Se ti imbatti in gravi difficoltà o in situazioni incresciose, non è sufficiente dire a te stesso che non ne sei turbato. Imbattendosi in situazioni incresciose devi spingerti ancora più avanti con audacia e rallegrartene, quasi dovessi superare una barriera. Come dice il motto: “Quando l’acqua sale la barca si alza.”
Tutti gli uomini portano nell’anima un’impronta o un principio del sacro. I rituali della Fratellanza Hermetica, utilizzando “simboli ineffabili”, come i nomi misteriosi usati nelle invocazioni, attivano l’elemento divino in noi e, attraverso la corrispondenza col pianeta presente nell’astralità, permettono al fratello in preghiera di assumere un ruolo preciso.
Giamblico, citato da Manlio Magnani in un suo celebre scritto sui “Mantra o nomi magici”, alla fine del libro Vº del De Mysteriis, descrive una teoria piuttosto sintetica con distinzioni tecniche sulla preghiera la cui opera consiste nello stabilire un rapporto di amicizia col mondo superno, svolgendo una funzione anagogica, che porta alla perfezione e alla completezza, ma soprattutto preservando il legame dell’anima con il mondo divino nella misura in cui le è stato originariamente concesso.
Tuttavia, è importante ricordare che, sebbene la preghiera, sia stata profondamente influenzata dalla tradizione teurgica, il concetto di preghiera rimane quel che è sempre stato fin dalle origini. La preghiera magica si avvicina a quella dei papiri magici, che prevedono l’uso di nomi magici, parole sacre e soprattutto sequenze vocaliche da pronunziare in maniera corretta. La preghiera si recita normalmente durante il rito, a volte anche alla fine di esso, ma in ogni caso nessun rito può avere successo senza la recita della preghiera prevista nello stesso rituale ermetico.
Dato il suo ruolo, il contributo della preghiera magica è tutt’altro che mediocre: Le preghiere contribuiscono al massimo compimento dei riti; è attraverso di esse che le richieste vengono rafforzate e rese efficaci, che si produce un contributo alla catena magica e si entra in una indissolubile comunione ieratica con il mondo divino. L’iniziato alla scuola distingue tre momenti della preghiera:
1) il primo è di preparazione, ed è caratterizzato dall’imprimere un avvicinamento e una realizzazione della realtà divina; è il momento dell’illuminazione della mente.
2) Il secondo, a sua volta, è congiuntivo, e si caratterizza per regolare una comunione intellettuale tra l’uomo e la realtà occulta; è il momento dell’azione congiunta con il mondo divino; la concessione dei benefici, soprattutto di quelli terapeutici, richiesti nel corso del rito avviene ancor prima che la ragione pensi e ancor prima che l’intelletto ne prenda coscienza, un’affermazione molto importante in cui si ribadisce la superiore intelligenza del rito e l’assimilazione col mondo divino.
3) Infine, nel terzo momento si verifica l’ineffabile unificazione con l´entità invocata nella preghiera, caratterizzata da un totale abbandono all’autorità divina, che fornisce nei simboli sacri un riposo per la nostra anima; questo è il momento della perfetta congiunzione col genio invocato nel rito iniziatico.
Tutto indica che le preghiere magiche sono un appello a entitá specifiche che accompagnano rituali specifici e servono ad aiutare l’invocazione e l’interiorizzazione dell´entità chiamata. L’appello magico ha lo scopo di introdurre un lavoro iniziatico in cui si avvia uno stadio di elevazione e un processo universale vissuto in privato, individualmente o in catena con la corrente magica.
Una pratica abituale e ricorrente come quella in uso nella Fratellanza Hermetica nutre il nostro intelletto, amplia enormemente la ricettività dell’anima verso la realtà divina, rivela ai fratelli il segreto della pratica magica, abitua alla luce della candela e ai segreti che il suo tremolio nasconde e porta a un’imminente perfezione della nostra genialità attiva nella corrente, fino a raggiungere la vetta delle nostre capacità; eleva tranquillamente le nostre disposizioni spirituali, suscita la persuasione, la comunione e una fratellanza indissolubile; accresce l’amore, afferma l’elemento superiore dell’anima, espelle le contrarietà presenti nel corpo lunare del fratello e ne favorisce la purificazione, allontana dall’aura mercuriale tutto ciò che di torbido la circonda e che appartiene alla generazione, perfeziona la fede nella luce e, in breve, rende i fratelli uniti e solidali per la finalità suprema della Scuola pro salute populi.
