Dhū l-Fiqār: la Spada nella Tradizione Islamica

a cura dei Giovani della Caverna

“Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada” (Mt. X, 34)

Dhū l-Fiqār: la Spada nella Tradizione Islamica
Dhū l-Fiqār: la Spada nella Tradizione Islamica

La spada è il simbolo tradizionale che più spesso viene associato alla Tradizione Islamica e meno viene compreso poiché lo si accosta al concetto moderno di atto violento inteso come prevalere sull’altro creando disordine. Dal punto di vista tradizionale, invece, ciò che conferisce alla guerra, e all’uso delle armi come la spada, il suo significato è il fatto che essa simboleggia la lotta che l’uomo deve condurre contro i nemici che sono dentro di lui, cioè contro tutti gli elementi in lui contrari all’ordine e all’unità. Ecco perché, in netta antitesi con l’opinione moderna, la guerra è l’azione che permette di ristabilire l’ordine, inteso come armonia ed equilibrio. 

In termini escatologici vediamo come la risoluzione della molteplicità degli elementi in contrasto tra loro si compia simbolicamente come una battaglia finale, rispetto ad un ciclo più o meno grande della manifestazione, per ricomporre l’ordine primordiale, quella condizione di pace edenica rotta all’Inizio dei Tempi. Quando invece ci si riferisce alla realizzazione dell’Essere a partire dalla condizione individuale la guerra diventa la lotta interiore che ognuno deve compiere per purificare la propria anima (nafs) al fine di pacificarla (nafs al-mutma’inna). La spada è lo strumento che serve a recidere alla radice le nostre illusioni, colei che discrimina e ci permette di riempire il Cuore (qalb) della Luce Profetica (an-Nur al-Muhammaiyya). Nella Tradizione Islamica, il nome della spada che ogni credente (mu’min) deve brandire è Dhū l-Fiqār.

Dhū l-Fiqār è l’arma per eccellenza del cugino del Profeta Muhammad (S), primo Imam, Sayyidina ʿAlī bin Abī Ṭālib Amir al-Mu’minin (A). Una tradizione da considerare eterodossa riporta che l’Imam Ali (A) ricevette in dono la spada dal Profeta (S) dopo che l’aveva sottratta al coreiscita miscredente al-Āṣ ibn Munabbih, ucciso nella battaglia di Badr (624). Sarebbe così una spada umana fatta da mani umane e conservata per di più dagli idolatri meccani. Ma Dhū l-Fiqār non è una normale spada nel nome, colei che discrimina, ovvero la biforcuta, tanto quanto non lo era il suo possessore, colui del quale, presso Ghadīr Khumm, Sayyidina Muhammad Habibullah (S) disse: “Di colui di cui io sono mawlā, anche ‘Alī sarà mawlā”.

Durante la battaglia di Uhud (625 CE), combattuta dai Musulmani contro l’esercito dei meccani idolatri, il Profeta (S) divenne oggetto di attacchi di varie unità dell’esercito dei Quraysh da tutti i lati. L’Imam Ali (A) combatté, in conformità agli ordini del Profeta (S), disperdendo o uccidendo i nemici che provavano a caricare ed insediare il Profeta (S) stesso. Si narra che nella mischia, l’Imam Ali (A), detto anche Haydar (Leone), colpì uno dei più feroci avversari facendo a pezzi sia il suo elmo che lo scudo. Questo ardore e l’assoluta abnegazione alla lotta dell’Imam Ali (A) face sì che questi rompesse ben nove lame di nove differenti spade, tanto che l’Arcangelo Jibril (A) scese sulla Terra e sul campo di battaglia di Uhud, rivolgendosi a Rasulullah (S) elogiò la devozione di Ali Asad Allah (A) dicendo: “Egli sta mostrando la grandezza e la profondità del sacrificio”. Il Profeta (S) nel confermare le parole di Jibril (A) disse: “Io sono da Ali e Ali è da me”. Poi si udì una voce nel campo di battaglia: “lā sayf illā Dhū l-fiqār wa-lā fatā illā ʿalī” (Non c’è spada se non Dhū l-Fiqār e non c’è Cavaliere se non ʿAlī). Solo allora la spada che Allah Ta’ala comandò a Sayyidina Jibril (A) di forgiare nei Cieli passò nelle mani del Santo Profeta Muhammad (S) e dalle Sue a quelle dell’Imam Ali (A). Questo perché ogni cosa che era del Profeta è stata ereditata dagli A’imma (pl. di imam), la Ahl al-Bayt (A).

Ali Haydar (A) usò la spada nella battaglia del Fossato (627 CE) per tagliare in due, letteralmente dalla tesata ai piedi, un idolatra della Mecca. L’avversario era Amr ibn Abdu Wud, la cui forza è stata spesso paragonata a quella di mille uomini. Aveva un volto feroce, un aspetto che dava sicurezza a quelli che combattevano con lui ma creava sgomento nei suoi nemici; cavallo e cavaliere rimasero immobili mentre lasciava vagare lo sguardo sprezzante sui ranghi dei musulmani. Così il gigante alzò la testa e disse: “Io sono Amr bin Abdu Wud. Io sono il più grande guerriero d’Arabia. Io sono invincibile. C’è qualcuno tra voi che ha il coraggio di sfidarmi in combattimento?” La sfida fu accolta dai musulmani in silenzio. Si guardarono l’un l’altro e poi guardarono il Santo Profeta (S). Nessuno si mosse perché del gigante, famoso per la sua forza e abilità, si diceva che anche se ferito diverse volte, non avesse mai perso un duello, né tanto meno risparmiato un avversario. Si diceva che era pari a cinquecento cavalieri, che avrebbe potuto sollevare un cavallo e scagliarlo a terra, che avrebbe potuto prendere un vitello con la sua mano sinistra e usarlo come scudo in combattimento: la fervida immaginazione degli arabi aveva creato intorno a questo formidabile guerriero una leggenda di invincibilità. Così i musulmani rimasero in silenzio, e il gigante rise con disprezzo, una risata che tutti udirono anche al di là del fossato. “Quindi non vi è nessuno tra voi che ha il coraggio di un uomo? E che dire del vostro Islam? E del vostro Profeta?” A questo insulto, Ali Haydar (A) lasciò la sua posizione in testa alle fila musulmane, si avvicinò al Profeta Muhammad (S) e domandò il permesso di combattere lo sfidante e ridurre al silenzio la sua lingua insolente. Il Profeta (S) rispose: “Siediti. Costui è Amr!” Ali tornò al suo posto. Ci fu un altro scoppio di risa sprezzanti, insulti e un’altra sfida. Ancora una volta l’Imam Ali (A) andò da Rasulullah (S). Ancora una volta il Profeta (S) negò il permesso (destur). E così Amr Ibn Abdu Wud continuò: “Dov’è il vostro Paradiso, di cui si dice che coloro che perdono in battaglia vi entrano? Non puoi, quindi, mandare un uomo a combattere contro di me?”. Quando per la terza volta l’Imam Ali (S) uscì dai ranghi, il Profeta (S) sapeva che non poteva più trattenerlo. E poiché gli era più caro di qualsiasi altro uomo disse: “Ya Rabbi! Aiutalo!” Ali Haydar (A) raccolto un piccolo gruppo di musulmani si diresse verso i miscredenti e dopo il primo fendente, prima che il gigante potesse alzare la spada di nuovo, Dhū l-Fiqār balenò alla luce del sole, e con un singolo colpo il gigante nemico venne tagliato letteralmente a metà dalla testa ai piedi.

Ancora, l’Imam Ali (A) un giorno disse: “Io non cesserò di combattere contro gli ipocriti (munafiqun) fino a che l’ultimo di loro non verrà cacciato dai ranghi dei veri credenti”. Egli si riferiva a coloro che non avevano riconosciuto gli eredi del Profeta (S) e contro i quali riprese in mano la spada, certo non per rendere schiave le altre comunità e genti ma per salvare l’Islam dal male dell’ipocrisia.

A Kerbala Imam Husayn bin Ali (A) usò Dhū l-Fiqār per l’ultima volta nel tentativo estremo di distinguere tra verità e mezogna, bene e male. Dopo che il sacrificio fu compiuto la spada che Allah Ta’ala aveva inviato venne conservata dagli A’imma, e così sarà fino alla Fine dei Tempi. L’evento di Kerbala ha chiaramente separato e identificato due campi: quello di Allah Ta’ala e il campo dello Shaytan. L’Imam Husayn (A) è visto, di conseguenza, come un simbolo di onore e di martirio, e la sua spada, che fu prima di suo padre, è ora con il Mahdi (A) e con Lui si manifesterà nuovamente prima del Qiyam.

