IL VOLTO DI DIO

di Ibn Arabi
(1165-1240)

“Non legarti esclusivamente a un solo credo, così da non avere fede in nient’altro, altrimenti perderai un gran bene, e peggio, mancherai di riconoscere la verità. Dio, l’onnipresente e onnipotente, non può essere limitato a nessun credo, poiché dice: «Dovunque tu guardi, c’è il volto di Dio, al-Lah» (Corano, 2, 109). Ognuno loda ciò in cui crede; il suo Dio è la sua creatura, e nel lodarlo egli loda se stesso. Di conseguenza, egli biasima le credenze degli altri, cosa che non farebbe se fosse giusto; ma questa sua antipatia è basata sull’ignoranza.”

IL VOLTO DI DIO
IL VOLTO DI DIO

LA LIBERAZIONE DELL’ITALIA DALLA COLONIZZAZIONE MORBIDA

di Vincenzo Di Maio

BOLLETTINO PATAFISICO DEL PROSSIMO 25 APRILE 2024

In questa Apocalisse Soffice che stiamo vivendo, grande è il disordine sotto il cielo, diceva Mao Zedong, e la situazione è dunque eccellente.

Bisogna comprendere molte verità che possono far male, delle verità che in Italia ineluttabilmente ci portano a fare i conti con la storia del popolo di ieri e la costruzione futura di domani, delle verità che possono essere mal digerite ma che sono degli incontestabili assiomi di un paese che deve trovare la sua via sciogliendo i nodi narrativi dell’immaginario collettivo attraverso lo sforzo di chi ancora oggi sopporta un ritualismo becero che non oltrepassa il limite del mantenimento dello status quo.

In primis, in questa giornata ricorrente di libertà e di socializzazione in seno al popolo italiano, bisogna ricordarci le concezioni chiave che non permettono l’unione delle genti ma la continua “divisione favorevole al potere vigente” che sopravvive grazie a queste illusioni che conchiudono la possibilità di poter vedere oltre le apparenze, laddove per la nostra gentes in oggetto si intende il popolo e non gli apparati di partito parlamentare, e quindi la gentes guidata dai movimenti extraparlamentari.

In secondis, bisogna affermare che la cosiddetta liberazione del 25 aprile 1945 non è stata altro che il culmine di una “guerra civile fratricida” in seno ai popoli europei ed asiatici, così come in Italia abbiamo avuto una guerra civile tra le genti italiche, una situazione laddove mentre italiani come i miei nonni combattevano per l’integrità del suolo italico contro l’avanzata massonico-mafiosa degli angloamericani, vi erano altri nonni che affermano di aver lottato contro la dittatura del nazifascismo italotedesco, accettando di fatto l’occupazione angloamericana da un lato e l’occupazione sovietica dall’altro lato, come dei liberatori che a suon di bombe e mitragliatrici hanno falciato ogni speranza di unione spontanea dei popoli europei, in aperto contrasto allo strapotere delle lobbies economiche multinazionali degli usurai che compongono ancora oggi il gotha dell’alta finanza globale.

In terzis, bisogna affermare che determinate frange degli stessi partigiani, accecati dalla brama ideologica del potere e in aperto contrasto con l’ideologia fascista, hanno commesso “crimini inutili” che potevano essere evitati ma che insieme agli eserciti angloamericani hanno umiliato poveri indifesi e povere innocenti senza offrire loro alcun senso di umanità, laddove emblematica è stata la fine di Benito Mussolini, che poteva benissimo essere sottoposto a giudizio pubblico di un tribunale popolare.

In quartis, bisogna affermare che dietro certi comportamenti sociali tenuti dai cosiddetti liberatori, durante questa guerra civile europea, si individua “la costante del ruolo ilico e demoniaco” di certi capi ribelli rispetto ad altri, nonché di certi reparti militari rispetto ad altri, ricavabili dal reperimento delle fonti storiche disponibili che hanno determinato la rielaborazione della prima e della seconda guerra mondiale come un’unica grande guerra civile sorta nel 1914 e terminata nel 1945, una guerra civile fratricida dove si è insinuato ogni comportamento meschino utile a dividere i popoli, innescando sofferenza e dolore attraverso la paura, il terrore e la persecuzione.

In quintis, bisogna affermare che le esperienze dei socialismi nazionali europei sono stati il vero nemico del capitalismo internazionale, il quale ieri come oggi è radicato maggiormente nelle nazioni anglofone di Inghilterra e Stati Uniti d’America e utilizza strumenti burocratici come l’Unione Europea (UE) o l’Organizzazione del Patto Nord Atlantico (NATO) e strutture organizzative come l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per sovrastare le strutture delle nazioni e deviarle dal loro percorso spontaneo e naturale, al fine di generare un processo di inglobazione basato sulla democrazia rappresentativa liberale, in cui le le lobbies economiche multinazionali fanno la parte delle volpi rispetto ai leoni politici sacrificati sull’altare dell’ufficialità, che fa dell’Europa e dell’Italia in particolare, un territorio occupato da forze parassitarie sia in campo politico, sia in campo economico e sia in campo culturale, trasformando sempre più l’Europa in una landa desolata in preda ad orde di immigrati privi di civiltà e cura.

Quindi, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.

Come abbiamo detto, di certo taluni partigiani erano dei soggetti ilici, se non anche veri e propri demoni, dove i secondi guidavano i primi, ma non bisogna dimenticare che anche certi grandi personaggi positivi della storia italiana, come Enrico Mattei, diventarono partigiani.

Questo per dire che da un lato la guerra civile italiana va rivista ma non va neanche sbrigata velocemente nè come liberazione felice e nè come sopruso di occupazione infelice, ma va rivista alla completa luce di una realtà complessa che attanaglia il popolo italiano nella narrazione dominante che legittima ancora oggi la colonizzazione delle forze di Yalta con il beneplacito di Vaticano, monarchici, massoni e mafiosi, tutti al servizio della plutocrazia dell’alta finanza globale.

Detto questo, credo sia necessario convertire politicamente questa festa per l’anno 2024 in una festa collegiale in cui tutti siamo chiamati ad opporci a tutti i nemici d’Italia e d’Europa, siano essi interni, esterni e ulterni, una situazione analoga relativa ai cardini dell’Asia, uno sforzo che può trarre opportunità dal caos generale presente prima che diventi un completo collasso sociale, prima che ci faccia trovare incorporati in una ennesima guerra mondiale, uno sforzo che ci può permettere di riscattarsi in nome della vera libertà.

