Non c è niente da fare: prima o poi il Mar Rosso si divide in 2: da una parte gli umani terrestri, dall’altra gli umani in penombra, e in mezzo la strada dritta di coloro che percepiscono la Luce in sè anche se ancora non del tutto risplendente.
È la selezione obbligatoria più dura che ci sia.
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Qualcuno dirà che il mio è un giudizio temerario, ma più tempo passa, più non riesco a considerare come “umani” coloro che vivono senza un’apertura trascendente. Non parlo nemmeno dell’appartenenza ad una Via religiosa o spirituale; ma come fai a vivere senza nemmeno porti delle domande fondamentali? Come fai a vivere per svegliarti, crescere, accoppiarti, evacuare, morire? Perché sei nato donna o uomo e non bonobo o gallina?
A me a volte mi sembra ormai di camminare in una gabbia di scimmie che litigano una vita intera per le banane e si tirano palline di merda addosso. Ho il serio dubbio che una parte dei bipedi nostri simili siano davvero umani …è una banale presa d’atto.
Non ho più voglia di parlare con le scimmie, se devo parlare voglio davanti esseri umani: buoni o cattivi ma umani.
Per il resto, francamente, cani e gattini sono ben più piacevoli e anche nobili.
“Non mi preoccupo per la persona che riflette, anche se sta sulla strada sbagliata, perché comunque ritornerà verso la Verità… Invece mi preoccupo per la persona che sta sulla strada giusta ma che non riflette, perché rimarrà come una pagliuzza costantemente in preda al vento.” (Mohammad Al-Ghazali).
Dio ci ha circondati di segni e di indicazioni. Nel sacro Corano, per 16 volte, Dio usa l’espressione “i dotati d’intelletto” per indicare una particolare categoria di esseri umani che si sforzano costantemente di cercare la Verità e la Scienza, e proprio per costoro ha posto le Scritture e i segni “come direzione e monito”.{40:54.)
“Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività”.
Giambattista Vico (1668-1744) è stato uno dei più grandi filosofi italiani di tutti i tempi, eppure è ancora poco conosciuto e apprezzato dal grande pubblico. La sua opera più famosa, “La Scienza Nuova”, è un capolavoro di erudizione, fantasia e intuizione, in cui Vico propone una visione originale e rivoluzionaria della storia, della cultura e della conoscenza umana.
Vico fu il primo a concepire l’idea della pluralità delle culture, cioè il fatto che ogni popolo ha il suo modo di pensare, di esprimersi, di credere, di agire, che non può essere ridotto a una legge universale o a un modello razionale. Questo significa che il suo pensiero è in sé anti-totalitario, perché riconosce il valore e la dignità di ogni forma di vita umana, senza imporre una verità assoluta o una morale superiore.
Vico fu anche colui che vide i limiti del sapere scientifico, che si basa sull’osservazione e sulla misurazione dei fenomeni naturali, ma che non può spiegare il senso e il significato delle opere umane, come la poesia, la religione, il diritto, la politica. Per questo, Vico propose una scienza nuova, basata sul principio che l’uomo può conoscere solo ciò che ha fatto, cioè le sue creazioni culturali, che sono il frutto della sua fantasia e della sua ragione.
Vico fu infine colui che creò l’estetica, l’antropologia, la sociologia, la mitologia, e che anticipò molti concetti e problemi che saranno sviluppati solo secoli dopo da altri filosofi, come Kant, Hegel, Croce, Gentile, Berlin. Per questo, Vico può essere considerato un genio, un profeta, un miracolo della cultura italiana.
A rendere omaggio a questo grande pensatore è Marcello Veneziani, che ha scritto “Vico dei Miracoli”, un libro appassionato e appassionante, in cui racconta la vita e l’opera di Vico seguendo le sue tracce nei luoghi in cui visse e insegnò, a Napoli e a Vatolla, e mettendo in luce le sue intuizioni miracolose, che lo hanno reso un precursore dell’ermeneutica, della filosofia della storia, della critica della modernità.
Veneziani scrive con stile chiaro e coinvolgente, senza rinunciare alla profondità e alla competenza filosofica, e riesce a trasmettere al lettore la sua ammirazione e il suo entusiasmo per Vico, invitandolo a scoprire o a riscoprire un autore che ha molto da insegnarci ancora oggi, in un’epoca di crisi e di confusione dei valori e delle identità.
“Vico dei Miracoli” è un libro che merita di essere letto e diffuso, perché restituisce a Vico il ruolo di grande maestro del pensiero italiano, e perché ci offre una chiave di lettura della nostra storia e della nostra cultura, che non può prescindere dalla ricchezza e dalla diversità delle esperienze umane.
