La più grande vittoria indiana contro l’esercito americano fu opera di Toro Seduto dei Sioux Hunkpapa (che però non combatté personalmente fiaccato dalla danza del sole) e soprattutto di Cavallo Pazzo, lo “strano uomo degli Oglala”. Il suo vero nome era Tashunka Witko che in lingua Sioux significa letteralmente “il-suo-cavallo-è-posseduto-dagli-spiriti” banalizzato poi in “Crazy Horse”. È lui il vero condottiero che ha annientato il Settimo Cavalleggeri comandato dal generale George Armstrong Custer a Little Big Horn al grido di “Hoka hey: oggi è un buon giorno per morire”, frase diventata leggendaria e ripresa da tantissimi film e canzoni. Tra l’altro secondo alcuni “Hoka hey” potrebbe essere una delle possibili etimologie per “okay”. Di lui gli indiani raccontavano cose strabilianti: che fosse invulnerabile, che avesse il dono della bilocazione e via dicendo. È la leggenda dell’uomo che sconfisse non una, ma ben due volte le Giacche Blu (prima di Little Big Horn aveva sconfitto il generale Crook a Rosebud).
Un anno dopo era prigioniero in una riserva dopo essersi dovuto arrendere preso per fame: fu pugnalato alle spalle da un soldato mentre il suo vecchio amico Piccolo Grande Uomo, passato alla polizia indiana, lo teneva fermo (Toro Seduto e i suoi invece avevano ottenuto protezione in Canada direttamente dalla regina Vittoria, la “Grande Nonna” come fu sempre ricordata con gratitudine dai Sioux, la quale comandò alle Giacche Rosse di non consegnare i Sioux agli americani).
Non si sa dove sia la sua tomba, e nemmeno abbiamo una sua immagine sicura: di lui esiste un’unica immagine molto discussa. Nemmeno la sua tomba sappiamo dove sia. Il grande stregone convertito al Cattolicesimo (e futuro santo) Alce Nero, che era suo cugino, disse: “non importa dove si trova il suo corpo, perché il corpo è erba; ma dove è il suo spirito là mi piacerebbe essere”
Prima di morire Cavallo Pazzo disse:«Quando morirò dipingetemi tutto di rosso e gettatemi nel fiume: così ritornerò. Se non lo farete ritornerò lo stesso, ma come pietra.» Nel 1940 lo scultore polacco-americano Korczak Ziolkowski iniziò il gigantesco progetto del Crazy Horse Memorial sulle Black Hills, le Paha Sapa sacre ai Lakota. Il monumento non è ancora finito, ma già per grandezza sovrasta le immagini dei presidenti americani sul vicino Monte Rushmore
Su Cavallo Pazzo tre libri sono fondamentali: “Cavallo Pazzo: lo strano uomo degli Oglala” di Mari Sandoz, considerato la biografia classica, il classicissimo “Alce Nero parla” di John G. Neihardt e il sorprendente “Gli spiriti non dimenticano” di Vittorio Zucconi, uno dei migliori libri sui Nativi Americani, che rende benissimo quell’alone di leggenda che spira attorno a questa straordinaria figura della storia americana.
LA PIU’ GRANDE VITTORIA INDIANA CONTRO L’ESERCITO AMERICANO
Capitolo n°17: La dialettica trinitaria dello Spirito di Andrea Cecchetto
Lo Spirito universale o Nous coincide con la Trinità (da non confondersi con la Triade metafisica trattata in precedenza), concetto presente non soltanto nella tradizione cristiana ma – con nomi diversi – anche in quelle neoplatonica e indù. Essa consiste nei tre momenti dialettici dell’Auto-Contemplazione dello Spirito. Si osservi l’immagine 1.
1. Il Padre coincide con l’Essere nei suoi due aspetti (Shakti divina o Essere possibile + Essere in atto); è quindi il fondamento ontologico dello Spirito, il suo aspetto Intelligibile. 2. Il Figlio coincide invece con il Pensiero in tutti i suoi tre elementi (facoltà pensante + sostrato del pensiero + pensiero determinato: di fatto, coincide con l’intera Triade metafisica); incarna quindi l’aspetto cognitivo, conoscitivo del Nous, l’Intelligenza attiva. 3. Lo Spirito santo, infine, riunisce l’Intelletto divino (il pensiero determinato) + l’Essere in atto; esso rappresenta quindi l’Intelletto-Intellezione, la non-alterità tra Padre e Figlio, tra Essere e Pensiero, il quali si affermano soltanto insieme, ossia acquisiscono realtà solo ed esclusivamente nella loro relazione dialettica. La loro unità essenziale è la stessa Vita (in senso metafisico) dello Spirito, la sua attività. Esso si pensa in quanto è ed è in quanto si pensa, e in questo consiste la sua vitalità:
Infatti lo stesso è pensare ed essere (Parmenide; Sulla Natura, frammento 3).
[…] conoscere è essere, ed essere è conoscere (Frithjof Schuon; Logica e trascendenza, p. 222).
[…] è quindi necessario che Dio sia il suo stesso pensare (Tommaso d’Aquino; Compendio di teologia, I, 31, 61).
Ma che cosa pensa Dio? Dio pensa la cosa più eccellente. Ma la cosa più eccellente è Dio stesso. Dio, dunque, pensa se stesso: è attività contemplativa di se medesimo: è pensiero di pensiero [Giovanni Reale; Storia della filosofia antica, Vol. II, p. 444. Natura del Motore Immobile (sulla metafisica di Aristotele)].
[…] è da rilevare che lo Spirito plotiniano […] è inscindibile unione di Essere e di Pensiero, di Intelligibile e di Intelligenza […], è il Pensiero di pensiero di cui parlava Aristotele […]. Questa identificazione di Essere e Pensare comporta una radicalizzazione della tesi […] secondo cui le Idee sono pensieri di Dio.Naturalmente, lo Spirito è anche Vita, è «il Vivente perfetto», «il Vivente in sé», è «Vita infinita» (Giovanni Reale; Storia della filosofia antica, Vol. IV, pp. 531-533).
[…] l’essere è nella sua pienezza quando accoglie la forma del pensare e del vivere. Perciò nell’essere esistono insieme il pensare, il vivere e l’essere. Dunque, se è Essere è anche Intelligenza; se è Intelligenza è anche Essere; e il Pensiero è inseparabile dall’Essere (Plotino; Enneadi, V, 6, 6).
