Lo studioso e attivista politico americano, Noam Chomsky, ha affermato che l’assassinio del generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dell‘Irgc, ha dimostrato che gli Stati Uniti sono uno “stato canaglia”, che non hanno alcun rispetto per il diritto internazionale.
“L’omicidio di Soleimnai è un atto straordinariamente pericoloso. Niente del genere è successo durante la seconda guerra mondiale o durante la guerra fredda”, ha dichiarato Chomsky durante un’intervista.
L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato il 3 gennaio 2020 l’attacco con un drone contro il convoglio del generale Soleimani al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Baghdad. Il generale era andato a Baghdad su invito del governo iracheno. L’attacco ha ucciso anche Abu Mahdi al-Muhandis, il secondo in comando delle Unità di mobilitazione popolare irachena, così come altre otto tra iraniani e iracheni.
I due comandanti erano molto popolari grazie al ruolo chiave che hanno avuto nell’eliminazione del gruppo terroristico Daesh sostenuto dagli Stati Uniti nella regione, in particolare in Iraq e Siria.
Nel luglio 2020, Agnes Callamard, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, in un rapporto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha sottolineato la natura “illegale” dell’operazione di assassinio, poiché gli Stati Uniti non avevano fornito la prova di un attacco imminente contro i suoi interessi per giustificare il raid.
Da Massimo Scaligero, La Via della Volontà Solare. Fenomenologia dell’Uomo Interiore, Roma,1986, pp. 318-320
“Esauritosi l’impulso metafisico del mondo antico, la resurrezione delle sue forme e delle sue dottrine in cui si creda ritrovare concluso l’elemento eterno, la restaurazione dei suoi residui tradizionali, sarà inconsapevolmente una via fuori della Iniziazione autentica, che esige invece, ogni volta, un moto rinascente dal fondamento e perciò un rapporto rinnovellantesi secondo la forma attuale del fondamento che è l’individualità. Nella maggior parte dei casi la tentata restaurazione sarà una ricerca del soprannaturale non per via delle pure idee – che è la via di questo tempo – ma secondo stati d’animo dovuti alle condizioni dell’alienazione spirituale e secondo inclinazioni del sub-conscio, organo regredito dell’antica sopranatura. Là dove un tempo si manifestavano direttamente entità sovrasensibili, nella natura e nella razza, per il mutamento accennato, operano ora le forze ahrimaniche della terrestrità, mentre nella polarità opposta – di contro alla natura e alla razza – ossia in una direzione che nei tempi passati sarebbe stata infrazione, irregolarità, non conformità al dharma, appunto in tale direzione ora è attivo lo Spirito. Occorrerà distinguere da questi tentativi di resurrezione dell’antica correlazione con il Divino, l’azione iniziatica che si svolge dietro lo scenario visibile ad opera dei veri Iniziati, o Guide dell’umanità, il cui compito è preparare i nuovi tempi e inspirare coloro che dovranno affrontare secondo la ‘direzione solare’ le condizioni dell’esperienza scientifico-tecnica e l’equivoco riguardo alla presente ricerca spirituale. Ma tale ‘azione iniziatica’ non è certamente la tradizione formale dei culti o la funzione dei cosiddetti ‘organismi tradizionali’, con la cui mirabile messa in luce René Guénon è riuscito, per esempio, a far passare dal Cattolicesimo all’Islamismo una notevole schiera di europei – come se il passaggio da un ritualismo a un altro potesse suscitare l’intuizione metafisica – conducendoli a pensare i suoi pensieri e facendo loro accettare come un catechismo la sua ingegnosa interpretazione del mondo tradizionale. Onde oggi si dà il caso che questi discepoli, poco avveduti del valore del pensiero occidentale a cui lo stesso Guénon in sostanza deve la possibilità della sua indagine, imparino una sorta di grammatica e terminologia tradizionalistica, in base alle quali, ormai pensando in quelle parole più che in pensieri, si atteggiano a giudici di ogni forma o espressione dottrinaria riguardo al ‘metafisico’, non dissimili in ciò ai fedeli di ogni chiesa, la cui esilità intellettiva acquisisce parvenza di forza quando possa giovarsi di un’analisi nominalistica dogmaticamente organata. Il dogmatizzare la Tradizione è inevitabilmente la correlazione con strati oscuri della coscienza pre-individuale, che possono esercitare il loro potere, in quanto non esigono un moto indipendente , una creazione fuori del previsto, un atto di libertà, ma essi stessi tendono a proiettarsi come valori trascendenti. Proprio una simile proiezione, valorizzando in parventi forme metafisiche o esoteriche un mondo sotterraneo di ombre e di