Alcuni dicono che, oggi, questa spada particolare di Hadrat Ali (A) si possa vedere al Museo Topkapi di Istanbul. L’Imam Ali (A) aveva molte spade e quella esposta è solo una delle tante ma non Dhū l-Fiqār, se non altro perché quella non è una spada a doppio taglio. Invece per i Turchi Ottomani la spada di Osman (Taklide-Seif), capostipide della dinastia, è in tutto e per tutto “l’erede” di Dhū l-Fiqār. Veniva infatti utilizzata durante la cerimonia di incoronazione dei sultani dell’Impero Ottomano. La pratica di tale rito è iniziata quando Osman ricevette l’investitura regale da parte del suo maestro e suocero Shaykh Edebali. La celebrazione del rito era così importante che doveva aver luogo entro due settimane dalla morte del Sultano. Dopo la conquista di Costantinopoli, tale rito veniva officiato presso Sultan Eyüp, una moschea fatta costruire da Sultan Mehmet II, il Conquistatore, che ospita la tomba (türbe) di Hazret Abu Ayyub al-Ansari (QS), uno dei più nobili compagni del Profeta (S), che ebbe l’onore di ospitare nella sua casa a Medina e morì durante l’assedio di Costantinopoli nel VII secolo, primo musulmano ad essere lì sepolto. Il nuovo sultano che veniva così cinto dalla spada sacra era ricollegato sia a Osman che alla persona stessa del Profeta (S).

Dhū l-Fiqār è una spada celeste e come tale funge da archetipo per tutte le altre spade. Forgiata da Sayyidina Jibril (A) nei sette cieli per ordine di Allah Ta’ala diventa nell’Islam il simbolo dell’arma perfetta. Come tale e per analogia il processo di costruzione della spada è simbolicamente quello che ogni essere deve seguire per realizzare l’Essere Vero.

Tratto da: Al Kahf

L”Uomo Perfetto” e il Metodo per il perfezionamento dell’essere umano

a cura degli Uomini della Caverna

“La natura dei Profeti, paragonata a quella degli uomini comuni è come un diamante tra le pietre”.

Le tradizioni che trattano dei detti e comportamenti del Profeta (S), o Ahadith, sono, senza dubbio, la seconda sorgente dell’Islam accanto alla Rivelazione coranica. Il fatto che un deposito di origine puramente divina come il Corano sia equiparato anzi interpretato alla luce di uno di origine prettamente umana potrebbe forse apparire contraddittorio. Ciò è solo in apparenza perché, in effetti, essendo la natura più essenziale del Profeta (S) una sola cosa con il Corano stesso si tratta della medesima forma di Rivelazione veicolata in due modi differenti: uno recitativo (il testo coranico) e uno umano, come insegna il famoso hadith trasmesso dalla moglie del Profeta (S), Aysha (R): “Il Profeta è il Corano che cammina”.

Il Profeta (S) è un uomo come tutti gli altri ma tutti i Profeti (A) hanno delle particolarità che li rendono consoni a veicolare, sia attraverso il loro messaggio, sia attraverso l’intero loro essere, con il loro comportamento, la rivelazione di cui sono lo strumento di trasmissione. Come infatti recita un altro ben noto hadith “la natura dei Profeti, paragonata a quella degli uomini comuni è come un diamante tra le pietre“. La natura stessa del diamante, che per sua conformazione interna è inalterabile, fa in modo che la sua trasparenza alla luce si rifletta in modi allo stesso tempo indefiniti e unici. Così ogni profeta riflette e trasmette la Luce della sua Rivelazione secondo l’unicità della sua natura e in termini che gli sono propri. Tutti i diamanti sono pietre, ma non tutte le pietre sono diamanti. La natura eccezionale ma umana al tempo stesso del Profeta Mohammed (S) e degli altri Inviati (A) è ben indicata da un’ulteriore tradizione che vorremmo qui ricordare, sempre trasmessa da Aysha (R). Ella pose un giorno un capello di traverso alla porta della stanza del Profeta, notando che dopo il suo passaggio il capello era intatto: apparentemente identici agli altri esseri umani, i Profeti (A) hanno tutti gli aspetti della fisicità umana, ma anche altre qualità che i comuni esseri umani non manifestano. Sono Esseri umani per Eccellenza che mantengono intatta la natura primordiale propria dell’umanità adamitica. Sono Esseri umani Perfetti (Kamil).

Questa perfezione è potenzialmente presente in ciascun essere umano, anche se in misura diversa. La Rivelazione profetica mohammediana comprende anche l’arte della “ripulitura” di ogni possibile pietra umana, per renderla lucente in misura della sua specifica natura, anche se non quanto i diamanti profetici. Quest’Arte di levigatura delle Pietre, va sotto il nome tradizionale di Tariqa o Metodo. Come ogni arte, la Tariqa ha un iniziatore, un codificatore per eccellenza. Essa si dota quindi di geni, grandi maestri virtuosi, poi dei discepoli di questi virtuosi, e infine dei più modesti maestri d’arte, che nei loro limiti trasmettono le tecniche e i segreti dei grandi maestri. Se ovviamente il Primo artista non può che essere il primo profeta, il nostro comune padre Adamo (A), il suo più recente codificatore è il Profeta Mohammed (S); l’apice umano della Via è stato raggiunto dai suoi Compagni, soprattutto da quelli che l’hanno trasmessa. Ci riferiamo a suo Cugino Ali ibn Abu Talib (A), il quale possedeva delle peculiarità che lo rendevano, tra i non profeti, l’Essere ontologicamente più vicino alla natura profetica. Egli si trovò, unico dei Compagni, a essere intimo del Profeta fin dall’utero Materno, l’unico a nascere come un profeta, senza doglie, all’interno stesso della Santa Qaaba, l’unico a essere paragonato a un profeta da Mohammed (S) stesso, il quale disse: “Tu sei per me come Aronne era per Mosè“. Nell’orazione quotidiana tutti i musulmani benedicono i suoi discendenti insieme al Profeta (S) unendo questa discendenza a quella di Abramo (A), come recita appunto la Salat Ibrahimiyya, che tutti i musulmani recitano come sigillo delle orazioni obbligatorie. Infatti da lui e dalla sua famiglia vengono quelle linee di trasmissione dell’Arte del Perfezionamento dell’essere umano che abbiamo sopra menzionato: le linee di trasmissione della Tariqa. Dopo i primi sette secoli dell’Islam vi sono poi grandi virtuosi della Tariqa e dei loro successori. Essi hanno istituito scuole formali, conosciute come “Ordini del Metodo” o Turuq.

Questa Arte di Perfezionamento è indubbiamente un’Arte interiore, che opera sugli elementi più universali della natura umana, tanto che nella sua essenza sfugge a predefinite forme e strutture, pur avendo bisogno, per la sua stessa trasmissione, di aderire alle più diverse forme. Essa non consiste certo nello studio e nell’applicazione della Legge tradizionale (shari’a), anche se non può essere praticata senza il suo rispetto oppure a prescindere da essa. Non consiste neppure nell’imitazione dei costumi esteriori, come vestiti ed acconciature, del Profeta (S). Questi costumi, infatti, non erano diversi per forme e aspetto da quelli indossati dai suoi stessi più irriducibili avversari che, come nel caso di Abu Jahl ed Abu Sufyan, pur presentandosi simili al Profeta (S) e ai Suoi Compagni nel modo di portare barbe e indumenti, erano tutt’altro da Lui.

Purtroppo sarebbe troppo complesso, e per certi versi inappropriato, dilungarsi nel merito degli strumenti spirituali e delle tecniche della Tariqa, i quali prevedono, prima ancor di esser spiegati ed insegnati, una sorta di apprendistato, basato sulla relazione personale e intima tra maestro (Shaykh) e discepolo (Murid). La Tariqa è argomento che si nomina in pubblico ma si descrive, anche solo nei suoi rudimenti, unicamente in privato. Il suo fine non coincide con quello dell’Islam, che è invece il benessere dell’individuo dopo la morte. Si tratta di un’Arte per colui che persegue la propria perfezione e l’imitazione profetica, obiettivo più profondo ed elevato della salvezza stessa della sua anima e ben più arduo.

