Il monaco Romualdo di Camaldoli ha lasciato, agli amanti della preghiera e dei suoi immensi poteri, una “Piccola Regola d’Oro” (un viatico che ci conduce innanzi al divino) . Essa consta di semplici e pregnanti suggerimenti, che sono alla portata di ognuno di noi. (Mi sono permesso di attualizzarli, per le esigenze dell’uomo moderno)
1 Siedi nella tua cella come in paradiso. (trova un luogo fisicamente appartato e separato, rendilo tuo, e come un seme deposto nella terra in esso raccogliti per germogliare )
2 Scaccia dalla memoria il mondo intero e gettalo dietro le spalle. (inspira profondamente, trattieni il respiro e quando espiri lascia scivolare via i pensieri parassitari, le ossessioni e le possessioni)
3 Vigila sui tuoi pensieri come il buon pescatore vigila sui pesci. (mantieni costante la tua presenza a te stesso)
4 Unica via, il salterio: non distaccartene mai. Se non puoi giungere a tutto, dato che sei venuto qui pieno di fervore novizio, cerca di cantare nello spirito e di comprendere nell’intelligenza ora un punto ora un altro; e quando leggendo comincerai a distrarti, non smettere, ma correggiti subito cercando di comprendere. (utilizza in modo adeguato, essendo convinto della loro natura e congruo alla loro tradizione I SALMI; medita su di essi e crea dei collegamenti fra di essi e la tua condizione terrena)
5 Poniti innanzitutto alla presenza di Dio in timore e tremore, come chi sta al cospetto dell’imperatore. (comprendi che il tuo Ego e il tuo Mio sono caduchi ed effimeri; il Se è perenne)
6 Annullati totalmente e siedi come un bambino contento solo della grazia di Dio e incapace, se non è la madre stessa a donargli il nutrimento, di sentire il sapore del cibo e anche di procurarsene. (solamente una brocca vuota, potrà essere riempiti nuovamente)
L’importante è il cambiamento, togliersi un abito di scena e indossarne un altro, quello che senti ti faccia divertire mostrando agli altri il tuo cambiamento. Si tratta di osare e imparare a camminare con le scarpe altrui. E più camminerai bene più sarai ammirato e varrai. Se hai la fortuna di essere loquace e saper scrivere correttamente quel po’ i congiuntivi, il gioco è fatto.
Tu “Sei”. Insegni ciò che hai colto, crei, emuli, offri le tue “conoscenze”… E scorri nella tua nuova vita chiamandola spirituale.
Ma qualcuno… uno/una, è capace di restare sulla piazza del mercato con la sua sventura di essere umano comune, capace di trovare nuovi albori, rispetto per se stesso, senza sentirsi entro breve il nuovo vaccaro di turno?
Dietro il rumore del mondo e della rete, Guerrieri veri, impeccabili, audaci con se stessi ce ne sono? Quelli capaci di cercare quel Posto speciale dentro se stessi incontaminato, con grande sforzo, ma una volta arrivati in quell’angolo di Silenzio, mantengono per sé la risorsa ed esperienza, restando Soli e nudi… con i vestiti di sempre alla mano? Quelli capaci di non confondersi e nascondersi dietro tradizioni e lignaggi per parlare e vendere argomenti, richiedendo attenzione? A costoro va il mio rispetto e inchino. Qualcuno l’ho conosciuto nel tempo… Lupi bianchi… e poi lasciato andare, allineato al Mistero, dove tutti abitiamo.
C’è chi diceva che la differenza tra conoscenza e saggezza è che la saggezza è la corretta interpretazione della conoscenza.
Alla ricerca del consenso, della “Great narrative”, al WEF sembra che non si facciano mancare il supporto richiesto a figure del mondo della religione e della spiritualità. Mi pare di constatare che siano piuttosto alla ricerca di figure specifiche: la curandera, la sciamana, la pachamama, il guru indiano.
