La rinascita nella consapevolezza che il potere di influenzare un ambiente contestuale può mutare i rapporti di forza è il fondamento del nuovo e vorticoso caos placido che si sta diffondendo all’interno dell’Occidente oramai al tramonto.
Siamo apocalitticamente nell’anticamera di fenomenologie che investono sempre più il senso di una verticalità vitale che sfida la sfera relazionale della vita pubblica.
La violenza sulle donne e la diffusione della violenza in generale, in tutte le sue forme, è soltanto un aspetto che richiama ad una rivincita nella centralità della Tradizione Primordiale, al fine di arginare questi fenomeni in nome di valori etici, morali e spirituali che nella loro eternità, ci permetteranno di risalire la china per ritrovare l’origine della vita nella divinità della creazione continua di Dio Altissimo Sommo Creatore.
Striscia di Gaza – Nelle ultime settimane è emersa la questione dei combattenti dellaResistenza palestineseintrappolati nella città di Rafah, che è diventata una condizione fondamentale prima di passare alla fase successiva degli accordi proposti riguardanti il settore.
Chi sono le persone bloccate a Rafah?
Si tratta di combattenti delle Brigate Al-Qassam, l’ala militare di Hamas, rimasti nelle zone di Rafah controllate da Israele e asserragliati nei tunnel situati all’interno della cosiddetta “Linea Gialla”. Secondo stime israeliane, il loro numero sarebbe compreso tra 150 e 200.
La questione è esplosa il 29 del mese scorso, in seguito all’annuncio da parte dell’occupazione israeliana della morte di uno dei suoi soldati durante uno scontro armato a Rafah, che ha riportato con forza il dossier in primo piano.
I media hanno discusso diverse proposte per risolvere la questione, tra cui quella di consentire a questi combattenti della Resistenza di entrare in sicurezza nella Striscia di Gaza in cambio della consegna delle armi, ed è stata anche sollevata l’idea di trasferirli in un Paese terzo.
Hamas, da parte sua, ha ritenuto l’occupazione israeliana pienamente responsabile della sicurezza e della vita di questi combattenti, sottolineando che “non c’è spazio per la resa o la rinuncia” e mettendo in guardia allo stesso tempo contro ogni possibile scontro con le forze di occupazione.
D’altro canto, la Reuters ha citato un alto funzionario turco che avrebbe affermato che Ankara aveva precedentemente facilitato il ritorno del corpo del soldato israeliano Hadar Goldin, sottolineando che la Turchia sta attualmente cercando di fornire un passaggio sicuro ai combattenti assediati.
Resta da vedere quanto successo avranno le attuali iniziative per trovare una soluzione, nel timore che l’occupazione sfrutti questa questione per continuare la sua aggressione contro la Striscia di Gaza.
Questo post è dedicato ai soldati di entrambi i fronti che ogni giorno muoiono nella guerra in Ucraina. Loro, più dei civili, sono le vere vittime di un conflitto di cui non hanno colpa. Il soldato combatte e muore per la sua Patria, ma è mandato a morire da cinici governanti mossi da brama di potere e arrivismo personale. Nessuno ha interesse a terminare la mattanza di quei poveri soldati. Non ce l’ha Zelensky e il suo codazzo che continuano ad arricchirsi con la pioggia di miliardi che gli arrivano da mezzo mondo. Non ce l’hanno gli scellerati leader europei come Meloni, Macron, Merz che da tre anni raccontano menzogne ai rispettivi popoli vaneggiando che l’Ucraina vincerà contro la Russia. Non ce l’ha il buzzurro americano che non vuole certo arrestare l’ondata di ordinazioni alle sue industrie belliche dopo anni e anni di crisi industriale. Non ce l’ha nemmeno Putin che, seppur lentamente, sta rosicchiando terreno per conquistare il Donbass. Non hanno interesse le lobby finanziarie e i grandi fondi avvezzi nella corruzione di viscidi colletti bianchi che risiedono nelle istituzioni UE. Tutti, nessuno escluso, sono vigliacchi carnefici di quei poveri soldati che ogni giorno muoiono per nutrire il perverso sistema.
L’articolo seguente è tratto dall’intervento che Daniele Scalea, presidente della Fondazione Machiavelli, ha tenuto all’evento “The Essence of Life“, svoltosi a Révfülöp, in Ungheria, sotto l’egida dello Scruton Hub.
