“Come una piuma che viene portata dal vento, una mente debole e indisciplinata è facilmente influenzata dall’ambiente circostante e può essere spinta fuori strada.
Finché la tua mente non diventa come una montagna che nessun vento può spostare, fai attenzione a chi frequenti e a come trascorri il tuo tempo…”.
Recentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, ad esempio che si tratta di un sistema socialista. In questo articolo vorrei tentare di smontarle. Ovviamente lo farò come si può fare in un articolo di dieci pagine. Per approfondire scientificamente lo studio del sistema cinese ci sarebbe bisogno di scrivere almeno due libri, uno sugli aspetti politici e uno sugli aspetti economici. Ma credo che le cose essenziali si possano dire anche in modo semplice e sintetico.
Visto che tratterò di capitalismo, imperialismo e socialismo, devo fare una breve premessa teorica. Il capitalismo lo definisco come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso. L’imperialismo lo definisco come un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese sfrutta risorse umane e naturali di un altro paese e usa il plusvalore e la ricchezza così estratti per valorizzare e accumulare il capitale su scala mondiale.
Più difficile è definire il socialismo, se non altro per la varietà di teorie cui si può attingere. Per essere più ecumenico possibile, lo definirò facendo riferimento a due posizioni molto diverse, quasi polarmente opposte. In tal modo chiunque può scegliere quella che preferisce, tra la gamma di definizioni collocabili tra i due poli, e ognuno può valutare come vuole il grado di socialismo di un sistema reale. La prima definizione la definirò “marxista”, pur sapendo che qualche marxista non la condividerà. Secondo questo punto di vista, il socialismo è un sistema in cui il reddito è distribuito in modo da dare a ognuno secondo le sue capacità, il potere economico in modo da assegnare ai produttori il controllo della produzione e il potere politico in modo da attribuire al popolo il controllo democratico dello stato. La seconda definizione la definirò “bellamista”.
È quella proposta da Edward Bellamy in Looking Backward 2000-1887. In questo romanzo utopistico viene presentato un modello di società in cui tutta l’industria è statalizzata, la “nazione” è l’unico datore di lavoro e i lavoratori sono organizzati in una struttura gerarchica denominata “esercito industriale”. Lo Stato non è un’istituzione politica vera e propria, ma una tecno-struttura che svolge la funzione di amministrazione economica e che gestisce la produzione e le risorse in modo efficiente. Non esistono partiti perché il socialismo realizzato riscuote il consenso di tutti i cittadini. Gli amministratori sono eletti non in base a ideologie, programmi e interessi, bensì in base alle capacità tecniche e alle doti morali. C’è una completa uguaglianza distributiva: tutti i cittadini ricevono lo stesso reddito. Le differenze di gravosità dei lavori sono bilanciate da differenze dell’orario di lavoro. Questo modello è piaciuto ad alcuni marxisti, immemori del fatto che secondo Marx la prima fase del comunismo, quella che Lenin denominò “socialismo”, abolisce il lavoro salariato e avvia la realizzazione del regno della libertà, e all’oscuro del fatto che Bellamy, un colonnello dell’esercito americano, aveva preso l’organizzazione delle forze armate come modello di società perfetta.
Un socialismo con caratteristiche cinesi?
Per entrare nel vivo della materia: devo constatare che sono pochi quelli che dichiarano esplicitamente di credere che in Cina c’è il socialismo. Molti di più sono quelli che, non osando dichiararlo, lo lasciano trapelare da diverse osservazioni e valutazioni apparentemente neutrali.
Alcune valutazioni colte e raffinate partono dalla constatazione che la diversità della Cina rispetto al resto del mondo è dovuta alla sua eredità confuciana, e che questa eredità favorirebbe il socialismo. Perché? Perché il confucianesimo esalta i valori collettivi e l’armonia sociale a discapito dell’individualismo. Effettivamente il confucianesimo favoriva la virtù ren, la benevolenza verso i propri simili esercitata in conformità alla collocazione degli individui nella gerarchia politica e famigliare; gerarchia che si sviluppa entro cinque rapporti fondamentali: sovrano-suddito, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amico-amico. Quanto alla struttura sociale come la concepisce il confucianesimo, è basata su una scala dei gradi di perfezione umana. Gli uomini si dividono in tre gruppi: quelli perfetti, quelli superiori e quelli comuni. Così la collettività si articola in tre strati: l’imperatore con la sua corte, i nobili e la massa popolare.
Devo aggiungere altro per far capire il motivo per cui il confucianesimo fu osteggiato e represso dopo la proclamazione della Repubblica Popolare e fortemente contestato durante la rivoluzione culturale? Per i comunisti rivoluzionari cinesi il confucianesimo era una religione di stato elitaria, autoritaria e classista. Era la base religiosa del vecchio sistema imperiale, e in quanto tale era accusato di sostenere il rigido ordinamento tradizionale e una morale centrata sull’obbedienza e la deferenza all’autorità. Era visto come uno strumento ideologico usato dalle classi dominanti per giustificare la sottomissione del popolo e perpetuare i rapporti di sfruttamento.
Dunque ci deve far riflettere il fatto che dopo la morte di Mao e le riforme di Deng Xiaoping il confucianesimo è stato progressivamente riabilitato, fino a essere oggi promosso come parte essenziale dell’identità culturale cinese. Il governo attuale lo usa proprio per sostenere i valori di disciplina e armonia sociale.
Un tipo di argomentazione a favore del carattere socialista dell’economia cinese fa leva sulla distribuzione del reddito. Molti sono convinti che in Cina ci sia qualcosa che può essere definito “eguaglianza” o “equità” o “giustizia”, o almeno che di queste caratteristiche ce ne sia una dose maggiore che nei paesi capitalistici occidentali. Se come teoria della giustizia adottiamo il modello bellamista, l’equità distributiva si ottiene quando tutti i cittadini ricevono lo stesso reddito. È un caso limite che potremmo usare quale metro di misurazione, così da poter dire che la distribuzione del reddito di un paese è tanto più “socialista” quanto più si avvicina a quella del modello bellamista, quindi quanto meno disuguaglianza c’è nella distribuzione del reddito.
Nella ricerca scientifica, quando si vuole valutare il grado di equità distributiva di un paese, si fa riferimento a varie misure:
la percentuale di cittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta,
la percentuale di cittadini che vivono in condizioni di povertà relativa,
la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi personali,
la percentuale di reddito guadagnato dal top 10% della popolazione,
la quota salari sul prodotto interno lordo.
Quanto alla povertà, è ormai diventato un luogo comune sostenere che la Cina l’ha debellata al proprio interno e che ha dato il maggior contributo alla riduzione della povertà nel mondo negli ultimi 40 anni. In effetti se guardiamo alla percentuale di poveri assoluti, secondo una certa misura di povertà usata in passato dalla Banca Mondiale (è povera una persona che vive con un reddito giornaliero non superiore a $1,90, in Parità di Potere d’Acquisto PPA 2011), la percentuale di poveri in Cina è scesa dal 66,2% del 1990 allo 0,1% del 2019, un risultato strabiliante. Senonché la soglia di povertà di $1,90 poteva andar bene nel 1990, non negli anni più recenti. Ebbene il governo cinese ha rifatto i calcoli applicando una linea di povertà di $2,30, e sulla base di questa nel marzo 2021 Xi Jinping ha potuto vantare una “vittoria totale” sulla povertà.
La Banca Mondiale ha definito differenti linee di povertà per differenti gruppi di paesi classificati secondo il livello del PIL pro-capite. E ciò ha senso. Se applicassimo una linea di $2,30 all’Italia, risulterebbe che nel nostro paese non ci sono poveri. Invece l’Istat ci dice che nel 2023 il 9,7% della popolazione (5,7 milioni di individui) viveva in condizioni di povertà assoluta. Recentemente la Cina è stata classificata nel gruppo delle economie a reddito medio-alto, gruppo al quale si applica una linea di povertà di $5,50. In base a tale soglia, nel 2021 il 17% della popolazione cinese viveva in condizioni di povertà assoluta (The Global Economy, 2021). Nel 2025 o nel peggiore dei casi nel 2026 la Cina verrà classificata tra i paesi ad alto reddito, ai quali si applica una linea di povertà di $6,85 (PPA 2017). Con questa soglia è stato stimato ancora un 17% di popolazione povera nel 2023 (World Bank, 2023). Per fare un confronto: negli USA il numero dei poveri assoluti (secondo lo US Census Bureau, che usa una linea di povertà di $35) era pari al 13,1% della popolazione nel 2018.
In un’economia capitalistica la lotta alla povertà è come un lavoro di Sisifo: si vince per mezzo dello sviluppo economico e delle politiche sociali. Senonché lo sviluppo stesso obbliga ad alzare le linee di povertà, e i poveri riemergono ogni volta.
Più valido del concetto di “povertà assoluta” è quello di “povertà relativa”, definita da una soglia di reddito pari al 50% (o 60%) del reddito mediano. In tal caso la linea di povertà si innalza automaticamente al crescere del reddito. Purtroppo non esistono accurate statistiche ufficiali per la Cina su questo parametro. Comunque uno studio scientifico serio (Zou, Cheng, Fan e Lin, 2023) ha rilevato che nel 2015 la percentuale di cittadini cinesi in condizioni di povertà relativa era pari a 32,11%. Anche qui si può fare qualche confronto. Nello stesso anno negli Stati Uniti la percentuale di poveri relativi era pari al 16,8%, in Italia al 14,4%, in Germania al 10,1% (OECD 2015).
Nel 2018 la Banca Mondiale ha elaborato una misura della Societal Poverty Line (SPL), definita così: SPL = max ($2,15, $1,15 + 0,5 × mediana nazionale dei consumi o del reddito) (in PPA 2017). Questa linea di povertà combina i concetti di povertà assoluta e relativa. Viene applicata ai paesi con reddito medio-alto e alto. Risulta che nel 2021 la percentuale di poveri era pari a: 19,1% in Cina, 19,7% in USA, 16,6% in Italia, 13,2% in Francia, 12,0% in Germania (2020) (World Bank, 2025).
Un altro concetto di equità distributiva è quello che definisce la disuguaglianza nella distribuzione statistica dei redditi personali. La misura più diffusa è l’indice Gini. È un numero che va da 0 a 1. Quando c’è perfetta eguaglianza (come sarebbe nel modello bellamista) l’indice assume un valore nullo. Quando c’è perfetta disuguaglianza (un cittadino riceve tutto il reddito, gli altri cittadini non ricevono nulla) l’indice assume valore 1.
Premettendo che questo indice è stato stimato da varie fonti con risultati un po’ dissimili, si può rilevare che:
L’indice Gini della Cina era piuttosto basso (0,30) nel 1980; poi ha cominciato a salire rapidamente raggiungendo un picco di 0,55 nel periodo 2002-4; successivamente si è ridotto gradualmente fino a raggiungere il valore di 0,46 negli anni 2019-20 (Xie e Zhou, 2014; Wikipedia, 2023).
Sulla base di dati del National Bureau of Statistics of China l’indice Gini era stato stimato a 0,49 nel 2008 (Chen, 2013; Zhao, 2013) e 0,47 nel 2019 (Lin e Brueckner, 2023).
Secondo altre stime, l’indice ha toccato un massino di 0,44 nel 2010, per poi scendere gradualmente fino allo 0,36 nel 2021 (Countryeconomy, 2025; World Bank, 2024).