Prepariamoci insieme per raggiungere la massima autonomia dell’Italia e dell’Europa, poiché il prossimo 25 aprile cadrà il prossimo anno 2024, iniziando da subito a lottare per la libertà dei popoli europei dal giogo della supremazia del Nuovo Ordine Mondiale e dal giogo di instabilità del Nuovo Ordine Multipolare, al fine di gridare insieme per la resurrezione della vera liberazione delle genti.

LA LIBERAZIONE DELL'ITALIA DALLA COLONIZZAZIONE MORBIDA
LA LIBERAZIONE DELL’ITALIA DALLA COLONIZZAZIONE MORBIDA

CAPIRE LA CIVILIZZAZIONE ECOLOGICA CINESE

di Ferdinando Cotugno

Per la Cina la sostenibilità ambientale è un esercizio di egemonia che, tra natura e cultura, mescola Confucio, taoismo e capitalismo.

Ferdinando Cotugno Giornalista, napoletano, vive a Milano. Si occupa di clima, ambiente, ecologia, foreste. Per Domani cura la newsletter Areale, ha un podcast sui boschi italiani, Ecotoni. Ha pubblicato “Italian Wood” (Mondadori, 2020) e “Primavera ambientale. L’ultima rivoluzione per salvare la vita umana sulla Terra” (Il Margine, 2022).

Per capire il rapporto tra Cina e crisi climatica non bisogna partire dai discorsi e gli scritti di Xi Jinping sulla civilizzazione ecologica, ma da I trentasei stratagemmi, trattato di strategia militare composto nel sesto secolo e ripubblicato (in versione emendata) dal Partito comunista cinese negli anni Sessanta. Lì c’è praticamente già tutto sull’arte della confusione e del controllo, sui principi che guidano la strategia del paese più popoloso del globo in una delle grandi partite di questo secolo, la decarbonizzazione del mondo. 

Uno degli stratagemmi dice: “Attraversa il mare senza che il cielo lo sappia”. Ecco, non esiste al mondo una transizione energetica furibonda quanto quella cinese, da un decennio nessuna economia aggiunge così tanti gigawatt di rinnovabili ogni anno. Un rapporto di Energy and Climate Intelligence Unit uscito a novembre sosteneva che la Cina tende addirittura a sottostimare i suoi progressi in energia pulita, per non dare l’idea di essere troppo avanti, o di avanzare lungo questa strada per ordine dell’ONU o degli Stati Uniti. Attraversare il mare, senza farsi guardare dal cielo. “Rumore a est, attacco a ovest”: l’effetto sorpresa costante, da un decennio.

La Cina nel gioco del clima è entrata come ospite, è diventata padrona, ma continua a fingersi ospite.

Quando arrivò, nessuno si aspettava l’annuncio cinese di un azzeramento delle emissioni nel 2060, solo dieci anni dopo quanto promesso da Unione Europea e Stati Uniti. Ma rumore a est e attacco a ovest vuol dire anche alternare gli arretramenti ai progressi, diventando illeggibili dall’esterno: un anno si impegnano a non costruire più centrali di carbone fuori dai propri confini, l’anno dopo autorizzano 50 GW di nuove centrali a carbone dentro i propri confini, la più grande espansione dal 2015 per la fonte fossile più sporca.

Sempre dagli stratagemmi: “Scambia i ruoli dell’ospite e dell’invitato”. È il grande trucco cinese sulla scena del clima, convocata ogni anno in vertici multilaterali chiamati COP, “conferenze delle parti” (perché non ci sono solo i paesi, ma anche i sindacati, i popoli indigeni, la società civile). Le COP sono come le cene con delitto, eventi cerimoniali come un rito nuziale, dove tutti hanno un proprio ruolo, noto in partenza, e un tavolo a cui sedersi, con un protocollo di comportamento già scritto. Lo sposo fa lo sposo. Il testimone fa il testimone. L’amico ubriaco fa l’amico ubriaco. La prima COP si tenne nel 1995, a Berlino, con una giovane Angela Merkel ministra dell’ambiente a guidarla. La Cina era un’economia povera, quindi giocava nella squadra dei paesi in via di sviluppo, con tutte le doglianze di chi aveva contribuito poco alla crisi climatica, subendo gli effetti peggiori di quello stile di vita americano che, nel 1992 al Summit di Rio, George Bush Sr., con una mossa geopoliticamente disastrosa, definì “non negoziabile”. Da allora sono passati quasi trent’anni e 27 COP, la Cina è nel frattempo diventata la seconda economia mondiale, il primo paese al mondo per emissioni, il secondo per emissioni storiche, ma quando si parla di clima si veste ancora da contadina umile e un po’ stracciona, con le risaie rovinate dai SUV americani. Insomma, la Cina nel gioco del clima è entrata come ospite, è diventata padrona, ma continua a fingersi ospite.

O ancora, altro stratagemma, “Rimuovi la scala quando il nemico è salito sul tetto”. In quel caso il nemico sono sempre loro, cioè noi, Unione Europea e Stati Uniti, saliti sul tetto della giustizia climatica, della lotta alla diseguaglianze, anche del giusto senso di colpa esibito e della responsabilità riconosciuta verso i paesi africani o del Pacifico ridotti alla fame o all’annegamento per le emissioni di carbonio che ci hanno fatto ricchi, prosperi e sviluppati. Una volta saliti lì, la Cina ci ha tolto la scala, conducendo alla COP27 di Sharm el Sheikh del novembre 2022 il negoziato sui risarcimenti climatici con un’ambiguità spietata, dalla parte del poveri e della giustizia climatica, costringendo Frans Timmermans (uomo clima dell’Europa) e John Kerry (inviato di Biden per la faccenda, per altro in quei giorni chiuso in hotel col COVID) a superare la linea rossa per eccellenza dell’Occidente, la creazione di un fondo “loss and damage”, un piano perpetuo di risarcimenti ogni volta che un ciclone impensabile in un altro clima devasta un paese in via di sviluppo (come appena successo con Freddy in Malawi e Mozambico). 