ricordi, propizia il clima grazie al quale, sul piano esteriore, le scienze materialistiche, in quanto analisi della natura disaminata – controparte terrestre della Tradizione retorizzata – si rafforzano, apparendo scienze della realtà, e tra l’altro la psicologia analitica giunge a considerare le imagini dell’inconscio origine dei miti e dei temi iniziatici. In tal senso, un ricercatore non può considerare la ipotesi che gli assertori della presunta Philosophia perennis, come gli araldi del tradizionalismo, malgrado le loro buone intenzioni, operino in questa epoca come strumenti idonei di una lotta occulta contro l’uomo, in quanto tendono a privarlo di quella possibilità di conversione del pensiero astratto-razionalistico, in vista della quale tutto il processo della caduta sino alle condizioni dello scientismo agnostico e dell’irreale cultura si è svolto. Questo pensiero ha in sé una possibilità spirituale nata dal suo essersi legato ai contenuti finiti, sviluppando in ciò una forza esprimentesi come discorso e razionalità, ma di ordine in sé sovrasensibile: una tale possibilità, che può attuarsi mediante l’ulteriore moto del pensiero che assuma la sua stessa attività affrancandosi dall’oggetto, può essere perduta – e questo è il pericolo – in quanto si creda di liberarla sostituendo l’oggetto con un altro oggetto che lascia immutata la situazione. Tale oggetto, o cosa, darà l’illusione dell’atto spirituale, in quanto si chiamerà ‘tradizione’, o ‘principio’, o ‘filosofia perenne’, o ‘yoga’: sarà l’ottusa situazione di ogni ‘realismo’ che evita la coscienza del pensiero assunto per la posizione realistica medesima”
L’infantilismo psicologico contemporaneo, tra le sue varie declinazioni, lo troviamo anche in quell’identificarsi semi-inconscio in un filone politico di DESTRA o di SINISTRA, categorie oramai svuotate di senso, de-storicizzate, depravate, appiattite e pressoché inconciliabili con le esigenze attuali e future della psicologia collettiva, della società e delle culture.
A rilevare ciò sono stati anche noti sociologi, filosofi, storici.
L’ esemplificazione degli effetti primitivi, infantili e perversi dell’ identificarsi tout court in una di queste due posizioni ideologiche (che, ricordiamo, conservano ben poco di ciò che erano storicamente) la ritroviamo in queste poche righe di Alberto Scotti, che relativamente agli omicidi recenti – cavalcati con doppipesismi beceri da entrambe le fazioni politiche – scrive in maniera ironica ma lucida e veritiera:
“L’omicidio di Vanessa Ballan commuove tantissimo la platea dei destri, essendo l’assassino uno straniero. La sensibilità delle due tribù riguardo alle tragedie di cronaca nera mi colpisce sempre tantissimo.”
Fa bene Alberto Scotti a chiamarle ironicamente “tribú” – ma forse anche impropriamente dal punto di vista antropologico. Scotti qui coglie in maniera magistrale e al tempo stesso semplice e alla portata di tutti, il becerismo psicologico che deriva dall’identificarsi tout court in una “destra” e in una “sinistra”: ciò equivale psicologicamente ad essere fisiologicamente unilaterali.
Stiamo parlando di quelle “cose morte” (destra, sinistra) a cui si accodano altri vivi già morti (come li chiama Bergonzoni). Sono i rappresentanti di un vecchio mondo già morto che si sta accorgendo a poco a poco di essere morto, e quindi lancia i suoi ultimi e disperati rantoli, che si traducono in pensieri e azioni sempre più grottesche quanto terrificanti e demenziali.
Per fortuna ciò è sempre più visibile a 360 gradi.
Che fare?
Come ricorda Jung nel suo immenso “Libro Rosso” :
“Lasciate cadere ciò che vuole cadere, altrimenti vi trascinerà con sé”.
Il comandante in capo dell’Iran, il tenente generale Qassem Soleimani, ha progettato la linea della Resistenza da Sana’a, capitale dello Yemen, alla Palestina occupata, afferma un analista iracheno.
In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Mehr, Qassem Salman Al-Aboudi ha affermato che il successo dell’operazione Al-Aqsa Storm lanciata dal movimento di Resistenza Hamas a Gaza contro Israele, è stato ottenuto grazie alle iniziative del generale Soleimani.
Gli osservatori politici e regionali sono ben consapevoli dell’importante ruolo della causa palestinese nel pensiero del martire Soleimani. Il generale ha compiuto molti sforzi per potenziare e ammodernare l’intifada palestinese, ha aggiunto Al-Aboudi.
Le Brigate al-Qassam, l’ala militare del movimento Hamas, stanno ora sfruttando la strategia di combattimento di Soleimani. La strategia dell’Asse della Resistenza Islamica ruota attorno al sostegno agli oppressi in varie nazioni islamiche, in particolare la causa palestinese contro l’occupazione sionista, ha osservato.