Se è fuori luogo scendere in tale sede nei dettagli del Metodo di Perfezionamento umano insegnato dal Profeta Mohammed (S), possiamo indicare qui però alcuni dei caratteri distintivi di quest’Arte, di chi la pratica effettivamente, di coloro che ne impartiscono gli insegnamenti e soprattutto degli effetti più evidenti in chi la padroneggia.
Lo studente di quest’Arte si sforzerà incessantemente di cambiare se stesso prima di cambiare gli altri. Nei confronti del prossimo agirà come se dovesse vivere per sempre ma per se stesso si comporterà come se dovesse morire domani. Quando avanzato in essa, sarà sempre sincero, prima di tutto con se stesso. Sarà giusto senza aspettarsi giustizia e distaccato perfino dai suoi stessi errori.
Chi poi sarà giunto a padroneggiarla fino a esser riconosciuto dai Maestri di questa come Maestro lui stesso, non si mostrerà mai come un insegnante di scienze religiose, un teologo o un predicatore, perché sarà esempio di un’Arte diretta a ogni essere umano, non solo ai devoti e pii. Egli non vorrà né pretenderà mai ricompense materiali o benefici di qualsiasi ordine per il suo insegnamento spirituale, come i Profeti (A), i quali ebbero sempre un mestiere e mai si guadagnarono da vivere con i loro insegnamenti. Un vero Maestro di quest’Arte apparirà come un comune credente e manterrà la sua pratica religiosa riservata, semplice e umile, tanto da apparire, a volte, agli occhi dei dottori della shari’a, perfino criticabile. Tuttavia, egli non potrà mai violare o trascurare una lettera della Legge e della Sunna del Profeta (S). A lui si applicherà il detto dei Maestri della Tariqa: “il sincero di fronte alla Verità appare come un eretico alla gente comune” (Siddiq al-Haqq, Zindiq al-Khalq).

Tratto da: Al-Kahf BLOG

L"Uomo Perfetto" e il Metodo per il perfezionamento dell’essere umano
L”Uomo Perfetto” e il Metodo per il perfezionamento dell’essere umano

Il documento integrale pubblicato da Hamas: la nostra posizione sull’Operazione Al-Aqsa Flood

a cura della Redazione

23 Gennaio 2024

La traduzione integrale, a cura di Assopace Palestina, del documento politico, militare, ideologico di Hamas, “La nostra posizione. L’Operazione Al-Aqsa Flood”, pubblicato nei giorni scorsi.Nel nome di Allah, il Buono, il Misericordioso

Il nostro tenace popolo palestinese,

Le nazioni arabe e islamiche,

I popoli liberi di tutto il mondo e coloro che si battono per la libertà, la giustizia e la dignità umana.

Alla luce dell’aggressione israeliana in corso nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania, e mentre il nostro popolo continua la sua battaglia per l’indipendenza, la dignità e la liberazione dalla più lunga occupazione mai esistita, durante la quale ha dato le migliori dimostrazioni di coraggio ed eroismo nell’affrontare la macchina omicida e l’aggressione israeliana, vorremmo chiarire al nostro popolo e ai popoli liberi del mondo la realtà di ciò che è accaduto il 7 ottobre, le motivazioni che ne sono alla base, il suo contesto generale relativo alla causa palestinese, nonché una confutazione delle accuse israeliane al fine di mettere i fatti in prospettiva.

Contenuti

Primo: Perché l’operazione Al-Aqsa Flood?                                                                                   

Secondo: Gli eventi dell’operazione Al-Aqsa Flood e le risposte alle accuse israeliane  

Terzo: Verso un’indagine internazionale trasparente

Quarto: Un promemoria per il mondo: chi è Hamas?                                                                      

Quinto: Cosa è necessario fare?   

Primo: Perché l’operazione Al-Aqsa Flood?

1. La battaglia del popolo palestinese contro l’occupazione e il colonialismo non è iniziata il 7 ottobre, ma è iniziata 105 anni fa, considerando 30 anni di colonialismo britannico e 75 anni di occupazione sionista. Nel 1918, il popolo palestinese possedeva il 98,5% della terra di Palestina e rappresentava il 92% della popolazione nella terra di Palestina. Mentre gli ebrei, portati in Palestina con campagne di immigrazione di massa in coordinamento tra le autorità coloniali britanniche e il Movimento Sionista, riuscirono a prendere il controllo di non più del 6% delle terre della Palestina e ad essere il 31% della popolazione prima del 1948, quando l’entità sionista fu annunciata nella terra storica della Palestina.

A quel punto, al popolo palestinese fu negato il diritto all’autodeterminazione e le bande sioniste si impegnarono in una campagna di pulizia etnica contro il popolo palestinese con l’obiettivo di espellerlo dalle sue terre e dalle sue aree. Di conseguenza, le bande sioniste si impadronirono con la forza del 77% della terra di Palestina, dove espulsero il 57% del popolo palestinese, distrussero più di 500 villaggi e città palestinesi e commisero decine di massacri contro i palestinesi, che culminarono con la creazione dell’entità sionista nel 1948. Inoltre,  continuando la loro aggressione, nel 1967 le forze israeliane occuparono il resto della Palestina, tra cui la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme, oltre ai territori arabi intorno alla Palestina.

2. In questi lunghi decenni, il popolo palestinese ha subito ogni tipo di oppressione, ingiustizia, espropriazione dei suoi diritti fondamentali e politiche di apartheid. La Striscia di Gaza, ad esempio, ha sofferto per 17 anni, a partire dal 2007, di un blocco soffocante che l’ha trasformata nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. Il popolo palestinese di Gaza ha subito anche cinque aggressioni belliche distruttive, in cui “Israele” era l’aggressore. Nel 2018 la popolazione di Gaza ha anche dato vita alle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, per protestare pacificamente contro il blocco israeliano, le proprie miserevoli condizioni umanitarie e per chiedere il diritto al ritorno. Tuttavia, le forze di occupazione israeliane hanno risposto a queste proteste con la forza brutale, uccidendo 360 palestinesi e ferendone altri 19.000, tra cui oltre 5.000 minori, nel giro di pochi mesi.

3. Secondo i dati ufficiali, nel periodo compreso tra gennaio 2000 e settembre 2023, l’occupazione israeliana ha ucciso 11.299 palestinesi e ne ha feriti altri 156.768, la maggior parte dei quali erano civili. Purtroppo, l’amministrazione statunitense e i suoi alleati non hanno prestato attenzione alle sofferenze del popolo palestinese negli ultimi anni, ma hanno fornito copertura all’aggressione israeliana. Si sono limitati a deplorare l’uccisione di soldati israeliani  avvenuta il 7 ottobre, senza cercare la verità su quanto accaduto, e si sono ingiustamente schierati dietro la narrazione israeliana nel condannare un presunto attacco ai civili israeliani. L’amministrazione statunitense ha fornito il sostegno finanziario e militare ai massacri dell’occupazione israeliana contro i civili palestinesi e alla brutale aggressione alla Striscia di Gaza; i funzionari statunitensi continuano ancora a ignorare ciò che le forze di occupazione israeliane stanno commettendo a Gaza con uccisioni di massa.

4. Le violazioni e le brutalità israeliane sono state documentate da molte organizzazioni delle Nazioni Unite e da gruppi internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, e sono state documentate anche da gruppi israeliani per i diritti umani. Tuttavia, questi rapporti e testimonianze sono stati ignorati e l’occupazione israeliana non è ancora stata chiamata a risponderne. Ad esempio, il 29 ottobre 2021, l’ambasciatore israeliano all’ONU Gilad Erdan ha insultato il sistema delle Nazioni Unite strappando un rapporto per il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU durante un discorso all’Assemblea Generale e gettandolo in una pattumiera prima di lasciare il podio. Eppure, l’anno successivo – 2022 – è stato nominato vicepresidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

5. L’amministrazione statunitense e i suoi alleati occidentali hanno sempre trattato Israele come uno stato al di sopra della legge; gli forniscono la copertura necessaria per continuare a prolungare l’occupazione e a reprimere il popolo palestinese, permettendo inoltre a “Israele” di sfruttare questa situazione per espropriare altre terre dei palestinesi e per giudaizzare i loro simboli sacri e i loro luoghi santi. Nonostante le Nazioni Unite abbiano emesso più di 900 risoluzioni negli ultimi 75 anni a favore del popolo palestinese, “Israele” si è rifiutato di rispettare una qualsiasi di queste risoluzioni e il VETO degli Stati Uniti è sempre stato presente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per impedire qualsiasi condanna alle politiche e alle violazioni di “Israele”. Ecco perché consideriamo gli Stati Uniti e altri paesi occidentali complici e partner dell’occupazione israeliana nei suoi crimini e nella continua sofferenza del popolo palestinese.