[…] tutte le cose sono conseguenza di contemplazione. Dunque se la vita più vera è vita secondo il pensiero, se questo pensiero non è che il pensiero più vero, il pensiero più vero è vivente, e la contemplazione e l’oggetto di contemplazione vivono e sono vita e fanno uno pur essendo due [Plotino; Enneadi, III, 8, 8].
[…] solo Dio può conoscere se stesso. È l’idea fondamentale della Trinità. Se si vuole conoscere il Padre, si deve diventare Dio. Nel cristianesimo questo è il ruolo assegnato al Figlio. Fra colui che conosce e il conosciuto esiste un rapporto di relazione rappresentato dallo Spirito Santo (Joseph Campbell; Miti di luce. Metafore dell’Eterno in Oriente, p. 39).
Tu solo, Spirito Supremo, conosci te stesso attraverso te stesso (Bhagavadgītā X, 15, p. 111).
Noi siamo minuscoli tasselli dell’universo che osserva se stesso – e che si sta costruendo (John Wheeler. Citazione tratta da: Gregg Braden; La Matrix Divina, p. 103).
[…] l’essere, mettendosi per così dire di fronte a se stesso per conoscersi, si sdoppia in soggetto e oggetto; ma […] questi due non sono in realtà che una cosa sola. Ciò può essere esteso a ogni conoscenza vera, la quale implica essenzialmente un’identificazione del soggetto con l’oggetto, cosa che si può esprimere dicendo che, in quanto e nella misura in cui vi è conoscenza, l’essere conoscente è l’essere conosciuto; […] si può dire che l’oggetto conosciuto sia un attributo (cioè una modalità) del soggetto conoscente (René Guénon; Il simbolismo della croce, pp. 107-108).
[…] poiché l’Essere-soggetto è il Conoscente, e l’Essere-attributo (o oggetto) è il Conosciuto, questo rapporto è la Conoscenza stessa; allo stesso tempo, però, è il rapporto di identità; la Conoscenza assoluta è dunque l’identità stessa, e ogni conoscenza vera, essendone una partecipazione, nella misura in cui è affettiva implica ugualmente un’identità. Aggiungiamo ancora che, poiché la relazione non ha realtà se non grazie ai due termini che collega, e questi sono una cosa sola, i tre elementi (il Conoscente, il Conosciuto e la Conoscenza) non sono in verità che una sola cosa; ciò si può esprimere dicendo che «l’Essere conosce Se stesso per mezzo di Se stesso» [Nell’esoterismo islamico si incontrano anche formule come le seguenti: «Allah ha creato il mondo da Se stesso per mezzo di Se stesso in Se stesso», oppure: «Egli ha inviato il Suo messaggero da Se stesso a Se stesso per mezzo di Se stesso» (…)] (René Guénon; Il simbolismo della croce, p. 108).
Per l’intervento della sua triforme essenza sul nulla, Dio secondo le sue forme conduce all’essere le cose che sono, così che dal generante [Padre]* abbiano il principio della loro esistenza, si stabiliscano nell’essere attraverso il generato [Figlio]*, permangano nel vivificatore [Spirito santo]* (Il libro dei ventiquattro filosofi, XXII). *N.d.A.
Dio è mente che genera la parola e permane nell’unione. Questa definizione esprime nei suoi diversi rapporti la vita propria dell’essenza divina. Il genitore [Padre, “Mente”]* infatti si moltiplica generando; la sua progenie [Figlio, “Parola”, Logos]* si pone come verbo, poiché è generata; e nel vincolo d’unione si costituisce in uguaglianza colui che procede nel soffio [Spirito santo, “Unione”]* (Il libro dei ventiquattro filosofi, IV). *N.d.A.
Poiché da lui [dal Padre]*, per mezzo di lui [del Figlio]* e per lui [per e nello Spirito santo]* sono tutte le cose (San Paolo; Lettera ai Romani, 11, 36). *N.d.A.
Il movimento dialettico è «il cammino che produce se stesso, si proietta in avanti e ritorna entro sé […]. La dialettica è essenzialmente triadica – i suoi momenti sono l’In-sé, il Per-sé, e l’In-sé-e-per-sé -, e deriva questa triadicità dal paradigma fondamentale dell’uni-trinità di Dio (Vincenzo Cicero; Glossario del volume edito da Bompiani: G.W.F. Hegel; Fenomenologia dello Spirito, p. 1097).
Nell’Induismo la Trinità prende il nome di Sat-Chit-Ânanda:
1. Sat indica l’Essere puro, il fondamento dello Spirito, l’Intelligibile.
2. Chit o Cit è l’aspetto conoscente, il Pensiero, l’Intelligenza.
3. Ânanda significa Beatitudine, ed è il godimento auto-contemplativo, la non-alterità essenziale tra Sat e Chit, l’Intelletto-Intellezione.
Lo spirito è sat o ‘pura esistenza’, pura nella consapevolezza di sé (cit) e pura nella gioia di sé (ânanda). Lo spirito può quindi essere considerato come la base una e trina di tutta l’esistenza cosciente. Esistono tre termini, ma in realtà sono uno solo (Sri Aurobindo; Commento a: Îsâ Upanisad, p. 176).
Si veda l’immagine 2.
Quella tra Padre/Sat e Figlio/Chit viene simbolicamente descritta anche come una relazione d’amore, di compiacimento, di attrazione: conoscendosi attraverso il Pensiero, uscendo come fuori da sé (Processione) per poi rientrarvi (Ritorno), l’Essere si realizza, si pone in atto, si “esistenzializza”; non è più una semplice possibilità, ma diviene Spirito santo/Ânanda, pura Beatitudine, Estasi, gioiosa acquisizione di auto-consapevolezza, sapere di essere e di checosa essere:
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato; in lui ho posto il mio compiacimento» (Vangelo secondo Matteo, 3, 16-17).
Dio è una monade che genera una monade e in sé riflette un solo fuoco d’amore (Il libro dei ventiquattro filosofi, I).
La perfetta beatitudine è naturale soltanto per Dio, per il quale essere ed essere beato sono la stessa cosa (Tommaso d’Aquino; Somma teologica, 1, q. 62, a. 4).
