insight sta nel mostrare come un antico modello metafisico, posso offrire un framework

di pensiero, un’architettura concettuale, sorprendentemente compatibile con una scoperta scientifica moderna. La concordanza non è nella profezia, ma nella compatibilità strutturale.

Il testo si sblocca quando la nostra conoscenza arriva a livello giusto per dialogare con esso. È affascinante.

È quasi come avere un software antico che gira su un computer moderno. Il codice non cambia, ma il nuovo hardware, la nostra conoscenza attuale, sblocca funzionalità che sono sempre state lì.

Latenti. Bellissima analogia. Rende l’idea perfettamente.

E questo ci porta al punto di rottura totale con l’ismailismo. Se per loro l’interprete autorizzato e l’imam, Pinna, chi è l’interprete?

O meglio, cos’è. Questa è la rivoluzione. Pinna elimina qualsiasi intermediario umano.

Non solo il singolo studioso, ma anche l’istituzione dell’imam. Quindi nessuno? Secondo il suo metodo è il Corano stesso, il testo, a diventare l’unico intermediario tra

l’umanità e il mondo sovrannaturale. E come farebbe? Lo fa attraverso le sue strutture interne, che funzionerebbero come una specie di manuale

di decodifica incorporato. Un manuale di decodifica interno. L’idea di codici matematici o strutture ipertestuali in un testo del settimo secolo suona quasi

fantascientifica, non si rischi discadere in quello che Pinna stesso critica, cioè proiettare sul testo qualcosa che non c’è, una specie di numerologia moderna? La critica è legittima ed è il rischio principale di approcci del genere.

Pinna si difende sostenendo che queste non sono proiezioni, ma strutture oggettive del testo. Ad esempio? Quando parla di struttura ipertestuale, per esempio, non intende nulla di mistico, si riferisce

al fatto che una parola o un concetto in un capitolo può funzionare come un link, rimandando a decine di altri passaggi in tutto il libro. Passaggi che ne illuminano espandono o complicano il significato.

La lettura non è più lineare, da pagina 1 a pagina 600, diventa una navigazione in una rete di concetti interconnessi. E la decodifica sta nel mappare questa rete?

Esatto, l’autorità quindi non è più in una persona, ma nel rigore del metodo con cui si esplora questa struttura. Aspetta un attimo.

L’idea è di un testo autosbloccante e potente, ma mi sembra anche potenzialmente pericolosa. Se non c’è più un’autorità centrale come “l’imam”, chiunque può rivendicare di aver trovato la sincronizzazione corretta e far dire al testo qualsiasi cosa, magari per giustificare le

propria idee, anche le più strampalate, come si previene l’anarchia interpretativa? Questo è il vero punto o debole o se vogliamo la sfida più grande di un sistema del genere. L’approccio di Pinna sostituisce l’autorità carismatica o istituzionale dell’imam con l’autorità

del metodo scientifico. In che modo? La validazione di un’interpretazione non verrebbe più dalla persona che la propone, ma dalla

sua falsificabilità e dalla sua coerenza interna con l’intera struttura del testo. Quindi deve essere dimostrabile. In teoria un’interpretazione è sincronizzata, dovrebbe essere dimostrabile non solo affermata,

dovrebbe mostrare come i pezzi del puzzle si incastrano in modo coerente. Certo, nella pratica il rischio di derivato soggettive è enorme. Chiaro.

Si sposta il problema dal “chi ha l’autorità per interpretare” al “quale è il metodo corretto e chi lo applica bene”. Quindi il paradigma si sposta completamente.

L’autorità interpretativa non risiede più in una persona per quanto illuminata, ma è immanente al testo stesso. Proprio così.

E l’accesso al significato profondo dipende dalla capacità del lettore di applicare questo metodo rigoroso di sincronizzazione. Proprio così.

E la conseguenza è ancora più profonda di quanto sembri. Questo approccio non produce solo letture contemporanee, cioè valide per il nostro oggi. Ma?

Produce letture che Pinna definisce futuribili. Il testo non è più legato a un’interpretazione valida per una specifica epoca, mediata da una guida.

Si sgancia dal tempo. Al contrario, si apre a infinite letture e future, potenzialmente in grado di adattarsi a stadi di evoluzione della civiltà che non abbiamo ancora neanche raggiunto.

