Cina: Xi punta alla modernizzazione socialista spingendo sull’hi-tech ma tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa

di Alessandra Colarizi

1 Gennaio 2026

Con l’avvio del nuovo piano quinquennale Pechino punta su autosufficienza tecnologica e rilancio dell’industria. Intanto il Partito-Stato serra i ranghi e si prepara a epurazioni interne. Tra rallentamento economico, crisi immobiliare e partita su Taiwan, il nuovo ciclo di Xi si apre in un contesto complesso

Mao Zedong ha fatto rialzare la Cina, Deng Xiaoping l’ha resa ricca e Xi Jinping l’ha fatta diventare forte”. Non ha usato esattamente queste parole, ma era proprio questo che intendeva il presidente cinese quando nel 2017 arringò il partito all’alba del secondo mandato. A cinquant’anni esatti dalla morte del Grande Timoniere, le ambizioni di Xi per la nazione entrano in una nuova fase. I prossimi dodici mesi saranno cruciali per la Repubblica popolare.

Il 2026 sancirà l’inizio del nuovo piano quinquennale, la strategia politico-economica con cui Pechino punta a compiere un grande balzo in avanti verso la “modernizzazione socialista”. Che tradotto vuol dire trasformare la Cina in un “paese di sviluppo medio”, raddoppiando il Pil pro capite del 2020 entro il 2035, per poi renderla “un paese socialista moderno, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso” prima del 2049. Giusto in tempo per il centenario della Repubblica popolare. Un traguardo che – stando ai comunicati ufficiali – richiederà un tasso di crescita di almeno il 4,17% nel prossimo decennio.

Non sarà semplice. Il contesto internazionale non facilita il lavoro del governo cinese: la tregua con gli Stati Uniti è tutt’altro che solida mentre le tensioni con l’Unione Europea sembrano destinate a diventare la nuova normalità. Guardare al Sud del mondo potrebbe non bastare a compensare la crescente chiusura dei mercati occidentali.

Il testo del piano, presentato a ottobre durante il IV Plenum del partito, verrà ratificato durante la plenaria del parlamento, attesa nel mese di marzo. Ma il grosso già si sa. Secondo la roadmap, si punterà su una maggiore autosufficienza tecnologica, nonché su un migliore coordinamento tra circolazione interna ed esterna, ovvero tra mercato domestico e commercio internazionale. I consumi, soprattutto nei servizi, restano la stella polare. Il “salvagente” economico che la leadership cinese ritiene indispensabile nel quadro delle tensioni commerciali con Stati Uniti e Unione europea. Ma adesso l’intenzione è quella di lavorare di più sull’offerta regolamentando i comparti affetti da sovracapacità produttiva, come automotive e rinnovabili.

Per chi segue la Cina, non è nulla di particolarmente nuovo. Pechino si muove in questa direzione dall’immediato post-Covid. Se non fosse per l’inedita enfasi attribuita alla necessità di costruire un sistema industriale moderno. Secondo la rivista finanziaria Caixin, “mantenere una quota ragionevole” del settore manifatturiero, trasformando la produzione avanzata grazie all’hi-tech (le cosiddette “nuove forze produttive”), permetterà di evitare lo “svuotamento dell’industria sperimentato da alcune importanti economie”. Specialmente alla luce della crisi dell’immobiliare che, fino all’esplosione della bolla nel 2023, rappresentava circa il 30% del pil nazionale. Nonostante le misure adottate finora abbiano attutito il calo dei prezzi delle case, stando all’ex ministro delle Finanze, Lou Jiwei, il settore continuerà ad attraversare una fase instabilità per almeno altri cinque anni, rallentando la crescita.

Come sempre nei periodi di incertezze, il Partito-Stato serra i ranghi. Il prossimo anno sarà contraddistinto da nuove nomine in vista del XXI Congresso del Pcc. Il consesso, che si terrà nell’autunno 2027, segnerà la fine dello storico terzo mandato di Xi Jinping. Con ogni probabilità anche l’inizio di un quarto. Senza segnali di un favorito alla successione, è lecito aspettarsi un ulteriore consolidamento del suo potere, sia attraverso epurazioni interne sia con l’ascesa dei protégée nelle posizioni apicali. Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, nel 2025 la campagna anticorruzione ha preso di mira numerosi funzionari, di cui almeno cinque a livello ministeriale. Le forze armate sono state uno dei principali obiettivi della pulizia. A ottobre, subito prima del quarto plenum, nove alti ufficiali sono stati rimossi dal partito per violazioni della disciplina. He Weidong, vicepresidente della CMC, è diventato il primo membro del Politburo dal 2017 a venire indagato mentre ancora in carica.

Considerato che “la rettificazione politica” compare tra gli obiettivi del nuovo piano quinquennale, difficilmente il prossimo anno l’esercito avrà maggiore respiro. Anche perché il tempo stringe: il 2027 infatti non solo coincide con il centenario delle forze armate cinesi. È soprattutto l’anno in cui, secondo i piani del presidente cinese, Pechino dovrà aver ottenuto la capacità – qualora lo voglia – di riconquistare Taiwan manu militari. Capacità che, anche al netto delle massicce esercitazioni di fine dicembre, è ancora in buona parte da dimostrare.