Ma quando lo spirito si conosce e si ama, in quelle tre realtà […] resta una trinità; e non c’è né mescolanza né confusione, sebbene ciascuna sia in sé, e tutte si trovino scambievolmente in tutte, ciascuna nelle altre due, e le altre due in ciascuna. Di conseguenza tutte in tutte. Infatti lo spirito è certamente in sé, perché si dice spirito in relazione a se medesimo, sebbene, come conoscente, conosciuto e conoscibile, esso sia relativo alla conoscenza con cui si conosce; ed anche in quanto amante, amato o amabile dica relazione all’amore con cui si ama [Agostino d’Ippona; La Trinità, Libro IX, 5, 8].
Due precisazioni importanti:
1. La Trinità non è la realtà ultima: consiste infatti in un movimento (metafisico) immanente alla Shakti divina. Nella gerarchia logica del reale è posta al di sotto dell’Assoluto (Brahman o Âtmâ). Già il fatto che sia costituita da tre elementi, ci dice che essa è soggetta alle categorie della Quantità e della Relazione, alle quali l’Assoluto è invece totalmente sottratto, essendo incondizionato:
Il Vedânta insegna che l’Assoluto, Âtmâ, comporta la Trinità Sat-Chit–Ânanda, “Essere-Intelligenza-Beatitudine”; non afferma che quel ternario costituisca in maniera assoluta Âtmâ e che questo non abbia affatto realtà eccetto tale ternario (Frithjof Schuon; Logica e trascendenza, p. 94).
Il Supremo Sé, poiché possiede la natura della Beatitudine Estrema, non ammette la distinzione tra il conoscitore, la conoscenza e l’oggetto di conoscenza. Solo Esso brilla (Sankaracharya; Atmabodha. La Conoscenza del Sé, 41, p. 132).
Nella contemplazione cristiana, l’Unità divina si dispiega nelle Tre Ipostasi della Trinità. La differenza con la contemplazione sufica sta nel fatto che, per il contemplativo cristiano, le Tre Ipostasi sono considerate subito come Realtà ultime (Titus Burckhardt; Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam, p. 49).
2. La cosiddetta “creazione” non è una cosa diversa ed indipendente dall’Auto-Contemplazione divina. Non è che da una parte Dio, solitariamente, pensa se stesso, e dall’altra crea il mondo… No! La creazione consiste propriamente nel prodotto dell’Auto-Conoscenza divina. Le creature non sono “fuori” da Dio, ma bensì in lui immanenti; sono gli aspetti stessi di Dio:
[…] Plotino pone una precisa equazione fra «contemplazione» e «creazione». Il creare è contemplare o, se si preferisce, effetto del contemplare (Giovanni Reale; Storia della filosofia antica, Vol. IV, p. 612).
Secondo la dottrina dei Padri greci, il mondo è creato «per mezzo del Figlio nello Spirito Santo». L’Ordine divino corrisponde al Verbo, dunque al Figlio (Titus Burckhardt; Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam, p. 63).
Io sono il Signore e non c’è alcun altro, […], perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me (Libro del profeta Isaia, 45, 5-6).
Te, dunque, Dio Padre, creatore cui dobbiamo la vita; te, Sapienza del Padre [Figlio]*, dalla cui potenza rigenerati possiamo vivere nella sapienza; te, santo Spirito, il quale e nel quale amando, beatamente viviamo e ancor più beatamente vivremo; o Trinità di un’unica sostanza, unico Dio, dal quale, grazie al quale e nel quale esistiamo (Guglielmo di Saint-Thierry. Citazione tratta da: Ogni giorno un pensiero. Preghiere e meditazioni per dodici mesi, p. 171). *N.d.A.
[…] l’Uno, pur essendo quanto di più trascendente poiché non è nulla delle cose generate, è anche quanto di più immanente, perché è in lui che tutte le cose sono costituite in loro stesse (Aldo Magris; Invito al pensiero di Plotino, p. 130).
A dire il vero, oltre a questa che abbiamo illustrato vi è un’altra concezione della dialettica trinitaria, ben chiarificata da Meister Eckhart.
Anzitutto, specifichiamo che il termine “Padre” indica qui non l’Essere, ma l’Assoluto. La cosa può apparire strana. Ma ricordiamo che la Shakti-Essere non è quantitativamente altro dall’Assoluto. Detto questo, procediamo.
Io sono ben consapevole di essere finito, relativo… una creatura fra le tante.
Una volta che però ho posto l’Assoluto (Padre) quale unica Realtà, semplice, senza parti, indivisa, mi rendo subito conto che – giacché sono evidentemente reale, ci sono, esisto – io stesso sono l’Assoluto (non potrebbe essere altrimenti: non vi è nient’altro oltre ad esso); è questo il vero significato di “Figlio di Dio”:
L’espressione ‘Figlio di’ significa ‘della natura di’ […]. Così, ‘Figlio di Dio’ vuol dire ‘persona divina’, un essere umano che ha la natura di Dio e ne è consapevole […]. Come è scritto nel Vangelo di Giovanni, Gesù aveva detto ad alcuni discepoli scelti: […] «Io e il Padre siamo Uno». «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Questo linguaggio non può essere frainteso (Alan Watts; L’esperienza della spiritualità. Mito e religione, pp. 53-57).
Io ho detto: «Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo» [Libro dei Salmi, salmo 82 (81)].
Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? (Vangelo di Giovanni; 10, 34).
Quindi, in quanto Figlio (di Dio), io sono Dio.
Se ci si fermasse qui, si rischierebbe di cadere nella concezione solipsistica (io sono Tutto, l’unica Realtà, quindi il mondo è la mia personale proiezione).
[Il solipsismo sarebbe giusto come principio solo se fosse riferito a tutti gli enti, cioè se dicesse: “Vi è un’unica Realtà, quindi anch’io – come ogni cosa – sono in qualche modo tale Realtà”. È però in errore, in quanto sostiene invece: “Vi è un’unica Realtà e, giacché io ‘sono’, la Realtà sono io!”. Lo sbaglio è non considerare il fatto che, certo, la Realtà è una ed indivisa, però si manifesta a se stessa come pluralità. Ciascuno dei molteplici esseri, quindi, è l’intera Realtà in un suo aspetto. Il solipsismo è la peggior forma di egotismo e di appropriazione in quanto, anziché annichilire l’io sostanziale di fronte all’unica e assoluta Realtà (“Io sono nulla, Dio è Tutto”), lo gonfia a dismisura, fino ad identificarlo con unica Realtà (“Io sono Tutto, io sono Dio”). Ed invece, l’io è sempre di troppo, e va tolto di mezzo. Proprio nella rimozione e nel trascendimento dell’io individuale a favore dell’Assoluto consiste il sacrificio di Gesù Cristo, il quale richiede lo stesso a chi vuol seguirlo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Vangelo secondo Matteo, 16, 24)].