Soleimani ha avuto una presenza distintiva e notevole in un momento critico e in un luogo che ha delineato le linee di conflitto con il regime sionista. Questo è il motivo per cui il famigerato Donald Trump ha ordinato il suo assassinio all’aeroporto di Baghdad. Veniva spesso definito l’uomo invisibile e l’uomo ombra. Soleimani mirava a rafforzare l’Asse della Resistenza da Sana’a al Libano meridionale, Iraq, Siria e Palestina. Oggi, la storica operazione Al-Aqsa Storm ha umiliato i sionisti, e loro lo devono al martire Soleimani.
Il generale ha trasferito la tecnologia missilistica alla Palestina occupata e ai combattenti palestinesi come la più grande sfida all’arroganza dell’Occidente in tutto il Medio Oriente e nella regione dell’Asia occidentale. Ha equipaggiato i palestinesi in questo campo, quindi oggi assistiamo ai successi della Resistenza Islamica palestinese.
Soleimani ha sradicato l’Isis in Iraq e Siria
Il tenente generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dell’Irgc, e Majid Al-Mohandis sono stati assassinati venerdì 3 gennaio 2020.
Riguardo al suo status, il leader della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha affermato che “il martire Soleimani ha portato nuova vita al Fronte della Resistenza. Il suo sostegno materiale, spirituale e morale ha protetto, fortificato e ravvivato questo eterno e crescente fenomeno di Resistenza contro il regime sionista, l’influenza degli Stati Uniti e altri Stati arroganti”.
Soleimani, guidando gli sforzi dell’Iran e aiutando in larga misura i Paesi della regione, ha contribuito a sradicare l’Isis in Iraq e Siria e ha impedito la diffusione del terrorismo sostenuto dagli Stati Uniti.
Cristiano, ebreo, musulmano, sciamano, zoroastriano, pietra, terra, montagna, fiume, ognuno ha un modo segreto e unico di relazionarsi con il mistero, e non può essere giudicato.
Nell’uomo il desiderio di evasione è innato. Per un periodo circoscritto egli può anche sedersi accanto al fuoco a meditare, ma prima o poi si alza e comincia a camminare. Che cosa c’è oltre la siepe? Novità, pericolo, conoscenza, avventura? Andiamo a vedere. Alla curiosità congenita vanno aggiunte le cause di forza maggiore, cioè le bizze del clima, le aritmie cardiache della Terra, gli imprevedibili colpi di testa del Cielo e le conseguenze talvolta catastrofiche delle «invenzioni» umane. Una complessa miscela di motivi vaporizzò dunque l’«eredità polare» dell’Uomo/dio-natura delle Origini, il cammino del quale estese l’antichissima «koinè boreale» alle popolazioni dislocate nelle terre affacciate all’Artico, che a quei tempi costituiva un esteso bacino quasi completamente chiuso e quindi potenzialmente più caldo, come del resto il Mediterraneo [immagine 1]. Sul rafforzamento delle differenze fondamentali, propedeutiche alle contraddizioni inconciliabili, pesarono due cause prime: il fattore spaziale e l’elemento sociologico. Punti di partenza dai quali non si può prescindere, perciò era fisiologico che adattandosi alla varietà degli ambienti esterni ogni gruppo elaborasse un suo personale punto di vista in materia di agricoltura, scienza curativa delle erbe e geometria del cielo, arte di costruire oggetti utili e case decenti, vivere civile, riti e i miti. Le disparità di vedute presenti in termini di connessioni spirituali ed emotive non cancellarono comunque le affinità di base che tuttora sono riscontrabili nei Lapponi, nei Siberiani, nei Nativi Americani del Canada e del Labrador, nei Celti (M. Ruzzai, Strade del Nord, https://www.alicedemo.net/ereticamente). Un ruolo fondamentale nella definizione dei tratti identificativi di ciascun popolo ebbero inoltre le ibridazioni, sempre più diffuse, come testimonia il recente ritrovamento di una dentatura vecchia di 48.000 anni nell’isola di Jersey, la quale presenta diverse caratteristiche proprie dei neandertaliani ma anche la forma del colletto dentale (la parte tra la corona e la radice) tipica di un Sapiens.
Si stima che il Sapiens di seconda generazione proveniente dall’area sub-polare e l’Homo neanderthalensis europeo abbiano condiviso gli stessi spazi per almeno 5.000 anni, un periodo sufficiente a scolpire nei pilastri della Storia quello schema concettuale apparentemente moderno ma forse antichissimo posto alla base della definizione del dualismo strutturale della civiltà come principio. In altre parole potrebbero affondare nel Paleolitico Superiore le radici del secondo postulato della geopolitica topica di Mackinder, al quale va il merito di avere dato una dignità scientifica ai movimenti mai casuali dei gruppi umani, la cui varietà contraddistingue l’unità della specie stessa. Di fatto il cammino dell’uomo è sempre stato reso possibile dalle azioni di due orientamenti distinti ma sinergici, quello dei «nomadi della civiltà della Terra» (nella fattispecie, i Neanderthal) e quello dei «nomadi della civiltà del Mare» (i Sapiens). Proprio dall’incontro/scontro di costoro sono scaturite fin dall’inizio dei tempi peculiarità specifiche in termini di strategie e valori, visione complessiva e originalità d’interpretazione. Terra e Mare. Il confronto planetario tra tellurocrazia e talassocrazia esisteva nella Preistoria, c’è stato nella Storia e continua ad esserci nella Post-storia. Il giorno che al posto della geopolitica classica ci sarà uno strumento più efficace per interpretare le azioni del genere umano adegueremo i pensieri a nuove visioni, ma per il momento questa è l’unica finestra aperta sul mondo.