Per fare un confronto: USA 0,48 (2021), Italia 0,32 (2021), Germania 0,32 (2022), Francia 0,29 (2021) (USCB, 2022; ISTAT, 2023; Destatis, 2023; INSEE, 2023). Può consolare il fatto che alcune misurazioni degli indici cinesi, a differenza di quelle degli altri paesi, sono effettuate su redditi prima di tasse e trasferimenti (che tuttavia in Cina incidono poco).
Per restare in tema di evoluzione della disuguaglianza distributiva, la quota del PIL cinese guadagnata dal 50% più povero della popolazione è passata dal 27% del 1978 al 15% del 2015 (a questa data il 50% più povero della popolazione percepiva il 12% del PIL negli USA e il 22% in Francia). Invece la quota di PIL guadagnata dal 10% più ricco della popolazione è passata dal 27% del 1978 al 41% del 2015 (a questa data negli USA era del 45%, in Francia del 32%). Infine la quota di ricchezza cinese appartenente al top 10% della popolazione ha raggiunto il 67% nel 2015 (negli USA era del 72% in Francia del 50%) (Piketty, Yang e Zucman, 2019).
Se usassimo come target di riferimento il modello di uguaglianza bellamista, dovremmo rilevare che oggi la Cina sarebbe ben lontana dal “socialismo”. Certo, si può dire che quello bellamista è un modello fasullo, almeno in base alla concezione di Marx, secondo cui nella prima fase del comunismo varrebbe il principio distributivo “a ciascuno secondo le sue capacità”. Questo principio implica la sopravvivenza di una certa disuguaglianza economica, ma non alta quanto in un regime capitalista. Infatti il controllo della produzione da parte dei produttori e il controllo dello stato da parte del popolo dovrebbero portare all’eliminazione di tutte le posizioni di rendita, di tutti i guadagni speculativi e di tutti i profitti capitalistici. Esiste un indicatore approssimativo di questa realtà? Certo che esiste: è la percentuale della quota salari sul reddito nazionale. La differenza di questo numero rispetto a 100 misura la quota di tutti gli altri redditi. Considerando che buona parte di questi “altri redditi” sono plusvalore, cioè profitti, interessi, rendite e guadagni di capitale, si potrebbe considerare la quota salari come una misura, se non del grado di socialismo distributivo, sicuramente del grado di sfruttamento capitalistico. Infatti la quota salari è una trasformazione lineare di quello che Marx chiamava “saggio di plusvalore” (siano: S=monte salari, P=plusvalore, Y=S+P=prodotto interno lordo, S/Y= quota salari; allora Y/S=S/S+P/S; e il saggio di plusvalore è P/S=Y/S-1). Perciò possiamo dire che l’andamento della quota salari sul reddito nazionale varia inversamente al saggio di sfruttamento del lavoro: quando la quota salari si riduce è perché sta aumentando il saggio di sfruttamento.
Per studiare l’andamento della quota salari in Cina bisogna attingere da diverse fonti poiché non esiste una serie unica completa. Chiarito ciò, ecco la serie più attendibile che sono riuscito a trovare:
Quota salari su PIL in Cina
1983
1985
1990
1995
2000
2005
2010
2015
2017
2018
2019
2020
2021
2022
56,2
56,1
53.4
51,4
47,7
41,4
45,3
47,9
48,3
48,4
47,9
47,5
47,7
47,8
[Fonti: Bai e Qian, 2010; ILO, 2015; Dao, Das, Koczan e Lian, 2017; NBS, 2023a; OECD, 2024]
La serie può essere suddivisa in tre periodi. Fino al 2005 c’è stata una forte diminuzione della quota salari – diminuzione che è stata causata: 1) dalle politiche di dumping sociale finalizzate all’attrazione di investimenti diretti esteri, 2) dalla compressione dei consumi operai finalizzata al mantenimento dell’alto tasso di risparmio necessario per sostenere l’accumulazione primitiva, 3) dal forte aumento dei profitti causato dall’accumulazione primitiva stessa. Dopo la grande crisi del 2007-9 c’è stato un aumento della quota salari che è stato determinato dal tentativo del governo di reagire alla crisi alimentando la domanda interna anche con i consumi operai. Dopo il 2018 c’è stata una diminuzione e una stabilizzazione. Notare comunque che il trend complessivo è decrescente.
Notare anche che la stabilizzazione finale è avvenuta attorno a un livello piuttosto basso, almeno a confronto dei principali paesi capitalistici. Secondo dati AMECO7 (2025), nel 2022 la quota salari era pari al 59,4% negli USA, 64,8% in Giappone, 62,4% nell’area euro, 58,4% in Italia, 62,7% in Germania, 68,3% in Francia.
Secondo un’altra fonte (FRED, 2021), che però è considerata poco attendibile, la quota salari cinese sarebbe più alta di circa 4-5 punti percentuali rispetto a quella mostrata nella tabella. Seguirebbe lo stesso andamento a U, con un trend comunque decrescente, e resterebbe più bassa di quelle dei principali paesi capitalistici.
Tutti gli osservatori sono concordi nello spiegare il trend decrescente della quota salari in Cina con gli aumenti della produttività e dei profitti causati da uno strepitoso sviluppo economico.
Possiamo arrivare a delle prime conclusioni. In nessun senso la distribuzione del reddito vigente in Cina è così egualitaria da poterci far dire che ha approssimato a un’equità socialista. Anzi, tutti i diversi indicatori della distribuzione ci dicono che in Cina la disuguaglianza e lo sfruttamento capitalistico sono più forti che nei principali paesi capitalistici cosiddetti “avanzati”. Non solo, ma lo sfruttamento ha esibito una tendenza ad aumentare nel corso del tempo.
C’è un altro aspetto del modello di “socialismo” bellamista che potrebbe forse illuminarci: in quel modello tutti i mezzi di produzione sono di proprietà “nazionale”. Potremmo quindi valutare il grado di socialismo di un paese reale misurando la percentuale del PIL che è prodotta da imprese pubbliche.
Secondo il governo cinese nel 2016 c’erano in Cina circa 150.000 SOE (State-Owned Enterprises), imprese statali o statalizzate (escludendo le imprese finanziarie), il 68% delle quali erano a proprietà mista (Morrison, 2018). Nel 2022 esistevano complessivamente circa 362.000 SOE (incluse le imprese finanziarie) (Shi, 2024). Secondo una stima che sembra un po’ esagerata, nel 2020 le SOE hanno prodotto il 40% del PIL cinese (Tjan, 2020). Più realistica è la cifra di 25% stimata da Leutert (2024).
Bisogna dire peraltro che il peso delle SOE è andato sistematicamente diminuendo negli ultimi decenni, proprio come nei paesi capitalistici occidentali. Si pensi che negli anni ’70 la percentuale del PIL prodotto da imprese statali in Cina si aggirava tra il 75% e 85% (Naughton, 2007; World Bank, 1985). In quel decennio le quote di PIL prodotto da imprese pubbliche o a partecipazione statale erano intorno al 25-30% in Francia, 20-25% in Italia, 15-20% in Gran Bretagna, 10-12% in Germania Ovest, 5-8% negli USA (OECD, 1976; Millward, 2005).
Sembrerebbe che i “socialisti” bellamisti possano portare a casa un buon risultato. La struttura proprietaria dell’economia cinese è più “socialista” di quelle europee, e perfino più di quella dell’Italia demo-socialista degli anni ’70! Ma si può veramente sostenere che l’impresa pubblica è socialista? Dipende, come spiegherò nella prossima sezione. Comunque nel caso della Cina direi proprio di no.
Intanto mi sia permesso di richiamare l’ultima genialata che mi è capitato di sentire: che la Cina ha un sistema economico socialista perché l’economia è sotto il controllo o l’egemonia del PCC, ovvero, parole testuali: “economia capitalista in stato socialista”. In altri termini, il fatto che l’economia è controllata da un partito che si autodefinisce comunista sarebbe una garanzia del suo carattere socialista. Come dire che nell’Italia degli anni ’60 e ’70 c’era un sistema economico cristiano-socialista perché l’economia era governata dal centro-sinistra.
Qui per “controllo” non s’intende solo “proprietà pubblica”, s’intende più in generale “controllo politico”. Ora, se si vuol dire che il governo fa politiche industriali, allora non c’è dubbio: nella Cina moderna il governo fa politiche industriali per sostenere lo sviluppo, precisamente come facevano i governi italiani prima dell’arrembaggio neoliberista. Ma che c’entrano le politiche industriali con il socialismo? Tutti i governi dei paesi capitalistici hanno fatto politiche industriali quando hanno voluto sostenere lo sviluppo. Accadde già nella Francia del Seicento sotto Colbert; il quale non solo cercava di incentivare le esportazioni con politiche di dumping, incentivi fiscali, protezione delle capacità tecniche eccetera, ma addirittura creò con le “manifatture reali” un consistente settore industriale a proprietà pubblica – tipico esempio di socialismo con caratteristiche francesi.
Un capitalismo misto
Credo che nessuno neghi che in Cina c’è il capitalismo. Non lo negano neanche quelli che sostengono che c’è il socialismo – potenza della logica dialettica! E qui raggiungiamo il massimo di virtuosismo. Sentite questa: in Cina c’è il capitalismo, ma è usato per aumentare il benessere sociale – una frase che troverei esilarante, se non fosse agghiacciante. È agghiacciante perché nella sua apparente semplicità enuncia due postulati che nessun socialista può accettare: 1) che il socialismo di per sé non è in grado di assicurare il benessere sociale, ma ha bisogno del capitalismo per farlo; 2) che il capitalismo è in grado di farlo.
Per capire in che modo e in che misura l’economia cinese è capitalistica vediamo innanzitutto qual è la struttura proprietaria delle sue imprese.
Come già osservato, ci sono le imprese pubbliche, le SOE “pure”, che sono di proprietà del governo centrale o locale. Poi ci sono le imprese a partecipazione statale o proprietà mista, Joint Ventures e Partenariati Pubblico-Privato; a questo gruppo appartengono molte imprese pubbliche che sono state parzialmente privatizzate e sono quotate in borsa, delle quali però lo stato conserva il controllo. Abbiamo visto sopra che nel periodo 2020-2023 l’insieme delle imprese pubbliche e a partecipazione statale copriva tra il 25% e il 40% del PIL.
Molte imprese pubbliche o a partecipazione statale sono di grandi dimensioni e molte sono multinazionali. Se guardiamo alla classifica Fortune Global 500 del 2023, che elenca le 500 più grandi imprese del mondo, ci accorgiamo che vi comparivano 135 imprese cinesi, 85 delle quali erano di proprietà statale o a partecipazione statale; secondo la SASAC (State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council) attualmente ci sono tra le 200 e le 300 SOE multinazionali. Invece le multinazionali cinesi private sono circa 1.500 secondo il rapporto UNCTAD (2023).
Inoltre ci sono le imprese collettive, aziende appartenenti a comunità locali. Una volta erano chiamate TVE (Township and Village Enterprises). Erano piccole imprese presenti soprattutto nelle comunità rurali, nell’edilizia, nella piccola industria e nei servizi. Spesso i loro dirigenti erano nominati dalle autorità amministrative locali o dai lavoratori; potrebbero essere in odore di socialismo. Tale tipo d’impresa era piuttosto diffuso negli anni ’80, quando copriva circa il 25-30% del PIL; ma dagli anni ’90 molte di queste imprese sono state privatizzate e molte sono uscite di mercato a causa della concorrenza delle imprese private. Oggi la categoria di “Township and Village Enterprises” è caduta in disuso ed è stata sostituita da quella di “Collectively-Owned Units”, che sono ciò che resta delle TVE dopo che la maggior parte di esse è stata privatizzata. Il National Bureau of Statistics of China stima che nel 2022 il contributo al PIL delle “Collectively-Owned Units” era meno dell’1% (NBS, 2023b).