È necessario integrare queste due verità nella dialettica unitiva dello Spirito: quindi io, proprio come tutte le altre creature, sono: a) sia un essere finito; b) sia l’Assoluto. Deve scomparire l’alterità, e quindi l’ego, l’Io separato:
[…] voi dite: «Tu bestemmi», perché ho detto: «Sono Figlio di Dio»? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre (Vangelo di Giovanni; 10, 36-38).
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini (San Paolo; Lettera ai Filippesi, 2, 5-7).
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito (Vangelo secondo Giovanni, 16, 7).
Entrambe le opzioni sono vere, quindi devo considerarle in senso dialettico. Non vi è alcuna alterità tra Infinito e finito, tra Assoluto e relativo, tra Nirvâna e Samsâra, tra Brahman e Âtmâ (che poi è il Brahman “imprigionato” nella Mâyâ, l’Assoluto in noi), tra Padre e Figlio, tra Dio e creatura. Il Figlio ha due nature: divina e umana. Lo Spirito ex Patre Filioque procedit (procede dal Padre e dal Figlio): devono essere coinvolte entrambe le “nature”:
La generazione del Verbo, l’esperienza dello spirito, passa di necessità per tre momenti, assolutamente complementari. Il primo è il pensiero dell’Assoluto come […] indipendente da me e da ogni soggettività […]. Perciò c’è subito il secondo momento, quello della soggettività, in quanto la consapevolezza di avere in sé, di essere in sé l’assolutezza tende necessariamente a riassumerla del tutto nel soggetto […]. Entrambi i momenti, presi isolatamente e senza dialettica, non riescono a sussistere […]. È chiaro allora che […] valore irrinunciabile è lo spirito: «supremo distacco», sguardo che usa entrambi gli occhi dell’anima, e che procede infatti ex patre filioque […]. Esso è la sintesi e il superamento di entrambi (che non possono sussistere da soli, ove sono l’uno con l’altro in opposizione e si distruggono a vicenda) e ne costituisce l’intima verità (Marco Vannini; Storia della mistica occidentale. Dall’Iliade a Simone Weil, pp. 198-199).
***
Le due concezioni qui illustrate sembrano incompatibili l’una con l’altra, ma a ben vedere non lo sono: qualsiasi essere individuale, per il solo fatto di esistere (ossia di essersi – apparentemente – affrancato dall’Assoluto), è necessariamente passato attraverso la generazione del Logos e l’“imprigionamento” nella Mâyâ.
Roma, 23 gen 2017 – Il 22 gennaio 1886 nasceva a Graz un personaggio enigmatico, misterioso, la cui brevissima vita sarebbe diventata da subito un mito. Non tanto perché ammantata di mistero e leggende ma proprio perché questo personaggio fu capace di incarnare e “solidificare” un mito ancestrale, lanciando così il breve istante del corso della sua vita in una dimensione di eternità. Parliamo del barone Roman Fëdorovič Ungern von Sternberg, il cosiddetto Barone Pazzo, il Barone Nero, il Dio della Guerra o più semplicemente Ungern Khan. Nato da una famiglia della nobiltà tedesca del Baltico, che a quell’epoca apparteneva all’Impero Russo, fu introdotto fin da giovanissimo alla corte della nobiltà dello Zar prima di essere ammesso alla scuola militare Pavlosk di San Pietroburgo. Più volte segnalato e rimproverato dai suoi superiori per la totale insofferenza agli ordini e alla disciplina ma anche al rapporto con i suoi commilitoni, fu nella Prima Guerra Mondiale che Ungern iniziò a far emergere le sue caratteristiche.
Il nobile baltico fu uno dei diecimila soldati dell’esercito imperiale – appena uno su quindici di quanti erano partiti – a rientrare in Russia. I testimoni delle battaglie a cui aveva partecipato parlano di un coraggio quasi suicida che spingeva il giovane ufficiale a buttarsi in prima linea nelle cariche e ad accettare le missioni più difficili, riuscendo con un carisma quasi sovrannaturale a farsi seguire con assoluta fedeltà dai suoi soldati. Fu sempre nella Grande Guerra che Ungern sviluppò un amore mistico per la guerra, arrivando a dire che “la vita è il risultato della guerra, la società è solo uno strumento della guerra. Rifiutare la guerra vuol dire mutilare la vita del proprio stile epico”. Quando nel 1917 iniziò la rivoluzione bolscevica, iniziò anche il mito di Ungern-Khan. Dapprima alleato contro i rossi con l’ataman cosacco Grigorij Michajlovič Semënov – che poi avrebbe creato lo Stato Cosacco della Transbaikalia appoggiato dai giapponesi e probabilmente proprio dall’ala rivoluzionario-panasiatica nipponica del Kokuryukai – Ungern ben presto prese la strada in solitario, rifiutando anche l’autorità del comandante delle truppe bianche antibolsceviche Kolčak.
