Imperialismo contro Bolivarismo

di Gaetano Colonna

2 Novembre 2025 

Nella storia dell’Occidente anglosassone vi è un peccato originale: la congiunzione fra capitalismo e imperialismo. Così come il capitalismo non si può comprendere senza l’espansione coloniale e mercantile inglese, così non si può dimenticare che nella Gran Bretagna di fine XIX secolo si è cominciato a giustificare il dominio sui popoli del mondo intero con la difesa della ricchezza accumulata dall’oligarchia britannica.

Questo peccato originale si è trasfuso, attraverso le guerre del XX secolo, nella potenza americana – fatto questo che spiega in ultima analisi perché nessuna delle amministrazioni Usa, indipendentemente dalle colorazione di partito, può rinunciare ad una politica imperialista.

Non sappiamo in questo momento se l’amministrazione Trump attaccherà o meno militarmente il Venezuela, ma quanto avvenuto da decenni nei rapporti fra lo strapotere nordamericano e il Venezuela è una delle più chiare testimonianze storiche di quanto appena detto.

La colpa del Venezuela, agli occhi delle varie amministrazione succedutesi alla Casa Bianca in questi decenni, è una sola: aver cercato di sottrarsi al dominio imperiale che gli Usa esercitano sul continente latino-americano dalla fine del XIX secolo.

Repubblica bolivarista

Hugo Chávez, il militare venezuelano che ha guidato il Paese dal 1999 al 2013, sostenuto per tutto questo non breve periodo da un indiscutibile e indiscusso sostegno popolare, oltre ad aver dato forma ad un sistema politico in qualche modo alternativo al modello ultra-liberista dilagante in Sud America (e non solo…), ha cercato anche di costituire una propria base ideologica, che rimane ancora il riferimento per il suo successore Nicolás Maduro.

La si può riassumere nei termini del Libro Azul, pubblicato dallo stesso Chávez nel 1991: riprendendo il pensiero e l’azione sviluppatasi da “tre radici”, le figure chiave della lotta per l’indipendenza del Venezuela contro il dominio coloniale europeo (Simón BolívarSimón RodríguezEzequiel Zamora), il bolivarismo propone un modello ideale specifico per il mondo latinoamericano. Afferma una visione libertario-solidaristica della società, organizzata nelle sue tre componenti fondamentali, politica, economica e culturale – il cui presupposto è che «la società esiste per aprire all’umanità la strada verso l’espressione delle sue forze interiori, in modo tale che esca dal mero individualismo, al fine di migliorare la capacità di pensare, inventare e creare i propri modi di esistere, in costante interazione e solidarietà degli esseri umani con i propri simili».

In concreto, il regime bolivarista venezuelano ha agito difendendo il proprio patrimonio economico, con la creazione della compagnia nazionale Petroleos de Venezuela (PDVSA) e la statalizzazione del Banco de Venezuela (BDV), per sviluppare con queste risorse una politica sociale che ha ottenuto successi notevoli in particolare in ambito scolastico-educativo e dei servizi sociali.

La posta in gioco

Questa importazione, nell’era del turbo-capitalismo non poteva essere certo gradita agli Stati Uniti, soprattutto da parte di un paese, come il Venezuela, che è il maggior detentore di riserve petrolifere a livello mondiale: esse, stimate in ben 303 miliardi di barili, persino superiori a quelle dell’Arabia Saudita (267,2), sono principalmente concentrate nella cosiddetta Orinoco Belt, un’area di circa 55mila km2 nella zona centro-orientale del Paese.

L’esigenza di abbattere il regime bolivarista venezuelano è quindi strettamente legata alla lotta per il controllo delle materie prime strategiche a livello globale, una logica che Trump ha così felicemente riassunto: «Noi compriamo dal Venezuela il petrolio, non potremmo andarcelo a prendere?».

Trump in realtà è solo l’ultimo dei sostenitori di una politica aggressiva nei confronti del Paese latino-americano. Infatti il sistema sanzionatorio che ha prodotto il progressivo strangolamento dell’economia venezuelana, data da assai prima. Fu infatti il democratico Barack Obama ad applicare le prime sanzioni economiche, nel 2015. Riprese da Trump, hanno permesso di sottrarre al Venezuela tra l’altro 1,5 miliardi di euro da parte della portoghese Novo Banco; 453 milioni di euro da parte di Clearstream, facente parte del gruppo Cedel-Deutsche Börse Group; 1,3 miliardi di sterline, valore delle 31 tonnellate di oro venezuelano detenuto presso Bank of England, da essa tranquillamente incamerate.

Gli oltre 930 provvedimenti sanzionatori applicati dagli Usa, ma anche da altri attori internazionali fra cui l’Unione Europea, ha fatto sì che, in otto anni (2015-2023), il reddito in valuta estera del Venezuela si è ridotto del 90%. Dal 2015, l’industria petrolifera nazionale, che nel 2000 produceva 3 mln di barili, nel 2020 ne ha prodotti 440mila. Il calo del prodotto interno lordo è stato di 642 miliardi di dollari. Inoltre, le sanzioni hanno provocato il congelamento di risorse nel sistema finanziario e nelle organizzazioni finanziarie multilaterali per oltre 22 miliardi di dollari. La più importante risorsa del Venezuela all’estero, la Citgo Petroleum Corporation, la settima raffineria più grande nel mercato statunitense, è bloccata e minacciata di esproprio giudiziario in base alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

Infatti, Trump nel gennaio 2019 ha imposto l’embargo totale contro il paese sudamericano, con un ordine esecutivo nel quale si legge: «Tutte le proprietà del governo del Venezuela che si trovano negli Stati Uniti sono bloccate e non possono essere trasferite, pagate, esportate, ritirate o trattate», adducendo, come al solito, come motivi della decisione la «continua usurpazione del potere di Nicolás Maduro e delle persone affiliate a lui, nonché le violazioni dei diritti umani».