Il capolavoro cinese è stato aver negoziato per conto dei piccoli e dei vulnerabili, diventando il capo sindacalista climatico del Sud globale, pur essendo ormai da tempo il padrone e il principale responsabile corrente del disastro. Per ora la Cina nemmeno figura nell’elenco dei paesi che dovranno erogare questi risarcimenti. Come direbbe un altro dei trentasei stratagemmi: muta la pelle dello scarabeo d’oro. Fingi di essere quello che non sei, o di non essere quello che sei.

Ma tutto questo sforzo aveva bisogno anche di una narrazione più contemporanea dei trentasei stratagemmi della dinastia Ming. Ed è qui che entra in campo Xi Jinping in persona. Per trovare la formula giusta, locale e globale allo stesso tempo, ha pescato il concetto adatto da quell’ecologia agricola marxista che provava, senza grandi risultati, a imporsi nell’URSS al tramonto, negli anni Ottanta. Sono due parole: civilizzazione ecologica. Serviva un concetto autoctono al socialismo anche perché in Cina ogni cosa globale ha un suo doppio locale, con caratteristiche cinesi, motori di ricerca, social network, circuiti di pagamento, l’economia di mercato. Un mondo replicato e digerito, il partito e i tycoon cinesi sono come un uccello che mastica e rigurgita il pasto in bocca ai piccoli, adattandolo al contesto, alle circostanze e ai rischi. Lo stesso vale per lo sviluppo sostenibile. 

Questo concetto nasce alla Conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano del 1972 e si coagula nei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall’ONU nel 2015, stesso anno dell’Accordo di Parigi. Per il Partito comunista cinese questi obiettivi sono manufatti occidentali, lo sviluppo sostenibile è una forma di imperialismo coloniale, è l’idea americana dell’ecologia. “Dobbiamo tenere conto che anche tutte le istituzioni per la lotta ai cambiamenti climatici nascono per azioni politiche dei paesi sviluppati, basate su un lessico occidentale. Questo è il tentativo cinese di inserirsi nel discorso internazionale sui beni pubblici globali con concetti cinesi”, spiega Filippo Fasulo, analista di ISPI. E così lo sviluppo sostenibile è stato riformulato come civilizzazione ecologica.

Come spiega Nis Grünberg, analista della transizione ecologica di Pechino per conto del Mercator Institute for China Studies, “la civilizzazione ecologica è il tentativo di riformulare una serie di parametri già stabiliti nell’idea di sostenibilità dentro una narrazione cinese secondo cui l’obiettivo non è il bilanciamento tra economia e ambiente ma qualcosa di più elevato, una forma di idealismo cinese millenario sull’equilibrio tra natura e cultura, con un background filosofico che risale fino alle origini del taoismo e Confucio”. Un modo per dire agli occidentali che in fondo non hanno inventato nulla, ripescando per questo scopo antiche idee cinesi da inserire in formule nuove, adatte a un mondo multipolare. 

Oggi la Cina ha in mano lo sviluppo tecnologico della transizione, costruisce sette pannelli solari su dieci e sei batterie elettriche su dieci, e guida la globalizzazione commerciale con tutte le varianti della Via della Seta.

In attesa di vedere dove porteranno i tentativi di reindustrializzazione verde degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, oggi la Cina ha in mano lo sviluppo tecnologico della transizione, costruisce sette pannelli solari su dieci e sei batterie elettriche su dieci, inoltre guida la globalizzazione commerciale con tutte le varianti della Via della Seta, e sta cercando di costruire una cornice ideologica intorno a tutto questo, per dire al mondo: si fa così perché noi pensiamo così. Un esercizio di egemonia. 

La civilizzazione ecologica è stata spinta nel dibattito pubblico da una serie di discorsi del presidente Xi Jinping, in buona parte difficili da tradurre senza sembrare vaghi o addirittura buffi in inglese o in italiano. L’espressione più usata suona più o meno così: “Le montagne verdi sono montagne d’oro e montagne d’argento”, a simboleggiare l’interdipendenza tra il popolo cinese, la sua aspirazione alla ricchezza e i suoi ecosistemi naturali. La formula chiave, ormai diventata un manifesto amministrativo per indirizzare l’operato di migliaia di funzionari locali, è “costruire una bella Cina”. La civilizzazione ecologica è diventata uno degli assiomi del pensiero di Xi Jinping, messo dal 2017 nella Costituzione del partito comunista insieme a quello di Mao e di Deng Xiaoping. L’ambientalismo con caratteristiche cinesi è uno degli strumenti di Xi, arrivato al terzo mandato, per aggiungere il suo tassello alla storia millenaria cinese. “Incoraggiamo un modo di vivere semplice, moderato, verde e a basse emissioni, e ci opponiamo alla stravaganza e al consumo eccessivo”, ha detto a un incontro con la commissione del partito. 

Al di là di questi generici propositi di sobrietà, è difficile individuare le differenze filosofiche sostanziali rispetto alla cultura occidentale della sostenibilità. Una chiave per capire la civilizzazione ecologica cinese è l’approccio “cinque in uno”. Lì dove lo sviluppo sostenibile occidentale è il tentativo di coniugare sostenibilità ambientale, sociale ed economica (talking point ormai assorbiti da qualunque parlamentare di basso livello europeo come pezza di appoggio per dire qualsiasi cosa sulla transizione), la versione cinese aggiunge altri due livelli. Il primo è la politica, che è la politica cinese, senza una società civile liberale a fare da vero attrito. In questo senso la politica è intesa come pianificazione dall’alto, motore di propagazione attraverso tutti i livelli di governo locale. Il secondo è la cultura come telaio intellettuale. L’ideologia della civilizzazione ecologica è un tentativo di rigenerare la cultura tradizionale verso la “nuova era di sviluppo di qualità”, basato sulla ricerca dell’armonia con la natura in contrapposizione con la sottomissione della stessa natura che, nella lettura di Xi e dei suoi ideologi, caratterizza tutta la filosofia dello sviluppo occidentale. È una storia obiettivamente difficile da vendere. Per diventare fabbrica del mondo la Cina è diventata il paese più inquinato e inquinante al mondo, affetto da un’aria irrespirabile e con il carbone ancora al centro del suo mix energetico per tutto il decennio. Ma è la storia che la Cina ha scelto per sé.