La lotta antibolscevica infatti per lui non aveva lo scopo di restaurare una monarchia decaduta, né quella di un baluardo o un freno al corso della storia. Ungern voleva invece compiere una vera e propria contro-rivoluzione, che avrebbe dovuto portare il mondo in tutt’altra direzione. Fedele a una corrente tantrica del buddhismo mongolo, Ungern raccolse un nutrito gruppo di volontari siberiani, mongoli, tibetani che costituirono la cosiddetta Divisione Asiatica di Cavalleria e – forse appoggiato anche da una piccola divisione giapponese guidata dal maggiore Suzuki – nel 1921 assediò Urga, la capitale della Mongolia da due anni occupata dall’esercito repubblicano cinese. Nel gennaio di quell’anno la Divisione Asiatica guidata da Ungern liberò la città e rimise sul trono il Bogdo Khan, VIII Hutuktu o “sacro signore venerabile”, capo spirituale del lamaismo mongolo e terza carica del buddhismo dietro il Dalai Lama e il Panchen Lama in quanto incarnazione e proiezione della potenza fisica e guerriera del Buddha. Proprio dalla città sacra di Urga, divenuto dittatore della Mongolia e dichiaratosi erede di Gengis Khan dopo che il Hutuktu gli ebbe consegnato l’anello col sigillo appartenuto proprio al grande imperatore mongolo, Ungern Khan tentò di far partire la propria rivoluzione. Il suo sogno di creare una “Grande Mongolia” che avrebbe dovuto comprendere Mongolia Interna ed Esterna, Tibet e tutta la terra tra il lago Baikal e lo Hsin-Kiang non era solo un progetto territoriale e politico ma qualcosa di molto più ampio e profondo. L’obiettivo dichiarato di Ungern-Khan era quello di creare un centro che avrebbe dovuto ricreare sì un impero pan-asiatico ma soprattutto un polo spirituale che avrebbe dovuto opporsi alla nuova marea livellante, omologante e abbattitrice di ogni verticalità, una sovversione che sembrava mossa da forze infere tese a sradicare ogni sacralità. Difficile trovare parole più adatte di quelle del professor Pio Filippani Ronconi per descrivere le forze contro cui combatté Ungern Khan:
Erano tempi terribili in cui, piú che dal potere delle armi, gli eventi sembravano determinati da forze promananti da una sorta di magia infera. Coloro che furono testimoni degli sconvolgimenti determinati dalla Rivoluzione di Ottobre ricordano la spaventevole automaticità medianica con cui le “forze rivoluzionarie” demolivano le strutture della vita civile cosiddetta “borghese” e le vestigia dell’ordine antico. Le masse si coagulavano in quegli strati della società in cui maggiormente era assente il principio dell’“Io” autocosciente […]. Ai rivoluzionari non si scampava: mossa come da un’ispirazione demoniaca, la “giustizia del popolo” colpiva infallantemente i nemici della Rivoluzione un momento prima che si muovessero. Il Terrore era guidato da una occulta saggezza che nulla aveva a che fare con la brillante intelligenza di coloro che lo avevano scatenato e pensavano di dirigerlo: una saggezza che realmente promanava dall’elemento preindividuale della “massa”.[1]
Ma per Ungern Khan l’opposizione a questa forza non poteva essere solo una reazione o una retromarcia verso un passato ricordato con nostalgia e in cui comunque il generale baltico non si riconosceva, bensì una nuova creazione, una nuova opera di fondazione che avrebbe dovuto realizzare sulla terra un Ordine e una Gerarchia celestiche avrebbero trasformato un regno terrestre in un mandala ordinato come uno spazio sacro, trasformando un singolo momento in un istante eterno che avrebbe potuto permettere allo Hutuktu, Bodhisattva incarnato, di far partire la vasta liberazione spirituale del mondo e aprire le porte verso ciò che è inaccessibile: Agarthi, la mitica terra “sotterranea” della mitologia del buddhismo mongolo, un regno da cui il Re del Mondo, divino legislatore cosmico, perpetra la Tradizione Iperborea, un regno inaccessibile da cui nell’ora più oscura giungerebbe il Buddha Maitreya, l’ultima incarnazione del Buddha e il cui nome forse non a caso ricorda il Mithra zoroastriano, per riportare la luce della spiritualità e la rettificazione eroico-guerriera e virile in un mondo oramai livellato, desertificato e orizzontale. Legando indissolubilmente la propria vita col mito di Agarthi e del Re del Mondo, Ungern Khan – dichiarato dall’allora Dalai Lama reincarnazione di Mahakala, lo Shiva buddhista, il “Grande Nero” a sei braccia, incoronato da una collana a cinque teschi che con la sua mannaia protegge i segreti più sacri simboleggiati dal gioiello che porta sul ventre – ha di fatto reso immortale tanto la sua figura quanto il mito legato alla sua vita e alla sua missione.
Anche gli ultimi giorni della sua vita mortale, che raccontano di un viaggio solitario che lo avrebbe portato, irrazionalmente, verso ovest e quindi in mano al nemico bolscevico invece che verso est dove avrebbe potuto trovare la salvezza, non sono altro che la scelta consapevole di vivere un mito e un sacrificio volontario, un viaggio verso le terre del tramonto del Sole, come verso le mitiche Terre d’Occidente dell’Avalon arturiano dove il Re dormiente attende di essere risvegliato. Fucilato il 15 settembre del 1921 da un “tribunale del popolo”, Ungern Khan entrò di diritto nell’eternità del mito. Grazie a lui la mitica Agarthi e il Re del Mondo sono sì celati e dormienti come il Saturno romano ma hanno potuto echeggiare per tutto il mondo, in attesa che la Volontà di uomini retti e centrati possa accordarsi alla loro frequenza e aprire le loro porte.
[1]da “Un tempo, un destino”, in «Letteratura – Tradizione», II, 9
Videoconferenza del canale YouTube TALK RADIO di Mike Plato, trasmessa in live streaming il13 giugno 2023.
“La storia della spiritualità è piena di maestri che hanno scritto libri, di profeti che hanno scritto profezie e trasmesso insegnamenti dall’alto, nonché di messia che hanno portato una legge. Ma è anche piena di messia, saggi e maestri che hanno preferito un insegnamento orale e, al limite, hanno lasciato ai discepoli l’onore e l’onere di metterlo in forma scritta.”
Il panorama letterario nazionale, da decenni, registra il successo di autori e testi sintonici all’ “intellettualmente corretto”. Rari sono stati i casi di scrittori e pensatori che sono riusciti ad affermarsi con opere chiaramente dissidenti nei confronti della cultura mainstream. Questa volta, crediamo riuscirà nell’intento Eduard Limonov con un libro pubblicato da Bietti, Grande ospizio occidentale, per la cura di Andrea Lombardi (pp. 233, euro 21,00). Si tratta di pagine che, tanto sotto il profilo letterario, quanto dal punto di vista dei contenuti, trasudano potenza. La prosa di Limonov è caustica, sferzante nei confronti degli idola del presente post-moderno, ma accattivante, atta a coinvolgere il lettore. Il volume si legge d’un fiato. Ma chi era Limonov, deceduto per cancro, nel 2020, nel bel mezzo delle restrizioni causate dalla pandemia da Covid-19? Lo chiarisce, nell’ introduzione, il filosofo Alain de Benoist: «Poeta e teppista, vagabondo e maggiordomo, miliziano filo-serbo durante la guerra in Bosnia […] oppositore nel cuore, pazzo della letteratura, amante delle donne e delle risse, oppositore e poi sostenitore di Putin» (p. 11).
