La libertà di parola non può e non deve mai passare per i roghi dei libri.
Non ti piace l’Islam? Invece di bruciare il Corano, ne contesti il contenuto. Questa libertà di contestare il contenuto del Corano come della Bibbia come di Das Kapital o dei discorsi del presidente della Repubblica o della cosiddetta “scienza” che oggi è imposta come una religione va assolutamente preservata. E quello che vale per il Corano vale, dall’altra parte, per I versi satanici e il suo autore Salman Rushdie. Su questo punto ritengo che la libertà di parola debba essere totale. Tanto la verità è un leone e sa benissimo difendersi da sola, scriveva Sant’Agostino.
Nell’oscuro Medioevo Pietro il Venerabile, nono abate di Cluny, era preoccupato per l’avanzata dell’Islam. Riteneva che “l’eresia maomettana” andasse combattuta. “E questo significa: scrivere”.
Cosa ti fa Pietro il Venerabile: fa tradurre il Corano in latino, servendosi anche dell’opera di un traduttore musulmano oltre che dei suoi monaci.
Questo in foto è il Libro della Scala di Maometto, che racconta il famoso Viaggio Notturno del Profeta che fu tra le fonti di Dante. Paradosso: di questo testo oggi esiste solo la versione latina, l’originale arabo è andato perduto: fu re Alfonso X di Castiglia a farlo tradurre dal medico ebreo Abraham Alfaquim e da Bonaventura da Siena “affinché si conoscano le bestemmie di Maometto contro Cristo”.
Ora se vuoi contestare, e devi essere libero di farlo, devi conoscere e non bruciare. Bruciare è roba da nazisti o da talebani. Nel Medioevo si intavolavano discussioni. Oggi si brucia
In libreria io ho anche il Capitale di Marx e il Mein Kampf. Bruciare o proibire è invece l’anticamera del totalitarismo che si fonda sempre sul terrore dell’ “altro da me”. Arrivando a volte a risultati grotteschi, come il veto cinese su Winnie the Pooh per dei meme in cui era accostato a Xi.
Il Buddhismo nel periodo Tokugawa ha caratteristiche molto distanti da quello di epoca medievale, tempo nel quale aveva conosciuto la sua massima fioritura, tanto da essere definita “l’età d’oro del Buddhismo”. La causa di ciò non era solo rintracciabile nella particolare spinta innovatrice in campo dottrinale, ma anche dalla presenza di figure eminenti che hanno fortemente sostenuto tale pensiero. La posizione del Buddhismo nel tessuto sociale era tanto capillare da essere espressione di un’ideologia politica, ancor prima che spirituale.
Non può dirsi lo stesso per il Buddhismo nel periodo Tokugawa, considerata un’età di “degenerazione”, cosa che ha portato gli studiosi a concentrarvisi poco.
Confucianesimo e Buddhismo nel periodo Tokugawa
Il più rilevante cambiamento intellettuale di epoca Tokugawa è la nuova attenzione per il Confucianesimo, che ben si prestava alle rinnovate esigenze dello shogunato. In altre parole, il Confucianesimo andò di pari passo con la formazione del bakuhan (幕藩), il nuovo ordinamento sociale e politico. Esso, con la sua attenzione per le questioni politiche e sociali, conveniva perfettamente agli interessi dei governanti Tokugawa, che dovettero affrontare il grave problema di ristabilire l’ordine sociale dopo i disordini militari degli anni precedenti. Il Confucianesimo soddisfaceva le esigenze dell’uomo del tempo, offrendogli una nuova filosofia e soprattutto, una nuova cosmologia. Esso affermava, infatti, che dietro l’universo vi è la “ragione” che agisce all’interno della “materia”. Anche dietro la società vi è un ordine, per giunta, morale. Lo studio dei principi fondamentali che conducono al “sapere” poteva mettere in contatto l’uomo con l’essenza di questo ordine morale, facilitata dalla funzione di governo che auspicava al suo raggiungimento.
In quest’opera di razionalizzazione, divenne evidente che il Buddhismo nel periodo Tokugawa rispondeva a questa esigenza politica solo in parte, mentre il Confucianesimo meglio poteva incarnare gli ideali di lealtà, ordine sociale e familiare perché essi stessi erano espressione di una gerarchia, di un’ortodossia intellettuale.
