a cura di Ottava di Bingen
“Rispetto di sé,
conoscenza di sé,
controllo di sé.”
Brahmana Sutra

a cura di Ottava di Bingen
“Rispetto di sé,
conoscenza di sé,
controllo di sé.”
Brahmana Sutra

di Chiara Rovigatti
La nostra è una prigionia totale dalla quale si può fuggire tagliando il contatto che lega il basso-fisico all’Alto Originale.
La Salvezza è una questione di separazione dove, per invogliare a compiere un lavoro durissimo di abbandono cosciente, vengono elargiti quei bagliori di Grandezza che marcano i vari livelli che separano l’infimo dall’Immenso: livelli tutti inclusi in noi.
La Salvezza è una questione di continua sottrazione e cancellazione.

di Valeria Arnaldi per Il Messaggero
14 ago 2016
AMATEVI MOLTIPLICANDOVI – NON SERVONO LE SPARATE DEL LEADER ISLAMICO: IN ITALIA I POLIGAMI SONO GIÀ VENTIMILA, E LA LEGGE NON PUÒ PUNIRLI – IL REATO INFATTI C’È SOLO IN CASO DI PIÙ MATRIMONI REGISTRATI, NON NELLE CONVIVENZE DI FATTO CHE REGGONO MOLTE FAMIGLIE MUSULMANE
IL FENOMENO
Fino a quattro. Tante sono le mogli che può sposare un musulmano. Lo stabilisce il Corano. E il precetto religioso, ovviamente, vale senza confini geografici. Non stupisce dunque che, di fatto, a seguito della forte immigrazione islamica, la poligamia sia entrata in Europa, moltiplicando rapidamente casi e famiglie. Secondo il Gatestone Institute, in Gran Bretagna ad oggi ci sarebbero almeno 20mila unioni poligamiche, numero che la Francia aveva già raggiunto nel 2006.
Non meno significativi i numeri italiani. Erano settemila le unioni con più mogli ritenute accertate nel 2009. Ma, secondo le stime del Centro Averroè, confermate da Acmid-Donna (Associazione donne marocchine in Italia), erano salite a 14.500 nel 2013. Fino ad arrivare alle ventimila di oggi. Stimate. Dati ufficiali, infatti, non esistono.
LA LEGGE
I matrimoni poligamici, per la legge italiana, sono reati, ma esistono di fatto perché le unioni celebrate in moschea non devono necessariamente essere registrate civilmente.
Valide a tutti gli effetti per i musulmani, non lo sono per lo Stato italiano che vede solo le nozze registrate in Comune. A questi casi vanno aggiunti i matrimoni temporanei, istituto della legge islamica che prevede l’ unione segreta tra i coniugi davanti a testimoni e notaio. Senza dimenticare il sommerso di quanti preferiscono mantenere sotto riserbo la poligamia, soprattutto tra gli italiani convertiti che erano circa 70mila secondo l’ Ucoii nel 2012, con un ritmo medio di crescita di 4000 l’ anno, per un totale stimato, quindi, oggi, di oltre 85mila.
DISSENSO SUI NUMERI
A ridimensionare i numeri dei poligami pensa la Comunità del Mondo Arabo in Italia, che però, ridefinendo la questione, solleva nuove problematiche e ambiguità. «Secondo i nostri dati, due anni fa circa, le unioni poligamiche per fede presenti in Italia erano al massimo cinquemila, perlopiù concentrate in Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Sicilia e Sardegna – spiega il presidente Foad Aodi – bisogna stare bene attenti a non confondere i matrimoni per fede, reali, con quelli per interesse, di quei musulmani che già sposati nel loro Paese, celebrano poi le nozze con un’ italiana per poter lavorare qui.
La maggior parte delle unioni miste viene celebrata tra uomini già sposati nel paese d’ origine con donne che non sanno nulla della prima moglie. La poligamia reale, per fede, ribadisco, è un’ altra cosa e i dati non sono così alti. I musulmani non vogliono il riconoscimento della poligamia, a chiederlo sono quelli che all’ islam si sono convertiti successivamente».
