a cura dell’Associazione Internazionale SOL COSMICUS
“Lo studio, senza la preghiera disse una volta un saggio, è un puro atto di ateismo e la preghiera, senza lo studio, è una vuota presunzione.
Questo significa che chiunque creda di poter acquisire l’illuminazione con lo studio, basandosi solo sulla forza della propria applicazione, pensa ed agisce come un ateo; d’altro canto, chi presume che, per raggiungere la conoscenza e la verità, gli sia sufficiente chiederle solo pregando, senza fare uno sforzo per scoprirle e senza riflettere sulle vie che lo porterebbero a farlo, costui, non è altro che un presuntuoso, un debole, un uomo che non si cura della verità.
In parole povere, l’uno non avrà che conoscenze inutili o pericolose, l’altro si crogiolerà nella propria ignoranza.”
Appartenersi è un legame superiore a qualsiasi anello o contratto, un legame che sfida limiti, distanze, barriere, preconcetti e pregiudizi. Appartenersi è un incontro di anime che si cercavano e si sono trovate E’ un legame potente. E’ un filo che lega due menti. Due persone che si appartengono lo sanno, lo capiscono e lo sentono. Perchè l’appartenenza si sente dentro, nel profondo dell’anima.
“Fisico e teorico americano molto rispettato, Michio Kaku, famoso per la formulazione della teoria rivoluzionaria delle stringhe (modello di fisica fondamentale che presuppone che le particelle materiali apparentemente specifici sono in realtà “stati vibrazionali”) , ha recentemente causato una piccola scossa nella comunità scientifica sostenendo di aver trovato le prove dell’esistenza di una forza sconosciuta e intelligente che governa la natura.
Più semplicemente, secondo il noto fisico, qualcuno simile al concetto che molti hanno di Dio come creatore e organizzatore dell’universo.
Per arrivare a questa conclusione Michio Kaku ha utilizzato una nuova tecnologia creata nel 2005 e che gli ha permesso di analizzare il comportamento della materia su scala subatomica, basandosi su un “primitivo tachioni semi-radio”. Tachioni, incidentalmente, sono tutte quelle ipotetiche particelle in grado di muoversi a velocità superluminali, cioè sono particelle teoriche, prive di qualsiasi contatto con l’universo. Quindi questa materia è pura, totalmente libera dalle influenze dell’universo che la circonda.
Secondo il fisico, osservando il comportamento di questi tachioni in diversi esperimenti, si arriva alla conclusione che gli esseri umani vivono in una sorta di “Matrice”, cioè un mondo governato da leggi e principi concepiti da una specie di grande architetto intelligente. “Sono giunto alla conclusione che siamo in un mondo fatto da regole create da un’intelligenza, non molto diversa da un gioco per computer, ma naturalmente, più complessa”, ha detto lo scienziato. Analizzando il comportamento della materia a scala subatomica, colpiti dalle primitive tachioni semi-radio, un piccolo punto nello spazio per la prima volta nella storia, totalmente libero da ogni influenza dell’universo, la materia, la forza o la legge, è percepito il caos assoluto in forma inedita. “Credetemi, tutto quello che fino a oggi abbiamo chiamato caso, non ha alcun significato, per me è chiaro che siamo in un piano governato da regole create e non determinate dalle possibilità universali, Dio è un gran matematico” ha detto lo scienziato. Michio Kaku ha ricordato che “qualcuno fece ad Einstein la grande domanda: c’è un Dio? Al che Einstein rispose dicendo che credeva in un Dio rappresentato dall’ordine, dall’armonia,, dalla bellezza, dalla semplicità e dall’eleganza, il Dio di Spinoza. L’universo potrebbe essere caotico e brutto, invece è bello, semplice e governato da semplici regole matematiche.
” La teoria degli archi e la musica di Dio.
Per quanto riguarda la formulazione del famoso “String Campo Theory”, o teoria delle stringhe, modello fondamentale della fisica che presuppone che particelle di materiale apparentemente specifici sono effettivamente “stati vibrazionali” un oggetto esteso più base chiamato ” corda “o” filamento “che renderebbe un elettrone, per esempio, non un” punto “struttura interna e dimensione zero, ma una massa di minuscole corde vibranti in uno spazio-tempo di più di quattro dimensioni , Kaku ha affermato che “per lungo tempo ho lavorato su questa teoria, che si basa su musica o piccole corde vibranti che ci danno le particelle che vediamo in natura. Le leggi della chimica con cui abbiamo avuto problemi alle superiori, sarebbero le melodie che possono essere suonate su queste corde vibranti.
L’universo, sarebbe una sinfonia di queste corde vibranti e la mente di Dio, su cui Einstein scrisse molto, sarebbe la musica cosmica che risuona attraverso questo nirvana, attraverso uno spazio iper-dimensionale “. Il fisico americano di origine giapponese ha concluso che “i fisici sono gli unici scienziati che possono pronunciare la parola. “Dio” e non arrossire. Il fatto essenziale è che queste sono domande cosmiche di esistenza e significato. Thomas Huxley, il grande biologo del secolo scorso, ha affermato che la questione di tutte le questioni della scienza e della religione è determinare il nostro posto e il nostro vero ruolo nell’universo. Pertanto, scienza e religione trattano la stessa domanda. Tuttavia, c’è stato essenzialmente un divorzio nel secolo scorso, più o meno, tra scienza e umanesimo, e penso che sia molto triste che non parliamo più la stessa lingua “.
Febbraio 2018
Tradotto da Newstime24
IL CASO NON ESISTE: C’E’ UNA FORZA INTELLIGENTE CHE GOVERNA IL TUTTO
La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio;
Traduco
L’attesa costante e trepidante (e apokaradokia) da parte della creazione (tes ktiseos) della rivelazione (apokalypsin) dei figli di Dio (ton iuion tou teou) attende
É una costruzione assai strana perché il soggetto non è “la creazione” ma l’attesa, che è l’unico nominativo del frammento. Il senso tuttavia è chiaro. Un qualcosa di non definito, chiamato CREAZIONE, attende spasmodicamente la manifestazione (apocalissi o rivelazione) dei FIGLI DI DIO.