Contro i pronostici americani è improbabile che la Cina alzerà troppo il tiro. Le rimozioni dei militari corrotti – molti dei quali legati alla provincia del Fujian con affaccio su Taiwan – potrebbero richiedere un ripensamento della strategia muscolare attuata finora nello Stretto. Senza contare che nel 2026 sull’isola si terranno le elezioni amministrative. Per la Cina potrebbe essere più prudente lasciare il presidente William Lai cuocere nel suo brodo per approfittare dell’impopolarità di alcune politiche che avrebbero dovuto colpire i nazionalisti del Guomindang e Pechino, ma che invece hanno gettato ombre fosche sul Partito progressista democratico e lo stato della democrazia taiwanese.

D’altronde, la carta Taiwan non va sprecata, va giocata con astuzia. Quello in arrivo sarà infatti l’anno dell’accordo commerciale tanto voluto da Donald Trump. Non è escluso che Pechino possa cercare di sfruttare il pragmatismo del presidente americano per ottenere qualche compromesso. Magari un’opposizione ufficiale di Washington all’indipendenza dell’isola in cambio di una corsia privilegiata nelle forniture di minerali critici. Mentre scriviamo manca ancora la firma, ma si sa già che la tregua su terre rare e reciproche ritorsioni economiche durerà un anno, con possibilità di proroga solo dopo verifiche periodiche. Nei prossimi mesi spetterà ai leader superare gli ostacoli rimasti. Le occasioni di incontro, peraltro, non mancano. Secondo il Segretario al Tesoro Scott Bessent, oltre alle rispettive due visite di Stato, nel 2026 Xi e Trump si dovrebbero incrociare anche a novembre durante il vertice APEC di Shenzhen e a dicembre per il G20 organizzato da The Donald al Doral Golf Club di Miami.

Diplomazia al lavoro anche in Europa, dove sono in programma misure economiche per rendere più equilibrate le relazioni con la Repubblica popolare. Sempre nell’ottica dell’ormai consolidato “de-risking”: dazi per l’e-commerce a basso costo, un meccanismo di screening per gli investimenti esteri, e una strategia per allentare la dipendenza dalle terre rare cinesi, campeggiano in cima alla lista delle priorità di Bruxelles. E poi c’è la spinosa questione dei veicoli elettrici, già sottoposti a limitazioni tariffarie. A complicare il quadro si aggiunge ovviamente il dossier Ucraina. La Repubblica popolare non sembra intenzionata a mediare attivamente una risoluzione del conflitto, anche se le sanzioni occidentali stanno spingendo aziende e banche cinesi a sospendere alcune attività economiche con la Russia.

Sarà quindi un anno all’insegna dei negoziati con Stati Uniti e Ue. Ma questo (o proprio per questo) non distoglierà Pechino dal suo “pivot to the Global South”. Ormai la leadership cinese ha manifestato chiaramente la propria predilezione per i tavoli multilaterali. Specialmente quelli che vedono protagonista il Sud del mondo: l’ex Terzo Mondo a cui ammiccava Mao e con cui oggi la Repubblica popolare condivide la necessità di costruire un ordine internazionale più inclusivo.

Il vertice dei BRICS in India offrirà l’opportunità per proseguire il processo distensivo con Nuova Delhi, l’altro gigante dell’emisfero meridionale del pianeta. Domate le tensioni lungo il confine conteso, la Cina ha giovato delle frizioni commerciali tra Trump e il premier indiano Narendra Modi. Una possibile trasferta di Xi nel subcontinente – la prima dal 2019 – darebbe maggiore ufficialità alla normalizzazione dei rapporti bilaterali. Ma si tratta di una tregua fragile. La sua tenuta verrà testata durante il summit della Shanghai Cooperation Organization, la piattaforma a guida sino-russa fondata nei primi anni Duemila con gli -Stan, a cui nove anni fa ha aderito anche il Pakistan. Nuova Delhi ha spesso rifiutato di appoggiare dichiarazioni congiunte che menzionassero progetti infrastrutturali cinesi, passanti per il Kashmir conteso con Islamabad. Una posizione che in futuro potrebbe ostacolare il funzionamento della neonata Banca di sviluppo della SCO.

Insomma, le sfide non mancano. Ora che è ricca e forte, la Cina può tenere testa a Trump, può negoziare “trattati eguali” con le ex potenze imperialiste. Ma molta della sicurezza ostentata serve a occultare le debolezze interne. Staremo a vedere se dopo il 2026 la grandeur promessa da Xi sarà davvero un po’ più vicina.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Cina: Xi punta alla modernizzazione socialista spingendo sull’hi-tech ma tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa
Cina: Xi punta alla modernizzazione socialista spingendo sull’hi-tech ma tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa

ASCESI E ASCETISMO

a cura di Giuseppe Aiello

“Il termine «ascesi» come lo intendiamo noi qui, è quello che, nelle lingue occidentali, ha maggiore affinità con il sanscrito Tapas:

è vero che questo contiene un’idea che non è direttamente espressa nell’altro, ma quest’idea, a rigore, si trova ad essere racchiusa nel concetto che dell’ascesi ci si può fare.

Il senso primitivo di Tapas è in effetti quello di «calore»;

nel caso in questione si tratta evidentemente del fuoco interiore che deve bruciare le cosiddette «scorze» dei Kabbalisti, cioè in definitiva distruggere tutto ciò che nell’essere è d’ostacolo ad una realizzazione spirituale;

vi è quindi qualcosa che caratterizza, nel modo più generale, qualsiasi metodo preparatorio a tale realizzazione, metodo che si può considerare come una purificazione preventiva in vista del conseguimento di qualunque stato spirituale effettivo.