C’è anche un piccolo settore cooperativo, che comprende per lo più cooperative agricole e cooperative di consumo; nel 2021 il settore cooperativo copriva circa il 6-7% del PIL. Non si hanno dati statistici ufficiali sul numero e il fatturato delle vere cooperative, le cooperative di produzione e lavoro, quelle che, avendo abolito il lavoro salariato e avendo attribuito ai produttori l’autogestione della produzione, potrebbero dare una genuina impronta socialista all’economia. Tuttavia, usando dati del National Bureau of Statistics of China, l’International Labour Organization (ILO, 2017) ha stimato che a questa data il contributo produttivo delle vere cooperative si aggirava tra l’1 e il 3% del PIL.
Tutto il resto è capitalismo privato, con proprietari cinesi e stranieri; in questo settore ci sono le multinazionali straniere, le cosiddette WFOE (Wholly Foreign-Owned Enterprises), che contribuiscono al 25-30% del valore aggiunto industriale.
I socialisti bellamisti potrebbero osservare che c’è comunque un forte settore pubblico e che ciò è segno di socialismo. Si può dire che il socialismo con caratteristiche cinesi è un socialismo almeno al 30-40? Non credo. E non c’è bisogno di scomodare i critici comunisti dell’URSS (da Amadeo Bordiga a Tony Cliff a Raya Dunayeskaya) per capire cos’è il capitalismo di stato. Basta Lenin. Il quale prima della rivoluzione aveva teorizzato il capitalismo di stato come forma di potere monopolistico dello stato borghese, dopo la rivoluzione aveva teorizzato la proprietà pubblica come una forma di capitalismo di stato, durante la NEP aveva sostenuto che il capitalismo di stato è superiore alla piccola produzione privata dispersa e può essere usato per preparare il passaggio al socialismo. L’argomento centrale è che il capitalismo di stato sarà anche proprietà pubblica, ma è pur sempre capitalismo. Si noti en passant che né Lenin né Stalin hanno mai preteso che in URSS ci fosse il socialismo. Pensavano che ci fosse un’economia in transizione verso il socialismo. Per quanto mi risulta, il primo ad affermare che in URSS c’era il socialismo realizzato, o meglio, il “socialismo sviluppato”, fu Breznev. Ironia della sorte: lo fece al XXIV Congresso del PCUS (1971), un ventennio prima del crollo, cosicché fu facile gioco per i pugilatori a pagamento di tutto il mondo dar conto di quella catastrofe come di un crollo del socialismo invece che della fine di un capitalismo di stato piuttosto inefficiente. Per tornare alla Cina, quello che si può dire è che ha un capitalismo misto, pubblico-privato, che produce circa il 94-97% del PIL.
E comunque Marx potrebbe fare una domanda molto semplice per capire se la proprietà pubblica è capitalismo o socialismo: ha abolito il lavoro salariato? Domanda che potremmo articolare nelle seguenti: La classe operaia è sfruttata? È oppressa? Ha il potere? Controlla la produzione?
La risposta a tutte queste domande è semplice: In Cina i lavoratori sono assunti dalle imprese con il contratto di lavoro subordinato, che siano imprese private o pubbliche. Le imprese fanno profitti e usano i profitti per valorizzare e accumulare il capitale. Le decisioni d’investimento, di produzione e d’organizzazione del lavoro sono prese dai consigli d’amministrazione non dai consigli di fabbrica. Tra parentesi, un’altra perla che mi è capitato di sentire è che il capitalismo in Cina si sta estinguendo perché le decisioni d’investimento ormai le prende l’intelligenza artificiale.
Come che sia, per quanto possa estinguersi il capitalismo manageriale, resta il fatto che la classe operaia è viva e vegeta, e più che mai oppressa e sfruttata. In Cina c’è un’organizzazione sindacale ufficialmente riconosciuta: la Federazione Sindacale di Tutta la Cina (All-China Federation of Trade Unions, ACFTU). È integrata nella struttura statale ed è controllata dal PCC, che la usa soprattutto per assicurare la stabilità politica e assecondare lo sviluppo economico. Per dirlo eufemisticamente: “Nello svolgere il suo duplice ruolo di difensore degli interessi dei lavoratori e dello stato l’ACFTU spesso manca dell’autonomia necessaria per opporsi alle politiche governative e alle decisioni manageriali che violano i diritti dei lavoratori” (Everycrsreport, 2006). E neanche le sue strutture di base hanno l’autonomia necessaria per organizzare scioperi e altre azioni industriali a livello locale. I lavoratori che danno vita a forme autogestite di rappresentanza e azioni industriali spontanee subiscono arresti e intimidazioni.
Durante il movimento di protesta di piazza Tian’anmen (1989), i lavoratori di Pechino organizzarono un Sindacato Autonomo, che però fu sciolto dopo la repressione del 4 giugno, mentre i suoi leader venivano condannati a lunghe pene detentive. Per aggirare la proibizione dell’attività sindacale autonoma alcuni gruppi di lavoratori si sono organizzati nella forma di ONG del lavoro (ad esempio a Shenzhen e Guangzhou). Queste organizzazioni assistevano legalmente i lavoratori che scendevano in lotta. Tra il 2015 e il 2019 il governo le ha represse arrestando alcuni loro leader.
Ciononostante, scioperi e disordini continuano, anche se sono considerati illegali. Le principali cause delle lotte di fabbrica riguardano: ritardi nei pagamenti, non pagamento degli straordinari, chiusure o trasferimenti di fabbriche, licenziamenti ingiustificati, violazioni dei diritti dei lavoratori. Molte proteste sono state causate dalle politiche di privatizzazione delle SOE e dalle conseguenti politiche aziendali di licenziamento, tagli ai salari e ai benefici sociali.
Ecco alcuni esempi delle lotte più rilevanti. Nel marzo 2002 ben 30.000 lavoratori di 20 fabbriche nel Liaoyang esibirono un’incredibile capacità di autorganizzazione nel mettere in atto proteste e manifestazioni per resistere a tagli dei salari e delle pensioni e agli arresti di militanti. Lo stesso anno 50.000 lavoratori di raffinerie petrolifere protestarono contro licenziamenti nel Daqing. Nel 2004 migliaia di lavoratori del tessile nella provincia di Shaanxi fecero uno sciopero che durò sette settimane. Sempre nel 2004 sono state registrate 863 proteste che hanno coinvolto più di 50.000 lavoratori nella provincia di Guangdong (Everycrsreport, 2006). Nel 2010 un grande sciopero spontaneo alla Honda di Foshan si concluse con la conquista di aumenti salariali.
Il primo decennio del millennio ha esibito un aumento delle dispute di lavoro a causa delle politiche di privatizzazione. Ma è stato solo l’inizio di un crescendo di lotte. I conflitti industriali sono triplicati dal 2011 al 2024. Nel 2015 ne sono stati rilevati 2.600, anche se alcune stime arrivano fino a un numero di 10.000. Nel 2023 ci sono state 1.794 azioni industriali; nel 2024 ce ne sono state 1.509 (Šebok, 2023; Chinaworker, 2024; Han e Song, 2024; Doherty, 2025). Gran parte delle informazioni sulle lotte sono state raccolte e documentate dal China Labour Bulletin (CLB, 2025), un’organizzazione non governativa fondata nel 1994 a Hong Kong per difendere i diritti dei lavoratori cinesi. Si deve tener presente che le cifre pubblicate dal CLB, da cui dipendono quelle pubblicate da diversi altri studi, sono fortemente sottostimate perché a loro volta dipendono da fonti pubbliche, le quali tendono a censurare e rimuovere rapidamente le informazioni di questo tipo.
In Cina, come abbiamo visto, la quota salari sul PIL ha esibito un trend decrescente a partire dagli anni ’80. La causa principale della tendenza risiede nel sistematico e forte aumento dei profitti e della produttività del lavoro (aumento del plusvalore relativo, direbbe Marx). I salari reali sono aumentati anch’essi sistematicamente. Cosa gli ha impedito di aumentare al punto di dare una sterzata alla tendenza alla diminuzione della quota salari? Due fatti: da una parte la difficoltà di organizzare azioni industriali incisive per contrattare collettivamente i salari; dall’altra un consistente esercito industriale di riserva.
Secondo Marx l’esistenza di un grosso esercito industriale di riserva gioca un ruolo decisivo nella regolazione dei salari e del grado di sfruttamento in un sistema capitalistico. Purtroppo in mancanza di statistiche adeguate non conosciamo l’entità dell’esercito di riserva in Cina. Possiamo usare come proxy il tasso di disoccupazione. Ma anche in questo caso le statistiche sono inadeguate. Lo sono perché in Cina viene rilevata solo la disoccupazione urbana, che peraltro non include i lavoratori immigrati dalle campagne e i lavoratori informali, i quali costituiscono una quota significativa della forza lavoro cinese. Inoltre non si hanno dati sulla disoccupazione, l’inoccupazione e la sottoccupazione nelle campagne. Ebbene il tasso di disoccupazione ufficiale era dell’1,8% nel 1985, dopo di che è andato sistematicamente crescendo fino a raggiungere il 5,3% nel febbraio 2024. Ma tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere che il tasso ufficiale sottovaluta sistematicamente quello reale. Vari studi suggeriscono che il tasso effettivo di disoccupazione può essere tra il doppio e il triplo di quello ufficiale (Giles, Park e Zhang, 2005; Feng, Hu e Moffitt, 2015; Lam, Liu, e Schipke, 2015). Più recentemente Yao Yang, decano della National School of Development all’Università di Pechino, ha stimato un tasso di disoccupazione reale del 15% quando quello ufficiale era del 5,7% (He e Zhu, 2023).
Infine, ecco un’informazione a beneficio di coloro che credono che “in Cina si lavora di meno” perché c’è il socialismo o qualcosa del genere. Tra gennaio 2022 e luglio 2025 le ore lavorate settimanali medie per addetto sono oscillate tra un minimo di 46,2 a un massimo di 49,1 (Trading Economics, 2025a). Nello stesso periodo questa grandezza negli Stati Uniti è oscillata tra 34,1 e 34,6 (Trading Economics, 2025b). Secondo l’ufficio statistico tedesco, nel 2023 le ore settimanali lavorate in media per lavoratore erano 36,9 nell’EU, 34,4 in Germania, 37,0 in Francia, 37,3 in Italia (Destatis, 2025). Dunque i lavoratori cinesi non solo sono spremuti capitalisticamente, ma lo sono molto di più dei loro colleghi occidentali.
Per venire alla dimensione politica della condizione operaia, mi limiterò a osservare che in Cina, oltre al PCC, ci sono ben 8 “partiti democratici”, i quali “collaborano” tutti strettamente con il PCC in ossequio al principio della “cooperazione multipartitica e consultazione politica sotto la leadership del Partito Comunista Cinese”. Nell’Assemblea Nazionale del Popolo, il PCC occupa 3/4 dei seggi, ma esercita un controllo totale in quanto la Costituzione prevede un fronte unito che comprende tutti gli altri 8 “partiti democratici”.
