di Francesco Centineo

Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.
San Paolo – seconda lettera ai Tessalonicesi
L’intellighenzia de-sinistra ha monopolizzato il concetto di socialismo riducendolo al marxismo. Il pensiero socialista, però, non nasce con Marx ma affonda le sue radici nella più remota antichità. Socialista fu la Cina imperiale, socialista fu sia Roma Imperiale che Santa Romana Chiesa, socialista fu l’India delle caste, socialiste furono tutte le società tradizionali, poiché per tutte queste antiche civiltà il benessere individuale poteva essere raggiunto solo assicurando ad ogni essere umano la giusta ed adeguata funzione sociale (o comunitaria).
Per la philosofia perennis («tradizione») ogni essere umano doveva svolgere una funzione sociale appropriata alla propria vocazione; in tal maniera all’individuo veniva assicurata la possibilità di potersi pienamente sviluppare in piena conformità alla propria «natura».
Nella Città Ideale di Platone ogni essere umano è «libero» poiché ogni essere umano ha l’opportunità di vivere della propria arte. Nelle società tradizionali ogni essere umano svolge una funzione sociale (lavoro) appropriata alle proprie capacità. Per Platone non è l’artista ad essere un uomo speciale ma, al contrario, ogni essere umano è un tipo speciale di artista. Per Platone tanto il contadino quanto l’architetto, o il poeta, piuttosto che il filosofo, è un «artista».
Ananda Coomaarswamy nei suoi studi sulla metafisica e sulla tradizione primordiale ha osservato con piglio brillante che a differenza del pensatore borghese e classista che disprezza il lavoro e lo ritiene una iattura da cui liberarsi, il pensatore tradizionale o «metafisico» ama il lavoro, poiché considera ogni mestiere, ogni arte, come un riflesso della sapienza divina.
Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve avere l’opportunità di nutrire la propria anima oltreché il proprio corpo. Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve poter essere «felice». Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve poter godere del bello. In una società tradizionale ogni opera che viene prodotta deve essere un «capolavoro». Ogni cosa deve essere fatta «ad arte», come «Dio comanda», ovvero, con «mestiere» e con «maestria».
Per l’uomo della tradizione ogni oggetto prodotto deve essere tanto utile quanto bello ed ogni individuo, qualsiasi sia la sua condizione sociale (sacerdote, nobile, artigiano o servo) deve potere essere pagato dignitosamente poiché deve poter vivere del proprio lavoro. Nella «Bhagavad Gita Così Com’è» il Maestro Swami Prabhupada scrive che «ha molta più dignità uno spazzino che fa bene il proprio lavoro piuttosto che un falso spiritualista». La dottrina cattolica esprime chiaramente l’importanza del lavoro o meglio del mestiere, sicché ogni uomo che possiede un mestiere è tanto per Platone quanto per i filosofi medioevali un’artista, un uomo degno di far parte della Città Ideale.
Immaginiamo di passare in rassegna una collezione di opere greche, e di ricorrere a Platone come esperto. Egli ignora la distinzione moderna tra belle arti e arti applicate. Per lui, pittura e agricoltura, musica, falegnameria o ceramica sono altrettante espressioni di poesia, cioè, etimologicamente, del «fare» umano. Infatti, in accordo con Platone, Plotino afferma che arti come la musica o la lavorazione del legno non si basano sulla conoscenza umana ma sulla sapienza ideale. Ogni qualvolta Platone denigra le «vili arti meccaniche» o distingue il «lavoro» puro e semplice dalla «manifattura artistica» si riferisce all’insieme dei prodotti concepiti per soddisfare i soli bisogni del corpo. L’arte che egli definisce bella e pertanto degna di rientrare nello stato ideale, non dovrà limitarsi ad essere utile ma anche vera rispetto ad appropriati modelli, e dunque bella. In tal caso essa soddisferà allo stesso tempo le esigenze «dell’anima e del corpo dei cittadini».
Per l’uomo della tradizione non vi è alcun dubbio, la felicità può essere raggiunta solo tramite un pieno sviluppo spirituale degli individui ed il conseguimento dell’armonia sociale. L’armonia sociale si raggiunge nel momento in cui tutti gli uomini svolgono un’occupazione conforme alla propria vocazione e cooperano tra loro considerando la propria comunità essere una «famiglia allargata legata da un’ideale e da uno scopo comune»: ripetere qui in terra ciò che gli dei fecero su in cielo ab origine.
L’uomo della tradizione è artefice (artifex) del proprio destino poiché vive nella convinzione ideologica di essere uno «strumento» della volontà divina. La società in cui vive deve essere un «Paradiso in Terra»; l’ideale tradizionale è quello della Grande Pace che si realizza tramite l’armonia sociale, l’equilibrio e la stabilità. Questa condizione si è realizzata per lungo tempo all’interno delle civiltà tradizionali, fin quando la modernità ed il capitalismo non sono arrivati a distruggerle.
