QUELLI CHE NEGANO LO SPIRITO

di Dario Chioli

Materialisti e razionalisti da una parte, psicologisti e occultisti dall’altra, su una cosa concordano: sulla negazione dello Spirito. Credono solo in ciò che controllano o possono constatare con la loro mentalità limitata. Lo Spirito, Dio, il Supremo non può essere, né può esistere uno spirito nell’uomo che tramite la contemplazione ne riceva benedizione.
Amano svagarsi nei labirinti dei sentimenti e dei sogni, nei giochi di controllo della società e della tecnica, dell’ideologia e della polemica.
Sono in preda alla morte e non desiderano sottrarsi, non sanno e non vogliono sapere che esista un’alternativa. Qualche volta sognano di trovarla, e scambiano il sogno per la realtà. Pochi cercano la via.
Eppure sulla soglia del giorno il nostro Ospite attende. Offre pane e sale a chi si avvicina e lo saluta. Al viandante assetato offre acqua sorgiva.

QUELLI CHE NEGANO LO SPIRITO
QUELLI CHE NEGANO LO SPIRITO

I JINN, LE ENTITA’ DEL MONDO INTERMEDIO: NATURA, FUNZIONE, PERICOLI

di Charles Upton con traduzione di Eduardo Ciampi

Nella tradizione islamica vengono definiti Jinn, nella Bibbia e nella Tradizione Ebraica sono indicati come Shedìm, nelle tradizioni del Nord Europa sono i Faires o Side, nel folklore fiabesco diventano Fate, Elfi, Gnomi. A volte confusi coi “demoni” veri e propri – assimilazione che solo in alcuni casi può avere un fondamento – i Jinn così come i loro analoghi presenti in tutte le tradizioni del mondo sono essenzialmente creature del “mondo intermedio”, né spirituali né grossolane – anche se capaci a volte di assumere forma fisica. Articolo di grande interesse sia per gli studiosi di storia delle religioni sia per chi è più seriamente e operativamente attratto dai complessi fenomeni dei “mondi invisibili”.

I Jinn, i fairies dell’Islam e dell’Arabia pre-islamica, corrispondono pressappoco ai daimones greci, forze del piano intermedio, ovvero psichico che una volta servivano da collegamento tra gli dei – gli intelligibili platonici, equivalenti, in termini islamici, ai nomi di Allah – e il mondo materiale. […] A un certo punto, si accentuò la separazione (a motivo della degenerazione ciclica, avrebbe detto Guénon) tra i daimones e gli dei, dopo di che per i daimones non fu più possibile trasferire le preghiere degli uomini ai mondi superiori […], una divisione che nella dottrina islamica è rispecchiata nel fatto che alcuni jinn sono muslim (ossia credenti), mentre altri sono miscredenti. […]

Gli dei pagani cominciarono a essere progressivamente trasformati in demoni, o meglio essere sostituiti da demoni, infatti i demoni essendo daimones mascherati da déi, tendono a credere (come gli arconti gnostici) di essere déi. […]

Nell’Islam, i Jinn vengono spesso considerati una razza che abitò la terra prima della creazione dell’umanità. Ma se le cose fossero così, che cosa sono ora? Essi sono considerati associati, sebbene in modo invisibile, a certe specifiche aree geografiche, nel senso quindi che sono ancora qui sulla terra assieme agli uomini.

[…] Una leggenda islamica racconta che vi fu una guerra tra gli Angeli e i Jinn, prima della creazione dell’uomo sulla terra e che gli Angeli ne uscirono vittoriosi. […] I Jinn sono considerati mortali, sebbene vivano per un periodo di tempo molto lungo; assomigliano quindi alla versione buddhista dei Deva che all’idea medievale cristiana dei fairies, che venivano appunto definiti come Longaevi. […] Probabilmente i Jinn sono soltanto ‘gusci’ psichici di una precedente razza di déi, qualcosa di simile alle quippoth della Cabala. Tuttavia, questi esseri non vengono presentati come semplici fantasmi o spettri; appaiono come esseri individuali consapevoli. Inoltre, secondo il Corano, i Jinn, come gli esseri umani, possiedono libera volontà; di conseguenza devono necessariamente conservare un qualche contatto, per quanto debole, con il dominio Spirituale. […]

Come tutti gli esseri immortali, finché non sono decaduti, i daimones nella loro precedente déi-formità, erano immortali solo attraverso la partecipazione all’immortalità e all’eternità di Dio; una volta che tale partecipazione viene meno, una volta che la connessione è interrotta, esso diventarono gioco forza mortali, per far sì che possa venire restaurata – proprio come l’umanità decaduta non può mantenere quell’immortalità del corpo e dell’anima goduta da Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden, ma può soltanto aspirarvi in uno stato postumo. […]

I Jinn sono fisicamente più potenti dell’umanità ‘media’ a causa della loro discesa da una superiore era precedente, ma in termini spirituali essi non sono altro che dei diseredati. […] Ora, nel loro stato decaduto, non sono stati capaci di mantenere altro che il fantasma della loro funzione precedente, e ciò soltanto attraverso il furto; la loro tendenza a ‘rubare’ l’intelligenza dai mondi celesti è peraltro strettamente paragonabile a quella del mito greco del Titano Prometeo che ruba il fuoco a Zeus. Nel momento in cui Dio offrì la Fiducia all’uomo essi dovettero abbandonare la speranza di tornare alla loro precedente gloria, a quell’epoca anteriore in cui erano degni della Fiducia, e accettare il loro stato subordinato. Ma non tutti i Jinn accettarono tale ‘umiliazione’. Il Corano racconta che quando agli Angeli, nel mondo celeste, venne ordinato di inchinarsi dinnanzi alla Sua creazione sulla terra, Iblis […] si rifiutò; e come punizione fu esiliato dal Paradiso, diventando Shaytan – proprio come Lucifero, nella tradizione cristiana, divenne Satana dopo la caduta – e in seguito divenne capo di quei kafir (infedeli)[…] I Jinn kafir vengono chiaramente identificati come diavoli, o demoni.