Nei giorni scorsi, a chiederne il riconoscimento come diritto civile, è stato Hamza Roberto Piccardo, ex-dirigente Ucoii, che ha lanciato la proposta, comparando il fenomeno alle unioni omosessuali e sottolineandone l’ utilità sociale per «l’ azione demografica della poligamia che riequilibrerebbe in parte il calo» di nascite. Una provocazione, secondo molti. Una questione di eguaglianza, secondo Piccardo e quanti sulle sue pagine social hanno continuato a sostenerne la posizione, tra stranieri e italiani.
La poligamia, per la legge del Corano, deve essere autorizzata dalla prima moglie. La realtà, però, racconta – molte – storie diverse. La relazione 2014/2015 del numero verde antiviolenza sulle donne Mai più sola, gestito da Acmid-Donna, registra l’ 1,2% di chiamate per matrimoni forzati e l’ 1,8% per problematiche inerenti la poligamia.
Cifre in ribasso rispetto al 2012, quando su questi temi si registravano rispettivamente il 9% e il 4% delle telefonate ma il motivo della riduzione sarebbe da individuare nelle limitazioni introdotte dalle leggi marocchine nel 2014, che hanno reso più complicate determinate forzature. Le storie di violenza non mancano e hanno come protagoniste, spesso, proprio le spose italiane. Il codice penale prevede una condanna da uno a cinque anni di detenzione per un bigamo e aumenta la pena «se il colpevole ha indotto in errore la persona, con la quale ha contratto matrimonio, sulla libertà dello stato proprio o di lei».
I PROCESSI
Il tribunale però non sempre aiuta.
Le unioni non celebrate civilmente non vengono riconosciute e se quelle registrate sono state contratte all’ estero nei Paesi nei quali la poligamia è ammessa, l’ esito non cambia. È il caso di un uomo di Tarcento, nel friulano, che avendo contratto due matrimoni in altre nazioni, dal tribunale italiano nel 2014 è stato ritenuto bigamo ma non punibile perché il reato era stato compiuto in altri Paesi. In Italia solo consumato.
Tratto da: DAGOSPIA

di Giuliano Noci
Durante l’incontro di ieri 3 agosto 2024, la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni ha sottolineato l’importanza di migliorare l’accesso al mercato cinese e la tutela della proprietà intellettuale. Dal canto suo, Xi Jinping ha espresso la volontà di migliorare la cooperazione con l’Italia in settori come i veicoli elettrici e l’intelligenza artificiale, affermando che la Cina aderisce alla via dello sviluppo pacifico senza ambizioni egemonistiche. Ha anche manifestato la speranza che l’Italia sostenga questa filosofia e giochi un ruolo costruttivo nella promozione del dialogo e della cooperazione tra Cina e Unione Europea. Possiamo dire che se l’obiettivo sembrava essere una genuflessione di rammarico per il ritiro dalla Via della Seta, Meloni ha portato a casa molto di più di un semplice perdono. Dall’ultimo incontro tra Meloni e Xi, molte cose sono cambiate. L’Italia ha abbandonato la Via della Seta senza politicizzarla e senza incorrere nelle ritorsioni commerciali cinesi. Meloni ha sottolineato l’importanza di garantire un interscambio commerciale libero, ribadendo che con la Cina occorre ragionare insieme per mantenere stabile il sistema di regole nel quale ci muoviamo. La missione di Meloni in Cina mira a ridurre il disavanzo commerciale e aumentare l’export italiano (sceso dell’11% a giugno 2024), attraendo investimenti cinesi in settori come l’industria tecnologica verde e le turbine eoliche, piuttosto che sulle auto elettriche. Nonostante le differenze e le sfide, entrambi i leader hanno dimostrato un impegno verso una cooperazione equilibrata e vantaggiosa per entrambe le nazioni. Perché questo avvenga, soprattutto sul fronte italiano, sarà però indispensabile che la Presidente del Consiglio crei una task force a Palazzo Chigi per gestire la fase di implementazione dei numerosi ma ancora astratti accordi sottoscritti a Pechino. In questa prospettiva, sarà importante far leva sul posizionamento logistico dell’Italia, che interessa molto a Pechino in quanto snodo privilegiato di accesso ai mercati del Vecchio Continente. Per essere ancora più chiari, dovremo far capire che la cooperazione su questo fronte avverrà se e solo se i cinesi apriranno per davvero le porte del loro enorme mercato con riferimento ai prodotti agro-alimentari, quelli chimici e farmaceutici che oggi trovano non pochi ostacoli nell’imponente burocrazia del Dragone. Speriamo dunque che gli incontri di questi giorni segnino l’inizio di una nuova era nelle relazioni tra Italia e Cina, così da smentire i profeti del catastrofismo. Occorre però tanta, tanta concretezza: altrimenti le parole rimarranno tali. Ne è piena la storia dei bilaterali con la Cina; non ne abbiamo bisogno!