La tempolinea cinese per la transizione prevede il picco delle emissioni nel 2030 (quando il mondo sviluppato, secondo il mandato della scienza e i vari Green Deal, dovrà averle già dimezzate), lo sviluppo completo e organico della teoria della civilizzazione ecologica entro il 2035, la costruzione della “bella Cina” nel 2050 e l’azzeramento delle emissioni nel 2060. In mezzo ci sono sforzi come la creazione dei primi parchi nazionali, annunciata nel 2022, 230mila chilometri quadrati che in teoria ospitano il 30 per cento della biodiversità terrestre cinese. Di recente Xi si è fatto fotografare mentre piantava alberi a Pechino, l’undicesima volta in cui partecipava da presidente, vanga alla mano, a un rituale a cui tiene molto. “La partecipazione del leader nella messa a dimora degli alberi ha lo scopo di mobilitare il popolo in tutto il paese a lavorare per una bella Cina”, diceva un comunicato ufficiale. L’afforestazione è uno degli sforzi pratici più vistosi di civilizzazione ecologica, viaggia al ritmo da 3 nuovi milioni di ettari ogni anno, con l’obiettivo di piantare o preservare 70 miliardi di alberi entro il 2030. 

Questo è il racconto globale che la Cina fa di sé. Poi ovviamente c’è il piano locale, il governo di un miliardo e trecento milioni di persone. Lo sviluppo in Cina è arrivato con decenni di ritardo rispetto all’Occidente, quindi oggi è in corso un ripensamento del modello di sviluppo che da noi si era innescato negli anni Sessanta. È come se Pechino stesse affrontando in questi anni i temi del Club di Roma (1968) e dei limiti della crescita. Come spiega Fasulo di ISPI, “nei decenni passati l’idea cinese di crescita economica era stata solo quantitativa, ma con i numeri che salivano sono arrivate anche le questioni ambientali, l’inquinamento devastante delle città, del suolo e dei fiumi, con una domanda dal basso di ambiente pulito molto diffusa”. 

Il fatto che quella cinese sia una società pianificata e senza un’opinione pubblica non vuol dire che sia una società inerte. La civilizzazione ecologica risponde anche a questo tipo di spinta dal basso. “Come abbiamo visto con le proteste contro i lockdown del 2022, quella cinese è una società che sa contestare il potere, e, al di là di quelle in epoca COVID ci sono centinaia di manifestazioni ogni anno che riguardano questioni ambientali di tipo locale, la popolazione porta una forte richiesta di attenzione alla tenuta degli ecosistemi, in particolare aria e acqua. La valutazione sull’operato dei funzionari, nell’infinita frammentazione della governance cinese, si fa anche in base alla buona governabilità della sua area”. In Cina fa carriera chi amministra un territorio che contesta poco, le proteste sono il segno che qualcosa non funziona e va cambiato, per il supremo valore della stabilità, dentro un regime che tramanda se stesso da quasi un secolo. L’ambiente è uno dei punti di rottura della società cinese e il pensiero di Xi viene diffuso anche come manuale pratico su come si governa una nuova classe media che con lo sviluppo ha iniziato anche a guardare alla qualità di quello che mangia, beve e respira.

La società, il partito, la gente, Xi, i funzionari, le COP, Confucio: la civilizzazione cinese è stato il lavoro dei millenni e poi degli anni.

La mette sullo stesso piano anche Grünberg: “Le proteste locali in Cina sono trattate come un allarme anti-incendio, il monitoraggio su cosa dicono le persone, online e offline, è costante, è l’unico modo per far funzionare un’idea di policy che è tutta dall’alto verso il basso”. E quindi l’ecologia cinese nasce per spegnere gli incendi sociali di una popolazione estenuata dall’inquinamento locale, prima ancora che preoccupata per la crisi climatica globale. “Oltre a essere uno strumento di dominio geopolitico, l’ecologia in Cina è stata vista come un problema di sicurezza interno. La prima spinta viene da lì. Il tutto si è innestato con la visione di Xi Jinping, che da membro del partito locale e da governatore parlava spesso di ambiente e ha messo l’inquinamento in cima all’agenda già nel 2011, due anni prima che arrivasse la prima crisi di irrespirabilità, e nel 2014 ha dichiarato la guerra all’inquinamento”. 

La società, il partito, la gente, Xi, i funzionari, le COP, Confucio: la civilizzazione cinese è stato il lavoro dei millenni e poi degli anni, ma aveva un bisogno di andare oltre la propaganda interna, e anche oltre i negoziati dietro le quinte a COP sul clima guidate da altri paesi (Regno Unito nel 2021, Egitto nel 2022). Serviva un grande palcoscenico globale tutto cinese per fare la grande anteprima, il debutto in società dell’eco confucianesimo. E quel debutto è stato un disastro: la Cina avrebbe dovuto ospitare la conferenza delle parti a Kunming, nello Yunnan, nel 2020. Era un appuntamento decisivo del negoziato ONU parallelo a quello sul clima, e altrettanto importante (anche se meno mediatizzato): quello sulla biodiversità.

Mentre sul clima, grazie all’accordo di Parigi, erano stati raggiunti risultati diplomatici reali, la protezione multilaterale di flora e fauna è stata a lungo la storia di un fallimento continuo. La tutela della biodiversità era stata affidata negli anni Dieci agli obiettivi di Aichi, un protocollo organizzato per punti e parametri misurabili. Al 2020 non ce n’era uno che fosse stato raggiunto, così la XV Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità aveva l’obiettivo di ripensare il sistema per il nuovo decennio, e di farlo in Cina, sotto la guida di Xi, che avrebbe spiegato al mondo come le montagne verde sono montagne d’oro, eccetera. Xi immagianva un “accordo di Kunming” per il quale usare tutte le leve culturali e politiche della sua rivoluzione culturale green, la civilizzazione ecologica incubata per un decennio. Niente di tutto questo è successo: i lockdown da COVID durissimi della Cina hanno reso impossibile organizzare della COP di Kunming, che è stata quindi spostata dopo due anni di rinvii a Montreal, in Canada (paese per altro oggi ostile alla Cina per il caso Huawei). Si è tenuta a dicembre del 2022, ha raggiunto risultati buoni (un piano di proteggere il 30% della Terra entro il 2030) ma senza nessuna vera ispirazione cinese. La civilizzazione ecologica era un concetto oscuro fuori dalla Cina nel 2020 e lo è ancora oggi nel 2023. 

