“Tutte le speranze, i desideri, gli amori e gli affetti che gli uomini hanno per cose diverse – padri, madri, amici, cielo, terra, giardini, palazzi, scienze, opere, cibo, bevande – il Santo sa che sono in realtà desideri di Dio, Che è “nascosto” dietro tutte quelle cose. Quando le persone lasceranno questo mondo e vedranno il Re senza questi veli, allora sapranno che tutte le cose erano veli e coperture attraverso cui Dio si manifesta, si fa conoscere e si fa desiderare, e che l’oggetto del loro desiderio era in realtà quell’Unica Cosa. Tutte le loro difficoltà saranno risolte , tutte le domande e le perplessità che avevano in seno troveranno risposta…”
Rumi
RIFLESSIONE: proprio come quando amiamo e ci prendiamo cura degli oggetti, dei vestiti, dei regali ecc. della persona che amiamo, lo facciamo appunto perché è lei in realtà a essere oggetto delle nostre cure e attenzioni, e non le sue cose in se stesse. Quando la incontriamo direttamente “dimentichiamo” le sue cose, e il nostro desiderio è appagato.
Ogni tanto leggo una stupidaggine colossale, o religiosa o new Age: “LA VITA TI È STATA DONATA, APPREZZALA”
1) questa vita non è la VITA
2) Non ti è stata donata, ti è stata imposta
3) Se l’apprezzi sei fottuto
1) Giovanni 14,6
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
2) Sapienza 2,24
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
3) Giovanni 12,25
Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
QUESTE STUPIDAGGINI SONO PROFFERITE DA ANIME PIGRE CHE NON CERCANO, CHE SI BASANO SU SENSAZIONI PERSONALI FALLACI, OPPURE DA ANIME ILICHE CHE NON POSSONO ANDARE OLTRE LA PROGRAMMAZIONE E GLI ENORMI LIMITI DEL PROPRIO INTELLETTO.
in queste settimane di discussione intorno al patriarcato, mi è capitato di leggere anche un commento tipo “i veri uomini non piangono mai”, per esaltare la virilità ecc….
beata ignoranza…il pianto non è sempre sintomo di debolezza, sentimentalismo, eccessiva emotività, o comunque di “femminilità”….
chi non hai sentito parlare dell’epico e indimenticabile “pianto di Achille”, eroe maschile e virile per eccellenza?
o per fare un esempio vicino a noi, e restare in una certa area politico-spirituale “apollinea” e “virile”, c’è chi ha testimoniato di aver visto il nostro Julius Evola piangere ascoltando la Marcia di Radetzky…
per non parlare dei pianti dei più grandi uomini musulmani sciiti per il sacrificio eroico dell’Imam Hussein…
quindi per favore prima di sparare … sappiate che “nulla è più degno del pianto dell’uomo”
Essendo più di cinquant’anni che leggo e sento cose sull’iniziazione, qualche constatazione e qualche idea me le sono fatte.
Premettiamo che c’è un sacco di iniziati che non sanno niente di niente.
Premettiamo anche che c’è qualcuno qua e là che sa qualcosa, iniziato o meno che sia.
Chiediamoci allora: cos’è questa iniziazione? E a che serve?
Direi che, all’infuori di qualche caso eccezionale ben poco frequente, tipo l’illuminazione per contatto sperimentata da Motovilov con san Serafino di Sarov, o quella descritta da Abhinavagupta nel suo ‘Tantrāloka’, si distinguono due ricorrenze:
– Un’iniziazione reale attinente a una comprensione diretta per grazia divina, conseguente quasi sempre all’elaborazione di una coscienza etica e ad una forte empatia verso il prossimo (talvolta tale comprensione è precedente, ma subentrando pone immediatamente in atto il processo di restauro etico e affettivo dell’anima);
– Un’iniziazione fittizia, spesso chiamata “virtuale”, che innumerevoli “fornitori di servizi” hanno elaborato per venire incontro alle necessità drammaturgiche di gente altrimenti non qualificata all’iniziazione reale o perché non ha alcuna serietà etica o perché non ha alcun sentimento empatico dei confronti del prossimo. Chi conferisce tale iniziazione ovviamente è come vendesse acqua fresca per champagne. Spesso ha bevuto essa stessa troppo di tale fittizio champagne.