Un commento a rimorchio.
Non deve trattarsi di QUESTA CREAZIONE ovvero QUESTO MONDO, perché è detto dallo stesso Paolo o chi per lui in Ebrei 9,11
“Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione”.
È la tipica distinzione paleocristiana tra mondo e questo mondo, tra creazione e questa creazione. Ergo la creazione superiore attende spasmodicamente che i figli di Dio si manifestano. Il termine “apocalisse dei figli di Dio’ è in effetti il quid dell’apocalisse di Giovanni il cui epilogo è proprio la manifestazione dei Figli Di Dio coloro che hanno nettato le loro vesti. Infatti cristo, rivolgendosi proprio a tutti i figli di Dio dispersi, in Matteo 19,28
“E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele”,
cioè a giudicare gli Arconti che siedono sui dodici troni dello zodiaco (1Corinzi 6,3 Non sapete che giudicheremo gli angeli? A qumran il Giudizio è contro Beliar e gli spiriti della sua fazione)
Paolo in Romani 8 continua
20 La creazione infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
In buona sostanza sia la creazione che i figli di Dio attendono una trasmutazione che in realtà è una restaurazione di uno stato perduto (per volere di chi li ha sottomessi alla morte perenne, alla caducita, alle trasmigrazioni e al matrimonio con la materia). Ovviamente ciò che è stato sottomesso alla materia e alla carne (pura illusione cibernetica) è l’anima, la Isha di genesi 2 e 3. È l’anima ciò che Paolo chiama ktisis – creazione, ed è l’anima ad attendere con ansia l’apocalisse dei figli di Dio, sua stirpe, per mettere sotto gli Arconti, abbandonare l’albero della morte e della dualità e riabbracciare l’albero della vita eterna.
Questo binomio CREAZIONE -FIGLI DI DIO, rivelando che il Riscatto della prima dipenda dalla manifestazione dei secondi, ancor più evidenzia che la creazione sia la ISHA (che è come dire Adam, attenzione ) visto che la protoprofezia di genesi 3,15 prevede proprio il Trionfo finale della ISHA sul serpente per il tramite della sua stirpe, ovvero le stesse particelle della ISHA frammentata, anime della GRANDE ANIMA PRIMORDIALE, a sua volta ANIMA DELLE ANIME.
Tutto ciò non doveva essere estraneo al Cristo il quale Infatti ha parlato della regina del Mezzogiorno (Isha – Melkizedek) come del giudice supremo del gran giorno dell’escaton. Matteo 12,42
“La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà….”
Non potrà farlo se i suoi figli, la sua stirpe animica, se i figli di Dio (perché loro vengono da Lei che è Figlia di Dio), non diverranno esseri gloriosi. A quel punto calerà la mannaia.
Ricapitolando CREAZIONE e FIGLI DI DIO sono Isha e la sua stirpe (genesi 3,15), Michele e i suoi angeli (apocalisse) , Melkizedek e gli dei eterni (rotolo 11qMelch di Qumran)
Ci sono Maestri e Maestri: ad ambedue solitamente viene attribuita la lettera iniziale maiuscola, ma impropriamente perchè la differenza fra le 2 categorie è abissale (è proprio il caso di definirla così: figlia dell’Abisso).
I primi sono Figli della Tradizione che portano avanti anche a rischio della incolumità: sono ad esempio i grandi filosofi dell’antichità (Platone, Socrate,…), oppure i Patriarchi biblici che hanno reso testimonianza della Grandezza di nostro Padre.
Sono esseri speciali che hanno tentato di sollevare il velo della cecità per rendere liberi, e non per rafforzare l’attaccamento a questo mondo dell’inconsistenza.
I secondi, sono burattini astrali che magari inconsapevolmente non fanno che radicare negli accoliti la prigionìa tanto che ricorrono spesso agli strumenti che dicono di combattere. Non rendono liberi, il più delle volte ricorrono a metodi cd “alternativi” che non sono altro che il volto multiforme dell’Oscurità.
So bene di cosa parlo, perchè ne ho frequentati un buon numero sul mio percorso, abbandonandoli tutti perchè la Verità non era con loro.
Sono esseri pericolosi per se stessi e per gli altri perchè sono grandi creatori di egregore: egregore di schiavi che, pur magari avvertendo che qualcosa non va, continuano ad alimentare tale contatto. Questi “discepoli” stanno male psichicamente e magari anche fisicamente ma niente, sono sempre lì ad alimentare questo legame in un loop infernale: perchè le egregore sono facilissime da creare, ma quasi impossibili da sciogliere se non si fa un atto deciso di volontà.
Il gancio va tagliato con un bel colpo di spada (ricordiamo il nodo di Gordio) per interrompere un legame che ha tutte le caratteristiche vampiresche delle larve astrali che non mollano l’osso.
È difficile, ma se non lo si fa sono problemi. E anche molto grossi.
In ultimo invito ad osservare l’immagine che accludo, che indica chiaramente come il nodo delle egregore soffochi letteralmente il quadrato dell’intera materia quasi a formare una cisti maligna nel cerchio della perfezione divina. Ma è solo l’obiettivo della decadenza e non la reale Presenza che è sempre perfetta in sè.
Nella filosofia di Confucio si ritrovano molti principi che consentono al potere di Xi Jinping in Cina di presentarsi come saggio.
La parola 孔夫子, Kǒng Fūzǐ, Confucio, ricorre molto spesso nei discorsi di Xi Jinping. In Ritorno a Confucio. La Cina di oggi tra tradizione e mercato (il Mulino, Bologna, 2015, in particolare cap. V), Maurizio Scarpari, che è stato docente di Lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha annoverato l’attuale Presidente della Repubblica Popolare «tra i più fervidi sostenitori della rivalutazione della plurimillenaria cultura cinese».
