La Montagna del Mondo

di Rita Remagnino

La Montagna del Mondo
La Montagna del Mondo

Il dodicesimo libro del Mahabharata ritrae la bellezza del Centro polare primordiale posto in un arcipelago riparato e protetto dove la primavera durava buona parte dell’anno. Senonché, dice, “dopo qualche tempo a causa della maledizione di Brahmanas, quelle regioni della felicità affondarono nelle viscere della Terra” (Shanti Parva, cap. 337).
Se fino a pochi anni fa si poteva pensare a una metafora iperbolica, oggi le rilevazioni satellitari segnalano la presenza di un enorme «buco» rotondo al Polo Nord. Come si è formato? Oppure si tratta di un semplice gioco di luci ed ombre, del risultato dell’inclinazione del pianeta rispetto al sole, della coda della Corrente del Golfo che s’infila nelle acque gelide dell’Artico?
In assenza di risposte convincenti andiamo oltre, prendendo in considerazione un paio di idee plausibili. La “maledizione di Brahmanas” di cui parla uno dei testi più importanti dell’induismo potrebbe alludere all’esplosione del cono vulcanico di enormi dimensioni posto nel centro dell’Isola Bianca. Un’ipotesi avvalorata dall’intensa attività geotermica che tuttora agita il «Crinale di Gakkel», la catena montuosa che attraversa per 1.800 chilometri il fondo dell’Oceano Artico. Quale localizzazione storica dell’evento si potrebbe scegliere invece la maledetta fase compresa tra i 47mila e i 27mila anni fa, quando i ghiacciai himalayani avanzarono in modo significativo rendendo l’aria sempre più secca e la terra ancora più avara di frutti [immagine 1].

A questo punto l’immancabile avvocato del diavolo dirà che prove tangibili al riguardo non ce ne sono, e, in base al metro di giudizio attualmente in uso, soltanto i dati oggettivi sono considerati proprietà intrinseche del reale. Senza contare che immagini come il cono montagnoso e l’isola si addicono a un contesto di perfezione come quello accordato all’Età Aurea, per cui rientrano nel classico repertorio descrittivo del mondo in miniatura che si «manifesta» all’improvviso in mezzo alle onde (l’isola) e appare non piatto ma spiritualmente elevato (la montagna). Vita felice e pensiero verticale, insomma. Tutto qui.
L’argomentazione è piuttosto debole mentre le tesi proposte offrono maggiori spunti di riflessione. Premesso che le chiacchiere dei marinai godono di una pessima reputazione ma spesso c’azzeccano, sarebbe un errore ignorare la «voce» diffusa fino a non molto tempo fa negli ambienti della navigazione circa la presenza di un cono imponente all’estremo Nord. Persino Mercatore nel 1595 inserì nel suo atlante la Rupes Nigra, cioè l’isola-montagna magnetica che qualche tempo dopo descriverà in una lettera a John Dee come «nera e luccicante», circondata da un mare burrascoso e «alta come le nuvole».
Da ultimo ma non meno importante c’è poi un altro dato oggettivo: la mentalità del Sapiens delle Origini era lontana anni luce dalla nostra e perciò l’immagine del mitico «cono» potrebbe essere stata fraintesa. Chi ci assicura che la «montagna sacra» fosse un soggetto geografico? Se, per ipotesi, travalicando ogni visione moderna, la sua natura appartenesse alla sfera della «passionarietà»? Si tenga presente che gli Antichi utilizzavano il «senso interno» per elaborare qualsiasi informazione, non davano come noi la precedenza agli apparati strumentali che producono dati e numeri.

Partire è un po’ morire

Ora mettiamoci per un momento nei panni di quel lontano antenato e cerchiamo di capire il suo stato d’animo una volta archiviata la fase androginica, corrispondente al Primo Grande Anno del nostro Manvantara (da 65.000 a 52.000 anni fa), quando la stirpe dovette incamminarsi verso l’ignoto. E’ facile supporre che la paura dei nuovi mondi abbia fatto scattare nel Sapiens il sistema di auto-conservazione, a cui sarà subentrato lo stato di allerta permanente. Necessario peraltro alla sopravvivenza del gruppo mentre le imbarcazioni affusolate viaggiavano lungo le vie fluviali precipitando lungo discese vertiginose, o avanzando di sbieco su tratti liquidi assurdamente in declivio.
Ogni tanto qualcuno finiva a bagno, forse morto. Ma poi, più in giù, l’autostrada fluida diventava un sentiero luccicante, e allora si apriva davanti agli occhi degli esausti viaggiatori un fondovalle fatto di massi, cespugli e alberi giganteschi dietro i quali sfavillavano i bagliori crescenti dell’alba, che, oltre il 60° parallelo Nord, non sembrava sorgere da un solo punto della Terra come avveniva nel resto del pianeta bensì da tutto l’orizzonte.
La descrizione del «giorno permanente» s’impresse così profondamente nell’animo delle generazioni successive che gli estensori dei Veda dedicarono ben trecento inni a Ushas, la danzante dea dell’alba, le cui evoluzioni rotanti evidenziavano con inequivocabile chiarezza una durata dell’aurora molto più lunga e una natura fatta di bagliori crescenti. Esclusa la possibilità che i rishi indiani abbiano mai visto di persona uno spettacolo del genere, è evidente che tali resoconti provenivano da epoche assai remote e da osservatori dislocati nelle regioni polari e sub-polari. (Christophe Levalois, La terra di luce. Il Nord e l’Origine, 1988).
Ne consegue che coloro i quali tramandarono il ricordo dell’alba boreale si trovavano nel settentrione siberiano (tra la Carelia e la Chukotka), indicato appunto come il primo approdo della stirpe-matrice in uscita dalla sede originaria. Visto da quei territori, in effetti, l’emisfero superiore appariva come una superficie curva che sorgeva dall’oceano equatoriale per elevarsi fino al Polo celeste. Tutt’attorno ruotavano il sole, la luna e le stelle, mentre sopra il «monte» brillava il faro rassicurante della Stella Polare, ritenuta il vertice del mondo visibile [immagine 2].

Quando mai si era vista sulla Terra una montagna più perfetta di quella? Idealizzandola il Sapiens non più aureo ma ormai decaduto trasferì così l’immagine dalla dimensione cosmica all’ambiente antropico, generando una serie di simboli destinati ad entrare nella Storia dell’Uomo. Riferimenti alla primordiale «montagna cosmica» si trovano quasi uguali nelle culture di Mongoli, Buriati, Kalmukki, Giapponesi e Tibetani. A seguire vennero i miti del monte Hara e del monte Meru, o Sumeru; del Kunlun (o Hu-Ling) asiatico; del monte Hukairya posto nello spazio sacro dell’Airyana Vaêjo, la mitica patria degli Ari; dell’Harā Bərəzaitī avestico; fino alla Torre di Guardia, o montagna originaria, e via dicendo.
Anche i Norreni ricordavano con rimpianto un primordiale Centro di irradiazione (ormai Nordatlantico, quindi secondario) chiamato «Idavöllr», ossia il «campo del vortice», attorno al quale girava il firmamento. A loro volta gli Accadi rimembravano i bei tempi in cui nel mezzo della mitica Akkad sorgeva una remota «montagna del mondo» di nome Kharsak Kurra, sulla quale s’imperniava la rotazione dei cieli. Gli Assiri ereditarono tale visione, tradotta dai Greci nel mito di Atlante. Da qui il «monte dell’assemblea» divina, cioè all’Har-Moed poi divenuto Har Megiddo, o Armageddon.
In memoria della curvatura polare delle Origini i Sabei di Harran continuarono per secoli a celebrare le loro cerimonie «alla maniera degli Antichi», cioè rivolti verso il Nord. Analogamente gli Aztechi, civilizzati probabilmente dai navigatori nordatlantici, ritenevano che la culla della razza umana si trovasse su un’«alta montagna nordica» avvolta da dense nubi; proprio ai suoi piedi avrebbe fatto ritorno l’eroe-civilizzatore Quetzalcoatl, ma questa è un’altra storia.
Con l’andare del tempo dall’Australia all’Antico Egitto l’immagine più diffusa del morire divenne quella dell’«aggrapparsi alla montagna» poiché l’anima liberata dal corpo tornava naturalmente verso il punto di partenza (il Polo?), dove si trovava la dimora degli dèi. In modo assai eloquente il primo morto della narrazione vedica, Yama, venne immaginato nell’atto di percorrere le «alte vie» della montagna sacra mentre mostrava agli uomini il giusto cammino (Rg Veda, X, 14,1).
Tutti i sentieri dei morti dell’antichità, che inerpicandosi sulla montagna portavano le anime «a casa», potrebbero essere dunque un retaggio della «superficie curva» osservata nostalgicamente dai primi Sapiens in fase di allontanamento dalla «terra dei Padri». Perfino il Demens riferendosi a qualcuno che ha «reso l’anima a dio» guarda istintivamente verso l’alto, e ciò a prescindere dalle sue credenze religiose. Il gesto è innato, c’è poco da fare. Se d’altra parte resistono alle sferzate del tempo i cinghiali di Sulawesi dipinti 45mila anni fa sulla roccia, figurarsi i segni sedimentati nella memoria collettiva!