In questo modo il testo diventa di fatto a temporale. È un salto concettuale enorme rispetto alla pur avanzatissima concezione ismailita. Quindi tirando le somme siamo partiti da un’idea già molto sofisticata, quella ismailita

di un significato nascosto che può essere svelato solo dall’imam di ogni epoca. Per arrivare a una visione ancora più estrema, quella di Pinna che vede il Corano come un testo software autosbloccante.

Sì, l’analogia del software è perfetta. Che attraverso il metodo della sincronizzazione dialoga perpetuamente non solo con il presente, ma anche con il futuro dell’umanità e lo fa senza più bisogno di alcun mediatore

umano. Esatto. E per lasciare un pensiero finale su cui riflettere, vorrei prendere in prestito una figura che

lo stesso Pinna cita. Il grande mistico sufi Mansur al-Hallaj, martirizzato nel decimo secolo. Per le sue affermazioni considerate blasfeme, vero?

Sì. A lui è attribuita questa frase sconvolgente. Ho visto il mio signore con l’occhio del mio cuore.

Gli ho chiesto. Chi sei tu? Mi ha detto tu.

Una frase vertiginosa… Che nesso c’è con la nostra discussione? Il nesso che Pinna propone è un parallelo audace. E collega questa intuzione mistica sull’identità tra l’osservatore e il divino con l’indistinguibilità

tra osservatore e sistema osservato che la fisica ha scoperto a livello quantistico. L’atto di osservare cambia la realtà osservata. Precisamente.

E questo ci porta alla domanda finale per chi ci ascolta. Esatto. Se l’interpretazione non ha più bisogno di intermediari e si fonda unicamente su questa

sincronizzazione tra la coscienza del lettore e la struttura del testo, quale diventa il ruolo della nostra coscienza in questo processo? Cioè, l’atto di interpretare smette di essere una semplice decodifica passiva.

E diventa forse una forma di co-creazione del significato. Un modo per ridefinire continuamente, in ogni epoca, il rapporto tra il Divino e l’Umano, dove chi interroga il testo finisce in un certo senso per interrogare e trovare se stesso.

ASCOLTA IL PODCAST: https://www.spreaker.com/episode/ta-wil-classico-ismailita-e-sincronizzazione-di-pinna-analogie-e-differenze–69470246

LEGGI IL LIBRO: https://www.alqalam.it/alessiopinna/libri/manuale.html

Il più esteso e documentato studio mai compilato sulla possibile connessione fra versetti coranici e vita extraterrestre. Alessio Pinna, studioso di religioni abramitiche ed ex-docente di Teologia delle Religioni Non-cristiane presso il Centro Diocesano di Teologia di Oristano, ci conduce in questo immaginifico viaggio attraverso le domande suscitate da alcune caratteristiche uniche del Corano, la presenza di nozioni scientifiche e i codici matematici con cui è stato assemblato il testo originale giunto fino a noi. Verso il X secolo, col freno al proliferare di interpretazioni da parte dei dotti musulmani, si legò l’esegesi coranica alle conoscenze tecnologico-scientifiche del tempo. Lo stesso islam andò incontro ad un graduale processo di cristallizzazione. Cosa succederebbe se ora si riaprissero le porte dell’interpretazione, e si tornasse a leggere il Corano in sincronia col tempo presente? Quali nuovi e sorprendenti significati si possono ritrovare, alla luce delle nuove conoscenze, in versetti che parlano esplicitamente di altri mondi, viaggi nello spazio, assemblee di guardiani della Terra e torri nel cielo? E soprattutto quale spiegazione logica dare del cosiddetto “miracolo scientifico” e delle complesse strutture numeriche effettivamente riscontrabili nel Corano? Questo manuale raccoglie le tante ipotesi in merito sollevate dai dotti musulmani e da autori di ogni estrazione, arrivando a superarle formulandone di nuove sulla base di un approccio quanto più possibile razionale. Quanto si troverà andrà molto oltre quanto finora stabilito dalla dottrina islamica. Oltre i libri che parlano di Elohīm e Nefīlīm in chiave fantascientifica. Oltre ogni immaginazione.