La tendenza cristiana, a ritrarre tutti gli abitanti del piano intermedio, tutte le ‘Potenze dell’Aria’ come demoni, è estrema e non propriamente esatta, tuttavia risulta saggia dal punto di vista di una direzione spirituale: non tutti i pesci presenti un un’area infestata da squali sono degli squali, ma questo non significa che si possa nuotare impunemente in tali acque. […] Se tutti gli uomini dovessero glorificare i Jinn, assieme al loro re Iblis, ecco che l’umanità abbandonerebbe la Fiducia, lasciandola ai Jinn, come nella precedente era del mondo: il che è l’essenza dell’impossibilità e della distruzione, sia per l’uomo che per la terra. […]

I Jinn, gli Jötun, gli Asura, i Titani, sono essenzialmente forze psichiche. Nella misura in cui sono individui consapevoli con libera volontà, essi possiedono anche spirito, ma la loro funzione in questa epoca è interamente sul piano psichico; la funzione spirituale della Fiducia è passata all’uomo.

Dovrebbe essere almeno virtualmente possibile per ogni essere umano perfettamente sottomesso a Dio avere assoluto potere sui Jinn e ciò di fatto accadeva in tempi passati (ad esempio per Salomone); persino alcuni sciamani nordamericani hanno ancora questa abilità, o l’avevano fino a poco tempo fa per influenzare le condizioni meteorologiche, il che indicava potere sugli spiriti elementali che formano una particolare classe di Jinn.

L’intento dei Jinn è di produrre contraffazioni psichiche della dottrina e della pratica religiosa, per trascinare tutte le autentiche tradizioni spirituali a livello psichico dove la magia e altre ‘tecnologie psichiche’ rimpiazzeranno i sacramenti e le teurgie contemplative fornite da Dio all’umanità come vie che possano ricondurre a Lui.”

(Charkes Upton, Vectors of the Counter-Initiation, Sophia Perennis, 2012; traduzione di Eduardo Ciampi)

Tratto da: GianlucaMarletta.it

I JINN, LE ENTITA’ DEL MONDO INTERMEDIO: NATURA, FUNZIONE, PERICOLI
I JINN, LE ENTITA’ DEL MONDO INTERMEDIO: NATURA, FUNZIONE, PERICOLI

LA STORIA DEI PARADISI

a cura della Redazione

2 novembre 2021

Cristiani, ebrei, musulmani, induisti: tutti descrivono i loro paradisi, i luoghi dove i giusti si incontreranno dopo la morte. Eccoli.

I primi a sognare il paradiso furono i sumeri e lo chiamarono Dilmun: si trova descritto in una tavoletta (2500 circa avanti Cristo) come un luogo puro e splendido, dove non esistono malattie né violenza. La parola “paradiso” deriva invece dall’antico persiano piridaeza, e significa giardino, parco. Tradotto dai greci diventò paradeisos, e così venne ribattezzato il giardino dell’Eden nella Bibbia dei Settanta, cioè la traduzione in greco dall’ebraico, fatta nel III secolo avanti Cristo.

Ma il paradiso ha tanti altri nomi, quante sono le religioni che, nel corso dei secoli, l’hanno promesso ai propri devoti: Sheol per gli ebrei, Campi Elisi per gli antichi greci, Gan Eden per i musulmani, Terra Pura per i buddhisti, Vaikhunta per gli induisti. Sono tutti luoghi rassicuranti e idilliaci, che tuttavia rispecchiano le diverse culture dalle quali provengono.

«Il paradiso è una dimensione simbolica necessaria a ogni cultura perché è il riflesso di un’utopia sociale: nel paradiso tutto è perfetto perché tutti siamo uguali e felici. Non esiste conflitto tra me e te, siamo tutti diversi ma in un unico corpo che è il corpo di Dio. Il paradiso è anche una grande visione psicologica: rappresenta il ritorno all’utero materno, dove si realizza finalmente la fusione di due in uno», dice Massimo Raveri, ordinario di religioni e filosofie dell’Asia orientale all’università Ca’ Foscari di Venezia.

DOV’È? Il paradiso quindi è un’utopia, che non si può realizzare in questa vita. Bisogna prima morire e raggiungere il luogo dell’eterno. Ma dove si trova? Il paradiso non è in terra, perché nessun esploratore l’ha mai trovato. Non è in cielo, perché gli astronomi hanno escluso di poterlo avvistare. La scienza, nel corso dei secoli, ha contribuito cioè a indebolire tutte le teorie geografiche sull’aldilà. Eppure la speranza di raggiungerlo è sempre viva.

La chiesa cattolica non trascura questa profonda esigenza e definisce il cielo come il «fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva». Poi però preferisce frenare l’immaginazione dei credenti e ricondurre la localizzazione del paradiso tra i misteri della fede: «Questa comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione », recita il Catechismo della Chiesa Cattolica.

SUCCESSO CRISTIANO. Ma non è sempre stato così. Anzi, il successo della religione cristiana, fin dai tempi dell’impero romano, si deve proprio alle rosee prospettive che offre per l’aldilà, a differenza per esempio dell’ebraismo, che nella sua fase più antica aveva descritto l’oltretomba (Sheol) come un mondo oscuro e sotterraneo, dove venivano confinati, dopo la morte, tanto i buoni quanto i malvagi. Più tardi (nel primo secolo dopo Cristo), correggendo il tiro, anche i rabbini introdussero il concetto della resurrezione dei morti e assegnarono ai giusti la vita eterna nel giardino dell’Eden. Un paradiso di pura spiritualità, nel quale il massimo piacere è passeggiare in compagnia di Dio, e per farlo bisogna conoscere alla perfezione la Torah (cioè i primi cinque libri della Bibbia, detti anche Pentateuco).