6. Consideriamo ora il cosiddetto “processo di insediamento pacifico”. Nonostante gli accordi di Oslo firmati nel 1993 con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) prevedessero la creazione di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, “Israele” ha sistematicamente distrutto ogni possibilità di istituire lo Stato palestinese, attraverso un’ampia campagna di costruzione di insediamenti e di ebraicizzazione delle terre palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme. Dopo 30 anni, i sostenitori del processo di pace si sono resi conto di aver raggiunto un’impasse e che tale processo aveva avuto risultati catastrofici per il popolo palestinese.

I funzionari israeliani hanno confermato in diverse occasioni il loro assoluto rifiuto alla creazione di uno stato palestinese. Appena un mese prima dell’Operazione Al-Aqsa Flood, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha presentato una mappa del cosiddetto “Nuovo Medio Oriente”, raffigurante “Israele” che si estende dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, comprese la Cisgiordania e Gaza. Il mondo intero, dalla tribuna dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha assistito in silenzio al suo discorso pieno di arroganza e di ignoranza nei confronti dei diritti del popolo palestinese.

7. Dopo 75 anni di implacabile occupazione e sofferenza, e dopo il fallimento di tutte le iniziative per la liberazione e la restituzione al nostro popolo, e anche dopo i risultati disastrosi del cosiddetto processo di pace, cosa si aspettava il mondo dal popolo palestinese riguardo a quanto segue?:

♦ I piani di Israele per ebraicizzare la santa Moschea di Al-Aqsa, i suoi tentativi di divisione temporale e spaziale, nonché l’intensificarsi delle incursioni dei coloni israeliani nella santa moschea;

♦ Le pratiche del governo israeliano estremista e di destra, che sta praticamente compiendo passi verso l’annessione dell’intera Cisgiordania e di Gerusalemme alla cosiddetta “sovranità di Israele”, mentre i piani ufficiali israeliani prevedono l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e aree;

♦ Le migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane che subiscono la privazione dei loro diritti fondamentali, nonché aggressioni e umiliazioni sotto la diretta supervisione del ministro fascista israeliano Itamar Ben-Gvir;

♦ L’ingiusto blocco aereo, marittimo e terrestre imposto alla Striscia di Gaza da 17 anni.

♦ L’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania a un livello senza precedenti e la violenza quotidiana perpetrata dai coloni contro i palestinesi e le loro proprietà;

♦ I sette milioni di palestinesi che vivono in condizioni estreme nei campi profughi e in altre aree e che desiderano tornare nelle loro terre da cui furono espulsi 75 anni fa;

♦ La bancarotta della comunità internazionale e la complicità delle superpotenze dimostrata nell’impedire la creazione di uno stato palestinese;

Cosa ci si aspettava dal popolo palestinese dopo tutto questo? Che continuasse ad aspettare e a contare sull’impotenza delle Nazioni Unite? Oppure che prendesse l’iniziativa di difendere il popolo, le terre, i diritti e le sacralità palestinesi, sapendo che l’azione di difesa è un diritto sancito da leggi, norme e convenzioni internazionali!

Sulla base di quanto detto, l’Operazione Al-Aqsa Flood del 7 ottobre è stata un passo necessario e una risposta normale per affrontare tutte le cospirazioni israeliane contro il popolo palestinese e la sua causa. È stato un atto difensivo nel quadro della liberazione dall’occupazione israeliana, della rivendicazione dei diritti dei palestinesi e del cammino verso la liberazione e l’indipendenza, come hanno fatto tutti i popoli del mondo.

Secondo: Gli eventi dell’Operazione Al-Aqsa Flood e le risposte alle accuse israeliane

Alla luce delle accuse e delle affermazioni inventate da “Israele” sull’Operazione Al-Aqsa Flood del 7 ottobre e sulle sue ripercussioni, noi del Movimento di Resistenza Islamica – Hamas chiariamo quanto segue:

1. L’operazione Al-Aqsa Flood del 7 ottobre ha preso di mira i siti militari israeliani e ha cercato di arrestare i soldati del nemico per fare pressione sulle autorità israeliane affinché rilasciassero le migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane attraverso un accordo di scambio di prigionieri. Pertanto, l’operazione si è concentrata sulla distruzione della Divisione Gaza dell’esercito israeliano e i siti militari israeliani di stanza vicino agli insediamenti israeliani intorno a Gaza.

2. Evitare di fare del male ai civili, specialmente ai bambini, alle donne e agli anziani, è un impegno religioso e morale di tutti i combattenti delle Brigate Al-Qassam. Ribadiamo che la resistenza palestinese è stata del tutto disciplinata e impegnata nei valori islamici durante l’operazione e che i combattenti palestinesi hanno preso di mira solo i soldati dell’occupazione e coloro che portavano armi contro il nostro popolo. Allo stesso tempo, i combattenti palestinesi hanno cercato di evitare di danneggiare i civili, nonostante il fatto che la resistenza non possieda armi precise. Inoltre, se c’è stato qualche caso di attacco ai civili, è avvenuto accidentalmente e nel corso del confronto con le forze di occupazione.

Sin dalla sua fondazione nel 1987, il Movimento Hamas si è impegnato ad evitare danni ai civili. Dopo che il criminale sionista Baruch Goldstein, nel 1994, commise un massacro contro i fedeli palestinesi nella moschea di Abramo, nella città occupata di Hebron, il Movimento Hamas ha annunciato un’iniziativa per evitare che i civili fossero il bersaglio dei combattimenti da parte di tutte le parti, ma l’occupazione israeliana l’ha respinta e non ha rilasciato alcun commento in merito. Il Movimento Hamas ha anche ripetuto più volte questi appelli, ma l’occupazione israeliana è rimasta sorda e ha continuato a colpire e uccidere deliberatamente i civili palestinesi.

3. Forse si sono verificati alcuni errori durante l’attuazione dell’Operazione Al-Aqsa Flood, a causa del rapido collasso del sistema di sicurezza e militare israeliano e del caos provocato lungo le zone di confine con Gaza.

Come riferito da molti testimoni, il Movimento Hamas ha trattato in modo positivo e gentile tutti i civili che sono stati trattenuti a Gaza, e ha cercato fin dai primi giorni dell’aggressione di rilasciarli, come è avvenuto durante la tregua umanitaria di una settimana, in cui questi civili sono stati rilasciati in cambio della liberazione di donne e minori palestinesi dalle carceri israeliane.

4. Le affermazioni promosse dall’occupazione israeliana, secondo cui le Brigate Al-Qassam il 7 ottobre avrebbero preso di mira i civili israeliani, non sono altro che bugie e falsificazioni. La fonte di queste affermazioni è la narrazione ufficiale israeliana e nessuna fonte indipendente le ha provate. È noto che la narrazione ufficiale israeliana ha sempre cercato di demonizzare la resistenza palestinese, legalizzando al contempo la sua brutale aggressione a Gaza.

Ecco alcuni dettagli che vanno contro le accuse israeliane:

♦ I filmati girati quel giorno – il 7 ottobre – insieme alle testimonianze degli stessi israeliani che sono state rilasciate in seguito, hanno dimostrato che i combattenti delle Brigate Al-Qassam non hanno preso di mira i civili e che molti israeliani sono stati uccisi dall’esercito e dalla polizia israeliana a causa della loro confusione.

♦ È stata anche fermamente smentita la menzogna dei “40 bambini decapitati” dai combattenti palestinesi, e anche fonti israeliane hanno smentito questa menzogna. Purtroppo molte agenzie di stampa occidentali hanno fatto propria questa affermazione e l’hanno diffusa.

♦ L’ipotesi che i combattenti palestinesi abbiano commesso stupri ai danni di donne israeliane è stata pienamente smentita anche dal Movimento Hamas. Un rapporto del sito web Mondoweiss del 1° dicembre 2023, tra l’altro, ha affermato che non esistono prove di “stupri di massa” presumibilmente perpetrati da membri di Hamas il 7 ottobre e che Israele ha usato tale accusa “per soffiare sul fuoco del genocidio in corso a Gaza”.

