Atlantide: una storia mitica o un mito storico?

di Luigi Angelino

La leggenda di Atlantide ha da sempre colpito l’immaginario di artisti, letterari ed avventurieri, ma a partire dal diciannovesimo secolo, nei suoi confronti, è sensibilmente aumentato l’interesse di studiosi delle più disparate discipline, che hanno cercato di considerare la presunta esistenza del continente perduto con un approccio quasi scientifico ed orientato ad una ricerca seria.

La prima notizia che fosse sorto un continente sconosciuto nell’Oceano Atlantico si deve a Platone. Il celeberrimo filosofo ateniese, nel dialogo “Crizia” (1) narra che circa novemila anni  prima di Solone, si estendeva, oltre le Colonne d’Ercole, l’isola di Atlantide, più grande dell’Asia e della Libia insieme (ovviamente i concetti di Asia e di Libia, appellativo che indicava l’intera Africa centro-settentrionale, erano differentemente riferiti rispetto alle dimensioni geografiche attuali). Solone avrebbe appreso questa notizia in Egitto da un sacerdote di Sais. Secondo la descrizione platonica, l’isola di Atlantide, ritenuta un vero e proprio continente, aveva raggiunto una civiltà straordinariamente evoluta e fiorente, favorita da un territorio fertile e rigoglioso. I suoi dieci clan sarebbero derivati dai dieci figli di Poseidone, il Nettuno latino, dio del mare, da cui Atlantide per lungo tempo avrebbe goduto la protezione. La discendenza degli abitanti di Atlantide si sarebbe estesa fino all’Egitto e alla Tirrenia (Tirreni era il nome greco degli Etruschi, una civiltà dall’origine oscura e misteriosa). Nel racconto di Platone, gli abitanti del continente sommerso vivevano nella giustizia e nella pace, costruendo templi, regge, porti ed arsenali. Ma ad un certo punto l’elemento divino che li animava fu sopraffatto dall’elemento umano: i re ed i popoli di Atlantide diventarono malvagi ed avidi, meritando il castigo di Zeus. E’ molto chiaro l’intento metaforico e didascalico di Platone, che si serve del racconto della decadenza di Atlantide, per introdurre la contrapposizione duale tra spirito e materia, molto cara alla sua ideologia filosofica. E infatti, per enfatizzare ancora di più le virtù etiche e politiche dei suoi concittadini, inserisce in un altro dialogo, il Timeo (2), una mitica spedizione che gli Ateniesi, custodi della libertà e della civiltà, avrebbero condotto nel Mediterraneo per scacciare gli ambiziosi abitanti di Atlantide, arrivati alle porte del mondo ellenico. Alla fine, disgustato dalla loro avidità e mollezza dei costumi, Zeus nel giro di un giorno e di una notte, avrebbe sprofondato il fiorente impero atlantideo nell’oceano, inviando terremoti ed inondazioni dalle proporzioni apocalittiche. Il nome dell’isola-continente trae origine dal titano Atlante, leggendario protettore dell’Oceano Atlantico, figlio dello stesso dio del mare Poseidone che, secondo il racconto di Platone, sarebbe stato anche il primo re della talassocrazia del mondo perduto inabissato nelle profondità marine. Atlante è anche famoso per essere indicato come il titano in grado di reggere il peso dell’intero globo terrestre sulle sue spalle, un mito che potrebbe sottolineare come sia stata determinante la civiltà di Atlantide per il successivo sviluppo dell’umanità dei millenni successivi. Omero, quando si riferisce al titano Atlante nell’Odissea, afferma che vive in un “mare molto lontano verso Occidente” ed anche Esiodo, nella sua opera più famosa, la Teogonia, racconta che il semidio abita verso l’estremo confine occidentale della Terra, nello stesso luogo dove dimorerebbero anche le Esperidi e la Notte. Si tratta di un’immagine poetica per fare riferimento al susseguirsi ininterrotto della luce e delle tenebre nelle ventiquattr’ore in cui è suddiviso il giorno (3).

I testi di Platone non risparmiano particolari descrittivi sull’isola-continente di Atlantide. Essa avrebbe avuto forma rettangolare, circondata su tre lati da imponenti montagne e da una invidiabile sovrabbondanza di metalli preziosi e di cristalli, tra cui il mitico “oricalco”, di colore rosso e considerato come più prezioso dell’oro. La capitale di Atlantide avrebbe avuto forma circolare, formata da vari cerchi concentrici, dove il più piccolo rappresentava il fulcro politico, culturale e religioso della città. La città appariva splendida ed elegante, con templi, palazzi e scali portuali, di cui una buona parte era edificata adoperando una pietra naturale bianca, nera e rossa, estratta dal sottosuolo del centro dell’isola. Il tempio di Poseidone si imponeva su tutti gli altri edifici, per imponenza e magnificenza, con il tetto formato d’avorio e le pareti ed i pilastri rivestiti di oricalco, mentre il resto della costruzione era interamente lavorato con oro e argento. All’interno del tempio vi erano collocate numerose statue d’oro, tra cui la più alta rappresentava il dio Poseidone in piedi su un carro trainato da sei cavalli alati (4).

A parte il mito narrato da Platone, è opportuno osservare che il mito di un’età dell’oro, in cui l’uomo viveva in comunione con il creato ed anche con il creatore (per le tre religioni monoteiste ebraico-cristiana-musulmana), è sempre esistito nelle culture dei popoli antichi. Il mito di Atlantide, in realtà, non farebbe altro che attribuire una collocazione precisa a quel luogo dorato. L’interpretazione delle Sacre Scritture che parte dalla Genesi, il primo libro dell’Antico Testamento fino a svilupparsi nel Medioevo cristiano, riteneva “l’ecumene”, cioè “l’isola della terra”, lo spazio costituito da Europa, Asia ed Africa, che rappresentavano l’unico luogo che Dio aveva indicato all’uomo per condurre la propria esistenza (5). L’isola della terra era ritenuta circondata dalle acque e poteva essere sempre di nuovo sommersa, qualora avesse osato sfidare l’ira di Dio. Lo stesso Dante colloca Ulisse nell’Inferno (6), ritenendolo colpevole, tra i vari misfatti, di aver inutilmente sfidato il fato, spingendosi oltre le Colonne d’Ercole. Grazie alla scoperta del continente americano del 1492, inizialmente creduto la parte più estrema dell’oriente asiatico, l’oceano non avrebbe più definito i confini del mondo, ma ne sarebbe diventato una parte stessa. Come ho già accennato all’inizio, la leggenda di Atlantide ha ispirato tantissime storie e perfino la scienza si è sforzata di trovare prove concrete della sua esistenza. Di seguito proviamo a fare una breve rassegna delle teorie su Atlantide, in particolare sulla sua esistenza e di conseguenza sulla sua collocazione.