La prima osservazione è che sembrano ben poco interessati alle “religioni del Libro”, o quanto meno ai loro rappresentanti, che pure fra cristianesimo e Islam rappresenterebbero 3 miliardi e mezzo di persone al mondo e le religioni più “istituzionali” nelle aree più ricche del pianeta.
Credo che questo vada compreso in modo articolato con varie motivazioni:
1) la volontà di creare consenso soprattutto in Africa, Sud America, subcontinente indiano, le aree a maggior sviluppo demografico, e il vero bernoccolo per dei malthusiani che vogliono ridurre la crescita della popolazione, e che hanno una minore presa sulla politica interna di quei Paesi di quanta ne abbiano in Europa o negli USA.
2) L’idea di un maggiore apparante terzomondismo, attraverso la scelta di religioni “esotiche” e quindi di un occhio attento ai poveri e ai paesi in via di sviluppo, ostentando un egualitarismo fasullo e di marketing.
3) La spendibilità di immagine di queste religioni panteistiche o naturalistiche, se ci vogliamo concedere la semplificazione, percepite dal grande pubblico come più ecologiche o “ambientaliste” e quindi più consone a giocare un ruolo nella politica di immagine del WEF.
4) La probabile percezione, in queste religioni più arcaiche o primitive, di assenza di tratti patriarcali, a differenza delle religioni abramitiche, e quindi la loro agilità rispetto agli standard di political correctness delle nuove élite sinistrorse. Chiaramente questo solo nella rappresentazione hollywoodiana della civiltà induista, che nella realtà, specie nell’induismo vaishnava, è radicalmente patriarcale.
5) Un probabile autentico odio laicista, o ateo, delle élite occidentali verso la religione, che in quanto tale, psicologicamente, si traduce in odio per il cristianesimo (in quanto religione in cui sono nati quasi tutti i membri del WEF); questo però spinge facilmente, laddove si vuole ricercare una qualche simpatia religiosa, verso i culti più stranieri ed esotici.
6) la maggiore facilità presso queste realtà non gerarchizzate e policentriche nel trovare quello “che ci sta”, fosse anche il più sfigato rappresentante delle loro tradizioni, a prestarsi a queste operazioni di immagine.
Quanto all’autenticità e regolarità effettiva delle personalità coinvolte (es. il noto Sadhguru, divenuto una specie di cappellano sui generis del WEF) la questione è tutta poi da vedere, dato che la presenza di “guru neri” e di veri controinziati presso le corti del potere pervertito è del tutto naturale.
Comandante Alfa non ha bisogno di presentazioni. Cofondatore del Gis dei Carabinieri ad oggi è una dei militari più eclettici e formidabili della nostra amata nazione. Rilascia un’intervista esclusiva a Tota Pulchra.
Comandante, Lei è una vera e propria istituzione dell’Arma dei Carabinieri. Cofondatore del G.I.S. (gruppo di intervento speciale). Dopo i fatti avvenuti nel 1972 a Monaco l’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga decise di dare vita a questo reparto. Quali obiettivi furono prefissati?
A disposizione un’aliquota sia dell’Arma dei Carabinieri che del Ministero degli Interni, con obiettivi chiari e ben precisi quali: cattura di criminali pericolosi, latitanti, liberazione di ostaggi, dirottamenti aerei, pullman e trani e protezioni di personaggi e obiettivi sensibili (capi di Sato, di Governo, magistrati ecc…). In poche parole l’ultima soluzione per risolvere operazioni difficili, non perchè siamo fenomeni, ma semplicemente addestrati costantemente per fare ciò, pronti a partire entro 30 minuti nell’arco delle 24 ore.
Quale è stata la missione più pericolosa a cui ha partecipato? C’è stata qualche missione in cui ha rischiato la vita?
