SINOFOBIA

di Aleksej Zaville

Perché in Occidente c’è una crescente Sinofobia? È tutta colpa della propaganda statunitense? O c’è dell’altro? Scopriamolo.

La Sinofobia ha radici storiche molto profonde qui in Occidente, risalenti alle prime, seppur contenute, ondate migratorie cinesi in Occidente nel XIX secolo, dove stereotipi razziali come il concetto di “Pericolo Giallo” resero la discriminazione contro tutta la razza sinocoreana qualcosa di diffuso e strutturato.

Fatta questa premessa storica passiamo alla mia analisi sulla moderna sinofobia dell’ovest:

I Cinesi sono disciplinati e precisi e questo per l’umanità occidentale è inaccettabile e ormai incomprensibile, un umanità che “soffre” qualsiasi forma di LIMITE, REGOLA e RIGORE non potrà mai tollerare la mentalità cinese.

I Cinesi hanno una forte identità basata in larga parte sui “Tre Insegnamenti” (Sān Jiào) che hanno plasmato la Cina cioè il Confucianesimo, il Taoismo e il Buddhismo, per le masse occidentali un identità così forte e omogenea è qualcosa di sbagliato e spaventoso, per le masse occidentali che hanno reso la distruzione della loro identità e storia un dovere dogmatico non è tollerabile che qualcun’altro un identità così forte possa averla, amarla e abbracciarla invece di cancellarla e rinnegarla, c’è quindi uno scontro culturale e valoriale insanabile fra est e ovest.

I Cinesi hanno una cultura politica millenaria che affonda le sue radici nel Legismo ​da cui scaturisce la natura del sistema politico cinese (un regime a partito unico guidato dal Partito Comunista Cinese) che è fondamentalmente in contrasto con i (dis)valori liberal-democratici promossi dall’Occidente. Le accuse di autoritarismo e di disumanità verso la Cina tentano di celare un ostilità ideologica che è strutturale e va a rinforzare i pregiudizi storici già precedentemente analizzati e citati. Inoltre i Cinesi sono sovrani in ogni ambito da quello artistico a quello culturale fino a quello mentale e per dei popoli che fanno di ogni bruttezza e debolezza la massima espressione della loro (in)civiltà come si può tollerare cotanta Virilità?

I Vili ed i Viziosi odiano i Virtuosi. Da Sempre.

SINOFOBIA
SINOFOBIA

GUARDARE IL VOLTO DI DIO

a cura di Adam Luz

«Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». (Esodo 33, 20)

In questo passo Dio dice a Mosè che chiunque veda il suo Volto muore.

Questo fatto non deve essere inteso solamente in senso letterale, ma simbolico ed esoterico.

L’Essere Umano, al suo stato attuale, non può reggere la forza dell’energia sprigionata dal Volto di Dio e se lo facesse ne rimarrebbe abbagliato, allo stesso modo in cui, nel piano fisico, non è possibile guardare il Sole direttamente negli occhi o non è possibile ricevere su di sé l’energia di un fulmine rimanendo vivi.

Se si vedesse direttamente il Volto di Dio, la propria personalità, fatta di materia troppo densa, si volatilizzerebbe, mentre l’Anima immortale verrebbe reintegrata.

Per chi è ancora identificato con la personalità ciò significa Morte.

Per il Risvegliato che è identificato con l’Anima, invece, ciò significa “Liberazione” e “Ritorno a Casa””.

📖 Tratto da Il Segreto della Pineale Volume 2 di Adam Luz, Edizioni Il Volo di Mercurio

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GUARDARE IL VOLTO DI DIO
GUARDARE IL VOLTO DI DIO

LA CORRUZIONE IN UCRAINA FA LITIGARE IL GOVERNO

a cura della Redazione del Fatto Quotidiano

14 Novembre 2025

La corruzione in Ucraina fa litigare il governo, Salvini: “Armi a Kiev? Temo possano alimentarla”. E Crosetto replica: “Non giudico un Paese per due corrotti”

Dopo il giallo del viaggio negli Usa annullato da Crosetto, il leader della Lega critica l’acquisto di armi per Kiev. E il ministro della Difesa replica poco dopo

Dopo il giallo della visita saltata di Guido Crosetto negli Stati Uniti – secondo alcune voci per pressioni arrivate dalla Lega – il tema dell’Ucraina torna a creare dissapori all’interno del governo di Giorgia Meloni. Questa volta il vicepremier Matteo Salvini tira in ballo l’inchiesta sulla corruzione a Kiev che coinvolge l’ex socio e stretto alleato del presidente Volodymyr Zelensky e anche l’ex vicepremier ucraino. Un’uscita che provoca, poco dopo, la replica del ministro della Difesa Crosetto.

“Mi sembra che stiano emergendo gli scandali legati alla corruzione, poi coinvolgono il governo ucraino, quindi non vorrei che con quei soldi dei lavoratori, dei pensionati italiani si andasse ad alimentare ulteriore corruzione“, ha detto il leader del Carroccio rispondendo ai giornalisti in merito alla richiesta Usa di acquisto di armi per Kiev, ribadendo che – a suo avviso – la soluzione “è quella indicata dal Santo Padre, da Trump” cioè “il dialogo” tra Zelensky e Putin: “Non penso che l’invio di altre armi risolverà il problema e mi sembra che quello che sta accadendo nelle ultime ore, con l’avanzata delle truppe russe, ci dica che è interesse di tutti, in primis dell’Ucraina, fermare la guerra”, continua Salvini aggiungendo che “allungare questo percorso di morte non aiuta nessuno”.

Frasi che sembrano quasi una rivendicazione dello stop al viaggio di Crosetto. E la replica alle parole del vicepremier leghista arriva proprio del ministro della Difesa: “Capisco le preoccupazioni di Matteo Salvini ma io non giudico un paese per due corrotti esattamente come gli americani e gli inglesi sbarcati in Sicilia non hanno giudicato l’Italia per la presenza della mafia ma sono venuti ad aiutare gli altri italiani, quelli onesti”, ha detto Crosetto a margine del vertice del Gruppo dei Cinque. “Abbiamo parlato con il ministro della Difesa ucraino dello scandalo, dicendo – ha aggiunto Crosetto – che la corruzione andava combattuta anche perché poteva essere utilizzata dalla controinformazione russa per dare una lettura sbagliata che avrebbe avuto un effetto nelle piazze occidentali. L’arresto in sé dimostra che l’Ucraina ha gli anticorpi per combatterla“, conclude.

Mercoledì al centro del dibattito politico c’era proprio quel viaggio per gli Usa annullato. Crosetto avrebbe dovuto incontrare il capo del Pentagono, Pete Hegseth, per parlare anche dell’acquisto di armi per Kiev. Il ministero della Difesa però ha voluto rassicurare sulle voci di pressioni nel governo ricevute dalla Lega, contraria a chiudere accordi di quel tipo: “Non vado più a Washington, vado al vertice E-5 a Berlino”, aveva specificato Crosetto per poi annunciare l’arrivo del dodicesimo pacchetto di forniture alle truppe di Zelensky, con “aiuti consistenti“. Era intervenuto anche il ministro degli Esteri: “Non vedo perplessità”, aveva detto Antonio Tajani a proposito dell’acquisizione di materiale bellico dagli Usa, sottolineando che l’incontro è solo “rinviato“. La decisione di cancellare quella visita negli Stati Uniti sarebbe maturata – secondo indiscrezioni – soltanto martedì, dopo un incontro a Palazzo Chigi dove sarebbero stati analizzati alcuni nodi politici interni. Da tempo, secondo i rumours, serpeggiano divergenze tra la linea del Carroccio e quella di Crosetto. E lo scambio di battute di oggi sembra confermarlo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

LA CORRUZIONE IN UCRAINA FA LITIGARE IL GOVERNO
LA CORRUZIONE IN UCRAINA FA LITIGARE IL GOVERNO

SCACCO MATTO: DISCONESSI

Videoconferenza del canale YouTube CASA DEL SOLE TV, trasmessa online in diretta live streaming il giorno 14 novembre 2025.