Ogni vera ascesi è essenzialmente un «sacrificio», sacrificio che, in tutte le tradizioni e sotto qualsiasi forma si presenti, costituisce l’atto rituale per eccellenza, quello nel quale si riassumono in qualche modo tutte le altre forme.

Quel che nell’ascesi viene gradualmente sacrificato in questo modo, è l’insieme delle contingenze di cui l’essere deve giungere a sbarazzarsi, trattandosi di altrettanti ostacoli che gli impediscono di innalzarsi ad uno stato superiore;

ma se egli può e deve sacrificare queste contingenze, è perché esse dipendono da lui, e di lui in qualche modo fanno parte ad un titolo qualsiasi.”

René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale

ASCESI E ASCETISMO
ASCESI E ASCETISMO

Israele in Nigeria e la fabbricazione di uno “scontro di civiltà” africano

a cura della Redazione

Negli ultimi anni, gli ecosistemi mediatici di orientamento sionista hanno scoperto un’improvvisa e piuttosto inaspettata passione morale: il destino dei cristiani nell’Africa subsahariana. Popolazioni a lungo trattate come marginali, astratte o del tutto invisibili nel discorso strategico occidentale vengono ora spinte sotto i riflettori, ma solo per poter essere strumentalizzate contro i musulmani. Ai neri africani, tipicamente relegati a uno stato di non-essere simbolico, viene concessa una certa rilevanza condizionata nel momento in cui possono essere mobilitati all’interno di una narrazione anti-islamica. I cristiani nigeriani, in particolare, sono diventati centrali in questo cambiamento retorico.

L’affermazione dominante avanzata da questi organi di stampa è che “i musulmani stanno commettendo un genocidio contro i cristiani in Nigeria”. Questa affermazione, tuttavia, crolla anche al minimo livello di analisi.

In primo luogo, i principali autori di violenze su larga scala contro i cristiani non sono i “musulmani” intesi come blocco di civiltà o religioso. Sono gruppi armati specifici, in particolare Boko Haram e le sue fazioni dissidenti. Le loro vittime hanno costantemente incluso musulmani, spesso in numero uguale o superiore a quello delle vittime cristiane. L’ideologia di Boko Haram è violentemente wahhabita-takfiri. Prende di mira i musulmani che ne rifiutano l’autorità, collaborano con lo Stato o semplicemente appartengono alla tradizione islamica “sbagliata” (inquadrata come qualsiasi cosa al di fuori dei ristretti confini dell’innovativa ideologia wahhabita estrema, incluso, naturalmente, l’Islam sunnita tradizionale e normativo). Inquadrare questa violenza come un semplice caso di aggressione tra musulmani e cristiani è quindi analiticamente pigro e, più che altro, politicamente motivato.

In secondo luogo, il termine “genocidio” è utilizzato con notevole superficialità. Sebbene sia indubbio che la Nigeria abbia subito massacri orribili, violenze comunitarie e atrocità da parte degli insorti, questi non raggiungono la soglia legale o empirica del genocidio. Le cifre delle vittime vengono sistematicamente gonfiate, curate in modo selettivo o private del contesto cruciale, come il fatto che la violenza in Nigeria è multidirezionale, alimentata da un complesso mix di insurrezione, collasso dello Stato, banditismo criminale, controversie territoriali, stress climatico e tensioni etniche. I civili musulmani, in particolare nel nord-est, hanno subito perdite catastrofiche che vengono minimizzate o completamente cancellate in queste narrazioni.

Ciò che viene presentato come una preoccupazione umanitaria è quindi più accuratamente inteso come un’arma discorsiva: un modo per ripulire l’islamofobia attraverso il linguaggio della persecuzione cristiana, oscurando al contempo sia la complessità della violenza nigeriana sia la vulnerabilità condivisa della sua popolazione civile. L’improvvisa visibilità dei cristiani africani non è il segnale di un ritrovato universalismo. Piuttosto, è una dimostrazione di empatia selettiva, che si dissolve nel momento in cui le vittime non svolgono più una particolare funzione polemica, in questo caso gli interessi di Israele, che sta disperatamente cercando di limitare i danni dopo l’etnocidio a Gaza e sta anche tentando di innescare un nuovo scontro di civiltà, poiché i suoi stessi funzionari e decisori politici ammettono che è molto più facile rivoltare gli occidentali contro l’Islam che renderli filo-israeliani.

Israele e Nigeria

Per decenni, Israele ha perseguito un’impronta strategica nell’Africa nera con il pretesto della cooperazione allo sviluppo, alla sicurezza e all’assistenza tecnica. Tuttavia, questo impegno si è ripetutamente rivelato controverso perché ha allineato Israele al potere coercitivo piuttosto che al benessere dei civili. In Etiopia, la cooperazione militare e di intelligence è stata accompagnata da brutali campagne di controinsurrezione, che hanno implicato Israele nella violenza di Stato contro le popolazioni emarginate. In Sud Sudan, il sostegno politico iniziale e i trasferimenti di armi sono continuati anche mentre il Paese sprofondava in una guerra civile segnata da atrocità di massa. In Ruanda, la sorveglianza e l’assistenza alla sicurezza israeliane sono state criticate per aver rafforzato un sistema sempre più autoritario. In Uganda, i legami militari di lunga data e i più recenti accordi di espulsione dei rifugiati hanno messo in luce la disponibilità di Israele a esternalizzare il suo regime di confine verso gli Stati africani. In Eritrea, la discreta cooperazione in materia di sicurezza con uno dei governi più repressivi al mondo è stata giustificata dalla geopolitica del Mar Rosso, nonostante le diffuse violazioni dei diritti umani. In Sudan, la “normalizzazione” si è sviluppata parallelamente al regime militare, rafforzando le élite della sicurezza e mettendo da parte le cosiddette forze della “Fratellanza Musulmana”.