Terra e Mare
L’inesistenza in Eurasia di reali barriere fisiche permise al Neanderthal e al Sapiens d’incontrarsi e di portare in giro per il continente-madre il «fardello dell’uomo bianco», permanentemente impegnato nello sforzo di far rivivere la tradizione primordiale. Entrambi protagonisti del periodo che fece da cerniera tra la cultura artico-primordiale e la cultura aurignaziana essi lasciarono nell’ultima fase interglaciale impronte riconoscibili, cioè diverse, che cercheremo di sintetizzare. Il modello tellurocratico del Neanderthal era più teso al potere terrestre, cioè imperniato su un universo valoriale «antico» e sostanzialmente immobile, mentre il modello talassocratico del Sapiens apparve fin dapprincipio più incline alle innovazioni e al movimento, prova ne è il fatto che la specie fuoriuscita dall’Artico in circa duemila anni di viaggi riuscì ad «abbracciare» le Americhe dal Canada alla Terra del Fuoco (S.Wells, Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie, 2006). Alla fine i tempi in cerca di riscatto premiarono l’intraprendenza, sicché il Sapiens non soltanto ebbe la possibilità di inserire nel tessuto umano il «cuneo della razza pre-nordica» di cui parla il Wirth ma aprì altre menti a quella visione spirituale dell’esistenza destinata a diventare l’ossatura culturale della maggior parte dei popoli primitivi [immagine 2]. Simbolismi inequivocabilmente legati alle latitudini boreali sono tuttora riscontrabili nelle tradizioni di molti nativi nord-americani, tra i pigmei Semag malesi e i Batak di Sumatra, il cui albero della vita assomiglia in modo impressionante al frassino Yggdrasill della mitologia norrena. Persino le tradizioni degli zingari localizzano il «paradiso terrestre» nella regione siberiana … qualcuno deve pur averglielo detto. Gira senza sosta in compagnia del suo trolley anche il Demens, è raro tuttavia che egli riesca a costruire qualcosa di serio là dove è diretto, non riuscendo a farlo neppure qua dove si trova. D’altra parte la decantata «libertà di movimento» del XXI secolo non è stata pensata per «civilizzare» bensì per tagliare i ponti con ogni appartenenza pregressa (vincoli comunitari d’origine, patria, tradizioni, cultura, famiglia, eccetera) al fine di tracciare e controllare la popolazione umana. Comprensibilmente non sappiamo se l’incedere del Sapiens primordiale sia stato più o meno corretto di quello dei suoi discendenti, mossa però dal desiderio di migliorare la propria condizione la «stirpe sapiente» finì per arricchire anche quella degli altri. Una cosa che il Demens non potrebbe fare neppure volendo, dal momento che: 1) il baricentro antropologico della società è stato spostato e ancora non ha trovato un posto nella Storia; 2) sulla scacchiera planetaria attualmente non ci sono «civiltà» bensì «economie»; 3) lungi dall’accontentarsi di un miglioramento di vita la parte talassocratica vuole ottenere il dominio globale pensando che la parte tellurica nutra lo stesso desiderio, come testimoniano le parole del politico statunitense James Burnham (1905-1987): “geograficamente, strategicamente l’Eurasia circonda l’America ed è sempre pronta a rovesciarsi su di essa” (tratto da The Struggle for the world, 1947). Detto tra noi: per quale motivo dovrebbe verificarsi una cosa del genere? Cosa manca all’Eurasia che già non possieda? Terra, risorse naturali ed energetiche, paesaggi incantati e mai uguali, Storia e cultura, tradizioni e religioni? Uomini e donne d’ingegno, artisti e scienziati, imprenditori e artigiani? Senza contare che non si è mai vista una civiltà tellurica (oggi, quella eurasiatica) «rovesciarsi» su una civiltà talassocratica (quella americana) con l’intenzione di conquistarla e dominarla.