Repressione del Cristianesimo
Con il governo militare di Ieyasu Tokugawa, la regolamentazione delle istituzioni religiose fu demandata ad un istituto specifico. Si stabilì che ci sarebbe stato un tempio buddhista principale che avrebbe esercitato il proprio controllo sui templi minori, in un assetto piramidale conforme al complesso sistema amministrativo del tempo. Durante lo shogunato di Ieyasu, il Buddhismo divenne il contraltare del Cristianesimo, considerato eresia, avviando una vera e propria politica anticristiana. Per evitarne la diffusione istituì il cosiddetto “registro degli affiliati religiosi”: ogni singola famiglia era affidata ad un monastero locale e il capofamiglia doveva dimostrare, prendendo parte a rituali e cerimonie religiose, di non aver subito alcuna contaminazione spirituale. È da ricordare anche l’esecuzione di massa che costò la vita a 120 missionari nel 1622, al di là delle torture perpetrate nei confronti di coloro che erano sospettati di essersi volti al culto cristiano.
“Bene, Bello e Vero sono tre realtà indissolubili: ciò che è Vero necessariamente incarna il Bene attraverso la forma della Bellezza. La Bellezza e la forma del Bene che, ordinando la materia “caotica” , ne ottiene un oggetto: il vero. Dunque: tutto ciò che non fosse bene sarebbe simultaneamente non bello e non vero…”
“I signori del Leviatano sono superuomini, tutti gli altri sono sotto-uomini: se il Leviatano si affermasse, eliminerebbe religione e sapere, poiché esse permettono all’uomo di realizzarsi, cosa che il superuomo non tollera. Se dunque le religioni non sono eccezionalmente stupide, dovranno convivere senza relativismo, né sincretismo, per impedire al Leviatano di fonderle in un’unica realtà insignificante o di trarre vantaggio dai loro conflitti. Allora sì che, valorizzando la libertà personale e la morale naturale della vera amicizia, potrebbero rappresentare la grande resistenza spirituale dell’umanità al suicidio indotto dal Leviatano”. (Philosophie de la guerre (ed. Economica), Henri Hude).
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Carminati : E’ la teoria del mondo di mezzo compà. ….ci stanno… come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo.
Brugia: embhè.. certo..
Carminati: e allora….e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello… come è possibile che ne so che un domani io posso stare a cena con Berlusconi..
Brugia: certo… certo…
Carminati: cazzo è impossibile.. capito come idea?. . .è quella che il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra. . cioè.. hai capito?… allora le persone.. le persone di un certo tipo… di qualunque. di qualunque cosa… .si incontrano tutti là. . .
Brugia: di qualunque ceto. .
Carminati: bravo…si incontrano tutti là no?.. tu stai lì…ma non per una questione di ceto… per una questione di merito, no? …allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno. (Intercettazione di Carminati nell’inchiesta di Mafia Capitale)
La Cina cerca di conquistare il Sud America con posizioni anti-colonialiste che, in alcune situazioni, possono risultare vincenti. L’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Geng Shuang, ha appoggiato la rivendicazione dell’Argentina sulle isole Falkland e ha invitato i Paesi ad abbandonare il “pensiero coloniale”, avvertendo delle gravi implicazioni per l’ordine internazionale.
Geng, vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha fatto questi commenti martedì davanti a un comitato speciale sulla decolonizzazione, che ha adottato una risoluzione che invita la Gran Bretagna e l’Argentina a riprendere i negoziati sulle isole, note anche come Malvinas.
“La questione delle isole Malvinas è un retaggio storico del colonialismo. Anche se l’era coloniale è passata, l’egemonismo e la politica di potere che sono in linea con il pensiero coloniale esistono ancora oggi”, ha detto. Geng ha affermato che questo modo di pensare ha un “grave impatto” sulle relazioni e sull’ordine internazionale e “danneggia seriamente” la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo dei Paesi coinvolti.
“La comunità internazionale deve rimanere estremamente vigile e resistere con determinazione”, ha dichiarato. L’Argentina sostiene che le isole – che distano circa 600 km dalla sua costa nell’Atlantico meridionale – sono state conquistate illegalmente dalla Gran Bretagna, che sostiene di avere rivendicazioni territoriali che risalgono al 1765.
La disputa secolare è sfociata in una guerra di due mesi tra i due Paesi nel 1982, dopo che un tentativo di Buenos Aires di conquistare il territorio ha spinto la Gran Bretagna a inviare una task force navale per riconquistare le isole. La questione è stata ripresa a marzo, quando l’Argentina ha abbandonato un accordo di cooperazione del 2016 – che riguardava questioni come l’energia, la navigazione e la pesca, ma non la sovranità – e ha chiesto di tornare a negoziare sulle isole. Il segretario agli Esteri britannico James Cleverly ha ribadito con fermezza che le isole sono territorio britannico, sottolineando su Twitter che gli isolani “hanno scelto di rimanere un territorio d’oltremare autogovernato dal Regno Unito”.
