“Noi non vogliamo ridivenire Greci; perché i Greci non conoscevano ciò che doveva farli cadere, noi invece lo sappiamo…noi vogliamo essere uomini belli e forti, ai quali appartiene il mondo, come una sorgente eternamente inesauribile dei più alti godimenti artistici. Per raggiungere tale scopo abbiamo bisogno della forza onnipotente della rivoluzione.”
Quando non c’era niente ma c’era tutto, tipo l’amore ed il rispetto reciproco.
Tuo nonno mi chiese di sposarlo con una caramella.
Non avevamo niente, si inginocchiò e mi disse :”non ho nulla ora, solo una caramella, ma se vuoi possiamo costruire tutto insieme.”
Ho aperto la caramella, l’ho divisa in due e l’abbiamo mangiata. Da quel momento abbiamo diviso e condiviso tutto. Siamo caduti, ci siamo rialzati e abbiamo costruito.
Tutto insieme. Abbiamo vissuto momenti difficili, di stanchezza, ma ci siamo sempre stati l’uno per l’altro. Fino all’ultimo.
“Come il giorno presuppone la notte, e la notte il giorno, così il senso presuppone il controsenso, e il controsenso il senso. Il giorno non esiste di per sé, e neppure la notte esiste di per sé. La realtà, che esiste di per sé, è insieme giorno e notte. Dunque, la realtà è insieme senso e controsenso. Il mezzodì è un istante. E così anche la mezzanotte è un istante, il mattino viene dalla notte e la sera si volge alla notte, ma la sera viene anche dal giorno, così come il mattino si volge al giorno. Dunque il senso è un istante e passaggio da controsenso a controsenso, e il controsenso è solo un istante e passaggio da senso a senso.”
“Nell’India antica, all’interno della religione dei popoli pre-ariani, esisteva la Divinità chiamata Rudra, che personificava la natura selvaggia e tutto ciò che era pericoloso e impuro.
Egli era rappresentato come un uomo selvatico, nudo o cosparso di cenere delle pire funerarie e accompagnato da cani randagi.
La Divinità di Rudra nel tempo si è fusa con le divinità ariane, dando vita al Dio Shiva.
Nell’iconografia Shiva è rappresentato in molti modi, in base all’aspetto che si vuole rappresentare. Spesso è raffigurato come Mahayogin, cioè “Il praticante di Yoga Supremo” o “il Guru di tutti i Guru”.
In questo caso viene rappresentato seduto nella posa del loto sopra una pelle di tigre, vestito soltanto con un panno di pelle di elefante mentre indossa una collana di teschi oppure dei rosari.
Intorno al suo collo si trova un serpente Cobra arrotolato e i suoi capelli sono annodati in alto, a formare una corona da cui esce un flusso d’acqua che rappresenta il sacro Fiume Gange.
Nei suoi capelli è infilata una falce di Luna e al centro della sua fronte si apre il Terzo Occhio, chiamato appunto “Occhio di Shiva”.
L’opposizione ebraica al sionismo ha una lunga storia, dai tempi di Theodor Herzl fino alle comunità chassidiche e agli haredim odierni. Ne ha parlato Yakov M. Rabkin, professore emerito dell’Università di Montréal, in Canada, autore del volume A Threat from Within: A Century of Jewish Opposition to Zionism (Fernwood, 2006).
Ebrei contro il sionismo. Storia dell’antisionismo ebraico
Il sionismo come ideologia nazionale per gli ebrei dell’Impero russo
Theodor Herzl a Basilea
L’idea sionista, spiega Rabkin, nasce dal protestantesimo: il ritorno degli ebrei in Terra Santa dovrebbe accelerare la seconda venuta del Cristo – un’idea che permane ancora oggi tra i cristiani sionisti d’America.
Il contesto è quello del XIX secolo: quando gli ebrei in Europa occidentale, dopo le riforme napoleoniche, avevano ottenuto i diritti civili e si integravano come cittadini di confessione ebraica (inculturazione ed emancipazione). In un tale ambiente, il nazionalismo ebraico di Herzl non trova terreno fertile. Il primo congresso sionista, organizzato a Monaco nel 1897, deve riparare a Basilea dopo che le organizzazioni ebraiche tedesce chiedono al governo di vietarlo. Minacciando l’integrazione degli ebrei nelle società occidentali, infatti, il sionismo si pone come uguale e contrario alla Lega Antisemita: entrambi sostengono che gli ebrei non abbiano posto nelle società europee.