Per difendere le proprie materie prime, il governo Maduro si è allora svincolato dal dollaro creando il petro, una cripto-valuta che ha come base economica i giacimenti di petrolio, diamanti, gas e oro, materie prima di cui il Venezuela è ricco, il cui controllo costituisce quindi con ogni evidenza la posta in gioco della partita.

Guerra politica

A questa vera e propria guerra economica contro il Venezuela, si sono via via susseguiti nel tempo anche ripetuti tentativi di rovesciare il regime bolivarista, anche dopo la morte di Chávez (2013) e l’arrivo alla presidenza del Paese di Maduro.

Come sappiamo, da ultimo, il 16 ottobre 2025 scorso, Donald Trump ha dato il via ad un’aggressiva campagna contro il Venezuela, dando via libera a operazioni segrete della CIA, dispiegando 4.000 marine e cacciabombardieri F-35 nei Caraibi, schierando numerose unità navali in prossimità delle coste venezuelane, lanciando attacchi contro imbarcazioni civili, che hanno ucciso almeno 60 persone, imponendo agli staterelli caraibici più prossimi al Venezuela di mettere a disposizione porti e basi aeree. Nei prossimi giorni, a questo spiegamento militare si unirà anche la maggiore portaerei statunitense, la USS Gerald R. Ford (CVN-78), che fino a pochi giorni fa stazionava intorno alle coste italiane.

Per capire cosa sta in realtà accadendo, serve fare un passo indietro, precisamente al 2019, primo mandato di Trump: il presidente Usa aveva già deciso in quella occasione di invadere il Venezuela. Il suo consigliere John Bolton spinse con forza per un cambio di regime nel Paese retto da una presidenza erede di Hugo Chávez, contro il quale già avevano operato le amministrazioni Usa: Bolton aveva tranquillamente ammesso di aver pianificato colpi di stato in tutto il mondo, incluso quello in Venezuela. Lo stesso 16 ottobre, potenza delle coincidenze, Bolton è stato incriminato da una giuria del Maryland per 18 capi d’accusa relativi alla divulgazione o alla detenzione di documenti in materia di difesa nazionale…

Un’invasione avrebbe tuttavia violato la Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza contro stati sovrani senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza: ma in quella sede gli alleati di Maduro, Russia e Cina, gli Stati cosiddetti revisionisti, avrebbero probabilmente opposto il loro veto.

A livello nazionale, poi, la Risoluzione sui Poteri di Guerra richiedeva il consenso del Congresso Usa per impegnare il Paese in un conflitto, in assenza di una minaccia imminente contro gli Stati Uniti, che il Venezuela certo non rappresentava e non rappresenta.

Inoltre, gli alleati regionali dell’Organizzazione per l’America del Sud e del Gruppo di Lima, che raggruppano la maggior parte degli Stati latino-americani, si opposero all’azione militare, temendo ondate di rifugiati e reazioni anti-americane. Il sostegno pubblico era debole anche negli Usa, dove solo il 30% degli americani sosteneva l’intervento, per cui Trump, in vista della rielezione nel 2020, non poteva correre in quel momento il rischio di impantanarsi in un nuovo Iraq: i consiglieri militari statunitensi avevano evidenziato gli incubi logistici che avrebbe provocato il territorio accidentato del Venezuela, nonché la possibile resistenza delle milizie fedeli a Maduro, che, contando più di quattro milioni di persone, rischiavano di trasformare l’aggressione militare nordamericana in una prolungata guerra di guerriglia.

La fallita rivolta nel 2020 di Juan Guaidó, debole leader dell’opposizione, è stato poi un elemento decisivo per dissuadere Trump da un’azione di forza, in quel momento: personaggio pressoché sconosciuto, privo di carisma o legittimità elettorale, auto-proclamatosi presidente, Guaidó in ben tre tentativi di colpo di stato non è riuscito a portare dalla sua parte né il popolo né le forze armate venezuelane. A nulla è servito nemmeno il proclama con cui Guaidó proclamava, il 7 maggio 2019, che l’Assemblea Nazionale (AN) in ribellione avrebbe approvato il ritorno del Venezuela al Trattato Inter-Americano di Assistenza Reciproca (TIAR)[1], misura che, dichiarava, cerca di “rafforzare la cooperazione con i rimanenti 17 paesi membri del continente ed aumentare le pressioni” contro il governo costituzionale di Nicolás Maduro.

Un nuovo tentativo di rovesciare la repubblica bolivarista venezuelana avviene in occasione della rielezione di Maduro nel 2024: giudicata corretta da 910 osservatori internazionali con garanzie biometriche e il 54% di controlli automatici, viene però liquidata come una frode. Ma questa contestazione, come in altri recenti contesti europei, fornisce soltanto una copertura propagandistica per provocare scioperi volti a indebolire il governo.