“Il futuro è nelle mani dell’informazione libera” è un convegno che si terrà a Roma al Teatro Flavio il 27 novembre alle 20.30 con Margherita Furlan, Valentina Ferranti, Maurizio Martucci, Franco Fracassi e Ilham Menin. La tecnologia ha cambiato i teatri di guerra e la vita quotidiana delle popolazioni. Da una parte lo scontro tra potenze per il controllo dell’AI, dall’altra la sostituzione dei lavoratori con instancabili robot in grado di produrre senza pausa, mentre anche avvocati, giornalisti, medici e ogni genere di professionista si vede a rischio di “eliminazione”. Non si tratta di un brutto film, ma di aspetti della realtà che sarà meglio comprendere per difenderci dalla censura e dagli attacchi dei padroni universali. Ne parliamo con Valentina Ferranti, antropologa, scrittrice, Maurizio Martucci, giornalista, scrittore. In studio Jeff Hoffman

SCACCO MATTO: DISCONESSI

Sudan: l’impronta strategica del Mossad

a cura della Redazione

14-11-2025

Mentre le Forze di supporto rapido (RSF) consolidano il controllo sul Sudan occidentale con la caduta di el-Fasher, la capitale del Darfur settentrionale, aumentano gli interrogativi sul coinvolgimento di attori stranieri, in particolare Israele e Stati Uniti, nel delineare la traiettoria della guerra civile nel Paese.

Sebbene Israele non abbia formalmente riconosciuto né le RSF né le Forze Armate Sudanesi (SAF), prove crescenti suggeriscono che si sia silenziosamente orientato verso le RSF, dando priorità ai guadagni strategici a lungo termine rispetto alle prospettive diplomatiche a breve termine. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno pubblicamente condannato le atrocità delle RSF, ma hanno fatto ben poco per impedire ai loro più stretti alleati di sostenere il gruppo.

Cambiano le linee del fronte

Il 26 ottobre, le RSF hanno conquistato el-Fasher, l’ultima roccaforte delle SAF in Darfur. La caduta della città ha segnato una triste pietra miliare: le RSF ora detengono di fatto il controllo su oltre un quarto del territorio sudanese. Secondo le Nazioni Unite e testimoni oculari, la presa del potere è stata accompagnata da uccisioni di massa, con i combattenti delle RSF che avrebbero separato uomini da donne e bambini prima di giustiziare i civili. Il governo sudanese ha dichiarato che almeno 2mila persone sono state uccise, mentre fonti mediche citate da Al Jazeera e testimoni locali suggeriscono che il numero reale potrebbe essere significativamente più alto. La Croce Rossa ha descritto la situazione come “assolutamente al di là di quanto possiamo considerare accettabile”, avvertendo che decine di migliaia di persone sono intrappolate senza cibo, acqua o assistenza medica.

Gli Stati Uniti hanno ufficialmente definito genocidio le azioni di RSF nella città di Geneina, nel Darfur, durante una fase iniziale della guerra civile durata due anni e mezzo, e la caduta di el-Fasher potrebbe presto aggiungersi a tale definizione.

Guadagni geopolitici

La svolta di Israele verso la RSF non è ideologica ma strategica, transazionale e profondamente radicata nel calcolo regionale.

Le RSF ora controllano aree chiave del Sudan, tra cui parti del Darfur e del Kordofan. Il sostegno alle RSF offre a Israele un ruolo nell’ordine postbellico, soprattutto se il comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, emergerà come il principale mediatore di potere del Sudan.

Accesso al Mar Rosso: il Sudan confina con il Mar Rosso, un corridoio vitale per la sicurezza marittima e il commercio di Israele. Le conquiste territoriali delle RSF lo avvicinano alle rotte logistiche di Port Sudan e del Mar Rosso, offrendo a Israele un’influenza indiretta su una regione sempre più contesa dalle potenze del Golfo Persico e dai rivali globali.

Nexus Emirati Arabi Uniti-Israele-RSF: gli Emirati Arabi Uniti, principale sostenitore di RSF, sono anche uno dei più stretti alleati regionali di Israele. Il coordinamento dell’intelligence tra il Mossad e i servizi emiratini avrebbe facilitato il supporto segreto a RSF, comprese tattiche di guerra con droni e logistica sul campo di battaglia.

Calcolo della normalizzazione: Hemedti ha manifestato la sua disponibilità a finalizzare la normalizzazione del Sudan con Israele, un processo bloccato dal 2020. Anche il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante delle Forze Armate Saudite e leader sudanese riconosciuto a livello internazionale, ha espresso interesse per la normalizzazione, ma l’impegno di Israele si è orientato in modo più deciso verso Hemedti e le RSF. A differenza della leadership delle SAF, appesantita da rigide strutture di comando e da un retaggio di repressione, le RSF si presentano come flessibili e pragmatiche, nonostante il loro record di atrocità di massa.

Il ruolo degli Stati Uniti in Sudan

Nonostante la condanna di RSF, gli Stati Uniti hanno fatto ben poco per frenare i loro sponsor stranieri, principalmente Emirati Arabi Uniti e Israele. Questa contraddizione rivela una verità più profonda: la condanna di Washington potrebbe funzionare più come un gesto retorico che come una direttiva politica.

Gli Stati Uniti mantengono strette partnership strategiche sia con gli Emirati Arabi Uniti che con Israele, nonostante il loro coinvolgimento nell’ascesa di RSF. La normalizzazione del Sudan con Israele rimane un obiettivo di politica estera statunitense. Se RSF fosse l’unico attore disposto a finalizzare tale accordo, Washington potrebbe tollerare silenziosamente l’intervento del Mossad, anche se ciò comprometterebbe la sua stessa designazione di genocidio.

Il sostegno di Israele non è ufficiale e passa attraverso i canali dell’intelligence, il che offre a entrambe le parti una plausibile possibilità di negazione. Il risultato è una politica che segnala chiarezza morale ma consente ambiguità strategica: un segno distintivo della realpolitik in un decennio di guerre in continua proliferazione.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Sudan: l’impronta strategica del Mossad
Sudan: l’impronta strategica del Mossad

Gaza Marine: la grande guerra energetica

a cura della Redazione

14-11-2025

In un mondo in cui gli oleodotti si intersecano con le linee di fuoco, le risorse naturali non vengono più scoperte per lo sviluppo, ma per il controllo. L’oleodotto di Gaza Marine non fa eccezione; rappresenta un esempio lampante di come la geografia sia diventata uno strumento nella lotta imperialista per le risorse energetiche e di come il diritto internazionale sia diventato una merce di scambio in un gioco deciso dall’alto, non per il popolo.

Sin dalla scoperta del giacimento di gas di Gaza Marine nel 1999 al largo della Striscia di Gaza, questa risorsa palestinese è rimasta intrappolata in una zona grigia dal punto di vista legale e di sicurezza, ostaggio degli equilibri di potere tracciati da Israele e con la tacita approvazione delle istituzioni internazionali. Per oltre un quarto di secolo, non è stato estratto un solo metro cubo di gas da questo giacimento, mentre i giacimenti limitrofi in acque israeliane – come Tamar e Leviathan – producono, esportano e ridisegnano la mappa dell’influenza nel Mediterraneo orientale.

Gas come nuovo strumento coloniale

Ciò che sta accadendo con il giacimento di gas di Gaza non è una disputa tecnica sui diritti marittimi, ma piuttosto una nuova forma di colonialismo economico praticata sotto le mentite spoglie della “sicurezza regionale”. Israele non impedisce ai palestinesi di sviluppare il giacimento di gas perché ne contesta la proprietà, ma perché comprende che controllare le risorse energetiche significa controllare le stesse decisioni politiche palestinesi.

Ogni metro cubo di gas sotto il fondale marino di Gaza è un’ulteriore merce di scambio nelle mani dell’occupazione. Un’economia dipendente dall’energia, il cui destino è determinato dall’occupazione, non può essere politicamente indipendente. Per questo motivo, il rifiuto di Israele di progetti di sviluppo non è stata una mera decisione di sicurezza, ma parte di una strategia a lungo termine per mantenere Gaza in uno stato di dipendenza e privarla di qualsiasi fondamento per la sovranità economica. Si tratta di un “imperialismo morbido”, in cui gli aiuti umanitari, gli accordi commerciali e persino i progetti energetici diventano strumenti per gestire l’occupazione, non per porvi fine.