I dirigenti cinesi sostengono che nel mondo esistono diverse forme di democrazia e che da loro ce n’è una particolare tipica della Cina. I comunisti filocinesi occidentali che apprezzano questo discorso aggiungono che in occidente non c’è una vera democrazia. Hanno perfettamente ragione, considerando che da noi ormai viviamo in un regime di “postdemocrazia” (Crouch) o “democratura” (Galeano, Matvejevic). Infatti di che parliamo quando definiamo democratico un sistema come quello inglese, per fare un esempio qualificato, in cui votano solo i cittadini moderati (nelle elezioni del 2024 l’affluenza è stata del 59,7%) e in cui un partito che riceve il consenso del 20,12% della popolazione con diritto di voto (33,7% di voti × 59,7% di affluenza) conquista una maggioranza del 63% in parlamento? Be’, se questa è una forma di democrazia allora lo è anche quella cinese.
La quale, sia nei discorsi ufficiali sia in quelli dei comunisti filocinesi occidentali, parte da una certa svalutazione della democrazia procedurale. Conta di più la democrazia sostanziale – dicono. Che consiste in cosa? Consiste nel buon governo esercitato nell’interesse del popolo. E il popolo è un’entità olistica che non ha bisogno della libertà di organizzazione per esprimere la propria volontà (“bastano i sondaggi”: sì, ho sentito pure questa). Come nel modello bellamista: che bisogno c’è di veri partiti quando tutti i cittadini sono concordi nel consenso al buon governo della nazione? Ne consegue che, siccome ciò che assicura il buon governo è l’efficienza, i politici sono selezionati non sulla base di proposte politiche, linee strategiche e ideologie alternative. Sempre secondo il modello bellamista, sono selezionati in base alle capacità tecniche e alle doti morali. Ergo: la sostanza della democrazia si manifesta nella meritocrazia. In Cina i dirigenti sono selezionati in base alla competenza. Le libere elezioni sono sostituite dagli esami, tanto che “la Cina è governata dagli ingegneri e il Partito Comunista è pieno d’ingegneri” (Douthat e Wang, 2025). Capite perché Confucio è tornato a essere centrale nella cultura che il PCC cerca di infondere nelle masse?
Marx, sia nel criticare la filosofia del diritto pubblico di Hegel sia nell’analizzare l’esperienza della Comune di Parigi, aveva elaborato il concetto di “vera democrazia” per definire un sistema politico in cui vigono il suffragio universale, il vincolo di mandato e l’eutanasia dei politici di professione, tanto per restare alla democrazia procedurale. Secondo lui, un sistema del genere permetterebbe al proletariato, maggioranza della popolazione in un paese capitalistico avanzato, di instaurare la “dittatura del proletariato”, cioè il predominio della volontà della maggioranza proletaria della popolazione, e quindi di avviare democraticamente il processo di espropriazione degli espropriatori. Certo che oggi Carletto ci pare un po’ ingenuo, ma d’altra parte ai suoi tempi non solo non c’era il suffragio universale, non c’erano neanche la radio, la televisione, il cinema e i dipartimenti di Scienze della Comunicazione.
Tuttavia il concetto di “vera democrazia” è essenziale nella definizione di socialismo. Se questo consiste nel controllo della produzione da parte dei produttori, allora la proprietà pubblica può assumere un carattere socialista solo nella misura in cui è controllata da uno stato che esprime la volontà dei produttori. Un sistema socialista dovrebbe combinare un settore economico di vere cooperative controllate direttamente dai lavoratori con uno di imprese pubbliche controllate indirettamente e democraticamente dal popolo.
In conclusione, qualsiasi parametro usiamo per valutare il sistema economico – distribuzione del reddito, distribuzione dei diritti di proprietà, distribuzione del potere – del sistema cinese si può senz’altro dire che ha caratteristiche cinesi ma non che ne ha di socialiste. E allora, se non è socialista cos’è? Be’, a questo punto mi pare chiaro: è capitalismo puro e semplice.
Un imperialismo con caratteristiche cinesi
Non c’è capitalismo senza imperialismo, perché la legge di Mosè e di tutti i profeti è: “accumulare accumulare!” E l’accumulazione si svolge in profondità e in estensione – estensione anche geografica, su quello che Marx chiamava “mercato mondiale”.
Ma devo subito dire che l’imperialismo con caratteristiche cinesi è veramente particolare, di un tipo che si differenzia per molti aspetti da quello “occidentale”. Tanto per cominciare, non ha assunto caratteristiche di espansione militare. La Cina ha una sola base militare all’estero, a Gibuti, e una mezza dozzina di installazioni “dual use” (commerciale-militare) in Africa e Asia. Niente, a confronto delle 750-800 basi militari americane in un’ottantina di paesi (OBRACC, 2025), delle 145 basi militari britanniche in 42 paesi (Miller, 2020), delle 21 basi militari estere della Russia (Sharkov, 2018) e delle 11 basi militari estere francesi (Wikipedia, 2025).
Ma l’aspetto per cui quello cinese si differenzia più nettamente dall’imperialismo occidentale è il suo carattere, diciamo così, munifico. La Cina sta investendo massicciamente nel Sud globale, specialmente in Africa e in America Latina, fornendo ai paesi in via di sviluppo aiuti sostanziosi al decollo industriale e ai processi di modernizzazione. Investe con prestiti del governo e delle banche e con investimenti diretti delle imprese multinazionali statali e private. E costruisce strade, ferrovie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, dighe e intere città nuove, oltre che fabbriche. Naturalmente vi esporta anche molto, di ogni genere di beni di consumo e d’investimento, e anche di personale tecnico.
Tra il 2000 e il 2023, la Cina ha erogato prestiti a 49 paesi africani per un ammontare di 182 miliardi di dollari (Morro, Bien-Aimé e Engel, 2024; Farraj, 2024). Tra il 2005 e il 2022, la China Development Bank e la Export-Import Bank of China hanno prestato 141 miliardi di dollari a governi e imprese dell’America Latina (Witgens, 2022). Tra il 2008 e il 2021 in relazione alla Belt and Road Initiative la Cina ha prestato circa 240 miliardi di dollari a 22 paesi latino-americani e asiatici (Rajvanshi, 2023). Complessivamente tra il 2000 e il 2021 la Cina ha concesso prestiti ai paesi in via di sviluppo per un ammontare di 911 miliardi di dollari (Miriri, 2025).
I cinesi fanno pagare sui propri prestiti tassi d’interesse differenziati in funzione del rischio, con punte che arrivano all’8%, ma comunque piuttosto bassi (circa il 2% in media) (Nyabiage, 2020), certamente più bassi di quelli applicati dalle istituzioni finanziarie private occidentali (5% in media) (Toussaint, 2024).
Quanto agli investimenti diretti esteri cinesi in Africa, hanno avuto un’impennata subito dopo il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) del 2006, quando la Cina s’impegnò ufficialmente a sostenere lo sviluppo economico africano. In una prima ondata gli investimenti si sono orientati verso la costruzione di infrastrutture e l’estrazione di risorse minerarie. In America Latina la prima ondata è cominciata nel 2010, quando gli investimenti sono stati orientati principalmente verso l’approvvigionamento di soia brasiliana, rame cileno, petrolio venezuelano. Una seconda ondata è iniziata nel 2016 sotto la spinta della Belt and Road Initiative. Allora i cinesi si sono interessati, tra l’altro, alla produzione di energia idroelettrica in Etiopia e di energia rinnovabile in Brasile. Successivamente c’è stato un rallentamento causato sia dalla pandemia Covid sia dal default del debito verso la Cina da parte di alcuni paesi africani e latino-americani.
Ecco un po’ di dati quantitativi. Secondo l’OECD nel periodo 2017-2022 le imprese cinesi hanno investito 74 miliardi di dollari in Africa, coprendo il 18% degli investimenti diretti esteri globali verso quel continente (ANA, 2023). Secondo il Ministero del Commercio cinese e la China-Africa Research Initiative, nel periodo 2005-2023 la Cina ha investito in Africa più di 110 miliardi di dollari. In America Latina invece negli anni 2003-2022 ha investito circa 187,5 miliardi di dollari (Chin@Strategy, 2024). Secondo la Economic Commission for Latin America and the Caribbean vi ha investito più di 200 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2023.
Infine bisogna osservare che la Cina incoraggia i paesi del Sud globale a crescere con le esportazioni. A tal fine ha tenuto piuttosto bassi i dazi verso quei paesi e anzi recentemente si è mossa verso una politica di zero dazi – una politica che favorisce la crescita del PIL di quei paesi e quindi delle loro importazioni.
In conclusione, mi sembra credibile l’opinione di chi sostiene che questo tipo d’imperialismo è gradito ai popoli che lo accolgono. Senz’altro è più gradito di quelli americano, inglese e francese, che sono invece apprezzati dalle classi dirigenti golpiste e dalle borghesie compradore. Voglio aggiungere che personalmente tifo per la Cina (e i paesi BRICS) nell’attuale partita per il nuovo ordine mondiale, non solo perché il moderno impero celeste ha assunto caratteri munifici e non bellicisti, ma anche perché si trova sotto l’attacco dell’imperialismo americano (Screpanti, 2025).
Ci si può domandare: in che senso è imperialismo quello cinese se è così munifico? La risposta è: nel senso che resta comunque un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese estrae plusvalore e ricchezza da altri paesi. La Cina lo fa verso i paesi del Sud globale in diversi modi:
Innanzitutto c’è il pagamento degli interessi sui prestiti; per quanto i prestiti offerti dalla Cina siano a basso costo e per quanto siano graditi ai paesi che li ricevono, resta il fatto che un costo ce l’hanno; e gli interessi sono plusvalore estratto dal lavoro dei paesi debitori e incamerato dal capitale del paese creditore.
In secondo luogo ci sono i profitti delle imprese multinazionali cinesi, pubbliche e private, profitti che sono prodotti dai lavoratori dei paesi in via di sviluppo e in buona parte importati dalle case madri;
In terzo luogo c’è uno sfruttamento da scambio ineguale; le ragioni di scambio sono sfavorevoli ai paesi del Sud globale in cui la Cina investe perché il costo del lavoro vi è più basso.
In quarto luogo ci sono i profitti guadagnati dalle imprese esportatrici cinesi; sono guadagnati dal capitale cinese nel suo complesso nella misura in cui la Cina gode di un sistematico surplus commerciale verso i paesi in via di sviluppo; nel 2023 il surplus commerciale verso l’Africa era pari a 282 miliardi di dollari, quello verso l’America Latina era pari a 485 miliardi di dollari.
In quinto luogo il capitale cinese si avvale del più basso costo del lavoro dei paesi in via di sviluppo per produrvi beni che poi riesporta ad alti profitti nei paesi più sviluppati.
Infine bisogna ricordare il land grabbing che la Cina pratica nei paesi del Sud globale; consiste in parte in acquisti di terre e in parte in contratti a lungo termine (25-99 anni) per concessioni agricole e joint venture con governi locali; la Cina è tra i primi 5 paesi acquirenti di terra a livello mondiale, per una superficie di circa 6-7 milioni di ettari di terre agricole acquisite o gestite in leasing da imprese o fondi cinesi (Lay et al. 2021; Nuñez Salas, 2022; Russo, 2024).
