Nella tradizione zoroastriana, Ahura Mazda rappresenta il Principio Ordinale, Creatore di tutti e la fonte della manifestazione. Nell’atto della creazione, Egli elabora il primo essere: Gayomart, creatura di natura luminosa, costituita non di materia corruttibile, ma di metallo primigenio, elemento integro e non ancora soggetta alle leggi della degenerazione.
Ed ecco ricomparire il malefico… l’oppositore cosmico, Ahriman, che interviene per sabotare questa configurazione originaria. La sua azione non è mera distruzione, bensì introduzione del disordine all’interno di un’armonia perfetta. Attraverso l’inganno e la pressione entropica, Ahriman induce Gayomart a conoscere la dissoluzione, e così interviene la morte.
La fine di Gayomart comporta una frammentazione delle parti. Il corpo primigenio si scompone così in sette metalli fondamentali, che la tradizione associa alle principali manifestazioni presenti nel mondo sublunare. Tali metalli rappresentano parti del metallo originario e, in senso alchemico, costituiscono le “componenti diffuse” della materia prima cosmica.
In questo contesto interviene Spenta Armaiti, l’ipostasi della Terra sacralizzata e della ricettività ordinatrice. La sua funzione è analoga a quella di una principessa restauratrice, una forza cosmica che raccoglie i residui dell’Unità primordiale e li reintegra nell’essere. Il parallelismo con la figura di Iside, che ricompone il corpo di Osiride, non è accidentale: entrambe rappresentano la competenza ricostruttiva del principio femminile sacro, capace di trarre continuità dalla frammentazione.
Dal punto di vista ermetico, questo mito illustra un meccanismo ben noto: la frattura dell’Unità in elementi multipli e la loro dispersione. Solo l’intervento della forza mediatrice consente la riaggregazione. La caduta di Gayomart, dunque, non rappresenta una sconfitta senza rimedio, ma la fase di separazione, indispensabile affinché la realtà possa essere successivamente purificata, ordinata e ripresa. Il mito, letto in chiave alchemica, non narra soltanto l’origine dell’Uomo, ma anche la logica cosmogonica per cui ciò che è stato disintegrato può e deve essere ricomposto attraverso una Sapienza, che opera affinché vengano realizzate le nozze alchemiche del Rebis.
Nell’articolo di oggi, ci addentriamo nel mondo misterioso e potente del numero 8, una cifra che trasuda forza, equilibrio e infinito. Questo numero, più di un semplice segno matematico, è un simbolo di armonia cosmica e prosperità spirituale.
Sei pronto a esplorare la numerologia e il significato profondo dell’8? Andiamo alla scoperta dei segreti del numero otto! Let’s go…
Caratteristiche del Numero 8
L’8 è venerato in diverse culture e tradizioni come il numero dell’abbondanza, della potenza e dell’equilibrio.
Questo numero rappresenta un ciclo infinito di rinascite e trasformazioni, un perpetuo moto che riflette il dinamismo della vita stessa.
Come tutti i numeri, l’8 porta in sé le qualità dei numeri che lo precedono e, in particolare, è considerato il doppio del 4 (materia e concretezza) e l’espansione del 2 (dualità e relazione).
Più precisamente otto è 2 × 2 × 2 e come tale è il primo numero cubico dopo l’uno. Come il numero dei vertici di un cubo e quello delle facce del suo poliedro duale, l’ottaedro, l’otto è completo. A livello molecolare ciò si riscontra negli atomi che anelano a possedere l’ottetto, ovvero otto elettroni nel loro guscio più esterno.
L’8 è il numero dell’equilibrio tra il materiale e lo spirituale, simboleggiando sia la prosperità materiale che la crescita spirituale.
L’8 si manifesta in numerosi aspetti del mondo naturale e umano, come nelle fasi della Luna, che si rinnovano approssimativamente ogni 28 giorni (2+8=10; 1+0=1, simbolo di nuovi inizi), e nella struttura del DNA, che si avvolge in una forma che ricorda l’otto orizzontale.