Xi esibisce abitualmente una posa da junzi, una persona d’altri tempi, esemplare per virtù e nobiltà d’animo, capace di «nobilitare i propri sentimenti per farli emergere negli altri», garantendo alla Nazione e poi «a tutto il mondo sotto il cielo», prosperità, armonia e stabilità. Per questo i suoi discorsi sono spesso un saggio di tradizione e di letteratura classica, costruiti in maniera quasi perfetta per farlo apparire quale colto conoscitore dell’autentica cultura cinese. Con qualche non piccola défaillance: ogni tanto si impiglia nelle citazioni messe insieme dai suoi ghost-writers, suscitando commenti e precisazioni da parte degli esperti.
Naturalmente tra i nomi più citati della tradizione, ci sono Confucio e i suoi due maggiori seguaci ed esegeti, Mencio e Xunzi. Ma cerchiamo ora di capire perché si è cominciato ad usare la saggezza di questi maestri del pensiero come «strumento di regno». Il confucianesimo è un sistema di pensiero fortemente imperniato sull’educazione e i suoi principi riguardano sia la sfera individuale che politica. Il suo principale obiettivo è quello di realizzare un ideale di armonia basato sull’unità che fonde inseparabilmente l’essere umano alla natura e al mondo spirituale. Nel corso dei secoli, questo pensiero ha sagomato la società della Cina e dei Paesi attigui e, nella sua interpretazione più autoritaria, è stato il fondamento dell’ideologia imperiale. Secondo lo Zhongyong, uno dei quattro libri del Canone, il perfetto confuciano «si realizza scegliendo il bene e perseguendolo con determinazione, perseverando nello studio, indagando accuratamente ciò che viene appreso, riflettendo con attenzione, discernendo con acume e praticando il bene in modo costante».
Confucio aveva inteso bene che una società corretta dipende in maniera decisiva da una buona educazione, il che vuol dire disciplina, coltivazione interiore, ma anche un serio impegno politico e civile. Quella di Confucio è certamente una concezione aristocratica della società, ma di sicuro non castale: l’individuo è invitato a raggiungere livelli progressivi di eccellenza attraverso la formazione spirituale e l’istruzione, ma è invitato al tempo stesso a non dimenticare chi è impedito da condizioni di svantaggio materiale. Questo percorso di perfezionamento morale parte sin dalla tenera età: ogni individuo acquisisce e introietta il rispetto per gli anziani e i superiori, in una logica che, pur favorendo l’educazione e la ricerca dell’armonia sociale, non esclude l’impiego di forze coercitive e repressive.
Questo tipo di educazione ha ispirato il vasto sistema amministrativo-burocratico dell’Impero per oltre due millenni, com’è ben spiegato in Ideology of Power and Power of Ideology in Early China (a cura di R. Goldin e M. Kern): l’educazione confuciana ha dovuto plasmare una classe omogenea di civil servants dotti e inappuntabili, che hanno mandato quasi a memoria un corpus di opere a sfondo moralistico, canonizzate nei primi secoli della dinastia Han. Questo tipo di educazione, perciò, non ha fornito particolari competenze tecniche, ma una sorta di compattezza valoriale basata sul rispetto del popolo, delle gerarchie e della famiglia.
Un altro aspetto interessante è che Confucio non ha introdotto neologismi, ma ha semplicemente reinterpretato e arricchito un lessico già esistente: «Trasmetto, non creo; credo negli antichi e li apprezzo» (Lunyu, 7.1). Questo tipo di mentalità è ancora oggi fortemente presente nei cinesi, che tendono spesso a trattare riforme e rinnovamenti presenti non tanto come innovazioni, ma come riscoperte di aspetti dimenticati o accantonati della tradizione.
Confucio, inoltre, non ha mai affermato o negato la trascendenza, così come non ha mai fatto ricorso a verità rivelate: questo rende le sue parole incredibilmente duttili e spiega anche il motivo per il quale un gesuita come Matteo Ricci sia riuscito ad adoperarlo con tanta dimestichezza per avvicinare Oriente e Occidente (si dia un’occhiata a M. Ricci, Dell’amicizia, Quodlibet, 2005).
Le parole chiave del lessico confuciano sono, come già si è detto, junzi (persona moralmente esemplare), renyi (la buona pratica di governo ispirata da umanità e giustizia), ren (benevolenza, amore per il prossimo), yi (rettitudine, giustizia, capacità di giudizio), li (riti e norme di buona condotta), xiao (devozione verso i genitori), shu (empatia), ti (rispetto verso i fratelli maggiori, i superiori e gli anziani). Va da sé che tali virtù, se applicate all’amministrazione pubblica, assicurino «il buon governo», «l’ordine degli affari interni», «leggi chiare» e l’assenza «di ogni forma di malversazione» (Huainanzi, 15). Il funzionamento dello Stato confuciano, perciò, somiglia ad una sorta di prova d’orchestra o di balletto, in cui il maestro-sovrano assegna ad ognuno un ruolo preciso e movimenti prefissati, e li dirige con grande solennità e scrupolo affinché l’esecuzione risulti alla fine perfetta e armoniosa.
I discepoli di Confucio, Mencio e Xunzi, a cui vengono attribuiti rispettivamente il Mengzi (14 capitoli) e il Xunzi (32 capitoli), rappresentano le maggiori linee interpretative degli insegnamenti del maestro. Mencio, la cui corrente fa capo a Zisi, nipote di Confucio, è considerato il rappresentante principale del confucianesimo idealista, basato sul concetto di renyi (umanità e giustizia), mentre Xunzi è considerato il massimo rappresentante dell’ala razionalista, formalistica, pragmatica e autoritaria, legata alla dottrina dei li, che postula l’osservanza dei canoni rituali per dare espressione solenne, appropriata e strutturata alle norme del vivere civile. In un mondo caratterizzato da guerre continue per la supremazia e quindi dal luan, disordine, le tesi di Xunzi hanno avuto la meglio proprio perché più adatte a servire l’ideologia di stato fin dal primo periodo imperiale. Se per Mencio, le virtù principali risiedono nel cuore dell’uomo sottoforma di germogli che vanno riconosciuti e coltivati dall’individuo in un processo di maturazione personale che avrà ricadute positive sul contesto sociale, per Xunzi, invece, la natura umana è essenzialmente malvagia, egoismo e avidità sono innate nell’uomo e vanno represse per favorire la crescita spirituale mediante l’educazione, la cultura, il rispetto dei li. Questi ultimi sono lasciti di una tradizione ritenuta custode della perfezione assoluta, risalenti ad una perduta epoca aurea caratterizzata da una profonda armonia.