CITTÀ. Un paradiso di pura contemplazione era anche quello prospettato dai primi teologi cristiani, come San Tommaso. Ma il testo sacro che più ha solleticato la fantasia degli esegeti è l’Apocalisse di Giovanni. In essa si descrive come dimora degli eletti, dopo la resurrezione, la Gerusalemme celeste. È una città cinta da mura di diaspro, con le case d’oro e cristallo, decorate di pietre preziose. Nella piazza centrale si trova l’Albero della vita (lo stesso che si trovava nel Giardino dell’Eden), che produce frutti ogni mese.

Presentare il paradiso come una città ha reso molto più concreta la visione dell’aldilà, almeno per i protestanti che, all’interpretazione allegorica dei cattolici, hanno sempre preferito quella letterale. L’evangelico Judson Cordwall, per esempio, nel suo libro Heaven del 1989, non lesina i particolari. Immagina la Gerusalemme celeste come un cubo di 1500 miglia di diametro, formato da 1500 livelli sovrapposti. Ha anche calcolato quanti potrebbero essere, fino a oggi, gli eletti: 28 miliardi.

ATTICO. La promessa più allettante per l’aldilà è comunque quella dell’Islam: nel Corano il Gan Eden viene descritto come un luogo di delizie materiali. Gli eletti possono godere di frutta, carne e miele, vino delizioso, bagni in sorgenti purissime e tante vergini, le urì, per allietare le giornate. “Ma quando rivolgete una supplica al Signore chiedetegli il Firdaws, poiché è il piano migliore e più elevato del paradiso”, ha detto Allah. Il Firdaws è in pratica l’attico del paradiso musulmano, che è concepito come un palazzo di otto piani sulla cui cima sta il trono di Dio.

«In comune tra queste religioni c’è la concezione che il paradiso, da luogo di perfezione iniziale, perduta, si è trasformato nel luogo della perfezione finale », spiega lo storico delle religioni Giovanni Filoramo. «Nelle religioni orientali, invece, dove vige una concezione ciclica del tempo, il paradiso non è uno stato definitivo, ma un passaggio che torna a ripetersi tra un ciclo di vita e l’altro».

Così nell’induismo, secondo il quale i paradisi sono molti. «C’è quello di Indra, quello di Shiva, quello di Visnu (il Vaikhunta). Tutti sono luoghi di piacere, con pranzi, bellissime fanciulle, coppieri divini. Però alla fine di questi godimenti l’uomo torna sulla terra. Lo scopo infatti è di migliorare se stessi, di vita in vita, per raggiungere la liberazione definitiva, che è proprio l’annullamento del vivere», dice Stefano Piano, uno dei principali studiosi di indologia italiani.

NIRVANA. Non diversa la concezione del buddhismo classico (600 avanti Cristo): il Buddha non parla del “dopo” perché quello che conta è la liberazione dal dolore dell’esistenza. La felicità, cioè il nirvana, è la fine delle continue rinascite, il nulla. In una fase storica successiva, invece, il Buddha, che assume le caratteristiche di una divinità, prospetta agli eletti illuminati il suo regno di perfezione assoluta, la Terra Pura. Nell’amidismo, una corrente del buddhismo, la Terra Pura è fatta di laghi, fiori di loto, foreste di pietre preziose, giardini fatati e musica celeste. Ma è un’eccezione. «L’amidismo infatti descrive anche un Buddha molto umano, buono, che si cura di noi, e che ci salva portandoci nella Terra Pura. È insomma molto vicino al cristianesimo », spiega Raveri. «E questa è anche la ragione del suo recente successo in Occidente. Come potrebbe infatti una cultura come la nostra, fortemente influenzata dal cristianesimo, accettare il buddhismo classico e cioè che la realtà ultima sia il vuoto e la felicità il nulla?»

LE FONTI. Ovviamente ciascuna religione fa riferimento ai propri libri sacri. Nel dettaglio ecco quali.

Il paradiso dei cristiani viene descritto nella Genesi e nell’Apocalisse di Giovanni. Tuttavia, anche dopo la Bibbia, molti santi e teologi sono tornati sull’argomento.

Anche per gli ebrei, oltre all’Antico testamento, vale la letteratura post-biblica, cioè le fonti rabbiniche.

La fonte principale per il paradiso islamico è naturalmente il Corano.

Le religioni orientali, invece, non hanno un unico testo sacro. I buddhisti, sulla base dell’insegnamento del Buddha, hanno fondato molte scuole e cia- scuna ha prodotto i suoi Sutra (testi sacri). A parlare di paradiso è la scuola amidista.

Anche l’induismo si divide in molte scuole. Tutte seguono la Bhagavadgita, ciascuna in più ha i propri sampradaya, cioè testi tradizionali. Gli induisti credono che la divinità non abbia una sola forma, ma infinite. A ognuna danno un nome: Shiva, Visnu, Krisna sono le maggiori.

Il taoismo cinese ha come scopo la ricerca dell’immortalità e indica una serie di pratiche per raggiungerla. Il libro fondamentale è il Tao Teh-Ching.

Gli indiani d’America non hanno un unico testo sacro, ma molte leggende, per lo più orali.

Liberamente tratto da: FOCUS

LA STORIA DEI PARADISI
LA STORIA DEI PARADISI

I SIMBOLI MANIFESTI

di Andrea Cecchetto

L’infinito (Dio-Padre) si manifesta a se stesso in forma contratta nel finito (Dio-Figlio).
Non vi è alcuna alterità – se non apparente – fra i due (Dio-Spirito).
Spirito (spiritus) = respiro, soffio: espirazione (passaggio nel fenomenico) ed inspirazione (riassorbimento nella Fonte).

