LA REALTA’ DEL REGNO DI DIO

a cura di Marco Marsili

Gesù il Cristo: “IL REGNO DI DIO È DENTRO DI VOI.”

Buddha Shakyamuni: “Dal paradiso di Brahmā giù fino alle radici degli alberi che circondano il mondo con i loro rami, ciò che io insegno è: tutto è nient’altro che Mente.”

www.dalcieloallaterra.com

LA REALTA' DEL REGNO DI DIO
LA REALTA’ DEL REGNO DI DIO

LA MAGIA

a cura di Vincenzo Di Maio

Per la maggior parte degli esseri umani, la parola “magia” è una parola inquietante. Quanti inorridiscono quando si pronuncia questa parola davanti a loro! Eppure, tutti fanno magia; sì, inconsciamente, non si fa altro che questo. In base alle leggi della Giustizia divina, ogni cattivo pensiero e ogni cattivo sentimento sono già magia nera, poiché sporcano e disgregano qualcosa. Viceversa, tutto ciò che armonizza, costruisce, abbellisce e illumina rientra nella categoria della magia bianca.

Allora, piuttosto che strepitare quando sentono parlare di magia, gli esseri umani farebbero meglio a prendere coscienza dell’importanza di tutte le proprie manifestazioni. Sì, poiché si vedono molte persone che non hanno mai aperto un libro di magia nera e non credono neppure che la magia nera sia possibile, ma che, con il loro comportamento, i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro parole, sono in realtà dei veri e propri maghi neri.*

Omraam Mikhaël Aïvanhov

LA MAGIA
LA MAGIA

LA MAGIA E’ UN COSTRUTTO DI PAROLE?

a cura di Realtà inganno e manipolazione

“Gli arconti sanno duplicare la realtà ed in questo modo creano un duplicato di falsa realtà. Vollero ingannare l’essere umano, perché essi videro che egli aveva la stessa origine di quelli che sono veramente buoni. Essi presero il nome delle cose che sono buone e lo diedero alle cose che non sono buone, per potere, per mezzo dei nomi, ingannare gli uomini e legarli alle cose che non sono buone. E poi, se essi fanno loro un favore, li allontanano da ciò che non è buono e li collocano in ciò che è buono, quello che essi conoscono. Perch’essi hanno deliberato di prendere l’uomo libero e fare di lui un loro schiavo, per sempre. I nomi che vengono dati alle cose terrestri racchiudono un grande inganno, perché distolgono i cuori da concetti che sono autentici verso concetti che non sono autentici. Chi sente la parola “Dio” non intende ciò che è autentico, ma intende ciò che non è autentico. Così pure per “Padre” e “Figlio” e “Spirito Santo” e “Vita” e “Luce” e “Resurrezione” e tutti gli altri nomi non s’intende ciò che è autentico, ma s’intende ciò che non è autentico. A meno che non si sia venuti a conoscenza di ciò che è autentico, questi nomi sono nel mondo per ingannare.”
(Vangelo apocrifo di Filippo – verso “13” – Vangelo Gnostico)

“Il vero segreto della magia è che il mondo è fatto di “parole.” Se si conoscono le parole di cui il mondo è fatto, si può farne quello che si vuole.”
(Terence McKenna)

“Colui che è libero dalla bramosia e dall’attaccamento, comprende il significato delle parole e sa servirsene, viene detto “grande saggio,” “grande uomo.” Questo è il suo ultimo corpo.”
(Buddha)

LA MAGIA E' UN COSTRUTTO DI PAROLE?
LA MAGIA E’ UN COSTRUTTO DI PAROLE?

Rigenerazione Evola: Il “Buddhismo aristocratico” di Julius Evola

a cura della Redazione

4 Marzo 2024

Proponiamo oggi lo scritto a firma di Jean Varenne (1926-1997), orientalista, storico delle religioni e indologo francese, tra i più importanti studiosi delle religioni dei popoli indoeuropei, che introduceva la quarta edizione del celebre saggio sull’ascesi buddhista di Julius Evola “La dottrina del risveglio”, uscito in prima edizione per Laterza nel 1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Con questo scritto inauguriamo un filone che vi terrà compagnia per diverso tempo, dedicato periodicamente ad approfondimenti che Evola dedicò alle principali forme spirituali all’Estremo Oriente: il Buddhismo, in particolare nella sua declinazione Zen, ed il Taoismo, con cenni dedicati anche alla Cina, alla via del samurai e quindi al Bushido, e così via. Non mancheranno riferimenti alle applicazioni di queste forme spirituali in dominii specifici, quale ad esempio quello dell’idea di Stato e di Impero, e avremo modo anche di proporvi un altro articolo sempre di Jean Varenne, molto meno noto dell’altro, sulla figura e le opere di Evola, partendo dall’angolo visuale del Tantrismo.

Il “Buddhismo aristocratico” di Julius Evola
Il “Buddhismo aristocratico” di Julius Evola

di Jean Varenne

(introduzione a “La Dottrina del Risveglio”; traduzione di Luciano Arcella)

Era il 1943 quando Evola pubblicava La Dottrina del Risveglio, ossia un momento in cui la storia compiva una tragica svolta, in particolare per l’Italia, dove lo scoppio di una guerra civile delle più crudeli si innestava su un conflitto mondiale che pareva suonare la campana a morto della cultura europea. Intere città, trasformate in roghi, avevano cessato di esistere, e questo non era che il preludio all’imminente apocalisse… In questa atmosfera tragica, in cui si sarebbe atteso da parte degli intellettuali un atteggiamento combattivo, fondato sui valori dell’azione, del coraggio e dell’eroismo, Julius Evola dava da leggere al suo pubblico un libro sul Buddhismo! Tenuto conto dell’immagine che l’Occidente si era fatta delle tradizioni orientali e più in particolarmente dell’insegnamento di Shâkya Muni, si può pensare che tra i numerosi lettori potenziali di un’opera così inattesa in un periodo cruciale della storia d’Italia, ci dovette essere chi vide in questo “saggio sull’ascesi buddhista” una sorte di provocazione! Tanto più che le origini aristocratiche dell’autore non sembravano affatto predisporlo particolarmente ad interessarsi di una religione in cui i monaci, estraniati dal mondo, svolgono il ruolo preponderante.

Si trattava in effetti di un malinteso. Ci si dimenticava ad esempio che il futuro Buddha era anch’egli di discendenza nobile. O più esattamente, era figlio di re e principe ereditario, ed era stato allevato nella prospettiva che un giorno avrebbe ereditato la corona. Gli era stato insegnato il mestiere delle armi e l’arte del governare e, all’età giusta, si era sposato ed aveva avuto un figlio. Tutte cose che, si vede, evocano più la formazione fisica e mentale di un futuro samurai che quella di un seminarista che si prepara a prendere gli Ordini. Un uomo come Julius Evola era dunque particolarmente adatto a dissipare un tale errore.