Confucio aveva sostenuto che «se si governa con le leggi e si mantiene l’ordine con le punizioni, il popolo cercherà di evitare di essere punito e non proverà vergogna per le proprie mancanze; se invece si governa con magnanima virtù e si mantiene l’ordine con i li, il popolo proverà vergogna per le proprie mancanze e si correggerà» (Lunyu, 2.3). Xunzi, invece, in contrasto col maestro, afferma che da sole le convenzioni sociali e la vergogna non sono sufficienti a mantenere l’ordine poiché ciò non basterebbe a correggere la maggioranza della popolazione rozza e poco istruita. Per questo riconosce il valore della coercizione, delle leggi, delle punizioni e delle guerre come mezzi utili e necessari in caso di fallimento della persuasione pacifica.
Dalla scuola di Xunzi si sono formati i maggiori teorici dell’amministrazione pubblica e dello stato autocratico e statisti di grande levatura, il cui ruolo si è rivelato determinante per il successo di Qin, il regno che è riuscito ad unificare tutti gli Stati combattenti in «una sola famiglia sotto lo stesso cielo» (yi jia tianxia). Tra questi, Hanfeizi, paladino dello stato totalitario e autore dell’omonima opera, e Li Si, primo ministro del Primo Imperatore dei Qin.
Ma già in epoca Han si è cominciato a rivalutare il Mengzi, cui si è dato un grande slancio a partire dall’epoca Song. Anche nella massima di Deng Xiaping «mantenere un basso profilo» riecheggia un principio costantemente presente negli scritti di Mencio. I suoi alti ideali sono ormai parte integrante della retorica politica ed hanno ispirato Hu Jintao e Xi Jinping nel formulare le teorie del «mondo armonioso» e della «comunità dal destino/futuro condiviso». Come si mettano in pratica tali nobili intenti, però, è un’altra storia, di cui un po’ si è già detto. È difficile dire se la governance cinese di oggi sia più Mencio o più Xunzi, certamente è una creatura bifronte, che può essere l’una e l’altra cosa, secondo un modello che i cinesi chiamano «yang ru yin fa», «apertamente confuciano, segretamente legista».
“Se la nostra vita fosse in ogni momento piena di senso, se il mondo fosse un giardino dove gli uomini, godendosi il sole, conversassero tutti amichevolmente, non ci siederemmo in un angolo a scrivere”.
In fondo, questa semplice considerazione del narratore de Il primo libro di Li Po – il poeta vissuto 1.200 anni fa (701-762 dopo Cristo) che costituisce insieme a Po Chui, Tu Fu e Wang Wei uno dei messimi classici della poesia cinese – potrebbe bastare a dar un’idea del senso della letteratura. Li Po ammirava i paesaggi ed era solito passeggiare tra fertili pianure e montagne boschive: “Su ponti oscillanti di legno, passava fra cime di pietra, vedeva strapiombi da cui balzavano le acque urlanti, mentre i banchi di nebbia s’arrampicavano sui fianchi frastagliati. O da alti valichi scorgeva, nelle pianure, laghi verde-azzurri e risaie allagate con le pozze d’acqua luccicanti al sole. Senza scendere dal mulo, a volte prendeva appunti o buttava giù una poesia. O fermata la bestia, schizzava a inchiostro l’impressione che uno scorcio di paesaggio gli faceva”.
Durante le sue passeggiate gli capitava di ricordare i versi che rappresentavano bene il corso dei suoi pensieri e il suo stato d’animo, versi dei maestri che lo avevano preceduto, come per esempio quelli dell’antico e sfortunato principe imperiale Tsao Chih, che recitano come segue: “Sotto l’olio fumoso delle lampade-sediamo in fila sulle lunghe panche-intorno ai galli da combattimento-che l’ali sbattono nell’aria placida”.
Un giorno, a Ngan-pu, Li Po vide per la prima volta il mare, “che gli parve desolato e solenne come la morte”; forse per questo preferiva girovagare nelle campagne o nelle città. Quando si aggirava per le strade di una città, gli piaceva annusare, quasi fosse un cane, “gli umidi odori delle buie trattorie dove gli artigiani, finita tardi la giornata di lavoro, bevevano birra giocando a carte e gridando fino a diventare sfrontatamente allegri o lacrimosi”. A volte Po desiderava persino “trovarsi in quelle strade, fra la gente che passava, non più come un uomo travolto dai desideri, ma come un uomo morto o una cosa: uno di questi alberi secolari, di questi pietroni lungo il ciglio, di questi putridi ponti sui canali: e lì, inerte e insensibile, nei secoli esser percorso dalle donne e dai vecchi che passavano, illuminato dal salire e dal calare del sole e della luna, dal colore del cielo sopra i tetti: dai rosa chiari delle albe, dai rossi scuri dei tramonti. Così inseguiva versi che paressero non d’un uomo specifico né di un’epoca, ma nati come dall’ottica quasi senza tempo e disincantata d’un cielo, d’un albero o d’una pietra”.
Li Po ebbe molte avventure amorose e qualche storia importante: dagli sfrenati amori adolescenziali con la serva Liu, ereditata dal nonno Li Ta, alla relazione proibita con l’affascinante cugina Peng, fino alla breve e tronca storia con madame Peonia; dal legame complesso con l’amico Tien Ti, a quello non meno complicato con l’ermafrodito Ni Shih, da cui aspettò anche un figlio che sarebbe potuto nascere unicorno o drago; da quello con la grassa e materna Ma Teh, che rischiò di uccidere durante un tenero amplesso, a quello con la bella mandarina dai grandi occhi blu, da cui poi lo divise un desiderio ingombrante e ostile. Ma nei periodi in cui era solito camminare da solo per strade silenziose, fra muri d’orti o di monasteri taoisti o buddhisti, talora pensava che questa solitudine sarebbe potuta finire solo quando “avesse trovato in una donna quell’unica che gli rendesse indifferenti le tante altre amabili al mondo”.