Significato Metafisico del Numero 8
Metafisicamente, l’8 rappresenta l’armonia perfetta tra il cielo e la terra, tra il sopra e il sotto. È il numero che simboleggia il successo materiale ottenuto attraverso l’equilibrio spirituale e la giustizia, infatti, è l’unico che può essere diviso in due quadrati uguali (4 + 4).
OTTO è il numero spirituale più attivo, posto all’estremità attiva del piano dell’anima. È il numero della saggezza espressa in modo intuitivo attraverso gli atti d’amore. Ha come obiettivo l’indipendenza.
L’otto inoltre non è più un ente del mondo del divenire, non fa più parte dell’ambito di manifestazioni che chiamiamo creazione, che si dispiega nel continuum spazio-temporale che noi siamo in grado di percepire e conoscere con i sensi e la ragione. Quindi, nella nostra forma corrente di esseri umani viventi nel mondo materiale, noi siamo impossibilitati al contatto diretto con il numero otto, nel senso del suo archetipo, che resterà per noi un mistero, impenetrabile con la ragione ma che può essere intravisto attraverso l’esercizio dell’intuizione immaginativa.
Significato Simbolico del Numero 8
Simbolicamente, l’8 è associato alla capacità di superare le sfide e raggiungere l’equilibrio attraverso la resilienza e la trasformazione. È un numero che richiama la forza interiore, il coraggio e la determinazione necessari per navigare attraverso le difficoltà della vita.
In molte storie e mitologie, l’8 appare come simbolo di rinascita e rigenerazione. Ad esempio, nella mitologia egizia, il dio Ra viaggia attraverso l’underworld durante la notte in un ciclo eterno di morte e rinascita, rappresentato dall’8.
Geometria Sacra del Numero 8
La geometria sacra dell’8 rivela la sua connessione con l’infinito e l’eterno. La forma dell’8, che ricorda il simbolo dell’infinito, simboleggia l’equilibrio perfetto e la continuità dell’energia cosmica, un continuo fluire.
All’opposto invece, nell’architettura sacra, l’8 si ritrova nelle strutture rigide che moltiplicano la solidità del quadrato in forme ottagonali, che sono considerate il ponte tra il mondo terreno e quello celestiale, offrendo uno spazio per la meditazione e il contatto spirituale. Le strutture ottagonali sono molto comuni nei fonti battesimali che hanno otto lati e sono pieni di acqua benedetta.
Numero 8 in Rapporto al Testo Bibblico
Anche nella Bibbia, l’8 ha un ruolo significativo, simboleggiando un nuovo inizio e la rinascita spirituale. Dopo il Diluvio, Dio salvò otto persone per dar vita a un nuovo mondo (Noè, sua moglie, i suoi tre figli – Sem, Cam e Jafet – e le loro mogli). Questo evento biblico sottolinea il tema della rigenerazione e del rinnovamento associato all’8.
Inoltre ecco alcuni aspetti chiave del significato del numero 8 in relazione ai testi biblici:
Nuovo Inizio e Circoncisione: Secondo la Legge mosaica, la circoncisione, simbolo dell’alleanza tra Dio e il popolo ebraico, veniva eseguita l’ottavo giorno dopo la nascita di un maschio (Levitico 12:3). Questo atto non solo segnava fisicamente l’ingresso del bambino nella comunità di fede ma simboleggiava anche un nuovo inizio spirituale, purificazione e dedicazione a Dio.
Resurrezione e Vita Eterna: Gesù risorse il giorno dopo il sabato, che può essere considerato l’ottavo giorno, simbolizzando così un nuovo inizio e la vittoria sulla morte. Questo legame tra l’8 e la resurrezione/nuova vita è visto come una promessa di rigenerazione spirituale e salvezza eterna per i credenti.
Giudizio Universale e Rigenerazione: Nella visione apocalittica della nuova creazione descritta nel libro dell’Apocalisse, l’idea di un nuovo inizio e di una rigenerazione completa dell’esistenza può essere implicitamente collegata al concetto dell’8 come simbolo di inizio di una nuova “era” o realtà.