TA'WĪL: CLASSICO ISMAILITA NELLA SINCRONIZZAZIONE DI PINNA TRA ANALOGIE E DIFFERENZE
TA’WĪL: CLASSICO ISMAILITA NELLA SINCRONIZZAZIONE DI PINNA TRA ANALOGIE E DIFFERENZE

IL PATRIARCATO E IL MATRIARCATO

di Marco Pavoloni

Patriarcato e matriarcato non sono costruzioni sociali nate da contratti sociali o dinamiche economiche , ma sono due modalità cosmologiche attraverso cui l’umano ha tentato di riflettere l’ordine dell’Essere.

Prima che la modernità riducesse tutto a psicologia e sociologia, queste due forme rappresentavano i due poli fondamentali della manifestazione: il solare e il lunare, l’asse e il centro, la verticalità e la gravità.

Il patriarcato è l’ordine verticale, solare, yang.

Non nasce per “dominare”, ma per reggere: reggere il rischio, custodire la legge, incarnare il limite.

L’uomo non vale per ciò che desidera, ma per ciò che sopporta: la fatica, l’onore, la responsabilità.

Un patriarcato sano genera padri, cioè colonne.

Un patriarcato degenerato genera soltanto maschi svuotati, teatrini virili senza centro, forza priva di principio.

Il matriarcato è l’ordine circolare, lunare, yin.

La donna vi è il cuore non perché “conquista potere”, ma perché è la fonte: del sangue, della continuità, della memoria profonda. Il suo dominio non è autoritario, è gravitazionale: tutto proviene da lei e a lei ritorna.

Quando è sano, il matriarcato crea comunità compatte.

Quando degenera, produce possesso emotivo, tribalismo, fusione indifferenziata, la tirannia del nido e delle appartenenze ristrette.

Fin qui saremmo nella semplice antropologia tradizionale. Ma con René Guénon si sale di livello: perché per il grande metafisico francese patriarcato e matriarcato non sono due modelli sociali, bensì due riflessi inferiori di principi cosmologici – il solare e il lunare, l’Autorità e il Potere – che solo il riferimento al Principio trascendente può armonizzare e rendere legittimi.

Secondo la prospettiva guénoniana, le due polarità — solare e lunare — sono soltanto i riflessi inferiori dei due principi superiori: Autorità spirituale e Potere temporale.

All’interno di una civiltà integrale, i due poli cooperano; quando si separano dal Principio, deviano.

Guénon, ne La Grande Triade, chiarisce con esattezza la natura inscindibile di questi poli:

«Nella tradizione estremo-orientale, il Cielo corrisponde al principio attivo (yang) e la Terra al principio passivo (yin); questi due principi sono complementari e nulla può prodursi dalla loro separazione, poiché l’uno non può agire senza l’altro.»

(La Grande Triade, cap. II

– L’eccesso patriarcale non è troppa forza: è perdita della verticalità, ridotta a coercizione materiale.

– L’eccesso matriarcale non è troppo cuore: è scomparsa del centro, regressione all’indistinto emotivo.

E qui sta la chiave: quando il mondo moderno parla di patriarcato e matriarcato, non parla più dei principi, ma delle loro ombre. Le due forme non sono più polarità cosmiche: sono caricature sociologiche nate dalla dissoluzione del simbolismo.

La nostra epoca non è “troppo patriarcale” o “troppo matriarcale”: è acefala, orizzontale, sradicata. Un mondo in cui il padre non ha autorità e la madre non ha centralità, in cui il principio solare e quello lunare non si riflettono più l’uno nell’altro. Resta solo un potere tecnologico, burocratico, anonimo: ciò che Guénon chiamerebbe il Regno della Quantità, privo di luce e privo di calore.

Nel simbolo dello Yin-Yang, questa verità appare in forma perfetta: i due poli sono complementari, si inseguono, si contengono, si equilibrano attraverso un Centro che non è né maschile né femminile, ma trascendente. Infatti una civiltà esiste solo quando possiede una colonna che eleva (il padre) e un centro che radica (la madre). Ma soprattutto quando riconosce ciò che li trascende entrambi.

Patriarcato e matriarcato non sono quindi due alternative da votare, e su cui azzuffarsi ma due metà di un’unica totalità cosmologica.

La loro decadenza non nasce dal prevalere dell’uno sull’altro, ma dalla perdita del Centro da cui entrambi traggono significato.