Ecco tornare sulla breccia in questo momento un altro personaggio buono per tutte le stagioni: María Corina Machado, premio Nobel 2025, che promette la privatizzazione delle risorse nazionali, garantendo ad aziende statunitensi come Chevron, da sempre operante col petrolio venezuelano, «milioni di barili». Il suo Nobel è quindi il premio per promuovere in Venezuela un programma neoliberista gradito a Washington, lo stesso tipo di programma che ha garantito il sostegno statunitense al presidente argentino Javier Milei: privatizzare la PDVSA, riconsegnando i trilioni di dollari della Cintura dell’Orinoco a giganti americani come ExxonMobil e Chevron, appunto.

La Machado ha ripetutamente dichiarato in interviste ai media nordamericani che «le aziende statunitensi guadagneranno un sacco di soldi», promettendo di «privatizzare tutta la nostra industria» e di scambiare il debito con gli investimenti, ipotecando di fatto il futuro economico-finanziario del Venezuela presso Wall Street.

Finanziata dalla National Endowment for Democracy – think-tank da sempre legato alle strategie anticomuniste e conservatrici statunitensi – la Machado aveva co-fondato Súmate nel 2002 per estromettere Chávez, ottenendo importanti sovvenzioni dal mondo politico nordamericano, sempre in nome della “democrazia”. Si è poi avvicinata a Bush, Rubio e Trump, dedicando il suo Nobel al presidente degli Stati Uniti, nel bel mezzo della mobilitazione militare da questi voluta nei Caraibi.

Nel 2014 e nel 2017 era già stata tra le promotrici della Operacion La Salida, con le cosiddette guarimbas, proteste violente facenti parte di una strategia di destabilizzazione del Paese, battezzata swarming dai tecnici dei conflitti non convenzionali: una tattica di guerra asimmetrica che uno studio della Rand Corporation ha definito nel 2000 «un modo strategico, coordinato e apparentemente amorfo, ma deliberatamente strutturato, di condurre attacchi militari da tutte le direzioni». L’obiettivo finale, secondo gli autori dello studio, Juan Arquilla e David Ronfeldt, è massimizzare la saturazione del bersaglio e, quindi, sopraffarne o violarne le difese. All’epoca, ne sottolinearono l’importanza quale «dottrina definitiva che avrebbe abbracciato e guidato sia la guerra informatica che quella di rete». Il saldo di questa applicazione dello swarming al caso Venezuela è stato 43 morti, 486 feriti e 1.854 arrestati.

Nessuno ha parlato di quanti nelle garimbas sono stati bruciati vivi per essere o apparire chavisti, come Orlando Figuera, un giovane accoltellato e bruciato vivo dai manifestanti dell’opposizione quando lo fermarono mentre tornava a casa dal lavoro a Chacao, perché era nero e chavista.

Il neo-premio Nobel non disdegna del resto altre autorevoli alleanze internazionali, come quella con il partito Likud israeliano. Il partito della Machado, Vente Venezuela, ha infatti stabilito un gemellaggio col partito di Beniamin Netanyahu, cui ha chiesto di intervenire militarmente in Venezuela, promettendogli di spostare l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme in caso di sua vittoria elettorale: la richiesta non ha avuto al momento esito, per quanto ne sappiamo, probabilmente perché il premier israeliano era già in altre faccende affaccendato.

Da ultimo, gli statunitensi hanno accentuato, proprio come richiesto da questi democratici oppositori, la pressione, con strumenti storicamente ben noti. Ne sono testimonianza, nel 2020, l’avventuroso sbarco di mercenari nella Operación Gedeón che ha dato modo a Maduro di esibire i passaporti americani di alcuni di questi eredi della Baia dei Porci cubana; negli ultimi mesi ecco poi il clamoroso progetto, affidato agli immancabili estremisti di destra, di compiere un attentato false flag contro l’ambasciata Usa a Caracas, per altro chiusa – progetto, necessario e sufficiente a provocare un attacco armato nordamericano, fortunatamente sventato per tempo dal governo bolivarista.

Accuse al Venezuela

L’operazione attuale viene motivata mediaticamente come parte della lotta proclamata da Trump contro il traffico di droga e l’immigrazione clandestina verso gli Usa: per questa ragione Nicolás Maduro viene presentato come la mente di bande di narcotrafficanti come Tren de Aragua (TdA). L’immigrazione venezuelana e le bande del TdA, sono quindi descritte quali minacce dirette alla sicurezza nazionale statunitense.

Oltre otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il Paese dal 2014, certamente anche a causa dello strangolamento voluto dalle amministrazioni Usa, e molti di loro sono entrati negli Stati Uniti. Quanto al fatto che Trump definisca Maduro come il capo supremo della gang TdA, affibbiandogli l’etichetta di terrorista e una taglia di 50 milioni di dollari, è il caso di ricordare che, nel settembre 2023, Maduro ha schierato 11mila soldati per fare irruzione nel carcere di Tocorón, divenuto una roccaforte del TdA, dotata persino di zoo e discoteca…

Le forze venezuelane hanno ucciso alcuni dei narcos in questo attacco e in altri successivi, dimostrando in tal modo di vedere nel TdA non proprio un alleato, ma semmai un elemento destabilizzante per il regime bolivarista: cosa comprensibile, stante il fatto che, sempre un’amministrazione nordamericana, in questo caso quella Biden, dopo aver aver proclamato che i TdA sono un’organizzazione terroristica, ne ha poi rilasciato alcuni esponenti…

È poi documentato che il National Drug Threat Assessment del 2024 della Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense non fa alcuna menzione del Venezuela. E un rapporto classificato del National Intelligence Council statunitense ha certificato che Maduro non controllava alcuna organizzazione dedita al narcotraffico. Non si può negare che ci sia transito di droga attraverso il Venezuela, ma il volume è marginale rispetto alla cocaina che attualmente viaggia lungo le rotte della costa pacifica del Sud America. E il Venezuela non ha alcun ruolo nella produzione e nell’esportazione di droghe sintetiche come il fentanyl, né nella più ampia diffusione degli oppioidi negli Stati Uniti. In parole povere, se l’amministrazione Trump avesse effettivamente intenzione di combattere il narcotraffico, il Venezuela avrebbe poco senso come obiettivo.