Videoconferenza del canale YouTube PROGETTO RAZZIA, trasmessa in live streaming online il 7 maggio 2022.
Come è riuscita la CINA a conquistare l’Africa? Come concepisce il conflitto, la GUERRA, la civiltà cinese? Come il gigante giallo lavora per diventare il centro del mondo? O per essere più tecnici: cosa è l’efficacia nella tradizione filosofica cinese?
a cura della Redazione
02-08-2024
Per evidenziare la vile complicità dei media occidentali sulle atrocità del regime israeliano a Gaza, elenchiamo una serie di crimini che, in maniera chiara ed evidente, attestano che a Gaza si sta consumando un genocidio.
Prende di mira gli innocenti: gli attacchi aerei israeliani prendono di mira e uccidono deliberatamente bambini, donne e civili.
Tratto da: Il Faro sul Mondo

di Vincenzo Di Maio
Indipendentemente dalla riforma dell’attuale governo Meloni, una riforma costituzionale sulla autonomia delle regioni dovrebbe basarsi sul modello Alto Adige, un Sudtirolo che dimostra al resto d’Italia quanto sia importante l’autogoverno delle proprie terre e comunità, al fine di preservare e di valorizzare l’identità dell’area costruendo una coesione sociale che costituisce il fondamento dello sviluppo locale autocentrato sulle risorse umane, finanziarie e naturali del territorio e sulla base degli aiuti nazionali rivolti a tale fine, riscontrando da vicino un collante di coesione sociale tra comunità locali e comunità locali, come tra società municipali e società municipali, nonché tra province e province nell’ottica di una impostazione verticale dell’intera regione nazionale, proprio come avviene anche nell’interesse dell’intera regione italiana del Trentino Alto Adige.
Quindi possiamo dire che questa visione verticale dell’autonomia a matrioska, è un sistema a scatole cinesi che in un Europa Politica Unita, rappresenta ciò che il PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale vuole intendere come unificazione imperiale di una intera civiltà geografica come è l’Europa per l’occidente del continente eurasiatico di Aurania, una vera e propria Repubblica Magistrale Europea che funzioni allo stesso modo nel rapporto tra la maestranza europea e le singole nazioni europee, una condizione generale che amministrativamente la Cina di oggi applica da millenni come forma di verticalizzazione imperiale tra centro governativo e periferie autonome geograficamente descritte dalla tutela di tutte le minoranze etniche.

a cura della Redazione
02-08-2024
A Fouad Ali Shukr – Uccidere è l’unica risposta che il regime di Tel Aviv riesce a dare ai suoi continui fallimenti politici e militari. Negli ultimi giorni, abbiamo assistito ad una preoccupante escalation da parte di Israele, con una serie di crimini mirati contro l’Asse della Resistenza. Tre sono gli eventi importanti che si sono susseguiti negli ultimi giorni:
ll leader della Resistenza Islamica libanese, Fouad Ali Shukr, “Sayyed Mohsen”, è nato nella città di Nabi Sheet nella valle della Bekaa il 25 aprile 1961. Il leader è considerato uno dei fondatori di Hezbollah. Ha svolto un ruolo di leadership nella creazione e organizzazione dei primi gruppi della Resistenza Islamica in Libano. Ha partecipato alla lotta contro l’invasione israeliana all’inizio degli anni ’80, ed è stato ferito nell’eroica battaglia di Khaldeh nel 1982.