Simbolismo Numerologico: Nel contesto più ampio della cultura ebraica e dell’interpretazione biblica, i numeri avevano spesso significati simbolici. L’8, essendo il numero che segue il 7 (che rappresenta la completezza o la perfezione, come nei 7 giorni della creazione), simboleggia l’inizio di un nuovo ciclo o di una nuova era dopo il completamento di un ciclo precedente.
Significato Esoterico del Numero 8
Nell’esoterismo, l’8 è spesso associato alla legge del karma e alla reincarnazione, simboleggiando il ciclo eterno di morte e rinascita, di causa ed effetto. È il numero che richiama la necessità di armonizzare le azioni passate con le aspirazioni spirituali future, invitando l’individuo a riflettere sulle proprie azioni e sul loro impatto sull’evoluzione personale e universale.
In molte tradizioni, l’8 è visto come il numero che facilita la transizione dal piano fisico a quello spirituale, fungendo da catalizzatore per la trasformazione interiore. Questo numero è un promemoria della nostra capacità di superare le limitazioni materiali per accedere a una comprensione più elevata dell’esistenza.
Infatti per i pitagorici l’8 è rappresentato come simbolo del doppio quaternario: al quadrilatero del quaternario primario, della materia nei suoi quattro elementi costitutivi (aria, fuoco, acqua, terra) si va ora a sovrapporre il quaternario che racconta le vicende dello spirito: incarnato nel cinque, iniziato nel sei, perfetto nel sette, che raggiunge il livello divino con l’otto.
Da notare che in entrambi questi quadrati è inscrivibile un cerchio, cerchio che ora si riflette nell’ottagono centrale risultante, come assegnare che questo è, rispetto al quadrato, un importante tappa di avvicinamento.se il cerchio infatti è il simbolo del divino al centro della sua creazione, l’ottagono è per l’appunto sull’ottava superiore rispetto al quadrato in avvicinamento al cerchio e lo potremo comprendere solamente quando si compirà il ritorno dall’esilio.
Arcano Numero 8 dei Tarocchi
Nei Tarocchi, l’Arcano Maggiore numero 8 è spesso rappresentato dalla carta dalla Giustizia. Questa carta simboleggia la maestria dell’individuo sui propri istinti e la capacità di affrontare le sfide con determinazione e equilibrio.
La giustizia con la sua bilancia riequilibra la nostra vita ma equilibrio e perfezione non sono sinonimi di simmetria così come l’arte sacra dei costruttori di cattedrali rifiutava la simmetria, ritenendola diabolica, la carta della giustizia viene strutturata in modo asimmetrico se si osserva la bilancia si vede che la giustizia condizione movimento mediante il gomito di destra e il ginocchio di sinistra; si può pensare che con questo gesto la giustizia ci inviti a non cedere al perfezionismo.
La pretesa di perfezione è disumana perché quello che è perfetto è immobile insuperabile quindi morto allora ci inviterebbe a sostituire tale concetto di perfezione con l’astuzia sacra con il concetto di eccellenza che ci permette di essere dinamici e perfettibili.
Conclusioni
Il numero 8, quindi, non è solamente una cifra fra tante, ma un vero e proprio simbolo di infinito equilibrio, ricchezza spirituale e trasformazione. La sua presenza ubiqua nella natura, nelle culture umane, nelle tradizioni spirituali e religiose, ci rivela che il viaggio alla scoperta dei suoi misteri è infinito, proprio come il simbolo che rappresenta.
L’8 è nodo d’Amore, vincolo, canale, collante che tiene insieme tutti gli enti. Solo l’Amore dunque è il linguaggio perfetto che riesce a compiere il miracolo di porre di fronte l’uno all’altro: i due volti, quello del Macrocosmo e quello del microcosmo, quello Divino e quello umano, riconnettendo l’iniziato alla sorgente del tutto.
Mentre concludo questo articolo sulla numerologia dell’8, diventa evidente che il percorso di comprensione e integrazione dei suoi insegnamenti nella nostra vita è un viaggio senza fine.