E lo fa su due fronti: da una parte non cessa di ricordare nel suo libro quelle che furono le origini di Buddha, il principe Siddhârtha, destinato al trono di Kapilavastu; d’altra parte si impegna a mostrare che l’ascesi buddhista non è una rassegnazione pusillanime dinanzi alle disgrazie della vita, ma un combattimento che per essere d’ordine spirituale non è meno eroico di quello di un cavaliere sul campo di battaglia. Come dice lo stesso Buddha (Mahâvagga: 2, 15): “Meglio morire combattendo che vivere da vinto”. Tale risoluzione è in assonanza con l’ideale di Evola, di trionfare sulle resistenze naturali, al fine di pervenire al Risveglio attraverso la meditazione; tuttavia è bene notare che il vocabolario guerriero è contenuto negli scritti più antichi del Buddhismo, ossia quelli che riflettono meglio l’insegnamento vivo del Maestro. Evola si prodiga instancabilmente per cancellare questa immagine fiacca e sbiadita che l’Occidente si è creata di una dottrina che, all’origine, si voleva fosse aristocratica e riservata a dei “campioni”.

Si sa in effetti che dopo Schopenhauer, nella cultura occidentale si è diffusa l’idea che il Buddhismo insegnasse una rinuncia al mondo intesa quale atteggiamento passivo: “lasciamo che le cose vadano come vanno, tanto non ci riguardano”. Visto che in questo mondo inferiore “tutto è male”, il saggio è colui che, come Simeone lo Stilita, si ritira, se non sopra una colonna, per lo meno in un isolato luogo di meditazione. E l’immagine più corrente che ci facciamo dei buddhisti è quella di monaci con vesti arancioni e che mendicano il loro cibo. Essi non fanno altro, così si crede, che recitare testi appresi a memoria, visto che la vera preghiera è proibita, per cui la loro religione appare in realtà come una forma di ateismo.

Evola ha un buon gioco nel mostrare che questa visione è profondamente falsata da una serie di pregiudizi. Passività? Inazione? Tutto al contrario, il Buddha non cessa di esortare i discepoli a “operare per la vittoria”, e lui stesso, alla sera della sua vita, potrà dire con fierezza: katam karanîyam, “quel che dovevo fare l’ho fatto”! Pessimismo? È vero che il Buddha, riprendendo una formula del Brahmanesimo, religione nella quale era stato allevato prima della sua partenza da Kapilavastu, afferma che sulla terra “tutto è sofferenza”. Ma se è così, egli chiarisce, è perché attendiamo che i nostri atti ci portino immediatamente benefici concreti: i combattimenti rischiano la loro vita per brama di saccheggio e per il piacere della gloria. Essi vengono immancabilmente disillusi: il bottino è magro e viene ben presto dissipato; la gloria appassisce rapidamente… Ma se si prende coscienza di questo stato di fatto (ecco un aspetto del Risveglio), il pessimismo si dissipa, in quanto la realtà è quella che è, né buona né malvagia di per sé. Essa si inscrive nel divenire che non può essere interrotto. Bisogna dunque vivere e agire con la consapevolezza che per noi deve contare solo l’istante. Pertanto il dovere (il dhamma) si afferma come l’unico riferimento valido: “fa’ ciò che devi”, ossia: “fa’ sì che il tuo agire sia totalmente disinteressato”.

Si indovina che Evola non compie alcuna fatica a mostrare come questo ideale fosse anche quello dei cavalieri erranti del nostro Medioevo, che mettevano la loro spada al servizio di ogni nobile causa senza attendersi alcun compenso. Essi combattevano perché un giorno erano stati preparati per rendere tale servigio e non per arricchirsi spogliando i loro avversari. Erano dunque pessimisti? Certamente no, se alla conclusione della loro vita potevano dire, così come il Buddha: “Quel che dovevo fare, l’ho fatto!”. Neppure erano ottimisti, visto che il principio “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi” non è meno illusorio del suo contrario.

Infine, il termine “ascesi” è anch’esso suscettibile di generare errori in chi osservi il Buddhismo dall’esterno. Evola ricorda a tale proposito che il senso originario di questa parola è “esercizio pratico”, “disciplina”; si potrebbe anche dire “apprendimento”. Non certo, come siamo propensi a credere, una volontà di mortificazione legata all’idea di penitenza, spingentesi, ad esempio, sino all’autoflagellazione, per cui “bisogna soffrire per espiare i propri peccati”, ma una scuola per la volontà, un eroismo puro (ossia disinteressato) che Evola, conoscitore in materia, paragona allo sforzo dell’alpinista. Per il profano la scalata è uno sforzo inutile, per l’arrampicatore è una sfida che egli lancia a se stesso al solo scopo di mettere alla prova il suo coraggio, la sua perseveranza e, eventualmente, il suo eroismo. Si ha in ciò un atteggiamento che il Brahmanesimo conosceva anche sotto certe forme di Yoga, specialmente quelle tantriche. A questo Evola qualche anno prima aveva dedicato il libro L’uomo come potenza (1926).

In ambito spirituale il modo di procedere è lo stesso. Il Buddha, si sa, è stato tentato, ad un certo punto, da una forma di ascetismo simile a quella di un eremita del deserto: digiuni prolungati, pratiche tendenti a “spezzare la resistenza del corpo”, ecc. Ma è diventato veramente se stesso, ha ottenuto il Risveglio, solo quando ha compreso che questa via era senza uscita. Con grande scandalo dei suoi primi discepoli, ha smesso di mortificarsi, mangiando per soddisfare la sua fame e tornando a mescolarsi al mondo degli uomini. Ma da allora incominciò ad agire con distacco: il mondo non aveva più presa su di lui che era divenuto un “eroe”, come avrebbero detto i Greci antichi, ovvero: quasi un dio.

Tale è il significato profondo dell’insegnamento del principe Siddhârtha, divenuto “il Risvegliato” (il Buddha) o “l’asceta uscito dalla dinastia reale Shâkya” (Shâkya Muni). E tutto il valore del libro di Evola sta nel mettere in evidenza questo Buddhismo autentico. Egli lo fa utilizzando massivamente le fonti originali, quelle raccolte nel canone in lingua pâli, la stessa lingua utilizzata da Buddha nella sua predicazione. Ma si tratta sempre di una erudizione tenuta sotto controllo, che non è fine a se stessa, come accade sovente per gli specialisti, ma che svolge il suo ruolo, essenziale ma subalterno, di mezzo, di mezzo dimostrativo. L’opera di Evola, come egli stesso indica nel titolo, è un “saggio”, un compendio, non una summa. Non è una storia del Buddhismo primitivo, ma una riflessione sulla vera natura dell’ascesi buddhista e sulla sua possibile integrazione nel mondo moderno.