La preghiera si rivela strettamente per la finalità insita in essa, ma si ripercuote sull’intera struttura dei quattro corpi dell’uomo, mettendo ordine e armonia nel corpo mercuriale e purificandolo dagli elementi legati all’elemento saturniano. I riti magico\teurgici sono al di là di ogni spiegazione razionale, e tra le motivazioni della pratica vi è soprattutto l’assimilazione di un’intimità del nostro essere col mondo segreto e in seguito al lavoro individuale il rafforzamento della catena ermetica con la partecipazione all’antico ideale egizio, lontano dal dominio della materia. Inoltre, non è solo la volontà individuale, ma la volontà collettiva degli iniziati che illumina i fratelli in catena e li unisce nella realizzazione della finalità suprema.
La preghiera, come descritta dai nostri Maestri, è una forma di comunicazione dell’uomo con la parte già purificata della sua individualità, un linguaggio sacro attraverso il quale lo spirito umano può elevarsi verso il divino e infine unirsi ad esso. In questa prospettiva, la preghiera si presenta come una forma di mediazione tra l’anima umana e il mondo degli eoni e dei geni dell’ermetismo magico. Anticamente le preghiere erano ancora soggette a un’intermediazione (tra l’uomo e gli dei) da parte della volontà dei demoni, che ricevevano le richieste dagli uomini e le esaudivano (o meno). Specialmente nel mondo egizio e nei papiri magici esiste un ricchissimo repertorio di nomi e di simboli sacri che successivamente attraverso la mediazione dei maestri italici vennero utilizzati con finalità magico-terapeutiche.
I “nomi sconosciuti” usati nei nostri rituali implicano un processo in cui il genio personale del discepolo comunica e si assimila col genio magico rappresentato nel simbolo ermetico. Soggetto e oggetto in un certo senso si assimilano. Tuttavia, il divino mantiene la sua trascendenza e la sua superiorità causale: nella metafisica ermetica, i geni sono contemporaneamente trascendenti e immanenti.
L’ascesa al mondo divino è la possibilità per l’uomo di partecipare al potere e all’attività divina attraverso l’assimilazione e la somiglianza con il livello più alto grazie all’uso efficace dei riti dei simboli e dei “nomi occulti” contenuti nelle varie forme rituali di cui la Scuola Hermetica è dotata.
Tutti gli uomini di governo, ovunque, di qualunque epoca storica, sono stati, sono e fino alla fine saranno PREDATORI MICIDIALI. Sanno recitare, fingere, ingannare ma sono animali a sangue freddo.
Siamo incappati nel loro maledetto regno. Verità ben nota al maestro Gesù.
Alcuni di noi hanno un istinto innato nel Riconoscere il Male assoluto, istinto che viene da esperienze di molteplici cicli esistenziali. Chi non crede nella reincarnazione delle anime è solo un povero ottuso. Ci ha capito ben poco.
Matteo 20,25: “ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi (arconti) delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi (megaloi) esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo”
Qui abbiamo chiaro e tondo le due gerarchie in guerra.
I predatori dominatori da una parte e i figli di Dio dall’altra.
Finché non ci trasformeremo nei loro cacciatori. E non vedo l’ora.
Dovrà arrivare l’ora più nera, la più terribile, quell’ora in cui essi urleranno il. Loro trionfo. Poi, e ve lo dico per come me lo ha detto, nel momento della presunta vittoria, SHADDAI entrerà in gioco e sarà la loro fine. Questa sarà la bellezza del Suo gioco grandioso.