Partiamo da una delle ipotesi più popolari, peraltro strettamente legata ad un’altra area geografica trattata dallo scrivente in altri scritti, il triangolo delle Bermuda. Due biologi, in tempi relativamente recenti, hanno ritrovato delle pietre bianche sui fondali del Mar dei Caraibi, nell’isola di Bimini che, ad una prima valutazione, erano sembrate resti di una strada, denominata con eccessivo entusiasmo “Bimini road”. La strada è risultata lunga circa 800 metri ed è formata da pietre calcaree  rettangolari, ancora però non è stato accertato se si tratti effettivamente di opera dell’uomo oppure di rocce erose dal tempo fino ad assumere una conformazione simile a quella di una strada. In ogni caso, seppure se ne accertasse la derivazione umana, si tratterebbe di un indizio abbastanza debole per sostenere con assoluta certezza l’esistenza di un impero sommerso. Al contrario, secondo alcuni studiosi, Atlantide dovrebbe essere ricercata nel Mar Mediterraneo, ipotesi anche più plausibile in considerazione della narrazione di Platone. Attualmente, la teoria più accreditata è quella avanzata nel 1907 dallo studioso inglese K.T. Frost, che identificò Atlantide con la Creta minoica. Secondo lo studioso, l’isola di Creta sarebbe stata distrutta da un’apocalittica eruzione della zona vulcanica dell’isola di Thera, chiamata al giorno d’oggi Santorini. In effetti, gli scavi condotti da Arthur Evans, a Cnosso, hanno dimostrato che la civiltà minoica di Creta collassò improvvisamente intorno al 1500 a.C. per motivi inspiegabili, nonostante siano addotte come motivazioni principali, l’invasione dei Micenei ed alcuni conflitti di potere interni (7). Tale teoria, pertanto, si coniugherebbe bene con il mito platonico, in considerazione della vicinanza geografica sia alla Grecia continentale che all’Egitto. Platone avrebbe retrodatato l’esistenza di Atlantide e ne avrebbe allontanato la sua collocazione geografica oltre le tanto temute Colonne d’Ercole, per conferire maggiore autorevolezza e dignità ai valori della civiltà greca. Sempre nell’ambito del Mar Mediterraneo, è stata avanzata l’ipotesi che la civiltà atlantidea possa essere fiorita nella nostra Sardegna. A tale proposito, mi riferisco al libro Le colonne d’Ercole, pubblicato nel 2002 dal giornalista Sergio Frau (8). Secondo l’autore, le colonne narrate da Platone dovrebbero essere messe in relazione con il canale di Sicilia. Pertanto, gli Atlantidei corrisponderebbero agli antichi abitanti della Sardegna e i famosi nuraghi ne sarebbero alcuni indizi, rappresentando costruzioni megalitiche ancora misteriose agli occhi dell’archeologia accademica. Dal punto di vista paleo- geologico, inoltre, si suppone che anticamente Sardegna e Corsica formassero un’unica isola e che le coste sarde fossero molto più estese, consentendo nel complesso un più felice sviluppo per il fiorire di una civiltà marittima. Il livello del mare si sarebbe progressivamente innalzato, alla fine forse favorito da un forte maremoto, separando le due grandi isole ed inabissando la maggior parte della zona costiera della Sardegna.

Gli studiosi, però, non sono tutti d’accordo e non mancano coloro che credono che Atlantide sia proprio sorta oltre le colonne d’Ercole. Vi è, a tale proposito, un’importante considerazione scientifica da fare: gli appassionati di geologia e di paleontologia, studiando la somiglianza tra le razze animali e la flora dell’antico e del nuovo mondo, hanno ipotizzato che nelle ere geologiche definite “Cambriano” e “Cretacico”, nell’Oceano Atlantico sorgesse un continente intermedio, che occupava la zona corrispondente all’attuale Groenlandia, Islanda, Azzorre, Canarie e Madeira (9). Queste ultime, infatti, sono considerate da alcuni ricercatori, con un po’ di immaginazione, come le cime delle montagne della sommersa Atlantide. Come si diceva in precedenza, l’origine del mito di Atlantide potrebbe essere ricercato in una reminiscenza sbiadita dell’età dell’oro ed, in tal senso, potrebbe essere ricollegata alla narrazione della mitica isola di Thule, per la prima volta introdotta dall’esploratore Pitea verso il 330 a.C. (10). L’isola di Thule, dalla cui leggenda deriva il detto popolare “ultima Thule” , per fare riferimento ad un’impresa inafferrabile ed irraggiungibile, potrebbe essere stata la parte più settentrionale del continente sommerso di Atlantide, scampata al terribile cataclisma che aveva fatto sprofondare il continente, dove però le condizioni climatiche proibitive sarebbero state ben diverse dal fertile territorio complessivo di un tempo. Di particolare interesse storico è l’ipotesi che Thule, avamposto settentrionale di Atlantide, possa essere identificata con l’Islanda, in quanto capace di sconfessare alcune convinzioni propinate come certezze da parte della storiografia tradizionale. Quest’ultima, infatti, affermava che i primi colonizzatori del territorio islandese furono i Vichinghi nel IX secolo d.C., anche se già erano emersi elementi contrari a tale ricostruzione, come le cronache della navigazione di san Brendano (11) che, nel VI secolo, insieme ad altri monaci irlandesi, sarebbe approdato sulle coste dell’isola vulcanica. Ma ciò che ha destato maggiormente la curiosità degli storici è stato il ritrovamento in Islanda, nel corso del XX secolo, di alcune monete romane databili tra il II ed il III secolo, attualmente conservate presso il Museo Nazionale di Reykjawik. Dal punto di vista letterario, ha esercitato grande fascino la teoria di Atlantide proposta da Donelly, che pubblicò un libro che riscosse grande successo nel 1882, ripubblicato più volte, e capace di influenzare le successive speculazioni sul continente sommerso (12). Secondo Donnelly, Atlantide fu la prima civiltà mondiale, nonchè la potenza coloniale e civilizzatrice del litorale atlantico, del Mediterraneo, dell’America del sud e centrale, del Baltico, dell’India e di alcune regioni dell’Asia centrale. Secondo il fortunato autore, Atlantide avrebbe inventato l’alfabeto e la letteratura: tutti i miti e le leggende dell’antichità, come il diluvio, il giardino dell’Eden, la creazione, diffuse in numerose civiltà, non sarebbero che reminiscenze confuse di fatti storicamente avvenuti nel sommerso continente di Atlantide e nelle sue numerose colonie.