Chi può sapere che cosa pensasse Evola quando scriveva questo libro? Da parte mia sono propenso a credere che, presentendo la tragedia imminente, egli desiderasse illustrare la virtù della perseveranza e della fedeltà, anche in un combattere senza via d’uscita. E quando egli riceveva a Vienna nel 1945 la terribile ferita che lo avrebbe immobilizzato per i trent’anni che gli rimanevano da vivere, si può credere che, superando le sue sofferenze e il suo disappunto di non poter più scalare le cime da cui era sempre stato attratto, egli si sia detto che in ogni caso aveva fatto quel che doveva fare, essendo nato in tale giorno ed in tale luogo: testimoniare la verità. E se, per disgrazia, in questa età oscura, in cui l’universo precipita verso la fine (necessaria perché appaia un mondo nuovo, secondo la dottrina ciclica dei tempo), non si è capaci di ricevere una simile testimonianza che cosa importa? Come ha detto lo stesso Buddha: “Colui che si è ridestato è simile al leone che ruggisce verso le quattro direzioni dello spazio”. Chi può sapere dove e come echeggerà questo ruggito? In ogni modo, è il ruggito di un vincitore e ciò è quel che soltanto conta.

Tratto da: Azione Tradizionale

COSCIENZA: NATURA PROPRIA DELLA MENTE

di Luca Rudra Vincenzini

“La Coscienza, che è la natura propria (svarūpa, della mente), nella forma della Dea Kuṇḍalinī appare nel corpo, manifestandosi come le lettere”, Śāradā-stotram.

Il potere fonatorio può legare e può rendere liberi. Oggi anche la scienza (PNL, programmazione neurolinguistica) ha confermato che per mezzo del linguaggio possiamo guarire, attivando le funzioni vitali e dando i giusti comandi al subconscio, oppure ammalarci, innescando un asset autopunitivo. Da come parlano le persone di medio/bassa evoluzione (paśu) si può capire quale spartito stiano interpretando. Quando ci si trova di fronte ad una persona votata all’autopunizione, l’importante è non cedere allo stesso schema comportamentale. Dissimulare a parole è relativamente semplice, il corpo però tradisce il camuffamento dello schema autopunitivo, svelandoci chi abbiamo realmente davanti. L’osservazione permette di mantenere la giusta distanza.

Quanto a noi, il linguaggio contribuisce prima a rendere migliore e più propositivo il discorso interiore che portiamo inconsciamente avanti ogni giorno e, poi, a lasciare la presa in favore del silenzio meditativo. È utile, infine, sostituire la ripetizione dei mantra al chiacchiericcio mentale che si muove in sottofondo dietro le quinte della mente cosciente.

COSCIENZA: NATURA PROPRIA DELLA MENTE
COSCIENZA: NATURA PROPRIA DELLA MENTE

Consiglio dei Guardiani: potente organismo di controllo iraniano

a cura della Redazione

12/03/2024

Il Consiglio dei Guardiani, chiamato anche Consiglio Costituzionale, è un consiglio di 12 membri costituzionalmente nominato che esercita un potere e un’influenza considerevoli nella Repubblica Islamica dell’Iran.

Il Consiglio dei Guardiani è uno dei più importanti organi decisionali e di supervisione dell’establishment islamico iraniano, che ha potere di veto sulla legislazione approvata dal parlamento (Majlis) al fine di garantire che i progetti di legge in parlamento non violino le leggi islamiche e la Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran.

Pertanto, il Consiglio dei Guardiani, che è attualmente alla sua settima edizione, è stato creato per garantire che le legislazioni siano islamiche e per assicurarsi che la Costituzione e la sovranità del Vali Faqih siano protette.

Come vengono nominati i membri del Consiglio

Secondo la costituzione iraniana, il consiglio è composto da sei faqih islamici, nominati dal leader della Rivoluzione Islamica, e da sei giuristi nominati dal capo della magistratura. Inoltre, il licenziamento e l’accettazione delle dimissioni dei faqih del Consiglio dei Guardiani spetta al Leader, e l’accettazione delle dimissioni dei giuristi spetta al capo della magistratura e al presidente del Parlamento.

L’adesione ha una durata di sei anni scaglionata: metà dell’iscrizione cambia ogni tre anni. Giurisprudenza, giustizia e “consapevolezza dei bisogni attuali e delle questioni attuali” sono le condizioni che i Faqih devono soddisfare nel Consiglio dei Guardiani. La condizione per scegliere sei giuristi è essere avvocato e musulmano.

Struttura del Consiglio

Il Consiglio dei Guardiani ha un segretariato e organizzazioni amministrative specializzate e ha un segretario, un deputato e un portavoce eletti per un anno. Il segretario e il supplente devono essere membri, ma il relatore può essere scelto al di fuori dei membri del consiglio.

Le riunioni del Consiglio dei Guardiani si tengono due giorni alla settimana. In alcuni casi, se necessario, si tengono riunioni straordinarie. Le riunioni del Consiglio dei Guardiani sono formalizzate con la partecipazione di sette membri, ma in casi urgenti o di votazione devono essere presenti nove membri. Le riunioni dei giuristi del Consiglio sono riconosciute con la partecipazione di quattro di essi alla seduta.

Funzioni e autorità del Consiglio dei Guardiani

Secondo la Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, il Consiglio dei Guardiani ha diverse funzioni e autorità, alcune delle quali sono responsabilità di tutti i membri, ma altre ricadono sotto l’autorità solo dei giuristi. Le funzioni di questo consiglio sono:

1. Autorità legislativa per determinare la conformità della legislazione con la Sharia: tutte le leggi e i regolamenti civili, penali, finanziari, economici, culturali, militari, politici, ecc. devono essere basati sulla Sharia islamica ed è responsabilità del Consiglio dei Guardiani che controlla l’interpretazione dei valori islamici nel diritto iraniano. Qualsiasi disegno di legge approvato dal Majlis deve essere rivisto e approvato dalla maggioranza dei giuristi del Consiglio dei Guardiani. In linea con questa responsabilità del Consiglio, nel 2001 è stata istituita l’”Assemblea consultiva giurisprudenziale” per fornire pareri consultivi al Consiglio dei Guardiani e aiutare nell’esame delle questioni giurisprudenziali.​

2. Conformità delle leggi con la Costituzione: è responsabilità dei membri del Consiglio dei Guardiani verificare che le leggi e i progetti di legge approvati dal Parlamento non siano contrari alla Costituzione. Se il Consiglio ritiene che qualche disegno di legge del Parlamento sia contrario alla Costituzione, il disegno di legge verrà restituito al Parlamento per la revisione e l’emendamento e, se il Parlamento non è d’accordo con il disegno di legge, verrà inviato al Consiglio di Opportunità. In ogni caso, spetta al Consiglio dei Guardiani decidere se le leggi e i regolamenti sono conformi alla Sharia. Anche il monitoraggio della conformità delle legislazioni parlamentari alla Sharia è deciso dal Consiglio.

​3. Autorità giudiziaria per interpretare la Costituzione: l’interpretazione della Costituzione rientra nella giurisdizione del Consiglio dei Guardiani e l’interpretazione del Consiglio dei Guardiani è considerata valida quanto la Costituzione originale.