Tutte le operazioni in cui viene richiesto l’intervento del Reparto sono pericolose, sicuramente quelle che ci creano più tensione, per non dire altro, sono le operazioni di liberazione degli ostaggi, come ad esempio la liberazione di Patrizia Tacchella, una bambina di 8 anni, oppure di Cesare Casella, dopo 2 anni vissuti segregato in vari buche sull’Aspromonte ed altri che non sto ad elencare. In tutte le operazioni la Vita è in gioco, quindi siamo consapevoli del rischio che corriamo, ma è una scelta puramente nostra e se quindi il destino è contro di noi peggio per lui anche perché il nostro motto è: “ il talento di ognuno di noi rafforza il potere del gruppo!”.
Ha avuto modo di osservare in campo internazionale eserciti e truppe scelte di varie nazioni. Chi l’ha sorpresa di più in positivo?
Tutti i reparti speciali del mondo più o meno oggigiorno si equivalgono, anche perché siamo in continuo e costante rapporto e ogni operazione che un singolo reparto effettua, il modus operandi utilizzato nella singola operazione è oggetto di studio nel caso in cui la medesima operazione dovesse ripresentarsi in altri Paesi, compreso il Nostro. Se si riferisse a quale reparto sono più affezionato, le dico S.A.S (Special Air Service), un corpo speciale britannico che rappresenta il padre di tutti i reparti speciali essendo stato creato nel 1941, secondo solo al Comsubin italiano (Incursori della Marina Militare Italiana), oggi chiamato GOI.
Oggi, che dopo 47 anni di servizio e dedizione assoluta all’Arma dei Carabinieri ed un’eccellente carriera si trova in congedo, è anche un saggista di ottima fama. A quale opera è più affezionato?
Come qualsiasi artista, ho scritto tutti e 5 i miei libri con grande emozione e tanta dedizione ed ognuno di loro rappresenta un’opera d’arte e come tale mi troverei in difficoltà a dire a quale sono più affezionato, in quanto ognuno di essi rappresenta la mia storia e del reparto, di cui ho fatto parete per circa 40 anni essendo uno dei cofondatori, svolgendo con tanta dedizione e sacrificio i ruoli di Operatore, Comandante di Distaccamento Operativo (da qui il nike name Comandante Alfa) e Istruttore e essendo divenuto uno dei Carabinieri più decorati e ricevendo la decorazione pìù alta che è quella di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, la Croce d’Oro al Merito dell’Arma dei Carabinieri e tante altre che non sto qui ad elencare.
Sta rilasciando questa breve intervista per un’associazione di matrice Cattolica. Nella sua vita che spazio (se lo ha) la fede? E’ stata importante in alcuni frangenti?
Essendo io un cattolico praticante, la fede è stata, è oggi, e sarà sempre importante, non solo in alcuni frangenti, ma mi ha accompagnato e dato la forza in ogni momento non solo della vita professionale, ma anche privata, perché ogni nostro cammino è tracciato da Dio che illumina la nostra Vita e credo che merito dei miei successi non sia solo dovuto a me stesso, ma anche al reparto e chi da lassù mi accompagna giorno per giorno, passo dopo passo.
Palestina – Il giornalista di Gaza, Israa Al-Buhaisi, ha elogiato il costante sostegno dell’Iran alla causa palestinese, affermando che le terre palestinesi sarebbero state liberate dall’occupazione israeliana se tutti i governi musulmani avessero aiutato i palestinesi come fa l’Iran.
Israa Al-Buhaisi, che ora è corrispondente per il canale Al-Alam, ha espresso queste osservazioni in un videomessaggio trasmesso mercoledì durante un incontro tra il leader della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, e gruppi di donne a Teheran.
“La nazione iraniana è l’unica ha sostenere la questione palestinese e la moschea di al-Aqsa, ed è stata presa di mira con le sanzioni e le pressioni più severe a causa di questo sostegno. Vi chiedo di non lasciare soli i popoli della Palestina e di Gaza e di sapere che Dio è con noi”, ha dichiarato il giornalista.
Gaza è sotto bombardamenti indiscriminati da parte del regime israeliano dal 7 ottobre, quando il movimento di Resistenza di Hamas ha lanciato un’operazione durante la quale ha ucciso centinaia di soldati israeliani e ne ha fatti prigionieri decine.