♦ Secondo due rapporti del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth del 10 ottobre e del quotidiano Haaretz del 18 novembre, molti civili israeliani sono stati uccisi da un elicottero militare israeliano, in particolare quelli che si trovavano al festival musicale Nova vicino a Gaza, dove sono stati uccisi 364 civili israeliani. I due rapporti affermano che i combattenti di Hamas hanno raggiunto l’area del raduno senza alcuna conoscenza preventiva del festival, mentre l’elicottero israeliano ha aperto il fuoco sia sui combattenti di Hamas che sui partecipanti al festival. Lo Yedioth Ahronoth ha anche affermato che l’esercito israeliano, per prevenire ulteriori infiltrazioni da Gaza e per evitare la possibilità che degli israeliani venissero arrestati dai combattenti palestinesi, ha colpito oltre 300 obiettivi nelle aree circostanti la Striscia di Gaza.

♦ Altre testimonianze israeliane hanno confermato che i raid dell’esercito israeliano e le operazioni dei suoi soldati hanno ucciso molti prigionieri israeliani insieme ai loro carcerieri. L’esercito di occupazione israeliano ha bombardato le case degli insediamenti israeliani in cui si trovavano combattenti palestinesi e israeliani, in una chiara applicazione della famigerata “direttiva Hannibal” dell’esercito israeliano, che dice chiaramente “meglio un ostaggio civile o un soldato morto, piuttosto che uno preso vivo” per evitare di impegnarsi in uno scambio di prigionieri con la resistenza palestinese.

♦ Inoltre, le autorità di occupazione hanno rivisto il numero dei loro soldati e civili uccisi da 1.400 a 1.200, dopo aver scoperto che 200 cadaveri bruciati appartenevano ai combattenti palestinesi uccisi e mescolati con i cadaveri israeliani. Ciò significa che chi ha ucciso i combattenti è lo stesso che ha ucciso gli israeliani, sapendo che solo l’esercito israeliano possiede gli aerei militari che hanno ucciso, bruciato e distrutto le aree israeliane il 7 ottobre.

♦ I pesanti raid aerei israeliani su Gaza, che hanno portato alla morte di quasi 60 prigionieri israeliani, dimostrano anche che l’occupazione israeliana non si preoccupa della vita dei propri prigionieri a Gaza.

5. È anche un dato di fatto che alcuni coloni israeliani negli insediamenti intorno a Gaza erano armati e si sono scontrati con i combattenti palestinesi il 7 ottobre. Questi coloni sono stati registrati come civili, mentre in realtà erano uomini armati che combattevano a fianco dell’esercito israeliano.

6. Quando si parla di civili israeliani, bisogna sapere che la coscrizione si applica a tutti gli israeliani al di sopra dei 18 anni – i maschi che hanno prestato 32 mesi di servizio militare e le femmine che ne hanno prestati 24 – dove tutti possono portare e usare armi. Ciò si basa sulla teoria della sicurezza israeliana di un “popolo armato” che ha trasformato l’entità israeliana in “un esercito con annesso un paese”.

7. L’uccisione brutale di civili è un approccio sistematico dell’entità israeliana e uno dei mezzi per umiliare il popolo palestinese. L’uccisione di massa dei palestinesi a Gaza è una chiara prova di tale approccio.

8. Il canale di notizie Al Jazeera ha dichiarato in un documentario che in un mese di aggressione israeliana a Gaza, la media giornaliera di uccisioni di minori palestinesi a Gaza è stata di 136, mentre la media di minori uccisi in Ucraina – nel corso della guerra russo-ucraina – è stata di uno al giorno.

9. Coloro che difendono l’aggressione israeliana non guardano agli eventi in modo obiettivo, ma cercano di giustificare l’uccisione di massa dei palestinesi da parte di Israele dicendo che ci sarebbero state vittime tra i civili durante gli attacchi contro i combattenti di Hamas. Tuttavia, non userebbero tale ipotesi quando parlando dell’Al-Aqsa Flood del 7 ottobre.

10. Siamo fiduciosi che qualsiasi indagine equa e indipendente dimostrerà la verità della nostra narrazione e dimostrerà la portata delle bugie e delle informazioni fuorvianti da parte israeliana. Questo include anche le accuse israeliane relative agli ospedali di Gaza, secondo cui la resistenza palestinese li avrebbe usati come centri di comando; un’accusa che non è stata provata ed è stata smentita dai rapporti di molte agenzie di stampa occidentali.

Terzo: Verso un’indagine internazionale trasparente

1. La Palestina è uno Stato membro della Corte Penale Internazionale (CPI) e ha aderito allo Statuto di Roma nel 2015. Quando la Palestina ha chiesto di indagare sui crimini di guerra israeliani commessi nei suoi territori, si è trovata di fronte all’intransigenza e al rifiuto israeliano e alle minacce di punire i palestinesi per la richiesta alla CPI. È anche spiacevole menzionare che alcune grandi potenze, che affermano di essere portatrici di valori di giustizia, si sono completamente schierate con la narrativa dell’occupazione e si sono opposte alle mosse dei palestinesi nel sistema di giustizia internazionale. Queste potenze vogliono mantenere “Israele” come uno stato al di sopra della legge e vogliono assicurarsi che sfugga alle sue responsabilità.

2. Esortiamo questi Paesi, in particolare l’amministrazione statunitense, la Germania, il Canada e il Regno Unito, se intendono far prevalere la giustizia come sostengono, ad annunciare il loro sostegno al corso delle indagini su tutti i crimini commessi nella Palestina occupata e a dare pieno appoggio ai tribunali internazionali affinché svolgano efficacemente il loro lavoro.

3. Anche se è dubbio che questi Paesi vogliano dare il loro sostegno alla giustizia, esortiamo ancora il Procuratore della CPI e la sua équipe a recarsi immediatamente e con urgenza nella Palestina occupata per indagare sui crimini e le violazioni commessi in quel luogo, anziché limitarsi a osservare la situazione a distanza o a essere vincolati dalle restrizioni israeliane.

4. Nel dicembre 2022, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiedeva il parere della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sulle conseguenze legali dell’occupazione illegale dei territori palestinesi da parte di “Israele”, quei (pochi) Paesi che sostengono “Israele” hanno annunciato il loro rifiuto alla mossa che veniva invece approvata da quasi 100 Paesi. E quando il nostro popolo – e i suoi gruppi legali e per i diritti – hanno cercato di perseguire i criminali di guerra israeliani davanti ai tribunali dei paesi europei – attraverso il sistema della giurisdizione universale – i regimi europei hanno ostacolato queste mosse, preferendo che i criminali di guerra israeliani restassero liberi di muoversi.

5. Gli eventi del 7 ottobre devono essere inseriti in un contesto più ampio, ricordando tutti i casi di lotta contro il colonialismo e l’occupazione avvenuti nella nostra epoca. Queste esperienze di lotta dimostrano che allo stesso livello di oppressione commesso dall’occupante, corrisponde una risposta equivalente da parte del popolo occupato.

6. Il popolo palestinese e i popoli di tutto il mondo si rendono conto della portata delle menzogne e degli inganni che i governi che sostengono la narrazione israeliana praticano nel tentativo di giustificare la loro cieca parzialità e di coprire i crimini israeliani. Questi paesi conoscono le cause profonde del conflitto, che sono l’occupazione e la negazione del diritto del popolo palestinese a vivere dignitosamente nelle proprie terre. Questi paesi non mostrano alcuna preoccupazione per la continuazione dell’ingiusto blocco su milioni di palestinesi a Gaza, né per le migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, tenuti in condizioni in cui i loro diritti fondamentali sono per lo più negati.

7. Salutiamo le persone libere del mondo, di tutte le religioni, etnie e origini, che si riuniscono in tutte le capitali e città del mondo per esprimere il loro rifiuto ai crimini e ai massacri israeliani e per mostrare il loro sostegno ai diritti del popolo palestinese e alla sua giusta causa.

Quarto: un promemoria per il mondo: chi è Hamas?

1. Il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” è un movimento islamico di liberazione nazionale e di resistenza palestinese. Il suo obiettivo è liberare la Palestina e affrontare il progetto sionista. Il suo quadro di riferimento è l’Islam, che ne determina i principi, gli obiettivi e i mezzi. Hamas rifiuta la persecuzione di qualsiasi essere umano o la compromissione dei suoi diritti per motivi nazionalistici, religiosi o settari.