Limonov, al crollo dell’URSS, fondò con Dugin (i destini dei due avrebbero in seguito preso strade diverse) il Partito Nazional-Bolscevico. Nato in Russia, ma vissuto a lungo in Ucraina, lo scrittore conosceva profondamente la realtà del mondo occidentale, avendo a lungo abitato a New York e, a partire dall’inizio degli anni Ottanta, a Parigi. La biografia romanzata a lui dedicata da Emmanuel Carrère, pubblicata in Italia da Adelphi, lo ha, qualche anno fa, portato alla ribalta della cronaca. L’edizione italiana di Grande ospizio occidentale è la traduzione dell’edizione francese del 2016. In realtà, il volume fu scritto da Limonov, tra il 1988 e il 1989. La tesi centrale è esemplificata dal titolo. Vivere nelle società occidentali (si badi, per Limonov al loro novero appartengono anche la Russia e la Cina), è come soggiornare in una RSA. L’Occidente è un ricovero per anziani “malati”, ridotti in stato pre-comatoso dal capitalismo cognitivo (per lo scrittore, la Francia della fine degli anni Ottanta, ne è stata paradigma esemplare), che hanno perso da tempo lo slancio faustiano, l’energia vitale che permise loro di proporsi al mondo quali creatori di civiltà: «Un ospizio gestito dalle autorità pubbliche (qui chiamate “amministratori”) e popolato da pazienti che vivono sotto sedativi» (p. 13). Tutto è senescente, deprivato di vera vita.
Limonov muove dalle pagine di 1984 di Orwell, opera letta non quale profezia politica, ma in termini di semplice registrazione e descrizione della violenza esplicita di cui si servirono i totalitarismi del Novecento per opprimere o eliminare le minoranze dissidenti. Al contrario, il potere che viene esercitato dagli “amministratori” nell’ Ospizio ha tratto soft: muove dal controllo psicologico- immaginale delle masse, ed è ancor più pervasivo e pericoloso del potere totalitario del passato. Infatti: «oggi […] la tv controlla la popolazione. Ma lo fa attraverso ciò che mostra, non osservandola» (p. 23). La violenza morbida si basa sullo sfruttamento delle debolezze degli asserviti che vengono spinti a considerare, quale unico orizzonte esistenziale possibile, il conseguimento del benessere materiale fine a se stesso. Le masse contemporanee sono indotte a pensare alla povertà come qualcosa di disdicevole, hanno il terrore della crisi economica, prospettata come incombente e della conseguente disoccupazione. L’abitante dell’Ospizio: «Sbigottito dai giocolieri dei tassi, al rullo di tamburi della statistica, […] immerso nel brusio di una musica pop sempre più volgare […] l’abitante […] delle prospere città industrializzate compie una corsa accelerata dalla nascita alla pensione» (p. 28). Questa umanità dimidiata ha terrore della libertà, delle scelte individuali e divergenti, del pensiero critico. Del resto, il precetto principe vigente nell’Ospizio, individua nell’“Agitato”, un soggetto estremamente pericoloso, da marginalizzare e isolare.
Per sedare le masse e costringerle all’abbraccio inestricabile alla mera realtà materiale del mondo, si ricorda loro, sovente, l’esito che ebbe è potrà avere, il pensiero degli “Agitati”. In questo senso le immagini di Auschwitz o del Gulag svolgono un ruolo “educativo” e sedativo, oppure si utilizzano allo scopo quelle che provengono dagli “esterni” all’Ospizio, dal Terzo Mondo in cui si muore di fame. Il malato modello è colui che aderisce pienamente alla “vita assicurata” che l’Ospizio dispensa con generosità. Tra gli “Agitati”, i più pericolosi sono da individuarsi in coloro che, in un mondo che ha di fatto obliato il senso della virilità e del rischio, del dispendio, tornano a guardare all’Eroe quale figura di riferimento per un futuro possibile. Le loro ambizioni sono stroncate sul nascere: a ciò provvede il revisionismo storico, che mette in atto, nei confronti di “Agitati” emergenti, la consueta reductio ad Hitlerum. Nuovo modello antropologico è, al contrario, da individuarsi nella Vittima. Nell’Ospizio vive a proprio agio l’ “ultimo uomo” nietzschiano, la cui vita si sostanzia di “mezze passioni del giorno e di mezze passioni della notte”. Un uomo che ha obliato il senso del destino.
Sue uniche preoccupazioni sono la ricerca del piacere, sempre più degradato, e della prosperità, per conseguire le quali si è dato luogo alla devastazione della natura. Egli vive un’eterna adolescenza ludica: «Indossando colori puerili e sgargianti, come fosse un pagliaccio, l’homo hospitius trasforma la propria esistenza in un fotoromanzo» (p. 153). Un fotoromanzo posto sotto tutela dalle percentuali, dalla società digitalizzata, da coloro che creano l’informazione propinata al Popolo, sorta di divinità solo a parole intoccabile, ma di fatto violata ogni giorno nella sua dignità. Un dogma vige su tutti: «Mai e poi mai disturbare la pace del mondo televisivo, specchio dell’immacolata armonia dell’Ospizio» (p. 171). La musica pop divenuta must concorre a distrarre i giovani: «dal loro compito ancestrale, un istinto puramente biologico che li spinge a strappare il potere ai vecchi» (p. 179), così come il sesso “libero” che: «toglie energia a una pulsione […] intrinsecamente più forte, l’istinto alla dominazione» (p. 188).
Limonov ritiene che, per uscire dalla stagnazione in cui versa l’Ospizio, sia necessario riaprire le porte alla vita, alle passioni, al dolore, alla natura. Recuperare senso e significato dello spendersi per se stessi e per la comunità. Felice, dunque, è solo il mondo capace di onorare gli Eroi!