Identità nazionale e democrazia
L’identità nazionale è uno dei maggiori tesori nel capitale sociale d’Europa. Roger Scruton ricordava come la lealtà verso la nazione garantisca la coesione sociale anche in presenza di grandi disaccordi. Ma Scruton non fu il primo a porre in risalto questo prezioso dono della nostra storia occidentale.
John Stuart Mill, nell’Ottocento, scriveva che è quasi impossibile avere “istituzioni libere” (ossia una democrazia liberale) in un paese composto da differenti nazionalità, poiché verrebbe a mancare la reciproca simpatia necessaria a tali istituzioni per sopravvivere. Al contrario, vi sarebbe mutua sfiducia e l’esercito non sarebbe leale verso l’intera popolazione, percependo una parte di essa come straniera e avversaria.
Nel Novecento toccò a Joseph Schumpeter sottolineare che la società democratica necessita di un qualche livello d’accordo sulle norme e i princìpi basilari, sulle “regole del gioco”, affinché la minoranza non si senta minacciata dalla maggioranza e ne accetti il governo.
Per comprendere tali concetti teorici, basta immaginarsi il seguente scenario, non così remoto o irrealistico. Poniamo che, nel 2050, i Fratelli Musulmani o qualche gruppo politico similare siano un serio contendente al potere in uno o più paesi d’Europa. Un ebreo, una donna, un omosessuale, o in generale chiunque non sia musulmano, potrebbe accettare il loro governo, anche conseguito democraticamente, per mezzo del voto, avendo la sicurezza che i suoi diritti fondamentali non saranno conculcati? Difficilmente ciò potrà avvenire, nel momento in cui per i Fratelli Musulmani altri sono i diritti fondamentali: la libertà di predicare l’islam e l’applicazione della sharia.
Il parto travagliato delle nazioni
Le democrazie liberali sono storicamente, strutturalmente connesse agli Stati-nazione. È in questi contesti che si sono sviluppate e quasi solo in società simili le abbiamo trovate in grado di consolidarsi e funzionare completamente. La storia ci mostra che gli Stati multiculturali tendono all’autocrazia, con rare eccezioni (come la Svizzera, comunque composta di sole comunità europee e cristiane e comunque basata sul modello cantonale, dove ogni cantone è a base etnolinguistica e religiosa).
La nascita degli Stati nazione non è però stata indolore. Essa è passata per la difesa dalle invasioni, per guerre civili, per pulizie etniche e purghe religiose. Eventi sanguinosi che hanno creato quella relativa omogeneità sufficiente a suscitare fiducia e senso di identità diffusi – precondizioni, come si è visto, della democrazia.
Non dovremmo gettar via, così a cuor leggero, tale identità conquistata a sì caro prezzo. Il rischio è che, con la sua sparizione, si ritorni a ciò che vi era prima: i conflitti etnici e religiosi.
Chi minaccia oggi nazioni e democrazia
Ma perché l’identità nazionale è oggi in crisi in Europa? Vi è una causa esterna e una interna. Quella esterna è la più ovvia ed evidente: l’immigrazione di massa, impossibile da integrare con questi numeri, e in presenza di un establishment che da decenni ritiene indesiderabile l’obiettivo dell’assimilazione, ha ricreato società multiculturali. Società simili a quelle del passato, in cui vi erano conflitti etno-religiosi, ma ancora più instabili perché le comunità non sono accomunate nemmeno dall’essere tutte europee e cristiane.
Ciò ci conduce alla causa interna. L’Europa non avrebbe mai accettato di tornare alle fragili e litigiose società multiculturali se non avesse ceduto, negli ultimi due secoli, alle seduzioni intellettuali del relativismo culturale.
Nell’Ottocento, proprio quando il processo di costruzione nazionale raggiungeva il suo picco, alcune élites cominciarono a divergere dal resto della società. In nome del progresso decisero di tagliare ogni legame col passato, visto non più come un modello e una guida, ma come un fardello e un “paese straniero” (L.P. Hartley).
Se il passato è qualcosa di negativo, allora non vi sono più costumi, valori e tradizioni che si possano prendere automaticamente per buoni. Ecco l’origine del relativismo: la nostra cultura è solo una tra tante. Ciò ch’è buono e ciò ch’è giusto, è meramente soggettivo. In quegli anni si diffuse la fascinazione per l’esotico, come visibile nel mito del “buon selvaggio” e ancor più nel primitivismo nell’arte – l’imitazione delle arretrate arti africani o polinesiane, momento fondativo dell’arte cosiddetta “contemporanea”, col rigetto di tutti i canoni estetici occidentali.
