L’Eden delle Tradizioni Aborigene

di Giancarlo Barbadoro

Le tradizioni aborigene e il ricordo dell’antico Eden nel mito del “Dreamtime” in cui si ripetono il mito di Fetonte e quello delle origini dell’umanità. La leggendaria “Croce del Sud” e i rettiloidi, compagni da sempre della specie umana. La saga di un popolo giunto dal continente di ghiaccio che conserva il ricordo della storia dell’umanità e celebra il mito del ritorno alla “Terra Ancestrale” dei loro Antenati.

La tradizione dell’Eden

Le antiche tradizioni, prima tra tutte quella della Bibbia, narrano che i progenitori dell’umanità nacquero per volontà divina, dalla quale furono posti in una antica e accogliente Terra ancestrale che fu teatro di eventi il cui ricordo è ormai andato perduto, trattenuto solo nelle cronache dell’immaginario collettivo.

La tradizione ebraica cita la creazione dei “Primi”, come li definì Dante Alighieri nella Divina Commedia, ad opera degli Elohim, gli dei celesti. Questi, sempre secondo la tradizione biblica, li posero in un “giardino delle delizie”, l’Eden, dove i due progenitori presero a vivere senza conoscere la morte e le malattie, cibandosi dei frutti spontanei del luogo. In quel giardino incontrarono un serpente, creatura che era stata creata prima di loro, che li iniziò alla conoscenza contravvenendo al volere degli Elohim che li avevano generati e per questo motivo vennero allontanati dal “giardino delle delizie” disperdendosi sulla Terra senza potervi più fare ritorno.

Dell’Eden parla anche la tradizione druidica nel mito di Odino, re degli Asi, che si sovrappone alla narrazione biblica. Secondo il druidismo, Odino creò i due progenitori dell’umanità ponendoli in “Midgard”, la Terra di mezzo, al cui centro campeggiava l’albero della conoscenza.

Per la tradizione nordica fu l’Armageddon, la terribile guerra avvenuta tra gli dei che sconvolse l’intero pianeta, a costringere i due primi esseri umani a fuggire dalla Terra di mezzo per prendere rifugio nella radura del sacro Nemeton, il boschetto iniziatico dei druidi.

Per gli antichi Sumeri il “Paradiso Terrestre” si chiamava “Dilmun”. In questo luogo si intrecciarono le vicende del dio Enkidu e dei frutti proibiti della dea Ninhursag, del contadino Shukallituda e della dea violata Inanna. Una narrazione che finisce con la stessa conclusione delle precedenti, ovvero con la perdita dell’Eden in cui i protagonisti della saga sumera avevano vissuto.

Nelle tradizioni sumeriche c’è anche la figura dell’eroe Gilgamesh. Celebrato come l’ultimo degli uomini sopravvissuto al diluvio, dopo che il dio Utnapishtim gli rivelò che il paradiso era sprofondato nelle acque degli oceani, Gilgamesh si tuffò in fondo al mare per recuperare una fronda della pianta dell’immortalità che cresceva nel paradiso perduto. Ma durante la risalita alla superficie un serpente gliela sottrasse, la divorò e cambiò pelle ritornando giovane.

L’idea di un Eden esistente prima dell’umanità storica era presente anche nella civiltà classica greca e romana. Greci e Latini favoleggiavano su una lontana “Età dell’Oro”, dei regni felici di Crono e di Saturno, e di altre “Terre beate”. Questi regni felici vengono citati dallo scrittore greco Esiodo, in “Le Opere e Giorni” e dal poeta latino Publio Ovidio Nasone, nelle “Metamorfosi”.

I libri sacri dell’India e il Mahābhārata celebrano l’aureo monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso le quattro zone del cielo in cui risplende, incomparabile paradiso, l’Uttara-Kuru, dimora degli dei e “prima patria degli uomini”.

Nell’antico Iran, nell’India e nell’Egitto, perdurava il ricordo di una prima età felice dell’umanità.

L’Airyâna vaegiâh, che sorgeva sull’Hara-berezaiti degli iranici, fu un vero Paradiso terrestre, poi i suoi primi abitanti lo trasformarono in un buio e gelido deserto da cui i superstiti fuggirono per raggiungere altri luoghi più ospitali della Terra.

La tradizione dell’antico druidismo dei Nativi europei indicava il continente antartico, oggi ricoperto dai ghiacci, come la terra che ospitò l’antico Eden. In epoche posteriori le Società Iniziatiche del Medioevo europeo ancora tramandavano questa conoscenza, ben custodita e riservata agli iniziati delle varie corporazioni di mestiere. Testimoniano questa credenza gli affreschi e i documenti che sono sopravvissuti fino alla nostra epoca.

Anche la Chiesa medievale dibatteva, tra i suoi massimi esponenti, sul luogo del “Paradiso terrestre” ipotizzando che solamente nell’inesplorato emisfero Sud della Terra avrebbe potuto essere celato agli uomini che ne erano stati scacciati senza potervi fare ritorno.

Dante Alighieri ci ha lasciato una testimonianza postuma di questa convinzione legata al continente antartico citando, tra i sonetti della Divina Commedia, le stelle della costellazione della “Croce del Sud” poste al di sopra dell’isola sulla quale comparvero i “Primi”, ovvero i progenitori dell’umanità.

L’Eden delle tradizioni aborigene

Agli antipodi dell’Europa, a migliaia di chilometri dalla cultura occidentale, anche le Società Iniziatiche tribali degli aborigeni australiani custodiscono il ricordo degli antichi Dei, che diedero vita ai progenitori dell’umanità, e della terra ancestrale in cui vennero collocati in seguito. Ricordo ancora oggi ben vivo nel nutrito bagaglio narrativo della cultura aborigena in cui si riflette l’eco della tradizione dell’antico Eden.

L’iconografia ordinaria della società maggioritaria ha sempre mostrato l’Australia come un continente abitato da aborigeni culturalmente arretrati. Una terra che andava giustamente colonizzata da parte degli europei che portavano in tal modo la presenza della civiltà.

Questa iconografia di comodo nasconde una diversa realtà storica. Come ad esempio il fatto che all’arrivo dei colonizzatori, sul continente esisteva una società aborigena ben organizzata e socialmente sviluppata, che i pochi sopravvissuti testimoniano ancora attraverso i loro ricordi.

Ma l’iconografia dello status quo nasconde ben altro.

La storia dei popoli aborigeni è antica e racchiude eventi importanti per tutta l’umanità.

