Beato Elon Musk. Non lo dico perché è il più ricco del pianeta ma perché dispone di una ricchezza che dovremmo invidiargli: coltiva l’attesa gioiosa del futuro. In un Occidente vecchio e stanco, arido di figli e pauroso del domani, lui ha davvero l’intrepida impazienza di abitare nel futuro, ne tesse le lodi e lo ingravida davvero, in tutti i sensi. Per cominciare ha quattordici figli, e nessuno può competere con la sua prolifica paternità. Anche se ben dieci li ha avuti con l’inseminazione artificiale. Penso che lui sia in competizione con l’i-phone che sono arrivati a 16, ne nasce uno all’anno mentre lui ne ha 14. Dei grandi del passato credo che solo Priamo, il re di Troia, lo batta con i suoi 50 figli. Io conobbi un croupier nero a Saint Marteen che aveva 48 figli con madri tutte diverse; ma era un benemerito, perché gli uomini dell’isola erano partiti per necessità di vita e lui ebbe il compito di ripopolare la sua comunità.
Il figlio che porta sulle spalle lo ha chiamato X, come i suoi tweet. X come l’incognita, il numero romano e la schedina totocalcio. Che magnifica brevità il suo nome, anche questo un record assoluto. Non ci sono infatti umani con un nome così breve, Musk ha battuto in brevità perfino il cinese Xi JinPing (ma il nome esteso del bambino è X Æ A-Xii, più complicato del codice fiscale, frutto di tecno-esoterismo).
Ma non sono solo i figli messi al mondo a confermare la sua fiducia nel futuro. L’ho sentito e l’ho visto in video, Musk, con che entusiasmo parlava della conquista di Marte e dell’attesa delle prossime tappe della rivoluzione neuro-tecnologica. Di quella fiducia nell’immortalità umana e della sconfitta di ogni malattia e ogni vecchiaia ho conosciuto in Italia solo rari campioni. Uno, per esempio, era Marino Golinelli, imprenditore bolognese nel settore farmaceutico, che a cento anni fondava opifici e progetti per disegnare gli scenari del futuro dei prossimi cinquant’anni. Un altro era Berlusconi che annunciava di voler sconfiggere il cancro e prometteva di allungare l’età media a centotrent’anni. Alla fine ambedue hanno ceduto ai limiti mortali, ma Elon è più giovane, dispone di più mezzi dei pur facoltosi campioni nostrani, ed è più proiettato nella tecnologia avveniristica. Ha poi l’audacia temeraria e folle degli esploratori.
Fa impressione sentirlo parlare, vedere la sua mimica, i suoi gesti, il suo sorriso trionfale. Magnetico, cinetico, robotico. Lui crede davvero a quel che dice Trump, che l’età dell’oro non è miticamente alle spalle ma è davanti. Quel mix di allegria dei pionieri, titanismo dei magnati e volontà di potenza, anzi di onnipotenza, dei tecnonauti alla ricerca del Vello d’oro. L’ottimismo operativo, che è poi la vera ideologia americana, secolarizzazione del millenarismo escatologico, si fa risorsa psicologica per sfidare impavidi ed euforici il futuro e diventa in lui messaggio vitale e proposta transumana e metapolitica (intanto gli idioti nostrani lo accusano di nazismo…).
Può essere quella la risposta alla paura, l’angoscia, la depressione che corrodono l’Occidente e lo dispongono a un lungo declino, che si protrae ormai da più di un secolo? Può essere quello il farmaco per combattere la morte, la vecchiaia, l’impotenza, quell’euforia un po’ allucinata, magari senza ricorrere a ketamina e sostanze artificiali? Ammetto che la forza di gravità, la saggezza antica, il realismo dell’esperienza e lo spirito di decadenza ci portano a giudicare quella spavalda gara con la natura e il tempo, con i limiti biologici e umani, come follia temeraria, leggerezza e hybris. Già, noi siamo la vecchia Europa, siamo figli di una civiltà antica e ormai decrepita, dove la denatalità è l’annuncio inesorabile di mortalità; non riusciamo a correre come lui, a prenotarci per Marte ma solo per la visita medica; non riusciamo a progettare una rinascita oltre i nostri limiti anagrafici e biologici. Abbiamo non solo i piedi per terra, come è saggio, ma subiamo anche l’attrazione per la terra, il suo richiamo fatale e finale. Però è anche vero che agli inizi del secolo scorso c’era anche da noi quel gagliardo sguardo verso il futuro, il sol dell’avvenire. Ricordate l’euforia per la modernità e per i nuovi mezzi tecnici del primo novecento, l’impeto futurista, la giovinezza come prototipo e stile di vita, le rivoluzioni messianiche, l’attesa di un uomo nuovo.