Non a caso, come ripeto in altri scritti, sono state riscontrate inspiegabili coincidenze culturali, religiose ed artistiche tra civiltà geograficamente molto distanti. Si pensi all’utilizzo delle piramidi in Egitto, come in America presso gli Aztechi o i Maya, o in estremo oriente, nell’attuale Cambogia, dalla misteriosa civiltà di Angkor Wat. Ed inoltre si possono annoverare innumerevoli elementi di culto in comune, come l’adorazione del sole, la conoscenza precisa del calendario, l’immagine del serpente come simbolo di conoscenza, la comunanza del pantheon divino (le divinità scandinave, ad esempio, corrispondono quasi fedelmente alle divinità olimpiche greche). Seguendo tale filone interpretativo, si potrebbe pensare che i fatti storici avvenuti ad Atlantide, tramandati dalla memoria dei discendenti dei superstiti approdati nelle zone più disparate del globo, sarebbero alla base della mitologia greca e di molti altri popoli antichi. A questo punto sarebbe lecito ipotizzare che i racconti che hanno come protagonisti gli dei e le dee della religione olimpica ellenica, rappresenterebbero ricordi molto confusi delle imprese di Atlantide e della sua diffusione culturale sull’intero pianeta.

A quelle più conosciute e popolari, si aggiungono ulteriori teorie e ricerche, suffragate da tracce presenti nella letteratura classica e dall’ambizione dei ricercatori, come ad esempio i riferimenti alla mitica Tartesso, considerata la Venezia dell’ovest. Dopo la distruzione di Atlantide, la prima colonia costruita dagli abitanti sfuggiti al cataclisma, sarebbe stata Tartesso, fondata sulla costa atlantica della Spagna. Ma gli archeologi tedeschi, Hirmann e Hendung, che nel 1905 cominciarono un’approfondita ricerca della città perduta di Tartesso, non riuscirono comunque a portarla alla luce, pur avendone individuato il presunto luogo di fondazione (13). Alcuni autori, tra cui il francese Godron, sostengono che alcune colonie di Atlantide si troverebbero, invece, nel deserto del Sahara e sarebbero tuttora coperte da ampi strati di sabbia. Godron sostiene anche che i Berberi dei monti dell’Atlante, molti dei quali con la pelle bianca, biondi e con occhi azzurri, non sarebbero altro che i discendenti degli abitanti di Atlantide sfuggiti alla distruzione del loro continente (14). Brochard nel 1926 cercò di dare dignità scientifica a questa teoria, provando a collegare i nomi delle tribù berbere moderne a quelle dei dieci figli di Poseidone, cioè quelli identificati come i capostipiti dei clan atlantidei. Il Poseidone ellenico, o il Nettuno latino, potrebbe essere stato, quindi, uno dei primi sovrani della potente e fiorente Atlantide. Una buona dose di fantasia, unita ad alcuni ritrovamenti, ha portato alcuni a identificare Atlantide perfino con il remoto Antartide. Pur ipotizzando una serie di capovolgimenti climatici, non appare verosimile che solo circa dodicimila anni fa l’Antartide si trovasse in una posizione geografica così lontana da quell’attuale, volendo pur considerare gli inevitabili spostamenti delle terre emerse. Dodicimila anni, rapportati all’età complessiva della nostra terra, non corrispondono neanche ad un secondo della vita umana. E vorrei aggiungere le affascinanti presunte connessioni già citate, ma non provate, tra Atlantide ed il Triangolo delle Bermuda, dove sono avvenute le misteriose sparizioni di navi e di aerei, ancora oggi in parte insolute. Anche il sud-America, soprattutto di recente, è stato annoverato come una delle possibili sedi dell’antica Atlantide. Uno dei luoghi maggiormente associato al continente perduto è la località di Tiahuanaco (15) in Bolivia, che sembra essere stata fondata tantissimi anni fa, al punto che alcuni animali preistorici sono stati disegnati sulle ceramiche ritrovate tra le sue rovine. Alcuni resti di Tiahuanaco sono davvero impressionanti: vi sono, infatti, enormi edifici, costruiti ad un’altezza di 4000 metri, le cui pareti misurano circa dieci metri di spessore e da blocchi di pietra, ciascuno avente un peso di dieci tonnellate. Lo scrittore Graham Hancock, nel best seller, Impronte degli dei (16), ha fatto osservare come la piramide di Tiahuanaco, sia orientata ad ovest in direzione della costellazione dell’Acquario, così come essa era visibile intorno alla metà dell’undicesimo millennio prima dell’era cristiana. Inoltre, alcune foto scattate nelle profondità marine, al largo della costa del Perù, hanno evidenziato notevoli tracce di pilastri e di pareti con incisioni che farebbero pensare all’intervento della mano umana. A ciò si aggiunge una popolare leggenda indigena diffusa nell’America centrale, principalmente nello Yucatan messicano, scoperta dopo la conquista europea e riportata nel cosiddetto “Codice Aubin” (17), secondo la quale alcune tribù, provenienti da Aztlan (assimilabile ad Atlantide) avrebbero vagato senza meta, prima di raggiungere le coste del continente americano, per scampare al terribile cataclisma che aveva colpito la loro patria.

Il rifiuto da parte degli esponenti dell’archeologia tradizionale di teorie fantasy e l’ingente diffusione sul nostro pianeta di opere e di oggetti difficilmente rapportabili alle civiltà arcaiche ben potrebbe far pensare ad Atlantide come una civiltà evoluta globalizzata che avrebbe dispiegato la propria influenza sull’intero pianeta. Del resto la teoria dei cicli temporali è ampiamente documentata nei testi di tutti i popoli antichi, in particolare in India e in America. Ma tracce di un’era altamente evoluta, poi collassata, è riscontrabile nel racconto del diluvio universale biblico ed in uno dei passi più enigmatici della Genesi (18): “c’erano i giganti a quei tempi – e anche dopo- quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli, sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi”. Si tratta del famoso brano riferito alle creature, definite “Nephilim”, che ben potrebbe rimandare ad un passato stadio dell’evoluzione umana, poi decaduto per una serie di motivazioni ambientali, climatiche e di costume.