Il relativismo culturale non fu però il solo a rompere col passato, in quegli anni. Lo fece anche il marxismo, basato sull’idea che la società sia troppo difettosa e vada rimpiazzata da una totalmente nuova. Questi due filoni, di rigetto della nostra storia e della nostra tradizione, si sono mossi negli anni, frequentemente intrecciandosi, come è successo anche di recente, quando neo-marxismo e post-modernismo si sono incontrati per creare l’assurda e venefica ideologia woke.
Mill, Schumpeter, Scruton: tre giganti del pensiero politico che, ognuno a suo modo, hanno detto la stessa cosa scomoda. Senza un’identità nazionale forte, la democrazia liberale semplicemente non regge.
Mill: è quasi impossibile avere istituzioni libere in una società composta da più nazioni
Schumpeter: la democrazia è possibile se c’è vasto accordo su principi basilari e regole del gioco
Scruton: la nazione è come la famiglia, anche nel disaccordo si mantiene coesione e lealtà
La liberal-democrazia europea è nata e si è sviluppata dentro gli Stati-nazione. Non nel vuoto cosmopolita, non in un’umanità astratta.
E per far nascere quegli Stati-nazione ci sono volute guerre civili, religiose, etniche: secoli di sangue per creare ciò che oggi diamo per scontato.
Oggi stiamo distruggendo consapevolmente (o incoscientemente, poco cambia) quel collante che tiene insieme una società libera.
Da fuori: immigrazione di massa senza vera integrazione né assimilazione + ideologia multiculturalista che celebra la separatezza invece della condivisione
Da dentro: relativismo culturale che insegna ai nostri figli che tutte le culture sono uguali e che difendere la propria è razzismo + élite che disprezzano la propria storia e la propria gente
Il prezzo lo pagheremo.
E lo pagheranno soprattutto i nostri figli.
L’Europa o torna a essere una comunità di nazioni orgogliose di sé stesse, oppure smetterà di essere libera.
A prima vista potrebbe sembrare una semplice preghiera. Forse, al più, una formula magica. In realtà, il cosiddetto Peperit Charm appartiene a quella vasta zona grigia del pensiero medievale in cui fede, medicina popolare e pratiche magiche convivevano senza contraddizione.
Diffusa in tutta Europa e conosciuta in ogni ambiente sociale, la Preghiera del Peperit prometteva di donare alle donne un parto senza complicazioni e un travaglio breve e sereno. La sua efficacia veniva attribuita all’invocazione della Vergine Maria e di altre figure bibliche, Anna, Elisabetta, Maria, accomunate dall’esperienza del parto e dal dolore che ne derivava.
Ne sono state censite ben sessantasei versioni, conservate in manoscritti di varia natura: libri di devozione, testi di magia, ricettari medici. Questa molteplicità riflette il carattere ibrido della formula, sospesa tra preghiera e incantesimo. Nei paesi anglosassoni essa è appunto definita charm, cioè “incantesimo”, mentre in ambito latino resta percepita come orazione.
LA FORMULA
La forma più nota si trova in un manoscritto devozionale del XII secolo, oggi conservato a Vienna:
Anna peperit Samuelem. Elisabeth genuit Iohannem. Anna genuit Mariam. Maria genuit Christum. Infans, sive masculus sive femina, exi foras: te vocat Salvator ad lucem. Sancta Maria peperit Salvatorem, peperit sine dolore. Christus natus est de virgine. Christus te vocat, ut nascaris. Exinanite! Exinanite! Exinanite! Postea, ter Pater Noster.
La traduzione è immediata: “Anna partorì Samuele, Elisabetta generò Giovanni, Anna generò Maria, Maria generò Cristo. Bambino, maschio o femmina che tu sia, esci fuori: il Salvatore ti chiama alla luce. Santa Maria partorì il Salvatore senza dolore. Cristo nacque da una vergine, Cristo ti chiama affinché tu nasca. Esci! Esci! Esci!”.
STRUTTURA E RITMO
La preghiera presenta una struttura ritmica sorprendentemente complessa. Dopo un lungo preludio narrativo (“Anna peperit Samuelem, Elisabeth genuit Johannem…”), il tono cambia bruscamente con la ripetizione degli imperativi Exinanite! (“esci, svuota il grembo”), pronunciati in rapida successione. Il ritmo si fa incalzante, quasi a scandire il momento della spinta, per poi tornare alla calma con la recita dei tre Pater Noster.