E rovistando nei cassetti della nostra cultura, c’era pure un signore coi baffi, vissuto nell’ottocento, che faceva annunci simili: l’uomo è qualcosa che va superato, diceva, abitiamo la terra non dei nostri padri ma dei nostri figli, oltrepassiamo l’uomo e i suoi mondi, proiettiamoci nell’avvenire. Si chiamava Friedrich Nietzsche, non aveva figli, però, amava la musica e veniva dal romanticismo, dalla passione per gli antichi greci, inclusi gli dei, sognava Apollo e si eccitava con Dioniso, e con lui danzava, immaginando di generare dal caos le stelle e l’oltreuomo. Finì pazzo, ma è un’altra storia. Sfidammo anche noi le stelle, agli albori del ‘900, ci burlammo del plenilunio e del passatismo, esaltammo le macchine, l’acciaio e la velocità, coltivammo quel sogno di grandi imprese future che avrebbe generato un mondo nuovo. Ora viviamo nel mezzo, tra Alexa e la cardioaspirina, tra i ricordi e le paure del futuro, spaventati da quel che potrà avvenire, consolandoci perfino che saremo risparmiati dal post-umano perché ce ne andremo via prima, e non su Marte ma all’altro mondo.
Musk è un genio inquietante, e non so se avrà ragione lui o il nostro vecchio istinto. Lui che si presenta alla Casa Bianca con suo figlio X sulle spalle che gli infila le dita nelle orecchie mentre sta con Trump; noi, invece, che veniamo dal mondo antico, abbiamo virtualmente sulle spalle, come il mitico Enea in fuga da Troia in fiamme, il nostro vecchio padre Anchise, che stringe i penati tra le sue mani, le immagini degli avi protettori della casa, anche se al nostro fianco confidiamo di avere il figlio Ascanio o chi per lui. Ovvero, fuor di metafora, noi siamo ancora legati al mondo della tradizione, ci sentiamo eredi, siamo ancorati alla terra dei nostri padri, e non riusciamo ancora a vedere se e dove troveremo la terra dei nostri figli. Ma in fondo, ammiriamo la sua voglia di futuro, la sua fiducia, la sua intraprendenza.
Lasciamolo dire a Nietzsche e alla sua Gaya scienza: “Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi (…) Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più terra alcuna!”
Volenti o nolenti, siamo tutti imbarcati nella navicella del futuro, chi con grandi aspettative, chi con apprensione; ma lui, Musk, è a prua, a scrutare impaziente la terra incognita nell’oscuro avvenire, noi invece, siamo a poppa, a vedere la terra che lasciamo alle nostre spalle, e man mano che si perde allo sguardo cresce la nostra nostalgia. Intanto la nave s’inoltra nell’ignoto e nel buio. Altre aurore ci aspettano, vi aspettano.
Noi non siamo Dio: siamo ipostasi divine (mi riferisco a chi lo è, e non a tutti) a diverso livello vibratorio perché Dio ha molte facce manifestative.
Ma ciò non significa che ogni faccia possa affermare di essere Dio: come la cellula del corpo umano non può affermare di essere il corpo di cui è parte.
C’era una volta, in una remota regione del Maghreb, un vecchio sufi di nome Ali.
Ali, con la sua lunga barba bianca e gli occhi scintillanti, incarnava la saggezza e la pace interiore. Trascorreva le sue giornate meditando in riva al mare, contemplando le onde e la bellezza del creato.
Una mattina, mentre il sole sorgeva all’orizzonte, una giovane pescatrice di nome Leila gli si avvicinò. Aveva sentito parlare della saggezza di Ali e sperava che potesse aiutarla a comprendere un sogno inquietante che aveva fatto.
«O saggio Ali», disse, «ho sognato che il mare mi stava inghiottendo e, nonostante i miei sforzi, non riuscivo a nuotare fino alla superficie. Cosa significa questo sogno?»
Ali chiuse gli occhi per un attimo, ascoltando la brezza marina come se gli sussurrasse la risposta. Poi aprì gli occhi e sorrise dolcemente a Leila.