È stato determinante nella pianificazione e gestione delle operazioni, soprattutto qualitative, contro le forze di occupazione israeliane in Libano, ed è stato il primo ufficiale militare di Hezbollah nell’epoca della fondazione e nella prima metà degli anni Novanta.
Il leader ha gestito e organizzato il processo di invio di quadri militari di Hezbollah a sostegno dei musulmani oppressi in Bosnia ed Erzegovina tra il 1992 e il 1995.
È stato il comandante responsabile dello sviluppo dei piani militari per la Resistenza islamica, in particolare nella guerra del luglio 2006 e nelle sue conseguenze, sia sul fronte orientale contro i gruppi Takfiri che sul fronte meridionale contro il nemico israeliano. Ha inoltre guidato specifiche missioni militari e di sicurezza durante le varie fasi della storia della Resistenza.
Ha servito come membro del Consiglio centrale della Shura di Hezbollah durante periodi della sua carriera jihadista, ed è stato anche membro del Consiglio jihadista della Resistenza Islamica sin dalla sua fondazione. È stato al comando delle operazioni militari sul fronte libanese dall’inizio della battaglia Al-Aqsa Storm.
È “risorto martire sulla strada per Gerusalemme” in seguito al proditorio assassinio israeliano avvenuto lo scorso 30 luglio, nel sobborgo meridionale di Beirut.
Tratto da: Il Faro sul Mondo

a cura della Redazione
02-08-2024
Berlino – In linea con il suo odio per l’Islam e la sua sottomissione al sionismo, la Germania ha fatto ricorso al terrorismo contro i legittimi interessi dell’Iran, attaccando il Centro islamico di Amburgo e facendo irruzione in numerosi altri luoghi, per vietare le attività legittime dei musulmani in ben 53 edifici. L’accusa di Berlino è tanto assurda quanto il suo sostegno disumano al genocidio dei palestinesi a Gaza da parte dell’illegittima entità sionista. Ha affermato che gli edifici in questione erano campi di addestramento per quello che, a suo dire, era un radicalismo e una promozione dell’ideologia totalitaria, che rafforza in Germania la posizione di Hezbollah nell’attuale conflitto con Israele. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità.
Il Centro Islamico di Amburgo e le sue affiliate in Germania sono luoghi in cui i musulmani si riuniscono per studiare e fare ricerche. È un peccato che questo messaggio di pace, che ha suscitato simpatia anche nei cuori più freddi – per citare gli intellettuali europei – venga definito radicalismo e contrario a quelli che il regime berlinese definisce “valori della laicità”. È giunto il momento che i governanti tedeschi, i cui sensi sono stati a lungo intorpiditi dal mito dell’olocausto durante la Seconda guerra mondiale, si rendano conto che il vero olocausto è il massacro in corso a Gaza!
Inoltre, il leggendario movimento libanese, Hezbollah, è un’organizzazione totalmente libanese che difende la propria patria, la propria cultura, il proprio patrimonio e la propria fede dal terrorismo organizzato di un insediamento straniero nella vicina Palestina, composto da migranti illegali dell’Europa orientale non nativi e non semiti che affermano falsamente di essersi convertiti all’ebraismo.
Pertanto, è diritto inalienabile del popolo tedesco analizzare gli eventi storici e gli sviluppi recenti per distinguere i fatti dalla finzione e rendersi conto che i popoli della Palestina, del Libano e dello Yemen sono sulla destra, mentre i sionisti non sono solo usurpatori, ma anche bugiardi, criminali, assassini e terroristi.
Alla luce di questi fatti innegabili, il regime di Berlino dovrebbe porre fine alla sua servile sottomissione all’assassino di bambini, Benjamin Netanyahu, e rinunciare alla sua ostilità verso l’Islam, i musulmani e i legittimi interessi della Repubblica Islamica dell’Iran.
L’ambasciatore tedesco a Teheran, Hans-Udo Muzel, convocato al Ministero degli Esteri iraniano in seguito alla chiusura di diversi centri islamici da parte di Berlino, dovrebbe trasmettere al suo governo la posizione decisa dell’Iran, chiedendo l’immediata riapertura dei centri in questione e la restituzione di tutti i beni confiscati.