Senza il Principio, il solare diventa tirannico e il lunare diventa caotico. Senza il Centro, i poli non generano ordine: generano massa, indifferenziazione, conflitto sterile e puerili rivendicazioni nell’angusto ambito socio-politico.

E così, nella modernità come pure nel post moderno la disputa su “chi opprime chi” è solo il teatro di un mondo senza simboli, privo di trascendenza, orizzontale, piatto.

Forse quindi la verità più semplice e più terribile: Ogni ordine umano richiede una forza che innalza e una forza che radica: il padre che dà direzione, la madre che dà appartenenza. Perché soltanto il Principio, che ordina e trascende i due poli, può fondare una civiltà.

~ MP~

IL PATRIARCATO E IL MATRIARCATO
IL PATRIARCATO E IL MATRIARCATO

MARIA LEGENS

a cura di Tania Perfetti

L’immagine di Maria che legge è una delle più complesse dell’arte cristiana: stratifica memoria giudaica, esegesi cristiana, riflessione sull’Incarnazione e, soprattutto dal tardo Medioevo, un’interiorizzazione crescente della vita devozionale. Nei testi canonici Maria non viene mai mostrata nell’atto della lettura, e tuttavia la tradizione, a partire dagli apocrifi, in particolare dal Protovangelo di Giacomo, la descrive come giovane educata al Tempio, immersa nello studio e nella preghiera. Da qui discende un’iconografia che non è invenzione estetica, ma esito di una meditazione teologica: Maria viene collocata nel cuore della Scrittura ebraica che preannuncia il Messia.

IL LIBRO COME ECO DELLA TORAH E LUOGO DELL’INCARNAZIONE

Nell’Occidente medievale la scena privilegiata per rappresentare Maria in lettura è l’Annunciazione. Il libro aperto davanti a lei, spesso il profeta Isaia, non è un semplice attributo, ma il tramite figurativo attraverso cui l’Antico Testamento si compie nel Nuovo. Panofsky definì questa immagine una “verbalizzazione figurativa dell’Incarnazione”: ciò che Maria legge si fa carne nel momento in cui l’angelo pronuncia il suo annuncio. Non è raro che, nelle opere fiamminghe (da Campin a Van Eyck), il libro sia doppio, legato da un segnalibro che allude alla continuità tra le due economie della salvezza.

Fino al XIII secolo Maria legge soprattutto un rotolo, eco evidente della Torah; soltanto più tardi il codice sostituisce la pergamena. Come ha osservato Miri Rubin, il passaggio non è tecnico, ma teologico: la trasformazione materiale del testo sacro accompagna il processo di cristianizzazione della parola. Nonostante ciò, l’ascendenza ebraica non scompare: alcune miniature del Duecento mostrano pergamene con lettere quadrate stilizzate, memoria visiva della scrittura ebraica e affermazione silenziosa dell’identità di Maria come “figlia d’Israele”.

DAL TRECENTO: LA LETTURA COME INTERIORITA’ E IMITAZIONE SPIRITUALE

Con il Trecento e Quattrocento, e con la diffusione della spiritualità domestica, la Virgo Legens diventa non solo figura teologica, ma modello di contemplazione personale. Maria legge con gli occhi e concepisce con il corpo: come sottolinea Caroline Bynum, il tardo Medioevo unisce testo e carne, meditazione e incarnazione. Non sorprende che i libri d’ore moltiplichino questa iconografia, trasformando la lettura della Vergine in un gesto disponibile al fedele che medita.

È in questo clima che emerge una variante iconografica più rara ma estremamente significativa: Maria che legge alla presenza di Giuseppe.

GIUSEPPE ACCANTO ALLA LETTURA: LA SANTITA’ DELLA VITA DOMESTICA

A partire dal tardo Medioevo e soprattutto tra Quattrocento e Cinquecento, gli artisti iniziano a raffigurare Giuseppe vicino a Maria mentre lei legge. Non è un episodio narrativo, ma una meditazione visiva sulla Sacra Famiglia. Giuseppe non interrompe la lettura: la custodisce. La sua presenza, lontanissima dalle rappresentazioni medievali che lo relegavano ai margini, diventa una forma di contemplazione. Maria medita la Scrittura; Giuseppe medita Maria.