Conclusioni
Vorrei chiudere ricordando che il decollo industriale cinese era cominciato già negli anni ’50. Spesso si trascura il fatto che la Cina ha assistito a una “costante ed elevata crescita in tutto il periodo post-rivoluzionario” (Marchetti, 2020), non solo dopo le riforme di Deng. Il tasso di crescita medio annuo del PIL per gli anni ’50, ’60, e ’70, è stato stimato da diversi ricercatori su cifre che si collocano tra il 6% e il 10%. In particolare: il National Bureau of Statistics of China stima intorno al 6,7% il tasso di crescita negli anni 1953-1978 (Morrison, 2019). Yao (2020) lo stima al 6,14% per gli anni 1954-1977. Più ottimista Morgan Stanley (2023), che fornisce le seguenti stime: 8,9% negli anni ’50; 9,8% negli anni ’60; 9,3% negli Anni ’70.
Stando così le cose, non sembra che le riforme di Deng abbiano fatto fare alla crescita del PIL cinese quell’enorme balzo che si dice. Certamente Il tasso di crescita medio anno è stato elevatissimo nel periodo 1980-2005. Secondo il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale si è collocato tra il 9,7% e il 10,1%. Certo, elevatissimo, ma non molto più elevato di quello prevalente nei precedenti trent’anni. Perciò si può dire che in sostanza le novità apportate dalle riforme della fine degli anni ’70 si riducono a due: un lieve aumento del tasso di crescita fino alla grande crisi del 2007-9 e una drastica ristrutturazione capitalistica.
Le riforme avviate il 18 dicembre 1978 dall’“architetto generale” Deng Xiaoping – che tra l’altro promosse un sacco di ingegneri nelle sfere di comando dello stato e del partito (Douthat e Wang, 2025) – hanno forzato un processo di trasformazione che ha esibito tutte le caratteristiche di un’accumulazione primitiva. La forte guida dello stato, le politiche mercantiliste aggressive che praticavano il dumping sociale, fiscale, ambientale e normativo, la massimizzazione del tasso di risparmio, la compressione della crescita dei salari e dei consumi, la graduale privatizzazione delle imprese pubbliche, l’accelerazione delle esportazioni e delle importazioni, il forte aumento degli investimenti diretti esteri in entrata e in uscita, sono tutti fenomeni che hanno svolto funzioni decisive nel sostenere il processo di accumulazione primitiva in Cina. Nessun economista potrà mai lodare abbastanza il ruolo giocato dal PCC nel dirigere questo processo.
L’accumulazione primitiva, che era iniziata negli anni ’50, si è conclusa con la crisi del 2007-9, dopo la quale l’economia cinese è entrata in un sentiero di sviluppo più autosostenuto, più centrato sull’innovazione tecnologica autonoma, più permissivo nei confronti della crescita dei salari e dei consumi, ma anche più lento (nel periodo 2010-2025 il tasso di crescita medio annuo del PIL è stato del 6,4%).
Come che sia, è importante non dimenticare che la trasformazione e l’accumulazione capitalistiche governate dal PCC non sarebbero state possibili se non sulla base di una clamorosa vittoria dei “revisionisti” in un decisivo episodio di lotta di classe, ovvero la drammatica sconfitta della rivoluzione culturale negli anni ’70. La rivoluzione era iniziata nel 1966 e raggiunse il culmine nel periodo 1972-76, quando emerse un movimento ribelle che, in forza della parola d’ordine “critichiamo Lin Biao, critichiamo Confucio”, portò avanti una contestazione radicale contro burocrati di stato e di partito. Nel settembre 1976 morì Mao Zedong, in ottobre fu arrestata la cosiddetta la “Banda dei Quattro”, e la Rivoluzione Culturale fu sconfitta e repressa. Dopo di che, non solo il gruppo dirigente, ma tutto il movimento rivoluzionario fu criminalizzato.
Allora vabbè, si può lodare il PCC attuale; ma si deve essere consapevoli del fatto che non è proprio menzognera l’ironia di chi lo intende come Partito Confuciano Cinese o Partito Capitalista Cinese.
C’è stata una grande sorpresa, da parte di tutti, in merito alle parole di Trump che, di fatto, ha certificato la decisione degli Stati Uniti di uscire dalla NATO. Ma le sue parole non suonano certo nuove alle orecchie di chi, in questi anni, ha sempre rifiutato di leggere le fonti della propaganda.
Se, infatti, dovessimo descrivere gli ultimi cinque anni, potremmo definirli il “Quinquennio dello svelamento”. Dall’era covid, a quella dell’Operazione Speciale – che di fatto ha posto fine al teatrino dei virologi televisivi e della conta gonfiata dei morti – abbiamo assistito a due tronconi contrapposti: la realtà presentata dai media (vaccini sicurissimi ed efficacissimi e Putin nuovo Hitler che invade ad minchiam l’Ucraina) e la realtà fattuale di vaccini che non vaccinano e la cui natura potenzialmente mortifera è oggetto di dibattito, tra un malore improvviso e l’altro, e una Federazione Russa che, in realtà, non ha fatto altro che reagire a otto anni di provocazioni americane nel Donbass.
La vera domanda però è questa: perché mentire in maniera così spudorata?
Se noi consideriamo, per esempio, tutti gli interventi americani del passato, noteremo che lo Zio Sam non si faceva troppi problemi nel mettere gli scarponi in Iraq, in Afghanistan, in Siria.
In Libia già si era assistito ad una sostanziale guerra per procura con Sarkozy che certamente non avrebbe fatto quel che ha fatto senza la benedizione americana.
Ma nel Donbass, il non intervento militare, in cambio invece di aiuti finanziari, di fatto ha dato a tutto il mondo l’impressione che l’Occidente non abbia più la forza per fare ciò che faceva un tempo, anche perché la decisione degli americani di abbandonare i propri programmi che definiremmo eufemisticamente espansionistici è ormai conclamata – Trump, al massimo, è solo un acceleratore di questa tendenza – e questo naturalmente cambierà tutti gli equilibri globali.
In questo senso, cosa sono la NATO e l’Unione Europea davvero?
Al di là della retorica ufficiale sulla pace e la cooperazione tra popoli liberi, NATO e UE (con le sue costruzioni, l’Euro e scemenze varie) rappresentano in realtà il braccio armato ed economico dell’egemonia americana sul continente europeo – la prima attraverso la militarizzazione delle politiche di sicurezza, la seconda tramite la standardizzazione dei mercati e delle normative secondo parametri che favoriscono sistematicamente gli interessi transatlantici, a dispetto di qualche finta opposizione spot. Quando si parla della possibile fine di queste istituzioni, quindi, non stiamo discutendo del tramonto di nobili ideali democratici, ma della crisi di un sistema imperiale che ha retto per ottant’anni e che oggi mostra crepe strutturali impossibili da ignorare.
La fine dell’Alleanza Atlantica è il momento terminale dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto dal secondo dopoguerra. Non perché la NATO rappresenti davvero la libertà e la democrazia, ma perché costituisce l’ultima struttura attraverso cui Washington riesce a mantenere il controllo sui vassalli europei e, di conseguenza, sulla propria posizione di superpotenza globale. Il ragionamento, per quanto cinico possa apparire, ha una logica ferrea: senza la subordinazione militare dell’Europa, gli Stati Uniti perderebbero quella massa critica economica e strategica che gli consente di competere con Cina e Russia, riducendosi a una potenza regionale ricca ma irrilevante su scala planetaria.
Il benessere occidentale, del tutto artificiale, è sempre stato drogato dagli americani in chiave antisovietica e si è sempre realizzato attraverso uno sfruttamento intensivo di materie prime nelle realtà territoriali sotto il controllo americano. Nel momento in cui, nell’universo geopolitico, sono iniziate ad emergere realtà come la Cina e l’India, e con esse anche la Federazione Russa grazie ad un Putin che, inizialmente, sembrava dover essere nient’altro che un luogotenente di Washington e alla fine si è rivelato un avversario, e queste potenze hanno iniziato a promettere ai territori africani condizioni migliori rispetto a quelle proposte dall’Occidente, di fatto l’America ha capito che il Nuovo Ordine Mondiale non era più un’idea fattibile. E ha iniziato il processo di dismissione. Che non è un’idea recente ma che risale alla tempesta perfetta della crisi del 2007-2008.
La distruzione del sistema NATO-centrico, in sintesi, non è un’idea balzana di Donald Trump, ma rappresenta la logica conclusione di un processo iniziato molto prima della sua presidenza e portato avanti, sia pure con metodi diversi, dall’intero establishment americano. Quando Barack Obama, nel 2016 a Davos, pronunciò quello che a posteriori può essere considerato il de profundis del WTO e della globalizzazione così come l’avevamo conosciuta – ma già nel 2009 aveva detto cose interessanti (e si era beccato le risposte piccate di Putin e dei cinesi) – stava semplicemente ufficializzando ciò che era già evidente a chiunque avesse occhi per vedere: il sistema multilaterale costruito dagli americani dopo il 1945 aveva smesso di servirli e anzi stava diventando un ostacolo alla loro sopravvivenza strategica.
La differenza tra l’approccio democratico e quello repubblicano a questa transizione epocale non sta negli obiettivi finali – che rimangono identici per entrambi i partiti americani, ovvero preservare la supremazia statunitense a qualunque costo – ma nei metodi e nei tempi. L’amministrazione Biden prima e della Harris poi, qualora dovesse vincere nel 2028, vorrebbe mantenere in vita le istituzioni atlantiche come gusci vuoti, svuotandone progressivamente la sostanza attraverso una serie di crisi orchestrate ad arte: prima la pandemia, poi il cambiamento climatico, infine le tensioni geopolitiche con Russia e Cina, utilizzate tutte come pretesti per drenare risorse finanziarie dall’Europa verso l’America attraverso meccanismi sempre più sofisticati di dipendenza tecnologica ed energetica.
Trump, da parte sua, ha l’approccio tipico dell’uomo d’affari che preferisce chiudere le partite in perdita piuttosto che continuare a sprecare tempo e denaro in operazioni che non rendono più: se la NATO costa agli americani più di quello che gli fa guadagnare in termini di controllo geopolitico, meglio eliminarla direttamente e ripartire da zero con accordi bilaterali più vantaggiosi.
Il problema è che questo approccio, per quanto razionale possa sembrare dal punto di vista contabile, non tiene conto del fatto che certi sistemi complessi, una volta distrutti, non possono essere ricostruiti a comando, e che la fine traumatica dell’egemonia atlantica potrebbe innescare dinamiche talmente caotiche da travolgere gli stessi Stati Uniti.
Perché il punto, alla fine, è proprio questo: l’America ha costruito un impero così perfettamente integrato con la propria economia e la propria società che smantellarlo equivale a segare il ramo su cui si è seduta per quasi un secolo. Le élite democratiche lo sanno e per questo preferiscono la strategia del lento dissanguamento europeo, che garantisce almeno una transizione controllata verso un nuovo equilibrio; Trump e i suoi, invece, sembrano convinti di poter gestire il processo di disgregazione come una normale ristrutturazione aziendale, senza rendersi conto che stanno giocando con forze storiche che potrebbero facilmente sfuggire al loro controllo e trascinare nella caduta anche l’impero che credono di stare salvando.
In sostanza, la gestione occidentale del conflitto ucraino ha dimostrato che l’Occidente è diventato un gigante dai piedi d’argilla, capace di produrre propaganda mediatica e sanzioni simboliche ma incapace di sostenere uno scontro prolungato con avversari determinati e tecnologicamente avanzati come la Russia e, soprattutto, la Cina che osserva interessata l’intera vicenda per poi schierarsi con chi gli dà più affidabilità, chiudendo così la partita.