Il gas di Gaza sulla mappa energetica regionale

Il nuovo Medio Oriente si sta plasmando non solo con il sangue, ma anche con il gas. Dalle scoperte di Leviatano, Zohr e Afrodite, il Mediterraneo orientale è diventato uno dei più intensi scenari di competizione geopolitica al mondo. L’Europa, dopo aver perso l’accesso al gas russo dopo la guerra in Ucraina, è alla disperata ricerca di alternative vicine e sicure. Qui, la regione si sta ridefinendo: non è più solo un margine geografico tra Asia e Africa, ma un ponte vitale tra la sicurezza energetica europea e le mappe delle alleanze americane.

In questo contesto, Washington sta lavorando per costruire un “arco mediterraneo” che si estende dalla Grecia e Cipro fino a Israele, inteso come baluardo atlantico contro qualsiasi crescente influenza russa, cinese o turca. Al contrario, la Turchia si trova intrappolata in un’equazione in cui Ankara cerca di essere un attore decisivo, non subordinato.

Ma il gas palestinese – in particolare il giacimento di Gaza Marine – complica questa equazione. La Turchia, che cerca di ripristinare la sua presenza nel mondo arabo e islamico dopo anni di isolamento, vede questo giacimento come una duplice opportunità geopolitica: da un lato, è una questione umanitaria che le conferisce legittimità a intervenire a Gaza, e dall’altro, rappresenta una porta d’accesso alle equazioni del gas nel Mediterraneo orientale da cui è stata a lungo esclusa.

Ankara: tra ambizioni e vincoli

Dall’inizio dell’ultima guerra di Gaza, Ankara ha adottato una retorica infuocata contro Israele, ma le sue politiche sul campo sono apparse più caute. Pur avendo chiuso il suo spazio aereo agli aerei israeliani e annunciato un congelamento degli scambi commerciali, ha mantenuto canali diplomatici e di intelligence attraverso intermediari. Questo perché la Turchia sa che il suo ritorno nel cuore del Levante passa attraverso la porta palestinese, ma senza uno scontro diretto con Washington o Tel Aviv.

Oggi la Turchia si presenta come il “garante di fiducia” di Hamas e il mediatore capace di unire le fazioni palestinesi e l’Occidente, ma in fondo cerca qualcosa di più: affermarsi nel progetto di ricostruzione di Gaza e partecipare alla gestione delle sue risorse naturali, in particolare del gas offshore.

In questo contesto, sono trapelate informazioni secondo cui Ankara avrebbe offerto all’Autorità Nazionale Palestinese e ai suoi partner occidentali assistenza nello sviluppo del giacimento di gas di Gaza Marine attraverso società statali turche come BOTAŞ e TPAO, con il petrolio che sarebbe stato successivamente esportato in Europa attraverso la Turchia. Questa rotta, se realizzata, garantirebbe ad Ankara un duplice ruolo strategico: in primo luogo, come mediatore politico, e in secondo luogo, come canale per l’energia palestinese.

Ambizione ostacolata da tre limitazioni fondamentali

  • Restrizioni israeliane: Tel Aviv rifiuta qualsiasi sfruttamento del gas palestinese, a meno che non avvenga sotto la sua diretta supervisione o nel rispetto di rigidi accordi di sicurezza che garantiscano il suo continuo dominio sul mare e sui confini.
  • Limitazioni americane: gli Stati Uniti considerano qualsiasi espansione turca incontrollata una minaccia al loro ordine regionale. Vogliono un ruolo turco limitato che non alteri l’equilibrio di potere tra Il Cairo, Doha e Tel Aviv.
  • Vincoli strutturali: la Turchia stessa sta affrontando una crisi economica in peggioramento che le rende necessari investimenti occidentali, non avventure geopolitiche che potrebbero irritare Washington o l’Unione Europea.

Gaza Marine e la grande guerra energetica

Il conflitto sul gas di Gaza non è una questione locale, ma piuttosto parte di una “grande guerra energetica” che sta rimodellando l’ordine internazionale dopo la guerra in Ucraina e l’ascesa della Cina. Gli Stati Uniti stanno lavorando per rafforzare la loro presa sulle risorse di gas del Medio Oriente, garantendo all’Europa alternative sotto l’influenza occidentale. Da questa prospettiva, il giacimento di Gaza Marine diventa parte di un sistema di controllo, non di un sistema di salvezza.

Quando Israele impedisce ai palestinesi di estrarre il loro gas, non sta solo difendendo la propria sicurezza, ma anche l’equilibrio economico e strategico che serve all’intero Occidente. Permettere ai palestinesi di avere una fonte energetica indipendente, da una prospettiva coloniale, significherebbe aprire una breccia nel sistema di dominio decennale. Ecco perché i negoziati sul gas, come quelli sugli aiuti umanitari, vengono condotti sotto le mentite spoglie del “coordinamento per la sicurezza”, ovvero del doppio controllo.

La Turchia, consapevole di questo contesto, sta tentando un gioco pericoloso: si presenta come una potenza “musulmana umanitaria” a Gaza, mentre contemporaneamente parla il linguaggio degli interessi geopolitici di Ankara e Bruxelles. Questa duplicità non è nuova; è una caratteristica di ogni potenza regionale che cerca di operare in uno spazio in cui Washington detiene il controllo.

Gaza Marine specchio della difficile situazione palestinese

Dietro tutti questi conflitti, i palestinesi – i legittimi proprietari della terra e del mare – restano praticamente fuori dal quadro. Né l’Autorità Nazionale Palestinese possiede il potere politico per imporre lo sviluppo del giacimento, né Hamas ha la legittimità internazionale per gestirlo. Pertanto, Gaza Marine diventa un crudo riflesso della difficile situazione palestinese: le risorse ci sono, ma la sovranità è assente.

In effetti, il gas è diventato un nuovo strumento per consolidare la divisione: l’Autorità Nazionale Palestinese negozia attraverso canali ufficiali con il sostegno europeo, mentre Hamas preferisce la Turchia o il Qatar come porta d’accesso a questa questione. Il risultato è che il conflitto sul gas sta riproducendo il conflitto sulla legittimità, non il contrario.

Gaza Marine non solo disputa sulle risorse, ma lotta su chi ha il diritto di essere libero

Ripensando alla scena, il quadro diventa più chiaro: “Gaza Marine” non è una storia sul gas, ma sull’egemonia. È un capitolo di un libro più lungo su come le risorse del Terzo Mondo vengono gestite per servire gli interessi delle grandi potenze sotto la bandiera dello “sviluppo” o della “stabilità”.

Proprio come gli “aiuti umanitari” venivano utilizzati come strumento di infiltrazione, oggi i progetti energetici e portuali in Palestina vengono utilizzati per consolidare la dipendenza economica e politica. Ogni metro di condotta in mare corrisponde a una linea di influenza sulla terraferma.

In definitiva, il conflitto sul gas di Gaza potrebbe non essere solo una disputa sulle risorse, ma piuttosto una lotta su chi ha il diritto di essere libero. La ricchezza che non si traduce in indipendenza diventa un peso, e l’energia controllata dall’estero diventa un’arma contro il suo stesso popolo.

Così, il Gaza Marine resta testimone silenzioso di uno dei paradossi più evidenti del nostro tempo: trovarsi seduti su una fortuna in grado di salvarti dall’assedio… ma vedersi negato persino il diritto di scavare.

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Gaza Marine: la grande guerra energetica
Gaza Marine: la grande guerra energetica

PRIMA L’AMERICA O PRIMA ISRAELE?

di Alexander Dugin e il diario di Arktos

“Essere o non essere” di Trump

14 novembre 2025

Nel programma Escalation di Radio Sputnik, Alexander Dugin avverte che Trump ha tradito il suo progetto MAGA originale, abbandonando “America First” in favore di “Israel First” e minacciando nuove guerre che potrebbero sfuggire al controllo, aprendo così un abisso che solo Trump stesso può decidere di invertire.