Nella pittura nord-europea egli appare spesso defilato, impegnato in un gesto umile, lavorare il legno, ravvivare il fuoco, mentre la Vergine è assorta sul libro profetico. L’atto di leggere continua ad essere presentato come eco della Torah, soprattutto quando il testo conserva forme arcaicizzanti o pergamene aperte. In alcune opere fiamminghe del primo Cinquecento, il libro è esplicitamente aperto su passi di Isaia, mentre Giuseppe partecipa interiormente all’evento rivelato attraverso la parola. Rubin ha osservato che la sua presenza non diminuisce il carattere mariano della rivelazione, ma lo amplifica, rendendo visibile la santificazione della vita familiare.

Nell’Italia del Quattrocento, soprattutto tra i toscani e gli umbri, Giuseppe appare più vicino, più affettuoso, partecipe della stessa luce concettuale che avvolge Maria. Senza parlare, testimonia la sacralità della quotidianità domestica: la Parola entra nella casa attraverso il libro della Vergine, e Giuseppe la riconosce con la delicatezza del custode.

UN MICROCOSMO DELLA CHIESA

Queste immagini raramente includono il Bambino. La scena non racconta un evento, ma mostra la teologia incarnata in un istante familiare idealizzato. Maria legge la Scrittura che preannuncia il Messia; Giuseppe contempla colei che la incarna. La continuità tra la Torah e il compimento cristiano, tra la lettura e la maternità divina, tra silenzio e rivelazione, trasforma la Sacra Famiglia in un microcosmo della Chiesa: Maria come luogo della Parola, Giuseppe come custode della sua realizzazione, la casa come spazio teologico.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

• Maria nell’arte. Iconografia e iconologia mariana in venti secoli di cristianesimo — di Renato Pisani. Un ottimo saggio panoramico sull’evoluzione dell’immagine di Maria dal primo cristianesimo fino all’età moderna.

• Iconografia Mariana nei Masi dell’Alto Adige, di Natalia Giatti. Si occupa di un contesto regionale specifico (Alto Adige), utile per studiare varianti locali e immagini “vernacolari” di devozione popolare.

• Iconografia mariana nei primi secoli del cristianesimo, (autore indicato dalla scheda libraria). Interessante se vuoi risalire alle origini delle rappresentazioni mariane nella prima epoca cristiana.

• Le vie dell’iconografia cristiana. Antichità e Medioevo, un testo su come si sviluppò l’iconografia cristiana in generale: utile per comprendere il contesto da cui emergono le raffigurazioni di Maria.

• La vita della Madonna nell’arte, un volume illustrato (a cura di più autori) che percorre le varie fasi della raffigurazione di Maria nell’arte. Utile per avere un panorama visivo ampio.

• Tessere la speranza. Le vesti preziose della Madonna di Loreto, un libro che analizza la devozione mariana legata a un santuario preciso: interessante se vuoi studiare l’interazione fra culto, iconografia e antropologia religiosa.

• Madonna, un libro generico sull’immagine mariana, che può servire come introduzione o complemento per comprendere vari “tipi”: utile se cerchi qualcosa di accessibile e non troppo specialistico.

• Maria: Icona del Cristiano, un testo di taglio più devozionale iconografico, che riflette sul significato spirituale delle immagini mariane.

ALCUNI TESTI ACCADEMICI / IN INGLESE UTILI

• The Virginity of the Virgin: A Study in Marian Iconography, di Lasse Hodne: analizza temi iconografici legati alla verginità di Maria e a rappresentazioni medievali che riguardano anche scene indirette (Annunciazione, Natività).

• Representations of Saint Anne and the Virgin Mary from the Middle Ages to the Early Modern Period, curato da Andrea Bianka Znorovszky (2025): studia come la rappresentazione mariana (e di S. Anna) cambi tra medioevo e prima età moderna, utile per comprendere la flessibilità iconografica.

• Anche la rivista/volume Marian Iconography East and West (ed. University of Rijeka, 2017) offre saggi accademici che mettono a confronto iconografia mariana in tradizioni culturali diverse.

IMMAGINI

PRIMA COMPOSIZIONE

A sinistra, l’Annunciata di Palermo, dipinto a olio su tavola di Antonello da Messina, realizzato intorno al 1475 e conservato a palazzo Abatellis a Palermo.