Polimorfismo
Prima che arrivasse il «conquistatore» c’era il «civilizzatore», un personaggio i cui viaggi erano motivati da necessità e/o curiosità, non certo dalla brama di arraffare e portare via. I movimenti più significativi si registrarono durante il miglioramento generale delle condizioni climatiche seguito al picco del Primo Pleniglaciale wurmiano, con un aumento del traffico demografico nel lasso temporale tra 44-42.000 anni fa (interstadiale Laufen/Gottweig), caratterizzato da una situazione ancora più mite. Ne consegue che il Sapiens esportò se stesso, le sue credenze, la sua visione del mondo, il suo modo di vivere molto prima che le Coca-Cola e i McDonald’s colonizzassero gli stomaci e le menti. A quell’epoca il mondo era un crogiolo di esseri insoliti che proliferavano negli angoli più remoti della Terra. I viaggiatori preistorici, sì, avrebbero avuto mille ragioni per esclamare alla maniera dell’indimenticabile replicante Roy Batty: “ho visto cose che voi umani [moderni] non potete immaginare”. Non solo spazi inediti, paesaggi inattesi, piante e fiori dalle forme astruse, animali sconosciuti, ma anche uomini che non sembravano uomini, nonostante l’unità della «razza umana» vada considerata a prescindere come una caratteristica terrestre che incarna il più alto livello della creazione.
Tralasciando le distorsioni lessicali introdotte nel XV secolo dal colonialismo europeo a proposito del termine «razza», le diversità razziali esistono e nella fase vergine dell’attuale Ciclo la varietà nell’unità della specie era ancora più marcata. Viaggiando in terre selvagge non era infrequente incontrare giganti e nani, bianchi con i capelli corvini e neri dal pelo rosso, nasi aquilini sotto occhi a mandorla, orecchie enormi attaccate a crani piatti, colli lunghi che sostenevano teste d’uovo e «creature scimmiesche» con le quali era necessario dividere i propri spazi vitali, sebbene nessun uomo sia mai disceso dalla scimmia. L’immaginazione del Demens è inadatta a visualizzare la varietà umana che lo ha preceduto, mentre la mente del Sapiens era più incline a giocare con la Natura (K. Axelos, Le Jeu du monde, 1969). Nessuno può descrivere oggi i meccanismi che la regolavano, trattandosi tuttavia di un provetto cacciatore si presume che l’approccio applicato agli esseri umani non fosse differente da quello usato con gli altri animali. Sulle prime il nuovo arrivato se ne sarà stato zitto e muto ad aspettare che l’autoctono incuriosito saltasse fuori, poi lo avrà osservato avanzare a piccoli passi dalla boscaglia, piccolo e magro, infagottato in pelli conciate male, sporco e dall’aria impaurita, quindi si sarà stupito di quanto la vista del selvatico fosse insolita. Ruvida. Primitiva. Sconfortante. Neppure chi si crede pronto a tutto, in realtà, lo è mai abbastanza. Ma se a caldo prevale lo spaesamento, in seconda battuta subentra la consuetudine, scende cioè dall’alto quel volano che permette all’uomo dotato di immaginazione di trasformare persino gli eventi sgradevoli in nuovi mondi di significati spirituali, religiosi, mitologici, allegorici e filosofici. Ecco perché uno accanto all’altro il primordiale e il primitivo hanno camminato insieme per millenni, seminando strada facendo un patrimonio di perle narrative riguardanti i tempi ancestrali in cui gli dèi avevano istruito gli uomini. Un nobile intento che non sempre andava a buon fine. Se tendere la mano è un gesto spontaneo, o forse innato, a furia di dare finisce per svuotarsi dentro persino il «divino», cioè l’essere eccezionale. E a quel punto, poco importa se fuori va tutto bene. Fa niente se nelle pianure la tiepida brezza solletica costantemente i fusti degli alberi, la terra promette buoni frutti, l’acqua limpida non manca, e il sole neppure. Non era in un posto simile che il Sapiens voleva venire sin dall’inizio? Perché, allora, stava costantemente con il piede levato, sempre pronto a ripartire? In seguito tra le tribù civilizzate cominciò a circolare la voce della profonda inquietudine di quegli esseri così speciali da sembrare quasi divini, i quali non diedero mai una motivazione alle loro peregrinazioni, né l’impressione di pensare a un possibile ritorno in patria. Vagabondavano consapevoli del proprio destino: come l’albero aveva mille radici profonde, ugualmente l’uomo possedeva due gambe fatte per camminare, e, di conseguenza, le usava per spostarsi.