La nuova nascita

Per chi le sa vedere, scriveva Arthur Machen, le coincidenze portano abiti trasparenti. Motivo per cui sarebbe ingenuo attribuire alla fantasia umana, o peggio ancora al «caso», i mille riferimenti alla montagna sacra delle Origini in cui si mescolano Geografia, Storia e Senso Interno. Il tema è presente nella cultura cinese, indiana, iraniana, eddica; serve altro per confermare la comune radice culturale dei popoli dell’emisfero settentrionale?
Ormai distanti dalla Patria primordiale e dunque privati dello spettacolo grandioso della montagna-mondo illuminata dalla Stella Polare con il firmamento che le vorticava attorno, le stirpi dell’Età Argentea fecero del loro meglio per mantenere vivo il ricordo. Ciò nonostante la forma venne squadernata in innumerevoli modi, diventando infine un canone di perfezione assoluta in quanto il punto e il cerchio erano impossibili da misurare [immagine 3].

A quei tempi la tecnica di astronomi e architetti era ancora eccellente, perciò le civiltà più evolute s’ingegnarono per catturare l’energia cosmica e trattenere le onde sprigionate dai fenomeni celesti dentro «montagne artificiali». Eressero tumuli e piramidi capaci di riprodurre sulla Terra l’armonia rappresentata dalla primordiale Montagna Sacra, sebbene le due cose presentassero alcune differenze. Rispetto al tumulo a base circolare la piramide presentava una pianta quadrata, una diversità che venne sintetizzata dai Cinesi in una geniale geometria storico-astronomica: in origine la terra degli dèi era rotonda (vista dalla posizione sub-polare), in seguito divenne però quadrata (con la discesa verso Sud, mentre la curvatura spariva dall’orizzonte), fu allora che Shang-ti vi costruì sopra il suo palazzo celeste, o «palazzo del centro» (formò le istituzioni), quindi guidato dalla Stella Polare si apprestò a governare l’universo-mondo.
Oggi la Fisica Radiestica ha riscontrato nelle piramidi la presenza di onde di forma che vengono rilasciate dalle loro linee geometriche, il che fa pensare che tali interazioni di energia rientrassero dapprincipio in un contesto sapienziale di più largo respiro, ovvero in una scienza geometrica di antichissime origini, della quale però si sono perse le tracce.
In relazione al processo di civilizzazione, l’alto numero di «monti cosmici» fatti da mani umane e dislocati in vari punti del globo può essere interpretato come il primo segnale di ripresa dopo le tragiche vicissitudini legate alla deglaciazione. L’ambiente asciutto ha preservato alcuni di questi manufatti in Egitto e Mesoamerica, ma rovine di montagne di pietra a terrazze alte decine di metri stanno riaffiorando a Gympie, nel Queensland, presso Penrith, nel New South Wales e ad ovest delle Blue Mountains. Anche a ridosso dell’Oceano Pacifico (crocevia dei navigatori dell’Era Glaciale) si trovano resti di ziqqurat sparpagliati qua e là. Sul perché, poi, da qualche parte i monti di pietra siano fatti «a gradoni» e altrove «a copertura liscia» si potrebbero fare molte ipotesi, accorgendosi alla fine di averne tralasciate altrettante.

Ombre, luci e poi ancora ombre

Suggerisce la logica che i popoli più antichi non avrebbero disseminato il globo di montagne di pietra, al prezzo tra l’altro d’immani fatiche, senza un valido motivo. Quale, non si sa. La simbologia iniziatica interpretò il punto come la Volontà originaria, prima Ipostasi dell’Uno, dando all’estensione della circonferenza il compito di rappresentare la totalità del generato. L’alchimia fece invece di questa forma il simbolo dell’oro; finché il progressivo ripiegamento dell’uomo su se stesso rese indecifrabile il simbolo, che finì tristemente i suoi giorni adagiato sul ventre molle dell’essere umano con al centro l’ònfalo, cioè l’ombelico.
Inutile dire che da questo punto sterile non è cresciuto alcun Albero cosmico, né qualcos’altro di realmente importante. Sarebbe tuttavia inutile arrovellarsi sulle cause che hanno portato a un simile degrado nel giro di poche migliaia di anni, che nella Storia equivalgono a un colpo di tosse. Passerà anche questo periodo, come ne sono passati tanti altri.
A patto che nel frattempo non ci si lasci distrarre da voci lusinghiere come quella dell’«effetto Flynn», la teoria creata appositamente per dare ad intendere alla moltitudine che il quoziente intellettivo della specie Homo è aumentato progressivamente nel corso del tempo. A parte il fatto che il linguaggio della Natura è troppo complesso per essere ridotto meramente ad mathematicam e perciò le percentuali lasciano il tempo che trovano, basta guardarsi attorno per accorgersi del contrario.
Non siamo più intelligenti dei nostri predecessori, né più stupidi, ma solo presuntuosi. Quando basterebbe poco per scendere dal piedistallo; per esempio, chiedersi come mai tutti i tentativi di dominazione universale messi a segno dall’evoluto Demens falliscono mentre il primitivo Sapiens è riuscito ad estendere la sua visione a tre quarti del mondo, e ancora se ne parla.
Troppo comodo dare la colpa alla complessità dell’attuale sistema, o all’estinzione del concetto di linearità che rende difficile la lettura del reale. Le cause vanno semmai ricercate nella frammentazione sociale e negli «innesti» di ogni genere (umani e tecnologici) imposti in assenza di una cultura, di una Civiltà. Ecco perché il Demens in un quadro di uniformità planetaria se tutto va bene fa cilecca altrimenti dis-integra, mentre il Sapiens ha integrato e costruito su larga scala operando nel regno della diversità.
Sotto tutti gli aspetti il suo cammino è stato più difficile del nostro; escludendo le emergenze ambientali (quelle autentiche, non mediatiche), si pensi che oltre a lui durante il Primo Grande Anno del nostro Manvantara erano presenti sulla Terra almeno altre tre specie: l’Homo Neanderthalensis, l’Homo di Denisova, l’uomo dell’Asia orientale o della Cina. Le differenze tra le parti erano enormi e riguardavano ogni ambito; eppure quei lontani portatori di precise identità culturali e biologiche sono riusciti a trovare la quadra, non sempre amandosi e talvolta odiandosi. Se non avessero agito in questo modo ognuno si sarebbe aggrappato al suo piccolo mondo non appartenendovi nei fatti, come accade oggi, sarebbero nate tante sub-culture difensive autoreferenziali in lotta tra loro e adesso noi non staremmo qui a raccontarci tante belle cose.
Apparteniamo a una specie ricca di risorse il cui aspetto più affascinante è indubbiamente la volubilità, giacché l’Homo Sapiens è anche Homo Demens. Da sempre lo strano ibrido che incarniamo si muove come un funambolo tra Apollo e Dioniso, sballottato tra ragione e sentimento, saggezza e follia, ordine e disordine, rigore ed eccesso, santità e delirio (E. Morin, Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana?, 2020). Per nostra fortuna non possiamo prescindere dal cammino tras-formativo, dagli alti e dai bassi, né dalle incertezze con le quali siamo obbligati a convivere. Ne consegue che dopo il tempo della follia viene quello della ragione, anche se non si può sapere in anticipo quando questo accadrà.

Il Polo opposto

di Rita Remagnino

Il Polo opposto
Il Polo opposto

Nei testi indù il monte Meru era chiaramente il Polo Nord sul quale i pianeti giravano da sinistra a destra. L’emisfero inferiore veniva percepito invece come una montagna invertita, la sede dei demoni, o Asura. Laggiù si trovava la dimora di Yama, il dio dei morti, che per l’esattezza era nato al Polo Nord ma dopo il decesso fu nominato guardiano del Polo Sud.
Si tratta di una narrazione mitologica, o di un capitolo di Storia delle Migrazioni? Ad un certo punto del suo travagliato cammino, il Sapiens sceso dal Nord andò a popolare il Sud? Oppure, l’emisfero meridionale era già abitato da stirpi autoctone, le quali si spostavano né più né meno dei gruppi umani settentrionali? L’ipotesi è plausibile: se infatti nel periodo considerato le condizioni climatiche erano molto diverse dalle attuali al Nord, si presume che lo siano state anche al Sud.

Può darsi che la catastrofe di Toba abbia interrotto i collegamenti per un po’, forse per millenni, facendo in modo che l’una parte (il Nord) tagliata fuori dall’altra (il Sud) si sviluppasse autonomamente; ma il ricordo della reciproca esistenza deve avere accompagnato il cammino degli antenati ancestrali per un lungo periodo, come pure la memoria delle rotte oceaniche che indicavano i punti di approdo sparsi sull’Oceano Pacifico, a quei tempi punteggiato da una miriade di terre emerse, senza contare la rassicurante presenza della piattaforma di Sahul.
Riguardo alla parte australe del pianeta, le conoscenze attualmente in nostro possesso si fermano ai popolamenti relativamente recenti da parte di stirpi negroidi di alcune aree dell’Asia meridionale. Tracce di questi meticciamenti sono riscontrabili dall’India alle Filippine. In modo assai singolare, tuttavia, i melanesiani e gli australoidi rispetto ai sud-asiatici presentano un fenotipo differente.
Recentemente in Australia sono venuti alla luce utensili litici, macine, avanzi di ocra ed altri pigmenti risalenti a circa 65.000 fa. Chi li ha forgiati? Prima di rispondere a queste domande vale la pena di soffermarsi sul genoma degli aborigeni australiani, che, pur contenendo percentuali di DNA sia di Sapiens sia di Denisova, mostra una netta dominanza di quest’ultimo, il quale risulta a sua volta superiore del 4% rispetto a tutti gli altri popoli della Melanesia.
Purtroppo fino alla fine del secolo scorso le datazioni risalenti a circa 60.000 anni fa non venivano prese in considerazione dal mondo accademico, incapace di spiegarle. La cosiddetta «scienza» si è limitata ad avanzare l’ipotesi della discendenza degli australo-papuani da due diversi gruppi provenienti dall’Eurasia meridionale e orientale, i quali si sarebbero fusi in Oceania attorno ai 39.000 anni fa.
Nasce da questo presupposto la narrazione del Denisovasiberiano che partendo dal Nord ha raggiunto il Sud, non si sa bene per quale motivo né a fare cosa, visto che la Siberia di allora offriva ogni bendidìo. L’affermazione si avvale del recupero in Australia di manufatti chiaramente denisoviani quali resti di focolari, ossa abilmente lavorate di animali, aghi da cucito, un magnifico bracciale in clorite verde scuro, eccetera. Indubbiamente il Denisova in Oceania c’è stato; ma quali erano le sue origini?