A destra, Annunciazione” (parte centrale Trittico di Mérode) di Robert Campin (Belgio 1378 – 1444). Olio su tavola, 64 x 63 cm (Annunciazione), 1428 circa. The Metropolitan Museum of Art, New York.

SECONDA COMPOSIZIONE

A sinistra, Harley 4381, Guiart des Moulins, Bible historiale (vol. 1), Parigi, tra 1403 e il 1404, British Library, Londra. Inghilterra.

In alto a destra, Miniatura in tempera e oro da un Libro d’Ore composto a Besançon, in Francia, nel 1450 circa, Fitzwilliam MS 69 folio 48r,The Nativity, Fitzwilliam Museum, Cambridge, Inghilterra.

A destra in basso, La Vergine Maria che legge da un libro delle Ore, c.1445 (dettaglio).

MARIA LEGENS
MARIA LEGENS

IL GATTO DI SCHRÖDINGER

di Mike Plato

Ho la netta sensazione che un’erronea e voluta male interpretazione della meccanica quantistica e in particolare del Principio di Indeterminazione di Heisenberg abbia dato la sensazione ad ego predisposti di credere e far credere (vedi Malanga) che noi OSSERVIAMO e CREIAMO, che il nostro osservare i fenomeni li crei. Di qui l’arroganza estrema di affermare NOI SIAMO DEI CREATORI.

Questi soggetti che credono o fanno credere non hanno chiaro un concetto base, anzi 2:

1) NOI NON ABBIAMO SUFFICIENTE POTERE PER PLASMARE LA MATERIA, IL NOSTRO POTERE è RIDICOLO. Peraltro la materia è lenta, lentissima, ovvero lenta è la vibrazione che la mostra in quanto materia. col potere che abbiamo i cambiamernti possono verificarsi dopo eoni. lasciamo perdere

2) NON SIAMO NOI IL VERO OSSERVATORE, NON L’UOMO ESTERIORE, MA QUELLO INTERIORE. LUI, IN QUANTO LOGOS, HA LA CAPACITA DI PLASMARE LA MATERIA o LUCE ASTRALE (che è lo stesso) E OTTENERE MUTAZIONI NEL TESSUTO DELLA REALTA. SUO è L’OCCHIO, NON NOSTRO !

Ma quando qualcuno dice VOI SIETE DEI E CREATORI si sta arrogando un potere che non ha e mai avrà.

Infatti come dimostra il paradosso del gatto di Schrödinger l’osservatore è parte integrante di qualsiasi esperimento. Esso fu un esperimento mentale ideato nel 1935 dal fisico Erwin Schrödinger per illustrare un’apparente assurdità della meccanica quantistica. 

Ecco i punti chiave per comprenderlo:

  • Il concetto: Un gatto viene chiuso in una scatola d’acciaio con un contatore Geiger, una fiala di veleno e una singola particella radioattiva. Se la particella decade, il contatore attiva un meccanismo che rompe la fiala, uccidendo il gatto.
  • La sovrapposizione: Secondo la meccanica quantistica, finché la scatola non viene aperta (ovvero finché non avviene un’osservazione), la particella si trova in una sovrapposizione di stati: è contemporaneamente decaduta e non decaduta.
  • Il paradosso: Di conseguenza, anche il gatto si trova in una sovrapposizione di stati: è contemporaneamente vivo e morto. Solo l’atto dell’osservazione (aprire la scatola) costringe il sistema a “collassare” in uno dei due stati definiti.

Questo paradosso mette in evidenza le difficoltà di applicare la meccanica quantistica a oggetti macroscopici e ha portato a discussioni significative sulla natura della realtà e dell’osservazione.

IL GATTO DI SCHRÖDINGER
IL GATTO DI SCHRÖDINGER

INTRODUZIONE A «L’ESOTERISMO ISLAMICO»

di Francesco Centineo

La metafisica non è argomento né per eruditi né per accademici. La comprensione della metafisica è invece alla portata di tutti quegli uomini extra-ordinari che sono in grado di cogliere la Verità, l’Assoluto, l’infinito, ovvero, la Realtà Suprema… questa Eterna Verità si cela dietro ad ogni apparenza, ad ogni figura e ad ogni forma. 