“Io mi inchino. A tutte le donne che nel mondo stanno lavorando per diffondere amore. A quelle che in silenzio tessono fili di luce per salvare il pianeta. A quelle che stanno abbracciando gli alberi e parlando alle foglie. A quelle che stanno entrando in contatto con il loro femminile e lo stanno facendo con grande determinazione e coraggio, entrando dentro il dolore che il loro utero trattiene per lasciarlo andare una volta per tutte. A quelle che sanno che il loro utero è pregno di memorie antiche delle antenate e che sanno che esso va Benedetto affinché possa essere portale di vita e non di ferite e morte. A quelle che stanno rilasciando quelle memorie nel silenzio del loro corpo, facendo i conti con tutto il dolore che riescono a sopportare pur di ottenere un mondo migliore. Mi inchino a quelle donne che stanno portando amore dentro ad ogni sguardo. E che posano i loro occhi con sacralità su qualunque cosa incontrano. A quelle che si sostengono le une con le altre e si prendono cura di chi si avvicina loro. Quelle che ogni giorno benedicono l’Alba e ringraziano un tramonto. Mi inchino a quelle donne che riscoprono la sacralità del loro corpo e lo trattano come un tempio da venerare affinché l’uomo che cammina al loro fianco possa fare lo stesso. A quelle che riportano in vita antichi rituali di guarigione facendo scorrere nel loro sangue saperi antichi di cui da sempre sono devote custodi. A quelle che si fidano dei loro corpi, dei loro visceri e del loro sangue e lasciano che dentro di loro la vita faccia semplicemente il suo corso. Mi inchino a quelle che stanno guidando il maschile a riscoprirsi, a perdonarsi, ad amarsi. Affinché quel maschile possa manifestarsi in tutta la sua bellezza. Io mi inchino a quelle donne che accendono luci di speranza diffondendo scintille di amore dentro ogni cuore. A quelle che si scelgono senza essere scelte, si amano senza sentirsi amate. Nella consapevolezza che scegliendosi saranno scelte e amandosi saranno amate.”
«Non si tratta, ripeteva Guénon, di essere persuasivo, ancor meno soggiogante, ma semplicemente di “dire ciò che è” senza immischiarvi la propria volontà, le proprie conoscenze, la propria abilità; senza l’intrusione di elementi estranei. Si pensi alla lettura recto tono o alla tradizione buddista che raccomanda ai Maestri spirituali di impartire i propri insegnamenti con voce neutra, senza sbalzi di tono; il timbro deve essere uguale fino alla monotonia. Se qualche inflessione venisse a interrompere la piattezza della loquela, l’attenzione del discepolo rischierebbe di esserne sollecitata. Ma il Maestro deve evitare di proiettare se stesso davanti alle sue parole. Allora, per maggior sicurezza, alcuni avranno cura di parlare nascondendo il viso dietro un ventaglio, in quanto l’adesione è dovuta solo alla verità, mai ai falsi prestigi dell’eloquenza né alle sembianze di un’individualità. René Guénon parlava dietro un ventaglio. Certo, Guénon non ha mai preteso di essere un’istruttore spirituale e ancor meno un santo. Ma non ho mai avuto l’impressione che avesse cancellato dal suo viso l’espressione del sacro. L’uomo nella sua discrezione era in realtà al di qua o al di là dell’individuale, e questo fin nel dettaglio più banale della vita quotidiana. Ogni residuo psichico o mentale sembrava abolito, restava solo un’anima di una totale trasparenza. Ma niente ascesi, niente estasi; quella purezza era senza fronzoli, spontanea, quasi terra terra. In tutta semplicità, René Guénon era diafano. La sua conversazione era spesso banale, senza effetti di stile. Si trattava solo di “dire ciò che è”. I soli ornamenti erano le citazioni alla maniera orientale, di proverbi edificanti o di espressioni tradizionali, come: “Tutto perirà tranne il volto di Dio”. Per René Guénon, ciò che è, è il volto di Dio. Dire ciò che è, significa descrivere i riflessi di quel Volto nei Veda o nel Tao Te Ching, nella Kabbala o nell’esoterismo mussulmano, nelle mitologie o nei simboli dell’arte cristiana medievale. L’uomo spariva dietro la dottrina tradizionale. Quando Guénon prendeva in mano la penna, adempiva alla sua funzione; era allora un porta-voce della Tradizione