LA SAPIENZA INNALZA AL REGNO DI DIO

a cura di Ottava di Bingen

“La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro. Suo principio più autentico è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore, l’amore per lei è osservanza delle sue leggi, il rispetto delle leggi è garanzia di incorruttibilità e l’incorruttibilità rende vicini a Dio. Dunque il desiderio della sapienza innalza al regno.”

LA SAPIENZA INNALZA AL REGNO DI DIO
LA SAPIENZA INNALZA AL REGNO DI DIO

GIANO E LORD GANEŚA

a cura di Otrumis Xi

Sebbene i molti scritti e trattati sulla Religio Romana non ne facciano riferimento (anzi, se ne conoscete vi siamo ben grati se ce li segnalasse), è ben nota la somiglianza tra Giano e Lord Gaṇeśa.

Entrambe le Divinità condividono peculiarità e funzione che a breve analizzeremo. Ma prima di tutto diciamo che ogni credenza, ogni religione e ogni forma devozionale ha al proprio origine gli archetipi, cioè quell’aspetto o forma di un concetto divino, universale.

Partiamo dall’idea che la Tradizione Romano-Italica e la Tradizione Induista condividono il ceppo indoeuropeo (sul tema vi rimandiamo agli studi di Georges Dumèzil), cioè si può anche constare dall’etimologia di alcuni nomi di Divinità e delle relative funzioni. Ora, qual’è l’Archetipo?

Per la Tradizione Sanātanadharma (nome tradizionale dell’Induismo) all’origine di tutto c’è Brahman, la fonte Divina primigenia, origine del tutto, della creazione dell’universo materiale.

Ora, sebbene nella descrizione dell’Unione Induista Italiana, loro definiscano la Religione Induista di tipo monoteista, sappiamo benissimo che nelle loro credenze vi troviamo molteplici forme Divine, se non altro manifestazioni dell’Uno Brahman. La Filosofia Platonica e neo platonica hanno portato il concetto di monismo all’interno della Tradizione Greco-Romana, laddove l’Uno è la fonte immanente e che trascende i molteplici aspetti del Divino attraverso la manifestazione degli Dèi. Ecco, l’Archetipo. L’Uno fonte del tutto, dell’universo materiale.

“Mi chiamavano Caos gli antichi, ch’io sono antica divinità, vedi quali remoti eventi io stia celebrando. Quanto vedi ovunque, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto si chiude e s’apre per mia mano. Presso di me è la custodia del vasto universo, il diritto di volgerne i cardini è tutto in mio potere”, in questo modo Ovidio descrive Giano, il Dio degli Dèi, il Primo tra tutti.

Allora Giano visto con gli occhi di un neo platonico è l’Uno, oppure visto con gli occhi di un Induista è il Brahaman? Da come ce lo descrive Ovidio possiamo immaginare che Giano origina la forma e con essa il tempo, quello che è stato e quello che verrà.

“Un giorno Parvati stava facendo il bagno; non volendo essere disturbata, miscelò una goccia del suo sudore con dell’argilla e modellò la forma di un bambino, al quale infuse la vita. Gli ingiunse di stare di guardia alla porta e di non permettere a nessuno di entrare. Sfortunatamente, presto sopraggiunse Shiva. Il bambino gli proibì di varcare la soglia e quello, impaziente e impulsivo come sempre, non poté sopportare un tale insulto, perciò tagliò di netto la testa del giovane ragazzo. Parvati pianse disperatamente per la perdita subita, e si rifiutò di riappacificarsi con Shiva finché lui non ordinò ai suoi attendenti di porre sul corpo del bambino la prima testa che avessero trovato”.

(una parte del mito sulla nascita di Lord Ganeśa, Unione Induista Italiana).

Ganeśa nelle credenze induiste è il primo fra tutti, posto da Parvati a guardia di una porta, come il nostro Giano è posto a protezione degli ingressi.