Mentre le scienze naturali indagano il fenomeno con una prospettiva duale, con un osservatore che rileva, analizza e misura il fenomeno oggettivo, il dato di fatto (il quale è sempre «altro da sé»), la fenomenologia di Edmund Husserl segue un’altra strada. Anche il fenomenologo parte dal fenomeno, ma non lo analizza con la logica: semplicemente lo osserva con i sensi sospendendo il giudizio, facendo epoké, ossia non facendo intervenire il proprio io nell’osservazione, e mettendo in dubbio tutto, diffidando di ogni conoscenza acquisita, annullando ogni pregiudizio, lasciandosi accompagnare e coinvolgere dai puri fenomeni. Così facendo, agli riesce in qualche modo ad andare oltre l’apparenza partendo dall’apparenza delle cose, ed annullare la dualità osservatore/osservato, andando oltre il livello ordinario della realtà, mediato dai nostri strumenti conoscitivi ordinari, rompendo lo schermo dei condizionamenti che non ci permette di cogliere il reale in sé. Si tratta di un tipo di esperienza eidetica ben conosciuto da tutti i mistici (si pensi alla meditazione buddhista, nella quale il saggio osserva un oggetto identificandosi totalmente con esso).
La Devianza Originaria si è sempre presentata e si presenta sotto svariate forme, diretta a deformare la spontaneità della vita sulla terra che si erige come germoglio di luce, una situazione che oggi si riscontra nell’ideologia Woke che cerca di inculcare una nuova programmazione neurolinguistica in bambini innocenti privi di strumenti discriminatori tra la virtù e il vizio.
Stesso dicasi, ieri come oggi, altre forme di devianza sociale rappresentata da esseri nascosti che esercitano la depravazione su minori innocenti che vengono disturbati nei propri comportamenti sessuali, come in particolare i fenomeni di pedofilia e di pederastia che deviano la salute mentale dell’infanzia, della pubertà e dell’adolescenza.
Infatti, l’omosessualità è in realtà una deviazione comportamentale dovuta a interferenze intervenienti lungo l’arco delle fasi di sviluppo psicofisico di un bambino o di una bambina. Sono disturbi di comportamento che poi vengono giustificati da meme, o assiomi non dimostrati, che cercano di sostenere l’opinione positiva sull’omosessualità come attività sociale normale. Una lancia va spezzata però nei confronti delle donne che safficamente possiedono una intimità profonda nella sorellanza. Mentre la fratellanza è di ordine più virile.
La vittoria della Tradizione Primordiale non può che perseguire tutto questo scenario al fine di distruggerne le basi per eliminare ogni forma di omosessualità dalla faccia della terra.
Meditiamo e preghiamo Iddio Altissimo per porre termine a questo abominio sociale.
C’è un elemento aristocratico, nel quale sopravvive qualche cosa dello spirito originale della religione iranica, nella credenza di Mani in un’immutabilità interiore della Luce, la quale nella soddisfazione di sé non dà motivo al divenire e può accettare come stato naturale delle cose la frattura profonda dell’essere insieme all’esistenza di una Tenebra che infuria in se stessa, finché, naturalmente, infuria soltanto dentro di sé. Anche nella maniera in cui la Luce minacciata reagisce di fronte alla necessità di battaglia e alla prospettiva di una disfatta e del sacrificio, sopravvive il coraggioso spirito dell’antico dualismo iranico, seppure nella trasformazione gnostica, ossia anti-cosmica. Ora, se la separazione dualistica è lo stato normale e soddisfacente per la Luce, allora il destino dev’essere messo in movimento non da un impulso dall’alto verso il basso ma da un sollevamento dal basso. L’inizio perciò sta nella profondità e non nell’altezza. Tale idea di un’iniziativa originaria della profondità che costringe l’altezza ad abbandonare il suo riposo è di nuovo un punto che distingue la gnosi iranica da quella siriaca. Nondimeno, questi due differenti modi di causalità devono rendere ragione dello stesso effetto valido in senso gnostico – l’imprigionamento della Luce nella Tenebra – e perciò il cammino della Luce verso la profondità, ossia il movimento verso il basso, è in ambedue i casi, in qualunque posto abbia origine, il tema cosmogonico.
La teoria dello sviluppo sostenibile vuol fare quadrare il cerchio: guardandosi dal mettere in discussione il capitalismo, che è la maggiore causa della devastazione della Terra perché per sua natura combatte tutto ciò che rischia di ostacolare l’espansione planetaria del mercato, pretende di difendere l’ambiente senza però ripudiare l’ideale moderno della crescita.
Heidegger ha scritto nella sua Introduzione alla metafisica (1935): «L’oscuramento del mondo, la fuga degli dei, la distruzione della Terra, la gregarizzazione dell’uomo, il sospetto odioso verso tutto ciò che è creativo e libero, tutto ciò ha raggiunto, su tutta la Terra, proporzioni tali che categorie infantili come pessimismo e ottimismo da tempo sono diventate ridicole». Sono parole che si applicano benissimo all’ecologia. Oggi, a parte qualche scontroso reazionario, tutti si dicono ecologisti. Se ne potrebbe essere lieti se, dell’ecologia, non si potessero avere le idee più diverse, le peggiori come le migliori. Lo testimoniano le due forme di ecologia più diffuse nel solco dell’ideologia dominante: da un lato il “capitalismo verde” e il suo corollario, lo “sviluppo sostenibile”, dall’altro l’ecologismo radical chic, che è anche quello dei partiti Verdi.
La teoria dello sviluppo sostenibile vuol fare quadrare il cerchio: guardandosi dal mettere in discussione il capitalismo, che è la maggiore causa della devastazione della Terra perché per sua natura combatte tutto ciò che rischia di ostacolare l’espansione planetaria del mercato, pretende di difendere l’ambiente senza però ripudiare l’ideale moderno della crescita. Ma, bisogna ripeterlo, non si può avere una crescita industriale e demografica infinita in uno spazio finito. Lo sviluppo sostenibile, pilotato da esperti che credono che l’ideologia si riduca alle anomalie climatiche e all’impronta carbone, che contano sulle “tecno soluzioni”, cioè sul ricorso a sempre più tecnica per correggere la tecnica, e vogliono decidere su tutto in termini di quantità e redditività perché nella natura vedono solo un oggetto da gestire, si accontenta di rinviare le scadenze, adottando l’atteggiamento di un pilota di nave che, avvertito di star dirigendosi contro gli scogli, decide di ridurre la velocità invece di cambiare rotta. Chi parla di ecologia senza mettere sotto accusa il capitalismo farebbe meglio a tacere.