Radio Sputnik, conduttore di Escalation: Vorrei iniziare con il tema degli Stati Uniti e scoprire cosa sta succedendo lì, perché di recente il capo del Pentagono Pete Hegseth ha dichiarato che la situazione nel mondo oggi è paragonabile a quella del 1939. Come ha detto lui, spera nel 1981. Tutti comprendiamo il significato di quegli anni: il 1939 segnò l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il 1981 fu un momento di tensione in cui avrebbero potuto davvero crearsi le condizioni per una Terza Guerra Mondiale e uno scontro nucleare. Ora non è chiaro: sono solo parole o sta parlando di un futuro inevitabile che attende tutti noi?

Alexander Dugin: Certo: negli ultimi giorni e settimane abbiamo assistito a un forte aumento del livello di escalation. Le nostre aspettative e le speranze di molte persone in tutto il mondo – che una politica conservatrice, la rivoluzione conservatrice di Trump, avrebbe davvero cambiato il corso degli eventi mondiali, che Trump avrebbe seguito le sue parole e le sue promesse agli elettori e si sarebbe concentrato sui problemi interni, abbandonando gli interventi in altre regioni – queste speranze sono andate in frantumi. Ahimè, quelle promesse, l’immagine di una nuova politica americana – la fine della Quarta Svolta e l’inizio della Prima, la fine dell’agonia dell’egemonia liberale, l’instaurazione di una nuova età dell’oro conservatrice – tutte cose su cui si era lavorato durante la campagna elettorale 2016-2018 dai più convinti sostenitori ideologici di Trump sono ora crollate.

Pertanto, il punto è che Trump, nonostante i cambiamenti nella retorica, è diventato sostanzialmente quasi indistinguibile in politica estera da Biden, dai globalisti. È la stessa egemonia, lo stesso desiderio di aggrapparsi al mondo unipolare, nonostante il fatto che, dopo il suo insediamento, Trump abbia compiuto diversi passi verso il riconoscimento di un mondo multipolare, abbia promesso di porre fine ai conflitti e alle guerre, di raggiungere un accordo con la Russia, di smettere di sostenere il regime terrorista di Kiev. Ma non è passato nemmeno un anno e di quel programma non rimane nulla – nemmeno lontanamente. E ora stiamo tornando alla linea che sarebbe esistita anche senza Trump: la linea dei Democratici, di Biden, forse di Kamala Harris, con un’escalation delle relazioni tra il mondo multipolare in ascesa – in cui la Russia gioca un ruolo centrale – e l’agonia del mondo unipolare, condannato e in caduta libera.

L’egemonia occidentale sta crollando, ma la domanda è questa: crollerà da sola in quell’abisso o trascinerà con sé tutta l’umanità?

A giudicare dagli ultimi, già cupi e apocalittici movimenti della politica americana sotto Trump e la sua macchina militare, il piano sembra essere questo: se l’egemonia occidentale sta per finire, allora lasciatela bruciare con una fiamma blu e distruggere tutto: niente per voi, niente per noi.

Presentatore: Posso chiedere di questo cambiamento nella politica di Trump? Fin dall’inizio, ha continuato a dire di voler rendere l’America di nuovo grande: questo è il suo slogan principale e la sua frase chiave. All’interno del Paese, sta ancora agendo duramente contro i migranti. Sta anche portando avanti quella guerra commerciale, che non tutti si aspettavano, ma molti presumevano potesse scoppiare. Dopotutto, Trump ha un approccio imprenditoriale. Sembra che non si sia davvero allontanato dal suo tema originale: continua a parlare di pace e sta cercando di raggiungere accordi di pace. Ma ora sembra che la dichiarazione di Pete Hegseth rifletta non tanto la politica di Trump, quanto una generale tendenza globale a scivolare verso una Terza Guerra Mondiale. Dopotutto, Hegseth ha sottolineato: i nostri principali concorrenti stanno sviluppando attivamente armamenti, dobbiamo fare lo stesso. Quindi, a quanto pare, stanno cercando di raggiungerci dopo le manifestazioni di “Poseidon” e “Burevestnik”. E la politica di Trump apparentemente non ha subito cambiamenti radicali: come in passato, mira a rendere l’America di nuovo grande e continua in quella direzione.

Alexander Dugin: Assolutamente no. Se esaminiamo attentamente come Trump intendeva rendere l’America di nuovo grande, uno degli obiettivi principali era concentrarsi sui problemi interni e smettere di interferire negli affari mondiali. In altre parole: lasciamo che gli altri brucino a modo loro: noi siamo grandi, e gli altri possono vivere come vogliono. Questo valeva per l’Europa, il Medio Oriente, la Russia: fai quello che vuoi. Se non minacci direttamente i nostri interessi nazionali, vai avanti. Questo era il principio fondamentale con cui l’America intendeva tornare grande, ed escludeva interventismo, escalation, corsa agli armamenti e così via.

Ma ora tutto si sta spostando verso i test nucleari, di cui parla Trump, verso l’aumento delle tensioni, il continuo finanziamento e armamento del regime terroristico ucraino. E già attraverso le parole di Hegseth e quelle dello stesso Trump, essenzialmente dopo aver rinominato il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra – che cos’è? – assistiamo a una politica estera aggressiva che non ha nulla a che fare con il MAGA, ovvero il piano originale.

Se parliamo di Terza Guerra Mondiale o di un conflitto globale, è ovvio: l’America si sta preparando a combattere contro di noi, specificamente contro di noi, non contro la Cina, con la quale ha stretto un accordo sui metalli rari e così via. La Cina è una potenza pragmatica, molto forte e importante per l’equilibrio mondiale, ma l’idea di una guerra con la Cina non è sul tavolo. Una guerra con la Russia è già in corso: dimostriamo la nostra forza e l’America intende rispondere specificamente a noi. Da qui i parallelismi con il 1939 – il periodo di tensione prima della Seconda Guerra Mondiale – e il 1981 sono evidenti: in questa Terza Guerra Mondiale, l’America combatterà contro di noi – una guerra tra potenze nucleari, da qui l’escalation nucleare.

Mi sembra che stiamo agendo con molta delicatezza. Da un lato, stiamo dimostrando le nostre capacità: “Poseidon”, “Burevestnik”. La decisione se condurre o meno test nucleari spetta al comandante supremo in capo: sono necessari i test o è sufficiente la dimostrazione di vettori nucleari? Se risponderemo agli americani con i nostri test nucleari è importante, ma non è questo il punto essenziale. Ci stiamo dirigendo verso un’escalation sempre più intensa.

Trump è imprevedibile, ma non troppo. Avendo deviato dalle sue promesse fondamentali di concentrarsi sull’America, sta cercando di fare qualsiasi cosa, ma, francamente, niente funziona. Ha promesso di incarcerare coloro che hanno cospirato contro di lui, tutti quelli della lista di Epstein, ma non è stato fatto nulla. Al massimo: sconfitte alle elezioni locali, che sono state un fallimento totale, e questo dopo l’uccisione di Kirk. E con grande difficoltà, nove mesi dopo, ha licenziato il capo della BBC che aveva partecipato alla falsificazione del suo discorso del 6 gennaio. Questa vittoria microscopica non può essere definita un vero successo. Un presidente che ha promesso una rivoluzione, di espellere i migranti, di incarcerare i corrotti, ma che ha perso completamente contro i Democratici dopo dimostrazioni di potere e ha solo licenziato il capo della BBC, sostituendolo con praticamente lo stesso tipo di persona, è un fallito.