4. Autorità elettorale di supervisione dell’Assemblea degli Esperti, dell’Assemblea Presidenziale, del Parlamento e del referendum: questa supervisione comprende tutte le fasi dell’elezione – dalla fase di registrazione dei candidati e verifica delle qualifiche fino all’ultima fase.

5. Partecipare ad alcune cerimonie e concili: secondo la costituzione, i membri del Consiglio dei Guardiani sono tenuti a presenziare ad alcune cerimonie e sono anche membri di alcuni consigli. Questi sono i seguenti:

5.1. Presenti all’inaugurazione presidenziale:

Secondo l’articolo 121 della Costituzione, è richiesta la presenza dei membri del Consiglio dei Guardiani alla cerimonia di insediamento del Presidente.

5.2. Partecipano alle sessioni del Parlamento:

Secondo l’articolo 97 della Costituzione, per accelerare il processo di approvazione delle leggi, i membri del Consiglio dei Guardiani possono partecipare alla sessione del Parlamento quando discutono un disegno di legge o una mozione giudiziaria. Tuttavia, durante l’approvazione immediata di mozioni e progetti di legge, i membri del Consiglio dei Guardiani devono presentarsi in Parlamento ed esprimere il loro punto di vista.

5.3. Partecipazione alla riunione del Consiglio di revisione della Costituzione:

Secondo l’articolo 177 della Costituzione, tutti i membri del Consiglio dei Guardiani sono membri del Consiglio di revisione costituzionale.

5.4. Partecipare alla riunione del consiglio direttivo temporaneo:

Secondo l’articolo 111 della Costituzione, se il leader dell’Iran è temporaneamente incapace di svolgere le sue funzioni a causa di malattia, ecc., e anche al momento della sua morte, dimissioni o licenziamento del leader da parte dell’Assemblea degli esperti, fino all’introduzione del nuovo Leader, un consiglio composto dal presidente, dal capo della magistratura e da uno dei faqih del Consiglio dei Guardiani, selezionato dal Consiglio di Opportunità, svolgerà temporaneamente tutte le funzioni del Leader.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Consiglio dei Guardiani: potente organismo di controllo iraniano
Consiglio dei Guardiani: potente organismo di controllo iraniano

OPERAZIONE AL-AQSA FLOOD: LA SCONFITTA DEL VINCITORE

Di Jacques Baud, thepostil.com

Siamo lieti di presentarvi questo estratto dell’ultimo libro del Colonnello Jacques Baud, che tratta del genocidio di Gaza attualmente in corso da parte di Israele. Il libro si intitola “Operazione Al-Aqsa Flood: La sconfitta del vincitore”.

Apparato dottrinale inadeguato a un conflitto asimmetrico

La Dottrina BETHLEHEM

Questa dottrina è stata sviluppata da Daniel Bethlehem, consulente legale di Ben-jamin Netanyahu e poi del Primo Ministro britannico Tony Blair. Essa postula che gli Stati hanno diritto all’autodifesa preventiva contro un attacco “imminente”. La difficoltà consiste nel determinare la natura “imminente” di un attacco, che implica che l’azione terroristica sia vicina nel tempo e che ci sia un corpo di prove che la confermi.

Nel febbraio 2013, NBC News ha pubblicato un “White Pa-per” del Dipartimento di Giustizia che definisce il concetto di “imminente”: “La minaccia imminente di un attacco violento”.

la minaccia imminente di un attacco violento contro gli Stati Uniti non richiede che gli Stati Uniti abbiano la prova che un attacco specifico contro persone o interessi americani avrà luogo nell’immediato futuro.

Mentre il principio appare legittimo, è l’interpretazione della parola “imminente” che pone un problema. Negli ambienti dell’intelligence, l’”imminenza” di un attacco è definita in termini di vicinanza nel tempo e di probabilità che si verifichi. Ma, secondo Daniel Bethlehem, in questo caso non è più così:

Deve essere giusto che gli Stati possano agire per autodifesa in circostanze in cui vi siano prove di attacchi imminenti da parte di gruppi terroristici, anche se non vi sono prove specifiche del luogo in cui avverrà l’attacco o della natura precisa dell’attacco.

In questo modo, un attacco terroristico può essere considerato “imminente”, anche se non si conoscono i dettagli e i tempi. Ciò rende possibile, ad esempio, lanciare un attacco aereo semplicemente sulla base del sospetto di un attacco imminente.

Nel novembre 2008, mentre era in vigore il cessate il fuoco, un raid del commando israeliano ha ucciso sei persone a Gaza. La spiegazione fornita dall’esercito israeliano illustra la dottrina BETHLEHEM:

Si è trattato di un’operazione mirata per prevenire una minaccia immediata […] Non c’era l’intenzione di rompere il cessate il fuoco, piuttosto l’obiettivo dell’operazione era quello di eliminare una minaccia immediata e pericolosa rappresentata dall’organizzazione terroristica di Hamas.

Questa dottrina è simile a quella enunciata nel 2001 da Dick Cheney, allora Vice Presidente degli Stati Uniti, nota anche come “dottrina Cheney” o “dottrina dell’1%”.

Se c’è una probabilità dell’1% che gli scienziati pakistani stiano aiutando i terroristi a sviluppare o costruire armi di distruzione di massa, dobbiamo trattarla come una certezza, in termini di risposta.

È la versione strategica/operativa del “colpo d’anca” del selvaggio West. È sintomatico del modo in cui intendiamo la legge e del modo in cui conduciamo la guerra: senza valori e senza onore.

Il problema della dottrina di BETHLEHEM è che è stata sistematicamente utilizzata da Israele per giustificare le violazioni del cessate il fuoco. Questo vale per le uccisioni extragiudiziali, che non sono considerate violazioni del cessate il fuoco. Uno studio degli attacchi missilistici palestinesi mostra che sono sempre effettuati in risposta a un attacco israeliano, che in genere non appare nei nostri media. Da ciò deriva la nostra percezione che le organizzazioni palestinesi – in particolare la Jihad islamica palestinese e Ha-mas – attacchino volentieri Israele con i loro razzi, e quindi si impegnino in pratiche terroristiche.

Nel suo rapporto di febbraio 2018, il Consiglio per i Diritti Umani (HRC) riferisce che durante le proteste al confine di Gaza (Marce del Ritorno), l’esercito israeliano ha ucciso 183 civili, tra cui 154 disarmati e 35 bambini. Nel febbraio 2019, riferisce che l’esercito israeliano ha sparato “intenzionalmente” a bambini, personale medico (che indossava il distintivo e che è stato colpito alla schiena!), giornalisti e persone disabili. I bambini palestinesi colpiti dai cecchini israeliani con proiettili a frammentazione mentre si trovavano semplicemente davanti al confine a Gaza nel 2018, o i giovani palestinesi ammanettati e bendati colpiti alla schiena nell’aprile 2019, sono crimini di guerra.