Avviandomi alla conclusione, non posso fare altro che ricordare come l’esistenza di Atlantide possa essere considerata un fatto possibile, ma non una certezza. Al momento, infatti, l’esistenza dell’antica Atlantide non può ritenersi un fatto scientificamente documentabile. In estrema sintesi, si può dire che a sostegno dell’esistenza di Atlantide vi sono due argomentazioni principali: 1) vi è la prova inconfutabile che nel corso della storia vi siano state aree geografiche molto vaste poi inabissate, mentre altre aree altrettanto vaste sono emerse solo di recente dalle acque ( ad esempio anche la stessa Italia, è stata per lungo tempo sotto il livello del mare): 2) l’esistenza di usanze simili e di consuetudini comuni in Europa, Asia e Africa da un lato, e nel continente americano dall’altro, come già in precedenza illustrato, attestate negli antichi testi della maggior parte delle civiltà. Anche per negare l’esistenza di Atlantide, si possono indicare due argomenti essenziali: 1) fino ad oggi non sono state ritrovate rovine sommerse così imponenti, da far pensare ad un continente così esteso, e per giunta così scientificamente  e tecnologicamente avanzato; 2) la mancanza di fonti storiche antiche che descrivano anche in maniera sommaria questo continente, ad eccezione dei due dialoghi di Platone, che hanno un valore più didascalico che storiografico.

E’ opportuno segnalare, tuttavia, che coloro che credono fermamente nell’esistenza di Atlantide, attribuiscono la mancanza di fonti antiche al tragico evento della distruzione della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, la più grande ed imponente del mondo antico, a seguito dell’occupazione da parte degli Arabi. Si può credere che la distruzione della Biblioteca di Alessandria abbia reso più labili e lacunose le conoscenze sulle vicende del nostro lontano passato, ma non può indurci a ritenere con ragionevole certezza che vi fossero opere a proposito di Atlantide. Una speculazione del genere rientra comunque nel campo delle ipotesi più ardite. Come è accaduto per altri misteri irrisolti, un’intuizione improvvisa o una scoperta con nuove tecnologie potrà forse consentire di ottenere insperati risultati, altrimenti Atlantide rimarrà un bella favola, la metafora di qualcosa che abbiamo perduto nel nostro inconscio collettivo e verso cui cerchiamo sempre di tornare o di raggiungere.

Note:

1 – Il Crizia è uno degli ultimi dialoghi scritti da Platone incentrato sullo zio dello stesso filosofo, che era stato capo dei Trenta Tiranni;

2 – Il Timeo è stata una delle opere più importanti di Platone, dispiegando grande influenza sulla filosofia successiva;

3 – Cfr, Daniel Kircher, traduttore M. E. Giacomelli, Atlantide. Il mito, i fatti, il mistero, Edizioni Età dell’Acquario, Torino 2019;

4 – La statua probabilmente voleva rendere omaggio alla magnificenza ed alla protezione della divinità più importante nel pantheon atlantideo;

5 – Cfr. Luigi Angelino, I miti: luci e ombre, Cavinato editore International, Brescia 2018;

6 – Come è noto, si tratta del XXVI canto dell’Inferno;

7 – Cfr. Luigi Angelino, Il palazzo di Cnosso ed il mito del minotauro, su https://auralcrave.com

8 – Il titolo intero del testo citato è Le colonne d’Ercole. Un’inchiesta. La prima geografia. Tutt’altra storia;

9 – Cfr. Roberto Pinotti, Atlantide. Il mistero dei continenti perduti, Edizioni Mondadori, Milano 2001;

10 – Pitea era originario della colonia Massalia, l’attuale Marsiglia ed è passato alla storia per essere stato uno dei primi geografi dell’antichità a visitare le zone costiere del Nord Europa, attraversando le colonne d’Ercole;

11 – In realtà, “Le cronache della navigazione di San Brendano” è un’opera anonima composta in lingua latina e considerata uno dei principali classici della letteratura medievale;

12 – Il testo è stato rieditato nel 2005 in Italia, curatore L. Cozzi, Platone, l’Atlantide e il diluvio, Edizioni Mondo Ignoto;

13 – E’ molto recente la scoperta, nel sito di Casas del Turunuelo nella provincia di Badajoz in Spagna, di imponenti statue attribuite alla civiltà tartessica. Esse, tuttavia, risalirebbero ad un periodo compreso tra il VI ed il V secolo a.C., difficilmente assimilabile, pertanto, ad Atlantide;

14 – Queste etnie non devono essere confuse con i Tuareg che, invece, devono il proprio nome ai particolari indumenti adoperati;

15 – Il sito archeologico in questione sorge nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca, a circa 70 chilometri da La Paz;

16 – Il libro è stato pubblicato in Italia nel 1997 dalla CDE;

17 – Il Codice Aubin rappresenta una descrizione iconografica delle principali consuetudini e della storia della civiltà azteca;

18 – Cfr. Genesi, 6, 4-8.

Luigi Angelino,

nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale, conseguendo anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2022 ha pubblicato con la Stamperia del Valentino 8 volumi: Caccia alle streghe, Divagazioni sul mito, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, L’epopea assiro-babilonese, Campania felix, Il diluvio e Sulla fine dei tempi. Con altre case editrici ha pubblicato vari libri, tra cui il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la raccolta di saggi “I miti: luci e ombre”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana” (Apocatastasi-Apostasia-Apocalisse); il saggio teologico/artistico “L’arazzo dell’apocalisse di Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; un viaggio onirico nel sistema solare “Nel braccio di Orione”ed una trattazione antologica di argomenti religiosi “La ricerca del divino”. Con auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei più affascinanti luoghi d’Europa” ed ha collaborato al “Sipario strappato”. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica italiana.

Tratto da: Pagine Filosofali

Atlantide: una storia mitica o un mito storico?
Atlantide: una storia mitica o un mito storico?

Donne iraniane e il prezzo della libertà vera

a cura della Redazione

17 giugno 2023

Occidente e donne iraniane – Da 44 anni l’Iran paga il prezzo per essersi liberato dal cappio dell’imperialismo americano. Sanzioni, tentati golpe, attentati, blocchi commerciali, assassinii mirati, campagne mediatiche di odio, guerre, rivolte e violenze eterodirette dall’Occidente, sono tra le conseguenze che il popolo iraniano paga per la sua libertà. Tra i pretesti principali che l’Occidente utilizza per attaccare l’Iran, c’è sicuramente quello legato alla presunta mancanza di libertà e diritti per le donne iraniane.

Uno dei risultati più importanti della Repubblica Islamica dell’Iran è fornire alle donne iraniane l’opportunità di emergere in vari campi politici, sociali, culturali e sportivi facendo affidamento sulle proprie capacità. Nel corso della storia e in tutte le società e nazioni, la questione delle donne è stata una delle questioni impegnative e controverse tra i governanti da un lato e le istituzioni civili e gli attivisti dall’altro.

Ovviamente, l’Iran non è stato esente da questo punto di vista nel corso della storia. La presenza delle donne nelle manifestazioni, negli anni e nei mesi che hanno portato alla vittoria della Rivoluzione Islamica guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, ha mostrato al mondo che le donne iraniane cercano un posto cruciale nella società.