Presi insieme, questi casi suggeriscono un modello coerente in cui l’impegno di Israele in Africa è guidato non tanto da principi umanitari quanto da opportunismi strategici, dalla ricerca di alleati, dall’accesso all’intelligence e dai mercati delle armi, gettando così seri dubbi sulla sincerità della sua recente pubblicizzata preoccupazione per le vite degli africani.

In Nigeria, più specificamente, il coinvolgimento israeliano è stato particolarmente abile nello sfruttare le divisioni etnico-religiose del Paese, determinate dalla geografia, trasformando le differenze spaziali in leva politica. Le popolazioni Hausa e Fulani, a maggioranza musulmana, dominano il nord, storicamente legato alle rotte commerciali del Sahel e ai sistemi politici islamici. Gli Yoruba abitano il sud-ovest, ancorati a Lagos e Ibadan, con un “pluralismo religioso” di lunga data e relativamente stabile. Gli Igbo sono concentrati nel sud-est, una regione densamente popolata, adiacente al petrolio, prevalentemente cristiana ed economicamente strategica. È proprio questa posizione sud-orientale (geograficamente compatta, ricca di risorse e storicamente compromessa) che ha reso gli Igbo il bersaglio più suscettibile alle manipolazioni esterne.

La guerra del Biafra (1967-1970) è spesso mitizzata come una lotta inevitabile o moralmente inequivocabile. In realtà, però, il separatismo biafrano non era né legalmente giustificato né politicamente inevitabile. Mentre i pogrom anti-Igbo nel nord erano reali e criminali, la secessione fu motivata tanto dai calcoli dell’élite regionale per il controllo e il potere del petrolio quanto dalla protezione dei civili. La dichiarazione del Biafra fratturò uno Stato postcoloniale già fragile e provocò una guerra catastrofica le cui principali vittime furono gli stessi civili Igbo. Il blocco e la campagna militare del governo federale nigeriano furono brutali, ma anche la leadership biafrana porta la responsabilità di aver prolungato una guerra che non poteva vincere, giocando d’azzardo sulla fame di massa contro la speranza di un intervento straniero.

È qui che il coinvolgimento israeliano diventa tanto significativo quanto profondamente cinico. Israele – alla ricerca di punti d’appoggio strategici nell’Africa nera e desideroso di indebolire i grandi Stati postcoloniali allineati con i blocchi arabi e non allineati – considerava il Biafra un utile strumento (proxy). Le reti israeliane fornirono simpatia diplomatica, assistenza militare e armi, spesso indirettamente, contribuendo a sostenere l’illusione che il Biafra potesse sopravvivere grazie al sostegno esterno. Questo sostegno non alterò l’esito della guerra, ma ne intensificò la durata e la letalità, incoraggiando di fatto i leader biafrani a persistere in una guerra persa a un costo umano immenso. Lungi dall’essere un intervento umanitario, si trattava di opportunismo geopolitico: la sofferenza dei nigeriani sudorientali fu sfruttata per perseguire l’influenza regionale e l’allineamento simbolico.

Nei decenni successivi, questa strumentalizzazione non è cessata. Ha semplicemente cambiato forma. I movimenti separatisti Igbo contemporanei, soprattutto all’interno della diaspora, hanno rilanciato il Biafra come un’identità sacralizzata piuttosto che come un progetto politico fallito. Le rivendicazioni di ascendenza israelita o ebraica, storicamente infondate, vengono promosse aggressivamente come giustificazione retrospettiva della secessione, riformulando la sconfitta del Biafra come una tragedia biblica piuttosto che come un errore di calcolo politico. Gli attori israeliani e filo-israeliani hanno nuovamente svolto un ruolo catalizzatore, amplificando queste narrazioni quando si allineano a un più ampio tentativo di descrivere le tensioni interne della Nigeria come una lotta di civiltà tra musulmani e cristiani.

Così, grazie alla manipolazione sionista, un progetto secessionista fondamentalmente ingiustificato viene retroattivamente santificato. Il trauma storico degli Igbo viene riarmato; e i veri problemi strutturali della Nigeria, di natura “secolare” (corruzione, controllo delle élite, sviluppo diseguale e governance militarizzata in tutte le regioni), vengono oscurati.

Israele emerge non come un osservatore neutrale o un alleato benevolo, ma come un acceleratore ricorrente: prima prolungando una guerra disastrosa, poi contribuendo a trasmutarne la memoria in un asset ideologico. In entrambi i casi, il costo è stato sostenuto in modo schiacciante dai civili nigeriani, mentre i dividendi strategici si sono accumulati altrove.