«Il mare è il simbolo dell’anima», rispose. «È vasto, misterioso e a volte spaventoso. Il tuo sogno ti invita a sottometterti alla volontà divina, a praticare il “tawakkul”, la fiducia in Allah.»
Leila aggrottò la fronte, incerta. «Ma come posso fidarmi quando mi sento così impotente?»
Ali, sempre paziente, le rispose con una parabola. «Immagina, Leila”, disse, «una foglia che galleggia sull’acqua. Non resiste alla corrente, ma si lascia trasportare, fiduciosa, perché sa che l’acqua la guiderà dove deve andare. Il Profeta Muhammad disse: “Se riponi la tua fiducia in Allah come dovresti, Lui provvederà a te come provvede a un uccello che parte al mattino con lo stomaco vuoto e torna alla sera con lo stomaco pieno”».
Leila, pensando a queste parole disse: «Ma cosa devo fare per raggiungere questa sicurezza?»
Ali rispose con una citazione della grande sapiente sufi, Rabi’a al-‘Adawiyya: “Non fare affidamento sulla tua forza, ma abbandonati completamente alla protezione del tuo Signore. Perché Lui è Colui che provvede a tutto”. Pratica il “dhikr” (il ricordo di Allah attraverso formule ripetute molte volte), aggiunse. Invoca spesso il nome di Allah e il tuo cuore sarà colmo di questa fiducia. Come è detto nel Corano: ”Coloro che credono e i cui cuori trovano riposo nel ricordo di Allah. Non è forse tramite il ricordo di Allah che i cuori trovano tranquillità?” (Sura 13, v. 28)».
La giovane pescatrice ascoltava attentamente e i suoi timori si attenuavano gradualmente. Ringraziò il vecchio sufi e tornò al suo villaggio, meditando sulle sue parole.
Con il passare dei giorni, Leila cominciò a integrare il “tawakkul” nella sua vita quotidiana. Ogni mattina, mentre andava a pescare, recitava le preghiere e si ricordava che il mare, con tutte le sue incertezze, era nelle mani di Allah.
A poco a poco, sentì una pace interiore invaderla e anche nei giorni in cui la pesca era scarsa, rimaneva serena.
Una sera, mentre osservava il sole tramontare sul mare, comprese appieno la lezione del vecchio sufi.
La fiducia in Allah non era una mera accettazione passiva, ma un abbandono attivo e amorevole alla Sua infinita saggezza.
E così, attraverso le parole di Ali e la bellezza della creazione divina, Leila imparò che il vero “tawakkul” era vedere la mano di Allah in ogni onda del mare e in ogni alito di vento, sapendo che tutto era in ordine, perfettamente orchestrato dal volere divino.
“E’ un Re coronato di gloria che prende origine nel fuoco,che si compiace dell’unione con la sposa che gli è data:è questa unione che rende manifesto quanto era prima nascosto “ (1)
Sull’Ariete ermetico: il trionfo primaverile
Oggi 20 Marzo 2025, alle ore 10.01, astronomicamente si accederà ad una novella stagione tramite l’Equinozio di Primavera, manifestandosi una diretta continuità, una connessione sacrale e magica tra l’umana esistenza, non considerata nel suo aspetto meramente materialistico e moderno, e la Natura coi propri ritmi interni, le proprie fasi discendenti ed ascendenti, come il ritmo annuale delle stagioni, in cui vi sono morti e resurrezioni, ed i cicli del Cosmo, come sono rappresentati in forme diverse nei vari mitologhemi di arcaica memoria. Noteremo che il simbolo del ciclo presenta una stretta assonanza con la figura del Serpente e precisamente col Serpente primordiale che si morde la coda,, l’ermetico Ouroboros, a rappresentare l’Unità molteplice e circolare del Cosmo, della Natura e della realizzazione ermetica e sapienziale (2). A tal punto dobbiamo sottolineare come il ciclo delle stagioni riferito alla vegetazione assuma anch’esso un significato iniziatico, essendo le quattro stagioni la rappresentazione delle quattro fasi dell’Opera: all’inverno è possibile associare la Nigredo, cioè la dissoluzione, l’agitazione del Mercurio Filosofico, il processo di distruzione dei vincoli; alla primavera accostiamo l’Albedo, l’estrazione del Mercurio, la germinazione spirituale; all’estate ed all’autunno associamo la Rubedo (in alcuni autori ermetici l’Opera al Rosso è composta da un’iniziale Opera al Giallo, a cui corrisponde l’estate, e da una seguente Opera al Rosso propriamente detta, a cui corrisponde l’autunno, cioè un solve et coagula nel segno del Fuoco, cioè il momento in cui si produce l’Oro puro, il Solfo interiore e, purificandolo definitivamente, è possibile rendere il frutto maturo e coglierlo:
“Dopo la semina, avviene la crescenza, alla quale si applica il simbolismo delle stagioni: al nero inverno succede la chiara primavera, la rossa estate e l’aureo autunno, nel quale il frutto è maturo e può essere colto” (3).