In tal senso vi è identità profonda fra:

  • Samsâra e Nirvâna
  • Forma e Vuoto
  • Mâyâ e Brahman
  • Mondo e Dio
  • Relativo e Assoluto
I SIMBOLI MANIFESTI
I SIMBOLI MANIFESTI

Extraterrestri e Intraterrestri nell’Islam

di Nadeem Haque e Zeshan Shahbaz

23 novembre 2015

Terrestri, prestate attenzione prego… Qui è il prostetnico vogon Jeltz dell’Ente Galattico Viabilità Iperspazio… Come indubbiamente già sapete, i piani per lo sviluppo delle zone più remote della Galassia richiedono la costruzione di un’autostrada iperspaziale che attraversi il vostro sistema solare, e purtroppo il vostro pianeta è uno di quelli che è necessario demolire. Il procedimento durerà poco meno di due dei vostri minuti terrestri. Grazie. – Da Guida galattica per gli autostoppisti, di Douglas Adams[1]

Nei circoli accademici, quando ci si confronta sull’affascinante interrogativo della possibilità che esistano forme di vita extraterrestri intelligenti, la validità delle religioni, che considerano l’uomo come unica specie intelligente o superiore che Dio abbia creato, è messa seriamente in discussione. Erroneamente, l’Islam viene incluso nella lista di “religioni in discussione”.

Tuttavia, anziché mettere in discussione l’Islam, la possibile scoperta degli extraterrestri in realtà darebbe credito a ciò che è già contenuto nel Corano, con delle stupefacenti conferme. In questo articolo, offriremo una panoramica della prospettiva islamica su questo argomento.

Non siamo soli!

Secondo l’Islam, il fatto che non siamo da soli è una certezza. Il Corano (capitolo/Surah 42, versetto/ayah 29, ovvero 42:29) afferma: Fra i Suoi segni vi è la creazione dei cieli[2] e della terra e degli esseri viventi [dabbatin] che vi ha sparso; Egli è in grado di riunire tutti quando lo vorrà [idha yashao].

Nel Corano, considerato una scrittura di rivelazione, sono presenti riferimenti ad altri mondi e alle loro forme di vita, fra cui creature corporee e particolari creature energetiche. Una nuova concezione della fisica ispirata agli studi coranici spiega questa diversità in termini di particelle indivisibili chiamate “microbit”.

In questo passaggio chiave ci sono molti punti che meritano approfondimento. Innanzi tutto, nel Corano la parola dabbat o dabbatin si riferisce a un’entità fatta di acqua o evolutasi dall’acqua, e si dice che Dio ha creato ciascun dabbat dall’acqua (dabbatin min ma-in) (cfr. 24:45). La parola dabbat denota inoltre qualsiasi creatura senziente e corporea capace di movimenti spontanei[3]. In secondo luogo, questo passaggio indica che la vita è diffusa (sparsa) in questo universo. Infine, si evoca l’immagine che un giorno, in un futuro, comunicheremo e/o ci incontreremo con creature extraterrestri, e che questo sarà uno dei segni del Creatore: segni di un disegno, della grandezza e del potere che riflette l’Intelligenza da cui hanno origine l’universo e i suoi abitanti stellari.

Il motivo per cui è evidente che la frase che parla della riunione degli esseri corporei di questo universo si riferisce a un evento nell’universo stesso, e non nell’aldilà nel giorno del giudizio, è che quando il Corano cita altrove (es. 10:45) che ci sarà una riunione delle creature nella vita successiva lo fa indicando la loro riunione davanti a Dio o usando espressioni equivalenti. Tuttavia, in questo particolare passaggio (42:29), la riunione delle forme di vita non avviene fra esse e Dio, ma fra le stesse forme di vita che, prima sparse, sono riunite insieme.

Inoltre, quando si parla di “segno” o “segni”, significa che a un certo punto il segno sarà colto o visto dagli esseri umani in questa vita. Per esempio, nel Corano (10:92) si indica che il faraone che cacciò il profeta Mosè[4] sarà salvato nel corpo, e questo sarà un segno per coloro che verranno dopo di lui. Infatti, i corpi di Ramsete II e di Merenptah sono tuttora conservati nel Museo egizio del Cairo come segno per noi, come è stato dettagliatamente trattato dal Dott. Maurice Bucaille nel suo ormai famoso libro La Bible, le Coran et la Science[5].

Se le creature che sono nel resto dell’universo saranno un segno per noi, a un certo punto dello spazio del tempo dovremo accorgercene concretamente. Speriamo che questi esseri non siano insensibili come i “vogon” di Douglas Adams, sopra citato, o ingannevoli come gli alieni di un episodio ormai cult di Ai confini della realtà che dicono di visitare la Terra per servire l’uomo. In realtà, all’insaputa dei semplici terrestri, con “servire l’uomo” intendevano letteralmente “servire l’uomo su un vassoio per cena”, e non mettersi al servizio dell’uomo!

Ammassi di Terre

Si noti che nel Corano è anche indicato che ci sono altri pianeti simili alla Terra, ovvero che possono ospitare la vita. In riferimento al seguente passaggio, è importante osservare che il numero sette (saba’a in arabo) è spesso sinonimo di “molti” o “numerosi”, ma può anche significare “esattamente sette”. Il Corano (65:12) dice: Dio è Colui che ha creato sette cieli [samawati] e altrettante terre. Come sono queste “Terre” che secondo il Corano sono tante quante i cieli? La parola sama (plurale samawati) indica “ciò che è in alto” e il suo significato varia in base al contesto. Nei versetti 67:3 e 71:15 si indica che Dio ha creato i sette cieli “sovrapposti”.