Il terzo uomo

Gianfranco Drioli nel saggio Iperborea ha paragonato il ritrovamento dei resti dell’Homo di Denisova nella ricerca genetica alla scoperta del bosone di Higgs nel modo scientifico. La riesumazione nel 2010 sui Monti Altaj di alcuni resti di una donna X vissuta in un periodo compreso tra 70mila e 40mila anni fa (media statura, carnagione abbronzata, capelli castani) ha inferto un nuovo colpo all’ottocentesca teoria monocentrica che colloca in Africa il ceppo umano originario, ridando contemporaneamente voce alla teoria policentrica sostenuta dal consesso dei paleontologi e degli archeologi russi, tra i quali vi è l’insigne Anatolij Derevjanko.
Nell’attesa di ulteriori sviluppi la narrazione ufficiale resta dell’idea che gli Aborigeni australiani siano nati dall’unione di genti autoctone con gruppi «eurasiatici» di Denisova giunti a più riprese nell’emisfero australe. Ma se davvero è andata così, da quali genti erano costituiti i «gruppi autoctoni» di cui si parla? Chi popolava il Polo Sud in tempi preistorici?
Certo il sospetto della presenza nell’altro capo del mondo di una cultura alternativa a quella del Sapiens mina il primato del civilizzatore bianco, tralasciando però l’orgoglio di parte si può proseguire l’indagine, ovvero passare alla prova del nove: “cui prodest?” Per quale motivo il Denisova avrebbe dovuto lasciare l’allora rigogliosa savana tropicale siberiana, accollandosi per di più i rischi di un viaggio lungo 8.500 chilometri? Mosso da curiosità, o da spirito di avventura, non avrebbe potuto spostarsi in senso orizzontale anziché in verticale?

Essendo una specie poco numerosa, risponde con prontezza l’archeologia ufficiale, i gruppi che la componevano non avevano la forza sufficiente ad espandersi nel cuore dell’Eurasia. Questi signori spieghino, allora, come hanno fatto a raggiungere l’Oceania. Tracce di DNA denisoviano sono state trovate non solo in Australia ma anche in Indonesia orientale, Papua, Nuova Guinea, Isole Fiji e Polinesia [immagine 1]. Al contrario nel continente eurasiatico nessuna stirpe, nemmeno tra le popolazioni autoctone più defilate e meno ibridate, reca nel proprio patrimonio genetico percentuali di DNA del Denisova, fatta eccezione per i Tibetani che grazie a una variante del gene EPAS1 riescono a respirare meglio ad alta quota.
Il fatto è quanto mai sospetto, oppure eloquente se si sposta l’angolazione dell’inquadratura. L’unico dato sicuro tra tante incertezze riguarda il mezzo di trasporto: il Denisova viaggiava a cavallo, al contrario del sedentario Neanderthal che invece il cavallo lo cacciava e se lo mangiava. Alcuni ritrovamenti datati attorno ai 40.000 anni fa ed effettuati nella grotta di Mandrin, nel Sud della Francia, hanno riportato alla luce piccole punte in selce (un centimetro appena) e resti di un femore di cavallo con impressi segni compatibili con quelli delle armi suddette che confermano l’uso dell’arco e delle frecce per colpire le prede.
Detto ciò, la storia del Denisova rimane incompiuta. Sappiamo che ha viaggiato per svariate migliaia di chilometri ma ignoriamo il motivo di tale scelta, che pure deve esserci stato. Solo da pochi decenni l’uomo ha iniziato a muoversi per sport, ovvero per far girare la ruota dei consumi, ma in tempi preistorici i gruppi umani si spostavano per reali necessità. Non potrebbe darsi, dunque, che troppo concentrati a studiare la fuga del Sapiens dai ghiacci artici i ricercatori abbiano trascurato gli analoghi allontanamenti da quelli antartici?
Il freddo è freddo da qualsiasi parte lo si guardi, e, com’è noto, le calotte polari sono interdipendenti. Ribattezzato il «terzo uomo» dopo il Sapiens e il Neanderthal, il Denisova potrebbe essere stato dunque il navigatore antartico che in tempi primordiali solcò gli oceani (Indiano e Pacifico) in cerca di terre più tiepide dove stare. In fuga dal gelo la sua stirpe approdava sulle coste dell’Asia mentre nell’emisfero opposto quella del Sapiens scopriva le Americhe e il Nordeuropa.
Il fatto che Homo Sapiens nel corso dell’ultima Era Glaciale abbia rappresentato la specie dominante, cioè vincente, non significa che appartenesse all’unica stirpe in grado di viaggiare e scoprire nuovi mondi. Dopotutto la separazione dei rami nel grande albero dell’evoluzione umana era già avvenuta da un pezzo (si stima 400.000 anni fa), perciò i discendenti dell’Homo Erectus si erano moltiplicati, come e dove lo diranno il Tempo e la Storia.

La lampadina bruciata

La stessa Tradizione primordiale ricorda la presenza all’inizio dell’attuale Ciclo di una «Luce del Nord» accanto a una «Luce del Sud» spiritualmente tellurica e culturalmente matriarcale (J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno). Per quale motivo entrambi i barlumi di civiltà non avrebbero dovuto brillare d’ingegno con la stessa intensità? Perché non sarebbero stati altrettanto capaci di spostarsi, camminare, navigare, scoprire e colonizzare?
Forse l’ipotesi del Denisova «antartico» (dal greco antarktikós, «opposto all’Orsa») anziché «siberiano» è più realistica di quanto si creda. Mentre la sua biografia ufficiale è stata costruita su una base alquanto fragile: al Polo Sud il ghiaccio esiste da almeno 122mila anni. Non importa se si moltiplicano i rilevamenti che segnalano sotto il manto ghiacciato l’esistenza di un enorme arcipelago che in tempi preistorici potrebbe avere favorito una discreta mobilità navale [immagine 3]. Un fatto tra l’altro noto agli iniziati di tutte le epoche, come dice e non dice la mappa dell’Antartide stampata nelle ultime pagine del racconto fantascientifico (?) di Jules Verne La sfinge dei ghiacci (1897).
Sembra ormai certo che l’Antartide Minore fosse relativamente sgombro dai ghiacci fino al 4000 a.C., trovandosi al di fuori del circolo polare, ovvero distante da esso circa duemila chilometri in direzione nord. La qual cosa appare del tutto normale se si considera il fenomeno del «ghiaccio provvisorio» dovuto all’estrema mutevolezza del clima della Terra, che oggi non può essere nominata neppure per sbaglio, pena l’accusa di negazionismo climatico.
E le immense quantità di alberi fossili che stanno riemergendo dalle nevi di entrambi i Poli? Come spiegano i sostenitori del «ghiaccio perpetuo» la supposta disparità di condizioni tra il sopra e il sotto? Vogliono farci credere che una parte del globo è ricoperta di ghiaccio da 122mila anni mentre quella opposta ha avuto un clima temperato fino all’ultima glaciazione? Come ha fatto a non «sbilanciarsi» il pianeta?
Oggettivamente sembra improbabile che il Sud sia stato un cimitero bianco (il regno dei morti di Yama) mentre al Nord sterminate distese erbose ospitavano grandi mammiferi, cavalli, bisonti e rinoceronti, tutti animali presenti tra i 70mila e i 12mila anni fa. Vero è che i ritrovamenti sono maggiori al Nord e scarsi al Sud; ma, siamo sinceri, quale investitore sarebbe disposto a giocarsi il proprio capitale per scavare sotto un manto di ghiaccio spesso in media due chilometri con punte di quattro? Il tutto gratis et amore dei, dato che l’Antartide è protetto da un trattato internazionale che vieta qualsiasi tipo di estrazione fino al 2041.
Stando alle teorie vigenti, i casi sono due: o sono sbagliati i dati che riguardano il Nord, cosa abbastanza improbabile, oppure sono mere supposizioni quelli riferiti al Sud. Ma se si prendono per buoni i dati relativi alla Siberia-Beringia-Alaska (che indicano concordemente un clima temperato in questa zona prima del 10.800 a.C.), allora vanno ritenuti validi anche quelli che descrivono una situazione analoga sul fronte antartico. Dove, mistero nel mistero, ad un certo punto la «luce» citata dalla Tradizione si è spenta, lasciando invece accesa la Luce del Nord.

Materiali biologici o culturali?

Presto i cambiamenti climatici smaschereranno gli illusionisti della Storia divulgando tutto (o quasi) quello che c’è da sapere. Già oggi profonde fratture si stanno aprendo sotto la massa antartica e il ghiacciaio di Pine Island, il più grande di tutti, è entrato in un processo irreversibile di scioglimento. Sembra che al livello del sostrato roccioso si stiano insinuando le acque sempre più calde degli oceani. In genere le fratture si formano ai margini delle calotte di ghiaccio, dando vita agli iceberg, stavolta però la spaccatura si è verificata a circa 32 km all’interno, un evento inedito che promette clamorose sorprese.