Il suo rapporto con la vita amorosa era comunque inseparabile da quello con la poesia. Una sera, soccorrendo un ubriaco, pensò che una “poesia raffinata si giustificava solo se l’individuo colto riusciva, in quel puro estratto, a dar voce a sentimenti di tutti, alle esperienze comuni: al piacere di quel sentirsi pago nell’ebbrezza e insieme perduto in un canto di strada, come quel sudicio popolano”. Solo in quanto partecipe del senso comune, Po si sentiva libero di fronte a ogni regola stabilita dai dotti suoi simili, e in fondo potremmo considerare questa sua propensione come il cuore della sua estetica, che emerge tra le righe di questo romanzo a più riprese, simbioticamente fusa con quella del suo autore.
Scrittore e filosofo, Vittorio Saltini ha curato dagli anni Sessanta agli anni Ottanta una rubrica di saggistica sull’Espresso, quando questo settimanale era probabilmente il più autorevole e significativo nel panorama editoriale italiano. Fondato nel 1955 da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, fu finanziato da imprenditori del calibro di Enrico Mattei e Adriano Olivetti, per poi passare al Gruppo Caracciolo. Durante i suoi anni d’oro L’Espresso poteva annoverare tra le sue firme alcuni tra i illustri intellettuali italiani: Alberto Moravia curava una rubrica di cinema, Paolo Milano di letteratura, Leo Valiani di storia; ma tenevano rubriche o comunque vi collaboravamo regolarmente anche Antonio Gambino, Sergio Saviane, CamillaCederna, Enzo Siciliano, insieme a molti altri, mentre della redazione fecero parte, in tempi diversi, anche Mario Agatoni, Cesare Brandi, Manlio Cancogni, Giancarlo Fusco, Fabrizio Dentice, Bruno Zevi, Carlo Gregoretti, CesareZappulli, GianniCorbi e LivioZanetti, con gli ultimi due che poi ne furono anche direttori.
Oltre che un autorevole collaboratore di questo settimanale, Vittorio Saltini è stato però anche filosofo, docente di estetica all’Università di Sassari, e nell’ultimo periodo della sua vita stava portando a termine un libro di filosofia estetica destinato a consegnarci gli studi e le riflessioni di una vita. Nato a Lucca il 3 ottobre 1934, è morto nella sua città natale il 12 marzo 2024, dopo aver però trascorso molti anni dalla sua vita prima a Roma e poi a Sassari. Altri suoi romanzi, successivi a Il primo di libro di Li Po, sono Nel manto mio regale (Mondadori, 1982), e Quel che si perde (Feltrinelli, 2001).
La sua conoscenza della letteratura mondiale era vasta quanto sorprendente e la sua sensibilità critica di rara finezza. Tra i filosofi e i pensatori in genere i suoi preferiti, o almeno quelli da lui più studiati e citati, sono forse stati Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schiller, György Lukács e Max Weber. Alcune delle sue recensioni, sia filosofiche che letterarie, possono in parte essere ancora lette in una raccolta che s’intitola Questioni di estetica e teoria della letteratura (Carucci editore, Borgo aretino, Assisi, 1970), non del tutto irreperibile nelle librerie on line. Ciò che emerge dal complesso di questi articoli, la loro cifra estetica, può essere forse riassunto in maniera efficace dalla dichiarazione di poetica con cui si chiude Il primo libro di Li Po: “Penso che possa trarre il meglio da sé chi sappia seguire per quanto possibile gli esempi migliori. E con amore io sempre ricerco in Cervantes, Puškin, Keller, Tolstoj, la prosa epica che sa riecheggiare il nascosto ritmo della vita”.
Anche alla luce di queste brevi note culturali e biografiche, si può facilmente comprendere che Il primo libro di Li Po non è solo un romanzo, ma anche una sorta di Estetica in nuce, oltre che un manuale chiaro e sintetico di filosofia confuciana e taoista. Tra le due, pur avendo grande rispetto per la prima, Li Po, come del resto l’autore, sembra più incline alla seconda, tanto da produrre l’impressione che il suo maggior desiderio fosse quello di consentire al proprio cuore di trovarsi in perfetta solitudine e simbiosi con il Tao. Per riuscirci, era però necessario un difficile apprendistato, tanto morale quanto estetico, e trovare il coraggio iniziatico di assumersi, tanto nella vita come nell’arte, “la propria responsabilità”, che poi era anche una responsabilità verso il proprio tempo e l’arte del proprio tempo.
Come diceva il grande poeta Po Chu-i, “è rileggendo sempre di nuovo i medesimi libri che s’impara”, e a Li Po piaceva soprattutto rileggere, piuttosto che tenersi aggiornato con le novità letterarie. Era infatti convinto che la letteratura non esistesse per imprimervi i propri fantasmi, sebbene ognuno dovesse nella vita imparare a sue spese a trattare con i propri fantasmi. Per qualsiasi artista, sia che fosse un letterato sia che fosse un pittore, era importante invece avere dei maestri, esercitarsi a imitare il loro stile, anche per anni, o addirittura per tutta la vita.
La teoria estetica di Li Po non concerneva però solo la letteratura, ma anche la pittura, arte da lui praticata con buoni risultati per un certo periodo. La pittura doveva a suo avviso rifuggire dall’essere un’imitazione piatta e decorativa della realtà. Era preferibile “non imitare le cose come apparivano, ma cercare d’esprimere in modo essenziale la loro formazione, il ritmo della natura che, insieme, aveva generato e governava le cose e la mente”. In questo modo si poteva imparare ad assecondare l’unità armoniosa con cui la stessa natura operava. Li Po era infatti convinto che non la natura in sé, ma la natura insieme all’idea di essa “fossero il giusto oggetto e la meta della pittura”. Ma non solo era convinto che la pittura non dovesse essere una mera imitazione della realtà; credeva anche che non dovesse essere nemmeno l’espressione arbitraria e incontrollata di una propria pretesa creatività. Come mille anni prima aveva detto il filosofo Han Fei-Tzu, era troppo facile dipingere fantasmi: nessuno li aveva mai visti e “ogni pittore poteva sbizzarrirsi a capriccio”.