2. Hamas afferma che il suo conflitto è con il progetto sionista e non con gli ebrei a causa della loro religione. Hamas non lotta contro gli ebrei perché sono ebrei, ma lotta contro i sionisti che occupano la Palestina. Tuttavia, sono i sionisti che identificano costantemente l’ebraismo e gli ebrei con il loro progetto coloniale e la loro entità illegale.

3. Il popolo palestinese si è sempre opposto all’oppressione, all’ingiustizia e ai massacri contro i civili, indipendentemente da chi li commette. E sulla base dei nostri valori religiosi e morali, abbiamo chiaramente pronunciata la nostra condanna di ciò a cui gli ebrei sono stati esposti dalla Germania nazista. Ricordiamo che il problema ebraico era essenzialmente un problema europeo, mentre l’ambiente arabo e islamico è stato – nel corso della storia – un rifugio sicuro per il popolo ebraico e per altri popoli di altre credenze ed etnie. L’ambiente arabo e islamico è stato un esempio di coesistenza, interazione culturale e libertà religiosa. Il conflitto attuale è causato dal comportamento aggressivo del sionismo e dalla sua alleanza con le potenze coloniali occidentali; pertanto, condanniamo chi sfrutta la sofferenza degli ebrei in Europa per giustificare l’oppressione contro il nostro popolo in Palestina.

4. Il Movimento Hamas, secondo le leggi e le norme internazionali, è un movimento di liberazione nazionale che ha chiari obiettivi e missione. La sua legittimazione a resistere all’occupazione deriva dal diritto palestinese all’autodifesa, alla liberazione e all’autodeterminazione. Hamas ha sempre voluto limitare la sua lotta e la sua resistenza all’occupazione israeliana nei territori palestinesi occupati, ma l’occupazione israeliana non ha rispettato lo stesso principio e ha commesso massacri e uccisioni contro i palestinesi al di fuori della Palestina.

5. Sottolineiamo che resistere all’occupazione con tutti i mezzi, compresa la resistenza armata, è un diritto legittimato da tutte le norme, dalle religioni divine, dalle leggi internazionali, comprese le Convenzioni di Ginevra con il primo protocollo aggiuntivo, e dalle relative risoluzioni delle Nazioni Unite, come la Risoluzione 3236 dell’Assemblea Generale ONU, adottata dalla 29a sessione dell’Assemblea Generale il 22 novembre 1974, che afferma i diritti inalienabili del popolo palestinese in Palestina, tra cui il diritto all’autodeterminazione e il diritto al ritorno alle “loro case e proprietà da dove sono stati espulsi, sfollati e sradicati”.

6. Il nostro tenace popolo palestinese e la sua resistenza stanno conducendo una battaglia eroica per difendere la loro terra e i loro diritti nazionali contro la più lunga e brutale occupazione coloniale. Il popolo palestinese sta affrontando un’aggressione israeliana senza precedenti che ha commesso atroci massacri contro i civili palestinesi, la maggior parte dei quali erano minori e donne. Nel corso dell’aggressione a Gaza, l’occupazione israeliana ha privato il nostro popolo di Gaza di cibo, acqua, medicine e carburante, sottraendogli così ogni mezzo di sopravvivenza. Nel frattempo, gli aerei da guerra israeliani hanno colpito selvaggiamente tutte le infrastrutture e gli edifici pubblici di Gaza, tra cui scuole, università, moschee, chiese e ospedali, in un chiaro segno di pulizia etnica volta a espellere il popolo palestinese da Gaza. Eppure, i sostenitori dell’occupazione israeliana non hanno fatto nulla, ma hanno lasciato che continuasse il genocidio contro il nostro popolo.

7. L’uso da parte dell’occupazione israeliana del pretesto dell’”autodifesa” per giustificare l’oppressione contro il popolo palestinese è un processo di menzogna, inganno e capovolgimento dei fatti. L’entità israeliana non ha il diritto di difendere i suoi crimini e la sua occupazione, ma è il popolo palestinese che ha il diritto di obbligare l’occupante a porre fine all’occupazione. Nel 2004, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha emesso un parere consultivo nel caso riguardante le “Conseguenze Legali della Costruzione di un Muro nei Territori Palestinesi Occupati”, in cui si affermava che “Israele” – la brutale forza di occupazione – “non può invocare il diritto di autodifesa per costruire tale muro sul territorio palestinese”. Inoltre, Gaza, secondo il diritto internazionale, è ancora una terra occupata; quindi, le giustificazioni per l’aggressione a Gaza sono prive di fondamento e di capacità giuridica, e non hanno nulla a che vedere con l’idea dell’autodifesa.

Quinto: cosa serve?

L’occupazione è occupazione, indipendentemente da come si auto-descrive o si chiama, e rimane uno strumento per spezzare la volontà dei popoli e continuare a opprimerli. D’altra parte, le esperienze nella storia dei popoli e delle nazioni su come liberarsi dall’occupazione e dal colonialismo confermano che la resistenza è l’approccio strategico e l’unica via per la liberazione e la fine dell’occupazione. C’è mai stata una nazione che si è liberata dall’occupazione senza lottare, resistere o sacrificarsi?

Gli imperativi umanitari, etici e legali impongono a tutti i paesi del mondo di sostenere la resistenza del popolo palestinese e non di prestarsi contro di essa. Devono affrontare i crimini e le aggressioni dell’occupazione e sostenere la lotta del popolo palestinese per liberare le sue terre e praticare il suo diritto all’autodeterminazione come tutti i popoli del mondo. 

Su questa base chiediamo quanto segue:

1. La cessazione immediata dell’aggressione israeliana a Gaza, dei crimini e della pulizia etnica commessi contro l’intera popolazione di Gaza; l’apertura dei valichi e l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, compresi gli strumenti per una ricostruzione.

2. Ritenere l’occupazione israeliana legalmente responsabile per ciò che ha causato di sofferenza umana nei confronti del popolo palestinese, e condannarla per i suoi crimini contro i civili, le infrastrutture, gli ospedali, le strutture educative, le moschee e le chiese.

3. Il sostegno della resistenza palestinese di fronte all’occupazione israeliana con tutti i mezzi possibili, come diritto legittimato dalle leggi e dalle norme internazionali.

4. Invitiamo i popoli liberi di tutto il mondo, in particolare quelle nazioni che sono state colonizzate e che si rendono conto delle sofferenze del popolo palestinese, a prendere posizioni serie ed efficaci contro le politiche di due pesi e due misure adottate dalle potenze che appoggiano l’occupazione israeliana. Invitiamo queste nazioni ad avviare un movimento di solidarietà globale con il popolo palestinese e a sottolineare i valori di giustizia e uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in libertà e dignità.

5. Le superpotenze, in particolare gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia, tra gli altri, devono smettere di fornire all’entità sionista una copertura dalle responsabilità e di trattare con essa come se fosse un paese al di sopra della legge. Questo comportamento ingiusto da parte di questi paesi ha permesso all’occupazione israeliana di commettere, per oltre 75 anni, i peggiori crimini di sempre contro il popolo, la terra e le cose sante palestinesi. Esortiamo i paesi di tutto il mondo, oggi più che mai, ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti del diritto internazionale e delle relative risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedono di porre fine all’occupazione.

6. Rifiutiamo categoricamente qualsiasi progetto internazionale o israeliano sul futuro di Gaza che serva solo a prolungare l’occupazione. Sottolineiamo che il popolo palestinese ha la capacità di decidere il proprio futuro e di organizzare i propri affari interni, e quindi nessuna parte del mondo ha il diritto di imporre una qualsiasi forma di tutela al popolo palestinese o di decidere per suo conto.

7. Esortiamo a opporsi ai tentativi israeliani di causare un’altra ondata di espulsioni – o una nuova Nakba – ai palestinesi, soprattutto nelle terre occupate nel 1948 e in Cisgiordania. Sottolineiamo che non ci sarà alcuna espulsione verso il Sinai o la Giordania o qualsiasi altro luogo, e se ci sarà un trasferimento dei palestinesi, sarà verso le loro case e le aree da cui sono stati espulsi nel 1948, come affermato da molte risoluzioni delle Nazioni Unite.

8. Chiediamo di mantenere la pressione popolare in tutto il mondo fino alla fine dell’occupazione; chiediamo di opporsi ai tentativi di normalizzazione con l’entità israeliana e di boicottare completamente l’occupazione israeliana e i suoi sostenitori.