Ti lascio con l’invito a meditare sul significato dell’8 nella tua vita, a riconoscere le sue manifestazioni e a lasciarti guidare dalla sua saggezza verso un’esistenza più ricca e armoniosa. Il segreto dell’infinito è nascosto in questo numero, pronto a essere scoperto da coloro che sono pronti a intraprendere il viaggio.
“Vismayo yogabhūmikāḥ”,”gli stadi dell’unione meditativa sono stupore”, Śivasūtra (Rudra).
L’entrata nello stato della mente naturale (svabhāva o śāntarasa), che è una dimensione unica ed indivisa, prevede, passo dopo passo attraverso gli strati della coscienza ordinaria,
due poli di accesso. Per lo Śivaismo del Kāśmīr sono la coscienza (citi), priva di pensieri, e la beatitudine (ānanda), svincolata da una circostanza specifica; anche detti da Utpaladeva luce della coscienza (prākaśa) e azione come riflesso della prima (vimarśa), di cui il primo è maschile/passivo ed il secondo femminile/attivo.
Per il Vajrayāna, i poli di maschile e femminile si invertono, sono i mezzi pratici (upāya) ricchi di compassione (karuṇā), il maschile attivo, e la saggezza (prajñā) che coglie il vuoto (śūnya), il femminile passivo.
Entrambe le tradizioni tantriche, anche se con approcci differenti, riconoscono l’importanza della collaborazione tra la coscienza (cetana) e l’azione (kriyā) che convergono in meditazione nella fruizione calma di silenzio (mauna) e stupore (vismaya).
Ebbene, aldilà di ogni disciplina e dottrina, questi sono i due capisaldi dell’esperienza di assorbimento meditativo finale: il silenzio e la beatitudine.
I morti percepiscono la luce della verità spirituale. La cosa più bella, la cosa più importante che possiamo donare ai nostri morti è di leggere per loro qualcosa che abbia un vero contenuto spirituale.
Come la pioggia scende benedicente dalle nubi sulla Terra, così il pensiero luminoso si solleva verso i morti, su, fino alle regioni dello Spirito.
La Cina si oppone fermamente al continuo indebolimento, da parte del Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi, delle fondamenta politiche delle relazioni sino-giapponesi, fondate sullo spirito dei quattro documenti politici tra i due Paesi, ha dichiarato giovedì 27 novembre un portavoce del Ministero degli #Esteri.
Mercoledì, durante il dibattito con i leader del partito di opposizione, Takaichi ha dichiarato che “avendo rinunciato a tutti i diritti e le rivendicazioni derivanti dal Trattato di San Francisco, non siamo in grado di riconoscere lo status giuridico di #Taiwan“.
In risposta, il portavoce Guo Jiakun ha dichiarato, durante una conferenza stampa, che la riconquista di Taiwan da parte della Cina è un esito vittorioso della Seconda Guerra Mondiale e parte integrante dell’ordine internazionale del dopoguerra. Una serie di strumenti con effetto giuridico ai sensi del diritto internazionale, tra cui la Dichiarazione del Cairo, la Proclamazione di Potsdam e lo Strumento di resa giapponese, hanno tutti affermato la sovranità della Cina su Taiwan.
La questione relativa allo status di Taiwan era già stata risolta una volta per tutte quando il popolo cinese vinse la Guerra di Resistenza Contro l’Aggressione Giapponese nel 1945. Il 1° ottobre 1949 fu istituito il Governo Popolare Centrale della Repubblica Popolare Cinese (RPC), che da allora è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina. Si tratta di un cambio di governo in cui la Cina, in quanto soggetto di diritto internazionale, non è cambiata e la sua sovranità e i suoi confini territoriali intrinseci sono rimasti invariati, ha affermato Guo, aggiungendo che, pertanto, il governo della RPC gode ed esercita naturalmente e pienamente la sovranità della Cina, inclusa la sovranità sulla regione di Taiwan.