Sir William Jones filologo britannico del 18° secolo ha posto stretti confronti tra Giano Bifronte e una forma ben precisa di Lord Ganeśa, conosciuta come Dwimukhi-Ganeśa, il filologo lo chiamava

“Giano dell’India”, è percepiva questa forte relazione tra le due Divinità, un archetipo in comune. Edward Moor nel suo “Pantheon Indù” pubblicato nel 1810 ha rilevato che Giano, proprio come Lord Ganeśa, veniva invocato all’inizio di ogni inizio: infatti in India ad ogni apertura di una nuova attività, trasferimento in una nuova abitazione viene invocato Lord Ganeśa, colui che “rimuove gli ostacoli e semina difficoltà sulla strada dei nemici”.

C’è da prendere in considerazione anche l’antropomorfismo (il doppio volto di Giano, le sembianze di Elefante di Ganeśa) che “presso popoli dalle diverse sedi e dai diversi tipi o stili di civiltà l’antropomorfismo è sempre stato segno di primordialità” (Dèi e miti italici – Renato Del Ponte). A. Morretta evidenzia inoltre che “nella terminologia brahmani­ca, la parola gaia (elefante) viene interpretata come ‘conoscenza delle origini”; “Il terzo volto, quello nascosto di Giano, simbolicamente corri­sponde al terzo occhio, frontale ed invisibile, di Ganeśa” (Mario Enzo Migliori, “Ganesha, il signore della conoscenza”).

Per ultimo, ma non meno importante, è l’aspetto legato ai dolci: durante la Puja (festa di Ganeśa) si preparano e offrono al Dio le Modakha, palline di farina di riso, come a Giano offriamo dolci e lo scambio di dolci e Strenne il primo giorno dell’anno, per un dolce inizio che sia di buon auspicio.

Con questo lungo articolo non vogliamo arrogarci nessun diritto su “verità e realtà”, ci siamo basati su ricerche, studi e scritti (ove lo abbiamo indicato). Anzi, se avete ulteriori informazioni sull’argomento non esitate a darcene!

La Tradizione Induista non ha conosciuto interruzioni, è rimasta attiva e florida per tutti questi secoli, la comunanza delle origini Indoeuropee con le nostre Tradizioni, ormai è innegabile, fior fior di studiosi autorevoli ne hanno parlato. A noi questa dicotomia tra Giano e Lord Ganeśa ha incuriosito moltissimo, speriamo sia lo stesso per voi… in fondo qualcuno ha detto “Gli Dèi Romani si sono rifugiati in India”, anche se per noi sono rimasti qui in Hesperia, anche nei momenti più difficili, dove sembravano averci abbandonato.

Tratto da “Communitas populi romani”

GIANO E LORD GANEŚA
GIANO E LORD GANEŚA

UNA SCIENZA COME ASSURDO PARTO DI FANTASMI

di Franco Giovi

Una scienza priva d’esperienze è un nulla, un assurdo parto di fantasmi: come gran parte della filosofia contemporanea, che avendo rifiutato la realtà del concetto e dell’idea (e persino l’obiettività percettiva) si riformula in carinerie demenziali come (una per tutte) la proposta di Jean Baudrillard di una “Teoria del simulacro visto come significante senza reale significato”.

Alla medesima visione non sfugge la stravaganza di una “scienza teologica” che ha costruito castelli, o meglio cattedrali, intorno ad un oggetto presupposto e pensato fuori di qualsiasi esperienza. Abbastanza incoerente nel proprio nocciolo da far arricciare l’anima di Ananda Coomaraswami, raffinato cultore dell’intellettualità occidentale ma anche (ancora) abbastanza orientale per sapere che il Divino può essere positivamente sperimentabile oppure è niente.

E, last but not least, alcuni corsi universitari contemporanei, edificati su quattro ombre di rappresentazioni rubate a discipline più serie, senza alcuna relazione logica con il reale, privi di un sano pensiero dialettico (!), rivestiti da centinaia di parole inventate alla bisogna ed equivalenti a suoni vuoti (e a vuoti mentali). Corsi impiegati all’incasso di sostanziose prebende per i docenti, ma anche a disgrazia e danno degli acculturandi d’ultima generazione.