I sostenitori di Israele sostengono l’autodifesa, ma questo è fallace, come dimostrano i video pubblicati dalle Nazioni Unite. In primo luogo, perché le vittime si trovavano in una striscia di sicurezza di 150 metri all’interno di Gaza, separata da Israele da una recinzione e da un’ampia barriera, da cui sparano i cecchini israeliani. In secondo luogo, perché gli uccisi erano ‘armati’ solo di pietre e, in terzo luogo, perché alcuni dei colpiti (in particolare bambini) sono stati colpiti alla schiena.

Alla faccia dell’esercito più morale del mondo, a cui le Nazioni Unite hanno chiesto di smettere di sparare ai bambini.

La Dottrina DAHIYA

L’esercito israeliano ignora deliberatamente i principi del diritto internazionale umanitario e applica la “dottrina Dahiya”, elaborata dal Generale Gadi Ei-senkot, ora Capo dello Stato Maggiore. Essa sostiene l’uso della “forza sproporzionata” per creare il massimo danno e distruzione, e considera che “non ci sono villaggi civili, queste sono basi militari… Non è una raccomandazione. È un piano”.

È una dottrina che si presenta come un deterrente, ma contrariamente a quanto afferma Wikipedia, è una tattica che può funzionare solo in un contesto simmetrico, ossia quando l’azione ha un effetto lineare sull’indebolimento dell’avversario. In un contesto asimmetrico, dove la determinazione dei combattenti dipende dalla brutalità dell’avversario, tale distruzione serve solo a stimolare la volontà di resistere e la determinazione a utilizzare un approccio terroristico. Questa è l’essenza della jihad.

In effetti, l’esistenza stessa di questa dottrina dimostra che gli israeliani non sono riusciti a comprendere i loro avversari e la loro logica operativa. Questo spiega perché Israele è l’unico Paese al mondo a non aver imparato il terrorismo in tre quarti di secolo.

Nell’ottobre 2023, verrà applicata la stessa logica. Il quotidiano britannico The Telegraph ha citato il contrammiraglio Daniel Hagari, portavoce dell’esercito israeliano, dicendo che per gli attacchi “l’enfasi è sul danno, non sulla precisione”, con l’obiettivo di ridurre Gaza a una “tendopoli” entro la fine della campagna.

***

La direttiva HANNIBAL

I nostri media non menzionano mai la “direttiva HANNIBAL”, entrata in vigore nel 1986 nell’esercito israeliano, volta a impedire che i prigionieri israeliani fossero usati come merce di scambio dai palestinesi. Stabiliva che i prigionieri dovevano essere distrutti con ogni mezzo necessario (anche a costo della vita del prigioniero stesso e dei civili nell’area). Applicata durante l’Operazione PROTECTIVE EDGE, è stata alla base della distruzione totale di un quartiere di Rafah il 1° agosto 2014, un evento noto in Palestina come Venerdì Nero.

Questa direttiva sembra essere ancora in uso, naturalmente senza molta pubblicità. Questo spiega perché gli israeliani non sono impressionati dagli ostaggi presi da Hamas:

I diplomatici europei sono stati colpiti anche dalla mancanza di interesse del governo israeliano nel dare priorità alla vita degli ostaggi detenuti a Gaza.

Subito dopo l’inizio dell’operazione di Hamas, Israele ha annunciato la morte di 1.400 civili israeliani. Questo numero è diventato un leitmotiv per rifiutare qualsiasi dialogo con Hamas e altri gruppi palestinesi. Ma questo numero è stato rivisto al ribasso dopo che 200 corpi carbonizzati sono stati riconosciuti come quelli dei combattenti di Ha-mas. Poi, il 2 dicembre 2023, è stato nuovamente abbassato a 1.000 in un tweet del governo israeliano.

Un colonnello dell’aviazione israeliana avrebbe in seguito confermato che il 7 ottobre è stato ordinato un “fuoco libero” da parte dell’aviazione, descritto come un “HANNIBAL di massa”.

La direttiva HANNIBAL viene applicata non solo nei casi di presa di ostaggi, ma anche quando i soldati sono a rischio di cattura. Ad esempio, il 24 gennaio 2024, nei pressi di Khan Younès, un carro armato è stato danneggiato dal fuoco dei razzi e l’esercito israeliano non ha potuto avvicinarsi per recuperare i tre uomini dell’equipaggio feriti. Lo staff generale ha quindi preferito bombardare il carro armato e i suoi occupanti, piuttosto che rischiare che cadessero nelle mani di Hamas.

In ogni caso, possiamo vedere che l’esercito israeliano non applica il principio di precauzione né ai palestinesi né ai propri uomini. Si potrebbe dire con un certo cinismo che, almeno qui, i palestinesi e gli israeliani sono trattati in modo uguale.

A metà dicembre 2023, la scoperta di tre corpi in un tunnel a Gaza ha scatenato una polemica. Si trattava di tre uomini detenuti da Hamas, che il portavoce dell’esercito israeliano aveva dichiarato uccisi dall’organizzazione palestinese. Non presentano ferite apparenti e sembrano essere stati uccisi per avvelenamento. Sono stati uccisi dall’uso deliberato di un tossico da combattimento o accidentalmente da fumi tossici provenienti da esplosioni (come il monossido di carbonio)? Non lo sappiamo, ma la madre di uno di loro, Ron Sherman, ritiene che sia stato deliberatamente sacrificato dall’esercito. In ogni caso, questo illustra il mancato rispetto del principio di precauzione da parte dell’esercito israeliano.

Esecuzioni extragiudiziali

Le esecuzioni extragiudiziali sono un elemento importante della politica di de-terrenza di Israele contro i movimenti palestinesi. Consistono nell’eliminazione di militanti al di fuori del processo giudiziario, utilizzando assassini o attacchi “una tantum” come gli attacchi aerei. Legalmente discutibili, sono spesso strategicamente inefficaci. Tre Paesi li utilizzano regolarmente: Stati Uniti, Israele e Francia. Presentati come una misura preventiva, vengono generalmente eseguiti in modo punitivo, come le vendette siciliane, senza una reale valutazione delle loro conseguenze strategiche. In pratica, alimentano un crescente processo di violenza e sono una fonte di legittimazione per il terrorismo. In effetti, spesso riflettono la mancanza di una vera strategia terroristica del Paese.

L’archetipo di questa modalità di azione è l’Operazione ANGER OF GOD (Mivtza Za’am Ha’el), nota anche come Operazione BAYONET, condotta dal Mossad per punire gli autori dell’attentato alla squadra olimpica israeliana a Monaco nel 1972 (Operazione BERIM & IKRIT). Nel giro di un anno, quasi l’intero commando palestinese fu eliminato: Wae Zwaiter (Roma, 16 ottobre 1972), Mahmoud Hamchari (Parigi, 9 gennaio 1973), Abd El-Hir (Nicosia, 24 gennaio 1973), Basil Al-Kubaissi (Parigi, 6 aprile 1973), Ziad Muchassi (Atene, 12 aprile 1973), Mohammed Boudia (Parigi, 28 giugno 1973), Kamal Nasser, Mahmoud Najjer e Kamal Adouan (Beirut, 9 aprile 1973). Il suo leader, Ali Hassan Sala-meh, fu ucciso a Beirut il 22 gennaio 1979, seguito dal suo secondo in comando, Khalil al-Wazir (alias Abou Djihad), il 16 aprile 1988 a Tunisi. Alla fine, solo un membro del gruppo, Jamal al-Gasheï, sembra essere sfuggito all’ira di DIO, mentre un uomo innocente è stato ucciso per errore a Lillehammer (Norvegia).