Le conseguenze dell’iniziazione:
– Per l’iniziazione reale, le conseguenze sono il drastico mutamento dei paradigmi esistenziali, il rinnovamento della mente, l’abbandono progressivo degli attaccamenti più compulsivi ed inutili, tutto ciò conseguendo in modo automatico e progressivo dal rapporto con la grazia divina. Se d’altra parte si vede qualcuno che dedica il suo tempo alla moda o alla ricerca gastronomica o al collezionismo o alla spasmodica ricerca di sesso, fama o potere, si può essere sicuri che non ha vissuto alcuna iniziazione reale. Per converso, non è che l’andar vestito male o il mangiare peggio significhi qualcosa di positivo, può essere a sua volta un atteggiamento compulsivo altrettanto indicativo di totale inconsapevolezza.
– Per l’iniziazione fittizia o virtuale, le conseguenze sono l’abbondanza di forme, sia mentali che fisiche, quindi tanto l’incremento di immagini, schemi e classificazioni che quello di paramenti e rituali, il loro scopo essendo quello di colmare il desiderio di stranezza in gente che per mancanza di severità etica o di empatia ha chiuso l’accesso alla grazia divina e non ha quindi altra via per porre rimedio alla propria curiosità se non quella di darsi a una qualche illusione. Costoro saranno naturalmente i maggiori fanatici, i più convinti predicatori. Spacciando moneta falsa, non hanno infatti il problema di distinguerla da quella vera.
Cosa ricavare da queste brevi considerazioni?
– Che solo Dio (ma il nome e la definizione importano poco, la Via può essere anche quella del Dào o del Buddha) offre tutto per nulla. Per ottenere la grazia divina si deve infatti prima realizzare la nullità dei nostri strumenti.
– Che tutti quelli che danno garanzie di successo e offrono di propria iniziativa pratiche e metodi da seguire, senza prima aver verificato – e non è facile – se si rispettino le condizioni etiche ed affettive necessarie, stanno semplicemente vendendo merce avariata.
– Che quando si crede di ottenere qualcosa con un trucco o con l’inganno, tanto più se verso noi stessi, si sta solo facendo la figura degli imbecilli. Dio è più astuto di noi e nessuno lo inganna. D’altronde chi ci inizia a qualcosa che non sia Dio ci sta semplicemente sviando e ci si dovrebbe subito allontanare da lui.
Ne consegue che uno debba seguire una qualche via o religione particolare?
– Non lo so, non c’è un “qualcuno” valido per tutti. Come diceva lo sceicco at-Tādilī, la via è essenzialmente la sincerità, e quella non puoi che dartela da solo. Se poi io mi rendo conto che le parole di Gesù, o quelle di Laozi giovano alla mia sincerità, sarà buona cosa che le mediti e ne tragga insegnamento. Se incontro un uomo saggio sarà bene che me lo tenga caro. Se Dio mi mostra la via della bellezza sarà ovvio che la segua. Se ho delle persone care, me ne curerò, anche questa è la Via. Tutto è in realtà estremamente semplice, di quella semplicità esente da finzione che è impossibile simulare.
“Infatti Gesù non è nato da un maschio appartenente alla specie umana, ma da uno Spirito che si è manifestato (tamaththul) in forma umana; ecco perché, nella comunità di Gesù, figlio di Maria, più di ogni altra cosa prevale la dottrina della legittimità delle immagini: i cristiani si fanno rappresentazioni della divinità e si rivolgono ad esse per adorarle, perché l’esistenza stessa del loro profeta procedeva da uno Spirito che si rivestì di una forma; e così avviene ancora oggi in sua comunità.
Ma poi venne la Legge di Muhammad (s), che proibì le rappresentazioni simboliche. Ora Muhammad (s) contiene la realtà essenziale di Gesù e la Legge di Gesù è racchiusa nella sua stessa Legge. Il Profeta ci dice quindi di “adorare Dio come se lo vedessimo”, facendoLo così entrare nella nostra facoltà immaginativa (khayal). Questa è l’unica modalità lecita di rappresentazione figurativa per i musulmani. Ma questa rappresentazione, che è consentita e persino lodata quando opera nell’immaginazione, è vietata nel mondo sensibile, ed è proibito alla comunità islamica dare a Dio una forma sensibile.”