L’ipocrisia raggiunge il culmine, quando è invece un dato di fatto conclamato che sono proprio banche statunitensi a riciclare miliardi di dollari in contanti provenienti dai cartelli della droga. Ricordiamo: multa di 3 miliardi di dollari inflitta alla TD Bank nel 2024, per 470 milioni di dollari di profitti derivanti dal fentanyl; multa da 160 milioni di dollari a Wachovia per riciclaggio di 390 miliardi di dollari per i cartelli messicani; multa da 1,9 miliardi di dollari a HSBC che ha riciclato 881 milioni di dollari per il cartello di Sinaloa. La malavita organizzata cinese ha poi convogliato 312 miliardi di dollari attraverso le banche statunitensi, a favore dei cartelli del narcotraffico dal 2020 al 2024. Le multe colpiscono le istituzioni finanziarie in quanto aziende, per cui nessun singolo dirigente rischia personalmente il carcere.

Il business quindi può continuare. Esso è funzionale alle strategie delle amministrazioni Usa: le banche traggono profitto dalla droga in patria, al tempo stesso l’emergenza droga serve per motivare interventi militari all’estero. Lo stesso vale per l’immigrazione: le sanzioni (assai più di Maduro) hanno spinto l’immigrazione, ed anch’essa diviene pretesto per un’aggressione contro uno Stato sovrano.

Il futuro latinoamericano

Chi credeva e sperava che Donald Trump avrebbe determinato una svolta epocale nella politica interna ed internazionale nordamericana crediamo sia oramai obbligato, se in buona fede, a ricredersi.

Nulla resta del movimento populista, nato negli Stati Uniti sul finire del XIX secolo contro i grandi monopoli ed il predominio della valuta in oro della grande finanza su quella popolare in argento. Un movimento faticosamente sopravvissuto fino al periodo fra le due grandi guerre mondiali, fino ai tentativi cioè di Huey Long e Charles Lindbergh, per fare i nomi più noti. Tentativi falliti ad opera dei sostenitori dell’interventismo democratico, il braccio politico-militare supportato dai più attivi ambienti della finanza internazionale di quell’imperialismo liberale che si era affermato a fine Ottocento nei circoli anglosassoni protagonisti dell’espansione imperiale, in nome del Destino Manifesto.

Oggi, non possiamo quindi che augurare alla repubblica bolivarista di sopravvivere ancora a lungo al disegno di potenza statunitense, come esempio concreto, per il continente latino-americano, di una possibile alternativa, pur con tutti i suoi limiti, alla schiavitù del debito e delle oligarchie appoggiate dagli Stati Uniti.

Una speranza che ha radici nelle parole pronunciate, sulla collinetta di Montesacro allora compresa nell’agro romano, il 15 agosto 1805, da Simón Bolívar:

«Giuro sul mio onore e giuro sulla mia Patria che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima fino a che non avrò spezzato le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo».

Giuramento che El Libertador seppe indubbiamente mantenere, a gloria dei popoli sudamericani. Anche se quelle catene da allora hanno indubbiamente cambiato padrone, quella volontà non deve mai spegnersi, né in America Latina né altrove.

NOTE

  1. Il Trattato Inter-Americano di Assistenza Reciproca (TIAR), detto anche Trattato di Rio, dalla città brasiliana dove fu originariamente firmato il 2 settembre 1947, include l’impegno della difesa collettiva di fronte a qualsiasi attacco armato da parte di uno Stato contro una delle nazioni firmatarie. L’area geografica di azione del trattato comprende l’America e 300 miglia a partire dalla costa, compresa la regione tra Alaska, Groenlandia, al nord, e nella zona artica, fino alle isole Aleutine. Nel sud comprende la regione antartica e gli isolotti di San Pedro e San Pablo, oltre l’isola di Trinidad. 

Tratto da: Clarissa.it

Imperialismo contro Bolivarismo
Imperialismo contro Bolivarismo

FRANCESCA ALBANESE: LA CRUDA VERITÀ

di Massimo Mazzucco

Francesca Albanese ha presentato all’ONU il suo rapporto intitolato “Genocidio a Gaza: un crimine collettivo”, accusando gli stati occidentali di complicità nel genocidio. Il rapporto è stato criticato non solo – ovviamente – da Israele, ma anche dal nostro stesso ambasciatore all’ONU, Massari, che lo ha definito “totalmente privo di credibilità”

COSA DICE IL RAPPORTO

Israele, ha detto Albanese, ha lasciato Gaza “soffocata, affamata e distrutta”. Il suo rapporto, che esamina il ruolo di 63 Stati nelle azioni di Israele (sia a Gaza che in Cisgiordania), denuncia un ordine mondiale coloniale, sostenuto da un sistema globale di complicità.