Come documenta Max Blumenthal in The Management of Savagery (2019), il concetto di “scontro di civiltà” non è entrato nel pensiero strategico israeliano attraverso i teorici accademici. Piuttosto, è stato attraverso la dottrina politica articolata da Benjamin Netanyahu già negli anni ’80, in risposta diretta alla Rivoluzione iraniana e alla rinascita dell’”Islam politico”. Molto prima che Samuel Huntington formalizzasse il concetto in modo più cauto e differenziato internamente, Netanyahu aveva già diffuso una visione del mondo rigida e manichea (più esplicitamente in Terrorism: How the West Can Win) in cui Israele si pone come avamposto avanzato di un Occidente assediato e bloccato in un confronto esistenziale permanente con l’Islam. All’interno di questa dottrina, la politica globale non è strutturata da interessi contingenti, disuguaglianze materiali o instabilità postcoloniale, ma piuttosto da un’irriducibile guerra di civiltà tra musulmani e non musulmani (così i cristiani possono essere trasformati in “giudeo-cristiani”) – una guerra che deve essere continuamente militarizzata per giustificare la posizione di sicurezza di Israele e l’eccezionalismo diplomatico.

Di conseguenza, le politiche di sicurezza di Israele presuppongono un ordine mondiale fondamentalmente instabile: la pace è aberrante, la coesistenza è illusoria e la violenza è inevitabile e politicamente produttiva. Da questa prospettiva, il linguaggio umanitario non è un impegno etico. È una risorsa tattica, attivata selettivamente per rafforzare la narrazione di civiltà. L’improvvisa e palesemente performativa preoccupazione per i cristiani neri, in particolare in Nigeria, non deve quindi essere letta come un risveglio morale, ma piuttosto come un’estensione di questa consolidata architettura ideologica.

I cristiani africani acquistano valore solo nella misura in cui possono essere inseriti nello schema dell’era Netanyahu di “vittime giudeo-cristiane e aggressori musulmani”, la loro sofferenza astratta dalle storie locali e riproposta come prova di una guerra globale che si presume già esistente. Ciò che appare come compassione è in realtà un pregiudizio di conferma: una visione del mondo precostituita alla ricerca di nuovi teatri, nuovi interlocutori e nuove vittime (non ebree) attraverso cui rimettere in scena all’infinito lo stesso dramma di civiltà.

I nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti ai musulmani della Nigeria, eredi di una delle tradizioni islamiche più durature e intellettualmente ricche dell’Africa subsahariana. Eppure, sono sempre più vittime di conflitti geopolitici ben oltre la loro stessa origine. L’Islam nigeriano non è un fenomeno recente o periferico. È radicato in secoli di studi, riforme e pensiero politico, dal Califfato di Sokoto fondato da Usman dan Fodio, un imponente studioso-riformatore i cui scritti sintetizzavano giurisprudenza, etica e governo, alle vivaci reti di educazione coranica e di ragionamento giuridico che fiorirono in Hausaland e oltre. Figure come Abdullahi dan Fodio e Muhammad Bello esemplificarono una tradizione in cui l’apprendimento islamico era inseparabile dalla responsabilità sociale, dalla riforma morale e dalla resistenza alla tirannia.

Questa eredità di militanza islamica (intellettuale piuttosto che nichilista) è in netto contrasto con le caricature oggi imposte ai musulmani nigeriani. Oggi, comunità plasmate da secoli di giurisprudenza, pedagogia e un approccio al pluralismo religioso basato sulla Shari’ah si trovano intrappolate tra la violenza degli insorti wahabiti- takfiri, la militarizzazione dello Stato e narrazioni esterne che ne sgretolano la storia e la rimodellano ingannevolmente a immagine dell’aggressore fanatico.

Mentre gli attori globali proiettano fantasie di civiltà sulla Nigeria, i civili musulmani vengono sempre più ridotti a figure sacrificabili in un copione scritto altrove, contemporaneamente vittime sul campo e cancellati dal discorso. Stare al fianco dei musulmani nigeriani, quindi, non è un mero atto di solidarietà religiosa. È un rifiuto di principio di permettere che una profonda civiltà islamica venga sacrificata al teatro geopolitico di un conflitto senza fine.

Fonte: https://muslimskeptic.com/2025/12/31/israel-nigeria-african-clash-civilizations/

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Tratto da: Islamshia.org

Israele in Nigeria e la fabbricazione di uno “scontro di civiltà” africano
Israele in Nigeria e la fabbricazione di uno “scontro di civiltà” africano

DIGITALIZZAZIONE: LA GRANDE PRESA IN GIRO

a cura di Ilaria Bifarini

“Mettiamo tutto online per semplificare.”

Bellissimo.

Peccato che poi servano 6000 password, 4000 controlli, codici che scadono, app che non funzionano e procedure più complicate della vita reale.

Non è sicurezza.

È paura istituzionalizzata.

Paura di hacker.

Paura di multe.

Paura di assumersi responsabilità.

E chi paga?

Sempre l’utente.

Ogni nuovo sistema nasce per “proteggere”, ma finisce per:

• rallentare

• complicare

• scaricare la colpa su chi lo usa

“Se è successo qualcosa, non hai seguito la procedura.”

La verità è semplice e scomoda:

chi progetta questi sistemi non li usa davvero.

Non vive le conseguenze.

Non perde ore.

Non resta bloccato fuori dal proprio account.

Così aggiungono livelli su livelli finché tutto diventa inutilizzabile, ma formalmente “a norma”.

La tecnologia potrebbe semplificare la vita.

Invece la stiamo usando per costruire burocrazia digitale, più fredda e più disumana di quella di carta.

E no, se ti sembra tutto assurdo non sei tu.

È il sistema che ha scelto la paura al posto dell’intelligenza.