Trump, come si disse sin dall’indomani della sua prima vittoria nel 2016, altri non è che il Gorbaciov chiamato a disinnescare un sistema creato da altri. Poi che riesca a fare meglio dell’originale, è quello che auspicano tutti. Ma una cosa è certa: se fallirà, non sarà certo colpa sua come non era colpa di Gorbaciov il crollo dell’URSS.
Semplicemente, sarà il crollo di un’ideologia imperiale che non è compatibile con un mondo ormai multipolare.
Prima i paesi europei se ne rendono conto, meglio sarà per loro. Perché senza la protezione americana, il problema non sono certo i russi bensì valanghe di immigrati pronti a banchettare l’Europa esattamente come fecero i barbari con l’Antica Roma, e certo non animati da bei pensieri nei confronti di un Vecchio Continente che li ha sottomessi in passato e che oggi pretenderebbe di campare sulle loro spalle.
Questo è il senso del discorso di Trump: cinico, brutale, cattivo. Ma, purtroppo, tremendamente realistico.
Nelle loro precedenti incarnazioni, gli esseri umani, coscientemente o inconsciamente, hanno commesso alcune trasgressioni e, dato che non hanno riparato, adesso si trovano in situazioni difficili con dei debiti da pagare e situazioni ingarbugliate da districare. Ma il destino nasconde loro tutto ciò, e nel momento in cui, ad esempio, stanno per concludere un’associazione o un matrimonio, non vedono come sono gli esseri con i quali sono sul punto di legarsi, né come quegli esseri agiranno nei loro confronti in determinate circostanze. Se venissero avvertiti, sarebbe facile per loro sfuggire alle prove.
La legge di giustizia fa sì che essi non abbiano reminiscenze né premonizioni, in modo che possano pagare i propri debiti; sono immersi fino al collo a cuocere nella marmitta, e ci resteranno finché non avranno compreso le lezioni della Giustizia Divina.
«Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» (Italo Calvino, Le città invisibili)
Stavo raccogliendo tanti begli appunti e idee sulla visita di Putin in India, e su quello che poteva significare per i rapporti con i paesi amici, dalla Cina al Pakistan, e gli USA ti pubblicano così, alla chetichella, la nuova strategia nazionale di sicurezza. E allora via tutto e leggiamocela (la allego al link 1, sono 33 pagine), soprattutto la parte che ci interessa di più, ovvero quella che riguarda l’Europa in generale e l’Ucraina in particolare (anche sul resto c’è da ragionare eccome, ma magari in seguito).
Non mi piace fare quello che dice “ah, io l’avevo detto!” (non è vero, mi piace moltissimo e lo faccio ogni volta che posso) ma insomma, l’avevo detto: il continente europeo è diventato irrilevante per gli USA, la guerra in Ucraina una spesa che non garantisce risultati, e la Russia è certamente un competitor, ma non è e non è percepita come una minaccia strategica. E infatti nel documento troviamo (pp. 1-2) l’ammissione che “le elite” (ovvero, mi par di capire, i democratici, perché non è che l’amministrazione Trump sia fatta da sottoproletari) “ha sovrastimato la capacità dell’America di finanziare simultaneamente uno stato massicciamente welfare-regolatorio-amministrativo e un massiccio complesso militare, diplomatico e di assistenza estera”; “hanno consentito agli alleati di scaricare i costi della loro difesa sul popolo americano, e a volte di risucchiarci in conflitti e controversie centrali per i loro interessi ma periferiche o irrilevanti per i nostri”. Il Presidente Trump, quindi, ha apportato (p. 2) “correzioni necessarie e benvenute”, che possiamo riassumere così (p. 5): l’emisfero occidentale (ovvero il continente americano) deve restare sicuro e stabile, senza interferenze esterne e l’area dell’Indo-Pacifico deve restare “libera e aperta”. I pilastri di questa politica sono (pp. 8-10) “focalizzazione sugli interessi nazionali”, “pace attraverso la forza”, “predisposizione al non interventismo”, “realismo flessibile”, “primato delle nazioni” (nel senso che sono loro gli attori fondamentali e non le organizzazioni transnazionali), “sovranità e rispetto”, “bilanciamento dei poteri” e tutto il resto dell’agenda sovranista (niente migrazioni, “competenza e merito” eccetera).
Sulla politica estera, enfasi sul continente americano dal punto di vista politico, militare ed economico – l’America è loro e la possono gestire solo loro, gli “attori non-emisferici” (una definizione meravigliosa) non sono più i benvenuti, e qui si parla ovviamente della Cina (non è chiaro che succede agli attori sferici o poliedrici). Riguardo l’Asia, bisogna (p. 19) “vincere il futuro economico, prevenire il confronto militare” e il primo passo è ribaltare la precedente politica accondiscendente verso la Cina, “ribilanciare la relazione economica americana” (p. 20) nei suoi confronti e aumentare la deterrenza militare, e ci sia aspetta che (almeno dal punto di vista economico) anche i paesi alleati, tra i quali noi, facciano lo stesso (p. 21).
Per quanto riguarda l’Europa, si vola. Il primo obiettivo (p. 25) è “promuovere la grandezza europea”, perché ultimamente stiamo perdendo colpi in termini di stagnazione economica e insufficienti spese militari (ah, ecco da dove viene l’idea di riattivare le nostre economie con la spesa militare, allora. Mi pareva strano potesse averlo pensato von der Leyen tutto da sola). La campana a morto, comunque, suona sulla questione russo-ucraina (pp. 25-26): “come risultato della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente attenuate, e molti europei considerano la Russia un rischio esistenziale. Gestire le relazioni europee con la Russia richiederà un investimento diplomatico statunitense significativo, sia per ristabilire una condizione di stabilità strategica sulla massa territoriale euroasiatica che per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli stati europei. È un interesse centrale degli Stati Uniti quello di negoziare una rapida fine delle ostilità in Ucraina, per stabilizzare le economie europee, prevenire involontarie escalation o allargamenti del conflitto, e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, e inoltre assicurare la ricostruzione dell’Ucraina a guerra finita per assicurare la sua sopravvivenza come stato autosufficiente […] l’amministrazione Trump si trova in disaccordo con i governanti europei che hanno aspettative irrealistiche sulla guerra”, e la colpa è dei governi instabili e che “sovvertono i processi democratici”.
Però, bontà loro, poiché sono “sentimentalmente attaccati” all’Europa, vogliono far di tutto perché i nostri governi si riformino – “il nostro scopo dovrebbe essere quello di aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria, e il come è scritto a p. 26: “ristabilire condizioni di stabilità all’interno dell’Europa e di stabilità strategica con la Russia, “rendere l’Europa capace di stare in piedi da sola e operare come un gruppo di nazioni sovrane allineate, incluso assumersi la responsabilità primaria della propria difesa”, “aprire i mercati europei alle merci e ai servizi americani e assicurare un equo trattamento dei lavoratori e delle imprese statunitensi”, “rafforzare le nazioni sane dell’Europa centrale, orientale e meridionale attraverso legami commerciali, vendite di armi, collaborazione politica, e scambi culturali ed educativi” e, rullo di tamburi, “porre fine alla percezione, e prevenire la realizzazione, della NATO come di un’alleanza in perpetua espansione”.
Mi pare tutto abbastanza chiaro. Gli ordini sono arrivati, la servitù esegua.
Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.
San Paolo – seconda lettera ai Tessalonicesi
L’intellighenzia de-sinistra ha monopolizzato il concetto di socialismo riducendolo al marxismo. Il pensiero socialista, però, non nasce con Marx ma affonda le sue radici nella più remota antichità. Socialista fu la Cina imperiale, socialista fu sia Roma Imperiale che Santa Romana Chiesa, socialista fu l’India delle caste, socialiste furono tutte le società tradizionali, poiché per tutte queste antiche civiltà il benessere individuale poteva essere raggiunto solo assicurando ad ogni essere umano la giusta ed adeguata funzione sociale (o comunitaria).
Per la philosofia perennis («tradizione») ogni essere umano doveva svolgere una funzione sociale appropriata alla propria vocazione; in tal maniera all’individuo veniva assicurata la possibilità di potersi pienamente sviluppare in piena conformità alla propria «natura».
Nella Città Ideale di Platone ogni essere umano è «libero» poiché ogni essere umano ha l’opportunità di vivere della propria arte. Nelle società tradizionali ogni essere umano svolge una funzione sociale (lavoro) appropriata alle proprie capacità. Per Platone non è l’artista ad essere un uomo speciale ma, al contrario, ogni essere umano è un tipo speciale di artista. Per Platone tanto il contadino quanto l’architetto, o il poeta, piuttosto che il filosofo, è un «artista».
Ananda Coomaarswamy nei suoi studi sulla metafisica e sulla tradizione primordiale ha osservato con piglio brillante che a differenza del pensatore borghese e classista che disprezza il lavoro e lo ritiene una iattura da cui liberarsi, il pensatore tradizionale o «metafisico» ama il lavoro, poiché considera ogni mestiere, ogni arte, come un riflesso della sapienza divina.
Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve avere l’opportunità di nutrire la propria anima oltreché il proprio corpo. Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve poter essere «felice». Per il pensiero tradizionale ogni essere umano deve poter godere del bello. In una società tradizionale ogni opera che viene prodotta deve essere un «capolavoro». Ogni cosa deve essere fatta «ad arte», come «Dio comanda», ovvero, con «mestiere» e con «maestria».
Per l’uomo della tradizione ogni oggetto prodotto deve essere tanto utile quanto bello ed ogni individuo, qualsiasi sia la sua condizione sociale (sacerdote, nobile, artigiano o servo) deve potere essere pagato dignitosamente poiché deve poter vivere del proprio lavoro. Nella «Bhagavad Gita Così Com’è» il Maestro Swami Prabhupada scrive che «ha molta più dignità uno spazzino che fa bene il proprio lavoro piuttosto che un falso spiritualista». La dottrina cattolica esprime chiaramente l’importanza del lavoro o meglio del mestiere, sicché ogni uomo che possiede un mestiere è tanto per Platone quanto per i filosofi medioevali un’artista, un uomo degno di far parte della Città Ideale.
Immaginiamo di passare in rassegna una collezione di opere greche, e di ricorrere a Platone come esperto. Egli ignora la distinzione moderna tra belle arti e arti applicate. Per lui, pittura e agricoltura, musica, falegnameria o ceramica sono altrettante espressioni di poesia, cioè, etimologicamente, del «fare» umano. Infatti, in accordo con Platone, Plotino afferma che arti come la musica o la lavorazione del legno non si basano sulla conoscenza umana ma sulla sapienza ideale. Ogni qualvolta Platone denigra le «vili arti meccaniche» o distingue il «lavoro» puro e semplice dalla «manifattura artistica» si riferisce all’insieme dei prodotti concepiti per soddisfare i soli bisogni del corpo. L’arte che egli definisce bella e pertanto degna di rientrare nello stato ideale, non dovrà limitarsi ad essere utile ma anche vera rispetto ad appropriati modelli, e dunque bella. In tal caso essa soddisferà allo stesso tempo le esigenze «dell’anima e del corpo dei cittadini».