Chiunque abbia familiarità con l’esperienza del parto non può non cogliere in questa alternanza un’eco delle contrazioni: un movimento ciclico di tensione e distensione, dolore e respiro, forza e pausa. Il Peperit Charm appare dunque come una sorta di trascrizione simbolica del parto, una preghiera che accompagna il corpo nella sua fatica.
Le versioni più brevi della formula erano spesso incise su tavolette di cera o piccoli fogli, poi legati al corpo della partoriente come amuleto protettivo. Quelle più lunghe, invece, venivano recitate coralmente dalle donne presenti al parto, in un contesto di solidarietà femminile e rituale condiviso.
TRA FEDE E FISIOLOGIA
Negli studi contemporanei, il Peperit Charm è stato reinterpretato anche alla luce delle moderne conoscenze fisiologiche. La medievista Marianne Elsakkers ha suggerito che la struttura alternata della formula – una sezione lenta e rassicurante
seguita da una parte imperativa e accelerata – potesse agire come una guida ritmica durante il travaglio. Le parole accompagnavano la respirazione, aiutando la partoriente a regolare il ritmo del respiro e della spinta.
In assenza di strumenti medici o anestetici, il controllo del respiro e la ripetizione cadenzata di formule sacre rappresentavano un aiuto reale per alleviare la fatica e contenere il dolore. Da questa prospettiva, la preghiera del Peperit non era soltanto un atto di fede, ma anche uno strumento pratico: un esercizio di concentrazione e ritmo, un modo per sincronizzare corpo e voce, sofferenza e preghiera.
Anche Peter Murray Jones e Lea T. Olsan, nel loro studio Performative Rituals for Conception and Childbirth in England, 900–1500 (Bulletin of the History of Medicine, vol. 89, n. 3, 2015), hanno evidenziato come tali preghiere funzionassero da veri e propri “riti performativi”, nei quali la parola sacra aveva un potere operativo, quasi terapeutico.
CONCLUSIONE
Dietro la semplicità apparente di una formula religiosa si nasconde un sapere antico, femminile e condiviso. Il Peperit Charm è insieme preghiera, rituale e strumento di assistenza al parto: un modo per trasformare il dolore in parola e il respiro in fede.
In esso convivono la speranza del miracolo, la fiducia nella Vergine e la consapevolezza del corpo: un intreccio di spiritualità e pratica che restituisce voce alle donne medievali, capaci di coniugare la devozione alla sopravvivenza, la preghiera alla forza del respiro. Una preghiera, certo, ma anche un atto di vita.
È particolarmente significativo che questa preghiera sia stata usata da donne, nelle “sale parto” medievali: levatrici, parenti, forse religiose, spesso si affidavano a formule verbalizzate e oggetti (“amuleti”) per gestire la paura, il dolore, la speranza. Non era vista come magia pagana in opposizione alla fede cristiana, ma spesso come un atto di devozione e insieme di cura pragmatica. In alcuni manoscritti inglesi, ad esempio, il “charm” viene scritto su strisce cerate, legate sotto il piede destro della partoriente, oppure avvolte attorno al corpo.
Ancora oggi, la scoperta di oggetti tangibili, come “cinture da parto” (birth girdles), conferma che queste pratiche non erano solo testuali. Una ricerca del 2021 ha analizzato un rotolo di pergamena inglese di circa 3 metri (intorno al 1500) che presenta tracce di fluidi corporei e sostanze legate al parto: miele, latte, legumi, tutte cose indicate nei testi medievali come “rimedi” o “ausili” alla nascita.
Da un lato la preghiera, dall’altro l’oggetto materiale, mostrano che il travaglio era affrontato con una combinazione di fede, tecnica e rituale: la parola sacra, la protezione fisica (amuleti, cintura), e la cura del corpo (erbe, supporti). In quel mondo, non c’era la netta divisione che oggi facciamo tra “medicina” e “magia”: molti testi medici includevano formule “protettive”, molte pratiche religiose avevano anche dimensione terapeutica. Le ossa del travaglio, dell’attesa, del corpo femminile, erano al centro di un sapere empirico e simbolico insieme.