Dallo spazio qualitativo allo spazio quantitativo
Da sempre la Storia è determinata dalla Geografia e perciò la genesi, lo sviluppo, le migrazioni di qualsiasi gruppo sociale appaiono indissolubilmente legati alla morfologia del territorio e al clima che lo caratterizza. Nel processo di trasformazione il fattore spaziale precede l’elemento sociologico, nel senso che il modo in cui una certa società umana percepisce lo spazio circostante condiziona le decisioni politico-strategiche del gruppo, cioè il «cosa fare» e il «come farlo insieme». O, almeno, così è stato fino all’avvento del mondo-Demens, che immergendo le persone in uno spazio omogeneo derivato dal pensiero matematico di stampo cartesiano/newtoniano (la città urbana), cioè in uno spazio quantitativo, ha fortemente limitato le scelte soggettive e pressoché azzerato quelle collettive. All’opposto il mondo-Sapiens era inserito in uno spazio qualitativo, ossia nel perimetro di un’area disomogenea (naturalmente libera) caratterizzata dalla varietà di particolarità semantiche, consolidate e derivate da specifici elementi culturali, mitologici e religiosi. Ne consegue che le differenze sviluppatesi in seguito tra i due blocchi continentali, l’Eurasia e le Americhe, trassero origine dal «fattore spazio» poiché ambienti diversi, a prescindere dal comune punto di partenza, generano adattamenti diversi, condizioni di vita diverse, formazione di mentalità diverse, nascita di ritualità diverse. Vedasi ad esempio le specificità germogliate nei due Centri Sacrali Secondari fondati dalla famiglia primordiale ormai definitivamente divisa, uno nella Siberia orientale (tellurocratico) e l’altro oltre il 62° parallelo nord nel quadrante posto tra Groenlandia, Islanda, Fær Øer e Scandinavia (talassocratico). A loro volta questi «gemelli diversi» generarono una prole ancora più diseguale e numerosa poiché l’adeguamento socio-spaziale non ha mai riguardato una singola vita bensì svariate generazioni diluite in un periodo temporale medio-lungo. Abbastanza prolungato da deteriorarsi, motivo per cui si ritiene che la consistente dispersione demografica avvenuta nel corso del Secondo Grande Anno dell’attuale Manvantara (da 52.000 a 39.000 anni fa) sia andata di pari passo con l’erosione dell’eredità polare primordiale. Strada facendo il patrimonio di conoscenze lasciato dal Sapiens venne capitalizzato in modo differente, cioè la cultura dei Beringiani assunse sfumature diverse rispetto a quella dei Tibetani, o degli abitanti dell’odierna Repubblica Ceca (dove reperti antichissimi come quelli di Brno/Predmost/Pavlov testimoniano insediamenti ancestrali). Fermo restando un punto, sul quale tutti i popoli si trovarono d’accordo: l’Uomo era stato creato da una divinità. Si trattava di un modo per dire che il Neanderthal «venne al mondo», cioè fu civilizzato, dal Sapiens che lo ri-creò? In parte potremmo trovarci in presenza di ricordi fraintesi, attenzione però a non trasformare l’incredulità in una fede perché il fanatismo laico è molto meno ragionevole di quello religioso, come hanno scritto i fratelli de Goncourt, basta un attimo di distrazione per farlo degenerare in un vizio patologico. Ne consegue che anziché cercare il pelo nell’uovo dei racconti tradizionali, i quali comunque nascono sempre da una verità, il Demens farebbe bene ad occuparsi della «leggenda» nella quale lui stesso è immerso fino al collo senza sapere di esserlo. Viviamo in tempi ingannevoli, ma finché il corpo fisico del Sapiens-Demens sarà fatto di carne e sangue nulla di realmente (s)travolgente potrà accadere alla specie umana, quindi il robot sapiens ha buone probabilità di rimanere ciò che è: un giocattolo con cui trastullarsi nei momenti di tristezza. Per caso o per fortuna, non si sa, “l’uomo [è] un animale isterico posseduto dai suoi sogni ma tuttavia capace di oggettività”, come ha scritto Edgar Morin nel suo libro Il paradigma perduto. Poiché il Sapiens e il Demens sono due facce della stessa medaglia, impariamo dunque a non dare troppo peso alla società fluida creata da questo animale bifronte. Com’è noto in principio prevalgono i buoni propositi e il gruppo pretende al proprio interno rigore, metodo, disciplina; a metà strada arriva la voglia di lanciarsi in imprese spericolate, quindi aumentano i passi falsi e le stramberie; infine, dopo averle provate tutte (culti, riti, religioni, leggi, istituzioni, ideologie, teorie, eccetera), l’euforia diventa indistinguibile dall’insana follia. Ecco perché nessuna grande impresa è mai stata compiuta da un uomo ragionevole, ammesso che nella varietà che caratterizza l’unità della specie umana sia contemplata questa categoria di persone. Ed ecco perché dalle azioni irragionevoli, inspiegabilmente, sono nate le più grandi civiltà.
Una mattina d’autunno dell’anno 551 a.C., in una famiglia nobile decaduta del regno di Lu, nella Cina orientale, nacque un bambino. Nessuno al tempo avrebbe immaginato che il piccolo avrebbe arrecato degli enormi cambiamenti nel corso dei millenni alla società cinese. Si tratta di Confucio. Confucio (Kongzi) è uno dei più grandi filosofi del mondo ed anche l’iniziatore del Confucianesimo cinese.
Quattrocento anni fa furono proprio i gesuiti italiani a tradurre dal cinese in latino “I Dialoghi”, il classico che registra gli insegnamenti di Confucio ai suoi discepoli, il che fece conoscere all’occidente la dottrina confuciana. Ora vi presenteremo il tempio la residenza e la foresta di Confucio, che si trovano a Qufu, nella provincia dello Shandong, nell’est della Cina.