Possiamo far notare come si tratti di un’operazione a ritroso, volta a rimanifestare le qualità dell’Età dell’Oro in sé, riconsegnando il Regnum a Saturno, oramai libero dal sonno e dall’ignoranza; parimenti, le quattro stagioni e le quattro fasi alchimiche descritte si identificano alle quattro ere dell’umanità. A tal punto, è essenziale la comprensione del significato della Fioritura spirituale, che, come si può facilmente evincere, è il nesso tra due simbologie complementari: se l’Albero Cosmico è la forza nella sua dimensione statica e trascendente, il processo che vede il seme immergersi nella Terra per poi rialzarsi e germogliare è la forza nella sua dimensione dinamica, immanente, in quel ritmo di solve et coagula che è proprio dell’ascensione reintegrativa dell’Uomo. In tale ottica, il momento fatidico del risveglio è rappresentato dalla ritrovata attività, la trasmutazione del furor di Ares nella forza olimpica di Ercole o di Marte, quale potenza interna di Giove, che, da inespressa, si espande nel mondo:
“L’Ariel, intelligenza di Marte e démone, diventa attivo e virtuoso nella zona elevata dell’intellettualità, mentre nel mondo materiale è attivo in conflitto o bellicoso. Il Paganesimo esprime queste due formule marziali nelle due zone con:
Marte = mondo medianico o plastico = la guerra.
Minerva = mondo intellettuale = l’attivo intellettuale” (4).
Non casualmente, nell’arcaico calendario romano, nel primo mese sacrale dedicato a Marte, ritroviamo nei periodo equinoziale – esattamente il 19 di Marzo – le cerimonie dedicate a Minerva, Quinquatrus Minervalia, in cui la prima forza marziale inizia il suo processo di raffinazione, di sapienziale veicolazione, sottratto dall’indomita furia iniziale. Era il giorno in cui il collegio dei Salii procedeva alla lustrazione delle armi, iniziavano i Sacra a Minerva, che sancivano la trasmutazione dell’elemento ferale di Marte in attivazione intellettiva, non più secondo natura ma secondo Sapienza. La Sapienza Palladia è Fortezza Divina, è Ariete Sacro che è lì per risorgere a breve, con il Sole rinnovato. Qui nasce Minerva (5), qui ella si accompagna con Apollo e Mercurio, con l’Arte ed il suo tramite di realizzazione, qui ella diviene potere cangiante, per chi ne colga la funzione anagogica e non la sterile figura di idolo:
“…Giove che aveva generato Minerva. Giove se la procreò nel suo capo. Vulcano, quando Giove non potette più contenerla, con un colpo di scure gli aprì il cranio e la dea venne alla luce bella e armata di scudo e lancia. Dicono Minerva dea della intelligenza: ma no, Minerva è il pensiero armato, il pensiero energia e il pensiero non solo intelligente, ma volitivo, creatore, cosciente che si esteriorizza, individualizza, agisce, impera, domina. Concezione che dovette essere etrusca di origine. Posteriormente assimilata con Athena greca – coincidenza impropria, Minerva è idea viva e vivente in azione; l’arma è difesa e resistenza. Minerva dicta quod bene moneat – dice Festo. Quindi luce omniscente quando è in noi armata, quando si muove e esplode in Giove, luce divina, Monitum (il verbum caro) dei magi, partorita è sapienza in atto; l’idea realizzata. Minerva Medica ebbe tempio, ex voti, adoratori, guariva. Quando vi ho parlato della Myriam vi ho figurato Minerva Medica” (6).
Pallade, è vergine guerriera, è sommità dell’Etere, è intelligenza di Giove, intelligenza demiurgica ordinatrice del cosmo, è “prior igni” cioè anteriore alla generazione del primo dei quattro elementi fisici, il fuoco…alla sua Sapienza è consacrata l’Opera:
“Virgo armàta dècens, rerum sapientia, Pàllas,
aethèrius fomes, mens et sollèrtia fati,
ingenium mundi, prudentia sacra Tonantis…“.