Nella società normale immaginata da Platone, e realizzata nel sistema feudale o a caste, la professione si fonda sulla vocazione, ed è di solito ereditaria; il che quanto meno significa che ognuno eserciterà il mestiere per il quale è naturalmente versato e con cui può meglio contribuire al bene della società, realizzando nel contempo il proprio perfezionamento interiore. E dal momento che ognuno utilizza cose realizzate ad arte, come indica la parola stessa «artefatto», ed è esperto in un’arte specifica, sia pittura, scultura, fonditura, tessitura, cucina o agricoltura, in una simile società non si avverte in generale la necessità di spiegare l’arte, ma solo di partecipare, a coloro che devono praticarle, alla conoscenza di arti specifiche; questa conoscenza si trasmette regolarmente tra maestro e discepolo, senza che vi sia alcun bisogno di Scuole d’Arte. Una società integrata del genere, se non si frappongono interferenze esterne, può funzionare per millenni. D’altro canto, l’appagamento di moltissime persone può essere distrutto nello spazio di una generazione, dall’impatto inaridente con una civiltà come la nostra.
Nella società moderna agli uomini è negato qualsivoglia sviluppo e qualsivoglia realizzazione individuale sicché la maggior parte degli individui sono condannati a svolgere una mansione meccanica e servile. Il lavoro nella società moderna non serve più a garantire il pieno sviluppo dell’essere umano ma solo a sostentarlo economicamente. La ragione economica prevarica qualsivoglia principio ed idea. Il mondo in cui viviamo è privo di bellezza. L’essere umano in un mondo siffatto è condannato all’«alienazione». Riprendendo ancora Coomaraswamy ed i suoi studi, possiamo asserire che in una società senz’arte, in cui vi è una «separazione di classe tra artista e lavoratore», la maggioranza degli esseri umani è condannata ad un’esistenza subumana.
Un tempo «l’operaio amava parlare del proprio lavoro adesso ama parlare di calcio». Ciò accade poiché il lavoratore è stato «demansionato»: un tempo fu artista, adesso è solo uno schiavo del denaro, un «mercenario»!
Coomaraswamy osserva che «quando veniamo ai fatti, constatiamo che il riformatore sociale non sfugge all’illusione in cui incorre la cultura corrente», ovvero, del materialismo e del consumismo, «ma è solo inasprito da una condizione economica che sembra privarlo di quei beni più costosi che il ricco può permettersi più facilmente».
La qualità è stata sacrificata sull’altare della quantità. La produzione industriale moderna è priva d’arte ed è «scadente». Il degradamento degli oggetti prodotti e la fruizione di beni materiali che sono solamente utili e piacevoli ma privi di bellezza e verità, ovvero, di significato conduce l’essere umano alla miseria dell’anima. E «l’arte per l’arte», quell’arte da Atelier di cui l’élite borghese fruisce e s’innamora è brutta, pacchiana ed è inutile e non interessa all’operaio, all’uomo della strada, poiché non assolve a nessuno scopo pratico e sociale.
Nelle società tradizionali, invece, il «mestiere» veniva considerato necessario allo sviluppo spirituale dell’individuo. Ogni essere umano era chiamato a ripetere l’opera degli dei attraverso la propria arte. L’essere umano premoderno è libero poiché vive nel mondo delle idee e le realizza nutrendo la sua anima ed il suo corpo tramite la fabbricazione delle proprie opere.
La società tradizionale, inoltre, respinge l’usura, la speculazione finanziaria ed ogni sorta di economia erosiva che danneggia i popoli condannandoli alla schiavitù economica. La ragione economica deve essere subordinata alla giustizia divina, al benessere collettivo ed alla stabilità sociale. La stabilità sociale e l’ordine sociale, secondo gli uomini della tradizione, conducono all’armonia cosmica.
Quando l’uomo è in armonia con il cosmo è «salvo». Per il pensiero tradizionale il benessere dell’anima ed il benessere del corpo sono inseparabili. L’uomo può realizzarsi solamente se nutre tanto la sua anima quanto il suo corpo.
L’industria e lo sviluppo tecnologico, però, non vanno condannati. La tecnologia, le macchine e l’industria sono strumenti nelle mani dell’essere umano; il pensiero tradizionale non condanna la società moderna poiché sviluppa la technè. il pensiero tradizionale non è contrario al progresso ma ritiene che tal progresso possa essere effettivo solamente se come società teniamo conto delle necessità dell’essere umano che non sono e non possono essere ridotte al mero accumulo ed al consumo di beni materiali.
Laddove il pensatore classista ritiene che l’essere umano sarà «salvo» il giorno in cui si libererà dalla schiavitù del lavoro poiché emancipato da ogni sforzo e fatica, il pensatore tradizionale ritiene che l’essere umano potrà essere libero ed emancipato solo e soltanto nel momento in cui attraverso il suo lavoro parteciperà attivamente alla costruzione della Città Ideale.
In ultimo, il pensatore tradizionale respinge l’egualitarismo che è tanto borghese quanto comunista e rifiuta pervicacemente il dogma democratico dell’uno vale uno. Per il pensiero tradizionale l’uomo è differenziato ed ogni uomo deve trovar posto all’interno di una gerarchia ordinata che si basi sul rispetto delle vocazioni individuali e delle funzioni sociali e, sopratutto, sulla meritocrazia.
Lo scopo del pensatore tradizionale è molto complesso: ricostituire un’avanguardia, o meglio, un’«aristocrazia operaia» che possa rieducare le masse attraverso una pedagogia o educazione differente da quella dell’odierna accademia che rimetta al primo posto l’Intelletto, ovvero, «Dio», la «Bellezza» e la «Verità», poiché solo attraverso la riscoperta delle nostre radici spirituali e soltanto nel solco della nostra tradizione cristiana potremmo realizzare, qui in Italia, il socialismo.