Per l’uomo della tradizione non vi è alcun dubbio, la felicità può essere raggiunta solo tramite un pieno sviluppo spirituale degli individui ed il conseguimento dell’armonia sociale. L’armonia sociale si raggiunge nel momento in cui tutti gli uomini svolgono un’occupazione conforme alla propria vocazione e cooperano tra loro considerando la propria comunità essere una «famiglia allargata legata da un’ideale e da uno scopo comune»: ripetere qui in terra ciò che gli dei fecero su in cielo ab origine.
L’uomo della tradizione è artefice (artifex) del proprio destino poiché vive nella convinzione ideologica di essere uno «strumento» della volontà divina. La società in cui vive deve essere un «Paradiso in Terra»; l’ideale tradizionale è quello della Grande Pace che si realizza tramite l’armonia sociale, l’equilibrio e la stabilità. Questa condizione si è realizzata per lungo tempo all’interno delle civiltà tradizionali, fin quando la modernità ed il capitalismo non sono arrivati a distruggerle.
Nella società normale immaginata da Platone, e realizzata nel sistema feudale o a caste, la professione si fonda sulla vocazione, ed è di solito ereditaria; il che quanto meno significa che ognuno eserciterà il mestiere per il quale è naturalmente versato e con cui può meglio contribuire al bene della società, realizzando nel contempo il proprio perfezionamento interiore. E dal momento che ognuno utilizza cose realizzate ad arte, come indica la parola stessa «artefatto», ed è esperto in un’arte specifica, sia pittura, scultura, fonditura, tessitura, cucina o agricoltura, in una simile società non si avverte in generale la necessità di spiegare l’arte, ma solo di partecipare, a coloro che devono praticarle, alla conoscenza di arti specifiche; questa conoscenza si trasmette regolarmente tra maestro e discepolo, senza che vi sia alcun bisogno di Scuole d’Arte. Una società integrata del genere, se non si frappongono interferenze esterne, può funzionare per millenni. D’altro canto, l’appagamento di moltissime persone può essere distrutto nello spazio di una generazione, dall’impatto inaridente con una civiltà come la nostra.
Nella società moderna agli uomini è negato qualsivoglia sviluppo e qualsivoglia realizzazione individuale sicché la maggior parte degli individui sono condannati a svolgere una mansione meccanica e servile. Il lavoro nella società moderna non serve più a garantire il pieno sviluppo dell’essere umano ma solo a sostentarlo economicamente. La ragione economica prevarica qualsivoglia principio ed idea. Il mondo in cui viviamo è privo di bellezza. L’essere umano in un mondo siffatto è condannato all’«alienazione». Riprendendo ancora Coomaraswamy ed i suoi studi, possiamo asserire che in una società senz’arte, in cui vi è una «separazione di classe tra artista e lavoratore», la maggioranza degli esseri umani è condannata ad un’esistenza subumana.
Un tempo «l’operaio amava parlare del proprio lavoro adesso ama parlare di calcio». Ciò accade poiché il lavoratore è stato «demansionato»: un tempo fu artista, adesso è solo uno schiavo del denaro, un «mercenario»!
Coomaraswamy osserva che «quando veniamo ai fatti, constatiamo che il riformatore sociale non sfugge all’illusione in cui incorre la cultura corrente», ovvero, del materialismo e del consumismo, «ma è solo inasprito da una condizione economica che sembra privarlo di quei beni più costosi che il ricco può permettersi più facilmente».
La qualità è stata sacrificata sull’altare della quantità. La produzione industriale moderna è priva d’arte ed è «scadente». Il degradamento degli oggetti prodotti e la fruizione di beni materiali che sono solamente utili e piacevoli ma privi di bellezza e verità, ovvero, di significato conduce l’essere umano alla miseria dell’anima. E «l’arte per l’arte», quell’arte da Atelier di cui l’élite borghese fruisce e s’innamora è brutta, pacchiana ed è inutile e non interessa all’operaio, all’uomo della strada, poiché non assolve a nessuno scopo pratico e sociale.
Nelle società tradizionali, invece, il «mestiere» veniva considerato necessario allo sviluppo spirituale dell’individuo. Ogni essere umano era chiamato a ripetere l’opera degli dei attraverso la propria arte. L’essere umano premoderno è libero poiché vive nel mondo delle idee e le realizza nutrendo la sua anima ed il suo corpo tramite la fabbricazione delle proprie opere.
La società tradizionale, inoltre, respinge l’usura, la speculazione finanziaria ed ogni sorta di economia erosiva che danneggia i popoli condannandoli alla schiavitù economica. La ragione economica deve essere subordinata alla giustizia divina, al benessere collettivo ed alla stabilità sociale. La stabilità sociale e l’ordine sociale, secondo gli uomini della tradizione, conducono all’armonia cosmica.
Quando l’uomo è in armonia con il cosmo è «salvo». Per il pensiero tradizionale il benessere dell’anima ed il benessere del corpo sono inseparabili. L’uomo può realizzarsi solamente se nutre tanto la sua anima quanto il suo corpo.
L’industria e lo sviluppo tecnologico, però, non vanno condannati. La tecnologia, le macchine e l’industria sono strumenti nelle mani dell’essere umano; il pensiero tradizionale non condanna la società moderna poiché sviluppa la technè. il pensiero tradizionale non è contrario al progresso ma ritiene che tal progresso possa essere effettivo solamente se come società teniamo conto delle necessità dell’essere umano che non sono e non possono essere ridotte al mero accumulo ed al consumo di beni materiali.
Laddove il pensatore classista ritiene che l’essere umano sarà «salvo» il giorno in cui si libererà dalla schiavitù del lavoro poiché emancipato da ogni sforzo e fatica, il pensatore tradizionale ritiene che l’essere umano potrà essere libero ed emancipato solo e soltanto nel momento in cui attraverso il suo lavoro parteciperà attivamente alla costruzione della Città Ideale.
In ultimo, il pensatore tradizionale respinge l’egualitarismo che è tanto borghese quanto comunista e rifiuta pervicacemente il dogma democratico dell’uno vale uno. Per il pensiero tradizionale l’uomo è differenziato ed ogni uomo deve trovar posto all’interno di una gerarchia ordinata che si basi sul rispetto delle vocazioni individuali e delle funzioni sociali e, sopratutto, sulla meritocrazia.
Lo scopo del pensatore tradizionale è molto complesso: ricostituire un’avanguardia, o meglio, un’«aristocrazia operaia» che possa rieducare le masse attraverso una pedagogia o educazione differente da quella dell’odierna accademia che rimetta al primo posto l’Intelletto, ovvero, «Dio», la «Bellezza» e la «Verità», poiché solo attraverso la riscoperta delle nostre radici spirituali e soltanto nel solco della nostra tradizione cristiana potremmo realizzare, qui in Italia, il socialismo.
Ora, ecco come KOUEN divenne genio di un Monte Polare. Allorché Yao decise di cedere a Chouen il potere, KOUEN «fu preso da una furia di bestia feroce. Assemblò delle corna di animali e riuscì a fare delle bandiere. Intimato di comparire alla corte, non venne. Vagabondò in campagna per fare del male al Sovrano. È allora che Chouen lo mise al bando sul Monte degli Uccelli e lo squartò con il coltellaccio (di) You. KOUEN, espulso e squartato, si trasformò in Orso divino.
Lu che tch’ouen ts’ieou – Traduzione a cura di Marcel Granet
Espellere le forze del male, respingere gli influssi demoniaci, ovvero, tutto ciò che non è buono e non è giusto, poiché non conforme all’ordine e quindi all’ortodossia. Rinnovare la Virtù e ricostituire l’Ordine, sia quello spaziale che quello temporale.
Le forze malefiche portano disordine nell’Universo e l’unica maniera che esiste, secondo gli uomini della tradizione cinese, per ristabilire armonia nel Mondo, è quello di rinnovare la Virtù Celeste. Il Sovrano Universale deve garantire il rinnovamento della Virtù. Quando il Sovrano non riesce più a mantenere l’Ordine, le Virtù decadute provocano disordine. Un Sovrano viene deposto, un nuovo Sovrano sorge. Il Re è morto. Viva il Re!
«Una Scuola dice: «Le Virtù trionfano a turno una sull’altra». «Ognuna, a turno, viene prodotta dalla precedente» risponde una seconda Scuola. Tutte le Scuole proclamano di comune accordo che il regno di una Virtù è un periodo individualizzato del Tempo. Questo regno corrisponde a una Dinastia o a un Sovrano.»
Il Sovrano, l’Imperatore Celeste, l’Uomo Unico, stabilisce l’Ordine attraverso la costituzione di un Calendario che «si afferma con la scelta di Numeri-campione e di Emblemi». La divina provvidenza, la Volontà del Cielo, si manifesta attraverso dei segni cosmologici che vengono interpretati dai saggi cinesi e riportati nei documenti dagli storici.
«La Verità di questa simbologia è testimoniata da alcuni prodigi. Lo Spazio vi collabora: la montagna dove hanno luogo le insegne d’infeudazione sfoggia una nube che ha il Colore del Sovrano. Sotto il dominio di un medesimo Calendario, il Mondo è uno solo. Quando il Calendario muta il Mondo viene trasformato. I Sovrani, Signori del Calendario, e la loro Virtù traggono la loro efficacia da un’investitura del Cielo, Signore delle Stagioni e dell’Evoluzione naturale. Il Cielo è Mutevole. Ha un mandato a termine. Raggiunge l’apice e poi declinare è nel Destino di una Virtù. Esiste un periodo in cui una Virtù coincide con la Volontà del Cielo. Questa Virtù, allora, è fausta e l’Ordine del Mondo è concordante. Una Virtù in decadenza è alle prese con un Mondo disarmonico, Malefica, e deve essere eliminata»
Una Dinastia decade, o meglio, «viene eliminata» ed un’altra le subentra. Il Sovrano ha un mandato a termine. I segni cosmologici determinato l’inizio e la fine del mandato. Quando un Sovrano decade, deve essere squartato e messo al bando. «Ogni cambiamento di Sovrano è una lotta tra due Elementi. C’è UN vincitore e c’è UN vinto. Ci possono essere QUATTRO espulsi.»
Nelle società tradizionali attraverso l’azione rituale i mostri, i demoni, vengono messi al bando. Nella tradizione cinese, questa pratica viene descritta dagli antichi storici, i quali, attraverso il linguaggio simbolico o parabolico, ci narrano di queste usanze millenarie così fortemente radicate nella mentalità cinese. Tale archetipo ripete lo squartamento primordiale del serpente cosmico. Kouen è Uno ed è Trino. KOUEN è il Grande Ghiottone. I suoi figli: Caos, Mascalzone e Piolo sono i San Miao, le Tre Malvagità.
Nello studio Danze e Leggende dell’Antica Cina il sinologo Marcel Granet documentava che «La lista dello Chou king comprende QUATTRO personaggi che sembrano appartenere allo steso rango. Lo Tso tchouan parla prima di un gruppo formato dai discendenti degeneri e viziosi dei TRE Sovrani […]. A questi si aggiunge un’altra figura, che discende da una personalità più oscura, e così il gruppo totale è di QUATTRO.»
Nello studio su La Grande Triade il René Guénon spiegava: «Nell’Universale, e visti dal lato del loro principio comune», ovvero: «il TAO», «il Cielo e la Terra si assimilano rispettivamente alla «perfezione attiva» (Khien) e alla «perfezione passiva» (Khouen). L’Essenza e la Sostanza, il Padre e la Madre, la Luce e l’Oscurità sono i due principi da cui sboccia la manifestazione universale. Il Padre penetra nella Madre e da alla luce il Figlio: l’«Uomo Unico» (Universo), Il Sovrano Universale rappresenta, a livello simbolico, Colui che sintetizza in sé tutta la manifestazione, ovvero, i diecimila esseri.