Queste azioni sono operazioni punitive. Ciò che i nostri Paesi e Israele considerano parte del gioco viene chiamato terrorismo quando altri lo fanno. Accettandolo da Israele, creiamo un ambiente permissivo che potrebbe legittimare l’eliminazione di alcuni dei nostri leader politici. Cosa che potrebbe accadere.

Dal 1988, Israele utilizza unità appositamente addestrate per operare clandestinamente nei territori occupati. Conosciute come “mista’aravim” o YAMAS, si tratta di formazioni ad hoc che operano clandestinamente (in abiti arabi, da cui il nome) nei territori occupati per missioni di ricognizione, azioni comman-do o esecuzioni extragiudiziali. Le azioni Mista’aravim sono condotte principalmente in Cisgiordania da Sayeret Duvdevan (Unità 217).

La più nota è il tentativo del Mossad di avvelenare Khaled Mashal, leader politico di Hamas in Giordania, nel 1997. Si concluse con un fallimento: i due agenti israeliani con passaporto canadese furono arrestati; poi Israele dovette fornire un antidoto e rilasciare lo sceicco Ahmed Yassin in cambio del rilascio dei suoi agenti. Il risultato è stato la perdita di credibilità di Israele presso la comunità internazionale e la sfiducia della Giordania, con la quale Israele ha un trattato di pace.

I Mista’aravim sono l’equivalente delle unità del Groupe Antiterroriste de Libération (GAL) utilizzate in Spagna negli anni ’80, che sono considerate una forma di terrorismo di Stato. Tuttavia, il vantaggio di questo tipo di azione è che può eliminare un individuo senza radere al suolo un intero quartiere o distruggere intere famiglie. Ma richiede agenti tanto più competenti e coraggiosi in quanto i palestinesi hanno rafforzato le loro capacità di controspionaggio e di sicurezza interna. Ecco perché questo tipo di operazione è diventato quasi impossibile da realizzare a Gaza, ma è ancora una pratica comune in Cisgiordania. A Gaza, Israele preferisce condurre le sue azioni “a distanza”, utilizzando mezzi più sofisticati come i droni o i missili guidati, che hanno un effetto devastante sulla popolazione civile.

Con circa 2.300 omicidi noti, Israele rivaleggia con gli Stati Uniti come Paese che assassina regolarmente oppositori e terroristi. Quando viene eseguita in territorio straniero, una “eliminazione” è un’operazione complessa, che si basa su una rete di informatori locali (“sayanim”), il più delle volte reclutati dalla diaspora ebraica. Ma questo ha un effetto perverso: trasforma la comunità ebraica, precedentemente ben integrata, in un oggetto di diffidenza, percepito come una ‘quinta colonna’ in molti Paesi del Vicino e Medio Oriente.

Ma le esecuzioni extragiudiziali non solo comportano un rischio politico significativo se non hanno successo, ma tendono a legittimare la violenza illegale e il terrorismo, come dimostra la rivista Inspire della Base della Jihad nella Penisola Arabica (APJB):

[L’assassinio dei leader dei miscredenti civili e militari] è una delle arti più importanti del terrorismo e uno dei tipi di operazione più vantaggiosi e deterrenti. Questi metodi sono utilizzati anche dai nemici di Allah. La CIA ha l’autorizzazione del Governo degli Stati Uniti per assassinare i Presidenti, se è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti, e l’ha usata più di una volta. Nella CIA, c’è un dipartimento speciale per questo! Quindi non capisco perché ci viene impedito di farlo?
Questo è un caso di asimmetria islamista: la “cura” è peggiore della “malattia”. L’assassinio dei leader non ha alcun effetto dissuasivo. Rende il morto un martire e un esempio da seguire. Non porta quasi mai alla fine dell’azione terroristica, ma mantiene viva la fiamma della resistenza, che assume forme più varie.

Con strutture altamente decentralizzate, l’eliminazione dei quadri non indebolisce necessariamente il gruppo terroristico, ma costringe la sua gerarchia a rinnovarsi più rapidamente e ad applicare nuovi metodi e politiche di azione. Questo è ciò che è accaduto con Hamas.

Ma il 21 agosto 2003, le forze israeliane eliminarono Ismaïl Abou Shanab. All’epoca, era considerato un moderato di Hamas, e il suo assassinio scatenò una condanna diffusa e una mobilitazione senza precedenti della popolazione palestinese. Gli attacchi ripresero di pari passo con le eliminazioni effettuate da Israele.

Nel settembre 2023, sul canale LCI, dove il giornalista Darius Rochebin elogia gli omicidi compiuti dai servizi segreti ucraini, il Generale Christophe Gomart spiega che anche la Francia li compie. Egli è un perfetto esempio del modo di pensare occidentale. Come gli israeliani, pensa che sia utile sparare a un leader “perché in realtà sono i leader a decidere, e ci vuole più tempo per addestrare un leader che per addestrare un soldato ordinario”, quindi:

Destabilizziamo, disorganizziamo, e l’idea in guerra è quella di disorganizzare l’avversario per indebolirlo e rendere possibile la vittoria, e quindi rovesciarlo… è quello che abbiamo fatto nel Sahel contro i leader terroristi: abbiamo cercato di disorganizzare i terroristi o jihadisti… Questo non solo illustra un approccio tattico alla lotta contro il terrorismo, ma non è valido per le strutture insurrezionali altamente decentralizzate, composte da piccoli gruppi quasi autonomi. Questo spiega in parte il fallimento operativo e strategico dell’azione francese nel Sahel.

Questa visione un po’ infantile della guerra può funzionare in un conflitto convenzionale, ma non in un contesto non convenzionale e certamente non in un contesto jihadista. È in contrasto con quanto mi disse un ufficiale della SAS britannica durante il mio addestramento all’antiterrorismo in Gran Bretagna, durante la guerra in Irlanda del Nord, a metà degli anni Ottanta. I britannici disponevano di file e informazioni estremamente dettagliate sui vari comandanti dell’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA), fino a conoscere ogni loro movimento. Quando chiesi perché non li eliminassero, l’ufficiale rispose: “Perché li conosciamo”:

Perché li conosciamo. Conosciamo la loro psicologia, le loro famiglie, le loro reti, il loro modo di combattere e possiamo anticipare meglio le loro azioni, persino prevenirle. Se li uccidiamo, ne arriveranno altri, forse più efficaci, più aggressivi, e non sapremo nulla di loro.

Naturalmente, una risposta di questo tipo è possibile solo quando si è studiato a fondo il proprio interlocutore e lo si conosce nei minimi dettagli. Il fatto è che oggi sappiamo molto poco dei nostri avversari. Persino personaggi pubblici come Vladimir Putin sono così poco conosciuti che gli vengono diagnosticate malattie che non ha. Lo stesso vale per la Palestina.