Come per il continente europeo, anche su quello australiano si ergono monumenti megalitici di ogni dimensione e struttura. Se ne trovano dappertutto. Alcuni di questi sono talmente imponenti che risulta difficile immaginare come possano essere stati eretti.

Ma la cultura dei colonizzatori, come accade del resto in Europa, non lascia spazio a questa realtà archeologica e si conosce ben poco della sua effettiva manifestazione sul continente australiano.

Non solo, spesso questi monumenti sono stati distrutti o occultati in tutti i modi possibili. A Woomera, per fare un esempio, esiste un grande complesso megalitico che secondo i testimoni, è simile al grande cromlech di Stonehenge. Tuttavia oggi il sito megalitico non è più accessibile poiché negli anni ’50 il governo australiano lo utilizzò per fare esplodere le sue testate nucleari e l’ambiente è ancora altamente radioattivo, tanto da dissuadere ogni possibile escursione sul luogo.

Ma il megalitismo non è una realtà disgiunta dalla storia e dalla cultura aborigena.

Ancora oggi i megaliti sono al centro della spiritualità degli aborigeni, come del resto per gli altri Popoli naturali del pianeta, e alcuni siti rappresentano dei precisi luoghi sacri ritenuti molto importanti per la loro identità.

Gli Dei del Tempo del Sogno

Come per i Nativi europei anche i popoli Aborigeni dell’Australia possiedono tradizioni antiche che ricordano eventi accaduti all’alba dei tempi e che hanno inciso sulla storia dell’umanità.

Gli Aborigeni ricordano l’Era dell’Alcheringa come un tempo in cui sono esistiti l’Eden narrato dalla Bibbia e la “Terra di Mezzo” delle tradizioni europee, in cui si sarebbero manifestati grandi segni nel cielo e gli uomini avrebbero convissuto con i loro creatori senza conoscere la morte e le malattie, uniti alla segreta natura del cosmo.

I missionari e gli antropologi occidentali hanno tradotto l’Alcheringa con il nome di “Tempo del Sogno” o “Dreamtime” per indicare un’epoca persa nelle nebbie della storia di cui è rimasto il ricordo riportato da favole apparentemente ingenue e senza alcun significato reale.

Ignorando che invece tutte le leggende riferite al “Dreamtime” in realtà riportano in maniera simbolica precisi eventi del passato della storia dell’umanità di cui gli Aborigeni si considerano ancora oggi i detentori. Convinzione condivisa da Platone, il quale afferma che solamente i miti possono sopravvivere attraverso i millenni e gli inevitabili mutamenti traumatici del pianeta per trasmettere antiche conoscenze che affidate ad altri mezzi sarebbero andate irrimediabilmente perdute.

Nelle narrazioni del “Dreamtime” si racconta l’arrivo dal cielo di “Baiame” e dei “Signori della Fiamma”, ravvisabili negli Elohim biblici e nei miti europei di Fetonte e del Graal, così come anche nella figura mitica del dio africano Njambè.

Dei che crearono i primi esseri viventi e che concessero la conoscenza agli uomini del tempo. Creature divine che modellarono la superficie della Terra per creare un ambiente favorevole che potesse ospitare i primi viventi. Un vero e proprio Eden primigenio raccontato nella chiave del simbolismo aborigeno.

Oggi il Dreamtime, così come accade per la tradizione dello sciamanesimo druidico dei Nativi europei, rappresenta ancora una dimensione spirituale che unisce in un cerchio sacro gli iniziati della cultura aborigena. Il Drematime rappresenta qualcosa di ben concreto rispetto a quanto interpretato dai gesuiti e dagli antropologi.

E’ una vera e propria Società Iniziatica che possiede un cuore antico in grado di condividere gli eventi arcaici con la storia dei popoli e degli individui. Una dimensione che è manifesta nella narrazione tradizionale e nell’esperienza delle persone che ne fanno parte, ma che tuttavia risulta segreta e impenetrabile a chi non è in grado di comprenderla.

All’arrivo dei colonizzatori europei sul continente australiano, che presero a schiavizzare e convertire cruentemente gli aborigeni al cristianesimo, gran parte della popolazione aborigena si nascose e prese rifugio nel “Dreamtime” garantendo così la continuità della loro identità e dell’antica Tradizione.

Ancora oggi nella cultura aborigena domina il simbolismo della “ruota forata” che ha caratterizzato i miti di Fetonte e di Njambé.

Il mito dei Fratelli segreti della Tribù nascosta

Una leggenda aborigena riguarda la “tribù segreta”, conosciuta anche come la “tribù scomparsa” o dei “Fratelli segreti”.

Una tribù che si è costituita all’origine dei tempi, nell’era dell’Alcheringa e che sarebbe la capostipite di tutte le altre tribù del continente australiano.

Questa tribù si nasconderebbe, dopo l’arrivo in Australia dei colonizzatori occidentali, in una città sotterranea del continente antartico, proprio là dove già la Chiesa e le Società iniziatiche medievali avevano in effetti collocato l’antico Eden. In questo modo essa riuscirebbe a custodire gli antichi segreti del popolo degli aborigeni australiani e garantire il loro ritorno alla libertà.

Secondo le tradizioni aborigene questa tribù ancestrale sarebbe costituita da aborigeni e da creature rettiloidi dagli sgargianti piumaggi. Due diverse specie che convivrebbero insieme e in pace in un mutuo scambio di esperienze. I membri della “tribù scomparsa” parlerebbero una lingua segreta per impedire che la loro esistenza e i loro segreti possano venire scoperti dai colonizzatori invasori, e praticherebbero riti legati al mito del “serpente piumato” o “serpente arcobaleno”.

Gli ingressi per raggiungere la città subantartica sarebbero mantenuti segreti e custoditi da pochi iniziati aborigeni.

La leggenda sembrerebbe confermare le tradizioni druidiche, che tramandano come sotto i ghiacci dell’Antartide esisterebbero ancora oggi i superstiti della catastrofe ambientale che distrusse l’antico Eden e costrinse i progenitori dell’umanità a disperdersi sul pianeta lasciando nella Terra ancestrale una piccola comunità delle due specie, umani e sauroidi, che avevano convissuto nel “Paradiso terrestre”. Sarebbero i discendenti di Adamo ed Eva e del serpente che li aveva iniziati alla conoscenza, che non avevano voluto abbandonare il primo antico focolare.