Alcuni ricercatori prevedono il crollo totale della lastra di ghiaccio «all’interno delle nostre vite», cioè nel giro di pochi anni, causando un aumento del livello dei mari di oltre tre metri e la relativa scomparsa di un numero imprecisato di città costiere. Ma non è il caso di prendere alla lettera i pronostici della «comunità scientifica» meno affidabile della Storia dell’Umanità, la stessa che dieci anni fa prevedeva l’avvento di una mini-Era Glaciale nel periodo 2030-2040 e adesso dice invece che moriremo tutti di caldo.
Comunque vada la specie umana si adatterà, come del resto ha sempre fatto. L’importante è mantenere accesa la «luce» dello Spirito giacché l’essere umano non è fatto soltanto di un corpo e di un cervello. Nessuno di noi è il frutto della semplice evoluzione biologica. Dai batteri agli animali marini, ai mammiferi, all’Homo Sapiens; e così eccoci qua: pallidi, di media statura, grassottelli, con pochi peli e tendenti con l’età alla calvizie.
Ovviamente nel corso del tempo le modificazioni biologiche sono state numerose; tuttavia, al netto della credenza religiosa di stampo darwiniano in una direzione evolutiva preordinata, appare piuttosto strampalata la teoria del progresso lineare capace di trasformarci da esseri dotati di strumenti litici a scimmie bipedi, quindi in umani moderni. Se anche fosse vera una tale speculazione ammetterebbe tante di quelle eccezioni da rompersi la testa nel tentativo di spiegarle tutte.
Probabilmente non siamo neppure le uniche creature viventi provviste di un pensiero simbolico, come sostengono invece i seguaci dell’antropologo Terrence Deacon. Scendiamo una buona volta dal piedistallo e siamo seri: quanto ne sappiamo delle forme di comunicazione altrui, quelle insite in certi fenomeni di mimetismo animale e vegetale? Ad esempio: qualcuno conosce fino in fondo i processi interni che guidano le api durante la nota «danza» in cui avviene lo scambio di informazioni sociali relative alla traiettoria e alla distanza di un campo fiorito?
Possediamo solo una vaga idea della «cultura degli altri», ovvero del motore che aziona i processi biologici di ciascuna specie, e, tutto sommato, anche della nostra. Non sappiamo dire, infatti, per quale motivo la «Luce del Sud» si è spenta mentre la «Luce del Nord» è rimasta accesa. Tuttavia un’ipotesi può essere avanzata: forse la sfolgorante affermazione del Sapiens nella Storia non è dipesa dal vigore del suo corpo né dalle qualità del suo cervello (sempre lo stesso da almeno 100mila anni) bensì dalla sapiente introduzione di un nuovo modo di produrre e diffondere la cultura.
L’evoluzione culturale potrebbe avere determinato il sorpasso del Sapiens sul Neanderthal e sul Denisova, e questo il Demens dovrebbe tenerlo bene a mente poiché la cultura è la pietra angolare del Tempio dello Spirito che lo sostiene. Ne consegue che nei prossimi anni non gli basterà affermare in linea teorica che la cultura è più importante della «carne», ossia della dimensione biologica dell’esistenza, ma dovrà dimostrarlo nei fatti.
La «crociata contro la ragione» ingaggiata da chi sogna di uniformare l’uomo come ha fatto con le merci va combattuta e vinta. Non c’è scelta. Né servirà alla causa della sopravvivenza della specie chiamarsi fuori da quel «qualcosa» che ormai non possiede più la forma della Storia ma assomiglia piuttosto a un gigantesco e inarrestabile processo, a un titanico scivolamento del terreno. Essere nati in un mondo sbagliato, o particolarmente duro, non significa affatto essere nati ieri.

IL ’68 OCCIDENTALE VISTO DALLA CINA DI MAO

a cura di Francesco Alarico della Scala

Una volta o due il giovane Lu mi ha chiesto: “Ma è vero che in Occidente le ragazze hanno le minigonne, e i giovanotti i capelli lunghi come le donne? È vero che molti prendono la droga?”

“Sì, è vero. Ma essi vorrebbero, forse, avere altri ideali, forse sono disperati; tu sai che molti di loro guardano verso la Cina?…”

“No, non è possibile,” si arrabbia Lu. “Molti di questi giovani sono un veicolo oggettivo per far penetrare l’ideologia della borghesia tra le masse, e dietro di essi si maschera l’ideologia della borghesia. Come quei Beatles che suonano facendo venire ai ragazzi crisi isteriche…”

Spiego a Lu dell’angoscia di molta parte della gioventù nelle società consumistiche. Egli mi guarda in modo interrogativo. Non lo dice, ma la sua domanda è certamente questa: perché non fanno la rivoluzione, allora?

― Maria A. Macciocchi, Dalla Cina, Feltrinelli, Milano 1971, p. 118.

IL ’68 OCCIDENTALE VISTO DALLA CINA DI MAO
IL ’68 OCCIDENTALE VISTO DALLA CINA DI MAO

Operazione Al-Aqsa Flood: svolta nel futuro della Palestina

a cura della Redazione

18/11/2023

Un alto funzionario del movimento della Resistenza libanese Hezbollah ha parlato dell’operazione Al-Aqsa Flood contro il regime israeliano, descrivendola come un “punto di svolta” per il futuro della Palestina.

L’operazione Al-Aqsa Flood “è un’operazione eccezionale che non ha precedenti dall’instaurazione del regime sionista nel 1948 e crediamo che sarà un punto di svolta per il futuro”, ha dichiarato Sheikh Naim Qassem, vice segretario generale di Hezbollah, durante un’intervista con Press TV. “Ha piantato i semi che avrebbero portato alla regressione e alla caduta del regime, poiché ha scoperto che le capacità di sicurezza israeliane sono estremamente deboli. L’esercito israeliano è molto debole. I politici non sanno nulla e non possono immaginare il futuro”, ha aggiunto.

Lo sceicco Qassem ha continuato affermando che il regime sionista è “un’entità artificiale”, il che dimostra che ha forza, a prima vista, ma in realtà ha una profonda debolezza, non solo nella sua occupazione e nel suo progetto criminale, ma anche nelle prestazioni del suo apparato militare e di sicurezza.

Il funzionario di Hezbollah ha osservato che la grande e meravigliosa operazione Al-Aqsa Flood è stata l’opera di una Resistenza dignitosa e influente ed è stata indicativa del coraggio, dell’audacia e della rettitudine dei palestinesi. “Riteniamo che ciò a cui stiamo assistendo sia una grande operazione che avrà un impatto sulla causa palestinese”, ha affermato.

Hezbollah partecipa all’operazione Al-Aqsa Flood

Lo sceicco Qassem ha anche osservato che l’obiettivo di tutti i gruppi della Resistenza è sconfiggere Israele. Pertanto, ha affermato, i gruppi della Resistenza devono collaborare poiché “questa operazione è stata un grande successo. Se qualche ramo o fazione dell’Asse della Resistenza vince, ciò significa che tutta la Resistenza nella regione è stata vittoriosa”.

Per quanto riguarda l’azione militare di Hezbollah a sostegno dei palestinesi, Sheikh Qassem ha affermato che la partecipazione del movimento libanese a questa battaglia è parte integrante dell’operazione della Resistenza, sottolineando che sono necessari sforzi congiunti per porre fine all’aggressione di Israele contro i civili nella Striscia.

Israele ha lanciato la sua guerra a Gaza il 7 ottobre dopo che il movimento di Resistenza palestinese Hamas ha lanciato l’operazione Al-Aqsa Flood nei territori occupati, in risposta all’intensificarsi dei crimini del regime israeliano contro il popolo palestinese. Tel Aviv ha bloccato l’accesso di acqua, cibo ed elettricità a Gaza, facendo precipitare la fascia costiera in una crisi umanitaria.

Hezbollah è stato coinvolto negli scontri con Israele da quando il regime ha lanciato l’invasione su Gaza il mese scorso. Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato venerdì che tutte le opzioni sono sul tavolo, esortando il regime sionista a fermare immediatamente la sua aggressione contro i palestinesi a Gaza. Durante un discorso televisivo, Nasrallah ha confermato che Hezbollah è pronto a tutte le possibilità.

Operazione Al-Aqsa Flood: svolta nel futuro della Palestina
Operazione Al-Aqsa Flood: svolta nel futuro della Palestina

IL DNA UMANO SUONA CONTINUAMENTE

di Rino Capitanata

È una scoperta dello scienziato russo P.Garyaev.

I nucleotidi del DNA costituiscono una specie di testo che contiene informazioni.

Ogni nucleotide, che è una “lettera” nel testo genetico, ha un certo spettro di frequenze. Se queste frequenze vengono tradotte in frequenze che l’orecchio umano può captare, le molecole di DNA cominciano a suonare come note e si sente la musica. Una musica molto bella e armoniosa. Il nostro DNA sta cantando (se solo potessimo sentirlo avremmo molto più rispetto verso la vita e tutti gli esseri senzienti.

Ogni persona suona e ognuno ha la sua melodia unica. Lo scienziato era convinto che il nostro DNA è costruito secondo le leggi della bellezza e dell’armonia. Ecco perché potremmo tutti essere considerati incredibilmente belli. Ma c’è anche il caos che disturba l’armonia.

Se la natura del DNA è sconvolta dalla manipolazione transgenica, per esempio, subentra la cacofonia, il caos invece di musica.

Le leggi della bellezza e dell’armonia vengono violate, la musica umana diventa un’accozzaglia caotica di suoni e si comincia a soffrire a livello fisico, fino alla morte. La struttura del DNA non deve essere disturbata, e tutti gli esperimenti transgenici non portano altro che distruzione.