Ha affermato che la Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese del 1972 afferma che “Il Governo del #Giappone riconosce il Governo della Repubblica Popolare Cinese come unico Governo legittimo della Cina. Il Governo della Repubblica Popolare Cinese ribadisce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il Governo del Giappone comprende e rispetta pienamente questa posizione del Governo della Repubblica Popolare Cinese e mantiene fermamente la propria posizione ai sensi dell’Articolo 8 della Proclamazione di Potsdam”.
Il cosiddetto “Trattato di San Francisco” fu emanato con l’esclusione di importanti parti coinvolte nella Seconda Guerra Mondiale, come la Repubblica Popolare Cinese e l’Unione Sovietica, al fine di raggiungere un accordo di pace separato con il Giappone. Il documento viola la disposizione secondo cui ciascun governo si impegna a non stipulare un armistizio o una pace separati con i nemici, contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite firmata da 26 Paesi nel 1942, tra cui Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, e viola la Carta delle Nazioni Unite e i principi fondamentali del diritto internazionale, ha affermato.
“Qualsiasi disposizione contenuta nel trattato, inclusa la sovranità su Taiwan o la gestione del territorio e dei diritti sovrani della Cina, è quindi del tutto illegale e nulla” in quanto non firmataria, ha affermato Guo.
Ha affermato che il Primo Ministro Takaichi ha deliberatamente scelto di non menzionare la Dichiarazione del Cairo e la Proclamazione di Potsdam, due documenti giuridici internazionali pienamente validi e sottolineati nella Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese, nel Trattato di Pace e Amicizia tra Cina e Giappone e in altri trattati bilaterali, scegliendo singolarmente l’illegale e invalido “Trattato di San Francisco”.
Ciò dimostra ancora una volta che il Primo Ministro giapponese non è disposto ad ammettere le proprie colpe e a tornare sui propri passi, continua a danneggiare il fondamento politico delle relazioni Cina-Giappone stabilite nello spirito dei quattro documenti politici tra i due Paesi, non mostra alcun rispetto per l’autorità delle Nazioni Unite e contesta apertamente l’ordine internazionale del dopoguerra e le norme fondamentali del diritto internazionale, cercando persino di enfatizzare la cosiddetta nozione che lo status di Taiwan sia indeterminato. Questo non fa che aggravare le colpe, ha affermato Guo.
“La Cina respinge fermamente questa affermazione e chiede la massima vigilanza da parte della comunità internazionale. Esortiamo ancora una volta la parte giapponese a riflettere e correggere le proprie colpe, a ritrattare le affermazioni errate e ad adottare misure concrete per onorare i propri impegni nei confronti della Cina e a fare ciò che ci si aspetta dal Giappone in quanto Stato membro delle Nazioni Unite”, ha affermato.
PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI
PER LA VALORIZZAZIONE DELLE RELAZIONI SINO-GIAPPONESI
Sūra al-Mulk 67:2: «[Dio] ha creato la morte e la vita per mettervi alla prova…»
Se la morte è creata (khalaqa), allora nel linguaggio coranico assume lo statuto di una realtà oggettiva, non semplicemente la cessazione della vita.
———————- La morte è “assaggiata”———-
Versetti come 3:185 e 29:57 dichiarano: «Ogni anima assaggerà (dhā’iqah) la morte.»
L’uso del verbo “assaggiare” (dhāqa) è significativo: la morte non è solo qualcosa che accade all’anima, ma è qualcosa che l’anima incontra o esperisce direttamente
Questa espressione è unica: il Corano non dice “morirete”, ma “assaggerete la morte”, come se fosse un oggetto o una condizione esterna che si incontra.
———— La morte “rapisce” l’anima———-
Il versetto 39:42 dice che Dio “prende le anime” al momento della loro morte, e in 6:61 gli “angeli mietitori” (al-malāʾikah) “le portano via”.
Questo implica che la morte è una soglia o uno stato in cui l’anima entra e che è distinta dall’atto del “prendere l’anima”
————La morte ha una “sorella”: il sonno——-
Secondo 39:42, il sonno è una morte minore (nawmat al-mawt), e la morte è la piena separazione.