“Attraverso azioni illegali e omissioni deliberate, troppi Stati hanno danneggiato, fondato e protetto l’apartheid militarizzato di Israele, permettendo alla sua impresa coloniale di trasformarsi in genocidio, il crimine supremo contro il popolo indigeno della Palestina”.

Il genocidio, ha detto, è stato reso possibile attraverso la protezione diplomatica in “luoghi destinati a preservare la pace”, con connivenze militari che vanno dalla vendita di armi ad addestramenti congiunti con i militari dell’IDF. Albanese ricorda come l’Unione Europea, che ha sanzionato la Russia per l’Ucraina, abbia continuato a fare affari con Israele, e accusa gli Stati Uniti di aver fornito “copertura diplomatica” a Israele, usando il loro potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Altre nazioni occidentali hanno collaborato, secondo il rapporto, con astensioni, ritardi e risoluzioni annacquate, rafforzando “una retorica semplicistica di ‘equilibrio’” che nella realtà non esiste.

Molti Stati, dice Albanese, hanno continuato a fornire armi a Israele, “anche mentre le prove del genocidio … si accumulavano”. Il rapporto ha evidenziato l’ipocrisia del Congresso degli Stati Uniti che ha approvato un pacchetto da 26,4 miliardi di dollari per la difesa di Israele, proprio mentre Israele minacciava l’invasione di Rafah.

Il rapporto punta il dito anche contro la Germania, il secondo maggiore esportatore di armi verso Israele durante il genocidio, con forniture che vanno “dalle fregate ai siluri”, e contro il Regno Unito, che avrebbe effettuato oltre 600 missioni di sorveglianza su Gaza dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Albanese ha anche dichiarato che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite avrebbe dovuto affrontare il “pericoloso precedente” delle sanzioni imposte su di lei dagli Stati Uniti per le sue critiche alle azioni di Israele in Palestina, che le hanno impedito di viaggiare di persona a New York. “Queste misure costituiscono un attacco alle Nazioni Unite stesse, alla loro indipendenza, integrità e anima. Se non contestate, queste sanzioni rappresenteranno un altro chiodo nella bara del sistema multilaterale,” ha detto.

Ettecredo che Massari ha definito il rapporto “privo di credibilità”. Provate ad immaginare cosa succederebbe, se davvero il mondo occidentale cominciasse a riconoscere che le cose stanno realmente così.

FRANCESCA ALBANESE: LA CRUDA VERITÀ
FRANCESCA ALBANESE: LA CRUDA VERITÀ

LA SITUAZIONE DI TRUMP SECONDO DUGIN

Alexander Dugin

30 Ottobre 2025

“Trump ha perso completamente i colloqui con il presidente Xi. La politica estera di Trump è sbagliata perché non segue il MAGA, ma i neoconservatori. Perderà sempre di più ovunque. Tutti lo capiranno che è solo un bluff. Gli Stati Uniti oggettivamente non possono raggiungere risultati sostanziali all’estero.

Risolvere i problemi interni e liquidare il Deep State e il resto dei liberali è l’unico modo per vincere. Rispetto a Trump tutto ciò che sta facendo Elon Musk sembra un immenso successo. E le critiche a Trump dei MAGA sono pienamente giustificate. Trump significa distruzione rivoluzionaria.

La fase di distruzione sta esaurendo il suo potenziale. Gli Stati Uniti dovrebbero passare alla fase successiva. Trump può rappresentare un ostacolo su questo cammino.

Trump entra in una fase di agonia accelerata. Si è allontanato dal MAGA e si è avvicinato troppo al campo dei neoconservatori. Questo ha causato il disastro. La politica su Israele è sbagliata. La politica sulla Russia è sbagliata. La politica sui BRICS è sbagliata. La politica sull’America Latina è sbagliata. Anche i dazi.

Trump è autoritario nel senso negativo del termine. Tirannico e controllato dalle lobby allo stesso tempo. Totale assenza di pensiero strategico. Il MAGA deve avviare una strategia post-Trump.

Più ti vanti, più sembri pietoso.

Trump è solo una porta. Qualcun altro deve attraversarla”.

LA SITUAZIONE DI TRUMP SECONDO DUGIN
LA SITUAZIONE DI TRUMP SECONDO DUGIN

GLI INTERESSI INGLESI SULLA CINA

di Consuelo Rottoli

Xi Jinping ha guadagnato tutto dalla guerra in Ucraina.

Londra è il principale hub finanziario per yuan fuori dalla Cina, la City ha enormi interessi economici in Cina.

In un mondo dominato dal dollaro

Wall Street domina, la Federal Reserve detta regole e la City è subordinata.

In un mondo multipolare con USD + RMB + EUR, la City è l’intermediario necessario e UK diventa la “Svizzera globale” con più potere e profitti.

La City non è esattamente “il governo britannico”. I suoi interessi sono di massimizzare flussi finanziari globali, non necessariamente la potenza britannica.

La City ha come obiettivo essere il ponte finanziario tra Cina e Occidente mentre lo yuan si internazionalizza.

Perciò ha interesse a indebolire l’egemonia USA ma non troppo, rafforzare la Cina ma non troppo, e creare tensioni che generano flussi di capitale.

La guerra in Ucraina serve perfettamente questi obiettivi.

I paradisi fiscali britannici sono usati massicciamente da oligarchi russi e capitali cinesi.