e si mostrava di un rigore assoluto e puntiglioso. Una volta terminata la pagina, la sua grande occupazione consisteva nel giocare con i bambini e nell’accarezzare i gatti che si accovacciavano vicino alla sua poltrona. La prima impressione che dava nel suo piccolo salotto borghese del Cairo, malgrado la sua veste araba, per altro molto semplice, era quella di un professore di Facoltà, filosofo od orientalista. Impressione sconcertante poiché non stimava né gli uni né gli altri. Sul viso allungato, alla spagnola, gli occhi apparivano fuori posto, come se fossero stati aggiunti. Troppo grandi, sembravano di provenienza estranea, venuti da un altro mondo, e giustamente cercavano altrove, come gli occhi di alcuni cavalieri che ne “La Sepoltura del conte di Orgaz” di El Greco, non stanno vicino al feretro ma nella parte superiore del quadro, con gli angeli e il Cristo. Occorre rimarcare soprattutto la capacità di ascolto di Guénon. Ascoltava il silenzio con molta maggior attenzione di qualunque altra cosa. Quest’uomo che i suoi lettori consideravano perentorio, aveva l’atteggiamento naturale di colui che interroga. Molti lo seguivano perché offriva loro ragioni per ribellarsi. Ma la critica non era lo scopo ultimo di Guénon; era necessaria solo per rispettare la Tradizione e per esporla con chiarezza che gli accadeva accidentalmente di aggredire alcune idee per loro stessa natura effimere. Il distruttore di idoli era in realtà un uomo rispettoso; il ferro e il granito esplodevano sulla mina del più discreto dei dinamitardi. Il tono che manteneva durante una conversazione, per constatare i danni causati dall’occultismo o dai progressi dello scientismo, non era né di rivolta né di indignazione. Non fulminava, ma in tutto il suo atteggiamento c’era come l’imbarazzo di qualcuno che aveva appena assistito ad uno spettacolo sconveniente. Mi ricordo la sua espressione il giorno in cui i gatti strapparono un fascio di manoscritti; o il giorno in cui Chacornac era in ritardo per la pubblicazione di un testo. Era esattamente lo stesso stupore amareggiato. Rispetto, discrezione; quella sua maniera di apparire confuso era una forma di pudore, qualità frequente in Oriente che René Guénon portava al più alto livello fino a farne una sorta di cortesia metafisica. Niente lo esprimeva meglio delle benedizioni che con semplicità disseminava nelle sue conversazioni, con la stessa semplicità che, anche a tavola, dava un valore rituale alla divisione del pane, al gesto per salarlo, all’offerta che vi faceva nel tendervi un piccione grigliato. Questo l’episodio che sarebbe stato per me l’ultima sua immagine: in piedi, nel giardino, accanto alla moglie, lo Shaykh Abd el-Wahid (era il nome arabo di René Guénon) le fa ripetere, dopo averla detta egli stesso, la formula di benedizione e di augurio per il ritorno dell’ospite. Sono ritornato, ma per i funerali. Ed era la stessa semplicità: un cimitero popolare, qualche familiare, e le due piccole figliole che si rincorrono». (Pubblicato in: “René Guénon et l’actualité del pensée traditionelle”, Edition du Baucens, 1977, pp. 45-47)
IL RICORDO DI RENÉ GUÉNON NELLE PAROLE DI NAJM OUD-DIN BAMMATE
Videoconferenza del canale YouTube MANDORLEYES, trasmessa in diretta il 21 maggio 2023.
Monologo e riflessioni di Stefania sul tema del Wuwei, l’arte del non agire o non fare, un concetto taoista semplice e al contempo incredibilmente complesso e paradossale.
Confucio, padre del pensiero cinese, nacque nella cittadina di Qufu, nella penisola dello Shandong, nel 551 a.C. e morì nel 497 a.C.
Nel 1994 il suo cimitero nel bosco al nord della città, il suo tempio degli antenati e la casa dei suoi discendenti sono stati proclamati patrimonio dell’Unesco. Infatti, per i cinesi, essi rappresentano luoghi sacri della memoria; tant’è che anche alcuni imperatori vi si sono recati, per offrire a Confucio dei sacrifici. Il tempio attuale è stato ricostruito nel 1499 a seguito di un incendio ed ogni anno, esattamente il 28 settembre – presunto giorno della sua nascita – viene celebrata una cerimonia in suo onore; che prevede sfilate con costumi storici, musiche antiche, propagazione di incenso etc.