Tratto da: L’Antidiplomatico

Il documento integrale pubblicato da Hamas: la nostra posizione sull’Operazione Al-Aqsa Flood
Il documento integrale pubblicato da Hamas: la nostra posizione sull’Operazione Al-Aqsa Flood

IL VERO MALE PROVIENE DA NOI STESSI

di Giuseppe Aiello

“Ogni bene che ti giunge viene da Allah e ogni male viene da te stesso” (Corano, Nisa, 79)…

non dice da shaytan, dice da “te stesso” —-

Se abbiamo fame, shaytan ci offre cibo avvelenato…se abbiamo sete, ci offre acqua impura…. l’essere umano è debole, e tende a cedere alle sue lusinghe (ecco perché il male viene da lui stesso), ottenebrando il proprio Cuore…

ma paradossalmente shaytan è anche luce perché nell’ insidiarci, illumina i nostri punti deboli e ce li fa conoscere, per cui capiamo dove intervenire e migliorare

infatti il compito di shaytan è sempre quello di insidiare il credente e il compito del credente è di non occuparsi dei suoi vili piani e di ricordare Dio

quindi se abbiamo fame, rifiutiamo il cibo avvelenato, e prendiamo quello del Banchetto di Dio…se abbiamo sete, rifiutiamo l’acqua impura, e abbeveriamoci alla Fonte divina…

IL VERO MALE PROVIENE DA NOI STESSI
IL VERO MALE PROVIENE DA NOI STESSI

PENSIERO UNICO E INFANTILIZZAZIONE DELLA SOCIETA’

Videoconferenza del canale YouTube LA CASA DEL SOLE, trasmesso in live streaming online il 30 gennaio 2024.

Se alcune culture conservano riti d’iniziazione e tradizioni culturali a Tokyo incoronano una ragazza ucraina come miss Giappone 2024. Allungando lo sguardo fra i concorsi delle miss troviamo che la candidata dello Zimbawe per miss Universo ha i capelli biondi e la pelle chiara, mentre miss Olanda 2024 è nata maschio. E’ evidente che l’occidente colletivo ha smarrito la bussola, ma c’è dell’altro? Esiste un disegno per cancellare le identità nazionali e promuovere la cosiddetta disforia di genere? Ne parliamo con l’antropologa Valentina Ferranti.
Intervista a cura di Jeff Hoffman

PENSIERO UNICO E INFANTILIZZAZIONE DELLA SOCIETA’
PENSIERO UNICO E INFANTILIZZAZIONE DELLA SOCIETA'
PENSIERO UNICO E INFANTILIZZAZIONE DELLA SOCIETA’

Intervista al ricercatore e scrittore Marco Zagni

di Lelio Antonio Deganutti

Marco Zagni è da sempre appassionato di viaggi e dei misteri della Storia e metastoria. Importanti sono state le sue spedizioni di ricerca archeologica in Sud America, soprattutto in Perù e Brasile. Collabora per diversi anni con riviste specializzate in misteri archeologici come «Nexus», «Fenix» e «Il Giornale dei Misteri». Ultimamente è uno dei fondatori dell’interessante progetto ‘’rabdo team’’.

Dott. Zagni, lei è un ricercatore di mondi scomparsi. Ci vuole parlare dei suoi viaggi/ricerca?

Domanda la sua dalla risposta non facile: prima di tutto sono un esploratore, sin da bambino seguivo le gesta di un mio parente, Mario Ghiringhelli, esploratore dell’Asia e del Sud America, e ho iniziato con lui ad allenarmi e a viaggiare molto presto, a 20 anni di età. Dopo che lui morì nel 1993 in un viaggio per delle complicazioni respiratorie, continuai da solo , soprattutto in Sud America. Mario fece in tempo a farmi capire che i più grandi misteri archeologici, forse collegati alla mitica Atlantide e a Mu si potevano cercare di risolvere là, in Sud America appunto. Ma feci anche conoscenza con altre grandi persone come Timothy Paterson, nipote del famoso Colonnello Fawcett, grande esploratore del Sud America, l’americano Greg Deyermenjian e il conte Antonio Filangieri, che per primo fece conoscere in Italia i misteri legati alla città sotterranea di Akakor. Greg fu invece il primo ad indirizzarmi verso la ricerca del regno perduto del Paititi , situato tra il Perù e il Brasile. Ricerca che speriamo di concludere proprio quest’anno. Non dimentico comunque il Gruppo Akakor di esplorazione, cui devo molto, e che mi ha fatto conoscere una delle guide più famose del mondo, Tatunca Nara.

Recentemente, ma non troppo ha creato assieme ad altri ricercatori ‘’rabdo team’’. Cosa sarebbe?

Questa è un’altra faccenda maledettamente importante e perciò divisiva, in un mondo iper-globalizzato, dove il pensiero alternativo non viene quasi più nemmeno tollerato. Nel 2000, tramite la conoscenza di un famoso geologo, Floriano Villa, oggi scomparso, venni a sapere di una incredibile storia, ma vera, che si basava su delle ricerche segrete compiute negli anni Sessanta in Italia, ma non solo, da un gruppo di studiosi, che avevano ipotizzato l’esistenza sulla Terra di una civiltà di tipo contemporaneo, ma remotissima, in auge milioni di anni fa. Mi venne fornito moltissimo materiale originale delle ricerche effettuate, al punto che mi resi conto, date le competenze richieste, avrei potuto analizzare questi documenti solo con l’aiuto di un gruppo di amici che ritenevo tra i più brillanti che conoscessi. Nacque così il Rabdo Team. La storia è comunque molto complessa, consiglio di leggere i due saggi che abbiamo scritto , “Il Risveglio degli Antichi” e “Il Diario degli Antichi”, reperibili sulle piattaforme commerciali internet dedicate.

La ricordo anni fa quando fece una conferenza su ‘’Tirrenide’’. L’Italia, a quanto pare, migliaia di anni fa, aveva una forma diversa. Cosa è davvero questo continente scomparso?

La Tirrenide è uno dei grandi misteri di quella parte dell’Italia antica, antidiluviana, e oggi sommersa dal Mediterraneo. Da noi non si è mai voluto approfondire veramente le ricerche subacquee al largo di certi tratti di costa italiana, mi riferisco in particolare alla zona centrale e meridionale del nostro Paese, che aveva una forma costiera diversa, forse perché, ormai è un dato di fatto, a livello popolare, più indietro degli Etruschi e dei Romani non si vuole andare. Non so, è un problema complesso che richiederebbe l’investimento, lo riconosco, di molto denaro pubblico. L’archeologia subacquea è molto costosa. La Tirrenide sarebbe comunque quella parte dell’Europa mediterranea che gli Atlantidi, lo dice Platone, avrebbero voluto conquistare, senza poi riuscirci del tutto, grazie ai Greci. Ti riferisci probabilmente ad una conferenza che avevo tenuto a Napoli, diversi anni fa. Del discorso Tirrenide se ne interessarono alcuni italiani, come Costantino Cattoi, durante il periodo del Fascismo. In ogni caso si può trovare un mio scritto in merito nel saggio “Esoterismo e Fascismo” uscito nel 2006 per Mediterranee edizioni.

Il recente revival di opere sul simbolismo archetipo, compreso lo studio dettagliato delle rune, rappresenta una nuova presa di consapevolezza di un certo mondo ‘’a-accademico’’. Si sta tracciando una nuova strada di ricerca?

Una domanda questa molto interessante: seguendo una certa linea di pensiero si può comprendere come una civiltà perduta molto antica, chiamiamola Atlantide, sapendo che sarebbe crollata prima o poi, per cause naturali endogene o esogene la nostra Terra, o per guerre devastanti, avesse voluto salvaguardare parte delle sue conoscenze, anche tecniche, in determinati modi, che potrebbero aver potuto superare la barriera del tempo, a vantaggio di chi sarebbe venuto dopo, millenni dopo. Pertanto, certe leggende tramandate a voce, certi sistemi di scrittura molto antichi come le rune o i geroglifici, per esempio, certi disegni architettonici scolpiti su pietra, potrebbero nascondere dei messaggi relativi ad un passato culturale antichissimo, molto più antico di quanto si pensi. Il saggio “Il Mulino di Amleto” spiega molto chiaramente questa possibilità, è un libro uscito diversi anni fa, il cui messaggio si comincia a diffondere tra la gente solo di questi tempi. Ma anche “l’Altra Europa” o “La Porta del Sole di Tiahuanaco” da un certo punto di vista, sono su questo genere e consiglio di leggerli. Sul fatto che però queste idee avranno presa a livello universitario sono ancora molto scettico, anche se De Santillana, autore del “Mulino di Amleto”, era un docente.