Questo fallimento nella politica di Trump potrebbe, per inerzia del confronto, portarlo a trasformarlo in una guerra con noi. Interventi in Nigeria, Colombia, Venezuela: non sono ciò a cui i suoi elettori hanno aderito. E dicono: “Trump, idiota, vattene” – i suoi sostenitori, che non si sono presentati a votare dopo l’omicidio politico di una delle persone più vicine a Trump, Charlie Kirk, hanno scioccato l’America: i Democratici hanno ucciso un avversario e hanno vinto le elezioni. Ma perché ciò accadesse, la base di Trump, MAGA, ha dovuto metterlo da parte, e questo un anno prima delle elezioni di medio termine, quando la maggior parte delle elezioni sono regionali. Quello è stato il primo segnale che Trump ha mancato alle sue promesse e ha tradito il suo elettorato. Tutti questi atteggiamenti, il rumore delle armi e le minacce alla Russia, al finanziamento del regime di Kiev, dimostrano che Trump sta tradendo la sua linea. Questa non è la MAGA, il “Make America Great Again”, a cui i suoi elettori hanno aderito.

Questo è visibile tra i suoi sostenitori più brillanti: l’ondata di Tucker Carlson, Candace Owens e Steve Bannon regge ancora, ma con difficoltà; queste sono le figure principali che hanno sostenuto Trump, più Alex Jones; Nick Fuentes non è ancora stato menzionato. Questi sono i principali influencer, analisti politici e intellettuali che hanno costruito il sistema che ha sostenuto Trump – ha vinto grazie a loro. E grazie a Musk con i suoi 200 milioni di follower su X. E ora queste persone che hanno sostenuto MAGA, e sulle cui spalle Trump è arrivato alla Casa Bianca, si sono ritratte da lui. Questo è un suicidio politico. Trump appare come se avesse subito un crollo interiore o un ictus: un vecchio sfinito, incapace di agire in modo indipendente. Ha fallito in tutto. E ora è nelle mani di persone come il terrorista Lindsey Graham e i neoconservatori.

Il GOP – il Partito Repubblicano, crollato clamorosamente – non può offrire nulla agli elettori se non, come da tradizione neoconservatrice, addossare i problemi ai nemici esterni – ed è lì che stiamo andando. Siamo al nadir – il punto più buio – di Trump e del MAGA.

Ma ci stiamo comportando in modo impeccabile sostenendo la sua iniziativa conservatrice e tendendogli una mano di riavvicinamento. Russia, Putin e forse la Cina sotto Xi Jinping: questi sono gli unici veri potenziali alleati di Trump. E come ci tratta? Su chi scommette? Sui suoi nemici, su quelli del movimento “Never Trump”. Chi lo sostiene? Chi lo odia. E chi lo amava, gli era solidale e lo ha aiutato, ora è all’opposizione. Trump ha fallito tutto. C’è ancora una possibilità? Non lo so, ma la delusione è terribile.

Quando le cose sono ancora indifferenti, si può valutare un passo buono o uno cattivo e decidere se sostenerlo. Ma quando le persone hanno creduto, sono state ispirate e hanno proclamato che ora ci sarebbe stato un cambiamento, la fine del dominio, la fine dell’egemonia dello Stato profondo che stava distruggendo il Paese – tutti hanno investito anima e corpo in questo – e il primo giorno Trump ha promulgato leggi meravigliose, ha integrato tutto il buono nei programmi della prima settimana alla Casa Bianca; ha smantellato l’USAID…

Ma ora: fallimento totale. Ha preparato tutto nella prima settimana e poi è scivolato verso il basso. E continua a scivolare. Anchorage sembrava annunciare un’epifania: hai la Russia conservatrice, un mondo multipolare, trova un posto degno, anche il primo, nessuno lo contesterà. Ma no: ora abbiamo il tintinnio delle armi, l’escalation nucleare, le minacce ai veri alleati. Questa è una politica suicida. E, ahimè, non è solo suicida, ma omicida per l’umanità. Negli Stati Uniti si stanno sviluppando tendenze pessime.

Presentatore: Per quanto riguarda Venezuela, Colombia e Nigeria, sono Paesi ricchi di risorse. Comprendiamo perché gli Stati Uniti, incluso Donald Trump, si siano rivolti a loro. Lei dice che lo fa per risentimento. Quindi, se nulla ha funzionato per lui a livello nazionale, se i suoi rapporti con Russia e Cina non hanno funzionato, potrebbe benissimo fare questo passo e attaccare uno di quei Paesi, forse diversi, forse tutti e tre. Cosa ne pensa, è probabile?

Alexander Dugin: Sai, Trump ha già violato la sua promessa di fermare gli interventi in altre regioni – l’ha violata dopo i bombardamenti dell’Iran. Quando gli Stati Uniti hanno colpito gli impianti nucleari iraniani, è diventato chiaro: Trump non solo è capace di dire qualcosa di ripugnante, qualcosa di opposto alle sue stesse promesse, ma anche di mantenerlo. E la sua politica in Medio Oriente a sostegno di Netanyahu lo conferma.

In effetti, vediamo che Trump non solo dice cose detestabili, ma le compie anche: è capace di farlo. Pertanto, potrebbe attaccare uno di quei paesi – Nigeria, Venezuela, Colombia (forse tutti, forse nessuno – forse è un bluff) – dal momento che ha già dimostrato di non aderire ad alcuna logica di reale non intervento, e se qualcosa gli sembra opportuno, violerà i suoi principi? Non possiamo contare sul fatto che questa sia una semplice fanfaronata. Se l’ha già fatto una volta e non era una fanfaronata, allora potrebbe succedere una seconda o una terza volta. Il Premio Nobel per la Pace che avrebbe dovuto andare a Trump è stato dato a qualche porco venezuelano, una donna in stile Soros che invocava il rovesciamento del suo stesso Stato e lo consegnava all’America. Si è scoperto che tra i concorrenti per il premio per la pace, Trump non era il primo, forse il secondo o il terzo. Ha fallito tutto: sia nel processo di pace che nel flirtare con i globalisti. Certo, ora potrebbe fare qualsiasi cosa. La flotta statunitense è concentrata al largo delle coste del Venezuela e potrebbe colpire da un momento all’altro, oppure no. Vive in un mondo illusorio in cui si immagina ancora un pacificatore. Per chi? È un giocattolo nelle mani dei più terribili guerrafondai. È solo un giocattolo, uno strumento.

Ma è particolarmente amaro per coloro che credevano sinceramente nel MAGA. Immaginate la disperazione dei suoi sostenitori, che seguo da vicino: persone che hanno fatto l’impossibile per eleggerlo, che si sentono ingannate e tradite, e possono oscillare dall’entusiasmo all’altro campo, il che è dannoso, perché i nemici di Trump sono anche peggiori. Questa è l’essenza: una scelta tra il male e il peggio. Non c’è niente di buono, sebbene Trump abbia promesso il bene. Ma ancora una volta, la scelta è solo tra i volti del male. Questo scoraggia ed esaurisce l’energia interiore degli occidentali. Ora è uno spettacolo spiacevole con ombre semisane e relitti addormentati di un tempo grandi uomini d’affari: una visione pietosa.

Il crepuscolo dell’Occidente, la fine predetta da Spengler: questo è ciò che stiamo osservando, incarnato nel crollo di Trump. Voleva riportare l’America alla grandezza della civiltà – principi, tradizioni, famiglie cristiane – ma ha fallito ed è sprofondato in uno scenario disgustoso. Questo non è semplicemente spaventoso, è amaro. C’erano tutte le possibilità, la gente ha votato, una rinascita era all’orizzonte. Hanno creduto in lui e lo hanno sostenuto con grande speranza, ed è riuscito a profanare tutto – così brutto e così sporco. Ora è come uno zombie: non assonnato come Biden, ma aggressivo con crisi – ancora una volta, i neoconservatori, la politica aggressiva, la minaccia alla pace. La stessa egemonia americana morente di prima, con lo stesso stato profondo e gli stessi strumenti. E i democratici, rinfrancati, inizieranno a spremere Trump ideologicamente con il woke, i diritti delle minoranze e così via. Questa è una situazione estremamente grave. E Trump se la sta prendendo con tutta l’umanità.