L’esperienza dimostra che le esecuzioni extragiudiziali non hanno alcun effetto operativo. Al contrario, incoraggiano lo spirito di vendetta e tendono a mobilitare lo spirito di resistenza. Questo fenomeno è ancora più forte quando nel processo vengono uccisi dei civili. Ispirano disprezzo piuttosto che ammirazione, in quanto rappresentano un successo non ottenuto in un combattimento faccia a faccia. Inoltre, come nel caso dell’Operazione Al-Aqsa Flood, i militari israeliani non stanno combattendo una battaglia ‘coraggiosa’. Ecco perché queste esecuzioni diventano un sostituto del successo reale contro il terrorismo. Appaiono quindi più come una prova di debolezza e di incapacità che come una dimostrazione di efficacia.

Secondo alcuni rapporti (non confermati), lo SHABAK ha creato un’unità clandestina, con il nome in codice INDIGO, la cui missione è dare la caccia agli autori dei crimini del 7 ottobre 2023. Ma con le prove sempre più evidenti che la maggior parte di questi crimini sono stati il risultato di errori di condotta, rimane aperta la questione della misura in cui questo gruppo punirà i veri responsabili dei massacri.

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Operazione Al-Aqsa Flood

Obiettivi strategici

Al di là degli obiettivi storici della resistenza palestinese, che mirano alla creazione di uno Stato palestinese o al ritorno alla terra sottratta, gli obiettivi dell’Operazione AL-AQSA DELUGE riguardano essenzialmente la situazione a Gaza.

L’obiettivo strategico centrale dell’operazione è quello di porre fine al blocco della Striscia di Gaza e ripristinare le normali condizioni di vita per la popolazione. Ciò include la fine della sorveglianza permanente da parte delle forze israeliane, le restrizioni al commercio di beni e le misure che impediscono lo sviluppo economico e sociale. Questo obiettivo fa seguito alle “Marce del Ritorno”, che sono state guidate dalla società civile, ma sono state accolte dal fuoco dei cecchini.

Il raggiungimento di questo obiettivo ha comportato degli obiettivi di supporto, il più importante dei quali è stato quello di riportare la questione palestinese sul palcoscenico internazionale. Nel novembre 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha concesso alla Palestina lo status di “Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite”. Da allora, tuttavia, non è stato fatto alcun progresso nella gestione della questione palestinese e la situazione è addirittura peggiorata con l’arrivo al potere degli ultranazionalisti israeliani.

Il secondo obiettivo intermedio è stato quello di interrompere il processo di normalizzazione tra Israele e alcuni Paesi arabi. Non per la normalizzazione in sé, ma perché metteva in secondo piano la questione palestinese. I palestinesi hanno sempre voluto che queste questioni fossero collegate, in modo da avere una leva per costringere Israele ad attuare le decisioni delle Nazioni Unite.

Il terzo obiettivo intermedio era quello di riunire la comunità musulmana intorno alla questione del futuro della Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio), che è strettamente legata alla questione palestinese. Come afferma Ihsan Ataya, membro dell’ufficio politico della Jihad islamica palestinese (PID) e capo del Dipartimento di relazioni arabe e internazionali della PID:

L’obiettivo dell’Operazione AL-AQSA RELIEF è stato dichiarato fin dall’inizio: evitare che la Moschea di Al-Aqsa (a Gerusalemme) venga attaccata, che i riti religiosi musulmani vengano insultati o diffamati, che le nostre donne vengano aggredite, che gli sforzi per giudaizzare la Moschea di Al-Aqsa e normalizzare la sua occupazione da parte di Israele vengano attuati, o che la Moschea venga divisa nel tempo e nello spazio.

Va detto che, sebbene il blocco di Gaza non sia stato revocato, questi tre obiettivi strategici intermedi sono stati almeno parzialmente raggiunti. Fino a che punto porteranno a una soluzione duratura e giusta della questione palestinese è una questione aperta, ma Hamas ha chiaramente sottolineato la responsabilità della comunità internazionale di far rispettare le decisioni prese.

Obiettivi operativi

Primo obiettivo: La Divisione Gaza

Il primo obiettivo era quello di distruggere gli elementi della Divisione Gaza e le installazioni di sorveglianza che circondano la Striscia di Gaza. Il 12 ottobre, Abu Obeida, portavoce delle Falangi di Al-Qassam, spiega:

L’Operazione AL-AQSA DELUGE aveva lo scopo di distruggere la Divisione Gaza, che è stata attaccata in 15 punti, seguiti da altri 10. Abbiamo attaccato il sito di Zikim e diversi altri insediamenti al di fuori della sede della Divisione Gaza.

Questo obiettivo può sembrarci superato, poiché era chiaro fin dall’inizio che l’operazione palestinese non avrebbe potuto mantenere il suo slancio per molto tempo e che i combattimenti sarebbero necessariamente continuati nella Striscia di Gaza stessa. Di conseguenza, la distruzione delle infrastrutture poteva essere solo temporanea, ma altamente simbolica.

Per capire questo, bisogna mettersi nel software dei Palestinesi. La vittoria non si ottiene distruggendo l’avversario, ma mantenendo la determinazione a resistere. In altre parole, qualunque cosa facciano gli israeliani, per quanta distruzione e morte causino, i palestinesi sono già usciti vittoriosi da questa operazione. Di fronte a un avversario numericamente e materialmente più forte, la vittoria nel senso occidentale del termine non è possibile. D’altra parte, superare la paura e il senso di impotenza è già una vittoria. Questa è l’essenza stessa del concetto di jihad.

Di conseguenza, tutte le umiliazioni che gli israeliani possono infliggere ai loro prigionieri o alla popolazione civile possono solo far sentire meglio i palestinesi e ridurre la sete di vendetta dei militari. In effetti, questo è ciò che sta accadendo in tutto il mondo: gli israeliani sono costretti a usare la censura per nascondere i crimini commessi dai loro soldati, e l’idea dell’”esercito più morale del mondo” è ormai totalmente screditata.

Secondo obiettivo: Fare prigionieri

Il secondo obiettivo era quello di catturare i prigionieri per scambiarli con quelli detenuti da Israele. Molto rapidamente, le testimonianze della stampa israeliana hanno dimostrato che l’obiettivo dei combattenti di Hamas e della Jihad islamica palestinese (PID) non era quello di realizzare un “pogrom”, ma di sequestrare i soldati per scambiarli con i palestinesi detenuti da Israele. L’obiettivo era quello di ottenere una leva per riprendere i negoziati interrotti dal governo israeliano nel novembre 2021. Da allora, si sapeva che Hamas avrebbe condotto un’operazione del genere. Il capo di stato maggiore delle Falangi di Al-Qassam, Marwan Issa, aveva dichiarato che “il dossier dei prigionieri sarà la sorpresa delle prossime sorprese del nemico”.