Tutto ciò che appare, tutto ciò che compare, tutto ciò che si manifesta nel creato, nell’atto perpetuo della creazione, esiste (dal latino «ex-stare»: stare fuori, essere in atto, apparire, esistere), ovvero, «trae la propria realtà» da un qualcosa che è al dì fuori e, sopratutto, al dì sopra dell’Universo, ovvero, della creazione, poiché la trascende: se vi è una creazione deve per forza esserci un Creatore, e quel qualcosa, il Creatore, è appunto Dio, l’Unico, quel Principio imperituro ed immutabile, che Aberto Ventura bene ha enunciato ed esposto nel suo studio sull’Esoterismo Islamico

«L’origine e la fine del tutto, secondo l’esoterismo islamico, è un Principio infinito, incondizionato, immutabile, che per definizione stessa (se mai possiamo parlare di definizione in questo caso) non può essere in alcun modo racchiuso entro i ristretti confini della ragione umana. Nessun elemento della manifestazione, formale o informare che sia, può essere a lui paragonato, perché […] tutti gli stati dell’essere, anche quelli relativamente più elevati, sono esattamente insignificanti in rapporto a Lui. «Non c’è nulla che gli somigli» […] sentenzia il Corano, chiarendo così immediatamente che tutti i simboli o le similitudini[…] che si possono utilizzare nella descrizione di verità metafisiche hanno necessariamente, per la loro stessa natura di rappresentazioni sensibili, un carattere difettoso e imperfetto. Questa essenza divina (al-dat al-ilahiyya) espressione con la quale viene più delle volte designato il Principio, è dunque qualcosa che sovrasta tutte le qualifiche, gli attributi, i nomi e i pensieri, al punto tale che per essa è lecito utilizzare a stretto rigore , soltanto una terminologia di tipo negativo.»

Dio, il Principio è «In-finito». Ciò che è Infinito non può mai essere definito, delimitato, circoscritto, misurato, perciò, non può mai essere sottomesso e subordinato a nessuna affermazione poiché ogni affermazione esclude e nega ciò che tale affermazione non comprende. Se descrivessimo Dio come Pura Luce escluderemmo, per esempio, dalla Sua Essenza, le Tenebre ed entreremmo, perciò, in un conflitto insolubile, in una contraddizione ontologica, e dovremmo, allora, ammettere, che oltre a Dio vi è qualcos’altro, ed a questo punto negheremmo la Sua Infinità

Per tal ragione tutto ciò che si può dire del Principio è che del Principio non si può dire nulla poiché ogni qualvolta noi Lo definiamo, o meglio, tentiamo di definir-Lo, nel senso che gli attribuiamo un nome, una peculiarità, una qualità, noi, Lo delimitiamo e Lo circoscriviamo. 

Ma l’Essere Supremo, Colui che è In-finito (non finito) non può essere soggetto (subiectum) a nessuna definizione poiché non può essere mai e poi mai né delimitato né tantomeno misurato; questa Verità che viene espressa così chiaramente nella dottrina dell’al-dat al-ilahiyya, non è peculiarità e specificità dell’Islam, al contrario, è una Verità «universale»:

«Si tratta della stessa idea che viene enunciata, nella più antica dottrina cristiana, dalla cosiddetta «teologia negativa» o «apofatica» di Dionigi Aeropagita, per il quale «Egli non può essere espresso in parole, non può essere concepito con pensiero»; un’idea che ancor prima era stata sottolineata con estrema chiarezza anche in india e in Cina, e che nel cristianesimo ritroviamo ancora alla fine del Medioevo: «Questo è l’Atman, definibile soltanto in senso negativo»; «il Tao che può esser detto non è l’eterno Tao, il nome che può esser nominato non è l’eterno nome»; Dio è uno, è una negazione della negazione». Tutto ciò che può essere espresso in modo affermativo costituisce infatti una limitazione, e per questo «la negazione di un limite è propriamente la negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici, un’affermazione, sicché la negazione di ogni limite equivale in realtà all’affermazione totale e assoluta.»