Ab origine, l’Eroe Civilizzatore, che è sempre un Sovrano, precisamente uno dei Cinque Sovrani, così come sono cinque gli elementi, squarta KOUEN, la perfezione passiva, il serpente cosmico. KOUEN, dopo essere stato «squartato», fatto in quattro parti (NORD, SUD, OVEST, EST), produce il «Cosmo». KOUEN dopo essere stato smembrato si trasforma nell’Orso Divino, e cioè, nella Stella Polare, nel «Motore Immobile», simbolo celeste per eccellenza. KOUEN si trasforma in KIEN, nella «perfezione attiva».
KOUEN ed i San Miao quando vengono sacrificati ed espulsi si trasformano nei quattro Geni degli Orienti (i punti cardinali, le «quattro porte» del Mondo). I Geni degli Orienti hanno corpi di bestie, o meglio di mostri, e sono i protettori, degli Orienti, perciò, sia dell’Universo che dell’Impero. Il Sovrano con la sua azione rituale deve mantenere l’Ordine, quando il Sovrano non possiede più il mandato del Cielo, il Tempo e lo Spazio si squilibrano.
Il Sovrano che non possiede più il mandato celeste viene associato a KOUEN, diviene il «Capro espiatorio» e viene squartato dal nuovo Sovrano che gli subentra. I Sovrani squartati vengono divinizzati e divengono i Geni degli Orienti. Chouen, il Sovrano che nel mythos squarta KOUEN, è Figlio tanto di KOUEN quanto di KIEN. Il Sovrano è sia Figlio del Cielo che della Terra. Citando ancora il Guénon:
«Il Cielo è suo padre, la Terra è sua madre»: questa è la formula iniziatica, sempre identica a se stessa nelle più varie circostanze di tempo e di luogo, che determina i rapporti dell’Uomo con gli altri due termini della Grande Triade, definendolo il Figlio del Cielo e della Terra». Peraltro è subito ,manifesto trattandosi di una formula iniziatica, che l’essere cui essa si applica nella pienezza del suo senso, più che l’uomo comune, l’uomo nelle attuali condizioni del nostro mondo, è l’«uomo vero» […]»
Il Sovrano Celeste è l’«uomo vero». Attraverso l’azione rituale mantiene l’Ordine Cosmico. Il Sovrano abita nel Ming Tang, la Casa Calendario. Il Ming Tang è un simbolo tanto dell’impero quanto dell’Universo e si compone di 9 stanze che simboleggiano le 9 province cinesi le quali rappresentano la «Rosa dei Venti», la Croce a 8 braccia: 4 punti cardinali + 4 punti intermedi ed un centro. Il numero 5 rappresenta il centro del quadrato, il quadrato centrale. Gli altri 8 numeri segnano le altre 8 facce del quadrato. Da questi 8 quadrati si aprono dodici porte: 4 dai quadrati indicanti i punti cardinali, 8 dai quadrati indicanti i punti intermedi che segnano i 12 mesi dell’anno. Il Sovrano durante l’Anno compie la circumambulazione del Ming Tang, l’ispezione dei Quattro Orienti ed il Sacrificio annuale al Cielo (lo squartamento). Attraverso queste azioni rituali mantiene l’Ordine del Tempo, dello Spazio e diffonde la Sua Virtù per tutto l’Impero; i Geni degli Orienti cooperano con Lui:
«La Virtù irradiata dall’Uomo Unico si segmenta per costituire QUATTRO Virtù regionali; poi il QUADRATO delle Virtù lontane si concentra nella CAPITALE dalle QUATTRO Porte aperte e ricostituisce nella sua UNITÀ primaria la VIRTÙ CENTRALE. Essa si ritrova intera e accresciuta. La Virtù si ritrova intera poiché in nessun posto del circuito vi è dispersione, essendo escluso ogni intervento delle forze aberranti: alle QUATTRO Estremità del Mondo, ostruendo il campo, i QUATTRO espulsi respingono i demoni […], le forze maligne. C’è incremento della Virtù regolatrice poiché formando, aldilà delle montagne cardinali, stazioni intermedie situate sui Monti polari, i QUATTRO Espulsi propagano l’Azione civilizzatrice: essa raggiunge allora i Barbari delle Regioni Deserte, i Barbari dei QUATTRO Mari. Questi formano le ultime mura quadrate del Mondo: penetrati dall’efficacia della Virtù sovrana, devono essere presenti per contribuire ai sacrifici dell’Avvento. A partire dall’Inaugurazione, rifluiscono verso il Centro. I Barbari dei QUATTRO Mari, mura estreme dello Spazio, si concentrano intorno a questo Spazio centrale che è tutto lo Spazio: la Casa Quadrata del Calendario. In questa concentrazione di Spazio-Tempo che sono le Mura dell’Avvento, punto e momento iniziale, la Virtù Centrale si costituisce solo a condizione che essa si sia già propagata nello Spazio-Tempo sviluppata. Istantaneamente diffusa e recuperata, l’UNITÀ regolatrice non si crea che proiettandosi ai Poli dei QUADRUPLI SETTORI sui quali vuole dettare legge. Essa è pienamente concentrata solo quando si diffonde: è UN solo quando si SQUARTA.»
Il fiorentino Francesco Rosselli (1448-1513) fu miniatore, incisore, stampatore e cosmografo tra i più importanti del primo ‘500. A Firenze, e successivamente a Venezia, aveva una delle più attive botteghe per la produzione di mappe, vedute di città e stampe d’arte.
La carta più nota di Rosselli è il planisfero datato 1508, il primo a rappresentare l’intera superficie terrestre all’interno di una griglia cartografica che abbraccia tutti i 360° di longitudine e i 180° di latitudine all’interno di una proiezione ovale, poi usata dai più grandi cartografi del XVl secolo (Agnese, Bordone, Ortelius, Gastaldi, Münster).
Rosselli documenta il Nuovo Mondo di Colombo e Vespucci come un continente separato dalla parte settentrionale scoperta da Caboto, che invece si configura come un’estensione dell’Asia. All’estremo sud è raffigurato un continente nominato “Antarticus”.
Del suo celebre planisfero si conoscono quattro copie: oltre a quella conservata al National Maritime Museum di Greenwich, in Inghilterra (vedi sopra), realizzata su pergamena, colorata a mano e preziosamente illustrata, una copia, incisa a bulino su matrice di rame, si trova a Firenze nella Biblioteca Nazionale Centrale. Un’altra copia, sempre realizzata su pergamena e dipinta a mano, è conservata alla Ratsschulbibliothek di Zwickau, in Germania, mentre una copia incolore si trova nella collezione privata Arthur Holzheimer di Chicago, negli Stati Uniti.
Ancora una volta, ciò che lascia perplessi di questa straordinaria carta è l’anno in cui è stata realizzata, il 1508, ben tre secoli prima della scoperta ufficiale dell’Antartide. Eppure, anche in questo caso, il continente antartico è raffigurato con precisione su una mappa del XVl secolo.
Immagine: ‘Planisfero Rosselli’, 1508 circa. National Maritime Museum, Greenwich.
Il ruolo infelice delle donne sterili ripudiate dal Reza Scià e la presenza femminile nelle recenti dimostrazioni.
Il naso a pera dei Pahlavi si affaccia dai media internazionali. E’ quello del figlio dell’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, che sedeva sul Trono del Pavone prima degli ayatollah. Ma se Ciro Pahlavi, 50 anni di esilio dorato tra Parigi e New York, ha scarse possibilità di tornare da leader in Iran, perché i giovani iraniani, anima dell’attuale rivoluzione, detestano i vecchi arnesi, c’è chi ricorda il tris di donne intorno al deposto Scià . E mentre le ragazze iraniane per strada gridano “Donna. Vita. Libertà”, bruciando le foto di Khomeini e pagando con la vita il proprio dissenso, torna in mente il vecchio modello di donna persiana, la sottomessa per eccellenza, la ripudiabile ove sterile.
Soraya dagli occhi tristi
In Italia, negli anni ’60, sui rotocalchi spopolava Soraya, la principessa che nei suoi grandi occhi verde-smeraldo raggrumava ogni malinconia. Ripudiata da Reza Pahlavi, che l’aveva sposata nel 1951, al palazzo Golestan di Teheran – lei, in abito da sposa Dior: 37 metri di lamé argentato, 20 chili tra diamanti e perle, 20mila piume di marabù; lui, in alta montura monarchica -, perché incapace di sfornare l’erede maschio, alla povera Esfandiary non restò che emigrare ai bordi del jet-set internazionale. Dimenticabili certi suoi film italiani, pompati dalla favola della principessa inconsolabile, scaricata nel 1958, con un annuncio radiotelevisivo, durante la cui registrazione lo Scià pianse. Così dicono.
Ufficializzato il divorzio, Soraya ebbe una storia col regista Franco Indovina, morto in un incidente aereo di Palermo nel 1972 [che non-incidente poi si è rivelato, NdR]. Troppa tristezza portava male? Alcol e barbiturici ebbero la meglio e Soraya, mezza tedesca e cattolica, finì la sua vita di mondana giramondo nella casa parigina di Avenue Montaigne. Invano aveva tentato di rivedere lo Scià, malato di cancro.
Prima della Esfandiary-Bakhtiari, sul Trono del Pavone, lato femminile, c’era stata un’altra ripudiata per incapacità di scodellare un maschio, la figlia del Re Fuad I e sorella di Re Farouk, Fawzia d’Egitto. Paragonata all’attrice Vivien Leigh per via degli occhi azzurri e del fare da diva hollywoodiana, l’infelice sposa di Reza (matrimonio nel 1939) era cresciuta nel lusso cosmopolita del Cairo, rifiutandosi d’imparare il persiano: la sua lingua favorita era il francese e fece in tempo a partorir una femmina, Shanaz, prima di tornare in Egitto da divorziata. La “Venere del Nilo”non aveva mai amato la corte di Teheran, piccina, per lei, e soffocante con quel mantra dell’erede maschio che dal suo ventre non usciva.
Farah Diba, imperatrice moderna
Un ripudio via l’altro e si arriva a Farah Diba, l’imperatrice moderna, che nel 1959 divenne moglie e partner politica dello Scià. Laureata in architettura, indossò spesso il tamburello e i tailleur come Jackie Kennedy, fondò il Museo d’Arte Contemporanea di Teheran e acquistò opere di Picasso, Pollock e Warhol. Tutt’altro che sottomessa, puntò ad emancipare le donne dando il via alla “Rivoluzione Bianca”, come lei stessa scrive nel libro La mia vita con lo Scià.
L’unico figlio vivente di Farah è appunto quel Ciro dal naso a pera, corteggiato dagli Usa per fare il pupazzo nell’Iran che ora brucia. Gli altri due, Alì Reza e Leila sono morti suicidi, con grande strazio della “Shahbanu”, oggi 87enne, l’ultima imperatrice di un Iran che chiede cambiamenti. Più donne libere e coraggiose alla Rubina Aminian, la studentessa di moda freddata a Teheran da una pallottola mentre manifestava contro il regime, e meno piume di pavone, perle e veli sugli occhi tristi.