Lei sta rilasciando questa intervista per un’associazione di matrice cattolica. Si è mai appassionato a luoghi particolari di un certo Cattolicesimo, come per esempio la Provenza, dove a quanto pare era presente il Santo Graal ?

Beh, sì, essendo Cristiano cattolico, un certo interesse l’ho sempre avuto. Ultimamente, anche grazie al fatto che mia moglie Simona se la cava molto bene con la pittura iconografica religiosa tradizionale, ho visitato diversi monasteri e luoghi di culto cristiani molto interessanti tra l’Italia e la Grecia. Mi mancano ancora la Russia ovviamente, per la parte ortodossa, e altri Paesi dell’Est, ma la situazione internazionale non lo permette di certo, adesso. Certo, mi ha sempre interessato il ciclo del Graal e l’ipotesi di un Graal “provenzale”, cioè finito in Provenza, portata a conoscenza in Europa dallo studioso Otto Rahn negli anni Trenta. Al momento però non ho ancora affrontato un tour del genere, ma sono già ben attrezzato per farlo in futuro, e mi darà qualche dritta senz’altro il mio amico romano Paolo Imperio, che l’ha già fatto recentemente e dal quale vuole trarre un saggio.

Tratto da: Tota Pulchra

Intervista al ricercatore e scrittore Marco Zagni
Intervista al ricercatore e scrittore Marco Zagni

Beirut: incontro tra servizi segreti tedeschi ed Hezbollah

a cura della Redazione

29/01/2024

Il giornale libanese “Al-Akhbar” ha pubblicato i dettagli del viaggio di un alto funzionario dell’intelligence tedesca a Beirut e del suo incontro con il vice segretario generale di HezbollahNaim Qassem.

“Al-Akhbar” hanno annunciato che il vicepresidente dei servizi segreti federali, Ole Diehl, ha visitato Beirut circa due settimane fa per parlare con il vicesegretario generale di Hezbollah, Naim Qassem. L’agente tedesco non ha incontrato nessuno dei funzionari libanesi.

Elaborando gli obiettivi del viaggio, i media hanno affermato che la visita è stata effettuata in linea con gli sforzi dell’Occidente per mantenere separato il fronte libanese da quello palestinese. Un incontro in linea con la politica del bastone e della carota, che viene applicata dall’Occidente contro il Libano.

Da un lato offrono incentivi alle autorità libanesi per convincere Hezbollah a fermare la guerra e, dall’altro, trasmettono le minacce di Israele e il timore di un conflitto su vasta scala contro il Libano se le operazioni della Resistenza dovessero continuare.

L’incontro non ha portato risultati seri e la Germania non è riuscita a convincere la Resistenza a fermare le sue operazioni.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Beirut: incontro tra servizi segreti tedeschi ed Hezbollah
Beirut: incontro tra servizi segreti tedeschi ed Hezbollah

Asse della Resistenza: Usa e Israele hanno violato le regole del confronto

a cura della Redazione

29/01/2024

Asse della Resistenza – Il 2024 è iniziato con la complessa operazione di eliminazione mirata del leader palestinese, Sheikh Saleh al-Arouri, nella periferia sud di Beirut. Questa operazione ha superato tutti i limiti fissati dalle regole d’ingaggio locali e regionali, ha sorpreso tutti e potrebbe spingere la regione verso una guerra inaspettata. Questo assassinio fa parte di una serie di eventi simili, tra cui l’uccisione del generale Razi Mousavi in ​​Siria, gli attentati a Kerman che hanno preso di mira i visitatori del santuario del comandante della Forza Quds, Hajj Qassem Soleimani e l’assassinio a Baghdad che ha preso di mira il leader del movimento Al-Nujaba, Hajj Abu Tiqva Sa’idi.

Omicidi mirati contro Asse della Resistenza

Sembra che il nemico, alla ricerca di un’immagine di vittoria “strategica”, abbia deciso di portarla da qualsiasi parte del mondo finché ci saranno leader palestinesi di importanza simile al martire Sheikh Saleh al-Arouri. Il tentativo del nemico di ottenere questa immagine attraversando le linee rosse nella periferia sud di Beirut è stata l’impresa più pericolosa di questa guerra. Se non fosse stato per la rapida reazione della leadership della Resistenza in Libano, risultati disastrosi sarebbero stati inevitabili. Hanno immediatamente ricordato ai partner israeliani e americani in campo libanese la linea di condotta approvata, ristabilendo di fatto una forte base di impegno. Questa azione include il taglio di quello che il nemico considerava il suo “lungo braccio” al di fuori del fronte libanese e la prevenzione di qualsiasi tentativo di coinvolgere l’arena libanese nella guerra.

Fallimento e passaggio al piano B

A causa dei numerosi fallimenti dell’alleanza americano-israeliana in vari ambiti, tra cui la guerra a Gaza, l’escalation in Libano, la creazione di un’alleanza navale per proteggere le navi israeliane e impedire alla Resistenza irachena di effettuare le sue operazioni in tutta la regione, è stato necessario adottare il piano B. Questo piano è stato attuato dall’alleanza americano-israeliana in modo coordinato secondo un programma prestabilito. L’approccio scelto prevede il parziale rispetto del principio operativo di Washington dell’impegno negli scontri tra le due guerre.

La debolezza dell’alleanza Usa-Israele sul terreno e nella regione sembra essere evidente negli attacchi congiunti contro obiettivi in ​​Iran, Libano, Iraq, Siria e Yemen. Il danno causato dai continui fallimenti nell’affrontare le conseguenze dell’operazione Al-Aqsa Storm, inclusa la fallita strategia militare a Gaza, ha colpito Washington in misura quasi pari al danno subito da Israele.

La decisione congiunta tra Stati Uniti e sionisti prevede la conduzione di una campagna aerea contro obiettivi in ​​Libano, Iraq e Siria, nonché l’impegno in azioni di disturbo nello Yemen.

Gli Stati Uniti, cauti nell’espandere il proprio coinvolgimento nell’entità di occupazione su altri fronti, hanno recentemente cambiato le regole di ingaggio stabilite in Asia occidentale diversi anni fa. L’autocompiacimento americano nel permettere al nemico di assassinare Saleh al-Arouri, nella periferia sud di Beirut, ha portato Washington a pagare il prezzo del suo intervento in Libano. Questo incidente ha riaffermato il suo impegno, insieme al suo alleato Israele, a evitare di comunicare con il Libano e di coinvolgerlo nei conflitti tra Paesi.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Asse della Resistenza: Usa e Israele hanno violato le regole del confronto
Asse della Resistenza: Usa e Israele hanno violato le regole del confronto

NIENTE DURA PER SEMPRE

di Giuseppe Brucculeri

Il famoso attore Arnold Schwarzenegger ha pubblicato una foto di lui mentre dorme per strada sotto la sua famosa statua di bronzo e ha scritto tristemente “come sono cambiati i tempi” . Il motivo per cui scrisse quella frase non fu solo perché era vecchio, ma perché quando era governatore della California inaugurò un albergo con la sua statua. Il personale dell’hotel ha detto ad Arnold: “puoi venire in qualsiasi momento e avremo una stanza riservata per te”. . Quando Arnold si dimise dalla carica di governatore e si recò in albergo, l’amministrazione si rifiutò di dargli una stanza sostenendo che avrebbe dovuto pagarla, poiché erano molto richieste . Ha portato un sacco a pelo, si è messo sotto la statua e ha spiegato cosa voleva trasmettere: “Quando ero in una posizione importante, mi facevano sempre i complimenti, e quando ho perso questa posizione, si sono dimenticati di me e non hanno mantenuto la promessa. Non fidarti della tua posizione, né della quantità di denaro che possiedi, né del tuo potere, né della tua intelligenza, non durerà.” . Cercando di insegnare a tutti che quando sei “importante” agli occhi delle persone, tutti sono tuoi “amici” ma una volta che non giovi ai loro interessi, non avrai più importanza. Secondo Arnold, “Niente dura per sempre”…

NIENTE DURA PER SEMPRE
NIENTE DURA PER SEMPRE