L’appellativo “Confucio” conferitogli, altro non è che la latinizzazione che in seguito i gesuiti (missionari in Cina) diedero al nome ‘Kongfuzi’ ; che significa Maestro Kong (a quel tempo la desinenza –zi alla fine del nome indicava maestro appunto). Non ci sono fonti contemporanee della sua vita, in compenso abbiamo però una tradizione ricchissima. Le scarse notizie biografiche che possediamo in merito, ci sono state fornite da alcune successive sue opere. Ed inoltre, in un piccolo libro intitolato ‘I DIALOGHI’, compilato sulla base degli appunti dei suoi discepoli e allievi, sono riferite, in maniera diretta, le parole del maestro. Alcuni studi sembrerebbero comunque negare completamente la sua esistenza.
Secondo alcuni storici Confucio altro non è che la mera personificazione di quegli aristocratici, aventi ruoli di consulenza; per cui Confucio non è stato visto essere – pertanto – una persona reale. Ad ogni modo, il saggio – durante la sua vita – non ebbe molto fortuna; o almeno fin quando la sua scuola – ovvero la SCUOLA DEI RU – venne definita la più adatta nel portare avanti i valori dell’Impero.
Secondo le date tradizionali, Confucio sarebbe vissuto fino all’età di 72 anni; per questa ragione viene sempre rappresentato con i tratti di un augusto vecchio colmo di saggezza. Una delle caratteristiche attribuite a Confucio sono la forma della sua testa particolare – totalmente sporgente al centro (che secondo alcuni è anche da dove deriva tal nome) – ed i suoi denti sporgenti. Confucio era originario del principato di Lu e la sua nascita è avvolta nel mito: pare fosse stato concepito durante una mista al tempio sul monte Niqiu. Il suo nome e pensiero – al di fuori della Cina – sono stati largamente diffusi da Matteo Ricci. Il primo nome di Confucio è QIU.
Nacque da una famiglia originaria di Song – pare che sua madre prima della nascita di Confucio pregasse una divinità montanara e che quindi fosse ancora sotto l’influenza della fede in divinità minori, delle quali invece Confucio non parlerà mai (non parlerà mai né di spiriti né di divinità). In definitiva, sembra che la sua genitrice non appartenesse ad una famiglia altolocata. Suo padre, invece, era originario Shang, dinastia che ormai era tramontata. Confucio quindi non avrebbe mai vissuto in situazioni economiche agiate. I due genitori avevano inoltre molti anni di differenza; e di fatti quando Confucio nacque, suo padre aveva 60 anni mentre sua madre era ancora giovanissima.
Si dice che dopo un periodo in cui Confucio ebbe un ufficio nella sua patria, Lu, vi avesse successivamente rinunciato; dal momento che gli fu abbastanza chiaro che tale ufficio implicasse rapporti con sovrani venuti meno al mandato celeste. Proseguì così la sua via e iniziò una peregrinazione che durò circa una dozzina di anni: viaggiò in vari principati ma senza però alcun successo.
Superati i settanta anni d’età, ritornò a Lu dove trascorse gli ultimi anni della sua vita ad insegnare ai discepoli (si dice abbia avuto circa 3000 discepoli) e molti di essi erano però appartenenti alla bassa nobiltà. In tale periodo, secondo la tradizione, avrebbe composto probabilmente i suoi scritti.
Si dice che Confucio non solo sia stato il primo maestro della Cina, ma che abbia tuttavia anche redatto libri, contenenti dottrine normative; ovvero, i cosiddetti Cinque Classici, che sono: il Classico dei Mutamenti, il Classico dei Documenti, il Classico delle Odi, Memorie sui Riti e gli Annali delle primavere e degli autunni.
a cura dell’associazione internazionale SOL COSMICUS
La Filosofia Ermetica, proveniente dall’antico Egitto e poi ripresa dai Greci, rappresenta una delle principali fonti di conoscenza esoterica nel nostro Occidente. Il Kybalion è uno dei testi fondamentali dell’Ermetismo ed enuncia sette princìpi che costituiscono le leggi di base su cui si fonda la vita dell’Universo e delle sue creature. I sette princìpi fondamentali sono i seguenti: 1) il Mentalismo, 2) la Corrispondenza, 3) la Vibrazione, 4) la Polarità, 5) il Ritmo, 6) la Causa-Effetto, 7) il Genere. Vediamo ora che cosa significa tutto questo e come si manifesta nella pratica.
1) Il Principio del Mentalismo. “Tutto è Mente”, afferma il Kybalion. Questo significa che la realtà sostanziale che sta al di là di tutti i fenomeni, quelli che la scienza identifica come materia, energia e vita, è l’attività mentale, a sua volta originata dallo Spirito. Ogni cosa che esiste è una creazione della Mente Universale, ed esiste dunque uno Spirito Universale che crea ogni cosa colla propria Mente. Lo Spirito è per sua natura inconoscibile ed indefinibile, ma la sua esistenza si manifesta nell’attività mentale creatrice. Dove esiste materia, energia o vita, sappiamo dunque che tutto questo prima d’esistere è stato pensato da una Mente. Questo vale sia pel macrocosmo (l’Universo, i grandi sistemi), che pel microcosmo (i singoli esseri viventi, i piccoli sistemi). Il primo principio ermetico fa intendere quanto sia immenso il potere della mente, vero agente creatore e trasformatore d’ogni cosa e ogni situazione.
2) Il Principio della Corrispondenza. “Come sopra, così anche sotto”. Il secondo principio ermetico dice che esiste una precisa analogia tra le leggi che regolano i diversi livelli d’esistenza. Si tratta d’un principio di fondamentale importanza, perchè ci fa capire comei diversi sistemi, dal più grande al più piccolo, funzionino tutti attraverso le stessi leggi di base. Conoscendo dunque i meccanismi che regolano un sistema conosciuto, possiamo trasporle per analogia ad uno sconosciuto. Questo secondo principio ermetico è una chiave fondamentale per comprendere il funzionamento dei piani di esistenza non materiali e delle scienze occulte in generale, in quanto le correnti energetiche che agiscono sui livelli superiori si comportano nello stesso modo di quelle terrestri conosciute, come ad esempio l’elettricità o il magnetismo.
3) Il Principio della Vibrazione. “Tutte le cose sono in movimento, tutte le cose vibrano”. Questo ormai non è un mistero nemmeno pella nostra scienza, almeno per quanto concerne la materia. Anche gli oggetti apparentemente solidi sono formati da atomi, i quali sono com’è noto costituiti da particelle in movimento. Il fatto che c’appaiano solidi e compatti dipende dalle nostre limitate capacità di percezione, ma in realtà ogni cosa vibra e possiede una sua frequenza vibratoria, ch’è inversamente proporzionale alla densità della materia che la compone. Anche il terzo principio ermetico ha una grandissima importanza, in quanto ci permette di comprendere l’interazione tra le diverse frequenze vibratorie attraverso il fenomeno della risonanza. Tutto questo può essere trasposto sui piani d’esistenza superiori (eterico, astrale, mentale) grazie al secondo principio ermetico, comprendendo in questo modo le leggi che governano l’interazione tra mente, emozioni, energia e materia.
4) Il Principio della Polarità. “Tutto è duale, ogni cosa ha la sua coppia d’opposti”. Il quarto principio ermetico, che richiama il notissimo sistema filosofico taoista basato sull’interazione delle polarità opposte Yin e Yang, spiega tanti paradossi coi quali ognuno di noi si trova continuamente a dover fare i conti. Gli opposti sono complementari, gli estremi si toccano, ogni verità è solo una mezza verità, ogni medaglia ha il suo rovescio, tutto è relativo. Ogni opposto esiste solo poiché esiste anche l’altro, e ognuno ha bisogno dell’altro, contenendolo in sè in potenza. Anche questo principio ermetico ci può far capire molte cose di noi stessi e della vita, soprattutto se lo applichiamo ai piani mentali, emozionali, sociali, relazionali.