Inoltre il “cielo più vicino” menzionato nel versetto 37:6 comprende i pianeti (kawkab), a indicare che il “cielo più vicino” o letteralmente “il più vicino di ciò che è in alto” indica una sorta di raggruppamento: in questo caso, il gruppo di pianeti intorno a una stella, ovvero il sistema solare. Da questi indizi linguistici e contestuali capiamo che “sette cieli” deve riferirsi al raggruppamento gerarchico che caratterizza la struttura dell’universo. Per esempio, noi viviamo nel sistema solare e, naturalmente, al di là degli spazi cosmici a noi vicini abbondano moltitudini di altri sistemi stellari. Questi sistemi stellari possono essere raggruppati, “ammassati” in termini di relativa vicinanza gli uni agli altri. Un ammasso di questi gruppi stellari forma una galassia, e la nostra galassia contiene da sola fino a 400 miliardi di stelle.

Tuttavia, anche queste galassie solo a loro volta raggruppate, e così anche i gruppi di galassie, che formano dei “superammassi”. Gli astronomi stimano che l’universo contenga approssimativamente 100 miliardi di galassie. Se “altrettante terre” è inteso analogamente ai sette cieli, significa che allora esistono anche ammassi di Terre, ovvero di pianeti che come la Terra orbitano intorno a stelle vicine. Se è così, ci saranno innumerevoli pianeti come la Terra nell’universo. Vale la pena di osservare che anche il profeta Maometto menzionò la pluralità delle terre:

… Dite: o Dio, Signore dei sette cieli e di tutto ciò che essi sovrastano, Signore delle terre [al-aradina] e di tutto ciò che esse contengono [sottolineatura aggiunta].
– Citato da al-Tabarani in al-Kabir e al-Awsat.

La natura dell’intelligenza extraterrestre

Tutto questo ci porta alla seguente affascinante domanda: se esistono altre creature in pianeti lontani, ce ne sono di intelligenti come noi, o per lo meno con il potenziale di diventare intelligenti come noi?

A sorpresa, il Corano (17:70) non dice che siamo noi, con i nostri attributi generali, intellettuali e/o fisici, la specie che primeggia nell’intero universo: In verità noi abbiamo onorato i figli di Adamo, li abbiamo condotti sulla terra e sul mare e abbiamo concesso loro cibo eccellente e li abbiamo fatti primeggiare su molte delle Nostre creature. Già: primeggiare “su molte” ma non tutte! Forse questo versetto è fra i più trascurati in assoluto del Corano. Qui si precisa esplicitamente che potrebbe esserci almeno una specie superiore alla nostra, ma probabilmente diverse altre (in questo ayah, il “noi” si riferisce a Dio).

Il versetto seguente (13:15) indica categoricamente che in tutto l’universo ci sono quelli che ubbidiscono o che si discostano in materia di fede, il che per associazione implica anche che costoro probabilmente avrebbero degli sviluppi paralleli al nostro sui rispettivi pianeti, nel senso che Dio manda loro dei profeti per avvisarli: Volenti [come sono gli umani e gli extraterrestri buoni che seguono le leggi di Dio] o nolenti si prosternano a Dio [soltanto] coloro che sono nei sistemi cosmici [samawati, ovvero i pianeti di dieci miliardi di galassie] e sulla terra e anche le ombre loro, al mattino e alla sera .

Il fatto che questi individui possiedano un’ombra implica che sono esseri fatti di materia fisica, e non di energia (secondo la nuova concezione unificata della fisica postulata da M. Muslim e da uno di noi [Nadeem Haque], non c’è distinzione fra materia ed energia, poiché tutte le particelle sono raggruppamenti di microbit, ovvero quark al più alto livello; la distinzione è data solo dalla quantità di moto e dalla composizione dei raggruppamenti di microbit. Se ne parlerà ancora nella seconda parte dell’articolo).

Uno dei motivi per cui molti musulmani non hanno notato questi dettagli sulla vita extraterrestre è che danno per scontato che quando il Corano dichiara che gli esseri dei “sette cieli e della Terra” venerano Dio, questi passaggi includano gli angeli o gli uccelli. Tuttavia, ci sono due interessanti riferimenti che ci indicano che esistono entità diverse dagli angeli e dagli uccelli che si trovano nei “cieli”. Il Surah:ayah 24:41 esclude gli uccelli, mentre 16:49 cita gli angeli separatamente e li esclude dal gruppo “creature corporee” in questo modo: Si prosterna davanti a Dio tutto ciò che c’è nei sistemi cosmici e sulla Terra, tutte le creature corporee [dabbatin] e gli angeli…

Le prove che abbiamo presentato per esporre l’idea degli extraterrestri nell’Islam sono avvalorate da un tafseer (commento) al Surah:ayah 65:12 del Corano pronunciato da uno dei più fidati compagni del profeta Maometto, Abdullah Ibn ’Abbas.

Interrogato su questo versetto, Ibn ’Abbas disse: Se ve ne parlassi dettagliatamente, non ci credereste, anzi lo rifiutereste. (Poi disse:) Ci sono sette terre, e ogni Terra ha un profeta come il vostro profeta, un Adamo come Adamo, un Noè come Noè, un Abramo come Abramo e un Gesù come Gesù. – Citato da al-Suyuti in al-Durr alManthur, 5:581-582.

Se questi mondi extrasolari hanno o hanno avuto dei profeti, devono anche avere o avere avuto la rivelazione. Chissà se là fuori nell’immensità dello spazio, su un puntino verde-azzurro o di altro colore intorno a una stella solitaria o a un sistema stellare binario, c’è qualcuno che sta scrivendo un articolo riferendosi a noi come extraterrestri… È davvero qualcosa su cui riflettere.