Qui la morte è trattata come una condizione ontologica, parallela alla vita e al sonno.
Gli scacchi, oltre a essere un gioco strategico e intellettuale, hanno da secoli una valenza simbolica ed esoterica. La loro struttura – con pezzi differenti per potenza e funzioni, movimenti regolamentati e un campo di gioco quadrato – ha ispirato interpretazioni metaforiche relative alla vita, alla società, e alla conoscenza spirituale. Nel contesto esoterico, gli scacchi sono stati spesso visti come una rappresentazione allegorica della lotta tra forze opposte, del percorso dell’anima attraverso prove e difficoltà, e della ricerca di equilibrio tra opposti: luce e oscurità, bene e male, materia e spirito.
Nella tradizione simbolica, ciascun pezzo può essere letto come un archetipo: il re rappresenta la coscienza suprema, la regina la potenza attiva, i cavalieri l’iniziativa e la mobilità dello spirito, mentre i pedoni incarnano le potenzialità in formazione, la materia o l’essere umano comune impegnato nella propria evoluzione. Anche la scacchiera stessa, con le sue 64 caselle bianche e nere, è stata interpretata come un microcosmo dell’universo, uno spazio in cui le leggi del destino, della strategia e dell’intelletto si intrecciano.
In alcune correnti esoteriche occidentali e orientali, come quelle ispirate alla tradizione cabalistica o al pensiero iniziatico islamico e cristiano, gli scacchi sono stati usati come strumenti pedagogici: il gioco diventa un laboratorio simbolico, in cui il giocatore non esercita solo la mente razionale, ma sperimenta le dinamiche di potere, disciplina e saggezza. In questo senso, il gioco non è mai “innocuo”: la sua pratica può assumere significati morali, spirituali o metafisici, e può essere vista come un’allegoria del cammino dell’uomo verso la conoscenza e la perfezione interiore.
Nonostante ciò, il gioco degli scacchi ha una storia complessa nell’ambito della giurisprudenza islamica, con posizioni variabili sia nelle scuole sciite sia in quelle sunnite.
ISLAM SCIITA
Nell’Islam sciita duodecimano, le opinioni dei marjaʿ contemporanei sono spesso sfumate.
Alcuni, come l’Ayatollah Khomeini e l’Ayatollah Khamenei, attuale Guida Suprema della R.I. dell’Iran, inizialmente criticarono il gioco come potenzialmente dannoso se associato a trascuratezza dei doveri religiosi o scommesse, ma in seguito ne permisero l’uso purché regolato e privo di elementi proibiti.
Questo approccio pragmatico si basa su principi generali della Shariʿa, come il divieto di perdita di tempo in attività futili o il coinvolgimento in interessi illeciti.
Altri marjaʿ più conservatori, come l’Ayatollah Sistani e alcuni studiosi del passato, tendevano a proibire gli scacchi in maniera più assoluta, soprattutto perché associati a giochi d’azzardo o distrazioni dai doveri religiosi.
ISLAM SUNNITA
Nelle scuole sunnite, la discussione risale a testi classici come il Fatawa al-Hindiyya (Hanafi) e commentari Maliki e Shafiʿi. In generale, le posizioni variano:
Hanafiti e Shafiʿiti
considerano il gioco lecito se privo di scommesse, e se non ostacola le pratiche religiose. Al contrario, è vietato se vi è rischio di trascurare la preghiera o di impegnarsi in comportamenti illeciti.
Malikiti e Hanbaliti
spesso riprendono questa logica ma mostrano maggiore cautela, scoraggiando il gioco per la sua potenziale distrazione, sebbene non sia haram di per sé. Alcuni testi malikita, ad esempio, condannano gli scacchi se praticati eccessivamente o se accompagnati da litigi o violenze (al-Mudawwana al-Kubra, Malik).