Con il cambiamento di atteggiamento nei confronti delle donne durante la Rivoluzione Islamica, le donne sono state in grado di ottenere una forte presenza nelle arene sociali e politiche.

Le donne nella Costituzione della Repubblica Islamica

Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979, la Costituzione della Repubblica Islamica ha ampiamente considerato pari opportunità per donne e uomini per svolgere un ruolo nelle alte responsabilità del Paese, e sono state create anche le condizioni affinché le donne possano dimostrare la loro presenza in vari campi, soprattutto in campo politico.

Nella Costituzione dell’Iran, non solo non è considerata alcuna discriminazione dovuta al genere, ma è anche tutelata la dignità sociale delle donne e sono previste modalità legali per la partecipazione delle donne a tutte le scene sociali, segno dell’atteggiamento positivo verso le questioni femminili.

Durante il regime Pahlavi

Dopo la Rivoluzione, le donne hanno assunto molte responsabilità esecutive. La presenza delle donne nell’Assemblea consultiva islamica e nei consigli cittadini e di villaggio islamici mostra la loro posizione speciale nella Repubblica Islamica. Vale la pena ricordare ai tanti “difensori dei diritti umani made in Usa”, che le donne occupavano la posizione più bassa nell’amministrazione dell’Iran durante l’era Pahlavi. Con il 27,1% di donne ministri al governo, l’Iran era tra i primi 23 Paesi all’inizio degli anni 2000 che avevano il maggior numero di donne ministri.

Nel 1999, l’Iran contava 140 editori donne, sufficienti per organizzare una mostra di libri e riviste pubblicati da donne. Nel 2005, il 65% degli studenti universitari iraniani e il 43% dei suoi lavoratori dipendenti erano donne. All’inizio del 2007, quasi il 70% degli studenti iraniani di scienze e ingegneria erano donne. Attualmente, il 60% della popolazione studentesca, che è di circa due milioni di ragazze, studia nei centri di istruzione superiore. Dopo la Rivoluzione Islamica, le donne hanno fondato molte istituzioni con approcci culturali-educativi, imprenditoriali, caritatevoli e persino di ricerca.

Le donne sono presenti anche nella polizia iraniana che si occupa dei crimini commessi da donne e bambini. Secondo l’opinione del leader della Rivoluzione Islamica, l‘Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, fornire opportunità per sviluppare i talenti della donna nella famiglia e nella società significa rispettare la donna. “Rispettare le donne significa dare loro l’opportunità di svilupparsi, a diversi livelli”.

Con la vittoria della Rivoluzione Islamica, lo sport nel Paese, soprattutto quello femminile, ha subito molti cambiamenti. L’aumento delle infrastrutture e degli impianti sportivi, anche nelle aree più remote del Paese, ha creato condizioni positive per la partecipazione allo sport in generale. 

L’elevato status delle donne iraniane

Uno sguardo ai numerosi libri e articoli pubblicati in Iran, scritti da donne in vari campi della scienza, della storia, della letteratura, della politica e dell’arte, indica l’elevato status delle donne. Anche la presenza delle donne iraniane nei campi della medicina, della tecnologia e dello sport è impressionante. Le statistiche relative alla presenza di successo delle donne in Iran dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica in vari campi sociali, scientifici, politici, economici e sportivi mostrano il ruolo positivo e impressionante delle donne nella società.

L’Ayatollah Khamenei in uno dei suoi discorsi ha sottolineato il progresso delle donne iraniane dopo la Rivoluzione, dicendo: “Oggi, quando diamo un’occhiata, vediamo che il nome delle nostre donne è stato scritto su molti libri, inclusi quelli scientifici, basati sulla ricerca, libri storici, letterari, politici e artistici. Gli scritti delle nostre donne – siano essi articoli o libri – sono oggi tra i migliori scritti della Repubblica Islamica. Questa è davvero una fonte d’onore ed è senza precedenti nella nostra storia. 

Oggi non vi è alcun divieto per le donne iraniane di essere presenti nei diversi settori della società. Mentre in altri Paesi le donne non hanno ancora raggiunto alcuni dei loro diritti elementari, le donne iraniane godono di diritti come il diritto di voto alle elezioni, di ricoprire incarichi governativi e di ricoprire posizioni dirigenziali. Purtroppo, la narrativa occidentale, ben oliata dai petrodollari di americani e sauditi, afferma tutt’altro.

di Sara Atta

Tratto da: Il Faro sul Mondo

Donne iraniane e il prezzo della libertà vera
Donne iraniane e il prezzo della libertà vera

MELCHISEDEC: IL TERZO MESSAGGERO

di Mike Plato

Pistis Sophia: Quando giungeva il tempo del numero di Melchisedec, il grande ricevitore della luce (Paralemptor), egli era solito entrare fra gli eòni e fra tutti gli arconti che sono uniti nella sfera e nel destino; da tutti gli arconti degli eòni, da tutti gli arconti del destino e da quelli della sfera egli asportava la luce purificata, alimentando tra loro ciò che era motivo di smarrimento.

Se uno non capisce cosa significhi MELKIZEDEK SOTTRAE LA LUCE AGLI ARCONTI, legga il seguente estratto da un Inno Manicheo sul Terzo Messaggero e gli Arconti: Egli (il terzo Messaggero) toglie loro (agli Arconti) la Luce in molte forme e modi, con mezzi dolci e duri. Libera i prigionieri dalla schiavitù. Purifica la loro vita.

Cosa significa? Significa in primo luogo che il Cristo, il Pneuma cioè, CI TOGLIE, sottrae a noi uomini esteriori e mortali in quanto EMANAZIONE ARCONTICA la luce CHE NOI STESSI TENIAMO INTRAPPOLATA. Egli Libera l’anima (la luce) e per farlo usa VERSO DI NOI metodi duri e morbidi a seconda delle necessità.
SIAMO DISTANTI ANNI LUCE DALLE SOLITE AFFERMAZIONI DELLA NEW AGE: SII CALMO E SAPPI, TU SEI DIO….IO SONO LA MIA ANIMA…IO MI REINCARNO…IO SONO LA REINCARNAZIONE DI X o Y.
Stupidaggini!