Gli scienziati del gruppo di Garyaev hanno utilizzato queste scoperte: l’informazione genetica è stata letta da una goccia di sangue umano, tradotta in musica e registrata su un disco. Quando un uomo ascoltava questa musica (ed era il suo stesso suono), tutti i sistemi del suo organismo cominciavano a lavorare in armonia. Le persone sono state curate da malattie croniche …

Il lavoro che ha svolto Garyaev ha avuto molto a che fare con le scoperte e sperimentazioni russe nel campo della fisica (campi torsionali).

IL DNA UMANO SUONA CONTINUAMENTE
IL DNA UMANO SUONA CONTINUAMENTE

Orfeo e l’Orfismo

di Luigi Angelino

Orfeo e l’Orfismo
Orfeo e l’Orfismo

Qualsiasi trattazione su Orfeo e sulla tradizione ispirata al suo personaggio potrebbe sembrare superflua e pleonastica. Eppure si tratta di uno dei miti più fortunati dell’intera storia letteraria ed artistica, destinato a sopravvivere attraverso i secoli per la profondità dei suoi molteplici significati intrinseci che ne rendono il messaggio spirituale diacronico e metastorico. Chi era in realtà Orfeo? Una figura inventata od un personaggio in carne ed ossa mitizzato? Non lo sapremo mai con certezza. Ed è questo uno dei suoi aspetti più affascinanti. Orfeo è definito come un poeta ed un cantore, vissuto prima di Omero ed, analogamente a questi, non si può sostenere nulla di certo in merito alla sua esistenza. La leggenda più nota e popolare racconta che Orfeo era figlio di Apollo e della musa Clio, così come è diffusa la variante, seconda la quale sarebbe stato figlio di Eagro e di Clio o anche di Calliope. L’immagine più emblematica di Orfeo è quella di un abile cantore che sapeva incantare con i suoi versi e con la sua musica donne, uomini ed animali. La sua melodia riusciva a penetrare perfino negli animi più insensibili e nei cuori più malvagi, incarnando una vasta e complessa simbologia di cui, in seguito, cercheremo di delineare le linee essenziali. Tra le peripezie di Orfeo, ben note sono le sue avventure al fianco di Giasone, l’eroe che concepì l’ambizione di impadronirsi del “Vello d’oro”, contribuendo al successo dell’impresa grazie al suo soave canto che riuscì a prevalere sull’insidiosa melodia delle Sirene, capace di solito di far naufragare i più arditi marinai. Ma, come avremo modo di approfondire, la vicenda a cui è maggiormente legata la figura del mitico cantore, nonché di tutti i movimenti misterici derivati dal suo mito, è sicuramente la discesa da vivo nel regno dei morti, mosso dall’immenso amore per la sposa Euridice strappata alla vita terrena.

Come abbiamo anticipato, l’origine del mito di Orfeo è avvolto dal mistero. In linea generale, si indica il frammento 25 di Ibico, un lirico vissuto verso la metà del sesto secolo a.C. a Rhegion, l’odierna Reggio Calabria, come il primo riferimento esplicito al cantore (1). In tale passo, la figura di Orfeo è descritta già come famosa ed ampiamente diffusa. Secondo antiche fonti, Orfeo sarebbe nato a Lebetra, in Tracia, corrispondente grosso modo all’attuale Grecia nord-orientale, al sud della Bulgaria ed alla Turchia europea. In tale zona geografica, considerata “sacra” dalla liturgia ellenica,  come avrebbe testimoniato Erodoto, si sarebbe praticata un’intensa attività sciamanica, fondata su presunti collegamenti tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questi particolari “medium”, se vogliamo adoperare un linguaggio di tipo moderno, avrebbero sviluppato la capacità di esercitate poteri magici, influenzando i fenomeni naturali e provocando una sorta di “trance” mediante la melodia musicale. Orfeo, pertanto, può essere inquadrato in un’antica tradizione di “psychagogia”, ovvero di un modo di concepire la musica esteso anche alla dimensione dei defunti. La maggior parte degli esegeti colloca Orfeo nell’ambito della generazione precedente a quella che partecipò alla guerra di Troia. Un’ulteriore versione della narrazione vuole che Orfeo sia stato il sesto discendente di Atlante, dovendosi, per questo, collocare nell’undicesima generazione prima della guerra di Troia. E’ superfluo ricordare che si tratta di configurazioni temporali prive di qualsiasi riscontro storiografico, ma ricche di semantica simbologia iconografica e didascalica (2).

Il mito di Orfeo, come detto in precedenza, è soprattutto legato alla sua tragica vicenda amorosa con la driade Euridice, sua sposa. Nelle Georgiche, Virgilio riporta che Aristeo, uno dei tantissimi figli di Apollo, si invaghì perdutamente della fanciulla che, tuttavia, non corrispondeva i suoi stessi sentimenti di passione (3). Nonostante ciò, Aristeo continuava con insistenza ad avvicinarsi a lei, fino ad un evento che si dimostrò fatale. Euridice, per sfuggire alle lusinghe dell’uomo, posò il piede su un serpente, che la morse provocandone la morte. Orfeo non seppe rassegnarsi alla morte dell’amata sposa e, distrutto dal dolore, scese negli inferi con l’intenzione di riportarla nel mondo dei vivi. Il coraggioso cantore dovette affrontare tanti ostacoli, per poter raggiungere quel luogo oscuro. Dapprima fu fermato da Caronte, ma con la sua musica riuscì ad incantare il traghettatore infernale, impresa che gli sorrise anche quando fu la volta di incontrare il terribile Cerbero, guardiano dell’Ade. Le prove diventarono ancora più difficili, man mano che avanzava nel mondo dei morti. Orfeo raggiunse il luogo dove era imprigionato Issione, condannato da Zeus ad essere legato ad una ruota destinata a girare all’infinito, come severa punizione per aver desiderato di unirsi con Era. Orfeo si lasciò commuovere dalle suppliche dello sventurato e, grazie al potere della sua melodia, riuscì momentaneamente a fermare la ruota delle torture. Il sollievo per Issione non durò a lungo, in quanto appena il visitatore smise di suonare la musica, la ruota riprese a girare nel suo moto infinito. Di seguito, Orfeo si avvicinò alla prigione del malvagio semidio Tantalo, resosi responsabile dell’uccisione del figlio Pelope, allo scopo di dare la sua carne in pasto agli dèì. Tantalo, inoltre, aveva compiuto un gravissimo sacrilegio agli occhi degli dèi, rubando l’Ambrosia, il loro cibo prelibato, per nutrire gli esseri umani. L’empio semidio era stato condannato a rimanere legato ad un albero colmo di frutti, immerso nell’acqua fino all’altezza del mento. Il supplizio consisteva nel fatto che ogniqualvolta provasse a bere, il livello dell’acqua si abbassava, mentre quando cercava di arrivare ai frutti, i rami si alzavano. Come aveva fatto prima Issione, anche Tantalo chiese l’aiuto di Orfeo, supplicandolo di far fermare i rami e l’acqua con la melodia della sua lira. Il cantore si adoperò anche in quest’occasione, ma avvenne che lo stesso Tantalo rimase immobilizzato ed il suo supplizio continuò imperterrito, in quanto, comunque, non riuscì a dissetarsi e a sfamarsi. Superata la prigione di Tantalo, Orfeo scese attraverso una scalinata composta da 1000 gradini, un numero simbolico per indicare l’incommensurabilità dell’ignoto. La scalinata lo condusse nelle profondità del regno dell’oscurità, suscitando lo stupore e la meraviglia delle creature degli inferi, che potremmo considerare una sorta di dèmoni, seppure non nella concezione religiosa e spirituale diffusasi nell’età moderna. Orfeo riuscì a raggiungere il centro del mondo dei defunti, entrando nella cosiddetta “sala del trono” dove si trovò al cospetto di Ade e di Persefone. Si tratta del momento cruciale della visita del magico cantore, così come narrato poeticamente nel decimo libro delle Metamorfosi di Ovidio (4).

A questo punto, Orfeo si esibì in un commovente discorso, descrivendo la forza del suo amore per la sfortunata fanciulla e l’impossibilità di dimenticare il loro indissolubile legame, promettendo ai sovrani degli inferi di riportare Euridice indietro nel momento in cui sarebbe sopraggiunta l’ora della sua morte. Le parole di Orfeo, che esprimevano tutto il suo straziante dolore per la perdita della giovane sposa, riuscirono a commuovere Ade e Persefone, impressionati anche dalla ferrea determinazione del cantore che, in attesa del loro verdetto, rimase immobile ed inflessibile. Il re e la regina dell’oscurità, tuttavia, posero un’importante condizione al rilascio della fanciulla: Orfeo avrebbe dovuto precederla lungo l’intero tragitto per raggiungere l’uscita dal mondo infernale, senza mai potersi voltare indietro. Purtroppo però, come in un destino già scritto, arrivato sulla soglia degli inferi, Orfeo non seppe resistere alla tentazione di voltarsi indietro, preoccupato che l’amata sposa non lo stesse più seguendo. L’incantesimo violato fece sì che Euridice fosse ricondotta prontamente nell’oltretomba. Il dolore del figlio di Apollo diventò allora ancora più disperato, avendo perso ormai qualsiasi altra speranza di riaverla con sé.