Nell’epoca dove vige il principio “siamo tutti ugualì”, il Kali Yuga, una delle caratteristiche è la messa in discussione del principio di Autorità. In una comunità esoterico-tradizionale ciò sarebbe inammissibile in quanto basata sul riconoscimento dell’esistenza di una “Aristocrazia dello Spirito” alla quale chiunque può accedere per gradi, a condizione di riconoscere l’autorità spirituale di chi è più avanti sul Sentiero. La frase che riportiamo è tratta da “Gli uomini e le rovine” di Julius Evola (1898-1974), filosofo, pittore, poeta, scrittore ed esoterista italiano.
“Dovete capire che le persone che conoscete vivono nei loro sogni e non hanno nessun nesso con la realtà. Chiunque abbia un contatto qualsiasi con la realtà viene definito “un idiota”. La parola idiota ha due significati: il significato vero che le fu attribuito dagli antichi saggi era “essere se stessi”. Un uomo che è se stesso sembra e si comporta come un matto per coloro che vivono nel mondo delle illusioni: sicchè quando chiamano idiota un uomo, intendono dire che egli non condivide le loro illusioni. Chiunque decida di lavorare su se stesso è un idiota in entrambi i sensi. I saggi sanno che egli è in cerca della realtà. I pazzi ritengono che abbia perduto il ben dell’intelletto. Si suppone che noi che siamo qui siamo in cerca della realtà e, così, saremmo tutti idioti: ma nessuno ti può far diventare idiota. Devi decidere da te.”
G.I. Gurdjieff
LAVORARE SU SE’ STESSI PER NON CADERE IN ILLUSIONI
L’Uovo Cosmico è uno dei simboli più importanti della mitologia comparata, esistente in numerosi miti della creazione attraverso diverse tradizioni culturali. Sebbene non sia menzionato nella Teogonia di Esiodo, l’uovo è una caratteristica distinta nella cosmogonia della tradizione orfica dell’antica Grecia. Si credeva che l’Uovo Orfico, dal nome di Orfeo, il mitico poeta e fondatore dei Misteri Orfici, fosse la prima scintilla da cui fu creato l’universo.
“L’uovo è un germe di vita dall’alto significato simbolico. Non è solo un simbolo cosmogonico, è anche “filosofico”. Come il primo è l’Uovo Orfico, l’inizio del mondo; come quest’ultimo, l’uovo filosofico dei filosofi naturali medievali, il vaso da cui, alla fine dell’opus alchymicum, emerge l’homunculus… l’uomo spirituale, interiore e completo”.
– C. G. Jung, Archetipi dell’inconscio collettivo
Secondo l’Orfismo, all’inizio c’era solo l’oscurità, e non esisteva nulla tranne due serpenti alati, Chronos (la personificazione del tempo) e Ananke (la personificazione dell’inevitabilità e della necessità), che insieme produssero l’Uovo Cosmico. Uno dei serpenti si avvolse quindi attorno all’uovo sinché non si schiuse la divinità ermafrodita Phanes, dalle ali dorate e illuminata, chiamata anche Protogonus che si traduce in “primogenito”. Phanes creò il cielo dalla metà superiore del guscio e la terra dalla metà inferiore, assegnando al mondo la posizione del sole, della luna e delle stelle, e producendo da sé tutti gli altri Dei. È rappresentativo del Sole, “[portando] luce nell’oscurità e ordine fuori dal caos”. (Joscelyn, I misteri orfici, p.25)
“L’antico simbolo dei Misteri Orfici era l’uovo avvolto dal serpente, che significava il Cosmo circondato dall’ardente Spirito Creativo. L’uovo rappresenta anche l’anima del filosofo; il serpente, i Misteri. Al momento dell’iniziazione, il guscio si rompe e l’uomo emerge dallo stato embrionale dell’esistenza fisica in cui era rimasto durante il periodo fetale della rigenerazione filosofica”.
– Manly P. Hall
Jung, che studiò e scrisse sull’orfismo nella sua opera Trasformazione e simboli della libido, sarebbe poi arrivato a incorporare questo apprendimento nel suo sforzo rituale per far rivivere il dio orfico Phanes, portando nella coscienza secolare un’immagine rinnovata di Dio. Attraverso la sua esplorazione del confronto dell’ego umano con la modernità scientifica, come dettagliato nel Libro Rosso, Jung arriva a vedere Phanes come la luce di una nuova coscienza e una splendente fonte di energia spirituale.