Nei vari e fallimentari tentativi di organizzare l’evento a Kunming, prima della rinuncia finale, il partito comunista cinese ha anche imparato una lezione nuova: l’ecologia si può programmare dall’alto, ma solo fino a un certo punto. Ci sono cose che non si possono proprio pianificare. Una di queste sono le intenzioni di un elefante. In Cina oggi resiste una piccola popolazione di elefanti, concentrati nella provincia dello Yunnan, un gruppo sotto pressione per la frammentazione dell’habitat, la costruzione delle infrastrutture, l’inquinamento, le tensioni con gli umani. Insomma, animali a rischio estinzione per tutte le caratteristiche del capitalismo, cinese e non, ecologicamente civilizzato e no.

Nel 2021 una quindicina di questi elefanti hanno fatto una cosa che nessun funzionario locale, per quanto avido lettore degli scritti di Xi, poteva prevedere. Si sono messi in viaggio. Senza un apparente motivo, si sono allontanati dalle foreste dove avevano sempre vissuto, alla ricerca di spazio e cibo, attraversando spazi urbani e strade trafficate. Visto dall’alto, il loro viaggio sembrava avere una sola destinazione: Kunming. I quindici pachidermi erano una specie di frammento di società civile non umana che voleva prendere la parola in un negoziato in cui si sarebbe parlato di loro. 

In Cina, e poi anche fuori, quegli elefanti sono diventati un fenomeno virale sui social media: milioni di cinesi hanno seguito il loro disordinato viaggio, gli animali, essendo animali, hanno creato caos e disordine, ma erano diventati troppo famosi per essere abbattuti, come probabilmente il partito avrebbe ordinato di fare con qualsiasi manifestante umano. Gli elefanti hanno viaggiato per centinaia di chilometri e per mesi interi, la rappresentazione plastica della difficoltà di calare la sostenibilità, o civilizzazione ecologica, nel mondo reale, qualcosa che a occidente purtroppo avevano imparato da tempo. In ogni caso, come sappiamo la conferenza non si è fatta a Kunming, mentre, con una serie di manovre e trappole, gli elefanti sono stati riportati a casa. Da mesi non si sa più niente di loro, sono usciti dai riflettori e da questa storia, ma i funzionari del governo fanno sapere che stanno bene.

Liberamente tratto da: il Tascabile

CAPIRE LA CIVILIZZAZIONE ECOLOGICA CINESE
CAPIRE LA CIVILIZZAZIONE ECOLOGICA CINESE

IL LAVORO SU DI SE’

a cura di Angelo Armano

Gli uomini sono alla ricerca della forza, del potere, per assicurare a sé stessi non si sa cosa.

Molti che praticano arti marziali sono catturati in questa fantasia e alcuni fanno persino Aikido, perché vogliono pure legittimare eticamente la loro oscura pretesa.

Ma il maestro Morihei Ueshiba si era semplicemente accorto che occorreva abbandonare paura e contrapposizione, per poter accedere ad uno sviluppo spirituale e a un livello di coscienza, che facesse scaturire una visione del mondo completamente altra, nella quale ci salvaguardiamo, si, ma senza deliri di onnipotenza e senza ossessioni di vita eterna.

“MOLTI SONO ALLA RICERCA DEL PIANO PER SALVARE IL MONDO.”

Tuttavia nessun profeta, nessun maestro, è mai arrivato proclamando questa intenzione. Infatti, nessuno può farlo, per il semplice motivo che il mondo non è permanente e neppure ci appartiene. Dire di voler salvare il mondo significa aver perso l’orientamento.

Non riusciamo a far cambiare chi ci sta accanto, come potremmo mai riuscire a cambiare l’intero mondo?

La prima vera azione da fare per salvare l’umanità è concentrarsi per salvare innanzitutto se stessi, purificando i propri pensieri e le proprie azioni.

Questa è l’azione politica più potente che si possa attuare. E ha un prezzo: un duro lavoro, Il lavoro su di sé.

“E COS’È IL LAVORO SU DI SÉ?”

Il lavoro su di sé non è un posto, il lavoro su di sé non è una cosa che si può toccare o maneggiare, il lavoro su di sé non sta in Francia o in Inghilterra né negli Stati Uniti, né in nessun posto nel mondo.

Il lavoro su di sé sta nel cuore e nel coraggio e nella propria comprensione di noi stessi, e dovunque un uomo vada, il lavoro su di sé va sempre con lui, se mantiene la giusta attitudine nei suoi riguardi.

Solo i propri sforzi mantengono un uomo al Lavoro.

Solo se si ha il desiderio di recepirlo, il Lavoro può toccare un uomo: allora comincia lentamente a riempirlo.

Per cui il lavoro su di sé non è nello spazio né nel tempo.

È qualcosa che non capiamo, che non è né spazio, né tempo, né posto, né momento, per questo s’inventò una parola che significa: molto tempo, una parola che fu sempre compresa male, chiamata eternità.

IL LAVORO SU DI SE'
IL LAVORO SU DI SE’

LA CIVILTÀ TRADIZIONALE SECONDO EVOLA

a cura di Giuseppe Aiello

“La forma tradizionale della civiltà è caratterizzata dalla presenza di esseri, i quali per via di una superiorità innata o acquisita rispetto alla semplice condizione umana, incarnino la presenza viva ed efficace di una forza dall’alto in seno all’ordine temporale”.

JULIUS EVOLA – Rivolta contro il mondo moderno,1934

LA CIVILTÀ TRADIZIONALE SECONDO EVOLA
LA CIVILTÀ TRADIZIONALE SECONDO EVOLA

SHAKESPEARE E CERVANTES

di Andrea Sartori

23 aprile 1616: muoiono lo stesso giorno William Shakespeare e Miguel de Cervantes

La grandezza di Shakespeare è fuori discussione e ampiamente riconosciuta. Assieme a Omero è Dante è la terza colonna del canone occidentale. Questo giudizio nato in età romantica è vivo ancora oggi. Questo ha finito per mettere ingiustamente in ombra “el manco de Lepanto”.