Il 40% delle transazioni yuan fuori dalla Cina passano per Londra.

Londra gestisce più trading di yuan che qualsiasi città occidentale e le Banche cinesi hanno importanti filiali a Londra (ICBC, Bank of China, etc.)

Cameron e Osborne cercarono di fare di UK il “migliore amico occidentale della Cina”.

L’internazionalizzazione dello yuan arricchisce la City, se lo yuan diventa valuta di riserva globale sfidando il dollaro, enormi volumi di trading passano per Londra e la City si posiziona come intermediario tra blocco dollar e blocco yuan con profitti per banche, asset managers, assicurazioni.

La City ha già guadagnato dalla crisi Russia-Europa e ha storicamente finanziato tutti, inclusi nemici della Corona. Ricordiamo i prestiti alla Germania nazista negli anni ’30 (tramite BIS – Bank for International Settlements) e i prestiti all’Impero Ottomano contro UK.

La finanza è apolide e va dove ci sono profitti.

Il rischio è che se la Cina diventa egemone, potrebbe non aver bisogno di Londra.

Shanghai e Hong Kong potrebbero sostituire la City. Inoltre il capitale cinese è semi-controllato dallo stato e non liberamente mobile come quello occidentale.

Ma la City accetta il rischio perché vuole un mondo multipolare e finanziariamente complesso.

Più attori, più intermediazione, più profitti.

Il Caos geopolitico offre opportunità grazie ai capitali in fuga, ai profitti dai paradisi fiscali per aggirare le sanzioni e a quelli generati dal riposizionamento dei capitali delle aziende.

Per ottenere questo la City fa pressioni per massimizzare la complessità finanziaria e influenza i politici britannici con donazioni e revolving doors.

È sufficiente che il governo UK ascolti la City più di considerazioni strategiche di lungo termine.

E certamente la Grand Loggia d’Inghilterra tiene molto alla City..

Boris Johnson ha sabotato i negoziati Russia-Ucraina (Istanbul, aprile 2022) secondo alcuni report.

UK ha armato l’Ucraina prima e più di altri europei e questo ha accelerato la rottura Russia-Europa, avvantaggiando la Cina.

Il Regno Unito (e la City) si trova storicamente diviso tra pragmatismo economico non volendo perdere opportunità lucrative e le pressioni atlantiche per sostenere le posizioni di USA e alleati sulla Cina.

La City vorrebbe beneficiare economicamente del mercato cinese mantenendo però autonomia e gestendo i rischi. È un equilibrio difficile in un contesto geopolitico sempre più polarizzato.

GLI INTERESSI INGLESI SULLA CINA
GLI INTERESSI INGLESI SULLA CINA

IN DIFESA DEL VENEZUELA

di Giuseppe Salamone

1 novembre 2025

Arriva la presa di posizione della Russia sulla situazione in Venezuela, e non è banale. Il Ministro degli Esteri Lavrov, a domanda precisa ha risposto testualmente:

“Affermiamo il nostro fermo sostegno alla leadership venezuelana nella difesa della sovranità nazionale”.

Ci mette poi la sua anche Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri Russo:

“Insomma, se il Pentagono vuole davvero combattere il flagello della droga, dovrebbe iniziare dalle strade di San Francisco, Los Angeles e New York, o meglio ancora – dai lobbisti e dalle grandi case farmaceutiche. Ma lì 16 mila militari sicuramente non basteranno.”

L’impressione è che se gli Usa dovessero invadere il Venezuela, potrebbe non finirgli bene, visto che gran parte del Sudamerica sta con il Venezuela e il resto del mondo, ormai sempre più numeroso, è davvero arrivato al limite di sopportazione davanti alle azioni criminali dell’impero statunitense.

IN DIFESA DEL VENEZUELA
IN DIFESA DEL VENEZUELA

LO SCIAMANISMO E LE TECNICHE DELL’ESTASI

a cura di Marco Pavoloni

Il ricordo del Cielo perduto

In Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Mircea Eliade realizza una delle più vaste e profonde esplorazioni mai condotte sull’esperienza religiosa dell’umanità primordiale. Ma ciò che rende quest’opera unica non è la quantità delle fonti o la ricchezza delle descrizioni etnografiche: è la capacità di far emergere, dietro i riti e le visioni dei popoli arcaici, un’unica struttura spirituale universale.

Lo sciamano, figura centrale del libro, è per Eliade il custode della verticalità. In un mondo che viveva ancora immerso nel sacro, egli rappresentava l’asse mediano che unisce Terra, Cielo e Inferi. Il suo corpo è tempio, la sua parola rito, il suo volo estatico il simbolo supremo della reintegrazione cosmica.

Quando, attraverso la trance o la “morte iniziatica”, egli abbandona il piano umano, non fugge dalla realtà: la attraversa. L’estasi sciamanica non è evasione ma conoscenza, un modo di “ricordare” il linguaggio del Cielo.

La morte che rigenera

Ogni sciamano, prima di divenire tale, deve morire. La malattia iniziatica, lo smembramento simbolico, la discesa nel mondo infero sono prove attraverso cui l’anima si purifica dalla sua forma profana. Solo dopo aver sperimentato la dissoluzione totale può ascendere.

Questa struttura — morte e rinascita — è per Eliade l’archetipo di ogni via mistica, dall’Oriente vedico al cristianesimo esoterico.