La guerra più sanguinosa mai vista a Gaza ha ucciso finora oltre 24mila persone, per lo più donne e bambini, e ne ha ferite più di 60mila, e altre migliaia si ritiene siano disperse e sepolte sotto le macerie. Il regime ha anche tagliato la maggior parte delle forniture di acqua, cibo ed elettricità a Gaza.
Palestina nel cuore
L’Iran ha iniziato a sostenere i palestinesi subito dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979, con il defunto fondatore della Repubblica Islamica, l’Imam Khomeini, che descriveva Israele come un “tumore canceroso” che deve essere rimosso dalla regione.
Iran propone da tempo un referendum con la partecipazione di tutti gli abitanti originari delle terre palestinesi e dei loro discendenti, come soluzione definitiva al conflitto di lunga data in Palestina. L’Iran sostiene la Resistenza palestinese nella battaglia per ripristinare i diritti della nazione oppressa.
L’inganno della mente, adesso la meditazione (atha dhyānam).
Ci sono molte persone che non riescono a meditare, a far tacere la loro testolina che, come una scimmia dispettosa, balza da un pensiero ad un altro. Ciò avviene perché la meditazione è una pratica formale che poi si può sperimentare, come tutti gli stati mentali, anche mentre si svolgono le normali attività quotidiane. C’è un però e questo però è la pratica, ovvero il sedersi giornalmente per praticare la meditazione. Il buon Corrado Pensa diceva all’epoca dei miei studi universitari:”non fuggite non inseguite, rendete confidente la mente con ciò che accade”.
Perché, allora, molte persone non riescono a meditare? Tra l’altro anche molti cosiddetti “insegnanti” che dovrebbero esserne avvezzi visto che è l’essenza delle materie che insegnano. Non riescono perché fanno forza, perché si impegnano per controllare, per asservire, per domare, come si fa quando ci si impone un qualcosa. Facendo così, ovviamente, fanno peggio; come chi spinge una palla sott’acqua ottiene, esattamente, l’effetto contrario. L’unico mezzo efficace per astrarsi dal flusso dei pensieri, non è tentare di bloccarli, bensì è fare un passo indietro. Osservare lo scorrere, il loro concatenarsi SENZA l’idea di mettere ordine, di seguirne il filo conduttore. Se si riesce a non mettere il piede nel fiume, nello scorrere torrenziale dei pensieri e si guarda con distacco, allora, sopraggiungeranno tre segnali, tre ambasciatori di pace: il primo sarà il volume, il frastuono del chiacchiericcio diverrà meno rumoroso, meno assordante, meno fastidioso; il secondo è che si avvertirà una sensazione come di un tuffo, un’improvvisa ed ovattata discesa in una dimensione più lenta, ma altamente consapevole (quel tuffo è il passaggio da un’onda cerebrale più veloce ad un’altra più lenta, vedi tabelle Onde Cerebrali nel mio libro); il terzo, all’interno di una meravigliosa ed edificante sensazione di protezione, si avvertirà di essere entrati in un antro, in un ovattato stato protettivo, pari all’essere in una grotta al riparo dal baccano di una piazza del mercato, il silenzio lì alzerà la voce, espandendo miracolosamente la coscienza su piani più raffinati nei quali percepire la vita.