Se parlate di opere narrative più grandi di tutti i tempi c’è chi citerà Dostoevskij, Tolstoj e i russi in genere, chi Stendhal, Hugo e i francesi, chi Moby Dick, Steinbeck e il Grande romanzo americano e chi magari i Promessi sposi, chi il romanzo interiore da Proust a Joyce e e chi il post-moderno.

Pochi citeranno il Don Chisciotte. Ma se il romanzo come genere nasce in Giappone verso l’anno Mille col Genji Monogatari con precedenti nel mondo romano e addirittura egizio (il Satyricon di Petronio e l’Asino d’oro di Apuleio l’antichissimo “Le avventure di Sinuhe”), il romanzo come lo conosciamo nasce col Don Chisciotte.

Certo Cervantes parte dai romanzi cavallereschi e da quelli picareschi spagnoli come Lazarillo de Tormes. Vuole farne parodia e raccontare la storia di un matto che si crede un cavaliere ma la cosa sfugge di mano. Cervantes crea un mondo. Crea archetipi, a partire da quello della “coppia di opposti che si completano” che sarà ripresa in tanta letteratura successiva (Sherlock Holmes e il dottor Watson, don Camillo e Peppone) sino a creare una storia che sarà modello di tutte le storie successive, a metà tra il fantastico e il realistico, il comico e il tragico, l’illusione e la dura realtà. La follia di don Chisciotte prelude a quella di Ahab, il suo viaggio picaresco e la sua trasformazione-morte possono essere stati uno dei modelli per Collodi, la figura comica di Sancho precede alcuni personaggi manzoniani.

In campo narrativo solo l’Odissea di Omero è un prototipo dalla Potenza paragonabile a quella dell’ingenioso Hidalgo.

Per cui giusto onorare il Bardo di Stratford. Ma dato che oggi la narrativa è comunque più praticata del teatro, bisogna a maggior ragione ricordarsi dell’uomo che diede vita al Cavaliere dalla Triste Figura e al suo impareggiabile scudiero.

SHAKESPEARE E CERVANTES
SHAKESPEARE E CERVANTES

Roma: il Mondo Magico degli Eroi irrompe nella storia

di Giandomenico Casalino

Dal punto di vista di chi come noi, che siamo l’unico mondo, in senso heideggeriano, radicalmente e geneticamente Altro nei confronti del meccanismo tenebroso di cui al sistema epocale dominante, il Natale di Roma, innanzitutto, non è, e non può essere, una “commemorazione” né tantomeno una “celebrazione” che ipocritamente finga di rammentare “qualcosa”che agli attori e comparse della stessa, non interessa alcunché, essendone intimamente estranei; ma l’Evento non può e non deve essere considerato nemmeno quale “nascita”, atteso che, come insegna Hegel, “colui che nasce é per morire!” Roma, infatti, non è mai nata per la semplice ragione che non è mai morta, essendo eterna!

Roma è la irruzione (ergriffeneit dice Kerenyi) del Sacro nella storia, è la epifania del Principio cosmico indoeuropeo della Luce e dell’Ordine che si manifesta tra gli uomini, poiché dai Cieli, quale Paradigma platonico, si storicizza, diviene fenomeno straordinariamente rivoluzionario in quanto portatore dello Spirito che dona ai Popoli, essendo l’ultimo, immenso, misterioso e terribile tentativo eroico di restaurare la Regalità divina Primordiale onde fermare, per un intero ciclo, illuminandole, l’avanzare delle Tenebre dell’Età Oscura.

In estrema sintesi questo è, e deve essere, per noi Roma, e dico è poiché,  se, dopo l’irruzione nel divenire umano, Roma si è ritirata nei Cieli, negli stessi Cieli è ab aeterno presente quale Archetipo platonico dell’Essere, puro, luminoso e sereno proprio come lo è l’uomo romano come exemplum della regalità spirituale e guerriera; e l’Archetipo se è nei Cieli lo è anche e soprattutto nel “luogo” che è il più “celato” (Cielo deriva da celare….!) è cioè nell’Animo!

E qui è manifesto totalmente il nostro essere, e dover essere, differenziati, in quanto la nostra stessa natura intima, e cioè la nostra visione spirituale della vita, è Roma quale Idea vivente, che è Realtà tanto metafisica da essere la “cosa” più evidente agli occhi di chi vuol e sa vedere: il Sole sorge sempre poiché Anànke, che è la Necessità cosmica, ha deciso, in illo tempore, che ciò debba avvenire ed infatti avviene, così nella stessa guisa l’Ordine stesso del Cosmo è la presentazione quotidiana, continua e perenne, immagine mobile dell’Eterno, precisa Platone, della Idea di Roma che è, nella dimensione essenziale e quindi sottile, Autorità, Giustizia, Ordine e Gerarchia, e quindi Vita, Salute e Felicità del Popolo e della Natura. Questo significa vivere, esperire, amare e gioire dell’Idea di Roma in quanto si è autentica comunione vivente, come simile con simile, con essa in quanto Cosmo medesimo, la Natura tutta nelle sue molteplici dimensioni. Infatti, ciò che tanti spiriti eccelsi nei secoli hanno visto con i loro occhi visionari, sono esattamente il Mito ed il Simbolo dello stesso Ordine spirituale che Roma ha donato, elargito, insegnato ed edificato, in oltre mille anni, per tutti gli sterminati Popoli dell’immenso Impero, quale Sacro Graal mediterraneo che tutti li ha contenuti e protetti, Popoli che, magicamente, divenivano nel tempo ed erano per sempre Romani e quindi difensori, a costo della loro stessa vita, fedeli e tenaci dell’Idea di Roma: Elio Aristide, retore asiatico del II sec. d.C., declamò innanzi all’Augusto Antonino Pio, l’encomio solenne da lui composto e dedicato solo a Roma come Realtà spirituale, metafisica, ideale e non come Città o realtà fenomenica, generatrice quindi di pace, benessere, luce, gioia e felicità per i Popoli che aveva associato al suo Destino, come solo Omero ed Esiodo avevano auspicato e sognato nei loro Canti.