MELCHISEDEC: IL TERZO MESSAGGERO
MELCHISEDEC: IL TERZO MESSAGGERO

L’ipocrisia delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic

di Chiara Nalli per l’Antidiplomatico

24 settembre 2023

VUCIC: “I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, allora non sono più principi”

Il primo estratto del discorso del presidente serbo Vucic davanti all’Assemblea generale dell’ONU è apparso sulla stampa serba intorno alle 17.00 di giovedì 21 settembre. Il principale quotidiano del Paese ha titolato “Dov’era il diritto internazionale quando avete attaccato la Serbia?”. E se il resoconto dei giornali nazionali è stato capace di suscitare un immediato entusiasmo, l’intero discorso, disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=PXt1bBtHxVI – in inglese – può essere considerato, a pieno titolo, un intervento di portata storica. Tanto che la frase citata nel titolo è stata interrotta dagli applausi della sala.

In un consesso dominato dalle tematiche legate alla guerra in Ucraina, sgranellate dalla stampa con la consueta superficialità, il presidente serbo è intervenuto riportando al centro la vicenda del proprio Paese, sotto una duplice prospettiva: ricordando, da un lato, come le attuali situazioni di conflitto (con particolare riguardo all’Ucraina) siano in massima parte la conseguenza della violazione del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, nell’ambito di un processo di espansione strategica avviato proprio con l’attacco NATO alla Serbia; dall’altro – denunciando l’attuale stato delle relazioni con il Kosovo, in cui le stesse superpotenze – USA e UE – coinvolte come meditatori, applicano sistematicamente “doppi standard” – capaci di portare alla cronicizzazione – o peggio l’inasprimento – del conflitto.

Vucic ha scelto di parlare del proprio Paese, con la consapevolezza della dimensione universale, profondamente politica e attuale, insita nella sua storia e nella sua posizione strategica: “Sono davanti a voi come rappresentante di un Paese libero e indipendente, la Serbia, che si trova nel percorso di adesione all’Unione europea ma che, al tempo stesso, non è pronto a voltare le spalle alle sue tradizionali amicizie costruite da secoli (con la Russia, NDR)”. Significativa in questo senso è anche la scelta dell’inglese, al fine raggiungere una platea più ampia possibile senza l’intermediazione di traduttori, come egli stesso ha chiarito nei successivi incontri con i giornalisti, i quali hanno evidenziato, per l’appunto, come il suo intervento sia andato oltre l’ambito regionale e non fosse diretto al solo pubblico locale.

Ancor più in un momento storico in cui il rispetto dei principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità degli stati viene sbraitato con foga e tradotto, in pratica, nel sostegno illimitato a uno dei due belligeranti – diventando la maschera per protrarre una guerra senza fini – il presidente serbo ha sottolineato l’ipocrisia delle maggiori potenze mondiali sull’argomento, ricordando l’appoggio – concesso da quasi tutti i paesi del blocco euro-atlantico, alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU: “Voglio alzare la voce a nome del mio Paese, ma anche a nome di tutti coloro che oggi, a 78 anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, credono veramente che i principi della Carta delle Nazioni Unite siano l’unica difesa essenziale della pace nel mondo, del diritto alla libertà e all’indipendenza dei popoli e degli Stati. Ma anche di più: sono la garanzia della sopravvivenza stessa della civiltà umana. L’ondata globale di guerre e violenze che colpisce le fondamenta della sicurezza internazionale è una conseguenza dolorosa dell’abbandono dei principi delineati nella Carta delle Nazioni Unite […] Il tentativo di smembrare il mio Paese, formalmente iniziato nel 2008 con la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo è ancora in corso. Per la precisione, la violazione della Carta delle Nazioni Unite nel caso della Serbia è stato uno dei precursori visibili di numerosi problemi che tutti dobbiamo affrontare oggi, che vanno ben oltre i confini del mio Paese o il quadro della regione da cui provengo. Più in generale, dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, il mondo non è né un posto migliore né più sicuro. Al contrario, la pace e la stabilità globale sono ancora minacciate. […] Onorevoli colleghi, anche se da tre giorni da questo palco tutti giuriamo di rispettare i principi e le regole della Carta delle Nazioni Unite, proprio la loro violazione è all’origine della maggior parte dei problemi nelle relazioni internazionali – mentre l’implementazione di doppi standard è un aperto invito per tutti quelli che cercano di affermare i loro interessi con la guerra e la violenza, violando le norme del diritto internazionale ma anche le fondamenta della moralità umana.”

A questo punto si potrebbe pensare che sul piano diplomatico, il presidente serbo abbia detto più che abbastanza. E invece no, Vucic si è spinto fino a nominare ciò che nella situazione attuale è, di fatto, diventato innominabile, chiamando in causa i diretti responsabili: “Tutti i relatori finora, e credo tutti dopo di me, hanno parlato della necessità di cambiamenti nel mondo, menzionando il proprio Paese come esempio di moralità e rispetto della legge. Oggi non parlerò molto del mio Paese […] Ma parlerò dei principi che sono stati violati e che ci hanno portato alla situazione odierna, e non dai piccoli paesi, che spesso sono bersaglio di tali attacchi, ma dai paesi più potenti del mondo, soprattutto quelli che si sono arrogati il diritto di dare lezioni a tutto il mondo, esclusivamente dal proprio punto di vista, su politica e morale.

E ancora “Qui in questa sala, appena due giorni fa, abbiamo potuto sentire dal Presidente degli Stati Uniti che il principio più importante nelle relazioni tra i paesi è il rispetto della loro integrità territoriale e sovranità – e solo come terzo fattore più importante ha menzionato i diritti umani. E mi è sembrato che tutti in questa stanza lo sostenessero. Io, come presidente della Serbia, l’ho accolto con palese entusiasmo. […] Sarebbe tutto bello se fosse vero. Quasi tutte le principali potenze occidentali hanno brutalmente violato sia la Carta delle Nazioni Unite sia la Risoluzione ONU 1244, che era stata adottata in questa Alta Camera, negando e calpestando tutti quei principi che oggi difendono, e ciò è accaduto ventiquattro anni fa e ancora quindici anni fa. Per la prima volta, senza precedenti nella storia del mondo, i diciannove paesi più potenti hanno preso una decisione senza il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – lo ripeto, senza alcuna decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di attaccare brutalmente e punire un Paese sovrano sul suolo europeo – come ebbero a dire – “per impedire il disastro umanitario” […]. E quando ebbero finito con questo lavoro, dissero che la situazione del Kosovo era un fatto di democrazia e che sarebbe stata risolta in base alla Carta della Nazioni Unite e al diritto internazionale. E poi, contraddicendo tutto questo e soprattutto contrariamente al diritto internazionale, nel 2008 hanno deciso di supportare l’indipendenza del Kosovo. La decisione illegale di secessione della provincia autonoma di Kosovo e Metohija dalla Serbia è stata presa dieci anni dopo la fine della guerra, senza un referendum o qualsiasi altra forma di consultazione democratica affinché i cittadini in Serbia o almeno nel Kosovo stesso, potessero dichiarare le loro intenzioni. Questa decisione è stata presa in un momento in cui la Serbia aveva un governo impegnato nell’integrazione europea ed euroatlantica […]. Tutto questo non ha impedito che la violenza politica e legale arrivasse proprio da coloro che oggi sono in prima fila nell’impartirci lezioni […]. La cosa peggiore è che tutti coloro che hanno contribuito all’aggressione contro la Serbia oggi ci danno lezioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Come se non la supportassimo. Noi la supportiamo e continueremo a farlo perché noi non cambiamo le nostre politiche e i nostri principi, non ostante la nostra centenaria amicizia con la Federazione Russa. […] Sono il presidente della Serbia, al mio secondo mandato; in innumerevoli occasioni ho subito pressioni politiche, sono un veterano politico. Ciò che vi dico oggi è la cosa più importante per me: i principi non cambiano in base alle circostanze. I principi non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, non sono più principi”. […] Un’altra cosa importante è che la pace è diventata una parola proibita. Tutti loro (NDR, le grandi potenze) hanno i loro preferiti e i loro colpevoli. I soli valori che rimangono alle grandi potenze sono proprio i principi. Ma sono principi falsi: li invocheranno solo fin quando gli staranno bene.”