Dall’altra parte, nell’Impero russo, gli ebrei restavano confinati nelle marche occidentali (pale of settlement), zona in cui abbandonano l’osservanza religiosa e la lingua yiddish per acquisire cultura russa e ideali socialisti, ridefinendosi come “ebrei secolari“. Trovandosi assieme ad altre nazioni senza stato, come polacchi e lituani, questi ebrei russi (ashkenaziti) sono più attratti all’ideale sionista. Il sionismo risponde a un loro preciso bisogno politico, come ideologia di colonizzazione e creazione di una enclave europea, che fosse in Uganda o in Palestina.
Il sionismo come minaccia all’identità religiosa ebraica
Oltre alle preoccupazioni per l’integrazione sociale, si sviluppano anche motivazioni religiose dell’antisionismo. Il sionismo infatti ridefinisce il significato dell’essere ebreo: non più basato sull’osservanza dei comandamenti divini (la prassi religiosa) ma secolarizzato e basato sull’appartenenza nazionale. Per i leader religiosi ebraici, ortodossi quanto rifomati, ciò appariva come una bestemmia. La confutazione teologica del sionismo, redatta nel 1958 da rabbi Joel Teitelbaum del chassidismo Satmar, resta un classico per gli ultraortodossi odierni, inclusi gli haredim di Gerusalemme. L’idea sionista è per loro una minaccia alla tradizionale identità ebraica: gli ebrei sono un gruppo confessionale e spirituale, non una nazione separata.
Il socialismo ebraico e il suo declino
Sono invece i movimenti socialisti ad accettare gli ebrei come nazione separata: il socialismo non si opponeva al sentimento nazionale in sè, benché ritenesse il nazionalismo borghese come una distrazione dalla lotta di classe. Nella Polonia interbellica, il Bund sosteneva la trasformazione socialista delle comunità ebraiche nei paesi in cui vivevano. Col tempo, vari movimenti socialisti sono poi confluiti nel sionismo, che in Israele proponeva almeno fino al 1967 una società socialista tra ebrei ashkenaziti.
Zeev Sternhell, nel libro Nascita d’Israele, spiega come il socialismo sia stato sfruttato dai nazionalisti per creare l’infrastruttura del nuovo stato ebraico, poi trasformatosi nell’attuale economia neoliberista segnata da ampie diseguaglianze: dai kibbutz ormai privatizzati, all’egemonia culturale della nuova destra che fa oggi di Israele il riferimento politico-ideologico del nazional-populismo mondiale da Orban e Trump.
Una fascinazione per Israele, quella dell’ultradestra, che si basa anche sulla sua immagine di potenza militare. Ma la militarizzazione della società causa anche il rifiuto da parte di molti ebrei che considerano Israele una negazione della moralità ebraica – unendosi così al rabbi Teitelbaum nel considerare il sionismo come contrario alla tradizione e ai valori ebraici.
Il sionismo come ideologia nazionale e movimento mondiale
Il sionismo si presenta nel dopoguerra come ideologia nazionale disalvazione per gli ebrei. La Shoah diviene giustificazione per la creazione dello Stato d’Israele, come sostenuto anche dal ministro degli Esteri sovietico Gromyko per argomentare l’ingresso d’Israele all’ONU.
Tuttavia, lo sterminio delle popolazioni ashkenazite aveva privato lo stato ebraico del suo bacino demografico di riferimento. L’opzione di riserva fu quella di rivolgersi agli ebrei provenienti dai paesi arabi – i mizrahim – che fino ad allora erano rimasti ai margini del movimento sionista (negli anni ’30 solo lo 0.3% dei membri dell’Organizzazione sionista mondiale erano ebrei non europei). Ma questa sostituzione etnica non fu senza problemi: per assimilarsi nella società israeliana, ai mizrahim fu richiesto di abbandonare la propria identità culturale e assumere quella ashkenazita, dominante nello Stato-nazione ebraico.