Osservando una prassi sperimentata, è sottoscrivibile il fatto che un gagliardo approfondimento delle forze di pensiero-sentimento-volontà, se volte serenamente e spregiudicatamente alla Scienza dello Spirito, può condurre ad esperienze sufficienti a persuadere l’anima del ricercatore sulla realtà di fatti e mondi supersensibili. Le esperienze in tal senso, inizialmente ancora fortemente soggettive, sono pressoché infinite.

Eppure contengono una comune caratteristica “sovversiva”, in quanto sono tutte, nel carattere, forma e sostanza, diverse ed opposte a quanto viene espresso e divulgato come “spirituale” nei circoli spiritualistici. Se uno ci pensa bene, appare anche del tutto logico l’affiorare di una contrapposizione nella quale persino la terminologia comune diventa ottusa o sbagliata.

UNA SCIENZA COME ASSURDO PARTO DI FANTASMI
UNA SCIENZA COME ASSURDO PARTO DI FANTASMI

L’UNICO VERO MALE

di Domenico Rosaci

Di occasioni che la vita ci dona per insegnarci a vivere meglio, ce ne sono tante quanti sono gli attimi che viviamo.

Occasioni che sono persone che incontriamo e che hanno da offrirci le loro esperienze di vita.

Occasioni che sono saggezza di migliaia di anni offerta attraverso libri e opere d’arte.

Occasioni che sono spettacoli continui proposti da una Natura che non si stanca mai di sollecitare i nostri sensi e la nostra mente.

Ma soprattutto, occasioni che sono pensieri che vengono portati a noi dal vento; sentimenti ed emozioni che ogni istante si offrono a noi, e che solo noi possiamo decidere di prendere in considerazione e fare fruttare, oppure di chiuderci nell’indifferenza.

Questa ultima opzione è l’Ego.

L’Ego è indifferenza per la vita. Indifferenza persino verso la nostra stessa anima, alla quale l’Ego, che è solo un’illusione, pretende di sostituirsi.

Indifferenza che ci porta, semplicemente, a sprecare un’intera esistenza, che è un’occasione unica e irripetibile.

Non ce ne sarà una seconda.

L’Ego per ignorare questa verità, si è creato l’illusione di potere esistere oltre la morte del corpo, o di potersi reincarnare in altri corpi. Illusioni senza alcun valore.

L’Ego è infatti solo l’illusione di coincidere col corpo fisico, illusione a cui l’anima (il nostro vero Sé) crede per via dell’evoluzione che ha subito l’essere umano nella direzione materialistica.

Si tratta di una illusione relativamente moderna, propria ad esempio delle religioni più recenti, come il Cristianesimo e l’Islam. Nessuna cultura pre-cristiana credeva nell’esistenza di vite dopo la morte o reincarnazioni dell’ego.

Nell’induismo antico e nel Buddhismo, a reincarnarsi continuamente non è l’individuo egoico ma è l’Essere Unico, la Natura, cosa evidentissima senza fare nessuna ipotesi soprannaturale.

Ognuno di noi è evidentemente una nuova reincarnazione della Natura, come lo sono gli altri animali, le piante e ogni altro elemento naturale. Ma non si tratta di riproposizioni di individui egoici vissuti nel passato con un altro corpo. E’ sempre il Dio-Tutto che si ripropone. Io domani morirò, ma in quello stesso momento e in tanti altri momenti successivi altri esseri umani nasceranno, altri animali, altre piante. Tutte letteralmente “reincarnazioni” della stessa Natura che si era incarnata in me.

Nell’Ebraismo, nella religione dei Sumeri e dei Babilonesi, nell’Antico Egitto, nella religione Greca, non c’era alcuna sopravvivenza dell’ego alla morte.