Le parole di Vucic sono sassate. Lo sarebbero anche se fossero uscite dalla bocca di un Lavrov, rappresentante di un Paese indipendente nella sostanza del reale, dotato di risorse sterminate e di un esercito in grado di contrastare i propri nemici per un tempo virtualmente illimitato. Diventano leggendarie nel momento in cui sono pronunciate dal presidente di un Paese di 6,7 milioni di abitanti, stretto nella morsa dei Balcani tra paesi NATO, ultima frontiera geografica, culturale e politica nel cuore dell’Europa atlantica. Per comprenderne fino in fondo la portata, è necessario considerare questo punto di vista e, ancor più, la situazione in cui si trova attualmente la Serbia – probabilmente la fase più delicata in venticinque anni di storia: stretta tra lo stallo dei negoziati – patrocinati da USA e UE – con le autorità kosovare, da un lato – e le pressioni da parte di Unione Europea e Stati Uniti per abbandonare definitivamente i propri rapporti (in massima parte economici) con la Russia, dall’altro; minacciata costantemente di una rivoluzione colorata in casa e con la prospettiva, in un orizzonte ormai troppo vicino, di un conflitto congelato in Kosovo, capace di detonare (o essere innescato) in qualsiasi istante.

Non è inappropriato affermare che – in base all’evoluzione di alcune variabili – Serbia, Kosovo e Repubblica Srpska potrebbero rappresentare la nuova linea di conflitto in Europa; per questo torneremo a dare chiarimenti – in proposito – nei prossimi articoli.

L’ultima considerazione sullo storico discorso di Vucic riguarda proprio la posizione “individuale” della leadership di governo serba che rappresenta, attualmente, l’unica espressione politica valida, credibile e solida di una scelta strategica nazionale, razionalmente e realisticamente indipendentista e sovranista. Una posizione scomoda che si tiene in equilibrio tra gli attacchi propagandistici della stampa estera (CNN e New York Times in prima fila) e i tentativi di destabilizzazione – talvolta violenti – portati avanti dai partiti di opposizione all’interno dei confini nazionali. Tanto che, da almeno sei mesi, i leader del governo serbo hanno rinunciato a coprire il tutto con il velo di diplomazia del “detto-non-detto”, passando a denunciare apertamente le pressioni che ricevono da elementi esteri e interni. L’intervento all’Assemblea Generale dell’ONU non ha fatto eccezione: nei successivi incontri con la stampa, Vu?i? ha rivelato di esser stato “consigliato” al fine di non menzionare l’aggressione della NATO contro la Serbia e la violazione del diritto internazionale implicita nella dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Ha aggiunto: “Hanno cercato di spiegarmi che era l’ultima occasione, per me, di diventare un politico del futuro e non un politico del passato” (frase che potrebbe rappresentare tanto una promessa di carriera quanto una minaccia) “e se non avessi voluto, ci sarebbero state queste fondazioni straniere pronte a sostenere i miei avversari politici, per portarli dove devono essere”.

Forse si può non credere alle parole di un leader ma rimane fuori discussione che la menzione di una verità storica come quella della Serbia, nell’attuale contesto politico mondiale, possa aver fatto tremare le pareti del Palazzo di Vetro.

Ancora una volta, le vicende del Paese balcanico rappresentano una lente di osservazione privilegiata, in grado di riassumere in un arco temporale relativamente breve e in un territorio dalle caratteristiche emblematiche, le contraddizioni e le distorsioni di un modello di leadership globale in piena crisi, proprio per aver immoralmente violato i principi su cui ha preteso di basarsi dal 1943 in poi.

La conclusione del discorso di Vucic riassume, al tempo stesso, lo spirito dei paesi che stanno decidendo di allontanarsi dalla sfera d’influenza occidentale (sulla traccia storica dei paesi non allineati, di cui la Jugoslavia era capofila) e una grande lezione di dignità politica e culturale: “in un mondo del genere, credo che ancora una volta, la Serbia, alzando la voce e combattendo per i valori universali e per i principi di inviolabilità dei confini internazionalmente riconosciuti, per l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza politica, offra l’esempio della battaglia per ciò che è giusto […] Non ci vuole una grande forza ma solo risolutezza e coraggio. […] È solo triste che i grandi paesi, che non sono interessati alla legge e alla giustizia, si appellino a principi diversi in base alle circostanze, ovvero ai principi che in quel momento gli convengono. Quando si segue questo tipo di politica, quando non c’è moralità nella politica, diventa chiaro che entreremo in un’era di grandi divisioni e grandi conflitti, non solo economici e politici ma anche militari. Proprio in una situazione così difficile, l’ONU rimane l’unica piattaforma reale che ci unisce […]. Forniamo pieno sostegno a tutti i processi di riforma delle Nazioni Unite, comprese le iniziative del Segretario generale per preservare la pace globale, per non rischiare di scomparire, tutti, in un conflitto darwiniano guidato dalle maggiori potenze […] La Serbia è sulla strada europea, pronta al cambiamento e alle riforme. Abbiamo buoni rapporti con gli Stati Uniti e credo che i nostri rapporti saranno ancora migliori. Allo stesso tempo preserveremo le nostre amicizie tradizionali, in tutti i continenti, e saremo orgogliosi dei nostri buoni rapporti con i paesi e i popoli in Africa, Asia e America Latina. […] Le nostre relazioni con Cina, Korea e Giappone, molti paesi arabi e musulmani, sono alla loro massima espressione storica. Non romperemo la nostra importante, storica amicizia con la Russia, nella convinzione che Il dialogo rimane l’unica strada per una soluzione di compromesso. […] Credo nel futuro […] e nella capacità di superare le differenze con sforzi congiunti. […] Voglio che costruiamo ponti, non muri.”