Nell’estasi sciamanica riecheggia, in altra lingua, la stessa verità proclamata dai mistici medievali: chi non muore prima di morire, muore senza nascere.

Il messaggio

Dietro la precisione dello storico delle religioni, Eliade cela un intento quasi profetico. Il suo sguardo è rivolto non solo alle tribù della Siberia o dell’Amazzonia, ma all’uomo occidentale, spiritualmente amputato. Laddove lo sciamano saliva al Cielo, l’uomo moderno ha smarrito l’idea stessa di ascesa: vive in un universo chiuso, senza aperture metafisiche.

Per questo il libro è un monito e una chiamata: l’uomo può e deve ricordarsi di essere un viandante tra due mondi. La nostalgia del sacro che ancora ci abita è il residuo di quell’antico sapere che Eliade ricostruisce con rigore e compassione.

Perché è un libro imperdibile

Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi è una mappa per l’anima. Leggendolo, si percepisce che dietro ogni rito arcaico si cela un gesto universale: l’anelito a superare la condizione umana e ritrovare l’origine.

È un libro imperdibile perché insegna che la trascendenza non è privilegio di pochi, ma possibilità inscritta nella natura stessa dell’uomo. In un’epoca che ha dimenticato il linguaggio del sacro, Eliade restituisce la certezza che l’estasi — il “volo dell’anima” — è ancora possibile.

Chi lo legge non impara solo che cosa facevano gli sciamani, ma il perché: per tornare al Cielo da cui ogni essere è disceso.

LO SCIAMANISMO E LE TECNICHE DELL'ESTASI
LO SCIAMANISMO E LE TECNICHE DELL’ESTASI

IL TEMA DELL’OCCULTAZIONE DEL MAHDI SI DIFFONDE NEL MEDIOEVO EUROPEO

a cura di Giuseppe Aiello

“Il Re Addormentato: Artù e la promessa del ritorno”

L’Occultazione Maggiore (al-ghayba al-kubrā) dell’Imam Mahdi, il “Polo dei Poli”, discendente diretto dell’ultimo Profeta, Muhammad, dell’ultima tradizione del presente ciclo d’umanità, l’Islam, secondo la tradizione iniziatica sciita duodecimana, ebbe inizio nel 329 dell’Egira (AH), immediatamente dopo la morte dell’ultimo dei quattro rappresentanti (sufarā’) che lo avevano collegato alla comunità durante la cosiddetta Occultazione Minore (al-ghayba al-sughrā).

Siamo intorno 941 d.C.

Con l’Occultazione del Mahdi, il mondo entra ufficialmente nella fase finale del kali yuga.

La notizia si diffonde in tutti i circoli esoterici e iniziatici del mondo e viene così declinata a applicata a varie figure, sia storiche che mitiche o archetipiche.

Gli Ordini Cavallereschi d’Oriente e d’Occidente – Ismailiti, Templari – sembrano conoscere e custodire il segreto, divenendo i “Guardiani della Terra Santa ” (RENE’ GUENON).

Tra le molte immagini di Re Artù che la tradizione medievale ci ha consegnato, ve n’è una che si distingue per la sua forza simbolica e la sua dimensione profetica: quella del re dormiente, non morto, ma custodito in un luogo segreto, in attesa del tempo in cui l’Inghilterra — o il mondo — avrà di nuovo bisogno di lui.

Nelle cronache medievali più tarde, e soprattutto nel folclore celtico, Artù non muore realmente a Camlann. Gravemente ferito, viene trasportato in Avalon, l’isola della guarigione e della pace. Là egli giace, curato da sacerdotesse o fate, immerso in un sonno che non è morte ma sospensione. Il suo corpo non deperisce, e la spada Excalibur — restituita al lago — resta segno che il tempo del sovrano non è finito, ma sospeso.

Questa immagine del “re che dorme” si sviluppa nel Medioevo come mito del rex quondam et futurus, “il re che fu e che sarà”. Geoffrey di Monmouth, nella Historia Regum Britanniae (XII sec.), accenna già a una profezia secondo cui Artù non sarebbe morto, ma “si sarebbe ritirato per guarire le sue ferite nell’isola di Avalon”, e che un giorno sarebbe tornato.

Nel Morte d’Arthur di Malory (XV sec.), la voce del popolo riprende la leggenda: “Some men yet say that Arthur is not dead, but had by the will of our Lord Jesu into another place; and men say that he shall come again, and he shall win the Holy Cross.”

Il tema non rimane confinato alla leggenda britannica: appartiene a un più vasto archetipo indoeuropeo del sovrano dormiente, che attraversa secoli e frontiere — da Federico Barbarossa che dorme sotto il Kyffhäuser, a Carlo Magno nascosto in una montagna, fino ai cavalieri ibernati nei monti dell’Europa centrale. In tutti questi racconti, il re addormentato incarna la speranza di un ritorno dell’ordine e della giustizia dopo un tempo di caos.

Nel simbolismo medievale cristiano, Artù diviene una figura quasi messianica, ma distinta dal Cristo: egli non redime i peccati, bensì restaura la giustizia terrena. È il sovrano giusto che riporta la pace — il “Signore di Pace e Giustizia” di cui parlano i testi politici e morali dell’epoca. La sua veglia silenziosa è il segno che la sovranità giusta non muore: può essere dimenticata, tradita, ma non estinta.