Per gli antichi Egizi ad esempio, ciò che resta dell’individuo dopo la morte è il Ba, che non è una forma “personale”, non è l’individuo, che può paragonarsi a una goccia staccata dall’Oceano, ma è ciò che Jung chiama il Sé, la goccia che torna all’Oceano.

Cioè il Sé è ciò che siamo veramente, le nostre esperienze individuali che si fondono con quelle dell’intera Anima del Mondo, continuando a esistere come Oceano, non come goccia isolata.

Mentre viviamo nel nostro corpo fisico come goccia temporaneamente incarnata, noi abbiamo l’irripetibile occasione di sperimentare l’esistenza spazio-temporale. Questa sarà occasione di crescita e arricchimento per l’intero Oceano a cui la goccia un giorno tornerà. Sarà un esperimento di Dio.

Questo esperimento, per essere realmente significativo, per potere produrre esperienza realmente “nuova” e non pre-fabbricata, è dotato di libera scelta.

Ciò permette alla singola goccia, durante la propria esistenza, di scoprire sentimenti e emozioni che l’Oceano non aveva mai provato prima.

Ma come effetto collaterale di tale libera scelta, c’è anche la possibilità che la goccia si innamori della sua forma materiale, si identifichi in essa, dando così vita all’Ego. Questo è ciò che hanno sviluppato, unici fra tutte le specie animali, gli esseri umani.

L’Ego fa sviluppare all’anima-goccia gli attaccamenti, e questi consumano tutta l’attenzione dell’anima, che non osserva più e non sperimenta più.

La goccia egoica spreca la sua esistenza, e quando torna all’Oceano, non reca ad esso alcuna nuova reale esperienza.

Quella goccia sarà solo un esperimento fallito di Dio, che comunque non smetterà mai di provare e riprovare ad esistere.

Perché questo è Dio. Oceano che ha continuamente volontà di farsi goccia, Fiume che inonda la Terra per renderla fertile e poi ritirarsi, e poi tornare a inondarla.

Dio è infinita acqua di vita.

L’unico “male” che in esso può vedersi è lo stare-male (mal-essere) di quelle gocce che in virtù del loro libero arbitrio scelgono di sprecare la propria esistenza nella separazione egoica, che ignora le occasioni offerte dall’esistenza.

L’unico vero male è l’indifferenza.

E non è un caso che gli esseri umani riescano a sentirsi più felici da bambini, quando ancora l’ego non è completamente sviluppato, che da adulti.

Nessun bambino è indifferente, e perciò il Cristo comanda ai discepoli che non comprendono: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: – chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. – E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.”

Quando il bambino, diventando adulto svilupperà pienamente l’ego, svilupperà l’indifferenza, non guarderà più alla vita come un’occasione per ascoltare, osservare, sperimentare.

Questo è l’unico vero male.

Solo chi riuscirà a rimanere, almeno in parte, fanciullo, riuscirà ad evitarlo, e continuerà a tendere mani invece che opporre schiene.

L'UNICO VERO MALE
L’UNICO VERO MALE

Il concetto di “Medioceano”

di Luca Fiore Veneziano

Mediterraneo vuol dire “in mezzo alle terre”: e difatti, il Mar Mediterraneo è un enorme mare che bagna le terre d’Africa, d’Europa e d’Asia, trovandosi in mezzo a questi tre continenti. Il Mediterraneo è un bacino idrico che comprende tanti mari più piccoli.

I nostri Padri Romani lo chiamavano Mare Nostrum, ‘il nostro mare’, a sottolineare l’estensione della loro egemonia. Ancora oggi rappresenta la fonte di risorse più importante per i Paesi che vi si affacciano. Italia in primis!

La nostra Penisola, con le sue isole, rispetto al Mediterraneo si trova in una posizione strategica, proprio al centro di esso.

Questo è il motivo per cui, per secoli, svariati barbari, francesi, spagnoli, e infine, inglesi e americani, vi hanno sempre guardato con grande interesse.

Dominare il nostro Paese significa avere un controllo diretto sulle rotte strategiche che vanno da Gibilterra e Suez, passando per il canale di Sicilia.