Filippo Pagliai

DIGITALIZZAZIONE: LA GRANDE PRESA IN GIRO
DIGITALIZZAZIONE: LA GRANDE PRESA IN GIRO

KURT GODEL: IL MATEMATICO DI DIO

a cura di Amici della Scienza

Kurt Gödel è stato uno dei più grandi logici, matematici e filosofi del XX secolo.

Spesso paragonato ad Aristotele e Leibniz per la profondità del suo pensiero, è l’uomo che ha letteralmente scosso le fondamenta della matematica moderna.

Il suo contributo più celebre sono i due Teoremi di Incompletezza (1931). Prima di Gödel, i matematici pensavano che ogni affermazione matematica vera potesse essere dimostrata partendo da un set di regole (assiomi). Gödel dimostrò che questo è impossibile:

Primo Teorema: In ogni sistema matematico sufficientemente complesso (come l’aritmetica), esistono affermazioni che sono vere, ma che non possono essere dimostrate all’interno del sistema stesso.

Secondo Teorema: Nessun sistema può dimostrare la propria coerenza (ovvero provare che non contiene contraddizioni) usando solo le proprie regole.

In parole semplici, Gödel ha dimostrato che la verità è un concetto più ampio della dimostrabilità.

Negli anni ’40, Gödel lavorò all’Institute for Advanced Study di Princeton, dove strinse una profonda e leggendaria amicizia con Albert Einstein. I due passavano ore a camminare e chiacchierare.

Einstein una volta disse che andava nel suo ufficio a Princeton solo per avere il privilegio di camminare verso casa con Gödel.

Nonostante le loro aree di studio fossero diverse, Gödel diede un contributo anche alla fisica, dimostrando che le equazioni di Einstein permettevano l’esistenza di universi con “curve temporali chiuse”, rendendo i viaggi nel tempo teoricamente possibili secondo la Relatività Generale.

Fin da bambino, la sua famiglia lo chiamava Herr Warum (Signor Perché) a causa della sua curiosità insaziabile. Gödel era un uomo brillante ma estremamente fragile dal punto di vista psicologico:

Paranoia e ipocondria: Soffriva di gravi crisi paranoiche. Era convinto che qualcuno volesse avvelenarlo.

La prova ontologica di Dio: Applicò la logica modale per scrivere una dimostrazione formale dell’esistenza di Dio, che però non pubblicò mai in vita (fu trovata tra le sue carte postume).

La sua morte fu tanto assurda quanto triste. Quando sua moglie Adele, l’unica persona di cui si fidasse ciecamente per assaggiare il cibo e assicurarsi che non fosse avvelenato, fu ricoverata in ospedale per sei mesi, Gödel smise quasi completamente di mangiare. Morì di inedia (fame) nel 1978, arrivando a pesare solo 29 chili.

Kurt Gödel ha cambiato il modo in cui intendiamo la logica e la ragione umana, mostrandoci che la conoscenza umana ha dei limiti intrinseci: ci saranno sempre verità che la logica, da sola, non potrà mai “catturare” completamente.

KURT GODEL: IL MATEMATICO DI DIO
KURT GODEL: IL MATEMATICO DI DIO

ESSERE PRONTI ALLA PARUSIA

di Giuseppe Aiello

“… poco importa, che sia un po’ prima o un po’ dopo, questo sviluppo discendente che gli Occidentali moderni chiamano progresso troverà il suo limite, e l’età oscura vedrà la sua fine, comparirà allora il Kalkin avatara, quello che è montato sul cavallo bianco, che porta sul capo un triplice diadema, segno della sovranità sui tre mondi […].
Coloro che sanno che le cose devono stare così non possono, fosse neppure in mezzo alla peggiore confusione, perdere la loro immutabile serenità, per quanto sgradevole sia vivere in un’epoca di torbidi e di oscurità quasi generale, essi non possono essere toccati nel fondo di se stessi…”

(René Guénon, Studi sull’Induismo, p.21)

Non perdiamo la serenità: quando il Kalkin Avatara (Imam Mahdi) comparirà, dovremo essere pronti.

Se non lo si è ancora capito, il Kalkin Avatara compare anche dentro di noi: ci raddrizza la vita, ristabilisce la gerarchia interiore, illumina la Via.

ESSERE PRONTI ALLA PARUSIA
ESSERE PRONTI ALLA PARUSIA

L’UOMO E DIO

di Giuseppe Aiello

“Siamo più vicini all’uomo della sua vena giugulare” (Corano)

Questa affermazione misteriosa acquista senso se assumiamo una dimensione “relazionale”, o interiore, tra uomo e Dio.

La vicinanza è una relazione immanente: il Corano non dice ovviamente che Allah è fisicamente dentro la vena; usa il linguaggio umano per esprimere intimità, conoscenza e controllo totale.

“Vicino” significa tutto ciò che l’uomo pensa, sente, desidera, agisce, Allah lo conosce perfettamente.

In termini moderni potremmo dire Allah è “immanente come campo di influenza e conoscenza totale”, non che ha localizzazione fisica.

Il Corano dice (15:29, 32:9) che Allah ha insufflato nello spirito di Adamo qualcosa del Suo Spirito (rūḥ minhu).

L’uomo ha quindi una parte “divina” funzionale: intelligenza, volontà, coscienza, moralità. Non si tratta di un corpo o sostanza divina, ma di qualità e capacità ricevute direttamente da Allah

Qui si collega al concetto biblico della “somiglianza” (imago Dei) e all’idea che l’uomo riflette alcune caratteristiche divine, non nella sostanza, ma nelle funzioni.