Tutta la natura è protesa a depredare, a canalizzare, ad elaborare energia, per perpetuare se stessa nelle proprie molteplici forme. Al contempo ogni forma che elabora energia è a sua volta un combustibile per altre forme di vita gerarchicamente superiori lungo la piramide alimentare, così è anche per l’essere umano, che in quanto animale nella sua forma naturale, non può sottrarsi a tali imperativi. Purtroppo in realtà ci è ignoto, a livello di consapevolezza intima, il processo per cui attraverso la materia assimilata traiamo la biochimica necessaria a costituire e mantenere il corpo fisico; non conosciamo, seppur ci alimentiamo di essi, i vari tipi di nutrimento che completano quello minerale–vegetale-animale. Questo nostro essere ignavi ci preclude l’accesso alla vera alchimia, la quale non è uno sterile intellettualismo, ma trova realizzazione in una visione integrale dell’essere umano; sfortunatamente la nostra ignoranza non solo ci impedisce la possibilità della ricostituzione del corpo di gloria, ma determina anche uno stato di entropia, cioè dispersione di energia durante i nostri vari processi vitali e psicologici. Tale stato delle cose porta ad un’inefficienza sistemica, dove gli sprechi superano quanto assimilato, determinando il declino dell’uomo naturale nel volgere di pochi decenni: alla conclusione della sua forma naturale, l’uomo è cibo per la Luna, destinato ad immettere nuove forme di energia all’interno del ciclo.
Gli stessi nostri rituali richiedono energia, essi altro non sono che circuiti atti a catalizzare e canalizzare energia; la nostra profonda ignoranza in merito alle dinamiche in oggetto determina il fallimento dell’opera e la sua involuzione a grottesco teatrino. Ovviamente su questo piano della differenziazione l’energia assume diversa forma, diversa sostanza e diverse qualità: essa sarà, in guisa della fonte, grossolana o sottile (o meglio tenderà all’una o all’altra) e siffatta genia avrà ripercussioni sul livello dell’essere dell’operatore e dell’opera medesima.
Una Coscienza pura ha una trasmissione diretta e costante con la sua Essenza, non ha capacità psichiche particolari perché se le avesse significherebbe che è stata “contaminata” e viene usata per obiettivi oscuri.
Una Coscienza Pura ha un intuito molto sviluppato e piena fiducia nel suo sentire interiore, rifiuta categoricamente qualsiasi intermediario e nonostante la sua innocente ingenuità, ha imparato col tempo a difendersi dalle incoerenze e brutture di un mondo psicopatico.
Mantiene alta la visione e custodisce la sua volontà come il bene più prezioso.
La sua libertà, in un mondo senza libertà, nasce dalla consapevolezza e dalla capacità naturale di immergersi nella profondità del suo Essere, sapendo molto bene che per tornare alla Fonte deve nuotare controcorrente.
La fatica sarà ricompensata in modi assolutamente indescrivibili.
Al-Insān al-Kāmil o l’essere perfetto è stato profondamente discusso in forma scritta da Ibn ʿArabī in una delle sue opere più prolifiche dal titolo Fuṣūṣ al-Ḥikam. L’assunzione di un’idea già comune all’interno della cultura sufi, è applicata da Ibn ʿArabī alla profonda analisi e riflessione sul tema dell’Uomo Perfetto e la ricerca nella realizzazione di questo obiettivo. Nello sviluppare la sua spiegazione del perfetto essere, Ibn ʿArabī prima discute della questione dell’Unicità dell’Esistenza attraverso la metafora dello specchio.
In questa metafora Ibn ʿArabī confronta un oggetto che viene riflesso in innumerevoli specchi al rapporto tra Dio e le sue creature. L’essenza di Dio si vede nell’essere umano esistente, come Dio è l’oggetto e gli esseri umani sono gli specchi. Ciò significa due cose, che da quando gli esseri umani sono meri riflessi di Dio non ci può essere alcuna distinzione o separazione tra i due e senza Dio le creature sarebbero inesistenti. Quando un individuo capisce che non c’è separazione tra l’uomo e Dio, ha inizio il percorso verso l’unità finale. Chi decide di camminare in direzione di tale unità persegue la vera realtà e risponde al desiderio di Dio di essere conosciuto. La ricerca all’interno di questa realtà di unità provoca un ricongiungimento con Dio, così come il miglioramento della coscienza di sé.