L’incontro con Ade e Persefone era forse da considerarsi l’ultima spiaggia per recuperare un amore impossibile da dimenticare? Orfeo, ritornando nella dimensione dei vivi, giurò che non avrebbe desiderato più nessuna donna, sublimando il proprio dolore con la sua straordinaria vena artistica che superava le apparenti possibilità dell’ingegno umano. Il cantore trascorse sette mesi o sette giorni, a seconda delle versioni, tra il pianto e la solitudine, incantando animali ed alberi, tenendosi lontano dalle donne che volevano unirsi con lui. Nel racconto virgiliano, Orfeo fu oggetto di particolare attenzione da parte delle donne dei Ciconi (5) che, non tollerando la sua fedeltà assoluta alla moglie defunta, nel corso di alcuni culti bacchici, lo avrebbero fatto a pezzi, spargendone i resti nei campi. Lo stesso racconto riporta che la testa e la sua lira (intelletto ed arte) furono gettate nel fiume Euros. Ma la storia non si fermò neanche dopo il macabro sacrificio, in quanto la testa di Orfeo si adagiò proprio sulla lira che galleggiava sull’acqua, continuando ad intonare una leggiadra melodia.

 Il prodigio toccò le corde del cuore di Zeus che, dopo aver raccolto il prezioso strumento, lo innalzò verso il cielo, creando una strada di “stelle”, che al giorno d’oggi chiamiamo “costellazione”. Un’altra narrazione, quella delle Fabulae di Igino, attribuisce, invece, la lira raccolta da Zeus non ad Orfeo, ma ad Arione. L’anima di Orfeo, ormai libera dalla sofferenza del corpo, secondo Virgilio, sarebbe stata accolta nei “campi elisi”. Da quella appena descritta, si distingue la versione data da Ovidio, peraltro anticipata dal poeta ellenistico Fanocle (6), secondo la quale Orfeo sarebbe stato il fondatore dell’amore omoerotico, riversando la propria passione nei confronti di giovani del suo stesso sesso (7). In questo diverso scenario, Orfeo, facendosi desiderare anche dai mariti delle donne di Tracia, ne avrebbe suscitato l’ira e la gelosia. In soccorso delle donne trascurate, si sarebbero mosse le terribili Menadi(8) che avrebbero dilaniato l’uomo, dedicandosi anche a crudeli pratiche antropofagiche.

La tradizione classica legata al mito di Orfeo è variegata e ricca di simbologia esoterica, divenendo in epoca moderna la personificazione stessa della poesia lirica, dopo aver ispirato fior di musicisti e di letterati. Ovidio forse è stato colui che ha meglio interpretato il motivo “circolare” del mito di Orfeo, svelandone con semplicità e chiarezza il suo significato più naturale, unitamente a quello più angoscioso: la consapevolezza della realtà ineluttabile della morte. La speranza di riportare in vita Euridice appare solo effimera, in quanto il suo triste destino è ormai segnato. La commozione di Ade e di Persefone appare sincera, ma anche i sovrani del regno dell’oscurità devono inchinarsi al fato. In quest’ottica, la condizione del “non voltarsi indietro” assume i connotati di una triste predizione, il cui esito era stato già tracciato.

Nel periodo rinascimentale, grazie all’edizione del Poliziano, il significato del mito di Orfeo segue per lo più il filone ovidiano, mentre nel Novecento, autori come Rilke, Cocteau Pavese ne offrono una lettura maggiormente “esistenziale”, incentrata sull’interpretazione del “respicere”, cioè sull’azione del voltarsi indietro. Violando l’unica condizione posta dai signori dell’oltretomba, Orfeo non avrebbe commesso un errore fatale e nemmeno un gesto di improvvisa follia, ma si sarebbe trattato di un gesto voluto in piena consapevolezza. Il magico cantore avrebbe preferito rinnovare la propria ispirazione poetica, piuttosto che avere Euridice accanto sé sino alla fine dei suoi giorni terreni. Voltandosi indietro e liberandosi della sposa, Orfeo avrebbe ritrovato sé stesso nel complesso cammino della vita, intraprendendo un nuovo percorso di elevazione artistica e spirituale che presuppone la solitudine e l’assoluta libertà. Ancora più cinica è l’interpretazione, secondo la quale Orfeo si sarebbe voltato indietro in maniera premeditata, con l’intenzione di acquisire gloria  personale attraverso l’esibizione di un finto dolore, capace di esaltare al massimo le proprie qualità artistiche. Il “respicere” di Orfeo non può essere concepito neanche alla stregua di un semplice “ripensamento”, ma come vera e propria illuminazione capace di consentirgli un profondo viaggio introspettivo verso l’ignoto,  cioè  verso la parte più nascosta del proprio essere (9). Il non voltarsi indietro, inoltre, richiama l’episodio biblico a proposito della moglie di Lot, che fu trasformata in una statua di sale, proprio per il fatto di essersi voltata indietro. In tale vicenda, tuttavia, la trasformazione suonava come una punizione legata all’ingratitudine della donna per non essersi fidata della salvezza offerta da Dio (10).

Euridice, il cui nome può essere reso in italiano con l’espressione “grande giustizia”o “giustissima”, è il mezzo che riuscì a far scorgere in Orfeo, “colui che guarisce con la luce”, uno sprazzo di luce divina, la scintilla presente in ogni essere umano. Ma Euridice riaccese in Orfeo anche la reminiscenza divina di Eros, uno degli archetipi primordiali, insieme a Tanatos (11), più cari al pensiero orficoEd ispirandosi alla dicotomia semantica tra Tanatos ed Eros, Orfeo scese negli inferi per scoprire la sorte dell’amata Euridice, un viaggio indispensabile per poter diventare istitutore di misteri e portatore di luce. L’Ade si impone, pertanto, come luogo di purificazione, emblema delle profondità dell’animo umano, da cui partire per poter ascendere verso un più elevato grado di consapevolezza spirituale.

La lira, il sublime strumento adoperato da Orfeo, è l’emblema delle virtù di apollinea memoria, di equilibrio e di moderazione, a differenza del flauto, simbolo dionisiaco legato alle visioni estatiche ed alla celebrazione dei fenomeni naturali. Orfeo incarna la vera essenza dell’artista, anzi l’Arte stessa, che produce così tanta bellezza da poter raggiungere non solo i viventi, ma perfino i demoni e i defunti. Euridice è il prototipo dell’anima, di quella spiritualità di cui l’artista ama nutrirsi. Non appare casuale nemmeno la scelta dell’animale, colpevole della morte della fanciulla: il serpente. Il rettile strisciante, associato nell’antichità alla conoscenza ed alla saggezza, può avere un influsso malefico sul genere umano, quando cioè diventa simbolo dei sentimenti della superbia e della tracotanza, tanto da spingere alcune creature finite e limitate a credersi delle divinità. Molto noto è il racconto contenuto nel libro della Genesi, il primo dell’Antico Testamento biblico, in cui si narra della tentazione a mangiare del frutto dell’albero della conoscenza ad opera del serpente (12).

Il viaggio nell’Ade diventa, quindi, un’allegoria della scoperta dei più oscuri labirinti della mente umana, dove risiedono gli impulsi più terrificanti, come gli stessi personaggi di Tantalo ed Issione rappresentano. Il mito di Orfeo, però, vuole far comprendere che l’arte è in grado di vincere anche gli istinti più bassi dell’essere umano, attraverso un percorso di catarsi votato alla ricerca della consapevolezza interiore. Non può sfuggire il fatto che Orfeo sia l’eroe antico greco a spingersi più in basso, nell’ambito dell’immaginario infernale. Neanche il potentissimo Ercole era riuscito a raggiungere tali profondità. Quale potrebbe essere il significato di tale insegnamento? Probabilmente si spiega con la concezione, molto diffusa nella cultura classica, che l’arte, la musica e la poesia possano essere considerate attitudini molto più importanti di qualsiasi allenamento ad aumentare la prestanza fisica. Pochi miti racchiudono così numerose tematiche, tanto suggestive da ispirare molteplici e disparati autori delle epoche successive. Alcuni autori cristiani vollero vedere in Orfeo perfino una prefigurazione di Gesù Cristo, quale figura capace di sconfiggere le forze brutali della natura, personificate in Dioniso, una delle icone del mondo antico con più frequenza associate al Satana/Lucifero della mitologia cattolica.

L’Orfismo, quale movimento culturale originato dalla figura del mitico cantore, rientra senza dubbio nell’ambito della religiosità misterica. Uno dei punti cruciali della sua riflessione è l’inesorabile ciclo della vita e della morte, con la prospettiva della resurrezione. L’epilogo del mito, che vede la testa di Orfeo adagiata sulla lira che continua a cantare, nonostante l’orribile sventramento, non può che essere letto come un messaggio di speranza nella salvezza eterna. L’Orfismo si basa essenzialmente sul dualismo tra anima e corpo: in ogni individuo sarebbe presente un’anima preesistente alla nascita e destinata a sopravvivere anche dopo la morte fisica. Pertanto, separata dal corpo e libera di “agire” in più “dimensioni”, l’anima avrebbe la capacità di “reincanarsi”, non trovando limiti nella necessaria appartenenza ad un singolo corpo fisico, in parte come sostenuto anche nella teoria pitagorica della metempsicosi.  La stessa visione, con determinate differenziazioni, è stata sviluppata anche dalle religioni e dalle filosofie orientali, mentre è stata sempre messa al bando dalle dottrine giudaico-cristiane, in considerazione della rispettiva concezione teologica ed antropologica che ritiene l’anima indissolubilmente associata ad un solo corpo. Tale visione risulta ancora più accentuata nella dottrina cristiana, secondo la quale sarebbe possibile perfino la “resurrezione dei corpi”. A similitudine dei culti misterici egizi, anche l’Orfismo sembra orientarsi verso una “valutazione” dell’anima dopo la morte, che può concludersi con un giudizio premiale o punitivo. Il  “simbolismo delle lamine”(13), in particolare quella del cipresso bianco e della fonte di Lete (via di sinistra) da evitare e quella delle acque di Mnemosine (via di destra) da seguire costituisce una vera e propria guida del post-mortem, che rievoca le istruzioni contenute nel Libro egizio dei morti(14). Alcuni riferimenti alla dottrina orfica dell’anima si rinvengono nel Cratilo e nel Fedone di Platone (15), che ci offrono importanti spunti di riflessione: l’anima sarebbe rinchiusa nel corpo come in una tomba, al punto che la vita terrena dovrebbe essere considerata come una “morte” e la morte fisica, invece, come il principio della vera vita. Si tratta di idee che, alcuni secoli dopo, influenzeranno lo gnosticismo trasversale di tutte le religioni abramitiche, soprattutto del Cristianesimo, arrivando fino all’epoca medievale, recepite da gruppi organizzati e gerarchizzati come quello dei Catari (16). Secondo la visione orfica, la “vera vita” non si raggiungerebbe in maniera automatica con la morte fisica ma, come detto in precedenza, l’anima dovrebbe essere oggetto di valutazione premiale, a seconda dei suoi meriti e delle sue colpe potendosi, dopo un certo tempo, incarnare di nuovo. Il ciclo delle rinascite sarebbe destinato a cessare, conseguendo la liberazione finale, solo quando l’anima avrebbe raggiunto la totale purificazione mediante rituali di iniziazione e con rivelazioni di tipo teosofico.