Letteralmente, il Corano dice che Allah è più vicino di qualsiasi cosa (19:16, 50:16)

In termini concettuali, dunque:

– l’uomo non agisce mai senza che Allah lo conosca;

– l’uomo è sempre sotto la Sua osservazione e guida;

– lo “spirito insufflato” indica una continuità funzionale tra creatore e creatura.

Quindi la vicinanza fisica è una metafora di intimità ontologica e conoscenza perfetta.

Se combiniamo le tre affermazione della Tradizione:

– L’uomo è a ṣūrah (immagine) di Allah (hadith)

– Allah ha insufflato il rūḥ in Adamo (Corano)

– Allah è “più vicino della vena giugulare” (Corano)

Allora otteniamo un modello coerente:

– L’uomo non è Dio, ma riflette qualità divine funzionali e morali

– La vicinanza di Allah non è spaziale, ma intima e immanente nella coscienza e nella vita dell’uomo

La “creazione” dell’uomo, insomma, è un atto relazionale e interattivo.

L'UOMO E DIO
L’UOMO E DIO

Iran ha infiltrato il regime sionista

a cura della Redazione

30-12-2025

Pubblichiamo un rapporto del Jerusalem Institute for Strategy and Security sulle capacità informatiche e le infiltrazioni segrete dell’Iran.

Negli ultimi quattro decenni, l’Iran ha fatto della guerra morbida e cognitiva un pilastro fisso della sua dottrina di sicurezza nazionale e, invece di affidarsi esclusivamente alla potenza militare, ha investito strategicamente nel controllo della narrazione, del messaggio e della mente del pubblico; un approccio che è considerato uno dei vantaggi duraturi di Teheran.

L’Iran è riuscito a creare un’infrastruttura di infiltrazione multistrato, flessibile e altamente negabile e può colpire contemporaneamente Israele, gli Stati Uniti e l’opinione pubblica occidentale.

Esaminando gli eventi successivi al 7 ottobre e all’Operazione “L’ascesa dei leoni”, nonostante i colpi iniziali, l’Iran è stato in grado di ricostruire rapidamente il suo apparato di infiltrazione e cyber e di mantenerlo attivo su più fronti contemporaneamente: dalla coesione interna alle operazioni psicologiche contro Israele, gli Stati Uniti e la scena internazionale.

Combinare le capacità dell’Iran con l’intelligenza artificiale ha abbattuto le barriere linguistiche e culturali, consentendo la produzione di contenuti localizzati e persuasivi su larga scala; una tendenza che aumenterà l’influenza di Teheran negli anni a venire.

L’influenza e il sistema cyber dell’Iran non solo non si indeboliranno, ma continueranno ad espandersi, e i suoi sforzi per influenzare le elezioni israeliane del 2026 sono già iniziati, utilizzando nuovi metodi operativi e strumenti speciali per lo spazio elettorale.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Iran ha infiltrato il regime sionista
Iran ha infiltrato il regime sionista

APOCALISSE: TRADIZIONI A CONFRONTO

Videoconferenza del canale YouTube LA NUOVA OCCIDENTALE, trasmessa online in diretta live streaming il giorno 29 Dicembre 2025.

Con Maria Rita Marcheggiani e Marco Maculotti la tematica dell’Apocalisse trattata ad un livello comparato, tra l’ambito gnostico (Marcheggiani) e degli Oracoli Sibillini (Maculotti), e integrata anche in altre tradizioni spirituali.


Per acquistare “Apocalisse – Il viaggio dell’eroe” (Marcheggiani, 2025) e “L’Angelo dell’Abisso. Apollo, il Mito Polare e l’Apocalisse” (Maculotti, 2023), oppure le copie cartacee della rivista Axis Mundi https://axismundi.blog/ scrivere a brianoblivion2020@gmail.com

APOCALISSE: TRADIZIONI A CONFRONTO

Schizofrenia ontologica: la normalità come patologia epistemica

di Mostafa Milani Amin

Un manifesto ontologico sulla frattura tra realtà e rappresentazione e la richiesta di giustizia ontologica.

La schizofrenia ontologica non è una patologia individuale, ma la condizione ordinaria del soggetto moderno: vivere dentro la frattura tra realtà e rappresentazione senza più riconoscerla. La psichiatria cura i crolli, ma non interroga la struttura che li rende inevitabili. La vera anomalia non è il delirio clinico, bensì una società che scambia la cecità per lucidità e la ripetizione per realtà.

La schizofrenia viene comunemente definita come “perdita di contatto con la realtà”. Questa definizione non è falsa, ma è epistemicamente miope. Presuppone che esista un rapporto ordinario, sano e condiviso con la realtà, dal quale alcuni soggetti devierebbero. È proprio questo presupposto a essere teoricamente infondato. La perdita di contatto con la realtà non è un’eccezione clinica: è la condizione ordinaria del soggetto moderno. La clinica interviene solo quando questa condizione perde adattività e diventa ingestibile.

L’esperienza contemporanea è strutturalmente mediata da linguaggi, modelli, narrazioni e concetti che non vengono più riconosciuti come tali. Le rappresentazioni non rimandano al reale: lo sostituiscono. Il concetto prende il posto della cosa, il senso prende il posto del fatto, la spiegazione prende il posto dell’essere. Questo slittamento non è una necessità ontologica inevitabile, né uno scarto innocente: è ignoranza epistemica strutturata, insipienza cognitiva istituzionalizzata, esito di una cultura che addestra all’adesione cieca ai significati, invece che alla loro sospensione critica. In questo senso rigoroso, non metaforico, siamo tutti schizofrenici: non in senso clinico, ma in senso ontologico.