Li Po avrebbe voluto raggiungere anche nella pittura quella naturalezza che aveva raggiunto nei suoi versi. Pensava infatti che si potesse esprimere appieno anche nella pittura di paesaggio, così come nella poesia, quell’unità d’emozione e sapienza in cui si poteva realizzare la vita quando si era in armonia con la natura. Raffigurando un piccolo uomo immerso nel paesaggio si poteva per esempio dare forma ai conflitti più estremi ed “esprimere così la contrastata pace del cosmo, l’accordo d’armonia e disarmonia, la correlazione dei contrari” di cui consta ogni esperienza estetica, di yin e yang, di femminile e maschile, di notte e di giorno così come di ogni altra opposizione che attraversi l’esistenza umana.
Ogni tanto gli capitava però di voler cambiare vita, quasi non avrebbe voluto scrivere più per “lasciarsi vivere” in una campagna lontana. Una sera Meng Kuo, un pittore incontrato all’osteria dell’Oca selvaggia poi divenuto suo amico, riferì una sua disposizione d’animo verso l’amicizia in cui Li Po subito si riconobbe: “Per quanto creature con cui valga la pena di discorrere se ne incontrino sempre meno, io, come mi vedi – gli disse Meng Kuo – resto un uomo di conversazione e d’amicizia. ‘Chi conversando con gli amici ha parola sincera, se anche si sostiene che non ha cultura, io affermo ch’è colto’, diceva Confucio. Come un vero saggio, il meglio di me io lo regalo a chi m’ascolta davanti a un boccale”.
Un giorno Meng Kuo gli presentò il giovane Kung Shen, che era il figlio di un illustre governatore confuciano. Kung Shen era un giovane tozzo, ironico e taciturno, con cui Li Po avvertì subito una naturale affinità. Insieme andavano spesso a cena in una buia trattoria indiana foderata di stoffa rosso-scura, dove erano serviti da una sorta di guru olivastri e gentili; ma un giorno Shen gli propose di andare a cena da suo padre, che voleva conoscerlo. Questi, dopo le presentazioni di rito, avendo percepito le simpatie taoiste di Li Po, lo intrattenne con una lezione chiara ed esauriente sul confucianesimo: “Cortesia e umanità, diceva Confucio. Non serve a nulla proclamare in faccia al mediocre ch’è mediocre, e allo sciocco ch’è sciocco: basterà valorizzare tacitamente l’ingegno a scapito d’entrambi”. Per Confucio “i benpensanti erano i ladri della virtù”: chi governava doveva tener conto della tradizione, senza cercare di accattivarsi con espedienti retorici il consenso del popolo. Come sosteneva il grande poeta Po Chu-i, che era stato anche un illuminato governatore, nella poesia succedeva lo stesso: “Desideri e immaginazioni dell’artista, così come la sua abilità tecnica, si pongono al servizio della perfezione dell’opera: e anche la più nuova è inserita nelle tradizioni dell’arte”.
Rivolgendosi ancora a Li Po, il mandarino e governatore Kung poi aggiunse: “Voi taoisti dimenticate che per Confucio, al di là dell’autocontrollo e del governo, il fine dell’educazione è pur sempre il piacere e la felicità. Il problema è che per il gentiluomo l’armonia culturale e anche sociale divenga un bisogno, un piacere”. Se la sincerità e la cortesia erano le prime virtù confuciane, da esse doveva secondo il governatore nascere poi la terza e suprema, che era l’umanità, e cioè “il bisogno d’essere umani, non solo giusti ma buoni, la ricerca di comunità”. Per questo Confucio aveva ammonito che l’esortazione fondamentale ad amare gli esseri umani e a considerarli tutti come fratelli, di non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te, non doveva essere vissuta come un dovere, ma come un piacere fondato sul bisogno d’armonia: “Sulla base dell’egoismo naturale, che Confucio mai rinnega, si può arrivare, con l’educazione alla completezza – disse il governatore – a un tal bisogno d’armonia che un gentiluomo può sacrificare anche la vita per testimoniare l’umanità e la giustizia”.
Per Confucio il governante era inoltre responsabile “di ciò che nel popolo non va”. Mencio, un filosofo cinese vissuto circa due secoli dopo, “ne trasse i corollari che, se il popolo è scontento, vuol dire che il governo è cattivo”. Mentre i taoisti e i buddhisti hanno insistito sulla rivelazione interiore, Confucio suggeriva l’esercizio dell’indagine critica e della propria curiosità, e voleva “che il governante fosse un letterato, avesse cultura storica e umanistica, prima che specializzata e pratica”. Una buona cultura generale, basata sullo studio dei classici, favorisce infatti l’indipendenza del pensiero e rende capaci di vedere i pro e i contro in ogni situazione. Per questo i grandi poeti come Po Chu-i e Wang Wei, o i grandi dotti come Han Yu, sono poi risultati i migliori governatori.
A questo punto, è necessario però chiarire che Po Chui-i, il grande poeta che potrebbe essere considerato come il contraltare psicologico di Li Po, è in realtà vissuto circa un secolo dopo di lui. In questo romanzo, infatti, la vita di Li Po è in buona parte immaginaria e solo quattro delle poesie con cui si conclude il libro sono veramente composte dal poeta, essendo tutte le altre creazioni o rifacimenti dell’autore. È inventato anche il principale maestro taoista incontrato da Li Po nel romanzo, e cioè quel tale Pa-ta-tzu di cui il narratore riporta ampi brani di due famose prediche, sebbene tali prediche almeno in parte esistano e siano riconducibili a Lao-Tzu. La prima e più famosa predica di Pa-ta-tzu è la Predica del sogno e dell’ombra, ed è composta per lo più di asserzioni lapidarie come le seguenti: “mentre sogni non sai di sognare. Solo dopo il risveglio sai d’aver sognato. Gli stolti credono d’essere desti, e di sapere se sono principi o pecorai. Verrà il grande risveglio, dopo il quale però non saprai che questo è il grande sogno. E anche ch’io dica che tu sogni, è un sogno”. Oppure, poco più avanti: “La scarpa giusta è quella che rende inconsapevoli del piede. Il cuore giusto riposa nella giustezza restandone inconsapevole. Perciò sii come non essendo. Stando sdraiato, vagabonda nell’inerzia, nelle lande sconfinate del paese della fertilità, aggirati nell’oro della noncuranza, monta sull’uccello della leggerezza per vagare nella vacuità, percorri le stanze interminabili del palazzo del non essere. Non c’è principio né fine. La morte non estingue la vita. Il saggio vive come se ogni creatura fosse senza fine. Aver paura della morte è fare il fanciullo che la sera non vuole andare a dormire; o come quello che s’è smarrito e non sa tornare a casa”.