In merito a questo mito aborigeno e alla relativa tradizione dei Nativi europei si possono associare le teorie di John Rhodes, un criptozoologo americano. Rhodes ha speso anni di ricerche a proposito della sua convinzione circa esistenza dei cosiddetti “rettiliani”.

Le sue teorie prevedono che, alla caduta dell’asteroide di 50 milioni di anni fa che sconvolse l’assetto bio-geologico del pianeta, siano sopravvissute creature sauroidi di statura inferiore rispetto ai grandi sauri e che queste si siano evolute nel tempo, come del resto hanno fatto le specie mammifere che hanno convissuto nello stesso periodo geologico.

Oggi parte di queste creature rettiliane vivrebbe sotto la superficie della Terra, in città e in villaggi costruiti in grandi caverne sotterranee. Luoghi situati in regioni selvagge e inesplorate del pianeta e in alcuni grandi parchi protetti, sia negli USA che negli altri paesi come appunto anche in Australia.

Una ipotesi che sembra trovare un forte parallelismo anche nella mitologia greca. In questa troviamo Ofione, la creatura primordiale con le sembianze di serpente, che dopo aver dato vita all’umanità, come fece Odino peraltro interpretato anch’esso qualche volta in forma di sauro, si sarebbe ritirata a vivere in grandi caverne sotterranee segrete poste nel cuore della Terra.

Una leggenda degli Aborigeni australiani, relativa al Bunyip Park nello stato del Victoria, riguarda l’esistenza del grande drago “Bunyip” e di altre creature rettili che vi abiterebbero.

Creature quasi divinizzate che durante l’arrivo dei colonizzatori europei avrebbero indotto questi ultimi, con la loro presenza, a non creare insediamenti nell’area in questione rimasta in effetti da allora disabitata, tanto da essere destinata solo all’uso di Parco nazionale.

Alla figura del Bunyip gli aborigeni associano la figura del serpente gigante Meendie che vivrebbe in un pozzo vicino a Bunkara-bunnal, o Puckapunya, sempre nell’attuale stato del Victoria. Gli attributi del Bunyip sono quelli del “serpente arcobaleno”, una delle creature totemiche riferite alle acque, che si manifestarono proprio all’inizio dei tempi ricordato nell’Alcheringa. Conosciuto come un protettore benevolo delle proprie genti e come un feroce giudice di chi viola le leggi tradizionali.

Nel folklore aborigeno il Bunyip, definito anche come uno degli “Antichi”, appare di solito come una creatura grande quanto un vitello o un piccolo ippopotamo, spesso dotata di pinne al posto delle zampe, con muso alle volte canino. Viene descritto talora coperto da una folta pelliccia o dotato di piume e nella maggioranza dei casi si riscontra la presenza di una coda da cavallo o di sauro. Talvolta è stato descritto anche come un enorme serpente acquatico lanuginoso.

Questa creatura ha proprietà mutaforma. Le sue sembianze spesso risultano diverse a seconda delle varie testimonianze che lo ricordano. Sembrano comunque esserci due precise e distinte iconografie di questa creatura, identificabili in base alla lunghezza del collo che in un caso è straordinariamente lungo e serpentiforme.

Una delle sue caratteristiche sarebbe quella di mostrarsi esclusivamente di notte, emettendo un grido molto forte e acuto, in grado di terrorizzare e paralizzare animali e uomini, ma in genere questa creatura nel nostro tempo si limiterebbe solo a difendere il proprio territorio.

In merito alla leggenda del Bunyip c’è la testimonianza diretta dei membri del gruppo musicale LabGraal che durante la loro tournée in Australia finirono per perdersi di notte con il loro pulmino proprio all’interno del “Bunyip Park” ed ebbero l’occasione di vedere “qualcosa” di non ben definito e di grande mole, che si manifestava alternativamente in un masso e in una collinetta, che li seguiva a distanza. Nella stessa occasione ebbero modo di sentire anche terribili grida provenire dalla boscaglia che li circondava, che non potevano essere di animali conosciuti né di umani, ma che corrispondevano ai racconti degli aborigeni in merito al Bunyip. Rimanendo peraltro anche coinvolti, sempre nella foresta del parco, in altri fatti inspiegabili e non meno inquietanti. Fenomeni che spinsero i musicisti ad allontanarsi velocemente dal luogo, imitando quello che avevano visto fare da altri occasionali e fulminei veicoli di passaggio.

Il simbolismo aborigeno della “Croce del Sud”

Gli aborigeni hanno da sempre una approfondita conoscenza del cielo notturno. Come già per gli antichi Celti, essi non usavano le stelle solo per orientarsi, ma le associavano soprattutto ad una sorta di mappatura cosmologica che univa il territorio al cielo.

Il sorgere di determinate stelle, come accadeva in Europa per le Pleiadi, indicava l’inizio della semina e del raccolto di specifiche specie vegetali o il segnale del cambio delle stagioni.

Ma per altri versi la geografia celeste mostrava, così come quella terrestre, eventi dell’epoca del Tempo del Sogno, in cui le costellazioni rivelavano la sequenza di una narrazione che era stata lasciata in cielo dagli Spiriti Ancestrali perché il popolo aborigeno non dimenticasse mai la propria tradizione.

Una delle costellazioni che riveste ancora oggi particolare attenzione è quella della Croce del Sud. Un elemento celeste in comune con molti altri popoli dell’emisfero australe sia per le varie simbologie che le vengono attribuite e sia perché caratterizza la posizione del Polo Sud.

La costellazione è composta da cinque stelle, quattro delle quali molto luminose, e una molto debole, e come accade per la ricerca del Nord nell’emisfero boreale, anche a questa latitudine australe occorre seguire un certo tracciato per trovare l’equivalente della Stella Polare.

Le leggende aborigene riferite alla costellazione della Croce del Sud sono molte e suggestive. Una di queste associa la costellazione al simbolismo della santità della vita degli animali e della manifestazione della morte avvenuta nel mondo e sembra riecheggiare la narrazione biblica della creazione dei capostipiti dell’umanità e della loro avventura nell’Eden primordiale.

La leggenda aborigena non mostra alcuna contaminazione culturale da parte del cristianesimo essendo parte del bagaglio tradizionale degli aborigeni, ben lontani dalla sua influenza. Rivela in ogni caso l’esistenza di un bagaglio tradizionale che risulta essere inevitabilmente comune a tutte le culture dei Popoli naturali.

Il mito parte dalla figura di Baiame, forse la divinità più importante in assoluto presso le comunità degli Aborigeni australiani del sud-est Australia.