L’Orfismo potrebbe essere derivato da una sorta di riforma interna al culto in onore di Dioniso, promosso da un gruppo che viveva una forte tensione etica e che auspicava un modello esistenziale ordinato e basato sugli ideali di armonia e di equilibrio spirituale. Sotto il profilo psico-analitico, la discesa agli inferi alla ricerca di Euridice potrebbe rappresentare una specie di desiderio di ritorno al seno materno, mentre lo squartamento ad opera delle donne indicherebbe una sorta di autorizzazione inconscia alla castrazione, come forma di sublimazione catartica. Ed è proprio grazie alla cosiddetta “catarsi orfica” che il cantore viene acclamato come il fondatore per eccellenza dei “riti misterici”, fama confermata dai suoi intimi legami sia con Apollo che con Dioniso. Come è ben noto, entrambe queste divinità esigevano processi di iniziazione misterica, sebbene associati a forze diverse e spesso contraddittorie. In questa duplice chiave di lettura, apollinea e dionisiaca, si colloca soprattutto la narrazione dello smembramento di Orfeo ad opera delle Menadi che, da un lato si riferisce alla sua profonda derivazione dal culto di Apollo, dall’altro sembra alludere alla pratica dello “sparagmos” dionisiaco in forma animale. La duplice appartenenza dell’Orfismo, allo stile apollineo ed a quello dionisiaco, secondo gli studiosi, sarebbe ancora più dimostrato dal mito dei Titani, una delle narrazioni più care agli ambienti orfici. Dioniso Zagreo (17), il gran cacciatore di anime, descritto come un ingenuo fanciullo, si divertiva nei campi con vari oggetti, peraltro diffusi nei rituali orfici, tra cui, in primis, uno specchio. I Titani cercavano in ogni modo di insidiarlo ed il giovinetto ogni volta mutava forma per sfuggire alle loro mire. I colossi, tuttavia, riuscirono a catturarlo quando Dioniso aveva assunto la forma di un toro, sbranandolo e divorandolo crudo. La dea Athena ne salvò solo il cuore e ne fece dono a Zeus che lo mastico’, generando da Semele (18) un nuovo Dioniso e compiendo, pertanto, un’opera di gloriosa resurrezione. Nello stesso tempo, i Titani furono colpiti da Zeus con le folgori e dalle loro ceneri ebbe origine il genere umano. A questo punto, non bisogna dimenticare che nelle ceneri dei Titani erano presenti anche i resti del primo Dioniso, tanto da poter dire che l’uomo stesso è originato da una commistione di natura titanica e di natura divina. I rituali iniziatici orfici sarebbero in grado di eliminare l’elemento titanico presente nell’uomo, esaltandone, invece, quello divino. Tuttavia, il cammino per ottenere la condizione dionisiaca non sarebbe costellato dalle ebbrezze tipiche dei rituali orgiastici, ma seguendo una ferrea e determinata disciplina in stile apollineo (19).

L’Orfismo è indubbiamente una dottrina del trascendente che affonda radici antichissime nella Grecia antica, ma con diverse ramificazioni in altri ambiti del pensiero occidentale. Nonostante la sua diffusione trasversale in molte culture, resta tuttora una dottrina poco conosciuta, relegata nella posizione di un “vecchio mito”, pur riconoscendo ad esso un alto valore didascalico. Se analizzato a fondo, invece, l’Orfismo offre importantissime figure mitopoietiche che sono alla base degli archetipi della cultura occidentale e che hanno influito sulle opere di illustrissimi autori come Virgilio, Dante, Milton, Rilke e tanti altri. Le rapsodie, note come “inni orfici” attribuite in maniera pseudo-epigrafica al mitico musico (già Aristotele ne metteva in discussione la veridicità), secondo i critici furono raccolte, rivisitate e rese sistematiche da autori cristiani della scuola alessandrina che, comunque, attinsero ad una remota tradizione liturgica e cultuale (20). I “canti” appaiono come strutture narrative “spezzate” che sembrano parlare alle forme più pure del pensiero, come archetipi del pensiero collettivo di tipo junghiano. In una lettura in chiave moderna del simbolismo orfico, secondo il quale la vita umana nel mondo è soltanto transeunte e funzionale a fortificare la nostra coscienza spirituale, non si può di certo applicare una negazione dei nostri doveri, alla maniera dei Catari, ma interpretarne gli insegnamenti profondi per unire gli sforzi di ciascuno verso un reale progresso di ordine sociale, politico ed economico.

Note:

1 – La traduzione letterale del frammento suona come: “Orfeo dal nome famoso”;

2 – Michele Barresi, Orfeo, Pitagora e Platone, Edizioni Tipheret, Rimini 2014;

3 – Teresa Mazza, Il nuovo Orfeo di Virgilio un mito riscritto, Palombi Editori, Roma 2009;

4 – Alessandra Romeo, Orfeo e Ovidio. La creazione di un nuovo epos, Edizioni Rubbettino, Catanzaro 2012;

5 – I Ciconi formavano una popolazione che viveva nel sud-est della Tracia, nella zona costiera bagnata dal Mar Egeo;

6 – Non si hanno notizie sicure sulla vita di Fanocle, vissuto probabilmente verso la metà del III secolo a .C. Compose una raccolta dal titolo “Erotes è Kaloi” (Gli amori o i belli), incentrata su presunti amori omosessuali di personaggi mitici;

7 – Danilo Laccetti, Orfeo sconsacrato. Viaggio nelle vite di Orfeo, Jauvence edizioni, Milano 2019;

8 – Le Menadi, chiamate anche Baccanti, Bassaridi o Tiadi, erano donne in preda alla frenesia estatica, invasate dal dio Dioniso;

9 – Marina di Simone, Amore e morte in uno sguardo. Il mito di Orfeo e di Euridice tra passato e presente, Edizioni Libri liberi, Firenze 2003;

10 – Genesi, 19,26. Il passo descrive come la donna si trasformò in una statua di sale, dopo essersi voltata a guardare Sodoma;

11 – Erasmo Silvio Storace, Eros e Thanatos, AlboVersorio edizioni, Milano 2015;

12 – Riccardo Alberto Quattrini, Il simbolismo, Il mito di Orfeo, su https://www.inchiostronero.it, consultato in data 07/11/2023;

13 – Fritz Graf- Sarah I. Johnston, traduzione di Pasquale Faccia, Orfeo e le lamine d’oro. Testi rituali per l’oltretomba, Edizioni Mediterranee, Roma 2015;

14 – La ricostruzione al momento più attendibile vuole che il testo sia stato usato dalla metà del XVI secolo fino al I a.C. circa;

15 – Nota nr. 2;

16 – Luigi Angelino, I Catari e la dottrina dualista, su https://www.paginefilosofali.it;

17 – La figura di Dioniso Zagreo è probabilmente di origine cretese; la divinità sarebbe nata dall’unione tra Zeus sotto forma di serpente e Persefone;

18 – Semele, figlia di Cadmo e di Armonia, ha origini tracio-frigie e sembrerebbe legata ad una tipologia di culto ctonio;

19 – Massimo Di Marco, Tra Apollo e Dioniso. Alle origini del mito di Orfeo, Edizioni Aracne, Roma 2019;

20 – Alcuni inni orfici avrebbero origine egiziana, mentre altri sarebbero nati in Asia Minore, dove il culto per Dioniso è rimasto molto fiorente fino ai primi secoli dell’era cristiana.

Tratto da: Pagine Filosofali

Gaza: cimitero della democrazia liberale

a cura della Redazione

16/11/2023

Irna – Il 23 giugno 2014, in un incontro con gli studenti, la Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha pronunciato alcune parole sulla democrazia liberale, che sono coerenti con l’attuale approccio degli Stati Uniti e dell’Europa nei confronti dei crimini del regime sionista contro la gente di Gaza.

L’Ayatollah Khamenei ha dichiarato: “Oggi la logica della democrazia liberale – la logica e il sistema intellettuale sulla base del quale i paesi occidentali sono governati e controllati – non beneficia del minimo valore morale. Non c’è alcun valore morale e sentimento umano in esso. In effetti, si stanno disonorando. Si stanno disonorando agli occhi critici delle nazioni di tutto il mondo, sia quelle che vivono nel presente sia quelle che vivranno nel futuro”.