Tratto da: Il Faro sul Mondo

di Umberto Bianchi
Avevo avuto modo di conoscere il pensiero di A. Dugin, già molti anni fa, attraverso, la lettura di alcuni suoi testi “minori”. Mi è invece recentemente capitato di trovarmi tra le mani il suo “La Quarta Teoria Politica”, che, del Dugin-pensiero costituisce un po’ la summa ed il manifesto ideologico. Un testo corposo, ma al contempo molto scorrevole, che ho avuto il modo di leggere in davvero poco tempo. Motivo centrale della sua intera narrazione, il definitivo superamento delle tre grandi narrazioni ideologiche del Novecento e che egli identifica nel Liberalismo, nel Marxismo e nel Fascismo, delle quali egli denuncia insufficienza ed incompletezza, incapaci di dare una risposta esaustiva a quelle che sono le grandi problematiche dell’uomo odierno, cominciando proprio dal suo rapporto con la Post Modernità che, dell’Era Globale rappresenta la attuale ed apicale fase.
Nel fare questo, Dugin si scaglia anzitutto proprio contro l’ideologia liberale, nella quale egli identifica la causa scatenante di quell’iperliberismo che caratterizza la Post Modernità. Quella stessa ideologia liberale viene, a sua volta, proprio superata dalla Post Modernità e dall’iperliberismo di cui sopra, proprio in nome della superfetazione di quel principio individualistico di cui Dugin denuncia a chiare note la distorsiva incapacità. Difatti i cosiddetti “diritti dell’individuo” altro non sono che la “false flag” sotto la quale si nasconde la volontà di distruggere qualsiasi legame comunitario e qualsiasi istanza superiore, in grado, questo sì, di conferire pienezza e dignità all’individuo. Il Liberalismo, pertanto, a detta di Dugin finisce con il superare sé stesso, in quanto limitante barriera ideologica, per lasciar pieno spazio ad uno sfrenato individualismo e per farsi così, esso stesso, “stato di fatto” che sovrintende l’intera realtà sociopolitica, perdendo così quel carattere di ideologica parzialità, che ne aveva sinora fatto, una tra le tante ideologie del panorama politico occidentale.
La Post Modernità, facendo del Liberalismo (o post liberalismo che dir si voglia…) il proprio nume tutelare, procede in direzione di un’azione omologatrice a livello globale, intesa ad affermare un unico parametro socio economico rappresentato da una spinta alla finanziarizzazione dell’economia mondiale, accompagnata dalla conseguente “liquidificazione” e relativizzazione di tutte le istanze ed i punti fermi spirituali, imperniata proprio su quello sfrenato individualismo a cui abbiamo poc’anzi accennato. L’idea di un tempo finalistico ed unilineare, volto alla finalistica affermazione di un unico modello di sviluppo (tempo “monotono”, citazione dal testo, sic!) è, a detta di Dugin, una caratteristica principe della Modernità che accomuna in un unicum, le tre grandi narrazioni ideologiche di quest’ultima, ovverosia, Liberalismo, Marxismo e Fascismo. Pertanto, anche verso le ultime due narrazioni ideologiche, in quanto prodotto della Modernità, il Nostro nutre la medesima diffidenza che nutre nei riguardi del Liberalismo.
Al fine di affrontare e vincere l’alienante presa dei tentacoli della Post Modernità è, quindi, necessario pervenire alla creazione di un nuovo parametro ideologico, rappresentato da quella Quarta Teoria (o Quarta Via, sic!) Politica, in grado di porsi definitivamente “oltre” le tre grandi categorie sociopolitiche, che sovrintendevano le narrazioni ideologiche novecentesche, ovverosia: l’individualismo di matrice liberale, il classismo di matrice marxista, il nazionalismo ed il razzismo di matrice fascista (o nazista che dir si voglia…). A fare da motivo-guida spirituale per la nuova ideologia, sarà quel “Da-Sein/Esser-ci” di heideggeriana memoria, qui inteso come consustanzialità e compresenza tra l’uomo e l’Essere, inteso come sostanza significante dell’intera realtà.