Il dio, come nella narrazione druidica di Fetonte o in quella degli Elohim biblici, anticamente scese dal cielo sulla terra dove iniziò a modellare l’ambiente creando fiumi, montagne e foreste.

A lui vengono attribuite le leggi ancestrali degli aborigeni, i loro canti, la tradizione e la cultura. Lui stesso costruì un primo luogo sacro, come lo fu il cerchio di pietre di Fetonte, dove istruì i primi iniziati, che oggi viene denominato come “bora” e spesso assume l’aspetto di uno o più cerchi concentrici di pietre.

La leggenda in questione narra che all’origine dei tempi Baiame creò la Terra. All’inizio diede vita ai vegetali e quindi agli animali. Terminato il suo lavoro creò due uomini e una donna e li pose in una terra rigogliosa di vegetazione e di fiumi in cui potessero vivere felici.

Questa precisazione di aver creato tre creature e non solamente i due capostipiti dell’umanità riporta alla narrazione biblica dove si evince che in effetti Adamo ed Eva non erano i soli ad abitare l’Eden, ma che con loro c’era anche l’altra creatura in forma di “serpente”, si potrebbe dire di forma sauroide, che poi sarebbe divenuta l’iniziatrice dell’umanità, ma condannata dal Dio biblico per questo a “strisciare per terra” da quel momento in poi.

Create le tre creature, Baiame insegnò loro che dovevano cibarsi solamente di piante indicando quali di esse potevano utilizzare, vietando, come nella tradizione biblica e nordica, in modo assoluto di uccidere e di cibarsi degli animali che dimoravano quel luogo.

Nella narrazione druidica si dice che ad un certo punto l’Eden venne sconvolto da una grande nevicata che continuò per molto tempo, coprendo come un “mare di latte” ogni cosa, rendendo impossibile ogni forma di vita, tanto che i nostri progenitori dovettero abbandonare l’”Antica Terra Imperitura” per cercare altri luoghi più ospitali.

Nella narrazione della leggenda aborigena viene detto che ad un certo punto si manifestò una grande siccità che portò alla scomparsa di tutte le piante e le tre creature umane si trovarono in difficoltà per sopravvivere. Fu allora che la donna iniziò a cercare di convincere i due uomini a uccidere gli animali per usarli come cibo. Uno dei due uomini, come l’Adamo biblico, si lasciò convincere dalla donna e uccise un canguro, quindi invitò i suoi compagni a cibarsene insieme a lui.

La donna accettò, ma l’altro uomo, il sauroide, in osservanza delle disposizioni date da Baiame, si rifiutò di mangiare la creatura che aveva la protezione del dio che li aveva creati e li abbandonò al loro destino di disubbidienti della volontà divina.

Solo nel deserto, dopo un lungo cammino, si sedette esausto ai piedi di un albero della gomma. Ma Yowi, lo spirito della morte, lo attirò all’interno dell’albero, disturbando due cacatua bianchi che stavano covando. In seguito l’intero albero si levò in cielo per divenire la costellazione della Croce del Sud.

Ancora oggi gli aborigeni vedono nelle quattro stelle brillanti gli occhi dell’uomo che rispettò il volere divino di Baiame e quelli di Yowi che lo portò in cielo.

E’ interessante ricordare, sempre per citare l’antico legame che doveva unire culturalmente i Popoli naturali, come i Boscimani africani identifichino la Croce del Sud, visibile anche dalla loro latitudine, con l’Albero della Vita, dando a questo lo stesso valore che l’antico druidismo attribuiva all’equivalente Yggdrasil.

Il mito del ritorno alla “Terra Ancestrale”

Nello stato del Victoria, nel sud-est dell’Australia, gli aborigeni usano la pratica simbolica del cosiddetto “palo del ritorno”. Un palo piantato nel terreno che viene inclinato verso la direzione della terra da cui si è partiti per il lungo viaggio che ha portato ad altri luoghi lontani e che indica la direzione da prendere per ritornare al luogo di origine, come testimonianza degli affetti e della propria terra lasciata temporaneamente.

Una consuetudine praticata dai gruppi di aborigeni che si allontanano dai loro luoghi natii per seguire i lunghi percorsi che li portano all’interno dell’Australia per i più disparati motivi.

Si osserva tuttavia la particolare consuetudine degli aborigeni di realizzare nei loro luoghi abitati da sempre, quindi senza un apparente motivo, cerchi formati da pietre di medie o anche piccole dimensioni, al centro dei quali è posizionato un palo inclinato.

La sua inclinazione è sempre rivolta verso l’estremo sud, verso quella che gli sciamani aborigeni chiamano la “terra degli Antenati” da cui un giorno giunsero per abitare il continente australiano e che nei loro riti e nei loro cuori non hanno mai dimenticato.

Di notte si vede come il palo sia inequivocabilmente piegato nella direzione della “Croce del Sud”, verso la terra ancestrale da cui proviene tutta l’umanità.

La terra che i tre figli di Baiame, il creatore della prima umanità, dovettero abbandonare perché sconvolta da una grande nevicata che la ricoprì di nevi perenni come fosse un “mare di latte”.

Com’è oggi il continente antartico. Inspiegabilmente spoglio da millenni di ogni presenza umana, a parte le attuali migliaia di ricercatori che resistono al suo clima inclemente per scopi non ben dichiarati.

Rimangono in Antartide i numerosi resti fossili di alberi e di foglie pietrificate che testimoniano l’esistenza di immense e antiche foreste che dovevano restituire probabilmente l’immagine di un arcaico “giardino delle delizie”.

Tratto da: Shan Newspaper

L’Eden delle Tradizioni Aborigene
L’Eden delle Tradizioni Aborigene

I Neanderthal: abili combattenti e rivali degli Homo sapiens

a cura della Redazione

I Neanderthal erano una specie affine agli esseri umani, abili combattenti e rivali nella guerra preistorica

Circa 600.000 anni fa, l’umanità si divise in due gruppi. Uno rimase in Africa e si sviluppò in quello che siamo oggi, mentre l’altro si spostò verso l’Asia e l’Europa, diventando Homo neanderthalensis, i Neanderthal. Non erano i nostri antenati diretti, ma una specie affine che si evolveva parallelamente a noi. I Neanderthal ci affascinano perché ci rivelano chi eravamo e chi avremmo potuto diventare. Tuttavia, la biologia e la paleontologia ci mostrano un quadro più oscuro. I Neanderthal non erano pacifici, ma abili combattenti e pericolosi guerrieri, rivalizzati solo dagli esseri umani moderni.