Oggi, a quasi dieci anni da quelle parole della Guida Suprema, la maggior parte degli indicatori sociali, politici ed economici mostrano la tendenza al ribasso della democrazia liberale nel mondo occidentale, il più evidente dei quali è il sostegno alle recenti politiche israeliane. crimini a Gaza. Ciò che è accaduto in Palestina il mese scorso ha dimostrato che gli Stati Uniti e i paesi europei in cerca di profitto come Regno Unito, Francia e Germania, che si considerano falsamente difensori dei diritti umani, sono i principali partner nei crimini disumani di Israele e nel massacro del popolo indifeso di Gaza e della Cisgiordania. Di fatto, Gaza e la Palestina sono diventate teatro di uno scandalo per l’Occidente e hanno creato una crepa nella democrazia liberale occidentale che si sta ancora allargando.

Sebbene negli ultimi due decenni gli effetti del declino della democrazia liberale siano apparsi in dimensioni teoriche e comportamentali, oggi i governi americano ed europeo sono sulla via del degrado da un sistema civile a un sistema barbaro sostenendo i crimini di Israele.

Uno dei valori della democrazia liberale era che si prestasse attenzione ai voti e alle opinioni della maggioranza delle persone. In questi giorni, tuttavia, la maggior parte delle persone nel mondo, anche negli Stati Uniti e in Europa, si è espressa per condannare i crimini di Israele e sostenere la liberazione della Palestina e, organizzando marce e manifestazioni, ha mobilitato i cosiddetti governi democratici liberali a stabilire un cessate il fuoco a Gaza. Ma questi paesi, che si considerano soggetti al voto della maggioranza della popolazione, sostengono i crimini più grandi e atroci contro gli esseri umani nei territori occupati.

Nella maggior parte dei sondaggi d’opinione in Europa occidentale e negli Stati Uniti, oltre il 50% delle persone è contrario alla vendita di armi a Israele e oltre il 70% è a favore degli aiuti umanitari a Gaza, ma in pratica i governi occidentali agiscono esattamente l’opposto di la maggioranza, e con le loro azioni, hanno scosso le fondamenta e le pretese di diverse centinaia di anni di democrazia liberale.

Una delle ragioni dell’indebolimento della democrazia liberale è l’esistenza di doppi standard nel comportamento dei paesi occidentali. Dal punto di vista di questi paesi, i crimini e gli omicidi di bambini, se compiuti da Israele, non sono un problema e contano come legittima difesa, ma la legittima difesa per porre fine all’occupazione della Palestina è considerata un atto terroristico.

Ciò che la civiltà laico-liberale occidentale si trova ad affrontare oggi è il conflitto con gli standard internazionali che essa stessa ha costruito aderendo agli insegnamenti della democrazia liberale. Molte istituzioni internazionali sono state istituite dagli Stati Uniti e dall’Europa con il presunto compito di difendere la pace. Ma ora vengono utilizzati in modo improprio per sostenere la guerra e la criminalità. Ad esempio, quando i crimini di Israele, in particolare l’uccisione di bambini e donne e l’attacco a scuole e ospedali a Gaza, sono stati ripetutamente protestati dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, gli Stati Uniti e la Troika europea sostengono i crimini di Israele, ignorando standard internazionali.

Le risoluzioni proposte contro il regime sionista ricevono il veto degli Stati Uniti, e diversi paesi occidentali sono indifferenti ai voti di centoventi paesi dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per stabilire un cessate il fuoco nella Palestina occupata. Sembra che la democrazia liberale abbia creato un fenomeno chiamato “dittatura globale americana”.

Oggi, i crimini di Israele a Gaza e in Cisgiordania, che ricordano la brutalità del nazismo e del fascismo nella seconda guerra mondiale, hanno disonorato gli Stati Uniti e l’Europa nel mondo islamico, e proprio come il socialismo e il comunismo nell’est sono diminuiti, Gaza essere anche un cimitero liberale.

In questo frangente, quando il mondo islamico e il mondo occidentale si trovano di fronte a una seria sfida di civiltà, senza dubbio, esporre le carenze teoriche e le bruttezze comportamentali della democrazia liberale è un’ottima opportunità per il mondo islamico e i pensatori religiosi di presentare i valori legali dell’Islam al mondo.

L’introduzione della giustizia, della libertà, della democrazia e dei diritti umani islamici dalla prospettiva dell’Islam, che porterà alla dignità umana, può far sì che le persone del mondo familiarizzino con la vita profetica e gli insegnamenti del Corano come strumento umanistico e di promozione della giustizia. pensato per il futuro del mondo.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Gaza: cimitero della democrazia liberale
Gaza: cimitero della democrazia liberale

Rabbino: occupazione non fa parte del giudaismo

a cura della Redazione

16/11/2023

Il rabbino più anziano dell’Iran, Younes Hamami Lalehzar, ha dichiarato domenica che l’occupazione di Gerusalemme non è tra gli insegnamenti del giudaismo.

Il rabbino più anziano dell’Iran, Younes Hamami Lalehzar, ha dichiarato domenica che l’occupazione di Gerusalemme non è tra gli insegnamenti del giudaismo.

Intervistato dall’agenzia Irna, il rabbino Younes Hamami Lalehzar ha respinto la dottrina recentemente attribuita da alcuni media alla religione ebraica. “Ci sentiamo particolarmente responsabili nei confronti di Beit-ul-Muqaddas (Gerusalemme), perché è la nostra Qibla”, ha dichiarato.

Ma nessuna delle lezioni ebraiche incoraggia l’occupazione con la forza, ha dichiarato il rabbino. Lalehzar ha affermato che gran parte dei contenuti sui social media hanno lo scopo di alimentare la sedizione, proprio come quando alcuni individui cercavano di seminare discordia tra i musulmani attribuendo gli atti terroristici del gruppo Daesh all’Islam.

Ha aggiunto che la campagna per mettere in relazione Ebraismo e Sionismo in un momento in cui il regime occupante israeliano sta portando avanti una brutale aggressione contro la Striscia di Gaza, è quella di creare disputa tra Ebraismo e Islam. “La base del giudaismo è il rispetto del diritto alla vita di tutti i gruppi”, ha dichiarato il rabbino Lalehzar.

Purtroppo, siamo certi che queste dichiarazioni faranno fatica a raggiungere le “menti illuminate” dei nostri politicanti “ben addestrati”.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Rabbino: occupazione non fa parte del giudaismo
Rabbino: occupazione non fa parte del giudaismo

TRA GUERRA ED EQUILIBRIO

di Grazia Velvet Capone

La guerra, l’equilibrio.

Mai avremmo pensato di vedere e vivere questi tempi così inquietanti, rispetto a quanto noi abbiamo precedentemente vissuto e sperimentato.

Tra i vari, attuali sintomi di malessere si nota preponderante la mancanza di equilibrio. Gli esseri vacillano racchiusi in un bozzolo di compulsione, di assuefazione tecnologica che ha ormai sostituito l’anima.

La sostituzione dell’anima è la nostra attuale, assurda condizione.

L’essere umano vive nei regni intermedi e ne racchiude molti: minerale, vegetale, animale, spirituale. La nostra ricchezza virtuale è infinita. Pochi, però, si interrogano sulla reale natura del fenomeno globale di cui siamo parte attiva.

La prima osservazione logica e puntuale è la seguente: mai nel corso della storia l’umanità è stata così connessa ed è riuscita a comunicare in modo così istantaneo ed esaustivo, come adesso.

Con un clic comunichiamo emozioni potenti non a una sola persona che ci vive accanto, ma a un bacino di utenza infinito.

Le nostre parole, inoltre, potrebbero, perfino restare eterne ed essere rispescate, tra tremila anni, dai nostri futuri eredi di specie.

Siamo alle prese con un potere che non conosciamo.

Adesso facciamo un passo indietro.

Perché siamo in questo gruppo? Cosa ci lega? Certamente siamo scrittori, desideriamo creare, dare alla nostra interiorità la luce.

Proprio la creatività è stata la molla che ci ha unito.

Molti di noi, probabilmente, neppure si rendono conto del potere che abbiamo tra le mani: il potere di creare, per ogni singolo libro, un avamposto della nostra essenza, immortale, di creare dentro un libro la vita.

Questa capacità creativa giace in ciascuno di noi. Siamo così creativi che alcuni di noi offrono tutti gli spazi alle nostre paure tutto lo spazio disponibile, senza curarsi di frenare lo scempio, sturando il vaso di Pandora fino alla fine.

Ecco, a questo punto dobbiamo discernere.

L’attuale situazione mondiale è arrivata in mano a folli, i quali hanno innescato una reazione che ha scatenato una follia antivitale. Questa follia antivitale è amplificata dalla connessione simultanea degli esseri, mai vista finora, del nostro pianeta.

I più deboli si fanno contagiare con le facili manipolazioni, ahimé parecchio patriarcali come Terra, Confini, Patria.

Noi, in realtà, siamo esseri senza confini, e la nostra terra è madre, quindi ci chiede solo un senso di appartenenza, di radici, non le guerre di confine.

Nessuno può frenare la vita che è composta da miliardi di cellule e di esseri. Nessuno può invertire la vita che ricompare e riappare sempre, anche dopo lo scempio.

Gli esseri più coscienti devono equilibrare l’asse con la loro salda energia di anime dedite alla sapienza.

Mai perdere la propria gioia di vivere, perché la creatività del nostro sentire ha l’effetto del battito di una farfalla che può cambiare istantaneamente la realtà cui siamo completamente connessi, come fili inestricabili di una rete, di un labirinto di sequenze e coincidenze immersive nella realtà.

TRA GUERRA ED EQUILIBRIO
TRA GUERRA ED EQUILIBRIO