È affascinante pensare che quella serie di “exi, exi, exi”, ripetuta, urgente, abbia potuto essere recitata proprio nel momento in cui la donna sentiva la contrazione, ed essere una sorta di guida vocale alla spinta finale. Mentre la levatrice e le donne intorno scandivano la formula, controllavano il respiro, offrivano conforto, facevano emergere l’analogo di un moderno “esercizio pre-parto”. Certo, non abbiamo prove dirette che fosse usata esattamente così in ogni caso, ma l’ipotesi ha senso e spiega la diffusione di questa formula in diversi contesti.
Infine, il valore del Peperit Charm va oltre la semplice efficacia terapeutica: è testimonianza della centralità della voce delle donne, del sapere femminile, del corpo che genera e soffre e spera. È un frammento di storia che restituisce alla partoriente medievale non solo la vulnerabilità, ma anche il potere della recita, del respiro, della compagnia. In una parola: della parola che cura.
FONTI E BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
• Elsakkers, Marianne, “‘In pain you shall bear children’ (Gen 3:16): Medieval Prayers for a Safe Delivery”, in Women and Miracle Stories, a cura di Anne-Marie Korte, Brill, Leiden–Boston, 2001.
• Jones, Peter Murray e Lea T. Olsan, “Performative Rituals for Conception and Childbirth in England, 900–1500”, in Bulletin of the History of Medicine, vol. 89, n. 3, 2015, pp. 406–433.
• Skemer, Don C., Binding Words: Textual Amulets in the Middle Ages, Penn State University Press, 2006.
• Petrosillo, Sara, Hawking Women: Falconry, Gender, and Control in Medieval Literary Culture, The Ohio State University Press, 2021 (cap. 2: “Charm and Childbirth”).
• Jolly, Karen Louise, Popular Religion in Late Saxon England: Elf Charms in Context, The University of North Carolina.
IL “PEPERIT CHARM”: LA PREGHIERA MEDIEVALE CHE AIUTAVA LE PARTORIENTI
Siria – Sarebbero oltre 4.500 ufficiali e membri del personale del governo di Bashar al-Assad passati nelle fila delle Forze democratiche siriane (Sdf). Questo sviluppo non solo ha alterato l’equilibrio militare e di sicurezza in Siria, ma ha anche introdotto nuove complessità nel futuro processo di integrazione delle Sdf nella struttura di un nuovo Stato siriano.
Media locali evidenziano anche i frequenti voli di elicotteri russi all’aeroporto di Qamishli, osservando che questi voli coincidevano con il trasferimento di funzionari del governo di Assad nelle regioni costiere della Siria, un’indicazione dell’emergente coordinamento indiretto tra Russia, Sdf e gruppi allineati con il governo di Assad.
Ciò rafforza l’ipotesi che Mosca svolga un ruolo nascosto ma attivo in questo movimento. Sin dal suo intervento militare in Siria, la Russia ha cercato di mantenere la sua influenza su entrambi i lati dell’equazione dell’Eufrate, sostenendo le forze di Assad e al contempo interagendo con le Sdf.
Il principale fattore alla base di questa defezione su larga scala è la motivazione economica. La netta differenza tra gli stipendi del personale militare sotto il governo di Assad e quelli offerti dalle Sdf dimostra che la Siria orientale è diventata un polo di attrazione per soldati economicamente vulnerabili.
I proventi del petrolio della regione forniscono i mezzi finanziari per sostenere questi pagamenti, mentre le forze dell’ex regime, in cerca di sicurezza e prendendo le distanze dalla violenza degli elementi di al-Julani, gravitano verso la potenza dominante nell’area. Questa tendenza sottolinea che l’economia di guerra rimane il fattore decisivo che determina l’orientamento delle forze armate in Siria.
La Resistenza Islamica in Libano di Hezbollah ha emesso mercoledì una ferma condanna per l’orribile massacro compiuto martedì sera dalle forze di occupazione israeliane nel campo di Ain Al-Hilweh a Sidone. L’attacco ha causato la morte di 13 civili palestinesi e molti altri sono rimasti feriti, prendendo di mira un’area densamente popolata, piena di civili e bambini. Il partito ha descritto l’attacco come un atto brutale che si aggiunge alla lunga lista di crimini e di sistematica oppressione di Israele contro palestinesi, libanesi e i popoli di tutta la regione.