Di più! La nostra Italia è una portaerei naturale che da sbocco e affaccio verso tutti i lati di quello che un tempo fu “il Mare Nostro”.

Questo è il motivo per cui la VI flotta americana (il Pentagono divide il mondo in Flotte appartenenti alla sua Marina), ha sede a Napoli (Naval Support Activity Naples), e una base strategica NATO a Gaeta. Insieme, costituiscono il comando logistico e operativo della marina americana per l’Europa, il Mediterraneo e l’Africa.

Sempre a Napoli, a fianco dell’aeroporto di Napoli-Capodichino, risiede il Comando di tutta la flotta americana per l’Europa, lo “US Naval Forces Europe”.

Una zona scelta affatto casualmente. Basti pensare che 2000 anni fa anche i nostri Patres latini scelsero una località simile dove far risiedere la propria Flotta imperiale, sempre nel napoletano, a Miseno.

Sancita l’importanza strategica del Mediterraneo, scopriamo più a fondo perché molti analisti non lo vedono come un semplice mare, bensì come un “Medioceano”.

Il Nostro Mare non è più solo un bacino incastonato tra Europa, Africa e Medio Oriente, ma piuttosto una via acquatica di collegamento tra due diverse sezioni dell’Oceano Mondo. Si trasforma così in un corridoio inaggirabile lungo la rotta più breve tra l’Indo-Pacifico e l’Atlantico.

Washington e Pechino stanno considerando la situazione in modo sistemico e si stanno confrontando su un complesso scenario marittimo di dimensioni molto più ampie, che si estende dalle estremità eurasiatiche di Gibilterra fino a Tsushima.

In questa partita, il Mediterraneo non è più considerato semplicemente un mare tradizionale, ma viene invece elevato al ruolo di stretto strategico, compresso tra gli oceani. Ora è un’area da controllare e mantenere aperta per gli Stati Uniti, che lo utilizzano per esercitare potere e influenza sulle terre circostanti e per muoversi liberamente attraverso gli oceani. Allo stesso tempo, è un’area da minacciare e, potenzialmente, da conquistare, se considerata dalla prospettiva della Cina, il cui impatto nel bacino mediterraneo sta crescendo notevolmente con l’espansione delle nuove vie della seta.

Si tratta di una competizione che coinvolge direttamente il nostro paese, che, come già detto, gode di una posizione geografica eccezionale, al centro del Mediterraneo, rappresentando un pilastro della postura strategica degli Stati Uniti nella regione. Questo è dimostrato dal passato accordo sulle nuove rotte della seta firmato con la Cina nel 2019 e dalla reazione immediata degli Stati Uniti, mirata a evitare che ci allontaniamo dalla loro sfera d’influenza. Il governo Meloni, una volta insediato a Palazzo Chigi, ha infatti immediatamente stracciato l’accordo con Pechino, per tornare alla sua postura filo-americana ed atlantista.

Medioceano” più che Mediterraneo dunque; insenatura tra due sezioni dell’Oceano Mondo, più che mare semichiuso incastonato tra tre continenti.

In un mondo in cui la maggior parte dei beni continua a viaggiare via mare, la rinnovata importanza geopolitica dell’ex Mare Nostrum risiede proprio nel suo essere connettore di un sistema binario su scala planetaria, mare di mezzo tra due oceani: l’Atlantico, simbolo del predominio decadente americano, e l’Indo-Pacifico, principale arena della sfida futura tra i pesi massimi USA e Cina.

Le sorti delle nazioni si misurano nelle acque salate, come dimostra la storia degli imperi occidentali, dall’egemonia britannica alla supremazia americana (da una PAX all’altra), che si sono affermati dominando i mari.

Attualmente, sia le grandi potenze che quelle in ascesa, si affidano alla strategia marittima per consolidare la loro presenza sullo scenario mondiale; dalla Cina alla Turchia, passando per l’India e la Nigeria, riconoscendo l’importanza cruciale delle rotte commerciali marittime per ampliare la loro influenza.