Note
[1]. Adams, Douglas, The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, Pan Books, 1979, capitolo 3 [versione italiana Guida galattica per gli autostoppisti, Urania, 1980, trad. Laura Serra] [2]. Asad, Muhammad, The Message of the Corano, Dar al-Andalus, Gibilterra, 1980, nota 20 su Surah:ayah 2:29
[3]. Asad, op. cit., nota 56 su Surah:ayah 16:49
[4]. L’identità del faraone che inseguì Mosè è tuttora oggetto di accesi dibattiti fra i ricercatori.
[5]. Bucaille, Maurice, The Bible, the Quran and Science, Islamic Call Society, Tripoli, 1976 (prima pubblicazione in francese La Bible, le Coran et la Science, Seghers, Parigi, 1976)

Estratto dal magazine Nexus nr.118

Tratto da: AltroGiornale

Extraterrestri e Intraterrestri nell’Islam
Extraterrestri e Intraterrestri nell’Islam

MEDITERRANEO MULTIPOLARE: OVVERO LA SFIDA DI UN FUTURO MIGLIORE

di Lorenzo Maria Pacini

Nell’ampia e dettagliata riflessione internazionale sulla geopolitica, c’è la tendenza a riflettere sui massimi sistemi intercontinentali, concentrandosi perlopiù sulle due macropotenze che il Novecento ha consacrato, vale a dire Stati Uniti d’America e Federazione Russa, assumendole come riferimenti in maniera pressoché univoca; qualora si presentino nuove grandi potenze, come avviene dall’inizio di questo nostro secolo, si tenta di fare un paragone con le due potenze maggioritarie e si studiano le relazioni e i legami che sono presenti con esse. Ciò manifesta, a mio parere, una sorta di vizio di forma del tutto legittimo ma allo stesso tempo necessario di revisione.

La geopolitica, infatti, ha dato sin dal suo fondamento uno spazio privilegiato alla geografia, che è una delle scienze che la compongono, mettendo in secondo piano la storia, un posizionamento più afferente alle funzionalità che alla importanza disciplinare. Senza quindi discriminare maldestramente, si è però creata una sorta di bolla dell’eterno presente (o eterno futuro) in cui avvengono molte analisi geopolitiche, omettendo il passato e la costruzione storiografica degli eventi geopolitici, la cui comprensione è indispensabile non soltanto per capire il presente, ma soprattutto per suggerire una direzione al futuro.

Pensiamo al Mediterraneo. Esso è cuore del cosiddetto “Vecchio Mondo”, accezione quest’ultima che proviene dall’ideologia dell’occidentalismo americano, permeante ormai da decenni l’Europa, per il quale la recisione dei nessi che hanno legato i popoli europei con il proprio contesto geografico e geologico è stato un dovere primario. La fisionomia dell’Europa ha subito nel giro di un secolo un rimodellamento molto forte, decentrandosi dal Mediterraneo che ne era stato la culla dei modelli di civiltà e dei grandi imperi, per spostarsi fra Londra e Bruxelles, molto più a nord rispetto alla storicità dei fatti. Una variazione non soltanto geografica, bensì esistenziale e, dunque, noologicamente parlando, capace di mutare irreversibilmente il manifestarsi dello spirito dei popoli che abitano il continente.

Se Halford Mackinder fosse nato due o tre secoli prima, probabilmente avrebbe pronunciato diverse parole circa l’Heartland, che potremmo mutuare come segue: “Chi controlla il Mediterraneo, controlla il mondo”. Il Mediterraneo allora non è il “cuore del Vecchio Mondo” ma il “vecchio cuore del mondo”, perché fino al disallineamento verso l’Atlantico delle strutture di potere, il Mediterraneo è stato il centro nevralgico e l’oggetto di brama e conquista. Dando un rapido sguardo alla storia europea, questo pare essere stato il leit motiv di secoli, dagli antichi greci fino ad almeno la Grande Guerra. Controllare il mediterraneo, definito come mare chiuso e, per tale ragione, estremamente prolifico, ricco e strategicamente vantaggioso, significava avere il controllo su tutto il mondo di allora. Perché a tutti gli effetti, il Mediterraneo non è semplicemente la parte sud del continente Europa, con la protesi geografica italiana e le sue isole; non è nemmeno solo un po’ d’acqua chiusa fra meravigliose coste fertili; è, anzitutto, dominio.

Il Mediterraneo è sempre stato un grande spazio aperto ove sono confluite molteplici entità diverse fra loro, i cui destini si sono intrecciati fin dalle epoche più remote, tessendo flussi con fitte trame relazionali che hanno generato una ricchezza di identità, culture, arti e tecniche tanto da far ancora oggi impallidire ed appassionare qualsiasi altro popolo. Una riconsiderazione della sua importanza, senza per tale ragione voler sovvertire i canoni “classici” della geopolitica come scienza, può comunque dare una spinta a riflessioni ed analisi a caratteri differenti rispetto all’usuale occidentalo-centrismo delle scienze politiche contemporanee.

Il Mare è multipolare

Il mare ha un afflato multipolare molto potente. Il Mediterraneo è, come già accennato, multipolare per sua stessa costituzione, perché ha continuamente vissuto il controllo e l’incontro-scontro di una miriade di cellule territoriali, etnie, lingue, religioni, economie distribuite ai bordi dell’universo marittimo. È il mare nostrum che abbiamo scritto nel sangue, è il luogo della competizione tra potenze regionali e globali. Il mare lambisce e permette di raggiungere più poli della scacchiera geopolitica, costituendo lo spazio prediletto per gli spostamenti di larga scala; ricopre, inoltre, la maggior parte dell’intero globo, e conserva al suo interno le risorse principali che mandano avanti l’economia internazionale.