Nella dichiarazione si sottolinea che questo spargimento di sangue costituisce non solo un attacco alla sovranità del Libano, ma anche una palese violazione dell’accordo di cessate il fuoco e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che Israele viola ripetutamente con il sostegno, e talvolta con la pianificazione, dell’amministrazione degli Stati Uniti.
Hezbollah ha avvertito che qualsiasi dimostrazione di clemenza, debolezza o sottomissione da parte delle autorità statali libanesi non farebbe altro che incoraggiare l’aggressione israeliana, portando a ulteriori massacri e violazioni. Le semplici misure reattive, ha sottolineato la dichiarazione, sono insufficienti e rischiano di incoraggiare ulteriori attacchi israeliani.
Il movimento ha chiesto una posizione nazionale ferma e unitaria per contrastare i crimini israeliani, esortando il Libano a sfruttare tutti i mezzi di potere disponibili per scoraggiare e contrastare l’aggressione, salvaguardare la propria sovranità e proteggere la propria sicurezza.
Hezbollah ha concluso esprimendo le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei martiri, agli abitanti di Ain Al-Hilweh e al popolo palestinese, pregando per la misericordia dei defunti e per una pronta guarigione dei feriti.
Ieri ho incontrato Alice e Astrid, rappresentanti del gruppo francese Nemesis: un movimento di giovani donne che denunciano senza paura il fallimento del multiculturalismo e le conseguenze dell’immigrazione incontrollata nelle città europee.
Donne che hanno scelto di esporsi in prima persona, raccontando ciò che vivono ogni giorno nei quartieri dove lo Stato arretra, dove la legge non vale più per tutti, dove regole culturali estranee all’Europa iniziano a imporsi sulla vita quotidiana.
Mentre una certa politica continua a negare ciò che è sotto gli occhi di tutti pur di non disturbare equilibri ideologici, c’è chi sceglie di dire le cose come stanno.
La nuova generazione di donne non vuole slogan: vuole protezione reale.
Andate avanti così ragazze: non arretrate di un millimetro.
La Commissione Europea ha presentato al Parlamento e al Consiglio Europeo «una tabella di marcia per raggiungere la prontezza di difesa dell’Europa».
Nel documento si afferma che «entro il 2030 l’Unione Europea e i suoi Stati membri devono essere in grado di agire in modo indipendente e assumersi la responsabilità della propria difesa e sicurezza senza fare eccessivo affidamento su altri».
Il riferimento implicito è – finalmente – a una difesa del nostro Continente senza gli Stati Uniti.
L’attuale contesto internazionale richiede «che gli Stati membri agiscano insieme, piuttosto che frammentare gli sforzi in iniziative nazionali non coordinate».
Per raggiungere questo obiettivo, la Commissione propone «una serie di iniziative europee iniziali di preparazione di natura paneuropea».
Tra queste vi sono «l’Iniziativa Europea di Difesa con Droni, la Sorveglianza del Fianco Orientale, lo Scudo Aereo Europeo e lo Scudo Spaziale Europeo», aperte a tutti gli Stati membri che vorranno parteciparvi.
Viene inoltre evidenziata la necessità «che l’Europa disponga di una base industriale forte, resiliente e tecnologicamente innovativa, con radici nell’Unione Europea, che le conferisca un vantaggio strategico e l’indipendenza necessaria».
L’Europa deve «abbracciare l’innovazione, posizionandosi all’avanguardia nel settore della tecnologia della difesa, in particolare per quanto riguarda l’uso dell’Intelligenza Artificiale».
Si riconosce infatti che «coloro che sviluppano le proprie tecnologie saranno i più forti e i meno dipendenti, in particolare per quanto riguarda i droni, i satelliti o i veicoli autonomi».
La Commissione Europea propone «di incentivare un aumento degli investimenti privati e pubblici nel settore della difesa e dello spazio», a cui dovranno aggiungersi gli «altrettanto importanti flussi di capitali privati destinati alla difesa», in modo da «ottenere la massima efficienza e il massimo impatto dal sostegno finanziato dall’Unione Europea».
Il Consiglio Europeo «ha confermato la sua determinazione a realizzare questo obiettivo in modo rapido e su vasta scala».
Proprio come abbiamo scritto nel nostro quaderno «L’Europa – Nel Nuovo Mondo Multipolare» nel capitolo su «La Sovranità Militare», l’Europa «deve unirsi anche sotto l’aspetto militare se vuole riconquistare la propria sovranità e perseguire i propri interessi, anche attraverso la credibilità della minaccia dell’uso della forza».