Il tempio commemorativo, la residenza e la tomba di Confucio sono chiamati Tempio, Residenza e Foresta di Confucio, un simbolo della considerazione durata oltre duemila anni degli imperatori cinesi verso Confucio e il Confucianesimo, che possiedono un’importante posizione nell’ambito della storia cinese e della cultura orientale mondiale.
Il Tempio di Confucio, che occupa una superficie di 21,8 ettari, è chiamato “il primo tempio della Cina” e costituisce la principale sede delle cerimonie in suo onore. L’enorme dimensione, gli splendidi edifici e l’armoniosa disposizione esprimono il tradizionale e particolare stile dell’antica architettura cinese. Inoltre la superficie e l’ordine architettonico equivalgono a quelli degli edifici imperiali. La storia della sua costruzione, durata più di duemila anni, lo rende un esempio unico di complesso architettonico nella storia culturale dell’umanità. Nel 478 a.C., ossia l’anno dopo la morte di Confucio, il re di Lu trasformò in tempio la casa della sua famiglia, esponendovi gli abiti, i copricapi e gli strumenti rituali di Confucio e tenendovi ogni anno delle cerimonie in suo onore. In quel periodo il tempio comprendeva solo tre stanze, in seguito la cultura confuciana creata da Confucio divenne gradualmente la cultura ortodossa cinese, e attraverso gli ampliamenti degli imperatori delle varie dinastie, si trasformò in un grandioso complesso di edifici. All’inizio del 18° secolo l’imperatore Yongzheng della dinastia Qing ordinò un restauro su vasca scala, portando il Tempio di Confucio alle attuali dimensioni.
Il tempio da sud a nord è lungo oltre 1000 metri, si estende su una superficie di 100.000 mq e comprende quasi 500 stanze, costituendo un complesso secondo per dimensione solo alla Città Proibita ed un classico esempio di complesso templare dell’antichità cinese.
Gli edifici del tempio seguono i massimi standard architettonici della società feudale, ossia la struttura architettonica dei palazzi imperiali. I principali edifici si trovano sull’asse centrale sud-nord e quelli secondari ai lati, in posizione simmetrica. Il Tempio di Confucio utilizza la formula del 9, ossia 9 cortili, mentre la sala principale Dacheng comprende 9 suddivisioni. Il 9 è il numero dispari più alto, e nella società feudale era prerogativa dell’imperatore, specialmente in architettura nessun altro poteva utilizzare la formula del 9, in caso contrario era punito col taglio della testa. Il Tempio di Confucio invece fa eccezione. Di fronte alla sala principale si erge una serie di cinque porte: secondo il sistema rituale feudale, solo gli edifici di corte potevano avere porte del genere, come la Città Proibita di Pechino, per cui le cinque porte del Tempio di Confucio utilizzano il protocollo imperiale.
L’edificio centrale del Tempio di Confucio, la sala Dacheng, ha un’altezza di 30 metri e una lunghezza est-ovest di oltre 50 metri. Il tetto è ricoperto di tegole gialle, che lo rendono brillante e maestoso allo stesso modo della Sala della suprema armonia della Città Proibita, da cui l’appellativo di “uno dei tre maggiori palazzi dell’antichità cinese”. Le dieci colonne in pietra a forma di drago di fronte alla sala Dacheng sono gli elementi che attirano la maggiore attenzione: alte 6 metri e con un diametro di 1 metro sono completamente scolpite, presentandosi maestose e raffinate. Le dieci colonne del drago sono del tutto diverse, con una plastica unica, costituendo una gemma dell’antica scultura in pietra a cui neppure le colonne del drago della Città Proibita possono avvicinarsi.
Nel complesso del tempio si trovano anche più di 2000 steli delle varie dinastie, costituendo una delle maggiori “foreste di steli del paese”, comprensiva di più di 50 steli imperiali, ad indicare la somma posizione occupata da Confucio nella società feudale.
La Residenza di Confucio, posta vicino al tempio di Confucio, ospitò le successive generazioni della famiglia; si tratta della seconda maggiore residenza in Cina, inferiore solo al palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing.
La Residenza di Confucio, risalente al periodo delle dinastie Song e Jin (12°-13° secolo), occupa una superficie di 50.000 mq e comprende quasi 500 stanze. Si tratta di una classica residenza nobiliare feudale dalla struttura particolare: la parte anteriore serviva al disbrigo degli affari pubblici e quella posteriore alla vita familiare. La disposizione architettonica è dotata del tipico stile delle residenze del periodo delle dinastie Ming e Qing. Vi sono conservati preziosi archivi storici, capi di abbigliamento, utensili e altri reperti culturali di altissimo valore.