L’Uomo perfetto, attraverso questo sviluppo di autocoscienza e auto-realizzazione, richiede una auto-manifestazione divina. In questo modo l’Uomo Perfetto diviene di origine sia divina sia terrena. Ibn ʿArabī lo chiama l'”istmo”. Essendo l’istmo tra cielo e terra, l’Uomo Perfetto soddisfa il desiderio di Dio di essere conosciuto e la presenza di Dio può essere realizzata per mezzo di Lui da altri. Inoltre attraverso l’automanifestazione, si acquisisce la conoscenza divina, che è lo spirito primordiale di Maometto e tutta la sua perfezione. Ibn ʿArabī aggiunge che l’Uomo Perfetto veicola lo spirito divino al cosmo.
Ibn ʿArabī ha inoltre spiegato l’Uomo Perfetto utilizzando almeno ventidue diverse descrizioni e vari aspetti quando si considera il Logos. Ibn ʿArabī contempla il Logos, o “Uomo Universale”, come una mediazione tra l’individuo umano e l’essenza divina.
L’uomo in Ibn ʿArabī è l’immagine perfetta della creazione completata: «Chi ha creato te, poi modellato e plasmato armoniosamente? Egli ti ha formato nel modo in cui Egli ha voluto». L’immagine esteriore dell’uomo assomiglia in qualche modo al mondo e alle sue dimensioni macrocosmiche. Le sue facoltà interiori (intelletto, immaginazione, etc.) hanno una somiglianza con le sfere superiori. La somiglianza esteriore e interiore è costantemente citata nei diversi capitoli del Futūḥāt nonché del Mawāqiʿ al-Nujūm (Il tramonto delle stelle) e le Tadbīrāt al-Ilāhiyya (Le disposizioni divine). Prima di Ibn ʿArabī, molti filosofi, come i Fratelli della purezza (Ikhwan al-Safa) e Avicenna (Ibn Sīnā), sistemati nel loro volto umano metafisico dell’universo e nell’aspetto cosmologico dell’uomo.
Ibn ʿArabī intende per l’uomo un grado elevato e distinto, quello dell’Uomo Perfetto (il Quṭb, il Polo), che ha la conoscenza filosofica e l’esperienza mistica. La perfezione umana è associata all’immagine divina che fornisce i segreti esoterici dell’agire sulla creatura. Inoltre, la presenza dell’uomo nella creatura contribuisce alla perfezione della sua immagine. L’Uomo Perfetto si distingue dall’uomo comune (Ibn ʿArabī parla di “uomo-animale”, a causa delle sue caratteristiche anatomiche e fisiologiche) in quanto è lui solo, grazie all’appropriazione dei Nomi Divini, ad avere la volontà creativa e il comando del mondo. Inoltre, l’Uomo Perfetto si distingue per l’energia spirituale o l’aspirazione (in arabo: himma) che è il suo strumento di creazione. Esso rappresenta, nell’uomo-animale, il lato manuale nei suoi prodotti e delle sue disposizioni.
Oltre l’appartenenza all’entità spirituale, l’Uomo Perfetto si distingue anche per la “luogotenenza” (Khilāfa). È quindi vicario (khalīfa) e successore (nāʾib), in quanto in controllo di tutti i nomi e in copia ridotta della realtà cosmica e metafisica. Questo versetto ci insegna questa verità: «Egli insegnò ad Adamo tutti i nomi».
Se Dio è qualificato come un “tesoro nascosto”, Egli è nascosto dietro la forma di un Uomo Perfetto e si manifesta con la sua Teofania in quella forma perfetta. Essendo il luogo epifanico, l’Uomo Perfetto conosce sé stesso e conosce il suo Signore che appare in lui a differenza dell’uomo-animale che conosce la realtà superiore attraverso l’intermediazione delle prove cosmiche e dei segni eretti nel mondo. La meditazione di questi segni non supera in lui il solo sforzo speculativo. L’Uomo Perfetto, piuttosto, contempla questi segni in lui ed estrae le perle del tesoro nascosto nella sua anima. Esso combina in tal modo la meditazione e la contemplazione. Questo sforzo di contemplazione culmina nell’esperienza delle diverse modalità di presenza (Ḥaḍara) Divina. L’uomo universale o perfetto è colui che raggiunge la soglia della “Presenza totale” (al-Ḥaḍarāt al-jāmʿiyya) che comprende tutte le altre forme di presenza e sintetizza, attualizzando e l’integrando di un punto di vista esistenziale le infinite qualità dei nomi divini che contengono la prospettiva del principio.