Di tale furore, quale potenza che infrange i limiti della materialità per rimanifestare tutta la volontà di espansione della fertilità umana, naturale e spirituale, se ne occupa lo storico delle religioni Mircea Eliade, nell’analisi dei cosiddetti “Dei Forti” (7), quali espressioni necessitanti del seme virile che consenta l’atto ierogamico tra Cielo e Terra, quale pratica di autentica e reale procreazione alchimica. Secondo Eliade, la dimensione intermedia dell’estroversione rappresenta la capacità delle divinità solari e paterne di dispiegarsi nella molteplicità cosmica e di riattualizzare il processo di unità sintetica finale. Diverse sono le denominazioni religiose adoperate – Ariel, Marte, di seguito analizzeremo Mithra -, ma ci si intenda sulla dinamica unitaria e sostanziale di un palingenesi realizzativa.
E’ nel segno astrologico dell’Ariete, quale forza capronica marziale, che tale processo si attua nell’Equinozio di Primavera. Come aveva mirabilmente intuito Kerènyi (8), Hermes, agente della trasmutazione divina, si accompagna con l’Ariete, similmente al fratello Apollo, perché l’irruenza dell’Ariel ermetico è essa stessa il mezzo della trasmutazione, non la tramutazione in sé:
“Hermes non si chiama mai Karneios e la sua duplice relazione con l’ariete – egli è padre dell’ariete e portatore dell’ariete – non significa un’identica col sole. Egli non è l’origine della luce nella maniera del sole, bensì è l’origine di questa origine” (9).
La riemersione della forza capronica presuppone, però, un perfetto stato di purità interiore. La purità cabalistica di Ariel o la lustratio delle armi, presente nella celebrazione minervale romana precedentemente menzionata, si coniugano con una serie di pratiche catartiche che non poco ricordano la quaresima iniziatica dei misteri isiaci o della massoneria egiziaca napoletana (10), volte all’eliminazione del materiale rugginoso dal metallo ferreo, atto al trionfo iniziatico che si vuole intraprendere e realizzare. Ed è proprio nel testo ermetico Il Trionfo Ermetico, già citato, che ritroviamo un’istruzione che ci conduce su di una medesima direzione di marcia, volta ad una duplice comprensione, non solo per una purificazione necessitante, ma anche per la determinazione circa la quale l’Opera ha principio, svolgimento e conclusione del medesimo Athanor, l’animo umano, ove vi sono già tutti i metalli per la palingenesi, senza la necessità di teologie salvifiche o di interventi provvidenziali:
“Essa (la pietra filosofale) si fa bianca, e si fa rossa da se stessa, e noi non vi aggiungiamo nulla e non vi cambiamo nulla, oltre a separarne la grossolanità e la terrestrità” (11).
Secondo la dottrina ermetico – trasmutatoria, Ariel si rende creatore di se stesso e dell’operatore ermetico che vuole ridestarlo in sé, in piena coniugazione astrale con il cosmo da cui non si sente scisso, ma con cui partecipa unitariamente al rinnovamento della vita:
“L’uomo che vuol raggiungere la potestà di operare forza, giustizia e purità di Ariel non deve nell’atto generativo delle creazioni rassomigliare agli uomini né ispirarsi alle loro passioni; in questo è la sua assoluta rassomiglianza a Dio, in questo è il completo successo del suo ascenso…” (12).
Nell’astrologia ieratica egizio – caldaica, la catarsi rituale era, in alcuni casi, affidata al genio androgino di Ramanor, in una delle lunazioni di Marzo: “Ramanor, la bontà più semplice e benefica della natura divina, era attratto con la semplicità del voto e produceva la calma di tutti i disordini del corpo e dello spirito dell’uomo”(13). Nell’ambito della pratica ermetica, oltre a ciò che un Kremmerz espone pubblicamente nell’ambito di una primissima rituaria, l’Equinozio di Primavera segna simultaneamente l’inizio ed il compimento di una complessa teologia pontificale, sia di natura caldaico – egizia ma anche italico – romana, in cui la prima dimensione magica e cerimoniale risulta esser stata oramai trascesa per un conseguimento che androginicamente sappia coniugare Teurgia e pratiche di alchimia interna, ove l’antico dio italico Mavors si esplicita in tutta la sua potenza e valenza palingenetica. Nel suo “Catechismo della prima magia” (in Avviamento alla Scienza dei Magi), il mago di Portici fornisce i rudimenti di base di tale disposizione:
“Educare la volontà è dirigerla, sostituire la scienza è generare: l’equilibrio attivo non si ottiene senza il metodo magico. Regnum regnare docet: operare è imparare agendo. Si va alla guerra prima da coscritti e poi da veterani – ma quando si è veterani, si possono mostrare le batoste raccolte da coscritto.