I mari, dunque, diventano scenari di rivalità geopolitica, ove la lotta per stabilire zone economiche esclusive riflette sulle dinamiche della geopolitica tradizionale, nonostante la flessibilità delle norme del diritto internazionale. L’Italia, centrale nel suo ‘Medioceano’ Mediterraneo, gode di una posizione strategicamente vantaggiosa, di cui però non sembra esserne pienamente consapevole, ignorando le opportunità e mettendo a rischio la propria sicurezza. Guardare al Continente europeo ignorando i propri mari risulta pura follia strategica.

In particolare, l’attenzione si dovrebbe concentrare sulla frontiera marittima meridionale dell’Italia, teatro di contese e interessi stranieri, come dimostrato dalla presenza di Turchia e Russia in ciò che era un tempo la Libia (ex quarta sponda italica).

Il Mediterraneo si rivela un teatro di importanza geopolitica, al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle principali rotte oceaniche, situazione aggravata dal ritorno della Russia sulle scene internazionali. L’Italia, grazie alla sua posizione marittima, assume un ruolo cruciale in questo scacchiere internazionale, anche alla luce della questione migratoria.

Dal punto di vista economico, il mare rappresenta per l’Italia una risorsa da oltre 50 miliardi di euro all’anno, inserendosi in un quadro di crescente importanza geo-economica. Tuttavia, il nostro paese mostra ritardi in ambito sia logistico che portuale, limitati anche dalla mancanza di coordinamento e rivalità locali. L’avvento di un Ministero del Mare e l’istituzione di una Zona economica esclusiva nazionale sarebbero segnali incoraggianti, sebbene molto resti solamente un punto di partenza per affrontare le sfide attuali, inclusa la gestione delle rivendicazioni territoriali nel Mediterraneo.

Tratto da: Civico 20

Il concetto di “Medioceano”
Il concetto di “Medioceano”

DIVENTARE UN MONDO

a cura di Daniele Paradise Zuccaro

”Dio, l’essere supremo, non è né circoscritto dallo spazio, né toccato dal tempo; non può essere trovato in una direzione particolare, e la sua essenza non può cambiare. La conversazione segreta è così interamente spirituale; è un incontro diretto tra Dio e l’anima, astratto da tutti i vincoli materiali.” (Avicenna)

“In un istante, sollevati da tempo e spazio. Metti il mondo da parte e diventa un mondo dentro te stesso.” (Mahmud Shabistari)

Un uomo dormiva in una caverna. Ma un Sufi andò a svegliarlo, esortandolo a tornare tra i suoi simili. “Non ti vergogni di sprecare tempo a oziare? Perchè sei così negligente?”, domandò il Sufi. Il solitario rispose: “Cos’altro dovrei fare? Non c’è nulla al mondo che possa lusingarmi. Gloria, successo e ricchezza non hanno più senso per me! Lascio tutto volentieri a chi non è ancora sazio di apparenza. Preferisco indugiare nell’oscurità con la luce del mio spirito”. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse: “Dammi un unico motivo per tornare alla sfera materiale e lo farò!” Allora il Sufi ne capì lo stato d’animo e ammise: “Da te ho molto da imparare!”. (Detto Sufi)

DIVENTARE UN MONDO
DIVENTARE UN MONDO

LA MEDITAZIONE PROFONDA

di Luca Rudra Vincenzini

Come facevano nel passato mistici ed iniziati d’alto rango ad attrarre praticanti per la meditazione profonda?