Diamo ancora, però, uno sguardo alla storia: l’Impero Romano è genericamente considerato una potenza tellurocratica. Roma, però, si espanse non soltanto grazie alle legioni che percorrevano i vasti altipiani centroeuropei, arrivando fino ai confini delle grandi montagne ad est, ma anche e sin da subito verso la terraferma scrutabile attraversando il grande mare. La ricchezza multietnica e multiculturale delle conquiste di quello che divenne l’Impero ebbe luogo proprio grazie al mare. Una coincidenza di domini strategici e dottrinali che è probabilmente unica nel suo genere su tutto il pianeta. Tale grandezza è stata anche economica proprio grazie al mare, che ha permesso di commerciare sin da subito con l’Oriente e con il Sud, tracciando una fittissima rete di rotte commerciali in acqua e sulla terraferma, così ben fatte che ancora oggi funzionano egregiamente.

Nel bacino del Mediterraneo, l’Italia[1] è (o, meglio, dovrebbe essere) per sua natura detentrice della leadership strategica, un protagonismo che è stato decisamente contrastato negli ultimi ottant’anni. Questa proiezione naturale è cuore della nostra politica estera da prima che l’Itali fosse uno Stato unitario, così come l’Europa non può illudersi di fare a meno di interessarsi a cosa accade in questa regione. L’Unione Europa e la NATO[2] hanno ben presente questa collocazione strategica, tanto che proprio sui popoli del Mediterraneo sono puntate sia le politiche di soft power, sia i posizionamenti delle alleanze internazionali[3][4][5].

Il concetto stesso di Mediterraneo Allargato, considerando il mare di riferimento come un dominio multidimensionale complesso capace di incorporare l’Europa continentale, il Medio Oriente e le fasce settentrionali e sub-Sahariana del continente africano, nonché di collegare con il Lontano Oriente e, ovviamente, di aprirsi ad ovest verso l’Oceano, è una continuazione ideale e strategica del mare nostrum di romana memoria[6].

Cartagine disallineata, Roma occupata e la Storia rovesciata

Si comprende come mai gli interessi strategici del polo anglo-americano, che costituisce la talassocrazia per antonomasia, siano stati quelli di soggiogare il Mediterraneo coi suoi popoli. Un certo livello di controllo, sia diretto che indiretto, avrebbe garantito lo sfruttamento di quel mare in maniera funzionale all’espansionismo egemonico, ma anche la possibilità di mantenere limitate ed entro un limite di gestibilità la crescita e ripresa degli Stati-Nazione europei a seguito del primo e del secondo conflitto mondiale. Sottomettere i governi che lambiscono il Mediterraneo garantisce di controllare il Mediterraneo., e ciò è avvenuto militarmente, finanziariamente e politicamente, nell’arco di poco più di un secolo di relazioni internazionali, conflitti armati e crisi economiche, ma sempre con una trama precisa e coerente.

Cartagine, acerrima nemica di Roma, è oggi disallineata e decentrata, non si trova più geograficamente dove stava prima ma è collocata fra Londra e Washington e da lì ha operato con successo il piano di riappropriazione di quel mare che governava anticamente. Le colonne di Ercole sono state superato, non sono più un temibile confine naturale e metafisico della sussistenza dei popoli mediterranei. La Storia è in un certo senso rovesciata perché Roma non ha più potere ed è sottomessa agli eredi di Cartagine, fino al punto di suggerire la non-esistenza di una civiltà mediterranea, il che è possibile ammettendo la continuazione di un mondo non-multipolare, ma unipolare, ad egemonia atlantica. Roma è, in un certo senso, occupata dagli emissari di Cartagine.

Le potenze del Mediterraneo[7] hanno in sé un enorme potenziale di rivalsa nei confronti del polo anglo-americano; potenziale che, però, non è almeno ipoteticamente in grado di affrontare da solo le proporzioni di un conflitto talassocratico mondiale, dove per congiunzione di elementi il polo anglo-americano è comunque più grande, forte ed organizzato. Strategicamente, l’eventualità di un conflitto per la riacquisizione dell’indipendenza significherebbe uno sforzo talmente grande da rischiare l’annientamento; similmente, sul piano economico, ciò prevederebbe un’autonomia sufficientemente forte da far sganciare il Mediterraneo da ogni partenariato e dipendenza economica e politica internazionale.

La dislocazione di Cartagine non è però la dislocazione del Mediterraneo e dei suoi popoli, il che significa che vi è ancora un potenziale attuabile di riconquista.

Un partenariato del Mediterraneo

A conclusione di questa trattazione, auspicando la riaffermazione in chiave multipolare del Mediterraneo coi suoi popoli, è interessante lanciare una proiezione su un possibile partenariato del Mediterraneo, composto dai Paesi che ne sono bagnati e che hanno sufficiente interesse strategico, geopolitico e geoeconomico, a riaffermare l’autonomia macroregionale e il riequilibrio fra il dominio di Terra e quello di Mare, fulcro della grandezza storica dell’Europa.

Tale partenariato è fattualmente già possibile e in una certa misura il decentramento amministrativo e strategico della NATO, potrebbero sostenere alcuni, già rappresenta una simile alleanza. In verità, è proprio in ottica di sganciamento dalla dipendenza atlantica, e solo in tale rotta, che sarà possibile un’autonomia mediterranea integrale. Sempre in ottica multipolare, il partenariato del Mediterraneo consentirebbe al ricostituzione di vecchi trattati e alleanze che permetterebbero agli Stati del bacino di consolidarsi come centro nevralgico fra Europa, Eurasia, Asia, Medioriente, Africa, con la possibilità di consolidare un blocco strategico talmente forte da lasciare il continente americano in secondo piano rispetto alla iper-regione “ad est”.