5) Il Principio del Ritmo. “Ogni cosa ha le sue fasi, cresce et decresce, fluisce et rifluisce”. Il quinto principio ermetico è strettamente legato al quarto, facendo capire che in tutte le cose v’è un ritmo di alternanza fra due polarità opposte nelle loro molteplici manifestazioni. Ma è legato anche al terzo, in quanto la vibrazione si manifesta come alternanza tra cresta d’onda e cavo d’onda. Tutte le cose crescono e decadono, avanzano e retrocedono, aumentano e diminuiscono. Questa è la vita, nelle galassie come nelle stelle, nell’uomo come nelle piante. Nessuno può pensare d’esser sempre sulla cresta dell’onda o di crescere all’infinito, ma la conoscenza di questa legge e del suo manifestarsi in un sistema specifico permette di capire come fare la cosa giusta al momento giusto, in armonia col fluire e rifluire della vita. In questo è davvero maestra la filosofia taoista col suo meraviglioso sistema basato sull’alternarsi delle energie prevalenti.
6) Il Principio di Causa-Effetto. “Ogni cosa ha il suo effetto, ogni effetto ha la sua causa, e tutto avviene secondo una legge”. La legge di causa-effetto è conosciuta anche dalla nostra scienza, che si limita però ad applicarla soltanto alla materia. La stessa legge vale però su qualsiasi livello di esistenza, facendo intendere che tuttociò che ci accade in modo apparentemente casuale ha una sua causa antecedente di cui non siamo consapevoli. Il caso è, in realtà, un nome attribuito ad una legge non riconosciuta. A questa legge è legato il concetto di karma, cardine non solo delle Religioni orientali ma anche di tutte le filosofie Esoteriche di ogni tempo e luogo. Se qualcuno nasce ricco o povero, fortunato o sfortunato, non è per caso ma in conseguenza di una legge di causa-effetto. Questo sesto principio ermetico fa intendere come ognuno di noi è veramente padrone del proprio destino, in quanto il nostro futuro sarà determinato dalle conseguenze delle nostre scelte e non da eventi casuali. Su questo principio, come pure sul quinto e il quarto, si basa anche la dottrina della reincarnazione.
7) Il Principio del Genere. “Ogni cosa ha il suo genere maschile e femminile, e il genere si manifesta su ogni piano”. Il settimo principio ermetico ricorda un po’ il quarto, quello della polarità, ma si riferisce al fatto che ogni azione creativa richiede l’interazione del genere maschile col genere femminile. Sul livello di esistenza fisico la differenziazione tra maschile e femminile si manifesta nella sessualità, ma tale distinzione è presente anche ai livelli superiori ovviamente con modalità ed energie diverse. È evidente a tutti come per generare un nuovo essere vivente sia necessaria l’unione maschile-femminile tramite l’atto sessuale, ma lo stesso discorso vale anche per qualsiasi altro tipo di creazione, da quella mentale a quella spirituale a quella artistica. Laddove v’è creazione v’è sempre l’unione d’una componente maschile con una femminile, colle modalità proprie d’ogni livello d’esistenza.
Un essere visionario, un uomo integro, racchiude in sé qualcosa di sovversivo, qualcosa che vìola il corso ordinario delle cose, qualcosa d’inaspettato, qualcosa d’impossibile da afferrare.
Egli è libero da ruoli, descrizioni, influenze o condizionamenti, sia all’interno sia all’esterno.
Completamente sigillato nella sua Integrità, cammina tra la gente comune, si confonde con la folla restando invisibile a chi, non avendo abbandonato la propria storia personale, non sente ancora il dovere di un impegno ad un un più alto grado di responsabilità.
Appare e scompare a piacimento, interpretando nel mondo degli eventi qualsiasi ruolo sia chiamato a giocare e li rappresenta tutti alla perfezione.
“La conoscenza dei principi ermetici consente all’uomo di innalzarsi, entro certi limiti, al di sopra del normale piano di causa ed effetto tanto da diventare, esso stesso, principio causante. È ben noto che le masse sono condizionate dall’ambiente, dalla volontà di menti più forti, dalla suggestione o da altre cause esterne, tanto da essere mosse secondo i desideri altrui come pedine sulla scacchiera. Incapaci di opporre alcuna resistenza o di esercitare la benchè minima volontà, una volta eseguito il ruolo assegnato loro nel gioco della vita, vengono messi da parte. Coloro che raggiungono il piano superiore riescono invece a dominare il proprio carattere, i propri stati d’animo, le proprie emozioni, tutto ciò che li circonda, diventando “giocatori” anziché pedine. Essi possono realmente dire di giocare la “patita della vita” e non di esserne giocati.” (Kybalion)