Come i leoni, i lupi e gli Homo sapiens, i Neanderthal erano cacciatori cooperativi di grandi prede e territoriali. Questo comportamento è radicato nella biologia degli esseri umani e dei nostri parenti più stretti, i cimpanzé. L’aggressione cooperativa si è evoluta nel nostro antenato comune con i cimpanzé, circa 7 milioni di anni fa, e i Neanderthal avrebbero ereditato queste stesse tendenze.

La guerra è sempre stata parte integrante dell’essere umano. Tutti i popoli nella storia hanno fatto guerra e le nostre scritture più antiche sono piene di storie di conflitti. L’archeologia rivela antiche fortezze, battaglie e massacri preistorici che risalgono a millenni fa. I Neanderthal erano molto simili a noi sia anatomicamente che comportamentalmente. Facevano fuoco, seppellivano i loro morti, creavano gioielli e arte, e costruivano santuari di pietra. Se condividevano così tanti dei nostri istinti creativi, è probabile che condividessero anche molti dei nostri istinti distruttivi.

Il record archeologico conferma che la vita dei Neanderthal era tutto tranne che pacifica. Erano abili cacciatori di grandi prede e utilizzavano armi per abbattere animali come cervi, stambecchi, alci, bisonti, rinoceronti e mammut. I traumi cranici e le ossa rotte trovate nei resti dei Neanderthal suggeriscono che i conflitti erano comuni, soprattutto tra i giovani maschi. La guerra preistorica lascia segni riconoscibili, come i traumi al cranio e le lesioni da combattimento.

La prova che i Neanderthal erano abili guerrieri è il fatto che siamo riusciti a incontrarli e a resistere alla loro espansione per circa 100.000 anni. Non è stato un incontro pacifico, ma una lunga guerra di logoramento. Alla fine, gli Homo sapiens primitivi sono riusciti a conquistare le terre dei Neanderthal, ma non perché i Neanderthal erano meno inclini a combattere. Probabilmente siamo diventati semplicemente migliori nella guerra di loro.

In conclusione, i Neanderthal erano una specie sorella degli esseri umani moderni e condividevano molti dei nostri istinti aggressivi. Erano abili combattenti e rivalizzavano con noi in termini di capacità belliche. La guerra è sempre stata parte integrante dell’essere umano e i Neanderthal ne sono un esempio.

Tratto da: Scienze Notizie

I Neanderthal: abili combattenti e rivali degli Homo sapiens
I Neanderthal: abili combattenti e rivali degli Homo sapiens

SE GLI PSICOFARMACI HANNO SALVATO TANTA GENTE…

di Gianluca Marletta

Si discuteva stamattina con amici sul fatto che gli psicofarmaci abbiano certamente salvato la vita a moltissime persone negli ultimi decenni. C’era chi era pro e chi contro, ma questo è un dato certo.

Si, siamo d’accordo sul fatto che molta gente ci sia rimasta anche sotto, ma questo non toglie nulla al dato di cui sopra.

L”EMERGENZA PSICOLOGICA è un dramma dei nostri tempi: non ne parla nessuno perché a nessuno conviene – perché bisognerebbe mettere in discussione le fondamenta di un intero mondo – ma è così.

D’altronde, le risposte del tipo “nel Medioevo cristiano sono storicamente attestati solo due suicidi in 1000 anni” sono solo slogan cretini perché noi NON viviamo nel Medioevo (più o meno come chi dice “ma al tempo de mi nonno non divorziava nessuno”, facendo finta di ignorare che il tempo de tu nonno non conosceva le tentazioni e le sollecitazioni di questo, manco per il piffero!).

Il problema naturalmente è anche spirituale: la riduzione della religione a morale sociale o (al tempo del pre-concilio) a mera morale devozionale, l’assenza in Occidente per decenni e forse secoli anche solo dell’idea di religione come “cammino interiore” ha fatto danni mostruosi.

Nell’Oriente cristiano, sono ancora in parte note le cause anche spirituali di molte patologie psichiche, così come le possibili cure che sono una Scienza Sacra (e che comprendono meditazione, preghiera del cuore, certi digiuni – ma cosa potrebbe dire in tal senso un prete occidentale che il Venerdì Santo ti dice che digiunare non serve e può essere sostituito con l’elemosina?).

D’altronde, in un mondo al naufragio, i farmaci non sono peggiori del sesso compulsivo o dell’alcool: sono solo salvagenti (illusori?) per fingere di non annegare.

Il problema è fare finta di non trovarsi in mezzo ad una tempesta e credere che “è tutto normale così”.

SE GLI PSICOFARMACI HANNO SALVATO TANTA GENTE...
SE GLI PSICOFARMACI HANNO SALVATO TANTA GENTE…

ATTIVARE LA CONNESSIONE SPIRITUALE

di Alexandra Blanc

Il piano di chi attacca l’umanità intende sorvegliare ogni individuo. La pseudo-cultura che ci fanno studiare celebra autori che giustificano, anzi, implorano, tale piano. La tecnologia non-umana è superiore alla tecnologia umana: numerosi reperti archeologici, e artistici, inducono a pensare all’esistenza di civiltà di diverso livello tecnologico, tutte interessate all’umanità, per dominarla. I mass-media pilotano rapidamente l’opinione pubblica che di per sé non esiste: la cosiddetta “opinione pubblica” è un’entità astratta, in cui gli sprovveduti si riconoscono, perché non si considerano dotati della suddetta cultura, ossia non si considerano all’altezza della suggestione che subiscono, e perciò la riveriscono, timorosi.

Chi attacca l’umanità ne vuole ridurre le capacità di ragionamento, il che causa, frustrazione e tensione, che vengono fatte scaricare tramite la risata: per questo è obbligatorio apparire allegri, trovarsi per ridere, svagarsi per dimostrare che ci si sta divertendo tanto, ossia che si ha molta tensione da scaricare, e ciò induce ad affrettarsi per imitare i ridanciani nel culto della risata dissacrante, sarcastica, e rigorosamente inconcludente.

Nel frattempo l’ IA “che sa tutto” dimentica alcuni reati, ma solo quelli noti e conclamati che vanno dalle torture ai traffici umani. Infatti per l’IA, i reati sono soltanto quelli commessi da sprovveduti individui frustrati: e i mass-media vanno a caccia dei disgraziati, per nascondere o far dimenticare, apposta, i nomi di chi attacca l’umanità in mille modi diversi.