La volontà e il desiderio
II. Per iniziarsi alla pratica della magia, bisogna determinare bene la volontà nel suo fine. Volere e saper voler è un gran segreto. Chi vuole e non sa volere non è un mago, né lo diverrà mai. Volere non è desiderare. Il desiderio uccide il volere – basta per distruggere ogni opera di magia un desiderio senza volontà.
La volontà e l’invocazione
III. L’angelo della volontà è Ariel, forza e volontà, perché la più potente forza è la volontà dell’uomo che sappia quel che vuole. Senza ripetermi, io dico al mio discepolo: se vuoi attirare a te la forza invoca ed evoca Ariel e l’angelo te lo porta. Invocare è chiamare in sé. Evocare è chiamare a sé. Tutte le cose chiamate vengono. Orfeo faceva muovere le montagne suonando la sua lira. Bisogna diventare un piccolo Orfeo per attirare a se gli atomi invisibili della forza generante che è la Vita Universale“.
In tale ottica, la ciclica dell’Astro Solare, presuppone inevitabilmente un tutore dell’equilibrio astrale e interiore, che sappia concretizzare il rinnovamento spirituale. Nell’ambito della misteriosofia arcaica, tale era il ruolo del Dio Mithra, quale mediatore,
“secondo la testimonianza di Porfirio, Mithra occupa il posto degli equinozi, poiché essi segnano sempre il punto intermedio nel corso del sole…” (14).
In ciò, Mithra risulta essere intimamente, profondamente romano, perché prettamente esprimente una marzialità purificata, solare, equilibrata, concependo la Romanità nella sua vera essenzialità, cioè quale variante eroica della Tradizione Primordiale. Non è casuale, infatti, come nel terzo grado del rito iniziatico, che è quello del Miles (Soldato), simboleggiato dallo scorpione, si celebrasse, tramite la consacrazione a Mithra ed il rifiuto dell’incoronazione umana (“Mithra è la mia corona!”), l’ingresso dell’iniziato nella Milizia Celeste, coloro che combattono per il Fuoco e la Luce, avendo in Marte il proprio nume tutelare. E’ il Dio che esce armato dalla caverna platonica per combattere, con la lancia di Marte, per affrontare un cammino oscuro che non conosce, è l’elemento ferreo che si attiva, l’irrazionale che cerca di purificarsi, la forza guerriera cieca, istintiva, che intraprende la via per la propria purificazione. Nel quarto grado, che è rappresentato dal Leone ed ha come divinità planetaria protettrice Giove, si esplicita la visione dell’essenza solare e cardiaca, di Apollo, tramite il quale continua la purificazione del fuoco interiore, ora manifesto in senso eminentemente filosofico e vittorioso, che si accinge al viaggio iniziatico: non è casuale la funzione che i Leones avevamo all’interno della comunità mithriaca, come custodi, appunto, del fuoco e dell’ara sacrificale. Il Nume che sorge dalla pietra nel Solstizio d’Inverno a Primavera, all’Equinozio acquisisce la propria consapevolezza eroica, nel mese di Marte, nel punto cardinale dell’anno in cui la Luce riprende il sopravvento sulle Tenebre.
La Forza ridestata è la rinascita dell’Ariete interiore, del gambo che vince la materialità della terra e aspira, dopo un cupo inverno, all’aria ed alla visione del Sole. Qui, sotto l’egida del Dio egizio Khonsu, insieme alla triplice capronica su cui abbiamo tematizzato, si attiva il processo di entrata nel Tempio e di avanzamento ieratico, alla ricerca del proprio Deus Absconditus:
“Provvidenza e Fortuna, sii propizia a me che scrivo questi primi Misteri da trasmettere al solo Figlio (cui sarà data) l’Immortalità, all’Iniziato degno di questa nostra potenza – (Misteri) che il gran Dio Sole – Mithra mi comandò, a mezzo del (suo) stesso Arcangelo, di trasmettere; (siimi) propizia affinchè io solo, Aquila, raggiunga il Cielo e contempli tutte le cose” (15).