Il metodo è molto “semplice”, conosciuto come śakti-nipāta (discesa della potenza) nel tantraśaiva e come trasmissione della mente o mente specchio (pratibimba-manaḥ) nel Buddhismo Mahāyāna, soprattutto Chan e Zen. L’iniziato d’alto rango portava l’allievo, con buona approssimazione attraverso l’uso spontaneo dei neuroni specchio e per un tempo più o meno lungo, nello stato naturale della meditazione profonda: intima natura (svabhāva), mente di Buddha (tathāgatagarbha), chiara luce (prabasvāra). Una volta lì, il discepolo si sentiva uno con l’essenza della realtà (samarasa o ekarasa), praticamente arrivato alla meta. Lo stato indotto però non era definitivo, i karma irrisolti del neofita lo rendevano transitorio, a quel punto il maestro interrompeva la trasmissione della mente e l’allievo ripiombava nell’ordinario. Alla faccia basita di esso/a, come a dire:”e adesso, cosa succede?”. Probabilmente il maestro rideva con una luce particolare negli occhi come a dire:”e adesso buona pratica…”.

LA MEDITAZIONE PROFONDA
LA MEDITAZIONE PROFONDA

L’AMORE NON E’ SOFFERENZA

di Roberto Potocniak

ATTENZIONE A INNAMORARSI PERCHE’ SI SOFFRE

Ah sì? Tu mi stai dicendo che provare Amore, una delle qualità più pure e meravigliose di un Essere Umano fa soffrire?

C’è qualcosa che non quadra.

L’Amore è l’opposto della Paura.
L’Amore è l’opposto della Sofferenza.

Quindi se soffro vuol dire che non sto amando?

Si esatto.

Esiste l’Amore egoico che scambiamo per Amore e l’Amore vero, puro, che è uno stato di coscienza.

E sono due cose ben differenti…

Infatti, quando, finalmente, ritrovi il secondo, te ne accorgi eccome.

Tutto ha un sapore e un colore diverso.

La domanda è: “posso amare senza soffrire? O l’amore porta sempre sofferenza?”

L’idea che ci siamo fatti ormai dell’Amore è che faccia soffrire. Aprirsi all’altro, aprire il proprio cuore è pericoloso. In un modo o nell’altro, quando entro in una relazione, quando abbasso le difese, io sto male. E’ sicuro che mi faranno del male.

Perché si pensa questo? E’ molto semplice.

La verità è che non si conosce l’Amore.

Non si sa minimamente cosa sia l’Amore. Lo si scambia per altre cose.

Lo si scambia per le relazioni, per le emozioni, per l’infatuazione, per l’attrazione fisica, per le sensazioni, per i sentimenti, per l’attaccamento, per la paura della solitudine e dell’abbandono…

Questo è quello che ci insegnano sia l’amore, ma non è affatto questo.

Fermati un attimo e rifletti…

Quando dici di stare male per “amore” stai davvero male per amore o stai male perché ti senti solo, abbandonato, rifiutato, non amato, non accettato…? Perché c’è differenza.

Amore e sofferenza non possono oggettivamente coesistere, come la luce e il buio…

Dunque:

Non esiste il soffrire per amore.
Si soffre a causa dell’attaccamento, del bisogno di possedere e di essere posseduti.
Si soffre a causa del bisogno di controllare l’altro e si soffre quando non ci si riesce, appunto.
Si soffre a causa della gelosia e dell’invidia.
Si soffre perché si fanno sempre confronti con gli altri… ci si paragona, si giudica e ci si giudica.
Si soffre per senso di inadeguatezza, per un senso di non essere all’altezza.
Si soffre per paura di dover soffrire.
Si soffre per la paura di essere traditi o abbandonati.
Si soffre a causa delle innumerevoli aspettative chiamate sempre in causa nelle relazioni.
Si soffre sempre a causa del nostro ego e della sua immaginazione negativa.
Si soffre a causa dell’orgoglio e della vanità.
Si soffre per l’egocentrismo.

Insomma, si soffre per mille cose, ma mai per amore.
Non si soffre mai per amore.

Chi ama, non soffre.

Mai…

E’ troppo occupato ad amare e a godersi questo meraviglioso stato di coscienza.

Quindi la maggior parte dei cosiddetti problemi “d’amore” di cui ti lamenti non sono affatto dei problemi ”d’amore“. Sono altro.

L'AMORE NON E' SOFFERENZA
L’AMORE NON E’ SOFFERENZA