Esiste una soluzione a tutto ciò ? L’ unica soluzione consiste nell’attivare la connessione spirituale, che non è appartenere a qualche religione. La connessione spirituale è la possibilità, di trascendere per mezzo della mente e ritrovare l’ allineamento innato con lo Spirito attivando i poteri superiori della mente: nell’immaginario collettivo, “i poteri superiori della mente” sono quelli che consentono, ai monaci Shaolin, di usare il corpo fisico oltre i limiti che consideriamo insuperabili e di cui ancora non conosciamo tutte le possibilità

IA e compagnia bella in realtà non rappresentano nemmeno lo 0,000001 di quanto un essere umano potrebbe considerare, imparare, e praticare . Ci sono stati di coscienza caratterizzati da lucidità ed efficienza superiori a quanto l’IA fa, perché, a quei livelli, gli umani possono permeare gli argomenti, mentre l’ IA arranca secondo sequenze che cerca di rendere ingegnose, per arrivare presto al risultato, ma “presto” è comunque in ritardo rispetto al continuo infinito presente che si può intuire, raggiungere, e vivere

Dunque, quel che c’è da fare, adesso, e che è quanto andava fatto da sempre, è attivare, e difendere, la connessione spirituale, che dissolve il male, le interferenze, e apre letteralmente, la via della liberazione.

ATTIVARE LA CONNESSIONE SPIRITUALE
ATTIVARE LA CONNESSIONE SPIRITUALE

DISTOPIA TECNOLOGICA

di Mike Plato

CON LA TECNOLOGIA STIAMO RINUNCIANDO ALLE NOSTRE POTENZIALITA E LE STIAMO DELEGANDO ALLE MACCHINE….

IMMAGINIAMO CHE MATRIX SIA L’ANTEFATTO DI DUNE (TERMINATOR LO È DI MATRIX, UNA FASE EVOLUTIVA DI SKYNET) ….LADDOVE POSSA ESSERE IL NOSTRO POSSIBILE FUTURO

Questo dialogo, tra Paul e la Reverenda Madre Bene Gesserit, non è stato inserito nel film di Villeneuve…

“Disse Helen Moyan: Un tempo gli uomini dedicavano il proprio pensiero alle macchine, nella speranza che esse li avrebbero liberati. Ma ciò consentì ad altri uomini di servirsi delle macchine per renderli schiavi.

– «Non costruirai una macchina a somiglianza della mente di un uomo» – citò Paul.

– Così dice la Bibbia Cattolica Orangista, e così fu ripetuto dal Jihad Butleriano assentì la vecchia. – Ma in realtà la Bibbia C.O. avrebbe dovuto dire: «Non costruirai una macchina che contraffaccia la mente di una persona umana»…La Grande Rivolta ci ha liberati da una stampella – dichiarò la vecchia. – Ha costretto la mente umana a svilupparsi. Scuole furono fondate, per sviluppare il talento umano”.

Beh si vede che HERBERT fosse legato al Movimento del Potenziale umano

Nel Film Dune non viene raccontato un antefatto presente invece nel grandioso romanzo di Herbert: il Jahad butleriano…è l’evento costituito dalla grande rivolta contro le macchine dotate di intelligenza artificiale, svoltasi tra il 201 B.G. e il 108 B.G. e guidata da Serena Butler. Frank Herbert nell’originale ciclo di Dune cita più volte l’evento, ma non descrive i fatti relativi al Jihad Butleriano, che si svolgono molti secoli prima delle vicende narrate. Nella saga di Dune, il Jihad Butleriano è comunque una parte fondamentale del passato mitico a cui più volte si fa riferimento durante la storia, e che per la sua persistenza nella mentalità dei personaggi del suo universo e la sua importanza per la creazione del contesto costituisce uno dei pilastri della storia futura ideata da Herbert. Il Jihad Butleriano è stato in seguito narrato nella trilogia Legends of Dune, un prequel del ciclo originale, scritto da Brian Herbert e Kevin J. Anderson. La ribellione contro i computer e le macchine pensanti è mossa dal fondamentale principio religioso della Bibbia Cattolica Orangista che recita “non sfigurare la tua anima”. Il carattere religioso della guerra le conferisce l’appellativo di Jihād (جهاد, dall’arabo ǧihād, col significato di “massimo sforzo morale” e, impropriamente, “guerra santa”), e il suo risultato, oltre all’introduzione del tabù contro le macchine pensanti, favoriva lo sviluppo delle capacità degli esseri umani. Nascevano così i mentat, calcolatori umani, persone addestrate ad usare la logica al massimo livello; le Bene Gesserit, profonde conoscitrici dell’animo umano, in grado di controllare ogni proprio pensiero e ogni muscolo del corpo, capaci di leggere attraverso i segnali somatici le emozioni delle persone e di comandarle tramite la Voce, ovvero una modulazione della voce e un tono profondamente incisivi sulla mente di chi la ascolta; inoltre, i Navigatori della Gilda Spaziale sostituivano i computer nel trovare nello spazio il percorso da seguire, grazie alla loro prescienza lineare favorita dalla spezia, il melange. Herbert non ebbe il tempo di concepire l’intera storia precedente alla saga di Dune, per cui è probabile che il nome della battaglia sia stato un semplice riferimento a Samuel Butler, un contemporaneo di Charles Darwin, che quattro anni prima della pubblicazione de L’origine delle specie scriveva:

«Cosa succederebbe se la tecnologia continuasse ad evolversi così tanto più rapidamente dei regni animale e vegetale? Ci sostituirebbe nella supremazia del pianeta? Così come il regno vegetale si è lentamente sviluppato dal minerale, e a sua volta il regno animale è succeduto a quello vegetale, allo stesso modo in questi ultimi tempi un regno completamente nuovo è sorto, del quale abbiamo visto, fino ad ora, solo ciò che un giorno sarà considerato il prototipo antidiluviano di una nuova razza… Stiamo affidando alle macchine, giorno dopo giorno, sempre più potere, e fornendo loro, attraverso i più disparati ed ingegnosi meccanismi, quelle capacità di auto-regolazione e di autonomia d’azione che costituirà per loro ciò che l’intelletto è stato per il genere umano»

DISTOPIA TECNOLOGICA
DISTOPIA TECNOLOGICA

LA PREGHIERA MEDITATIVA

di Fabrizio Forme

Con chiunque abbia un senso di Dio, ed eventualmente di Cristo, e sia un minimo avvezzo alla preghiera meditativa in uno stato di elevata presenza, voglio condividere una possibilità sperimentale che spontaneamente mi è venuto di praticare durante la notte di Natale.