Allo stesso tempo, l’adesione al sionismo è diventata l’opzione di base per l’espressione sociopolitica dell’ebraismo anche nelle comunità della diaspora. La leadership delle organizzazioni ebraiche americane era a lungo rimasta nelle mani delle famiglie di ebrei tedeschi, socialmente affermati e antisionisti. L’arrivo in America degli ebrei russi e la loro progressiva integrazione sociale hanno portato queste organizzazioni – come l’Anti Defamation League– su posizioni più simpatetiche al sionismo. Per molti ebrei americani secolarizzati, oggi, il sostegno allo Stato di Israele è rimasta l’unica espressione quotidiana di identità ebraica.
L’antisionismo ebraico non è mai stato popolare. La prima vittima fu Jacob de Haan, ebreo olandese membro dell’Alleanza ultraortodossa, assassinato nel 1925 dall’Hagana, l’organizzazione militare sionista, mentre organizzava una visita di rabbini antisionisti a Londra. L’antisionismo è oggi assimilato all’antisemitismo: come già sostenuto negli anni ’60 dal ministro degli esteri israeliano Abba Eben, ciò avrebbe portato alla delegittimazione finale dell’opposizione al sionismo.
L’antisionismo dei rabbini chassidici resta un elemento di dissonanza cognitiva per le nuove generazioni di coloni israeliani in Cisgiordania, convinti dell’appropriatezza delle proprie azioni per la tradizione ebraica, che richiede un approfondimento. Un dibattito sull’antisionismo ebraico è oggi più facile in Israele che non in Occidente, dove resta un argomento tabù.
Allo stesso modo, è in corso una transizione generazionale e sociopolitica anche nelle comunità ebraiche della diaspora angloamericana, con una crescita dell’attivismo antisionista ebraico, per motivazioni religiose o politiche e morali. Le posizioni nazionaliste dei governi di destra israeliani degli ultimi vent’anni, sempre più esplicite ed abrasive, risultano infatti alle orecchie dei giovani ebrei in contraddizioni con i valori morali e la tradizione culturale ebraica. I giorni dell’antisionismo ebraico non sono ancora contati.
“È Lui che lasciò liberi i due mari, questo dolce e gradevole al gusto, quello salato e amaro alla lingua, e ha posto tra i due un istmo e una barriera per tenerli separati”. [Sura Al-Furqan 53]
Questo versetto coranico è poi seguito da un altro che descrive la creazione dell’umanità dall’acqua, e Ibn ‘Arabi quindi intende i due mari per riferirsi a due distinti gruppi di persone. Noi – che siamo fatti d’acqua – dobbiamo necessariamente appartenere all’uno o all’altro dei due mari.
Coloro che trovano la creazione visibile e Dio invisibile rimangono nell’illusione della molteplicità, e così assaporano l’amaro e il sale; coloro che trovano la Realtà dell’Unità percepiscono Dio direttamente e assaporano dolcezza e piacere. L’istmo o barriera che separa i due è FURQAN, la capacità di distinguere la Realtà dall’illusione, l’Unità dalla molteplicità. –
Stephen Hirtenstein,la vita spirituale e il pensiero di Ibn ‘Arabi
Preoccuparsi è dare importanza al problema. “Ciò che ti preoccupa, ti domina.” Non possiamo servire due padroni (mente e spirito). O c’è fede e fiducia in un potere superiore oppure ci affidiamo esclusivamente a noi stessi.. Ciò che la maggior parte non capisce è che questa è una lotta di potere. La lotta è reale finché non ci rendiamo conto in qualsiasi momento che possiamo liberarci dal peso del mondo sulle nostre spalle. Continuerai a lottare se hai una reazione emotiva a tutto. Sii calmo nella mente. Abbi fiducia nello spirito. Affidati all’Universo. Impara a lasciare andare. L’unico controllo che hai è l’autocontrollo. “L’ego è un velo tra gli esseri umani e Dio.”
Quanto accaduto in Russia lo scorso fine settimana (23 Marzo 2024 NdR) non è stato un atto schizofrenico. L’attacco non è stato solo un evento isolato, ma riflette la postura che una certa parte del mondo islamico (l’Isis-Korasan) ha nei confronti di Putin.