Se Roma è tutto ciò per il nostro cuore e per la nostra mente, se la sua Idea vivente è il Faro che da sempre illumina la rotta delle navi dei Popoli d’Europa, se il Mito Sacro di Roma è da sempre, e particolarmente per le Rivoluzioni tradizionali del ventesimo secolo, l’unica Via per la salvezza della stessa Europa e della sua Anima, in questa larvale e terminale Età Oscura; per noi, quindi, il Natale di Roma è, e non può non essere, l’Evento festivo di ogni giorno e per tutta la vita, nella stessa guisa in cui il Flamen Dialis è, come dice Plutarco, quotidie festivo quale “statua vivente di Juppiter”!

Da tale Visione (VidyāVeda, Edda, Idea, Video) che è Sapere, discende la apparizione agli occhi dello Spirito della dimensione interiore, essenziale della Romanità, quale definizione della stessa in termini inequivocabilmente primordiali e quindi unitivi; il che vuol significare la Identificazione iniziatica del Genius con il Numen che, dopo la Caduta, per mezzo del Rito, del Mito, del Simbolo e del Sapere come Gnosi si è presentata come Conquista o Ricordo di Ciò che si è perduto e/o dimenticato: in Roma la mediazione unica ed essenziale con il Divino è il Rito giuridico-religioso in cui e con cui il Romano è Agente come e quanto l’Agente che ha di fronte e si realizza così un canale, una trasmissione di Potenza che è tra simili, poiché il Numen è Uno, e qui è il Mistero di Roma, quale Eternità dell’Idea Cosmica!

La Romanità appartiene, pertanto, alla Tradizione iniziatica regale, filiazione diretta di quella Primordiale, ed è quindi di natura guerriera e finalità imperiali ed è, pertanto, variante eroica della Tradizione Unica Primordiale, proprio come lo è la Tradizione Ermetica; essa non ha, per tali evidenti ragioni, necessità spirituale di alcuna mediazione mitica, simbolica, tragica, misterica o teurgica, la sua natura secca, coagulata, asciutta, severa ed essenziale la induce ad avere ed essere una spiritualità attiva di natura pertanto magico-intensiva (Evola) che, ontologicamente, è il Sapere intorno alla sola presenza di Potenze Cosmiche, il Numen, che non sono Dei e quindi “persone”; “avendo l’Intrasmutabile assunto una figura, il momento dell’aldilà non solo è rimasto, ma è rafforzato”, afferma Hegel nella Fenomenologia dello spirito, celebrando così, a contrario, la potenza spirituale di Roma, dove, poiché il Numen non è “persona” e non ha figura, non è percepito dalla coscienza romana come estraneo a sé medesimo ma anzi con esso si attua la unificazione iniziatica e magica; questa è la ragione fondamentale dell’assenza di qualsiasi intermediazione tra il Se e il Numen medesimo, il contatto infatti è direttoimmediato, formulare  e ritualmente necessario; tale è il semantema della parola “magico”, la cui radice indoeuropea  ( magis– magnus- maximus- megas- macht tedesco = potenza) è mag ed è la medesima del verbo mactare,  che è termine tecnico del Sacrificio e  significa uccisione, ma che ha anche e soprattutto il significato di “rafforzare”, “rendere grande”; se si comprende il semantema profondo del radicale indoeuropeo “mag” diviene chiaro cos’è la natura magica del Rito giuridico-religioso nella Romanità e tutto ciò racchiude il senso profondo dell’atteggiamento spirituale attivo, potente, creatore ed eroico proprio del Romano, ed è così definito sia da Boehme che da Florenski come da Hegel ed Evola. Pertanto tale natura del Romano è di ascendenza Primordiale poiché quest’ultima è qualificata dall’assenza di intermediazioni tra il Divino e l’umano, atteso il fatto che essa si fonda sulla Identificazione esoterica del “Due” nell’Uno. Tale Identificazione è la essenza spirituale dell’uomo prima della Caduta e proprio la perdita di questo stato, in seguito alla Caduta, conduce alla necessità animica della mediazione quale “aiuto”, “ausilio” onde ritornare allo stato primordiale: per cui la Primordialità della natura spirituale del Romano, la sua qualità guerriera e la effettuale assenza di qualsiasi Mito cosmogonico e teogonico o di Misteri ed altro, non è assolutamente segno di inferiorità  o deficienza dello Spirito, come la stupidità degli interpreti moderni ha osato elucubrare, ma anzi è segno massimamente probatorio della sua potente altezza arcaica e quindi divina e di una sua originaria maestà regale che la distingue radicalmente da tutte  le nature umane successive alla Caduta che sono pertanto spiritualmente deficitarie. La spiritualità eroico-guerriera romana, in forza di tali ragioni, sia tradizionali che storico-religiose, non è “decaduta”, non è “sofferta”, non cerca “salvezza”, poiché è serenamente presso e nel Divino, essendo a Lui aperta, come lo è l’uomo omerico e ciò si chiama Pax Deorum; talché la finalità iniziatica regale della Romanità è il Ritorno all’Età Aurea dove Saturno è Nume dell’Età dell’Oro (Latium deriva da latere = nascondere ed esso nasconde Saturno nella dimensione plumbea del medesimo!…) Età in cui il Divino e l’umano sono un’unica Realtà. Nel mondo linguistico indoeuropeo le parole riecheggiano l’una con l’altra: Lethe, nella Teologia Orfica è il fiume dell’Oblio, in italiano diciamo “latente”, in greco “verità” è alètheia, cioè alpha privativo del nascondimento cioè del lethe, quindi nel Mondo indoeuropeo la Verità, come chiarisce e conferma Heidegger, è il venire alla Luce (la lichtung  = radura luminosa), il Ricordare, pertanto il Fato di Roma è la Verità di Saturno, cioè il liberarlo ermeticamente dalle catene affinché esca alla Luce come Età dell’Oro: Roma è il Ritorno dei Primordi, della Luce dell’Origine ed è quindi l’Epifania ermetica del Mondo magico degli Eroi!