La Foresta di Confucio ospita le tombe di Confucio e dei membri della sua casata, ed è anche la necropoli nobiliare utilizzata più a lungo e con la maggiore superficie al mondo. Il sito è stato utilizzato per circa 2500 anni, occupa una superficie di 2 kmq, contiene circa 100.000 tombe di membri della casata ed ospita più di 5000 steli ed iscrizioni commemorative a partire dalla dinastia Han ( 206 a.C – 220 d.C).
La Foresta di Confucio riveste un insostituibile ruolo nelle ricerche sullo sviluppo politico, economico e culturale e sull’evoluzione dei costumi funerari dell’antichità cinese.
Il Tempio, la Residenza e la Foresta di Confucio non sono solo un patrimonio culturale che gode di grande fama nel mondo, con un ricchissimo contenuto, ma anche un patrimonio naturale di grandissimo valore. I più di 17.000 alberi del complesso non solo testimoniano la storia del suo sviluppo, ma costituiscono anche preziosi materiali di ricerca sulla meteorologia ed ecologia dell’antichità cinese.
Il Tempio, la Residenza e la Foresta di Confucio sono famosi per la ricca cultura, la lunga storia, la grande dimensione, i ricchi e preziosi tesori e il valore scientifico e artistico. Nel 1994 il Tempio, la Residenza e la Foresta di Confucio sono stati inseriti dalla commissione del Patrimonio Culturale dell’UNESCO nella lista del Patrimonio Culturale mondiale.
” I Paesi occidentali moderni non sono più società cristiane. Il fatto che in qualche modo tollerino ancora i cristiani non è un segno della loro tolleranza, ma piuttosto una tentazione e una prova. Se al cristiano viene tolta la dimensione sociale, gli viene tolta la Chiesa. Se si toglie al cristiano una società ortodossa, lo si incorpora a forza in una società anticristiana con valori, atteggiamenti, principi, codici , principi morali anticristiani. Se al cristiano viene tolto Dio, il creatore del mondo dandogli un universo infinito che si sviluppa “ in se” e che consiste in processi caotici o che si svolge secondo le leggi dell’evoluzione materialiste, allora il cristiano si trova a vivere in un mondo governato dal diavolo, in un mondo morto, non illuminato, che manca della dimensione più importante. Gli angeli vengono scacciati da questo mondo, ma i demoni vi rimangono, e mentre nella modernità i demoni venivano derisi, attribuendo la loro credenza all “ ignoranza cristiana”, a poco a poco i demoni ritornano nella nostra vita ( nella cultura, nell’arte, nelle mode ecc.)
Una società secolare è altrettanto inaccettabile per un cristiano quanto una società satanica. Se questa società non accetta Cristo e la Chiesa di Cristo, non basa le sue fondamenta sulle norme della fede e della verità, se predica un mondo in cui non c’è il Creatore, se priva la Chiesa del suo essere collettivo ed olistico, se la sua cultura è costruita sulla propoaganda della sfrontatezza e del peccato e la sua economia sullo sfruttamento, l’ingiustizia, la corruzione e l’egoismo, allora questa società non può essere accettata dagli ortodossi e a ciò che non si può dire “ si” si deve dire “ NO” . Una tale società deve essere rifiutata, proprio come un cristiano illuminato nel rito del Santo Battesimo rifiuta Satana.
Ed ecco la parte difficile. Nella storia del cristianesimo ( sopratutto in occidente , ma anche negli ultimi periodi di Bisanzio) abbiamo visto che la Chiesa si è fatta in quattro per andare incontro al mondo, alla modernità e ogni volta ha perso la sua essenza, è caduta nell’eresia, si è pervertita. Ogni volta al posto di Cristo, si è insediato in lei l’Anticristo. Ogni volta questo ha portato a nuovi e ancora piu’ nuovi compromessi, e all’Anticristo non solo è stato dato spazio nella società, ma gli è stato permesso di troneggiare al suo interno …”
Brano tratto dal Capitolo “ Apostasia: società “ non più” cristiana
La parola Nazismo possiede due accezioni: 1) contrazione della nomenclatura inerente all’ideologia politica del nazional socialismo tedesco o di qualsiasi forma di socialismo nazionale; 2) il comportamento politico di un soggetto che attraverso l’uso della violenza, individuale come quella criminale, collettiva come quella organizzata o nazionale come quella bellica, si occupa di ottenere vantaggi a discapito di altri soggetti politici in modo esplicito e diretto, o in modo implicito e indiretto o ancora in modo ulplicito ed eterodiretto, tutti destinati a non legittimare la pace, la giustizia, la verità e la libertà altrui, un crimine contro l’umanità che non è ancora riconosciuto in pieno come tale ma che si avalla della confusione immaginifica tra la prima e la seconda accezione.
Pertanto è importante tener presente ciò per non cadere nelle trappole della manipolazione mentale del mainstream massmediatico, in quanto il socialismo nazionale, esonerato da pretese belliche, è una forma legittima di politica mirata alla disposizione della socializzazione come fondamento di una nazione.