Il referendum del 2013 sulle isole si è concluso con un 99,8% di voti a favore della permanenza della Gran Bretagna, ma gli abitanti sono solo 3600, quasi tutti pastori e pescatori di origine scozzese. L’anno scorso il segretario argentino per gli affari delle Malvinas Guillermo Carmona ha sottolineato che il Paese sudamericano intendeva “approfittare” del clima geopolitico – compresa la guerra in Ucraina – per rafforzare il sostegno internazionale alla sua rivendicazione.
In un’intervista rilasciata a Reuters ad agosto, Carmona ha dichiarato che il mondo “raramente ha parlato così tanto dell’integrità territoriale dei Paesi come da quando la Russia ha invaso l’Ucraina a febbraio”. “Questo ha messo in evidenza il doppio standard di alcune potenze occidentali, come la Gran Bretagna, che applicano un criterio in Europa e un altro in Sud America”.
Alla riunione della commissione ONU di martedì, Geng ha dichiarato che Pechino “sostiene fermamente” la rivendicazione dell’Argentina sul territorio conteso e auspica la risoluzione delle controversie attraverso negoziati pacifici. “Esortiamo il Regno Unito… a evitare misure che possano aggravare la tensione e il confronto, e allo stesso tempo a rispondere attivamente alla richiesta dell’Argentina di riprendere il dialogo e i negoziati”, ha dichiarato.
Sebbene le osservazioni di Geng si riferissero alle isole Falkland, esse riprendevano l’argomentazione di lunga data del ministero degli Esteri cinese, secondo cui gli Stati Uniti e altre nazioni occidentali cercano di mantenere il proprio dominio quando si oppongono alla presenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale.
Il corso d’acqua, ricco di risorse, è oggetto di rivendicazioni concorrenti da parte della Cina e di alcuni Paesi della regione che hanno espresso sempre più le loro preoccupazioni per le azioni cinesi e l’accumulo militare nelle aree contese. La differenza, non secondaria, è che sse le Falklands sono diverse migliaia di chilometri da Londra, le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale provengono da altri paesi rivieraschi come il Vietnam e le Filippine.
Comunque Pechino, con questa mossa, punta ad assicurarsi un appoggio da parte dei paesi sud americani nelle sue contese orientali. Tanto le Falklands sono lontane dal Mar Cinese.
“È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova.” Carl Gustav Jung
È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.
Per merito della logica, della supremazia del razionalismo, della scienza analitica, della fisica classica, siamo individui separati dal cosmo e dall’infinito. Così non ci avvediamo dell’orrore di fondo di cui siamo preda.
Capita, per strada, di chiedere informazioni sul posto a qualcuno. Gli mostri sulla mappa dove vorresti andare, lui l’afferra e inizia a farla girare, poi si ferma e guarda ancora il disegno e quindi, lasciandola perdere, indica cosa fare usando braccia e occhi e parole della sua lingua, per concludere con “non puoi sbagliare”.
La spiegazione si rivela poi del tutto insufficiente e il non puoi sbagliare mostra qualche difetto di verità. Stranamente, la storia si ripete nella maggioranza delle occasioni simili e anche il suo culmine conclusivo e rassicurante tende a non realizzarsi mai.
Tuttavia, è altrettanto certo che il nostro consulente d’occasione non era in malafede, tutt’altro. Voleva davvero darci una mano per raggiungere la nostra meta.
Viene da chiedersi come mai accade con tanta maggiore frequenza rispetto alla quantità di ripetizione dell’esperienza, come mai a parti invertite il risultato tendenzialmente non cambia, e anche come mai la medesima infruttuosa comunicazione si realizza, sebbene in forma differente, nella maggioranza degli scambi relazionali.
Cerca, cerca, la risposta si trova. Ognuno di noi, in ogni affermazione – anche non verbale –, si riferisce a una mappa mentale, tanto arbitraria e autopoietica, quanto necessaria. In quella mappa si muove a suo agio, tutto gli è chiaro. In ogni interlocuzione interpersonale non ha difficoltà ad impiegarla. Ha però meraviglia quando qualcuno dimostra di non aver compreso quelle affermazioni.