Nell’affermare l’idea di una modalità di pensiero tesa alla “verticalità”, intesa quale anelito verso l’Assoluto, Dugin sembra in qualche modo, voler ripercorrere in senso inverso, la strada indicata dal filosofo esistenzialista ed allievo di Heidegger, Karl Jaspers. Questi, nella sua descrizione del fenomeno dell’ “Età Assiale dell’umanità”, sembra volersi far fautore di un modello umano prevalentemente incentrato su uno iato di individualistica introiezione, rispetto ad un altro basato invece su una quasi totale coincidenza tra pensiero individuale ed una superiore dimensione ontologica, di matrice “parmenidea” ( a dirla con Heidegger, sic!) e la cui conseguenza sarebbe rappresentata da un perfetto afflato tra dimensione individuale e dimensione comunitaria.
Nell’esercitare la propria radicale critica alla Modernità, Dugin prende spunto dall’esperienza della “Konservative Revolution/Rivoluzione Conservatrice” germanica che, a cavallo tra gli anni ‘20 e ‘30 del secolo passato, si fece fautrice di una linea di pensiero eterodossa ed i cui principali rappresentanti, da Hugo Von Hofmannstahl ad Armin Mohler, da Moeller Van Den Bruck a Carl Schmitt, da Ernst Junger allo stesso Heidegger, a detta di Dugin, si fecero fautori di una serrata critica alla Modernità. A questi autori, Dugin associa anche i teorici russi e tedeschi del Nazional-Bolscevismo quali Nikolaj Ustrialov o Ernst Niekisch, non senza associare a questa carrellata di personalità, la figura del teorico russo “bianco” Ivan Ilyin, il cui pensiero avrebbe, in seguito, ispirato l’azione dell’attuale presidente russo Vladimir Putin. Prendendo pertanto spunto da questo panorama ideologico, Dugin si fa fautore di un radicale “Conservatorismo” da opporre risolutamente ad una Modernità, a suo dire, fonte e scaturigine di tutti i nostri problemi.
Nel presentarci l’impianto ideologico della sua Quarta Teoria Politica, il Nostro fa una capatina anche tra quelli, tra i pensatori della seconda metà del passato secolo, non appartenenti ad un’area “conservatrice”, come il francese Gilles Deleuze, di cui, da un lato, critica l’idea di pensiero “rizomatico”, fluido, relativistico ed in continua mutazione ma, dall’altro, sotto sotto, ne riprende il concetto di un impianto ideologico, quale quello della Quarta Teoria, aperto a tutte le possibilità e gli apporti contenutistici, per evitare una ricaduta nel rigido ideologismo finalizzato novecentesco. Pertanto, da un punto di vista meramente geopolitico, contrapponendosi all’unilinearità del dominio Usa, si fa fautore di uno scenario “multipolare”, ovverosia costituito da una molteplicità di attori geopolitici differenti, che si riflette altresì in una apertura alla molteplicità delle tradizioni spirituali dei vari popoli, di contro ad un livellatore Pensiero Unico liberista.
Russia, Cina, India, Iran, ma anche il resto di quel mondo che non è Occidente, tornerebbe a far sentire la propria voce sul proscenio della storia, trovando la propria via, secondo quella che è la propria peculiare identità. E guardando all’aspetto più attinente alla sfera spirituale e religiosa, il credo cristiano-ortodosso di Dugin, non impedisce a quest’ultimo di superare in modo deciso, la stessa unilinearità spirituale monoteista, (che dell’attuale Globalismo costituisce l’antefatto storico…sic!), in direzione di un’apertura alla possibilità di coesistenza di più tradizioni spirituali. Lo stesso credo cristiano-ortodosso del Nostro è da questi interpretato quale manifestazione nel presente di quella Tradizione Primordiale, qui caratterizzata da quella originaria matrice indoeuropea che dovrebbe informare di sé l’intera “oikumene” eurasiatica. Ed anche qui, non possiamo non notare come Dugin stia compiendo nei riguardi del monoteismo di matrice cristiana, una vera e propria operazione di ermeneutica filosofica, dal sapore quasi sofistico, conferendo una valenza non proprio in linea con le direttrici del pensiero di quest’ultimo.