È un segnale che le tensioni latenti non si sono mai sopite. La pandemia, giustamente, ha monopolizzato l’attenzione mediatica, ma questo non significa che i problemi precedenti siano stati risolti; piuttosto, hanno solo cambiato la loro posizione nell’agenda dei media. I legami tra il Cremlino e le varie fazioni islamiche, inclusi il sostegno alla Siria, gli accordi con l’Iran, in Africa e con parti dei talebani ostili all’ISIS in Afghanistan, hanno di fatto reso la Russia un bersaglio ineludibile; di fatto, Putin, che intende destabilizzare le democrazie occidentali e portare la guerra in Europa, si trova a dover convivere una clima di insicurezza e incertezza percepiti internamente. Le conseguenze di questo attacco vanno purtroppo ben oltre i confini russi. Innescano processi emulativi che potrebbero verificarsi nei paesi occidentali e si aggiungono alla complessa situazione geopolitica mondiale. Il rischio di un’escalation è reale, e se ciò accadesse, potremmo trovarci sempre più vicini a una situazione simile a quella della “pistola di Sarajevo”.
Un importante momento per gli investimenti internazionali si è svolto in questi giorni a Pechino durante il China Development Forum. Un’occasione unica, che ha riunito i leader delle principali aziende mondiali nella Repubblica Popolare Cinese. Con la partecipazione di oltre cento dirigenti e investitori stranieri, tra cui il CEO di Apple, Tim Cook, e il premier cinese Li Qiang, è stato un appuntamento di rilevanza storica. Il Premier cinese ha annunciato l’intenzione di introdurre nuove regole per favorire gli investimenti stranieri, aprendo le porte a una crescita di alta qualità basata sui consumi interni. Prima del Forum, il ministro del Commercio cinese si è incontrato con dirigenti di aziende leader come Apple, SK Hynix, Micron Technology e Pfizer, testimonianza della imprescindibilità del mercato cinese per queste imprese e viceversa. Intanto, però, la Cina ha introdotto delle nuove linee guida che comporteranno l’eliminazione graduale dei microprocessori statunitensi di Intel e AMD dai computer e server governativi. È possibile che la misura colpirà anche i sistemi operativi di Windows, riporta il Financial Times. L’obiettivo è sostituirli con prodotti Made in China. Insomma, indicazioni che vanno in direzioni divergenti quando invece abbiamo bisogno di una franca collaborazione internazionale orientata alla reciprocità e dell’apertura dei mercati. Guardiamo con interesse agli sviluppi futuri e all’impatto di queste nuove regole sugli investimenti globali. Dobbiamo tutti sperare che una qualche forma di coordinamento si riesca a trovare: in nome di un obiettivo di crescita economica oggi necessario più che mai.
Nel corso dell’incontro giovedì a Teheran con Ismail Haniyeh, capo dell’ufficio politico del movimento di Resistenza Hamas, il portavoce del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sottolineato che l’intero mondo islamico ha il dovere di sostenere Gaza. Ghalibaf ha ricevuto Haniyeh nel Baharestan di Teheran, dove si trova il parlamento iraniano.
“Il vincitore finale di questa battaglia è la parte che oppone più resistenza”, ha inoltre affermato, aggiungendo che non solo i gruppi della Resistenza in Palestina hanno mostrato una grande forza nei sei mesi successivi all’inizio dell’invasione di Gaza da parte del regime sionista, ma anche la gente comune li ha sostenuti dimostrando grande fermezza di fronte alle difficoltà.
Haniyeh, da parte sua, ha espresso gratitudine per il sostegno della Repubblica Islamica dell’Iran ai palestinesi e ha notato che i palestinesi hanno mostrato una grande Resistenza negli ultimi sei mesi. L’alto funzionario di Hamas ha affermato che i palestinesi continueranno a resistere all’occupazione, sottolineando che il nemico non è riuscito a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi nella battaglia di Gaza.
Secondo Haniyeh, Gaza è in prima linea nella Resistenza contro il regime sionista. I nemici cercano di rimuovere Gaza dall’Asse della Resistenza e portarla nell’”Asse del Compromesso”.
Haniyeh è arrivato a Teheran martedì ed è stato ricevuto da Hossein Amir-Abdollahian, il ministro degli Esteri iraniano. L’alto funzionario di Hamas e la delegazione che lo accompagna sono stati ricevuti dal leader della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei.