1) se mi trovo di fronte un NEW AGE lo faccio a pezzi per la sua idea EGOICA di reincarnazione secondo cui LUI HA AVUTO REINCARNAZIONI PRECEDENTI, non la sua anima, LUI. Beh si dimentichi quel LUI, che non esiste. LA SUA ANIMA HA ASSUNTO VOLTI DIVERSI, NON LUI…E LUI è L’ULTIMA MASCHERA, CHE CADRA’ PRIMA O POI. 2) se mi trovo di fronte un ateo, mi dirà: ME NE FOTTO DELLA REINCARNAZIONE..NON CREDO IN DIO, Nè IN UNALTRA VITA, QUI o CHISSA’ DOVE. Gli rispondo: GIUSTO: TU NON NE AVRAI UN’ALTRA, PERCHE LA TUA PERSONALITA’ SI DISSOLVERA’. NON VEDRAI NE’ UN’ALTRA VITA, NE’ UN PARADISO… NE’ DIO 3) Se mi trovo di fronte ad un cattolico che dice che la REINCARNAZIONE NON è INSEGNATA NELLA BIBBIA, gli rispondo che ce l’ha davanti agli occhi ma non la vede: è LA RESURREZIONE NELLA CARNE, nota dai primi cristiani come PICCOLA RESURREZIONE, diversa dalla GRANDE RESURREZIONE che è quella in CORPO DI GLORIA 4) Se mi trovo di fronte ad un guenoniano-perennialista che mi dice che GUENON GNA GNA GNA non la insegnava e diceva piuttosto che l’anima non torna nella generazione ma procede in altri stati dell’essere e quindi nuovi loka, gli rispondo: MA ANDO VOLETE ANDARE IN UNA SOLA ESISTENZA? CREDETE CHE POTETE ESAURIRE TUTTE LE ESPERIENZE NECESSARIE IN UNA SOLA? CREDETE CHE I GUARDIANI DELL’OTTAVA VI LASCINO GIRONZOLARE NEI VARI LOKA A VOSTRO PIACIMENTO? CREDETE CHE SENZA CORPO LUCE POTRESTE USCIRE DI QUI????? (nota bene, GUENON era un sufi, legato al Corano, e non poteva andare contro la LETTERA CORANICA. Inoltre pare che negli ultimi anni della sua vita fu convinto da Ananda Coomaraswami sulla reincarnazione)
L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità. La capacità di prestare attenzione è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo. Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano. Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra: “Qual è il tuo tormento?”. La pienezza dell’amore del prossimo è semplicemente l’essere capaci di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo… ~Simone Weil
L’esercizio del potere reale non è né politico né economico né culturale ma è semplicemente l’arte di sottomettere oggi coloro che ti hanno sottomesso ieri, qualunque sia la forma apparente mostrata alle masse, ossia tutte le forme tra esse ramificatesi al di sopra delle masse ignare.
Una delle migliori occasioni per far decollare l’Italia, dopo le macerie belliche, è andata letteralmente in fumo nel cielo basso e autunnale della provincia lombarda, all’alba degli anni ’60. Anno 1962, per la precisione, la sera del 27 ottobre. Sopra Bascapè, 1755 anime da ultimo censimento, campagne e fienili a oriente di Pavia, qualcuno vede un piccolo aereo precipitare ed esplodere, avvolto da fiamme e fuoco. Una picchiata, un gran botto e poi rottami dappertutto, tra i campi coltivati. Il bireattore che si è schiantato al suolo era una Morane-Saulnier 760, un velivolo francese, alla cloche un pilota d’eccezione, Irnerio Bertuzzi, ex ufficiale dell’Aeronautica pluridecorato. L’aereo era diretto a Linate, proveniente da Catania, a bordo c’era un giornalista americano, William McHale, e un altro passeggero, decisamente d’eccezione: Enrico Mattei.
Talmente importante, che la versione dei fatti cambia dopo che si viene a sapere della sua presenza a bordo. Spariscono le testimonianze di chi ha visto l’aereo esplodere in volo, cominciano i non so e i non ricordo, l’aereo è arrivato a terra intero e si è disintegrato al suolo: c’è una bella differenza. La morte violenta di Enrico Mattei viene archiviata come un incidente aereo anche per l’Eni, che era nata una decina di anni prima proprio grazie a lui.
Mattei è l’uomo dell’energia e delle risorse, l’uomo che aveva letteralmente fatto il pieno all’Italia, con estrazioni di metano e petrolio, e che la stava spingendo a correre come e meglio delle altre e a guardarsi nell’ombelico, nel cuore del Mediterraneo, per costruirsi un ruolo da protagonista nelle dinamiche antiche e sempre cruciali del Mare Nostrum. Uno che si era fatto da solo, quando i tamburi della Seconda Guerra mondiale erano ancora lontani, con poca voglia di studiare ma un talento innato per trattare, per fare accordi, per guardare lontano e vedere le strade giuste per arrivarci. Uno partito da fattorino e arrivato a sfidare le famose e famigerate Sette Sorelle, le grandi compagnie petrolifere americane che si spartivano l’oro nero e i suoi enormi profitti, le multinazionali in fondo sono sempre esistite anche se con declinazioni diverse, e non gradivano affatto di fare patti con uno come Mattei. O, peggio, di essere messe in un angolo dalla sua carismatica capacità di tenere il pallino e tirare dritto per la sua strada.
Una grande, enorme occasione appunto per l’Italia che oltre al boom economico, avrebbe avuto con lui un capitano di impresa e un politico lungimirante ed ecumenico. Con la rapida apertura e conclusione dell’inchiesta sull’incidente di Bascapè, inizia infatti quello che viene tuttora definito il Caso Mattei. Uno dei segreti più grandi e cruciali che restano sepolti, in questo Paese, sotto una cortina di silenzi e ipotesi.
Ci sono state per la verità altre due indagini su quello strano incidente: la prima dal 1962 al 1966, affiancata dal lavoro di una commissione ministeriale che in Italia non manca mai e che ha concluso, indecisa, tra un guasto e un errore del pilota, nonostante fosse una specie di Barone Rosso. Il pm Santachiara arrivò a dare la colpa alla stanchezza di Bertuzzi, una leggenda dell’aria che si sarebbe affaticato nel breve tragitto dalla Sicilia alla Lombardia. La seconda inchiesta viene aperta nel 1994, dopo la stagione delle bombe mafiose a Firenze e Roma, dopo che pentiti da novanta come Buscetta ne parlano. Il sospetto che sulla morte di Mattei ci fosse la lunga mano della mafia, magari per conto terzi, c’era già da tempo. Forse da sempre. Il pm Vincenzo Calia mise insieme una colossale mole di documenti e carte, con 12 perizie e 614 testimoni sfilati in aula a deporre, 13 faldoni e 5000 pagine, fu anche riesumata la salma di Mattei per altri accertamenti, arrivando alla conclusione e all’ipotesi di un ordigno esploso a bordo dell’aereo. L’inchiesta fu comunque archiviata. Intervistato tre anni fa, il magistrato che da solo scavò quella voragine sotto ai piedi dei potenti dettò un epitaffio molto illuminante, sulla vita e sulla morte del padre dell’Eni: «Mattei si poneva come obiettivo l’autonomia energetica dell’Italia, la sua scomparsa azzerò quel progetto industriale e il nostro Paese tornò a dipendere dai grandi produttori internazionali».
Enormi intrecci politici ed economici
È stata però accertato e svelato l’intreccio che lega la fine di Mattei con la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista de “L’Ora” di Palermo che il 16 settembre 1970 su sequestrato da Cosa Nostra senza mai essere più ritrovato. Secondo i giudici della prima sezione della Corte di Assise di Palermo, la Cupola mafiosa tolse di mezzo il cronista perché si era avvicinato troppo al mistero dell’incidente aereo di otto anni prima. De Mauro stava infatti raccogliendo notizie sul fatto per conto del regista Francesco Rosi, alle prese con la realizzazione di un film sulla vita e la figura di Mattei che poi è uscito (nel 1972) con Gian Maria Volontè nei panni del protagonista. “La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni” scrivono i giudici siciliani nelle loro 2.199 pagine che ricostruiscono, insieme alla lupara bianca che ha fatto sparire De Mauro e con Totò Riina unico imputato (assolto), gli intrecci politici ed economici, con profili internazionali, e le oscure trame che si sono mosse dietro alla fine, o per meglio dire all’eliminazione, di Enrico Mattei.
Uno dei più grandi capitani d’industria di questo paese, ricordato prima di tutto per il suo celebre motto “non voglio essere ricco in un paese povero”. Primo di cinque figli, nato nel 1906 ad Acqualagna, provincia di Macerata, un padre brigadiere dei carabinieri e la mamma casalinga. Con le qualità ma con poca applicazione, tra i banchi di scuola, come si direbbe ora. Un bambino molto interessato al mondo dei grandi, una gavetta precoce tra la manifattura e l’ingresso in una conceria a Matelica: a 20 anni era già il responsabile. Poi il trasferimento a Milano dove mette in piedi una ditta di vernici con una ventina di operai, e la chiamata nel 1944, durante la Repubblica di Salò, nelle file della Resistenza. Il CLN gli affida un ruolo militare e col nome di battaglia di Marconi, prima nelle Marche e poi in Lombardia, si mette in luce. Proprio nell’Oltrepò pavese, non lontano da dove poi ha trovato la morte, ha creato un piccolo esercito di 65mila uomini, ne aveva ereditati 2000, portando nella Resistenza la sua anima democristiana: aveva prima militato nei partigiani Guelfi delle Marche. Il suo contributo alla causa finisce con l’onore di marciare in prima fila nel giorno della Liberazione di Milano, dopo aver conosciuto personaggi del calibro di Longo e Parri. Arriva una medaglia al valore e anche il tributo degli americani, che poi diventeranno suoi inesorabili avversari nella battaglia per il petrolio e per la sua gestione.
Nel 1948 viene eletto deputato con la Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani è uno dei suoi punti di riferimento insieme al sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, con cui condivide la visione “mediterranea” di un paese non subalterno nel clima da Guerra Fredda, ma appunto centrale nel teatro geopolitico ed economico del Mare Nostrum. A guerra finita viene incaricato di liquidare l’Agip, che era stata creata per la ricerca e l’estrazione del petrolio e aveva per questo strutture, uomini, mezzi e competenze. Nella sua lungimirante visione del futuro per l’Italia, Mattei aveva ben chiaro l’importanza dell’approvvigionamento di fonti di energia, un lasciapassare per un’economia forte, autosufficiente e libera da influenze e dipendenze altrui. Invece di liquidarla, infatti, il partigiano Mattei rilancia Agip e rispolvera la sua capacità estrattiva. Alla guida del “Cane a sei zampe” vengono scoperti diversi giacimenti di metano nella pianura padana, il progetto di Mattei era quello di creare con Agip e Snam il deposito italiano di petrolio e gas, carburante necessario per macinare chilometri nel futuro e mettere il paese nelle condizioni di sfruttare le proprie risorse, senza comprare quelle altrui (a prezzi esorbitanti, spesso).
La nascita dell’energia italiana negli anni del boom
Per costruire la rete di metanodotti necessari a portare nelle case degli italiani il gas che serviva per accendere il futuro del paese, l’animo di Mattei che in una persona sola è un imprenditore, un politico, un partigiano e un uomo molto pragmatico, inventa uno stratagemma degno di Richelieu. Fa scavare agli uomini Agip di notte, per posare i tubi delle condotte metanifere, e di giorno quando nei paesi e nelle località scoprono i buchi, si scusa con la cittadinanza da cui ottiene di poter ricoprire tutto, una volta finito i lavori, pur di ripristinare l’integrità delle strade. La rete del metano italiano è nata così, aggirando costi e tempi elefantiaci della burocrazia per ottenere le autorizzazioni. Dopo il metano è il turno del petrolio. Nel 1949, a Cortemaggiore, nella pancia dell’Emilia Romagna, viene scoperto un giacimento che non può certo bastare al bisogno italiano di greggio, ma che grazie a Mattei – che ha anche creato un quotidiano come il Giorno per avviare una narrazione del paese e dell’economia secondo i suoi obiettivi – diventa una specie di Dubai italiana, per l’epoca. Nasce il celeberrimo slogan “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana”, Valletta inventa e costruisce con la Fiat la 500 per la quale ci vogliono 13 stipendi da operaio. L’Italia si avvia a iniziare il boom economico che deflagra un decennio dopo, ma ha bisogno appunto di tanta benzina.
Nel 1953 Mattei crea ENI – Ente Nazionale Idrocarburi – e ne diviene presidente. Sotto alla sua ala, una specie di cabina di regia per il settore energetico del paese, vengono raccolte Agip (petrolio), Snam (gas metano), Anic (chimica per l’agricoltura), Liquigas (gas liquefatto in bombole), Nuovo Pignone (attrezzature meccaniche per l’industria) e Romsa (raffineria di oli minerali). Soprattutto, per garantire all’Italia il fabbisogno di petrolio necessario ad alimentare il boom economico e consolidare la ricostruzione post bellica, Mattei va a cercare il petrolio dove ci sono i più grandi giacimenti del mondo, Nord Africa e Golfo Persico, stringendo accordi con i paesi in via di sviluppo ma anche con lo Scià di Persia. La sua formazione di politico democristiano, la sua abilità nelle trattative e il suo animo da visionario, lo porta a stringere accordi nuovi e molto promettenti: capisce che bisogna incentivare i produttori e gli lascia il 75% delle royalties, che con altri erano al 5%.
Un uomo solo contro le multinazionali del petrolio
Gli altri, nemmeno a dirlo, sono i cartelli internazionali del settore, nel quale Mattei entra con l’impatto di un meteorite. Quelle che lui definisce argutamente le Sette sorelle, e che avevano fino ad allora il monopolio di produzione e distribuzione del carburante, la prendono molto male. Si tratta di Exxon, Shell, British Petroleum, Mobil, Chevron, Gulf e Texaco. A parte la Shell, olandese, e la British, britannica, le altre cinque erano tutte società statunitensi. Nel 1957, Mattei fu definito dagli americani qualcosa di molto simile ad un “pericoloso comunista”, visto che tra l’altro nel frattempo aveva preso le parti della resistenza algerina contro il colonialismo francese. Il padre dell’Eni mette in discussione il monopolio delle multinazionali del petrolio, butta all’aria gli equilibri politici creati dagli americani in Italia nel dopoguerra e tutto questo, secondo tutti, non poteva restare senza conseguenze. Un uomo solo contro alcune tra le più potenti lobby del mondo di allora e di oggi. Anche e soprattutto per questo, non sono ancora svanite le ombre dietro all’incidente di Bascapè: soprattutto, l’ombra dei 100 grammi di Compound B, l’esplosivo che secondo la perizia postuma era stato collocato nel cruscotto del bireattore per spezzare il volo di Enrico Mattei.
L’arte è una forma di comunicazione pubblica che va accompagnata con un manifesto di intenti, con documenti che spiegano dettagliatamente il senso di determinati interventi artistici. Un interventismo artistico che agisce spontaneamente con azioni mirate e accompagnate da scoop giornalistici a tutti i livelli amministrativi di una nazione, delle azioni che si manifestano attraverso la fantasia e la progettazione di eventi culturali, flash mob e parate goliardiche, tali da generare un fronte di lotta visibile e tangibile a tutte le masse, al fine di risvegliare le coscienze sopite dei popoli come anime unitarie, uno spirito unito dal senso di appartenenza dell’identità comunitaria di un popolo e di una nazione. Proseguiamo così. Questa è la strada da seguire. Questa è la via dello spontaneismo radiante della Tradizione Primordiale insita nel PRIMORDIALISMO VISIONARIO – movimento politico internazionale
Cina – Senza alcun dubbio, gli sviluppi dell’Asia occidentale sono tra i cambiamenti più importanti a cui il sistema internazionale ha assistito negli ultimi decenni. A causa della posizione geopolitica dell’Asia occidentale, si può suggerire che il significato di questi sviluppi abbia ridefinito la politica estera di alcune delle potenze transregionali nei confronti di questa regione.
La posizione della Cina come potenza influente emergente riguardo all’Asia occidentale è particolarmente importante. Accrescendo il potere cinese sulla scena mondiale, aumenta anche il ruolo di Pechino nelle regioni geopoliticamente significative. L’Asia occidentale è una di queste regioni che sta attirando sempre più l’attenzione cinese e, senza alcuna esagerazione, Pechino si sta trasformando in una delle variabili influenti che modellano gli sviluppi regionali.
Una delle crisi più importanti dell’Asia occidentale negli ultimi decenni è il conflitto tra la Palestina e il regime israeliano, che nonostante la presentazione di iniziative internazionali per porvi fine, non è stata intrapresa alcuna azione concreta. Pertanto, i cinesi sono entrati in questa disputa molto importante per porre fine a questa crisi con i loro piani di pace in modo che la calma e la pace possano essere stabilite in questa regione. L’aumento delle aggressioni israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, hanno spinto la Cina ad esprimere grande preoccupazione per le tensioni.
Mediazione della Cina
Il ministro degli Esteri cinese Qin Gang ha recentemente affermato che il suo Paese ha incoraggiato palestinesi e israeliani a prendere posizioni e passi politici coraggiosi per riprendere i negoziati di pace e che la Cina è pronta a facilitare il dialogo. In una conversazione telefonica con il suo omologo israeliano Eli Cohen, Gang ha dichiarato che Pechino è preoccupata per le attuali tensioni tra questo regime e la Palestina e che la priorità attuale è controllare la situazione ed evitare che una ulteriore escalation.
Il funzionario cinese ha aggiunto che tutte le parti dovrebbero mantenere la calma e l’autocontrollo ed evitare parole e azioni radicali e provocatorie, e la principale via d’uscita da questa situazione è riprendere i colloqui di pace e attuare la “soluzione dei due Stati”. Secondo le osservazioni del massimo diplomatico, la Cina non ha interessi egoistici nel conflitto israelo-palestinese e cerca solo di realizzare una coesistenza pacifica e mantenere la stabilità regionale. Settimane fa, quando le forze israeliane hanno preso d’assalto la sacra moschea di Al-Aqsa e ferito e arrestato centinaia di fedeli palestinesi, il governo cinese ha chiesto a Tel Aviv di evitare misure che alimentano le tensioni.
La nuova posizione della Cina
Fino allo scorso anno, la Cina aveva una posizione passiva nei confronti degli sviluppi in Palestina, ma con i cambiamenti e gli sviluppi avvenuti nell’arena geopolitica dopo l’inizio della guerra in Ucraina, si è concentrata maggiormente su questo conflitto. Il presidente cinese Xi Jinping, nell’incontro arabo-cinese tenutosi in Arabia Saudita nel novembre 2022, ha sostenuto la soluzione dei due Stati e ha chiesto la fine dell’oppressione e dell’ingiustizia israeliane contro i palestinesi. Tale posizione a sostegno dei palestinesi non ha precedenti e ha dimostrato che Pechino intende svolgere un ruolo significativo nella disputa palestinese.
Preparandosi alla leadership mondiale nei prossimi due decenni, la Cina si sta concentrando sull’economia come forza trainante che garantisce questo posto e, quindi, sta cercando di portare pace e stabilità in parti importanti del mondo, specialmente nell’Asia occidentale. Questo perché l’insicurezza e l’instabilità sono fatali per la crescita economica e commerciale cinese e quindi Pechino vuole porre fine alla disputa più lunga del mondo.
Sfidare l’egemonia statunitense
Due mesi fa, la Cina ha mediato un accordo di distensione tra Iran e Arabia Saudita, ponendo fine a sette anni di tensioni. Intende fare lo stesso in Palestina. Mediando l’unità tra l’Iran e gli arabi, i cinesi hanno contribuito ad allentare le tensioni nell’Asia occidentale per aprire la strada a una presenza massiccia nel mondo musulmano. La Cina, che vede i Paesi arabi come un pezzo del puzzle del suo status di superpotenza, presta particolare attenzione a importanti casi arabi per ottenere il sostegno e la soddisfazione dei leader arabi, e la causa palestinese è ciò su cui si concentrano a tal fine.
D’altra parte, i leader di Pechino sono giunti all’idea che l’opinione pubblica araba sia sensibile alla causa palestinese e che debba determinare la propria posizione nei confronti della Palestina se vuole soddisfare le nazioni musulmane. Quasi due miliardi di musulmani sono di per sé un vantaggio per i cinesi e questa capacità può essere utilizzata per migliorare la posizione della Cina nel mondo musulmano.
L’interesse della Cina a impegnarsi negli sviluppi palestinesi è esaminabile da un altro aspetto. È certo che gli Stati Uniti negli ultimi decenni sono stati l’attore principale nella disputa israelo-palestinese sostenendo i crimini israeliani. Gestendo questa crisi, Washington ha cercato di preservare la sicurezza israeliana e ha usato il suo diritto di veto per bloccare qualsiasi intervento straniero nel conflitto. In realtà, si è rivelato un grosso ostacolo alla risoluzione di questa controversia di lunga data. Pertanto, la Cina sta cercando di sfidare l’egemonia americana nell’Asia occidentale.
Segnali a Washington
Agevolando l’accordo Iran-Arabia Saudita, la Cina ha inviato il primo segnale alla Casa Bianca, dicendole che d’ora in poi Pechino è l’attore determinante. I funzionari di Washington hanno espresso le loro preoccupazioni per la massiccia influenza cinese nella regione. Tuttavia, la Cina è consapevole delle differenze americane con i Paesi arabi e sta cercando di entrare con forza in questa regione. Più profonda diventa l’influenza cinese, più superficiale cresce l’influenza statunitense nel mondo arabo. Un esempio è la politica saudita ed emiratina dell’ultimo anno. I leader di questi Paesi hanno trattato Washington in modo umiliante e non hanno rispettato le sue politiche in tutto il mondo.
In Palestina, Pechino sta cercando di allontanare gli Stati Uniti dal conflitto e spianare la strada alla sua superpotenza stabilendo la pace nei territori occupati. I cinesi sanno benissimo che se riusciranno a porre fine al conflitto palestinese, non solo tra i Paesi islamici ma anche nel mondo immortaleranno il loro nome di potenza conciliatrice e stabilizzatrice. Il mondo svilupperà un’immagine della Cina come un Paese sotto la cui gestione può prevalere la pace. Sul lato opposto, il mondo guarderà negativamente alle politiche statunitensi.
Nonostante gli sforzi della Cina per svolgere un ruolo negli sviluppi palestinesi, i funzionari israeliani non sono interessati alla presenza attiva cinese nei territori occupati e Washington rimane il più grande sostenitore di Tel Aviv nonostante le tensioni tra le due parti, cosa che gli israeliani ammettono. Pertanto, gli israeliani non vogliono vedere una potenza diversa dagli Stati Uniti coinvolta nel conflitto palestinese, in particolare la Cina che negli ultimi mesi ha adottato un approccio per unire le fila dell’Iran e degli stati arabi come nemici di Israele.
“Il Cielo è ciò che stabilisce l’ordine, ciò che rende ogni cosa ciò che è. Evidenzia, determina, organizza, fornisce al mondo e alle parti del mondo, così come agli esseri, quella che Heidegger chiama “dignità” (Würde), ἄξιος (axios). Rende una cosa preziosa proprio perché è quella stessa cosa, e ne determina il valore interiore in modo segreto e misterioso. Sono esseri ordinati, esseri-come-un-tutto. Il Cielo si apre e si dispiega, aprendo e dispiegando le cose. Divide e dona. Il cielo è il mondo nella sua apertura. È il volto del mondo rivolto verso se stesso e verso chi guarda il mondo. Lo sguardo verso il mondo è uno sguardo verso il Cielo e lo sguardo del Cielo verso se stesso. Il Cielo è il dominio della luce che evidenzia, illumina, apre. Il Cielo è fondamentalmente aperto. Non ha limiti o confini in sé. Quindi il Cielo non è un’essenza, un oggetto, un fenomeno, ma piuttosto l’orientamento, un’area, il bordo sconfinato della sacra geografia dell’Essere”.
“Quando qualcuno studia un po’ o presta un po’ di attenzione alle regole del governo islamico, della politica islamica, della società islamica e dell’economia islamica, si renderà conto che l’Islam è una religione molto politica. Chiunque dica che la religione è separata dalla politica è uno sciocco; non conosce l’Islam o la politica.”
Perché Xi sembra incapace di interpretare i meccanismi delle nostre democrazie, al punto da ridurle a orrende caricature? L’Europa spera che le prove di disgelo funzionino, ma farà bene a prepararsi una polizza assicurativa.
25 maggio 2023
Sono in corso le prove di un disgelo tra America e Cina. L’Europa fa il tifo perché avvenga. Le delegazioni delle due superpotenze si sono incontrate per parlare di commercio, per la prima volta da quando l’incidente del pallone-spia aveva bloccato i contatti ad alto livello. Gli strateghi della politica estera di Washington e Pechino si sono parlati per otto ore a Vienna. Alcuni «falchi» della politica estera americana sono andati in pensione. Alla Casa Bianca c’è chi pensa che anche nella squadra di Xi Jinping stia prevalendo una corrente più morbida. Joe Biden capisce che una distensione con la Repubblica Popolare sarebbe un dono gradito agli europei, Germania e Francia in testa. Dopotutto, Bernard Arnault è diventato l’uomo più ricco del mondo perché le vendite di Lvmh sono esplose nella Cina post-Covid.
C’è il rischio che le speranze vadano deluse. I prudenti approcci tra americani e cinesi vanno confrontati con la spettacolare luna di miele fra Pechino e Mosca, con delegazioni ai massimi livelli che firmano accordi in ogni campo. Xi Jinping ha questa visione sull’Ucraina: può darsi che Putin abbia sbagliato tutto, può darsi che la Cina paghi dei prezzi per averlo appoggiato, però adesso Pechino deve impedire che la Russia venga sconfitta. Una disfatta militare di Putin renderebbe più credibile il dispositivo delle alleanze americane nel Pacifico, sarebbe un colpo alla Cina nella sua sfera geopolitica primordiale. Xi ha una teoria dell’accerchiamento che riecheggia quella di Putin: la «trappola ucraina» ordita dagli americani contro i russi sarebbe pronta a replicarsi in Asia contro i cinesi. L’idea di un Occidente dominato dall’America che trama per schiacciare la Repubblica Popolare è ormai dominante sui media del regime comunista. Noi occidentali, ancora intrisi di colonialismo e imperialismo, vorremmo ricacciare la Cina là dov’era a metà dell’Ottocento, quando ebbe inizio con le guerre dell’Oppio il suo «secolo delle umiliazioni». Se qualche lettore si sente un po’ stretto in questa descrizione della mentalità occidentale nel 2023, è in buona compagnia.
Noi dobbiamo superare una visione del mondo ancora troppo occidento-centrica, abbiamo lacune di conoscenza sulla Cina, e dobbiamo fare spazio alle sue aspirazioni legittime. Però è attuale una domanda inversa: quand’è che i dirigenti comunisti di Pechino hanno smesso di capirci? Perché Xi sembra incapace di interpretare i meccanismi delle nostre democrazie, al punto da ridurle a orrende caricature? La Cina di Deng Xiaoping uscì dal trentennio tragico del maoismo studiando con attenzione i modelli altrui: Giappone, America, Europa. Oggi Xi indottrina un miliardo e quattrocento milioni di persone perché abbiano un complesso di superiorità che è nemico della curiosità.
Il caso più recente è il pallone-spia. Come può Xi immaginare che Biden faccia ingoiare all’opinione pubblica il diritto di sorvolo dei cieli americani da parte dell’intelligence cinese? Idem per le bugie di Stato sul Covid e l’incapacità di Pechino di capirne l’impatto su di noi. L’elenco delle incomprensioni è ben più lungo e antico. Comincia dallo shock del 2008, la recessione che rafforzò in Occidente la disillusione sui benefici della globalizzazione. I dirigenti cinesi forse erano troppo intenti a celebrare il declino degli Stati Uniti; non capirono che quella crisi di consenso seminava i germi del protezionismo, avrebbe generato i dazi di Donald Trump. L’immagine della Cina tra le opinioni pubbliche occidentali è in costante peggioramento da allora. Col riflesso tipico di un autocrate, Xi attribuisce questo fenomeno alla nostra «mentalità da guerra fredda», pensa che i media occidentali prendano ordini dai governi per diffamare il suo Paese. Non si chiede quali danni abbiano inflitto all’immagine di Pechino decenni di concorrenza sleale in cui il «made in China» ha fatto fallire tante aziende nostrane, e distrutto occupazione. In una situazione simile, negli anni Ottanta l’allora dominante Giappone, essendo un Paese democratico, seppe «leggere» l’opinione pubblica americana, concesse a Ronald Reagan dei limiti alle esportazioni di auto nipponiche, investì in fabbriche sul suolo Usa per crearvi occupazione.
Rivolgendo lo sguardo all’Asia: Xi è stato incapace di prevedere l’effetto che la sua stretta repressiva contro Hong Kong avrebbe avuto sui cittadini di Taiwan, abituati alla libertà. Nell’ultimo G7 di Hiroshima ha intravisto il pericolo che si avveri il suo peggiore incubo, la nascita di una «Nato asiatica» imperniata sul Giappone. La stampa governativa di Pechino attribuisce questa evoluzione sempre allo stesso Impero del Male, l’America che aizza tutti gli alleati. Ma i cittadini giapponesi e sudcoreani non sono degli utili idioti manipolati dalla Cia. Da anni subiscono prepotenze cinesi in ogni campo, economico e militare. Hanno visto le manovre di strangolamento di Taiwan; e l’appoggio alla guerra di aggressione di Putin.
L’incapacità di Xi di capire come funzionano le nostre democrazie è l’altra faccia di un crescente sino-centrismo, non meno accecante di certe forme di occidento-centrismo. Una recente sessione dell’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino è stata dedicata a dimostrare la superiorità del sistema politico della Cina, una «vera» democrazia a differenza della nostra, scassata, litigiosa, incapace di produrre risultati. È un’opinione legittima. Il pericolo è che spenga ogni volontà di comprendere come funzionano i nostri pur difettosi sistemi.
Il centenario Henry Kissinger si augura che America e Cina riescano a parlarsi per stabilire delle regole del gioco tra rivali, così da prevenire lo scivolamento verso una guerra. L’Europa spera che le prove di disgelo funzionino, ma farà bene a prepararsi una polizza assicurativa. Sapere che tutta la transizione europea verso la sostenibilità (batterie elettriche, pannelli solari e pale eoliche, materiali rari per le tecnologie verdi) dipende dalla Cina, e pensare di non pagarne alcun prezzo, è un’ingenuità che non ci possiamo più permettere.