La seconda predica famosa, detta la Predica dell’acqua, conteneva tra molti altri i seguenti insegnamenti: “Chi si vuole forte è debole, chi si vuole debole è forte. Chi si vuole grande è piccolo, chi si vuole piccolo è grande. Sii stupido, ignorante. Chi sa d’essere stupido, non è stupido del tutto; chi sa di sbagliare, non sbaglia del tutto. Nella discussione, impara di più chi viene sconfitto. Tieniti in basso. L’alto poggia sul basso. Il grande comincia dal piccolo. Tutti sanno vivere, io solo sono impacciato! Tutti sono aggraziati, io solo sono goffo! Tutti sono vivaci, io solo sono confuso! Tutti vedono bene, io solo sono miope! Tutti sono intelligenti, io solo sono stolto! Tutti sono indaffarati, io solo sono pigro! Emano un chiarore fioco, come luna calante! Sono come una barca che s’abbandona al mare!”. Un maestro taoista così rigoroso e schietto non poteva che avere un rapporto piuttosto critico, seppur rispettoso, anche verso il cristianesimo, riassumibile mediante quest’apologo: “un cristiano, che si riteneva caritatevole, si compiaceva di liberare le tortore dalle gabbie. Pagava bene chi gliene portava. Perciò la gente si faceva in quattro per catturarne. Setu fossi meno pietoso, disse un taoista, soffrirebbero meno tortore”. Dopo aver ascoltato quest’aneddoto significativo, conversando con Pa-ta-tzu Li Po raccontò a sua volta di un boscaiolo che per sfuggire a una tigre, finito sull’orlo di un burrone, s’aggrappò a una liana, e rimase sospeso nel vuoto. “Guardando in giù, vide un’altra tigre che lo fissava. Guardando in su, s’accorse che un sorcio finiva di rodere la liana cui era appeso. Ma, vicino alla sua testa, notò una fragola selvatica, ben matura. Tenendosi alla liana, con l’altra mano colse la fragola. E la mangiò: era deliziosa”. Anche questa storiella, reperibile in molti testi di filosofia orientale, illustra abbastanza bene lo spirito del Tao, come del resto fanno queste altre secche considerazioni di Pa-ta-tzu: “Il Tao che splende non è il Tao. Il saggio è luminoso ma non abbaglia. La fama è un umiliare. Non conquista gli uomini chi li umilia con la sua bravura. Il saggio è insipido come l’acqua. Anche per Chuang-Tzu nessuna creatura è nobile o vile dal punto di vista del Tao, ma ognuno ritiene nobile sé e vili le altre. Tutti sono buoni, anche i cattivi: se lo sapessero, diventerebbero buoni. Il saggio non bada ai nomi”.
In un romanzo del genere, naturalmente non poteva mancare l’incontro tra Confucio e Lao-Tzu, il fondatore del taoismo. Quest’incontro sembra esserci stato davvero, ma secondo gli storici cinesi Lao-Tzu venne al mondo, cinquantatré anni prima che nascesse Confucio. Il famoso colloquio tra i due, secondo l’opinione generale, sarebbe avvenuto l’anno diciottesimo del re King (502 avanti Cristo): in quel tempo Confucio aveva quarantanove anni, e Lao-Tzu ne avrebbe avuti centodue. Ma siccome quest’ultimo non visse più di ottantaquattro anni, questa data è verosimilmente errata; è invece più probabile che l’incontro abbia avuto luogo nell’anno 521 avanti Cristo, quando Confucio aveva trentuno anni, anche se KarlJaspers, riportando una tesi del famoso sinologo Alfred Forke, ritiene che l’incontro tra i due sia avvenuto quando Confucio aveva trentatré anni.
In ogni caso, quando nel romanzo Confucio si recò a fare visita a Lao-Tzu si mise a raccontargli tutto il suo sapere e a spiegargli i libri canonici: “Fammi il riassunto – gli chiese allora Lao-Tzu – non più di sei parole per piacere”. Confucio ci pensò un po’ su e poi disse: “Giustizia, carità, amare tutti, senza egoismo”. Il commento di Lao Tzu lo lascio però di stucco: “Uh, quanta roba! – disse infatti. “Amare tutti? Non è troppo vago? Senza egoismo? È un egoismo”. Confucio se ne andò così “a testa china, a passi svelti, la veste frusciante, fregandosi le mani sul petto, le lunghe maniche che dondolavano, le orecchie pendenti, le sopracciglia aggrondate, la bocca aperta senza saperla chiudere, la lingua incollata al palato senza saperla spiccicare. Ci pensò, ci pensò. Passarono anni. Alla fine della sua vita tornò da Lao-Tzu. “Ho capito!”, disse: “Il gallo canta, il cane abbaia, l’uccello vola, il pesce sta nell’acqua. Spingere una barca sulla terra è inutile. Ho capito!”. Lao-Tzu gli sorrise con affetto. “Ci sei arrivato, disse. Infatti. Chi studia, ogni giorno aggiunge; chi segue il Tao, toglie ogni giorno. Non farti cosa per le cose. Correggi te stesso, null’altro”.
(*) Il Primo libro di Li Po di Vittorio Saltini, Arnoldo Mondadori editore 1981, 332 pagine, 9 euro
Il Tougan, la nuova tendenza del web in Cina è un misto tra disagio cringe e voglia di ribellione. E non è solo un fenomeno cinese. “Dialoghi, Confucio e China Files” è la rubrica di China Files in collaborazione con l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano.
Tornare a rubare frammenti di vita vera da una quotidianità ridotta a social e pressioni sociali. È questo il nuovo obiettivo dei giovani in Cina, stanchi di quella monotonia fatta di ostacoli e difficoltà nota a Millennials e GenZ di tutto il mondo, ma particolarmente sentita nella Repubblica popolare dell’economia che arranca e dei laureati disoccupati. Una condizione che ha portato migliaia di persone a riconoscersi nell’ultima tendenza diventata virale sui social in Cina quella del cosiddetto “furto emotivo” o per meglio dire della “modalità in incognito”, in cinese tou gan (偷感). Tou è il verbo cinese per “rubare” e “gan” il nome che indica le sensazioni, le vibes, il sentire. Da qui la descrizione del bisogno dei ragazzi in Cina di rubare piccoli momenti di vita per sé stessi, lontani dagli schermi e lontani dalle pressioni sociali della famiglia.
Pressione social e sociale – Quello del tougan è infatti un trend che calca un doppio binario di appartenenza. Da una parte, indica i piccoli gesti di ribellione con cui adolescenti e giovani adulti provano a rinvigorire il proprio quotidiano fatto di doveri familiari e legati al lavoro. È tougan uscire cinque minuti prima dal lavoro (e non alimentare la cultura tossica dell’overworking). È tougan non raccontare i dettagli della propria vita ai genitori e darsi malato per quel pranzo della domenica. È tougan anche dormire una notte in hotel per non passarle tutte in compagnia del partner e prendersi finalmente un po’ di tempo per sé. Sulla sensazione di “libertà” si concentrano infatti la maggior parte dei commenti sui social cinesi in questi giorni, così come sono molti i video su Douyin e Bilibili che raccontano la gioia di questi brevi momenti di decompressione sociale. L’altro filone che rappresenta la sensazione del tougan è legato alla necessità di sottrarsi ai riflettori, dopo anni passati a scrollare incessantemente i feed dei vari social. Perché nella Cina iperconnessa (e in una qualche misura anche nel resto del mondo), anche stare online è diventato uno stress soggetto a pressioni sociali non indifferenti. Ecco così che sentirsi in imbarazzo per un selfie in pubblico diventa tougan, causa di imbarazzo (in barba alla pagina @influencersinthewild). Pubblicare le foto di un viaggio rimane una tentazione ma si desiste per timore dei commenti negativi. Celebrare qualcosa online diventa ridondante e superato e i momenti “rubati” dai social tornano a essere condivisi di persona. Il legame con il virtuale però, rimane, e c’è chi addirittura ha creato un profilo social visibile solo a sé stessi, in cui continuare a condividere immagini del proprio vissuto.
L’ultima resistenza social dopo neijuan e tangping – Non è la prima volta che il web cinese partorisce una tendenza dedicata alla “ribellione sociale”, al sottrarsi ai doveri quotidiani per fuggire una vita troppo stressante. A partire dal 2010 i movimenti online che hanno fatto del disinteresse e dell’apataia la propria bandiera si sono susseguiti riscuotendo più o meno successo, dall’originale neijuan (内卷), l’involuzione per eccellenza, fino al più popolare tangping (躺平) lo sdraiarsi dei giovani disillusi dal mondo del lavoro, passando per l’antesignano del quiet quitting , in cinese diaoyu钓鱼 e il rassegnato Emo了(Emo’le). Quello che differenzia il tougan dagli altri è il distaccamento al sistema dei social e di Internet, finora in Cina rimasto pervasivo più che in ogni altro Paese del mondo. Solo lo scorso mese la Rpc ha superato il miliardo di utenti Internet, un record globale per un Paese sovrano ma che arriva in un momento di crisi per i social di tutto il mondo.
Sei un Tougan se… – Tra i post più popolari su Weibo esistono delle vere e proprie linee guida su come riconoscere un tougan o un atteggiamento tougan. Eccone alcuni esempi, che dimostrano come in fondo, la modalità in incognito, piaccia anche all’Occidente. Sei tougan se – Quando si fa una foto di gruppo voi siete la persona nell’angolo – Quando i colleghi ti invitano a una cena dopo il lavoro e anche se non avete programmi pensate a mille scuse in un secondo – Quando ordini un piatto da asporto e scrivi al fattorino “non sono a casa, lascialo alla porta” – Quando incontri qualcuno in ascensore e fissi il pavimento facendo finta di non averlo visto – Quando dici che non ti piace parlare, ma poi pubblichi 20 tweet in un giorno – Quando indossi la mascherina per non venire male in foto
“Il Regno dei Cieli è dentro di voi.Quando conoscerete voi stessi, sarete riconosciuti e saprete che siete figli del Padre vivente. Ma se non conoscerete voi stessi,allora sarete nella miseria e sarete voi stessi miseria”.
Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente¹ ha detto e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.
1) Cfr. Ap. I 18. Più avanti Tommaso spiegherà la ragione di tale appellativo: Gesù è contrapposto all’uomo terreno, il cui spirito è “sepolto” nella materia.
Nel papiro frammentario di Ossirinco 654, si legge:
«Queste sono le parole pronunciate da Gesù il Vivente… e a Tommaso.
Disse loro: “Chiunque ascolterà queste parole, la morte non gusterà”.
Il termine «segreto» è evidentemente da intendere non riferito alle singole parole o frasi, dato che in esse non c’è nulla di segreto, ma all’interpretazione esoterica che va data loro.
2) L’apostolo che qui si presenta come autore dell’apocrifo è chiamato soltanto “Tommaso” in Mc. III 18; Mt. X 3; Lc. VI 15; Jo. XIV 5; Atti I 13. Ma assolutamente nulla vieta di pensare che il vero nome fosse «Giuda», come è sempre indicato anche da Efrem, da Taziano e dalla Didaché, in quanto «Tommaso» è un soprannome (in aramaico Töma significa: gemello).
Solo Giovanni in tre passi del suo Vangelo (Jo. XI 16; XX 24; XXI 2) dà il terzo nome:«Tommaso detto Didimo»; ma è una tautologia, perché anche Didimo significa “gemello”.