Tratto da: L’Antidiplomatico

L’ipocrisia delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic

Dal Forum di San Pietroburgo

dal Canale Telegram @ItaliaBrics

15 giugno 2023

Vito Petrocelli (Presidente Istituto Italia Brics): “L’Italia da paese di confine è divenuto un paese borderline… nel senso psichiatrico del termine”

Vito Petrocelli, presidente dell’Istituto Italia Brics, è intervenuto stamattina al Forum economico internazionale di San Pietroburgo nella sessione “Partenariati commerciali BRICS nella nuova realtà economica”.

In particolare il moderatore dei lavori Sergey Katyrin, presidente della Camera di commercio della Federazione Russa, ha chiesto una valutazione sugli attuali rapporti economici e commerciali dell’Italia con il gruppo dei Brics nel nuovo contesto geopolitico internazionale.
Quella che segue è in breve la risposta tradotta dall’inglese.

“Grazie signor Katyrin.

Per rispondere alla sua domanda voglio parlare delle relazioni economiche e commerciali tra l’Italia e i Paesi G7 da un lato, e tra Italia e Paesi Brics dall’altro.
Nel 2022 l’Italia ha esportato per 247 miliardi di euro ed importato per 180 miliardi di euro con i G7.

Allo stesso tempo l’Italia ha esportato per 34,5 miliardi di euro ed importato per 103 miliardi di euro con i Brics.

Allora la vera domanda è questa. Può l’Italia limitare o addirittura cancellare le relazioni con uno dei due blocchi o con un singolo Paese di uno dei due blocchi a seguito delle mutate condizioni geopolitiche?

La risposta è no, ovviamente.

L’Italia è l’unico paese del G7 ad aver sottoscritto un memorandum con la Cina sulla Nuova via della seta.

L’Italia è geograficamente e culturalmente un Paese di confine, tra Est e Ovest, tra Nord e Sud globale.

Purtroppo oggi l’Italia, a causa delle sue recenti scelte politiche e commerciali, piuttosto che un Paese di confine (border Country in inglese) si è trasformato in un Paese borderline.

Nel senso psichiatrico del termine”.

Tratto da: L’Antidiplomatico

Dal Forum di San Pietroburgo
Dal Forum di San Pietroburgo

LA CO-PRODUZIONE CONDIZIONATA

a cura di Andrea Cecchetto

  • […] Nagarjuna dimostra che le cose, essendo reciprocamente condizionate, non hanno natura propria. Nessuna cosa è in sé esistente; è, in quanto correlata ad altre. Il suo essere è in rapporto ad un altro: è soltanto concettuale. La sua individualità e singolarità sono una supposizione erronea; esse non sono nulla fuori dell’identità assoluta: la quale identità è «il vuoto», l’inesprimibile, il non concettuale siccome oltre ogni designazione (Giuseppe Tucci; Storia della filosofia indiana, pp. 58-59).
  • La materia soggetta ai sensi, le sensazioni, le percezioni e le formazioni mentali, la coscienza, in una parola i cinque aggregati di appropriazione soggiacciono alla sete di identificazione, che è sete di possesso e di autopossesso. Su questa sete si radica il travaglio dell’esistenza, la cui genesi interdipendente (paṭiccasamuppāda) viene significativamente rappresentata attraverso la concatenazione dei dodici fattori o dodici cause (nidāna). Gli scritti canonici illustrano ripetutamente la genesi strutturata dell’esistenza individuale, nominando analiticamente ognuna delle tappe del processo di costituzione dell’Io e del suo destino: ignoranza o nescienza (avijjā), predisposizioni o coefficienti karmici (saṅkhāra), coscienza (viññāṇa), nome e forma (nāmarūpa), i sei domini sensoriali (saḷāyatana), il contatto (phassa), la sensazione (vedanā), la sete (taṇhā), l’appropriazione (upādāna), il divenire (bhava), la nascita (jāti), la vecchiaia e la morte (jarāmaraṇa), costituiscono la progressione condizionante (samuppānna) e condizionata (samuppāda) dell’esistenza (Emanuela Magno; Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia, p. 29).
LA CO-PRODUZIONE CONDIZIONATA
LA CO-PRODUZIONE CONDIZIONATA

CALDO E FREDDO

di Omraam Mikhaèl Aivanhov

“Anzitutto si deve capire che esistono due specie di calore e di freddo. Vi è un calore che dilata, vivifica e fa maturare, e un calore che brucia, distrugge, fino a lasciare solo cenere. Esiste un freddo che conserva tutto ciò che è buono, e che offre le migliori condizioni per la saggezza e il pensiero; ma c’è anche un freddo che paralizza ogni possibilità di vita. Sono dunque queste due diverse specie di caldo e di freddo che dobbiamo studiare.
Vi è un calore che viene dal Sole, e un altro che viene da Marte. Vi è un freddo che viene da Saturno, e un altro che viene dalla Terra. Il Sole rappresenta il calore vivificante, e Marte il calore distruttivo. Saturno è il freddo della meditazione, dell’intelligenza e della saggezza, mentre la Terra è il freddo della separazione e della morte.”

CALDO E FREDDO
CALDO E FREDDO

LA NOSTRA ESISTENZA

di Omraam Mikhaël Aïvanhov

“E’ dunque necessario che decidiate ferma­mente di lavorare per abbellire la vostra esistenza, per santificarla e renderla più intensa. Ben presto vi accorgerete che una vita condotta in purezza e armonia potrà portarvi a toccare livelli tali da consentirvi di mettervi in contatto con una molti­tudine di altre entità, che a loro volta verranno a ispirarvi e ad aiutarvi.”

LA NOSTRA ESISTENZA
LA NOSTRA ESISTENZA

L’UOMO RISVEGLIATO

di Mike Plato

L’uomo risvegliato è colui che ha compreso che in lui esiste qualcosa di infinitamente più importante di lui stesso e della sua stessa misera vita a scadenza.

L’uomo risvegliato sa che quei due hanno bisogno di lui per ricongiungersi e che è necessario il sacrificio della sua vita profana che, in ogni modo, terminerà.

E allora è meglio offrirla per la reunion di quei due piuttosto che sprecarla.

Questo insegnamento è presente anche in Ladyhawke ove Philippe (Broderick) capirà presto l’importanza di proteggere e difendere quei due.

L'UOMO RISVEGLIATO
L’UOMO RISVEGLIATO