Questa condizione diffusa può essere descritta come schizofrenia ontologica: vivere stabilmente all’interno di una frattura non tematizzata tra realtà e rappresentazione, tra essere e concetto, tra fatto e senso, assumendo i propri costrutti simbolici come immediatamente reali. Non si tratta di una patologia mentale mascherata né di un deficit naturale, ma del prodotto di una mancata formazione alla distinzione, alla sospensione del giudizio, alla revisione delle convinzioni.

La tradizione filosofica lo ha sempre messo in luce. Nietzsche, con la sua autoproclamata “morte di Dio”, ha lasciato il pensiero privo di fondamento, consegnato a interpretazioni che si credono verità. Heidegger ha denunciato l’oblio dell’essere, la sostituzione dell’essere con l’ente e la riduzione del reale a rappresentazione tecnica. Foucault ha mostrato come la clinica non scopra un’anomalia, ma istituisca la distinzione tra normale e patologico. Lacan ha tematizzato l’alienazione originaria del soggetto nel linguaggio. Tutti, in modi diversi, hanno colto la frattura tra realtà e rappresentazione, tra essere e concetto, tra fatto e senso. Ma proprio nel loro modo di tematizzarla hanno finito per conferirle una legittimazione di fatto, trasformandola in destino storico. Nietzsche ha reso inevitabile l’interpretazione come verità, Heidegger ha accettato l’oblio come cifra epocale, Foucault ha naturalizzato la genealogia dei dispositivi, Lacan ha istituzionalizzato l’alienazione come struttura del soggetto. Invece di aprire la via a una vera sospensione critica, hanno contribuito a consolidare la schizofrenia ontologica, aggravandone il progresso storico e naturalizzandone l’invisibilità strutturale.

È stato, a ben vedere, un olocausto intellettuale storico: filosofi che, illudendosi di poter risolvere tutto con la mente, hanno finito per sacrificare la realtà del pensiero, trascinando l’umanità in un maniacale radicamento nell’eutanasia intellettuale e spingendo la frattura fino all’abisso estremo che avrebbero dovuto colmare e disinnescare.

Questa legittimazione di fatto ha dunque preparato il terreno alla sua stabilizzazione come condizione sociale diffusa. La schizofrenia clinica non nasce infatti nel vuoto: è l’esito pato‑ontologico di una frattura già presente e resa invisibile dall’autorità dei concetti. La differenza tra il soggetto socialmente normale e quello clinicamente diagnosticato non è di natura, ma di grado: una rigidità e un’incorreggibilità epistemica che, perdendo flessibilità, incalliscono fino a diventare insostenibili.

E per “incorreggibilità” non si intende né un’impossibilità logica né una colpa morale, bensì una resistenza sistemica alla revisione delle convinzioni, anche di fronte a evidenze condivise e a un confronto intersoggettivo. Ciò che nella vita ordinaria rimane tollerato — la reificazione del concetto, l’identificazione identitaria con le proprie narrazioni, la difesa affettiva delle proprie rappresentazioni — nella schizofrenia clinica perde ogni flessibilità adattiva: diventa ipercoerente, impermeabile, inscalfibile. Il delirio non si definisce dal contenuto bizzarro, ma dalla forma: una coerenza interna costruita su presupposti che non possono più essere messi in questione. E questa forma non è un’anomalia assoluta, ma l’estremo di una struttura già normalizzata, il punto limite di un meccanismo che la società stessa accetta e riproduce quotidianamente.

La linea di frattura non passa tra vero e falso, ma tra convinzioni aperte alla revisione e convinzioni irrigidite. Una cultura che insegna ad aderire invece che a verificare, a identificarsi con il senso invece che a sospenderlo, a confondere spiegazione e realtà, genera inevitabilmente alienazione diffusa. La patologia individuale non è l’origine del problema, ma il punto in cui la frattura perde adattività e diventa visibile. Definirla ‘malattia mentale’ significa naturalizzare un esito storico, spostando la responsabilità dall’ordine simbolico all’individuo e occultando la radice culturale che lo ha prodotto e continua a riprodurlo.

La psichiatria cura i crolli, ma non interroga la struttura che li rende inevitabili. Il linguaggio clinico standard registra l’esito, non la genesi. Assume come norma implicita un rapporto sano con la realtà e interpreta la deviazione come patologia individuale. Ma questo presupposto è ingenuo: quel rapporto sano non è la regola, è l’eccezione non tematizzata. La psichiatria non è falsa; è tardiva. Interviene quando la struttura cede, non quando si costituisce.

In sintesi, la vera anomalia non è la schizofrenia, ma una società che scambia la cecità per lucidità, la ripetizione per realtà e il relativo con l’Assoluto. “Schizofrenia ontologica” è vivere nell’inautenticità delle astrazioni mentali e scambiarle per l’Autenticità della Realtà, da cui sono astratte. La cura non è soltanto clinica: è il compito di restituire al pensiero la capacità di distinguere tra realtà e rappresentazione. Solo così la guarigione diventa giustizia ontologica: ritorno al principio in cui ogni ordine umano si misura con l’Assoluto, la Realtà!

Tratto da: Mostafa Milani BLOG

Schizofrenia ontologica: la normalità come patologia epistemica
Schizofrenia ontologica: la normalità come patologia epistemica