Presentatore: Vorrei continuare la nostra conversazione su Donald Trump e chiedere: quando è stato esattamente il momento in cui Trump ha perso la strada, si è arreso o si è davvero allontanato dal MAGA? Non molto tempo fa, abbiamo notato che ha fatto molte cose utili, ha cercato di muoversi verso la pace con la Russia, ha fatto pressione su Zelensky in certi momenti. Non ha funzionato. Alla fine ha abbandonato il percorso; ora rilascia a malapena dichiarazioni, solo che per ora devono continuare a combattere. È come se stesse temporeggiando, facendo di testa sua, vedendo opportunità per impossessarsi delle risorse – in Venezuela, in Nigeria – etichettando alcuni come trafficanti di droga, altri come assassini di cristiani, e decidendo di intervenire appropriandosi delle risorse di quei paesi. Quindi, quando è stato il momento in cui Trump era sulla strada giusta e poi ha cambiato idea?

Alexander Dugin: Sai, di solito guardiamo la cosa dalla nostra prospettiva, ed è naturale: siamo interessati al nostro Paese, alla nostra vittoria, alla nostra sovranità, ai nostri interessi. Ed è giusto così.

Ma osservo attentamente la situazione anche attraverso gli occhi dei sostenitori di Trump: partecipo costantemente a discussioni su varie piattaforme in cui i miei testi vengono tradotti e i loro; in altre parole, conosco entrambe le prospettive: la nostra è più o meno chiara, la loro molto meno.

Quindi, quando cerco di individuare il momento in cui Trump si è allontanato dalla sua traiettoria principale MAGA, lo riconosco, stranamente, al fattore Israele. Tutto è iniziato da lì, ed è su questo tema che le aspettative dei sostenitori di Trump sono crollate. Nella sua prima settimana, si è mosso almeno in modo piuttosto coerente: sì, ha sostenuto Netanyahu come leader conservatore, tutto entro i limiti; ma poi, contrariamente alle sue promesse, si è impegnato attivamente in un sostegno aggressivo alla politica israeliana a Gaza, sostenendo di fatto il genocidio della popolazione locale, che ha pienamente appoggiato. Dal punto di vista dei suoi sostenitori, avrebbe dovuto rimanere al di fuori della mischia, sostenendo entrambe le parti in una certa misura, ma senza entrare nel conflitto, senza incoraggiare un attacco israeliano al Libano o a Hezbollah, e tanto meno trascinare gli Stati Uniti in una guerra diretta con l’Iran o bombardare le strutture nucleari pacifiche dell’Iran. Questa è stata una violazione di tutte le norme, di tutte le promesse. I suoi sostenitori affermano: quindi, a quanto pare non è America First, ma Israel First: Israele è più importante dell’America nella nostra politica.

E poi si è scatenata un’enorme ondata di resistenza: una lobby israeliana molto potente è emersa in America: l’ADL (Anti-Defamation League) e l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), un gruppo di destra orientato a Netanyahu. Questa lobby, che aveva operato più o meno legalmente, si è improvvisamente rivoltata contro i sostenitori di Trump, che avevano osato, a loro avviso, metterla in discussione. La domanda è diventata: “Prima l’America o prima Israele?”

Si è verificato un crollo profondo: milioni – decine, forse centinaia di milioni – hanno improvvisamente detto “dobbiamo scegliere” e hanno affrontato Trump su questo tema. Trump ha di fatto evitato di rispondere, e i suoi sostenitori si sono divisi tra America First e Israel First. Certo, i sostenitori di Israel First erano una minoranza tra le grandi masse, ma erano la minoranza che controllava i flussi finanziari, come Adelson, e i flussi di notizie politiche. Era proprio questa lobby, che in origine era un fenomeno culturale: perché non sostenere Israele? Moltissime persone che ora assumono posizioni fortemente antisioniste erano un tempo sostenitori di Netanyahu e di Israele. Per loro, questa è diventata una questione di principio.

Ora esiste un movimento chiamato Groypers, i giovani conservatori MAGA. Sono centinaia di migliaia. Sostengono Fuentes e Charlie Kirk. Partecipano a qualsiasi evento pubblico di trumpisti o repubblicani e pongono la stessa domanda, a ogni raduno. Sono moltissimi e non si può tenerli lontani dal microfono; sono numeri enormi, è impossibile escluderli, dato che sono solo giovani americani, e chiedono: “Rispondi a una domanda: sei Israel First o America First?”

E così Ted Cruz, Glenn Beck e le figure dell’establishment crollano: se dicono “America First” e non “Israel First”, rischiano di perdere finanziamenti ed essere ostracizzati dall’onnipotente lobby israeliana, che ora appare come un’usurpatrice del potere politico, finanziario, ideologico e informativo in America; se dicono “Israel First”, perdono il sostegno elettorale di base. Crollano, diventano isterici. Alcuni reagiscono, i più coerenti dicono: bandiamoli, distruggiamoli. Poi il New York Times pubblica una vignetta di copertina: Tucker Carlson siede con Nick Fuentes, un leader dei Groyper e membro del KKK, apparentemente raffigurando la normalizzazione del nazionalismo estremo, del razzismo, del fascismo, ecc. Nel frattempo, gli articoli affermano che il 70% dei Democratici considera Trump un fascista. Quindi chi sia il fascista è quasi impossibile dirlo ora. Ma la domanda su Israele è molto concreta: America First o Israel First.

Il secondo momento fondamentale è stato quando Trump si è rifiutato di pubblicare le liste di Epstein. Epstein e la sua assistente Ghislaine Maxwell – ancora in carcere per traffico di esseri umani – erano coinvolti nell’orribile traffico di bambini per orge d’élite; Epstein si sarebbe impiccato in prigione (ma ora molti insistono sul fatto che sia stato assassinato) ed era legato al Mossad. Ghislaine Maxwell è la figlia di un residente del Mossad negli Stati Uniti. Di nuovo, Israele, di nuovo Israele prima di tutto. Trump, invece di pubblicare quelle liste come promesso, ha improvvisamente detto: “No no, non c’entro niente; non ci sono liste”, e chiunque le richieda è suo nemico. Questo è stato il secondo inganno fondamentale e la deviazione dalle posizioni iniziali – ed eccola di nuovo: Israele.

Netanyahu ha persino dichiarato che un’ondata critica di antisemitismo sta crescendo in America e ha suggerito di acquistare TikTok per le forze filo-israeliane e di avviare lì propaganda pro-Israele. Israele sta reagendo, comprendendo che questo fenomeno è grave: altrimenti Netanyahu si prenderebbe la briga di affrontarlo? Quindi, l’America è divisa su questo tema. È interessante notare che tra la sinistra e i Democratici la situazione è la stessa. Mamdani, eletto sindaco di New York, democratico, è un duro oppositore di Israele e di Netanyahu. Afferma che Netanyahu verrebbe arrestato se mettesse piede a New York. A quanto pare, le reti di Soros operano secondo un principio diverso: non giustizia e democrazia, ma odio per una linea sovrana; sono anche contrari a una linea sovrana così estrema, anzi razzista e omicida, come quella di Netanyahu.

Quindi, si scopre che la società americana è divisa sulla questione ebraica, sul fattore israeliano, su entrambi gli schieramenti politici: i Repubblicani sono divisi, i Democratici sono divisi, e lo stallo tra Democratici e Repubblicani continua. Ma tutto questo è collegato esclusivamente al fatto che Trump ha deviato dalle promesse fatte alla sua base, tradendola su due questioni fondamentali: il non intervento e l’America First. Di fatto, si comporta come se Israele fosse primario e l’America secondaria. I suoi sostenitori affermano: questo è lo Stato Profondo al comando, queste sono le forze che hanno guidato e facilitato il conflitto ucraino-russo. Sono esattamente gli stessi circoli sionisti, neoconservatori di estrema destra come Victoria Nuland e i neoconservatori che la circondano, che hanno creato questa guerra, e Trump non la ferma; non ferma nulla di ciò che ha promesso, e sta creando nuovi precedenti, nuovi fronti, nuovi obiettivi di aggressione. E per tutto questo, penso che presto metà della popolazione americana, se si considerano metà dei repubblicani e metà dei democratici, se non di più, darà la colpa di tutto solo a Israele e alla sua lobby.