In sintesi, sia nel sunnismo che nello sciismo, la linea comune moderna è di carattere condizionale: gli scacchi diventano proibiti se coinvolgono scommesse, violano obblighi religiosi o conducono a comportamenti moralmente inaccettabili. I divieti assoluti appartengono più alla tradizione classica o a contesti storici specifici, quando il gioco era percepito come pericoloso per la moralità o la disciplina religiosa.
Questa sintesi mostra chiaramente come il divario tra posizioni “moderate” e “rigoriste” sia spesso una questione di contesto pratico e intenzione, piuttosto che una differenza dottrinale fondamentale sul gioco in sé.
La Tradizione è una via su cui si può imparare a camminare, col risultato di trasformare la propria esistenza in una vita piena, ricca di esperienze profonde, e soprattutto pregna di senso.
Ciò è reso possibile dal fatto che la Tradizione è saggezza antica, sedimentata in millenni di autentica cultura umana, e declinata in modalità che di volta in volta sono state chiamate Induismo, Buddhismo, Taoismo, Scintoismo, Gnosi Cristiana, a partire da unica matrice unitaria che vide i suoi originali sviluppi nelle culture sciamaniche, prima ancora che sorgessero le prime società statuali.
Comprendere e vivere oggi la Tradizione comporta l’adozione di uno stile di vita lontanissimo da quello che oggi è in uso nella società occidentale consumistica e capitalista. A meno di non riuscire a troncare di netto col modus vivendi di oggi, non esiste la minima possibilità per un occidentale contemporaneo di crescere spiritualmente sulla via della Tradizione, e riempire la propria vita.
Ciò è bene rimarcarlo, per non generare inutili e dannose illusioni in coloro che hanno compreso l’importanza della Tradizione, ma non hanno la volontà o la forza di abbandonare la strada scalcinata, eppure conosciuta e quindi “confortante”, della cultura egoistica e consumistica contemporanea.
La cultura contemporanea regalerà vite mediamente più lunghe, comodità materiali apprezzabili, ma renderà l’esistenza complessivamente inutile e sprecata, piena solo di sofferenza. La maggior parte delle persone neppure se ne rende conto, non avendo conosciuto mai alternative, e soprattutto coltivando l’illusione che “domani andrà meglio” o che “ci sarà un’altra vita”.
La cultura contemporanea ci condanna a sprecare la vita nell’aspettativa del futuro e nel rimpianto del passato. Basta osservare per strada a cosa pensa la gente, di cosa si preoccupa, come educa i propri figli e quali preoccupazioni e desideri instilli in essi: competere, avere soldi e successo, prevalere sugli altri. Genitori che vivono pensando sempre al futuro e radicati nelle certezze del passato che col loro esempio formano i figli a camminare sulla stessa, inutile mulattiera.
Buddha insegnava: «Il passato è già passato, il futuro non è ancora arrivato… dimora nel presente».
Nella Bhagavad Gītā, Krishna insegna ad Arjuna a concentrarsi sull’azione presente senza attaccamento ai risultati.
Nel Daodejing, Lao Tsé invita a vivere nel flusso naturale delle cose, senza proiettarsi nel futuro.
Epicuro sosteneva che la felicità risiede nel piacere misurato e nella quiete interiore, e che il presente è il solo tempo realmente nostro.
Seneca, nel De brevitate vitae, scrive che noi non viviamo davvero perché sprechiamo il tempo non godendo del presente.
I Cristiani moderni pensano che Gesù dicesse cose diverse, ma solo perché non conoscono i Vangeli e seguono la distorta interpretazione che di essi ne ha data la Chiesa. Cristo nei Vangeli è chiarissimo circa la vera natura della “salvezza”: «Non preoccupatevi del domani» (Vangelo di Matteo, capitolo 6).
Oggi, solo quei pochi che, avendo avuto la fortuna di incontrare la Tradizione, e soprattutto la forza di volontà di abbandonare la via storta per quella dritta, si salveranno, cioè renderanno piena e significativa, oltre che serena, la loro vita presente, l’unica disponibile.
Questo è il primo e più importante insegnamento trasmesso dalla Tradizione stessa, in ogni antica cultura ed epoca.