Chiaramente, l’obiettivo non era quello di uccidere dei civili, ma piuttosto di ottenere una merce di scambio per il rilascio di circa 5.300 prigionieri detenuti da Israele. I racconti dei testimoni oculari riportati dalla stampa israeliana suggeriscono che l’idea originale era di prendere solo i prigionieri militari (che sono “più preziosi” dei civili per uno scambio). Questi stessi resoconti mostrano che i Palestinesi sono stati sorpresi di trovare così poco personale militare sul posto, il che può essere spiegato dal fatto che una parte delle guarnigioni era stata riassegnata alla Cisgiordania poche settimane prima. La testimonianza di Yasmin Porat, citata in precedenza, mostra che i combattenti di Hamas sono rimasti con i civili nelle loro case, in attesa dell’intervento delle forze di sicurezza. Le testimonianze indicano che i combattenti palestinesi sono usciti con i prigionieri civili solo dopo l’intervento dell’esercito israeliano, che ha sparato indiscriminatamente nelle case con i suoi carri armati. Sembra quindi che la cattura di civili sia stata più il risultato di una combinazione di circostanze che una decisione presa in anticipo.

La morte di civili non era quindi un obiettivo e il fatto che gli ostaggi liberati abbiano dichiarato di essere stati trattati con rispetto e persino in modo amichevole, tende a confermare che non si è trattato di un ‘pogrom’ contro la popolazione israeliana.

Gli scambi di prigionieri del novembre 2023 illustrano la strategia di Hamas, al centro della quale c’erano prigionieri militari, non civili. Ecco perché i palestinesi hanno rilasciato per primi le donne e i bambini, e hanno tenuto i militari (soprattutto i vertici) per un secondo momento. Torneremo su questo punto più avanti.

Obiettivi tattici

L’attacco di Hamas ha preso di mira 25 obiettivi militari situati nell’area di Gaza. I tre obiettivi tattici principali dell’operazione sono stati:

la base navale di Zikim, nel nord della Striscia di Gaza, che è stata attaccata dai commando di marina di Hamas, che hanno resistito ai contrattacchi israeliani per diversi giorni;
il checkpoint di Erez, nel nord della Striscia di Gaza, che gestisce parte delle strutture di sorveglianza della recinzione; il posto di comando della Divisione Gaza nel sito di Re’im, dove si svolgeranno i combattimenti più pesanti il 7 ottobre; e il centro di intelligence di Urim, a circa 17 km dalla Striscia di Gaza, per danneggiare le installazioni di sorveglianza israeliane.
Un documento scoperto nei pressi del Kibbutz Mefalsim, a 2 km dalla Striscia di Gaza, contenente dati sul numero di soldati e forze di sicurezza, dimostra che l’operazione è stata meticolosamente preparata e diretta contro le installazioni militari.

Di Jacques Baud, thepostil.com

01.03.2024

Jacques Baud, colonnello dell’esercito svizzero che ha svolto missioni umanitarie all’estero, ha lavorato per l’ONU e la NATO e ha scritto diversi libri su intelligence, guerra asimmetrica, terrorismo e disinformazione.

Fonte: https://www.thepostil.com/author/jacques-baud/

Traduzione a cura della redazione di ComeDonChisciotte.org

Tratto da: ComeDonChisciotte.org

OPERAZIONE AL-AQSA FLOOD: LA SCONFITTA DEL VINCITORE
OPERAZIONE AL-AQSA FLOOD: LA SCONFITTA DEL VINCITORE

MASCHI CONTRO FEMMINE?

di Aleksej Zaville

Post breve e schematico ma sicuramente “divertente”:

Parlando con un amica al bar (lei originaria dei Balcani) si lamentava del fatto che i maschi occidentali non hanno più “VIRILITÀ” e “SERIETÀ” e poi sono dei “MAMMONI” e spesso sono incapaci pure a Letto.

Ora tralasciando la ca**ata del letto, che è una conseguenza psicologica della demascolinizzazione e della poca virilità qui a Ovest, il resto invece va pesato.

Si potrebbe fare una tabella delle gravi mancanze nei due sessi al giorno d’oggi:

Dal lato Femminile vediamo ormai estinte le seguenti caratteristiche positive basiche:

1) la femminilità e la dolcezza in generale

2) un portamento consono ad una ragazza

3) la furbizia che caratterizzava le donne…

4) l’istinto materno (se ciaone da istinto a ESTINTO)

5) la capacità di comprensione e completamento dell’altro sesso quello mascolino

Dal lato Maschile vediamo ormai estinte le seguenti caratteristiche positive basiche:

1) la virilità e la mascolinità (ad oggi dichiarata tossica)

2) la capacità protettiva e difensiva in generale

3) la volontà ferrea e la forza virile del maschio

4) la CAPACITÀ* di essere dei PADRI VALIDI

5) la capacità di comprensione e completamento dell’altro sesso quello mascolino

Io concluderei dicendo che siamo allo sfascio.

*non è che non vogliono non ci riescono proprio più, il che è peggio della mancanza di volontà, dove si andrà a finire nessuno lo sa.

Buona riflessione.

MASCHI CONTRO FEMMINE?
MASCHI CONTRO FEMMINE?

Unrwa: Israele ha torturato personale Onu per dichiarare il falso su Hamas

a cura della Redazione

11/03/2024

L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (Unrwa) afferma che il regime israeliano ha torturato alcuni membri dello staff inducendoli a dichiarare falsamente che l’agenzia ha rapporti con il movimento di Resistenza palestinese Hamas.

Secondo Reuters, l’Unrwa ha affermato in un rapporto del febbraio 2024, che alcuni dipendenti rilasciati a Gaza dalla detenzione israeliana hanno affermato di essere stati costretti a dichiarare falsamente che il personale aveva preso parte il 7 ottobre all’operazione Al-Aqsa Storm.

Secondo il rapporto, il personale delle Nazioni Unite ha subito gravi percosse fisiche. “I membri del personale dell’Agenzia sono stati soggetti a minacce e coercizione da parte delle autorità israeliane durante la detenzione e hanno subito pressioni per rilasciare false dichiarazioni contro l’Agenzia, incluso il fatto che l’Agenzia ha affiliazioni con Hamas e che i membri del personale dell’Unrwa hanno preso parte all’attacco del 7 ottobre 2023”.

L’Unrwa ha chiesto ulteriori indagini su tutte le violazioni dei diritti umani nella guerra di Gaza. Secondo l’ultimo rapporto, oltre 31mila palestinesi, per lo più bambini e donne, sono stati uccisi dal 7 ottobre negli attacchi israeliani a Gaza.

Infine, l’Unrwa ha riferito che l’agenzia corre il rischio di scioglimento dopo che diversi Paesi hanno sospeso i finanziamenti, mettendo a rischio la vita di milioni di palestinesi.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Unrwa: Israele ha torturato personale Onu per dichiarare il falso su Hamas
Unrwa: Israele ha torturato personale Onu per dichiarare il falso su Hamas