Un siffatto accordo internazionale riaprirebbe le porte a un enorme rafforzamento delle alleanze in chiave europea – e non necessariamente secondo il modello della Unione Europa -, sia sul piano economico che su quello strategico, rafforzando il blocco continentale e rendendolo punto di riferimento non abdicabile per le rotte e le frontiere del “vecchio mondo”, così come, d’altronde, è stato nei secoli di presenza degli imperi europei. È difficile oggi pensare ad un’Europa mediterrano-centrica, e non atlantico-centrica, perché una volta persa l’indipendenza domestica e internazionale, i legami stabiliti hanno provocato una sottomissione talmente forte da far dipendere la sussistenza stessa delle istituzioni politiche. È difficile, ancora, pensare ai Paesi europei, in primis l’Italia, come potenze economiche che possano dettare la rotta dei mercati, e non subirle.

È proprio questa prospettiva di prosperità (gioco di parole voluto) che gli Stati Uniti non vogliono, ma che gli europei, i mediterranei, sono chiamati a riconquistare.

Lorenzo Maria Pacini

[1] Bisognerebbe chiarire, ma non è questa la sede, se l’Italia sia una potenza “più” di Mare o di Terra, laddove nel corso della Storia, anche semplicemente di quella dello Stato unitario, essa ha variato più volte la predominanza strategica.

[2] Il Mediterraneo costituisce il “fianco sud” dell’Alleanza Atlantica, una definizione che già rende l’idea della sottomissione geopolitica. I Paesi partner svolgono una duplice funzione: cooperativa, ovvero di interazione e di diplomazia militare verso i Paesi partner nella regione, anche nell’ambito di iniziative multilaterali; operativa, di presenza e deterrenza.

[3] L’esperienza del fallimento della Grecia, tragico episodio della Storia contemporanea, è un possibile esempio di cosa succede ai Paesi che non si allineano alla decisione di Bruxelles e di Washington di restare sottomessi ad una potenza d’oltreoceano.

[4] L’Italia trovandosi al centro del Mediterraneo recepisce anche la quasi totalità dei flussi migratori, alimentati da una serie di concause, situazione che influenza le relazioni fra Alleati e Stati Membri europei.

[5] Non si deve omettere il contesto delle guerre ibride entro cui la zona grigia fa sì che la sfumatura fra Difesa e Sicurezza e fra conflitti domestici e internazionali sfumi sempre di più.

[6] Nel suo complesso, il Mediterraneo Allargato rappresenta un’area caratterizzata da instabilità, incertezza e da un articolato dinamismo derivante dal conflitto in Libia, dalle tensioni al confine tra Marocco e Algeria, dalla crisi politica tunisina, dalla questione irrisolta della sovranità territoriale del Sahara occidentale. A ciò si aggiunge il quadro securitario del Sahel fortemente degradato, pervaso dalla presenza distribuita di DAESH, l’insicurezza del Golfo di Guinea, definito dall’IMB (International Maritime Bureau) hot-spot mondiale della pirateria e, del Corno d’Africa. Permangono l’instabilità yemenita,  i suoi riflessi su Bab El Mandeb e la crisi in Etiopia legata alla regione del Tigray, al confine con l’Eritrea. Senza dimenticare, nelle zone esterne al “triangolo”, la perdurante fragilità dell’area balcanica e del Libano, la crisi siriana, le competizioni energetiche e territoriali nel Mediterraneo Orientale, la recrudescenza della crisi ucraina e quella al confine turco-siriano, fino all’instabilità irachena e all’innalzamento della tensione nell’area del Golfo Persico, con attacchi ripetuti al naviglio mercantile e, più recentemente, ai Paesi costieri.

[7] Ammesso che di potenze si possa parlare.

Tratto da: Domus Europa

MEDITERRANEO MULTIPOLARE: OVVERO LA SFIDA DI UN FUTURO MIGLIORE
MEDITERRANEO MULTIPOLARE: OVVERO LA SFIDA DI UN FUTURO MIGLIORE

PER UNA ÈLITE SPIRITUALE

di Augusto Bianconi

11 Giugno 1974: “È importante, è essenziale, che si costituisca una élite la quale, in una raccolta intensità, definisca secondo un rigore intellettuale ed un’assoluta intransigenza l’idea, in funzione della quale si deve essere uniti, ed affermi questa idea soprattutto nella forma dell’uomo nuovo, dell’uomo della resistenza, dell’uomo dritto fra le rovine. Se sarà dato andar oltre questo periodo di crisi e di ordine vacillante e illusorio, solo a quest’uomo spetterà il futuro. Ma quand’anche il destino che il mondo moderno si è creato, e che ora sta travolgendolo, non dovesse esser contenuto, presso a tali premesse le posizioni interne saranno mantenute: in qualsiasi evenienza ciò che potrà esser fatto sarà fatto e apparterremo a quella patria, che da nessun nemico potrà mai essere né occupata né distrutta.

(Julius Evola)

PER UNA ÈLITE SPIRITUALE
PER UNA ÈLITE SPIRITUALE

UNA SUPERCOSPIRAZIONE

di Mike Plato

La stragrande maggioranza crede in una cospirazione globale attuata da un’elite umana.
quelli come me sanno che vi è invece un SUPERCOSPIRAZIONE avente radici nell’invisibile, la quale è interessata a far credere solo ad una cospirazione umana intesa in un certo senso.

Come è scritto:
Salmi 2:1 Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli? 2 Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: 3 «Spezziamo le loro catene, gettiamo via i loro legami». 4 Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore.
Salmi 70,10 Contro di me parlano i miei nemici, coloro che mi spiano congiurano insieme:
Salmi 82,4 Contro il tuo popolo ordiscono trame e congiurano contro i tuoi protetti.

LA COSPIRAZIONE rispetto alla SUPERCOSPIRAZIONE è come pensare che l’uovo sia solo un guscio anziché quel che contiene.

David Icke, per quanto se ne possa dire, è un sostenitore della SUPERCOSPIRAZIONE. Lo erano anche Cristo, Paolo, gli gnostici e i Qumraniani.

UNA SUPERCOSPIRAZIONE
UNA SUPERCOSPIRAZIONE