Ci troviamo di frontea ad un testo denso, innovativo, quindi, che sicuramente offre dei non indifferenti stimoli di riflessione. Dugin guarda sì con occhio critico la Post Modernità, ma fa anche suoi alcuni spunti di pensiero di quest’ultima, cominciando proprio dal tema di quell’ apertura al molteplice che ha nel pensatore francese Gilles Deleuze, il suo principale cantore. Difatti, se da una parte Deleuze ci prospetta la “fluidità” di un pensiero instabile, “rizomatico”, dall’altra in scritti come “Mille Piani”, apre alla possibilità della coesistenza di più piani, più modalità di manifestazione dell’Essere, di contro alla soffocante unicità del modello capitalista. D’altronde, non va dimenticato che Deleuze fu il primo autore nel dopoguerra, ad operare una vera e propria rivalutazione degli scritti di F. Nietzsche, interpretato quale cantore di un superamento di quegli umani limiti, mediante la possibilità di espletare la nostra azione attraverso, non uno, ma i mille piani che costituiscono quella realtà, per l’appunto da questi intesa, come un dispiegarsi di una molteplicità di aspetti.
Secondo poi, il radicale rifiuto della Modernità, alla quale il Nostro risolutamente contrappone quel radicale “Conservatorismo”, sulla natura del quale occorrerebbe un momento soffermarsi. Nel riferirsi alla germanica “Konservative Revolution” quale ispiratrice della sua idea di Conservatorismo, Dugin ci dice che essa altri costituisce se non una radicale opposizione a quella Modernità, della quale egli stesso contesta duramente i fondamentali. Ora qui bisognerebbe fare molta attenzione, perché la radicale contestazione della Modernità “sì et si”, rischia di portarci nel binario morto di uno sterile nostalgismo antimoderno, anch’esso senza via d’uscita, in quanto autoreferenziale “memento” di tempi passati. Andrebbe ricordato che, il percorso del pensiero “non conforme” occidentale, trova le proprie scaturigini all’alba di quella Modernità Illuminista, di cui inizialmente condivide un percorso, coniugato all’insegna della centralità dell’ “Io” e del suo rapporto con la realtà, così come accade con Vico, Goethe, Herder, Schilling, Holderlin, salvo poi distaccarsene per portare avanti un’idea “altra” della Modernità, così come prospettato da tutto un filone di autori che va da Schopenauer, passando per Stirner e Nietzsche, sino ad arrivare alle istanze di Bergson e del Futurismo di Marinetti e delle Avanguardie Novecentesche.
Pertanto, quello di “Conservatorismo” sic et simpliciter rischia, in questo caso, di trasformarsi in un termine, che circoscrive l’ampio e variegato percorso di un pensiero non conforme, ad un solo aspetto che ne limiterebbe e contraddirebbe, in tal modo, la portata di elemento di rottura.
Ciononostante, la Quarta Teoria Politica mantiene ben salda, la propria valenza di elemento di rottura rispetto alle altre narrazioni ideologiche. A tal fine, va riconosciuta come positiva e salutare la rottura sia con l’ideologia marxista che con quella fascista, in tal modo ripudiando qualsiasi tentativo di dare nuova linfa e dignità a modelli oramai sorpassati dei quali, però, il Nostro cerca di recuperare quelli che possono costituire degli aspetti positivi. Nel caso del Marxismo, l’idea di emancipazione sociale dallo sfruttamento, al pari del senso di radicamento comunitario ed identitario che sta alla base dei nazionalismi fascisti o populisti che dir si voglia. Pertanto, quello di Alexander Dugin è un contenitore ideologico ancora aperto, in attesa di tutti quei nuovi apporti che non possono che venire da una realtà umana ed intellettuale sempre più variegata ed aperta, espressione di quella Molteplicità di piani della realtà, di quella “Complessità” che ora più che mai, deve sempre più far sentire la propria voce, di contro alla alienante e monocorde narrazione del Pensiero Unico Globale.
Tratto da: Ereticamente.net

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