Quindi, nella teologia islamica, al-Insān al-Kāmil (in arabo: الإنسان الكامل), reso anche come Insān-i Kāmil (persiano/urdu: انسان کامل) e İnsan-ı Kâmil (turco), è un titolo onorifico per descrivere il profeta islamico Maometto. La frase significa “la persona che ha raggiunto la perfezione” letteralmente “la persona completa”. E’ un concetto importante nella cultura islamica del prototipo dell’essere umano, della pura coscienza, della propria vera identità, da contrapporre all’umano materiale che è vincolato dai propri sensi e dal materialismo. Il termine era originariamente usato dai sufi sunniti ed è ancora usato da loro, ma è usato anche dagli alawiti e dagli aleviti. Questa idea si basa su un hadith che è stato usato da Ibn Arabi, che afferma di Maometto: “Ero un profeta quando Adamo era tra l’acqua e l’argilla”.
Lo studioso islamico sunnita Muhammad Alawi al-Maliki, ha pubblicato una Sirah su Maometto come al-Insān al-Kāmil. Al-Jili fu l’autore di un testo arabo intitolato al-Insān al-Kāmil. Gli ismailiti credono che ogni Imam sia un uomo perfetto.
Mansur al-Hallaj e Al-Biruni hanno espresso l’idea all’interno delle loro opere. Il concetto è evidente nelle opere di Ahmad Yasawi (1093-1166), la cui influenza diffuse il sufismo in tutta l’Asia centrale. Il concetto è stato applicato anche da ibn Arabi, un pensatore islamico molto rispettato e influente. L’origine di questo concetto deriva dal Corano e dagli hadith, come menzionato nel Fusus Al-Hikam di Ibn Arabi:
La saggezza di Maometto è l’unicità (fardiya) perché egli è la creatura più perfetta esistente di questa specie umana. Per questo motivo, il comando è iniziato con lui ed è stato suggellato con lui. Era un Profeta mentre Adamo era tra l’acqua e l’argilla, e la sua struttura elementare è il Sigillo dei Profeti.
Nel Corano si vede lo status gerarchico dell’uomo al di sopra di tutti gli esseri, in quanto afferma che Dio ha creato gli esseri umani nella statura più bella. A causa di questo avvenimento, l’uomo è favorito da Dio e si dice che gli viene data la luce di Dio che conduce attraverso di lui alla completa perfezione. Il detto precedente illumina l’idea che dietro il vero obiettivo della creazione c’è il desiderio di Dio di essere conosciuto, che si realizza attraverso l’essere umano perfetto.
Al-Insan al-kamil, o l’essere perfetto, fu però discusso per la prima volta in forma scritta da Ibn Arabi in una delle sue opere più prolifiche intitolata Fusus al-Hikam. Prendendo un’idea già comune all’interno della cultura sufi, Ibn al-Arabi applicò un’analisi e una riflessione profonde sulla questione dell’Umano Perfetto e sulla ricerca di questo obiettivo. Nello sviluppare la sua spiegazione dell’essere perfetto, al-Arabi discute innanzitutto la questione dell’unità attraverso la metafora dello specchio. In questa metafora, al-Arabi paragona un oggetto riflesso in innumerevoli specchi al rapporto tra Dio e le sue creature. L’essenza di Dio si vede nell’essere umano esistente, poiché Dio è l’oggetto e gli esseri umani sono gli specchi. Intendendo due cose, che poiché gli esseri umani sono semplici riflessi di Dio, non ci può essere distinzione o separazione tra i due e senza Dio le creature non esisterebbero. Quando un individuo comprende che non c’è separazione tra l’uomo e Dio, inizia il cammino dell’unità ultima. Colui che decide di camminare in questa unità persegue la vera realtà e risponde al desiderio di Dio di essere conosciuto.
L’Umano Perfetto, attraverso questa autocoscienza sviluppata e l’autorealizzazione, stimola l’auto-manifestazione divina. Questo fa sì che l’Uomo Perfetto sia di origine divina che terrena, al-Arabi lo chiama l’Istmo. Essendo l’istmo tra il cielo e la terra, l’uomo perfetto soddisfa il desiderio di Dio di essere conosciuto e la presenza di Dio può essere realizzata attraverso di lui da altri. Inoltre, attraverso l’auto-manifestazione, si acquisisce la conoscenza divina, che è lo spirito primordiale di Maometto e tutta la sua perfezione. Al-Arabi spiega che l’uomo perfetto è del cosmo al divino e trasmette lo spirito divino al cosmo.