E ora, in difesa degli interessi di Israele, questa lobby è entrata davvero in gioco. Molti pensavano che si trattasse di una teoria del complotto, che non esistesse nulla del genere. Ma ci sono persone, alcuni gruppi etnici, che si registrano al Congresso, diventano persino agenti stranieri e in qualche modo operano legalmente, promuovono interessi, stabiliscono incontri, contatti, fanno lobbying – ecco, è tutto lì. Ma ora è qualcosa di completamente diverso: si scopre che il potere in America non appartiene effettivamente agli americani. E questo è stato scoperto da quegli americani che, fino a poco tempo fa, sostenevano Israele, credendolo uno stato amico dell’America, uno stato che si schiera con l’Occidente. I conservatori americani hanno un atteggiamento piuttosto negativo nei confronti dei musulmani, e anche Netanyahu ce l’ha.

Quindi, ecco cosa è importante: questo tsunami anti-israeliano che si è scatenato in America non è collegato a circoli antisemiti marginali. Esistevano in America, ma probabilmente contavano centinaia, forse migliaia di persone. Era un fenomeno marginale che non aveva alcun impatto su nessuno. Beh, in un modo o nell’altro, pensavano che l’America fosse tollerante. Ma ora coinvolge milioni di persone, inclusi importanti influencer. Il Candace Owens Show, che maledice Israele dalla mattina alla sera e vede quel paese e la lobby israeliana come le principali minacce per gli Stati Uniti, è essenzialmente una questione di perdita di sovranità per questo piccolo, aggressivo e selvaggio paese, con i suoi presupposti ideologici, la sua società. E ora, il Candace Owens Show è il numero uno tra tutti i possibili spettacoli nell’anglosfera, il che è senza precedenti. Cioè, aveva un programma popolare, e ha sicuramente guadagnato molto rivelando il vero genere di Brigitte Macron, convincendo tutti che fosse un uomo – beh, queste sono espedienti giornalistici, certo, ma la sua posizione su Israele. E poi ci sono Tucker Carlson, Alex Jones e persino Steve Bannon, che fino a un certo punto è stato generalmente fedele a Netanyahu, che afferma che in Palestina abbiamo bisogno di una soluzione a tre stati, non a due. Cosa significa? Significa che non basta riconoscere uno stato ebraico, uno stato islamico e uno stato palestinese; dobbiamo anche riconoscere un terzo stato, quello cristiano – questi sono i nostri luoghi santi, dice Bannon. E di conseguenza, nega alla lobby israeliana il diritto di governare gli Stati Uniti.

I sostenitori di Israele, gli ex sostenitori di Trump, ora, salvo rare eccezioni, si sono semplicemente rivoltati contro di lui – proprio su questa questione fondamentale. E da questo momento in poi, Trump non ha più risposto. È a un passo dal condannare definitivamente i suoi sostenitori: li inveisce contro, li intimidisce, li abbandona, e così facendo sta perdendo sempre più consensi tra ampi strati della popolazione. Ma la questione delle posizioni su Israele sta passando dall’essere completamente secondaria a diventare primaria. Probabilmente è semplicemente impossibile discutere di politica in America in questo momento senza toccare questo argomento. La Russia, in questo caso, sembra secondaria – in un certo senso, si tratta di un tentativo di spostare la questione da una mente malata a una sana, e di distrarre dalla crescita incontrollata del sentimento anti-israeliano negli Stati Uniti. Forse si sta strumentalizzando l’immagine di una guerra con la Russia e di alcuni nuovi interventi. Questa è la domanda fondamentale. Ed è questa la domanda: è vero o no?

Ma se l’America non ha sovranità, cosa a cui Trump era contrario, e se ora è chiaro alla maggioranza dei suoi sostenitori – milioni di repubblicani e milioni di conservatori che hanno scoperto che tutto questo è opera della lobby israeliana, che ha i suoi indirizzi, la sua gente, i suoi portavoce, e tutto questo è diventato così esasperato e smascherato – allora questi sono i prerequisiti per una frattura interna molto seria. Questa viene sfruttata dai democratici, che sono anche divisi su questa questione. Bernie Sanders, ad esempio, o Mamdani – democratici di sinistra – sono categoricamente contrari a Israele, contrari al sostegno a Israele. È come se i sostenitori repubblicani del MAGA di destra e i sostenitori democratici di estrema sinistra stessero convergendo, e questo non si basa su principi ideologici astratti – non è tipico della società americana. Ma qui abbiamo un caso concreto, un precedente, un modello di pensiero completamente anglosassone: c’è un tentativo di usurpazione, un tentativo di dirottare la sovranità americana da parte di una certa setta geopolitica, religiosa ed escatologica, che ha esteso la sua influenza anche ai cristiani, i cosiddetti sionisti cristiani, spiegando ai cristiani americani, già piuttosto deboli di mente, che il compito del cristiano è ora la salvezza di Israele e dell’ebraismo. C’è un rifiuto totale del cristianesimo. Eppure, nonostante questo, ai cristiani americani dalla mentalità ristretta viene imposta l’idea che il compito principale sia quello di essere per l’ebraismo, che l’obiettivo principale di un cristiano sia essere, fondamentalmente, un ebreo, o qualcosa del genere. Questo è il sionismo cristiano. Tutto questo sta lavorando per qualcuno. E alcuni dicono: ascolta, questo non ha nulla a che fare con il cristianesimo.

E ora il fattore israeliano è diventato il centro dell’attenzione in America. È forse l’unico Paese in cui la questione dei rapporti non solo con Israele, ma anche con gli ebrei, ha raggiunto un punto tale che Tucker Carlson e gli ambienti più radicali sono costretti a sottolineare che sua moglie è ebrea. Non si tratta più di un fenomeno marginale: si tratta di un autentico, massiccio, antisemitismo, antigiudaismo e giudeofobia che coinvolge milioni di persone.

Pertanto, proprio questo fattore potrebbe diventare l’ostacolo per Trump, quello che avrebbe potuto farlo inciampare e rovinare la sua carriera politica. Nessuno se lo aspettava. Nel suo primo mandato, la questione israeliana era secondaria e, fino a poco tempo fa, gli americani sapevano generalmente che c’era un’influente lobby israeliana, molti ebrei in politica e persone di talento in economia. Tutto ciò veniva visto con calma, persino favorevolmente.

Ma quello che sta succedendo ora non è mai accaduto nella storia degli Stati Uniti. È un’enorme ondata sociale, uno tsunami: ogni giorno viene rivelato un nuovo fatto sull’influenza israeliana, una nuova cospirazione. E Israele stesso, a mio avviso, sta agendo in modo del tutto irrazionale: bruscamente, sconsideratamente, cercando di cancellare chiunque osi opporsi. E in risposta, si sentono dire: quindi avete creato la cultura della cancellazione; voi, la lobby israeliana, ne siete i principali artefici. Così, otteniamo una convergenza: critica e apologetica lavorano all’unisono, non facendo altro che approfondire la frattura nella cultura americana e indebolire le politiche di Trump. Questa è l’essenza della questione.

Presentatore: Vorrei chiedere: visti tutti gli errori commessi da Trump e che lo hanno allontanato dal MAGA, cosa deve fare ora per rimettersi in carreggiata? Non lo so: chiamare Vladimir Vladimirovich domani? Organizzare un incontro a Budapest? Smettere di sostenere Netanyahu? Qualcos’altro? Quali passi concreti dovrebbe intraprendere affinché si possa iniziare a parlare di Trump in modo diverso?

Alexander Dugin: Ha ragione: passi simbolici verso il riconoscimento di un mondo multipolare sarebbero significativi. Ciò significa migliorare effettivamente le relazioni con noi, non solo a parole, e contribuire attivamente a porre fine al conflitto ucraino, ma alle nostre condizioni. Altrimenti non accadrà nulla: si può sopravvivere alla sconfitta dell’Ucraina, ma con la sconfitta della Russia, l’umanità potrebbe scomparire. Abbiamo già dimostrato a sufficienza le nostre capacità con i Poseidon, i Burevestnik e tutto il resto.