Note:
1 – Limojon de Sainct Disdier, Il Trionfo Ermetico, Edizioni Mediterranee, Roma, p. 110;
2 – Alfredo Cattabiani, Calendario, Rusconi Libri, Milano 1991, p. 13 ss;
3 – Julius Evola, La Tradizione Ermetica, Edizioni Mediterranee, Roma 1996, p. 97.
4 – Giuliano Kremmerz, Avviamento alla Scienza dei Magi, a cura del Circolo Virgiliano di Roma, p. 292;
5 – Ovidio, I Fasti, 3, 809ss;
6 – Giuliano Kremmerz, I Dialoghi sull’Ermetismo, in La Scienza dei Magi, vol. III, Edizioni Mediterranee, Roma 2003, p. 181.
7 – Mircea Eliade, Miti, sogni, misteri, Edizioni LINDAU, Torino 2007, p. 177ss;
8 – Karoly Kerényi, Miti e Misteri, Edizioni Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 106ss;
9 – Ivi, p. 111;
10 – Arturo Reghini, Ignis, rivista di studi iniziatici, I, N. 11-12, Novembre-Dicembre 1925;
11 – Limojon de Sainct Disdier, op. cit., 41;
12 – – Giuliano Kremmerz, op. cit., 367;
13 – Giuliano Kremmerz, Lunazioni, I – II – III ciclo, Editrice Miriamica, Bari 1992;
14 – Stefano Arcella, Il Dio Splendente – I Misteri romani di Mithra fra Oriente ed Occidente – Edizioni Arkeios, Roma 2019, p. 161 – Porfirio, L’antro delle ninfe, 18. L’opera di Arcella rappresenta una delle migliori fonti aggiornate e con migliore capacità di analisi e di approfondimento sul tema misterico mithaico;
15 – Formula propiziatoria del Rituale mithriaco del Gran Papiro Magico di Parigi, tradotto e commentato su UR 1927 ed ora presente in Introduzione alla Magia, volume I, Edizioni Mediterranee, Roma.
Videoconferenza del canale YouTube VELENO QUANTO BASTA, trasmesso online in diretta streaming il giorno 19 Marzo 2025.
Dagli archivi desecretati emergono nuove rivelazioni sul caso Kennedy, mettendo in discussione ancora una volta la narrativa ufficiale. Ma non solo: la stessa CIA, in piena Guerra Fredda, aveva un altro obiettivo, meno noto ma altrettanto scomodo per il potere. La CIA e la caccia a “Rudi il Rosso” Rudi Dutschke, leader carismatico del movimento studentesco tedesco, fu sorvegliato, isolato e infine vittima di un attentato. Cosa temeva davvero la CIA? Chi aveva interesse a eliminarlo?
DA KENNEDY A RUDI IL ROSSO E LA CIA: NUOVI FILES E NUOVE VERITÀ?
Sui social media circolano videoclip che documentano i massacri commessi contro i civili in Siria, nei quali compaiono combattenti stranieri, in particolare provenienti dalla Cecenia e da altri Paesi dell’Asia centrale. Questo fenomeno non è casuale, ma fa parte di una strategia deliberata utilizzata in molti conflitti. Ma sorge una domanda: perché proprio la Cecenia? Perché vengono reclutati combattenti stranieri per combattere i siriani invece di affidarsi alle forze locali?
Dalla Cecenia alla Siria: il viaggio dei mercenari
Per comprendere questo fenomeno, dobbiamo soffermarci sulla storia dei combattenti/mercenari ceceni, che hanno combattuto diverse guerre prima di ritrovarsi in Siria. Iniziò con la prima guerra cecena (1994-1996) contro la Russia, che si concluse con una vittoria parziale della Cecenia e con l’acquisizione di un’instabile autonomia. Ma la seconda guerra cecena (1999-2009) fu diversa, poiché la Russia riuscì a riprendere il controllo, il che spinse un gran numero di combattenti a fuggire in altre zone, soprattutto in Afghanistan e Iraq, e alcuni di loro si stabilirono in seguito in Turchia.