Una sorpresa che fa capo all’idea che una buona dialettica contenga comunicazione. E anche a quella che l’altro disponga del nostro medesimo universo. È il fideistico decanto dell’idolatria del razionalismo, prostrazione al feticcio di un’idea meccanicistica dell’uomo. E anche l’ottuso impiego di se stessi come unità di misura di tutto. Posizioni in cui vive forte e chiara la totale inconsapevolezza che siamo universi differenti, salvo che in minute circostanze ben delineate, con poche regole condivise – chiamiamole circostanze amministrative. Un’inconsapevolezza che ci impone di identificarci con il nostro giudizio, scambiandolo così come onesta descrizione della realtà, tanto da concepirla come oggettiva. Ma è un’identificazione che nasconde e impone una radicale separazione dall’altro. Che sancisce la propria mappa come valida per tutti. Che genera un mondo a base conflittuale, differente rispetto a quello che scaturirebbe dalla presa di coscienza che la realtà è nella relazione e che, quindi, non avvedersene ci tiene nella trappola della caverna di Platone. La verità non è mai per tutti quella che appare a noi.
Se un russo chiedesse a un giornalista medio italiano di spiegare le ragioni del conflitto in corso, otterremmo risposte che nulla hanno a che vedere con la verità russa della guerra. Gli strumenti dell’odierno giornalista medio non sono adatti ad aprire la scatola della verità russa. In questo caso, siamo nel ti piace vincere facile. Ma ugualmente accade in ogni relazione. Basti ricordare la quantità di equivoci e relativi disappunti, se non colpevolizzazioni date e ricevute, per renderlo evidente.
Presa coscienza del fatto che non possiamo fare a meno d’impiegare le costellazioni della nostra mappa per dire dove si trova la via, abbiamo il necessario per riconoscere che, così tutti facendo, troviamo l’origine dell’equivoco e del suo inetto fratello non può sbagliare.
È solo a quel punto che si inverte la rotta. Come prima si credeva di comunicare parlando, ora si sa che parlare non contiene comunicazione, se non nei suddetti campi chiusi, tecnici, amministrativi. Un cambio che comporta anche altro, tra cui la sostituzione dell’affermazione con l’ascolto.
Sarà proprio quest’ultimo ad alzare il rischio di riconoscere l’universo del prossimo e, contemporaneamente, a far partire un’intelligenza nuova, quella utile per riconoscere la mappa altrui, per rispettare le sue affermazioni, per cercare in noi il tempo e il modo utile a creare un contatto.
È quanto si fa in certi ambiti didattici, la cui grafica non è più rappresentabile da una freccia che, scoccata dal docente, si dirige retta verso il discente, ma da una circolare, indispensabile all’emittente per rimodulare l’affermazione non intesa dal ricevente.
Verrà allora il tempo in cui si cesserà di dare consigli, di credere nei pieni poteri della logica, di appellarsi all’idolatria del cosiddetto buon senso, come se fosse un cristallo puro identico in tutti gli universi che siamo. Un tempo in cui i proboviri e i delatori, allineati e coperti dietro i feticci materiali della conoscenza, perderanno il loro ordinario abuso di potere. Sarà il tempo in cui si capirà che dire “ovvio” è arrivare ultimi a comprendere che, fuori dai campetti di gioco dei saperi cognitivi, c’è il mondo e nessuna ovvietà. Restringere l’infinito entro scatolette della conoscenza analitica è uniformare gli universi ad una sola mappa. È l’inconsapevolezza che qualunque territorio di cui si voglia parlare prima deve essere ridotto a mappa, e che ciò verrà fatto secondo la propria capacità di disegnarla.
Sarà il tempo buono per percepire che c’è altro oltre alla propria mappetta imbrattata di scientismo e buoni propositi. Fino a che diverrà chiara la mappa di quei ciarlatani che citavano l’amore, non la laurea.
Nota al titolo:
La mappa non è il territorio è una formula di Alfred Korzybski (1879-1950), filosofo e matematico polacco, più volte ripresa testualmente da Gregory Bateson, Paul Watzlawick, altri, e implicitamente da tutta la ricerca sviluppata dalla Scuola di Palo Alto.
Phanes è il dio primordiale greco della procreazione e della generazione di nuova vita. Nei miti greci, Phanes è raffigurato come una divinità che emerge da un uovo cosmico, intrecciato con un serpente. Aveva un elmo e ampie ali dorate. Il tempo, che è anche chiamato Aion, ha creato l’uovo d’argento dell’universo, in cui si schiude il primogenito, Phanes. I primi miti greci mostrano che si credeva che Phanes fosse nato dall’uovo del mondo di Chronos e Ananke o Nyx nella forma di uccello nero e vento. Fu chiamato Protogenus dalla moglie più anziana Nyx. Secondo Aristofane, dove è chiamato Eros, nacque da un uovo creato da Nyx e posto nello sconfinato grembo di Erebo. Quindi si accoppia con il Caos che ha portato alla creazione degli uccelli. Questo passaggio afferma che gli uccelli sono considerati più antichi di tutte le altre creature viventi, persino più antichi degli altri dei.