L’ecologismo radical chic, invece, funziona sulla tematica del pentimento morale in una prospettiva “planetaria” e apocalittica («pentitevi, perché la fine è vicina!»). Veicolato da piccoli borghesi delle grandi città che non hanno alcuna idea di cosa sia davvero la natura (i cacciatori la conoscono e la rispettano meglio di loro), perorano un’ecologia fondamentalmente punitiva col pretesto di “far del bene al pianeta”, che ai loro occhi non è che uno spazio mondiale in via di unificazione. Come fare del bene al pianeta? Proibendo gli alberi di Natale, il foie gras, la caccia alla lepre e le corride, favorendo la promozione delle pale eoliche e dei monopattini elettrici, vandalizzando le opere d’arte o magari legalizzando la cannabis e inviando carri all’Ucraina. Strano modo di preservare l’ambiente.
Che fare, allora, se si vuol restituire all’ecologia il suo vero senso? Innanzitutto evitare quella che Bernard Charbonneau chiamava la «periferizzazione del mondo», la trasformazione del mondo in una periferia senza fine, fatta di costruzioni industriali, sedi di grosse società, terre desolare, “grandi insiemi” e centri commerciali. Impedire la devastazione del mondo da parte di un capitalismo liberale che cerca solo di massimizzare i profitti. Preservarlo dall’accelerazione del tempo e dal restringimento dello spazio. Farne un luogo non solo vivibile, ma abitabile.
Questa ecologia è un’ecologia del locale, del territorio, del paesaggio, del sito, del «luogo che fa legame» (Maffesoli). L’ecologista sincero è un amico dei luoghi, che sono altrettanti abiti con cui i popoli hanno rivestito la Terra. I luoghi, come gli uomini che li abitano, non sono intercambiabili, anche se entrambi vivono nell’orizzonte della precarietà. Nietzsche diceva che «l’occhio del nichilista idealizza nel senso della bruttezza». La bruttezza oggi è voluta e ricercata, perché la bellezza è considerata superata. Occorre restituire al mondo la sua bellezza e la sua diversità, a partire dalla diversità dei popoli e delle culture.
Non si tratta solo di rispettare l’ambiente, ma di rifondare un’amichevole connivenza fra l’uomo e la natura, che si potrebbe riassumere nei termini di Martin Buber: sostituire l’io-tu all’io-ciò. Ritrovare il senso del cosmos. Smettere di ragionare secondo il dualismo soggetto-oggetto ereditato da Cartesio che inaugura un’assoluta separazione tra la cultura e la natura, gettando le basi di quello che Augustin Berque chiama il paradigma occidentale moderno classico. Armonia ma non fusione. Perché bisogna anche respingere l’ecologismo New Age, mistico e fusionale, e l’antispecismo, che vuole dimenticare che l’uomo è creatore di se stesso perché, contrariamente agli altri animali, l’ambito che gli appartiene in proprio è la storicità. Solo l’uomo diviene storicamente. L’umanità è una solo biologicamente; culturalmente è per forza molteplice. L’uomo non ha un ambiente specifico. Crea il suo a sua guisa, e questa disposizione sfocia nella diversità delle culture.
L’ecologia è fondamentalmente conservatrice, poiché si batte per il rispetto degli ecosistemi e dei cicli naturali, valorizza il radicamento, rifiuta il saccheggio dei paesaggi, ha il senso della terra, diffida tradizionalmente dei danni provocati in nome del produttivismo e del progresso. Ma è anche rivoluzionaria. Nel 1937, Bernard Charbonneau pubblicò un articolo intitolato Il sentimento della natura, forza rivoluzionaria, constatando che «in un mondo che si lascia andare nel corso del Niagara economico, la conservazione diventa rivoluzionaria». Aveva ragione. Cambiare rotta sarebbe un atto molto profondamente conservatore e perfettamente rivoluzionario.
“Nartaka ātmā, raṅgo’antarāmā, prekṣakāṇīdriyāṇi”,”il Sé è il maestro della danza ed il teatro interiore, i sensi sono gli spettatori”, Śiva Sūtra.
Se trasliamo questi tre famosi sūtra, dal livello metafisico della Mente Universale a quello psicologico dell’anima incarnata (jīva), possiamo notare come la realtà sia confezionata dall’inconscio. La “Legge dell’Attrazione”, di chiaro stampo New Age, più o meno, asserisce: ciò che sei attrai, ciò che hai realizzato crei, ciò che non hai realizzato non attrai. Tale asserzione, pur conservando una minima dose di verità, è di fatto una banalizzazione, bella e buona, di un serio principio psicanalitico. Contro tale tesi “calamita”, oggi sulla bocca di tutti, si può affermare che, effettivamente, l’inconscio personale proietta sulla realtà il filtro delle proprie irrealizzazioni. La baggianata, dunque, dell’affermare: “attrai ciò che sei”, è il creare l’illusione di potere irretire ed aggirare le leggi di natura, attraendo così per magia ogni sorta di bene, dal successo al denaro, dalla salute ad una felicità favolistica, e questo ovviamente a scapito dell’ordine delle variabili, compresa la sofferenza che è alla base della vita. Mi spiego meglio, in natura esistono tutte le variabili, favorevoli e sfavorevoli all’umano vivere; tutte e proprio tutte passano giornalmente davanti ai nostri occhi, ci sfiorano la pelle ed alcune si insinuano nelle vene. Ora, se tutte le variabili ci sfilano dinnanzi è naturale che, in base al nostro stato mentale, tendiamo a vedere (notare), solo ed unicamente, quelle che in quel momento sono momentanemente attive nella nostra mente, a scapito di quelle latenti (sincronicità, tesi del grande Carl Gustav Jung): se sono arrabbiato vedo rabbia, se sono felice vedo felicità, e questo lo proietto sopra ciò che accade oggettivamente. Secondo tale ben più saggio approccio junghiano, non “attraggo”, bensì “vedo”. È bene comprendere, allora, che la mente, più che attrattiva, è soprattutto proiettiva. Dunque l’unica responsabilità che abbiamo è quella della sceneggiatura e della regia, piuttosto che quella della “calamita”. Non attiro per magia, quanto piuttosto l’inconscio personale sceglie di leggere una variabile su infinite altre perché così compenso l’idea inconscia che ho di me stesso/a. Ci si accorge della verità di tale approccio quando, riuscendo a cambiare l’umore, nonostante un’emozione abbia preso il sopravvento, il mondo proiettato fuori (teatro) muti repentinamente, attivando un viscerale stupore (vismaya) su quanto sia forte la capacità identificativa della mente umana.