Il Principio è In-finito, In-distinto, In-determinato, In-condizionato, In-osservabile, In-attingibile, In-tangibile, In-visibile. Il Principio è oscuro agli occhi, alle orecchie ed alla mente, non può essere né udito né visto né, tantomeno, immaginato, può solamente essere intuito : «nell’Essenza chi parla tace, chi s’agita si quieta e chi osserva si stupisce.» Si può quindi affermare che il Principio, nella sua realtà essenziale, «non ha alcuno dei segni con i quali possa venire riconosciuto: non può essere abbracciato dalla comprensione e nemmeno dalla vista sensibile. Tutte le quantità e le qualità sono originate da Lui, e Lui, è al di là di quantità e qualità. Tutto viene percepito grazie a Lui, e il Sé Egli è al è al di fuori della portata delle percezioni.»

La creatura, l’Universo, è conoscibile sia attraverso i sensi che attraverso la mente. Esiste tanto un Universo psichico, quanto un Universo fisico, e queste sono le due facce dell’Universo, la faccia interna e la faccia esterna di questa grande illusione (Maya) che è la creazione. 

Ma colui che proietta da Sè tale imago mundi (l’Universo o creatura), rimane al di là della sua creazione, non viene mai modificato ed intaccato dall’atto della creazione; per Lui nulla mai cambia, nulla in Lui diviene, nulla di Lui nasce e nulla di Lui muore, Lui è Eterno

«Nell’immutabilità del Principio in se stesso, non vi è assolutamente né nascita né morte, né inizio né fine, ma è lui stesso origine prima e fine ultima di tutte le cose, senza d’altronde che fra questo inizio e questa fine vi sia nella realtà assoluta una distinzione qualsiasi.»

Il rapporto che intercorre tra l’Essere Supremo (il Principio) e l’Universo (la manifestazione del Principio) è evidentemente asimmetrico: la creatura dipende ed è sottomessa al suo Creatore, il Quale, invece, è indipendente dalla propria creazione.

Per la creatura, per l’essere umano, così come per tutti gli esseri viventi (stelle e piante, pesante ed animali), vi è nascita e vi è morte, vi è un passato ed un futuro, una successione di eventi, ma, al contrario, per il Principio non vi può essere nulla che non sia, se così mi è consentito esprimermi, all’«interno» di quell’«Eterno Presente», simultaneo ad esso, e che è tanto al di là del passato e del futuro, quanto della nascita e della morte. 

Il Maestro Ventura, citando Ibn ‘Arabi spiega: «Fra Lui e ciò che da Lui trae esistenza non vi è un tempo precedente o successivo che ci permetta di concepire un prima o un dopo.»

Il tempo, che è la prima misura di ogni cosa, giacché ogni cosa che vi è al mondo deve avere un’inizio, anche lo spazio lo deve «avere», esiste solamente dal punto di vista degli esseri contingenti, sicché per Colui che è al di là del tempo non vi può essere alcun tempo, né inizio né fine né passato né presente né futuro.

Per l’Essere vi è solo un Tempo, che non è un tempo ma il «Tempo dell’Eterno Presente», un Tempo che è ben al di sopra di ogni tempo relativo. Citando ancora il Ventura:

«Una celebre tradizione afferma: «Dio era e nulla era con Lui» (kana Allah wa la say’ ma ‘ahu), al che si può aggiungere, come fanno di frequente i maestri dell’esoterismo, ed egli é ora come è sempre stato» (wa hula al-an ‘ala ma ‘allaghi kana). Analogamente, ciò che in questo modo diciamo del tempo può essere applicato anche alla condizione spaziale: «Dio era e non vi era spazio (kana Allah wa la makan); poi ha creato il tempo e lo spazio, ed Egli, è ora così com’era senza tempo e senza spazio. Quando si tratta del Principio, è dunque necessario trascendere le cognizioni del tempo, dello spazio e di ogni altra condizione limitativa della manifestazione perché – ricorrendo ancora una volta alle parole di Ibn ‘Arabi – «Egli è assolutamente indipendente da ciò che al contrario rende noi dipendenti nei Suoi confronti.»

Ci fermiamo qui, con la nostra breve introduzione. Per chi volesse conoscere tutti i segreti dell’esoterismo islamico, consigliamo di acquistare questo bellissimo saggio del compianto Maestro Alberto Ventura che nel 2022 ha abbandonato, una volta per tutte, il ciclo universale, perpetuo ed indefinito della morte e della vita, per ricongiungersi, finalmente, al Principio…