Quando i tempi saranno maturi — dicono le leggende — la pietra si spezzerà, il lago restituirà la spada, e il Re tornerà. Non per conquistare, ma per ristabilire l’equilibrio: l’antica tranquillitas ordinis di cui parlavano i teologi.

Finché Artù dorme, la speranza dorme con lui; ma il suo sonno è un giuramento: che ogni epoca, prima o poi, rivedrà sorgere il giorno della giustizia.

Artù non è altro che il Mahdi.

IL TEMA DELL'OCCULTAZIONE DEL MAHDI SI DIFFONDE NEL MEDIOEVO EUROPEO
IL TEMA DELL’OCCULTAZIONE DEL MAHDI SI DIFFONDE NEL MEDIOEVO EUROPEO

LE NOTTI OSCURE DELL’ANIMA

a cura di Peretto Mario

“La “notte oscura dell’anima” è per i mistici un periodo di tristezza, paura, angoscia, confusione e solitudine, necessario per potersi avvicinare a Dio. In molti, quando provano ad uscire dal proprio ego, provano la sensazione di entrare in una nuova dimensione colma di dubbi, di ambiguità, di incertezze, un luogo in cui ci si sente persi e risulta quasi impossibile pensare con chiarezza. Il risveglio può esser molto doloroso per chi è troppo immerso nel proprio sogno. La nostra mente vorrebbe che tornassimo nel recinto, che smettessimo di esplorare i dintorni per tornare al punto di partenza, dal quale forse non saremmo mai dovuti uscire. È questa la temuta rassegnazione, il conformismo che ci spinge a credere che la nostra trasformazione personale non possa essere altro che un’utopia.

Per evolvere e crescere, abbiamo bisogno di vivere delle “notti oscure”, periodi in cui emozioni come l’ansia o la disperazione si impossessano di noi, perturbando la nostra mente ed il nostro ego. Sono le notti in cui bisogna saper aspettare, perché altrimenti, tentennando e rinunciando, correremo il rischio di imbatterci nelle conseguenze della perdita, direttamente legata all’aver abbandonato la nostra zona di comfort. La ricerca di se stessi implica la capacità di continuare a camminare con fermezza, significa imparare a superare se stessi una volta ancora. Solo noi possiamo stabilire cosa vogliamo fare di noi stessi. Siamo gli unici ad avere una panoramica privilegiata sui fatti, a poter scorgere ciò che dal terreno non si può vedere.”

“Non ci può essere rinascita senza una notte oscura dell’anima, un totale annientamento di tutto ciò che hai creduto e pensato di essere.”

(Hazrat Inayat Khan)

LE NOTTI OSCURE DELL'ANIMA
LE NOTTI OSCURE DELL’ANIMA

NON VOTARE E’ DAVVERO UNA FORMA DI PROTESTA?

​di Marco Nassisi

Riconosco un punto: È assolutamente vero che la politica ci ha spesso deluso. È facile sentirsi disillusi, arrabbiati e pensare che ‘tanto non cambia nulla’. Questo senso di frustrazione è reale e capisco chi si ritira in questo modo.

​Ma qui subentra la riflessione che voglio condividere con voi:

​Quando scegliamo l’astensione, pensiamo di protestare contro ‘il sistema’. In realtà, stiamo solo regalando silenziosamente la nostra influenza a chi, invece, il voto lo esercita.

​Non votare non ferma il treno che sta viaggiando; permette semplicemente che siano solo gli altri a decidere la sua destinazione e chi sta al comando. È un atto di rinuncia, non di resistenza.

​Il nostro voto, anche se dato al ‘meno peggio’ o a un piccolo partito, è l’unico strumento democratico che abbiamo per mettere un freno a ciò che non vogliamo o per dare una spinta a ciò in cui crediamo. Perdere il potere di scegliere è il vero prezzo della disillusione.

NON VOTARE E' DAVVERO UNA FORMA DI PROTESTA?
NON VOTARE E’ DAVVERO UNA FORMA DI PROTESTA?

MANTRA E STATI MENTALI

di Luca Rudra Vincenzini

In merito ai mantra spesso si pensa siano solo formule atte a calmare la mente, in realtà hanno molte applicazioni (ṣat-aṅga e ṣaṭ-adhvan). La cosa più importante da sapere è che i mantra, soprattutto se inflatati dell’energia dei bīja, sono forieri del potere delle divinità: i bīja sono le divinità in forma sonora.

Questo assunto disegna, in base alla divinità di competenza, la funzione di un mantra, il potere ad esso connesso, le modalità della ripetizione (se cantato-kīrtana, sussurrato-japta, ripetuto mentalmente-manasā), a quale velocità, per quanto tempo e in quale fase lunare.

Di certo in stati emotivi particolarmente intensi, l’energia da trasformare in calma contemplativa (śāntarasa) è tanta e, allora, una tale situazione necessita di un mantra impetuoso (ugra) ma adeguato, del quale si conoscono le funzioni, ad un ritmo sostenuto, indirizzato verso sé stessi e non verso altri (perché altrimenti sarebbe magia…).

Sulla ricezione del mantra il Mālinīvijayottaratantram parla chiaramente: si può ricevere direttamente da una divinità attraverso un sogno propiziatorio, da un guru o da un testo sacro, di fatto non è bene prendere i mantra da internet se non si conoscono le regole di confezionamento (o meglio il Mālinī non cita internet tra le fonti e quindi sarebbe meglio evitare…).

MANTRA E STATI MENTALI
MANTRA E STATI MENTALI