Diversi campi di battaglia
Afghanistan (1980-2001): Durante la guerra sovietica in Afghanistan, i combattenti ceceni fecero parte di un’ondata di “mercenari transnazionali” sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, reclutati e finanziati per combattere l’esercito sovietico. Alcuni di loro continuarono poi a combattere sotto la bandiera dei Talebani o di Al-Qaeda.
Iraq (2003-2011): dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, i combattenti ceceni emersero come parte delle fazioni che combatterono contro le forze statunitensi e il nuovo governo iracheno, e facevano parte di gruppi legati ad Al-Qaeda e all’Isis.
Libia (2011): durante la guerra in Libia che rovesciò il leader Muammar Gheddafi, i combattenti ceceni furono osservati tra le fazioni armate che ricevevano il sostegno dell’Occidente e del Golfo, sia attraverso l’addestramento che attraverso gli armamenti.
Siria (2012-oggi): con l’intensificarsi della guerra in Siria, è stato invocato lo stesso modello, con combattenti ceceni che sono comparsi all’interno di fazioni estremiste come Jund al-Sham, Jaish al-Muhajireen wal-Ansar e, infine, tra le fila di Hay’at Tahrir al-Sham e Isis.
I combattenti ceceni non agirono di loro spontanea volontà, ma furono reimpiegati tramite i servizi segreti e i canali internazionali per servire obiettivi specifici.
Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali
Durante la guerra sovietica in Afghanistan, Washington, attraverso la Cia, contribuì a creare la “rete globale del jihad”, che aprì la porta ai combattenti stranieri, tra cui i ceceni, per unirsi alla lotta contro i sovietici.
Successivamente, alcuni di questi furono utilizzati in Iraq, Libia e Siria, facilitandone gli spostamenti, soprattutto nei periodi in cui le potenze occidentali avevano bisogno di indebolire i regimi ostili.
A partire dalla seconda guerra cecena, la Turchia è diventata un importante punto di accoglienza per i combattenti ceceni in fuga dalla guerra, alcuni dei quali si sono stabiliti lì e hanno trovato agevolazioni nei loro spostamenti.
In Siria, Ankara ha svolto un ruolo di primo piano nell’aprire le frontiere a questi mercenari, soprattutto tra il 2012 e il 2016, quando questi ultimi si sono uniti alle fazioni armate che ricevevano da loro supporto logistico e militare.
Paesi del Golfo
Alcuni Stati del Golfo hanno fornito supporto finanziario e logistico a fazioni che includono combattenti ceceni in Siria, come parte di una strategia di supporto ai gruppi armati che combattono lo Stato siriano prima della caduta del regime dell’ex presidente Bashar al-Assad. Alcune associazioni “caritatevoli” hanno avuto un ruolo nel finanziare il trasferimento di questi combattenti nelle zone di conflitto, con il pretesto di sostenere il “jihad” o i “soccorsi”.
Ma ci chiediamo: perché compaiono nei massacri contro i civili? La risposta sta nella natura del ruolo che è stato loro assegnato. Questi combattenti non appartengono alla società siriana, il che li rende più propensi a compiere operazioni brutali senza alcuna considerazione morale o timore di reazioni locali.
Inoltre, nelle guerre esistono chiare strategie che si basano sull’impiego di combattenti stranieri come strumenti per terrorizzare le società prese di mira, allo scopo di cacciarle o distruggerne il morale. È quanto accaduto in passato in Iraq, Afghanistan e Libia, dove elementi stranieri venivano impiegati per compiere massacri e poi presentati come capri espiatori se le equazioni politiche cambiavano.
Ciò che sta accadendo in Siria è un piano per rimodellare la regione
La questione qui va oltre l’idea di guerra per procura e si concentra sul riciclaggio di mercenari che hanno combattuto guerre in altri campi, da gettare in battaglie secondo i calcoli dei Paesi che vogliono destabilizzare la regione. È noto che alcuni dei soggetti che hanno facilitato il trasferimento di queste persone in Siria sono gli stessi che avevano avuto legami con loro nelle guerre precedenti.
Ciò che sta accadendo in Siria non è solo un’estensione della guerra interna, ma piuttosto parte di un piano più ampio per rimodellare la regione utilizzando strumenti già noti nelle guerre precedenti. Questi combattenti non sono semplici individui in cerca di nuove battaglie, ma fanno parte di una strategia guidata da interessi internazionali e regionali. Finché esisteranno questi interessi, i civili rimarranno le prime e le ultime vittime di queste “guerre importate”.