Mentre ero alle prese con dei pensieri fastidiosi, emozioni disturbanti automatiche che vanno e vengono e, potenzialmente, tutto il resto del marasma psichico che affligge ognuno di noi dato che, poco o tanto, la mente è il vero fardello di tutti (in questo hanno ragione i buddisti: la mente ha bisogno di essere incessantemente purificata, è vitale non lasciarla fare), a occhi chiusi e in tranquillità mi è uscita una richiesta, rivolta al Padre. Ho chiesto serenamente e senza pretese, ma credendo in ciò che facevo: ti prego, metti la tua mente al posto della mia.

Ora io, da qualche anno, se mi concentro in senso espansivo vivo una particolare sensazione di pressione (non fastidiosa) dentro la testa, quella che molti chiamano attivazione della pineale. In questo caso l’ho sentita subito aprirsi e ho sperimentato una delle migliori sensazioni della mia vita, lasciando che un’altra mente agisse e abbandonandomi.

Tutti i fastidi mentali ed emotivi si sono spenti rapidamente. Potevo giusto vederli da lontano, e a me era evidente che qualcosa di diverso dal solito stesse succedendo e che non fossi io al comando.

Naturalmente, non mi è (ancora?) possibile mantenere quello stato costantemente, proprio perché occorre calma e presenza, ma posso assicurare che 5 minuti ogni tanto durante il giorno nel momento del bisogno possono cambiare tutto nella mente e, di conseguenza, nel corpo.

Non so se proverete a farlo anche voi e se ci riuscirete, ma ho fiducia nel fatto che anche altri possano arrivarci e capire la portata dei benefici che ne derivano. È forse la cosa più vicina all’estasi che io abbia provato.

Non è necessario che la richiesta sia tale e quale alla mia, magari per qualcuno sarà più spontaneo dire “togli i miei pensieri e mettici i tuoi” o “Altissimo, metti ora il tuo Logos al posto del mio”. L’importante è non forzare, restare presenti e avere fiducia.

LA PREGHIERA MEDITATIVA
LA PREGHIERA MEDITATIVA

LA SAPIENZA PURA

di Mike Plato

Sapienza 7:24 La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.

Yoda a Luke su Dagobah:

La grandezza non conta. Guarda me, giudichi forse me dalla grandezza? Non dovresti farlo infatti, perché mio alleato è la Forza, ed un potente alleato essa è. La vita essa crea ed accresce. La sua energia ci circonda e ci lega. Illuminati noi siamo, non questa materia grezza! Tu devi sentire la Forza intorno a te. Qui, tra te, me, l’ albero, la pietra, dovunque. Sì, anche fra la terra e la nave.

LA SAPIENZA PURA
LA SAPIENZA PURA

LA GEOGRAFIA SACRA E LA GEOPOLITICA

Videoconferenza del canale YouTube FRATRIA ALTOTIBERINA, trasmessa in live streaming il giorno 25 marzo 2023.

Fratria intervista Daniele Perra, Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, Daniele Perra ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. A partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con diversi siti di informazione geopolitica e di studi tradizionali. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geografia, politica, filosofia e storia delle religioni. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).

LA GEOGRAFIA SACRA E LA GEOPOLITICA
LA GEOGRAFIA SACRA E LA GEOPOLITICA
LA GEOGRAFIA SACRA E LA GEOPOLITICA

CERCA CHE TROVA

di Mike Plato

2. Gesù disse, “Coloro che cercano cerchino finché troveranno. Quando troveranno, resteranno turbati. Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto

Cosi recita Tommaso. Nel leggere tutti i saggi sul vangelo gnostico in oggetto , viene detto che l’oggetto della ricerca è ignoto. Ma è falso. Non viene indicato nel logion 2, ma occorre leggere l’intero spettro dei logoi per capire cosa occorre cercare

73.) Gesù disse: – Colui che conosce tutto, ma ignora se stesso, è privo di ogni cosa.

Quindi l’oggetto della ricerca incessante è SE STESSI, la reale ontologia al di fuori del tempo e oltre questo spazio, fino al Più nobile. Il massimo di noi stessi molto oltre il minimo che noi stessi siamo. Di qui il meravigliarsi di vedere la reale possente incredibile immagine di sé…

Come poi Tommaso rivela ancora

91.) Gesù disse: – Quando vedete le vostre immagini, voi gioite; ma quando vedrete le vostre immagini che sono entrate nell’esistenza prima di voi, e né muoiono né si manifestano, quale meraviglia dovrete sostenere!

ECCO LA MERAVIGLIA DEL LOGION 2

CERCA CHE TROVA
CERCA CHE TROVA

EGOISMO E L’IO VERIDICO

di Franco Giovi

L’ego e la sua manifestazione, l’egoismo, dei quali per certi versi mi sono trovato quasi difensore d’ufficio, poiché le accuse ed i lamenti contrari sono viziati dall’animus egoico da cui trapelano, sono caratteri strutturali della normale coscienza di sé moderna, che certamente non può auto-esorcizzarsi col riempirsi di parole evocanti condizioni opposte, virtù e superamenti come altruismo, amore per il prossimo, sacrificio di sé ecc.

Sarebbe invece preferibile una maggior attenzione. Si scoprirebbe allora che l’uomo è portatore di due soggetti. Il primo di questi è, sebbene riflesso, l’Io veridico: il testimone silente di ogni nostro pensiero e azione. Avvertiamo il suo valore e la sua assoluta unicità ma non la sua forza. Re che non regna, generale senza esercito: nel suo affiorare come soggetto cosciente ha perduto la sua potenza.

Al contrario la sceneggiata dell’istintività padroneggia il palcoscenico. Gli istinti nell’animale, come atti della sua realtà metafisica, sono saggi e puri. Non così nell’uomo, che possedendo una coscienza individuale contrapposta sia al mondo dei sensi che al mondo dello Spirito – condizione del tutto anomala tra le gerarchie universali – gode di una libertà estranea al Dharma, cioè alle leggi che regolano secondo polifonia architettonica gli infiniti mondi della Realtà.