Quindi sì, dovrebbe perseguire una politica completamente diversa nei confronti di Netanyahu e del Medio Oriente e, naturalmente, rinunciare agli interventi. Questi sarebbero seri segnali di un’inversione di tendenza e di un ritorno al MAGA. Dovrebbe anche riconsiderare la lista di Epstein, pubblicarla e punire coloro che hanno partecipato a orge pedofile e violenze contro i minori. Questo deve essere affrontato, altrimenti l’autorità morale del potere americano e la sua credibilità personale scenderanno al di sotto di una soglia critica. Dovrebbe prendere le distanze dai neoconservatori, da terroristi come Lindsey Graham o Mark Levin e altri che spingono per nuove avventure. Penso anche che debba cambiare maschera e invitare tutti i suoi oppositori del MAGA a un incontro: il Trump pragmatico, il Trump orientato agli accordi, è perfettamente in grado di farlo; fa parte della sua psicologia.

Sarebbe almeno un sollievo e una speranza, ma deve essere sistematico, perché il MAGA era un sistema. Lui si è ritirato da quel sistema. Non dovrebbe accontentare solo alcuni segmenti dei suoi sostenitori; deve tornare al progetto MAGA nel suo complesso. Può farlo? Teoricamente sì: ha dimostrato di poter cambiare rotta di 180 gradi. Ma ora avrebbe bisogno di quasi un’inversione di rotta di 180 gradi, il che sarebbe sorprendente. È possibile, ma onestamente non vedo segnali che stia pianificando di farlo.

Ma bisogna farlo sistematicamente: non potete farci amicizia continuando a sostenere Netanyahu, intervenendo in Venezuela e coltivando la vostra lobby sionista. È impossibile. Bisogna fare tutto subito: tornare al progetto MAGA.

Trump può farlo? Sì.

È probabile? Credo di no.

PRIMA L'AMERICA O PRIMA ISRAELE?
PRIMA L’AMERICA O PRIMA ISRAELE?

Perché la sopravvivenza della Nato richiede una guerra infinita alla Russia

di Giacomo Gabellini

13/11/2025

Dietro la retorica ufficiale su “valori” e “sicurezza collettiva”, si sta costruendo un quadro in cui la guerra rischia di diventare una condizione permanente, mostrando perché la sopravvivenza della Nato sembra legarsi sempre più a un conflitto infinito con la Russia.

In un’intervista al «Guardian», l’ex segretario generale della Nato Rasmussen ha invocato il dispiegamento immediato di truppe Nato a ridosso del fronte. «Se non attueremo cambiamenti radicali nella strategia, ci troveremo di fronte a una guerra senza fine». Putin non ha alcun incentivo a impegnarsi in negoziati di pace finché pensa di poter vincere sul campo di battaglia. Sono necessari cambiamenti di ritmo e di mentalità», ha dichiarato Rasmussen.

La sopravvivenza della Nato sul fronte di Pokrovsk e Zaporizhzhia

L’esortazione nasce dalla difficile situazione che gli ucraini stanno affrontando sul campo di battaglia. Completato l’accerchiamento delle truppe ucraine a Pokrovsk, le forze armate russe si preparano ad avviare le operazioni di rastrellamento nel settore e conseguono ragguardevoli progressi nell’oblast’ di Zaporižžja. Qui, scrive l’analista tedesco Julian Röpcke a commento di una mappa realizzata dagli ucraini di Deep State, si registrano «sviluppi negativi a nord di Hulyaypole. Dopo la caduta di Uspenivka, non sembrano esserci più posizioni difensive né truppe ucraine in grado di rallentare l’avanzata russa. Le forze d’invasione hanno percorso 8 km in due giorni senza mostrare segno di cedimento».

La sopravvivenza della Nato e la guerra alle infrastrutture ucraine

Nel frattempo, la compagnia energetica ucraina Centrenergo denuncia «il più massiccio attacco alle nostre centrali termoelettriche dall’inizio dell’invasione su vasta scala. Un numero senza precedenti di missili e innumerevoli droni – diversi al minuto – hanno preso di mira le stesse centrali termoelettriche che avevamo ripristinato dopo il devastante attacco del 2024 […]. È passato meno di un mese dall’attacco precedente, e stanotte il nemico ha attaccato simultaneamente l’intera produzione di energia dell’Ucraina. Le centrali sono in fiamme. Attualmente, la produzione di energia è ridotta a zero. Zero! Abbiamo perso ciò che stavamo ricostruendo. Completamente!».

Il quotidiano ucraino «Defense Express», in aggiunta, evidenzia che la base produttiva nazionale per la fabbricazione di missili è droni è irreparabilmente compromessa, a causa degli attacchi aerei russi contro laboratori e infrastrutture per la produzione di carburante per missili. Fonti ucraine sostengono che gli attacchi russi si sono concentrati soprattutto contro lo stabilimento di Pavlograd,  coinvolto nell’assemblaggio dei missili Neptune e Grom-2 nonché l’unico complesso a fornire carburante per i programmi missilistici ucraini, finanziati dalla Germania e sostenuti de facto dalla rete Nato.

La sopravvivenza della Nato e il logoramento (e la corruzione) interno dell’Ucraina

Sul versante interno, si registra l’ennesimo caso di corruzione, che ha visto Timur Mindich, ex socio e stretto collaboratore del presidente Zelensky, fuggire dal Paese poche ore prima che le forze di polizia perquisissero i suoi appartamenti e uffici.

Sullo sfondo, il ministro della Difesa Belousov ha richiamato l’attenzione del presidente Putin sul possibile schieramento, da parte di Washington, di sistemi missilistici a medio raggio in Europa e nella regione Asia-Pacifico. Più specificamente, Belousov ha espresso la convinzione che gli Stati Uniti intendano rendere operativo il missile ipersonico Dark Eagle entro la fine di quest’anno e schierarlo in Germania l’anno prossimo, da dove potrebbe colpire obiettivi nella Russia centrale nell’arco di sei-sette minuti.

A Mosca è forte il timore che, da provvisorio (come previsto dagli accordi in essere), il dispiegamento del sistema missilistico diventi permanente, come è già avvenuto con i Typhon nelle Filippine. In risposta a queste minacce, la Russia ha sospeso la moratoria sul dispiegamento di missili a medio e corto raggio, dopo aver testato con successo il missile Burevestnik e il drone sottomarino Poseidon. Un messaggio inequivocabile, che il leader del Cremlino ha inteso inviare alla Nato.

La Polonia, pilastro della Nato e fondamentale snodo logistico e centro di coordinamento del sostegno a beneficio di Kiev, manifesta invece palesi segni di inquietudine. Lo rivela «Bloomberg», sottolineando i risultati di un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca di Varsavia Cbos da cui emerge un calo della disponibilità della popolazione locale ad accogliere rifugiati ucraini dal 94 al 48% tra il marzo 2022 e l’ottobre 2025. Un grosso problema per la Nato.

In definitiva, la sopravvivenza della Nato sembra dipendere sempre più dal mantenimento di una guerra infinita alla Russia, con costi crescenti per l’Ucraina e per l’intera Europa.

Tratto da: Il Contesto

Perché la sopravvivenza della Nato richiede una guerra infinita alla Russia
Perché la sopravvivenza della Nato richiede una guerra infinita alla Russia
Perché la sopravvivenza della Nato richiede una guerra infinita alla Russia

DIO ALTISSIMO VALORIZZA LE NOSTRE CAPACITA’

a cura di Etna da Roma

Dice il Corano:

“Allah non grava nessuna anima se non con ciò che è nelle sue capacità. Ciò che ognuno avrà guadagnato sarà a suo favore e ciò che avrà demeritato sarà a suo danno.”

Perciò il credente chiede:

“O Signore nostro non ci punire se dimentichiamo o sbagliamo. O Signore nostro non ci imporre compiti troppo pesanti come a coloro che vennero prima di noi. O Signore nostro non gravarci con ciò che non sopportiamo.. Ma assolvici, perdonaci, e abbi misericordia di noi. Tu sei il nostro Patrono, sostienici dunque contro i miscredenti.”

( Corano, II – 286 )

DIO ALTISSIMO VALORIZZA LE NOSTRE CAPACITA'
DIO ALTISSIMO VALORIZZA LE NOSTRE CAPACITA’