a cura dell’associazione internazionale SOL COSMICUS
È molto doloroso perdere gli esseri che amiamo, ma è l’amore stesso che permette di superare questo dolore. Voi forse pensate al contrario che più si ama, più si soffre? Al momento sì, senza alcun dubbio. Ma se avete veramente amato un essere, la morte non può separarvi da lui: con il tempo si crea un’altra forma di relazione fra lui e voi, e lo percepite come una presenza costante. Anche di notte, mentre dormite, siete con lui, la vostra anima va a raggiungerlo. Al mattino, al risveglio, forse non vi ricordate di quell’incontro, poiché i viaggi della vostra anima durante il sonno solo raramente raggiungono la vostra coscienza, ma col tempo sentirete sempre più la forza di quel legame. Dio non ha fissato limiti all’amore. L’amore è più forte della morte. Gli esseri che si sono amati di un vero amore non si lasciano mai: la loro anima supera tutti gli ostacoli della materia. ~Omraam Mikhaël Aïvanhov
a cura dell’associazione internazionale SOL COSMICUS
di Cristina Campo
“La sorte meravigliosa va a colui che senza speranza si affida all’insperabile. Sperare e affidarsi sono cose diverse. Chi ripete ciecamente, ostinatamente «speriamo» non si affida: spera solo, realmente, in un colpo di fortuna, nel gioco momentaneamente propizio della legge di necessità. Chi si affida non conta su eventi particolari perché è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fiori e gli animali che lo compongono.
Vince nella fiaba il folle che ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi; che si muove con estatica precisione nel labirinto di formule, numeri, antifone, rituali comune ai vangeli, alla fiaba, alla poesia. Crede costui, come il santo, al cammino sulle acque, alle mura traversate da uno spirito ardente. Crede, come il poeta, alla parola: crea dunque con essa, ne trae concreti prodigi. Et in Deo meo transgrediar murum.
La lunga fedeltà del folle, da ascetica e mistica, diventa alla fine apostolica. Al termine della sua discesa agli Inferi, della sua salita al Carmelo, lo attende la misura traboccante, il mondo per soprammercato. Non soltanto l’oggetto del suo impossibile amore ma tutti quelli a cui seppe rinunciare per esso. Non soltanto la sua vita che non volle salvare ma le vite di tutti quelli che ebbero parte – buona o cattiva – alla santa avventura. Il bosco disincantato si anima di figure. Terra nuova, cieli nuovi intorno a uno spirito trasformato” (Cristina Campo)
Abraxas è una figura che riunisce in sé la Luce e la Tenebra. Nella parte superiore, in forma di gallo, è luce. In quella inferiore è tenebra. Sembra essere modellato sulla precedente figura di Tifone-Set, del quale conserva le gambe di serpente (non la testa d’asino, ovviamente). Abraxas è contemporaneamente Deva e Ashura, Dio e Demone, estate e inverno. Nelle parole di Jung:
“Abraxas è il sole, e al tempo stesso la gola eternamente succhiante del vuoto, di ciò che sminuisce e smembra, del demonio. Duplice è il potere di Abraxas. Ma voi non lo vedete, perché ai vostri occhi gli opposti in conflitto di questo potere si annullano. Ciò che il Dio Sole dice è vita. Ciò che il demonio dice è morte. Ma Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme. Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile. È splendido come il leone nell’attimo in cui abbatte la preda. È bello come un giorno di primavera. Sì, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. È Priapo. È il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia. È l’ermafrodito del primissimo inizio.
È il signore dei rospi e delle rane che vivono nell’acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte. È la pienezza che si unisce col vuoto. È il santo accoppiamento, È l’amore e il suo assassinio, È il santo e il suo traditore, È la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia, Vederlo significa cecità, Conoscerlo è malattia, Adorarlo è morte, Temerlo è saggezza, Non resistergli è redenzione.”
“Per un po’ al-Hakim al-Tirmidhi, che spesso veniva istruito da Khidr, la misteriosa guida immortale delle anime, non lo vide. Poi un giorno una serva aveva lavato i vestiti del bambino, riempiendo una bacinella con i suoi escrementi. Nel frattempo lo shaykh (Tirmidhi), vestito con abiti puliti e con un turbante immacolato, si stava dirigendo verso la moschea. La ragazza, infuriata per qualche sciocchezza, svuotò il catino dalla finestra sulla testa dello shaykh. Tirmidhi non disse nulla e “ingoiò” la sua rabbia. Poco dopo rivide al-Khidr.” ––