L’antico guasto alluso dal mito della Caduta è la prevaricazione del corpo astrale (anima inferiore) che giunge ad agire come un secondo Io, più forte ed immediato del primo, poiché contessuto di istintività fisico-animale. Questo secondo Io non è un elemento costitutivo dell’essere, ma soltanto un prodotto della prevaricazione: come tale è un nulla in cui ci identifichiamo, lo chiamiamo “io” anche se si contrappone all’Io reale: è il soggetto degli istinti, perciò ottunde la coscienza che l’uomo dovrebbe possedere per dirsi, con diritto, umano.

Esso ha in sé un terrificante potere distruttivo, che volge di continuo contro la natura e la coscienza vera dell’uomo. Il suo potere è stato per millenni contrastato dai Misteri e dalle religioni, ma mai radicalmente, perlopiù venendo solo ritualmente limitato e operativamente evitato. Dalla fine del XIX secolo le forze spirituali ancora indirettamente attive sull’uomo, introvertendosi, hanno lasciato ad ogni singola individualità la libertà e l’onere di trovare in sé, all’interno della coscienza individuale, le forze per la salvezza e la vittoria su ciò che nega l’evoluzione umana.

Il campo di battaglia iniziando dalla zona animica (astrale) che si esprime come io usurpante: quello che manifesta il pensiero astratto e riflesso, ossia il guscio giustificatorio del subumano. Sul versante ostile, il tentativo per “l’abolizione dell’uomo”, dopo la fine della II Guerra Mondiale, ha acquistato sempre maggior forza e velocità.

In realtà moltissime persone percepiscono angosciate i tamburi di questa battaglia, e cogliendo i suoi particolari sensibili, frammentati negli accadimenti, non sanno cosa stanno complessivamente percependo: sopportano l’esperienza di un generale crollo etico, vedono sbigottiti l’inquietante crepa apertasi anche verso quanto sia ancora espressione del Bello, del Vero e del Buono.

È urgente che il discepolo della Conoscenza Spirituale inizi a discriminare l’Io come puro soggetto dall’io senziente o istintivo: ma prima deve riconoscere di essere comunemente mosso da quest’ultimo.

È urgente che impari a meditare e contemplare ogni dato di percezione e pensiero che si offre di continuo alla luce della sua coscienza. Questo punto va chiarito, perché il lettore potrebbe osservare, e a buon diritto, che il meditare e la contemplazione sono ardue operazioni che abortiscono prima di nascere o dopo pochi secondi di tentativo, quando sono prive della maestria e della forza scaturita da un precedente lavoro di concentrazione. In effetti, tale è il giusto schema.

Sovente però la vita non coincide con gli schemi, e il meditare (conversione in un unico punto di pensiero, sentimento e volontà) per pochi attimi, è già un gesto che frena lo svanire centrifugo delle forze dell’anima e smorza l’eccesso dialettico a cui siamo abituati dall’interiorità e costretti dalla vita. Anche quando non ci si senta pronti per un vincolante assenso ad una definita Via sapienziale.

Darsi interamente ad una corrente spirituale non è atto per molti, ma trovare un filo che dal subumano ci riconduca all’umano, a ri-sentire lo Spirito nella creazione, ad esfilarsi dall’eccesso di incertezza, paura, rabbia e disperazione, è qualcosa che moltissimi possono avvertire come impellente e più che necessario.

Rendiamoci conto che alle fantasie spiritualistiche, alle mistiche dell’ignoto non corrisponde alcun cambiamento, mentre con fatalità lo stile di vita occidentale ed il condizionamento tecnologico esigono da noi pesanti dosi di passività che incidono profondamente tutto il nostro vivere comune.

Poiché, fatti salvi filosofi non attuali e pochi asceti del puro pensiero, ci si identifica con la corporeità, ed è questa che a tutta prima appare come il realistico e costante nostro punto d’appoggio.

Allora, senza catechismi, possiamo darci un inizio anche da essa. Non certo dal corpo fisico in sé, di cui abbiamo solo un’immagine, quanto dalle sensazioni vitali che percepiamo: più queste si intensificano, meno abbiamo occasione di ritrovarci nell’elemento che ci appartiene: il mondo animico-spirituale. Non bisogna d’altro canto smorzare come fakiri la sensazione vitale, essa ci serve! Per l’appunto dovrebbe servirci. Lei a noi, e non viceversa. Abbandonarsi al vitale è, per così dire, un regredire verso l’animalità: gradevole nel mio cane, ma non in voi o in me.

Per un sano inizio (e non solo) che non è ancora sistema, sarebbe di gran valore indirizzare sguardo e attenzione anche verso ciò che si vede nel mondo naturale. Guardare con simpatia la luce che la pietra riflette e sentire come la “sostanza aria” circondi il “vuoto” della pietra, guardare con amichevole solennità i vecchi e grandi alberi, con pietoso affetto gli animali, e così per tante altre cose, come il colore dei fiori, la forma delle colline e valli ecc. Sono sensazioni, impressioni e sentimenti che abbiamo già dentro e bastano momenti d’attenzione e di silenzio per re-suscitarli.

Prima ho detto all’incirca “senza schemi”. Anche così, se moltiplichiamo (serenamente, quando ci va) tali momenti, il mondo, quello che dapprima non si vede, ci restituisce queste nostre attenzioni moltiplicandole per dieci, e allora, in alcuni momenti, incominciamo ad avvertire fuori e dentro di noi un’albeggiante mobilità di vita e di forza.

È il sentire che si rinnova: il tramonto porta la pace e dietro ad essa avvertiamo l’immensa marea eterica che muta il suo flusso. I raggi di luce dell’alba traspaiono in sensazione di presenze che recano alla terra paziente speranze germoglianti ed inesauste, al punto che ogni giorno diventa rivelazione di Creazione.

E così avanti: ogni processo diventa simbolo, ogni simbolo diventa espressione sacra e impressione interiore. E l’impressione cosa fa? Si imprime: nel nostro corpo nascosto, chiamato fluidico, eterico, sottile. Nella vita normale, passiva, il corpo eterico mantiene vivo il corpo fisico: lotta a tempo pieno contro l’invadenza della morte.

Ma potrebbe fare molto di più, e infatti, sollecitato dalle impressioni a cui ci siamo dedicati contemplando immagini e guardando a cuore vivo le cose, egli, per così dire, si sveglia e irraggia fuori dai limiti fisico-corporei e noi avvertiamo una speciale, fervida beatitudine che va percepita ma non goduta per sé: lasciamo che fluisca nel percepito che non rimane inerte ma, come un seme, germoglia di vita: per sé e per noi.

EGOISMO E L'IO VERIDICO
EGOISMO E L’IO VERIDICO