Tutto ciò è confermato, come si è già accennato, dall’idea di Divino che è propria della Romanità: il Numen, che è infatti essenzialmente una pura Potenza oggettiva, cosmica e impersonale e quindi priva di volontà o desiderio, da ciò la sua arcaica aniconicità: del Numen non si hanno né immagini né riproduzioni! Da qui sorge, come nel Rito vedico, in quello omerico o nello Shinto, che sono i più arcaici e quindi più vicini ai Primordi, la finalità creatrice  del Rito in Roma: il Romano con il Rito fa la realtà fenomenica per effetto della sua Azione su quella numenica! Ciò vuol dire che il Romano crea il visibile (Res Publica = Mondo = Ius) per effetto dalla sua Ascesi dell’Azione sull’Invisibile (Fas = Ordine Divino); il Romano quindi ri-crea, ri-divinifica per mezzo del Rito la divinificazione primordiale con la quale il Dio “si fece” tale, proprio come accade nel Rito vedico (cfr. J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Roma 1969, pp. 53-4). Su ciò risiede il significato esoterico e magico del Rito romano: il popolo Romano è legato con i Numi dal Patto primordiale (Pax Deorum) e, pertanto, crea gli stessi, rinnovando ritualmente l’Evento della loro divinificazione o se si tratta di entità Nuove, con la creazione delle stesse come la fondazione di una Città o i riti di costruzione dei Templi. Sulla medesima tecnica divina è fondato anche l’altro aspetto dell’Ascesi dell’Azione: la Via guerriera romana al Sacro che è la evocazione della forza trasportante e violenta (Furor bellicus) e la sua fissazione nella qualità Marte che prelude a quella di Giove, così come avviene nel Rito giuridico-religioso e il rapporto tra Fas Ius nella dottrina esoterica del Diritto arcaico romano. Il principio è la maestà ermetica, sapienziale e magica di Roma che, mediante la Potenza dello Spirito e della Parola e della sua efficacia magica, agisce nell’Invisibile poiché conosce l’Invisibile e sa che Esso crea e governa l’Ordine visibile che è la Res Publica.

Nella dimensione esoterica, tale Verità sul Rito romano che crea l’Ordine divino del Mondo, ci introduce nell’Idea della Aeternitas Romae che è il Mito che si fa storia ed è frutto dell’Azione spirituale che Roma ha esercitato nell’Animo dei Popoli e cioè nell’Invisibile onde avere gli effetti nel visibile medesimo che è l’Ecumene Elleno-Romano e la sua millenaria Civiltà, spontaneamente condivisa, amata e difesa da tutti gli sterminati Popoli dell’immenso Impero, divenuti, nei secoli, magicamente, Romani.

Pertanto nella presente Età Oscura, simile, in guisa satanicamente capovolta e parodistica, a quella Primordiale, essere “pagani” o tradizionalisti romani non può che significare Agire ritualmente nell’Invisibile e cioè nell’Animo e sull’Animo, in quello che si può definire Rito iniziatico interiore, in cui il Fuoco di Vesta è il calore cardiaco e ascetico, quale Fuoco al centro del microcosmo simile a quello del macrocosmo (vedi la circolarità del Tempio di Vesta che è il Cosmo con al centro il Fuoco) e l’offerta sacrificale è il corpo stesso dell’Asceta, dove il fumo dell’arsione delle carni, sull’Ara della Vita, sale in Alto, nell’Animo e nel Cielo, in Onore e nutrimento dei Numi, interni ed esterni, encosmici ed ipercosmici, in un Sacrum facere (sacrificio) di natura eroico-guerriera e quindi romana.

Bibliografia essenziale:

1) G. CASALINO, Aeternitas Romae. La Via eroica al Sacro dell’Occidente, Genova 1982.

2) IDEM, Il sacro e il diritto. Saggi sulla tradizione giuridico-religiosa romana e la crisi della modernità, Lecce 2000.

3) IDEM, Il nome segreto di Roma. Metafisica della Romanità, Roma 2003.

4) IDEM, Res Publica Res Populi. Studi sulla tradizione giuridico-religiosa romana,  Forlì 2004.

5) IDEM, Tradizione classica ed era economicistica. Idee per la visione del Mondo, Lecce 2006.

6) IDEM, Le radici spirituali dell’Europa. Romanità ed ellenicità, Lecce 2007.

7) IDEM, L’essenza della romanità, Genova 2014.

8) IDEM, La spiritualità indoeuropea di Roma e il mediterraneo, Roma 2016.

9) IDEM, Sigillum scientiae. L’essenza vivente ed ermetica della Romanità ed il Platonismo, Taranto 2017.ù

Giandomenico Casalino

Liberamente tratto da: Pagine Filosofali

Roma: il Mondo Magico degli Eroi irrompe nella storia
Roma: il Mondo Magico degli Eroi irrompe nella storia

BRICS: chi sono e quanto fanno paura all’Occidente

di Francesco Petronella

Il gruppo dei Brics esiste da diversi anni, ma di recente è tornato alla ribalta per una serie di operazioni di allargamento che sembrano poter dare la spinta giusta per ‘scalzare’ il primato dell’Occidente a guida americana in varie dinamiche globali. Facciamo il punto della situazione, cercando di capire quanto ‘pesa’ questo blocco di Paesi in termini di economia, potenza militare e politica.

La nascita del concetto di Brics – una sigla che indica BrasileRussiaIndiaCina e Sudafrica – risale al lontano 2002. Fu Jim O’Neill, finanziere di Goldman Sachs, a coniare questa espressione per indicare le economie emergenti di quel periodo (a cui il Sudafrica si aggiunse però nel 2010, ndr). Si trattava, cioè, dei Paesi in cui era conveniente investire perché avevano prospettive di crescita molto forti, grazie alle loro caratteristiche demografiche ed economiche. Da allora molte cose sono cambiate ed è ragionevole chiedersi se i Brics, a cui negli ultimi tempi hanno chiesto di unirsi anche altri Paesi, abbiano oggi un ‘peso specifico’ sufficiente non solo a creare un blocco economico solido, ma anche a contendere il primato del sistema globale a guida Usa. In gioco c’è quello che a Pechino e Mosca chiamano il ‘mondo multipolare’, in grado di contestare il sistema unipolare a guida statunitense nato alla fine della Guerra Fredda.

Demografia

Il numero è potenza. Questo è vero sotto molti aspetti e non c’è dubbio che quando i Brics fecero la loro comparsa nel dibattito erano i Paesi più promettenti da questo punto di vista. Vediamo quanto pesano oggi in termini di popolazione in base ai dati del 2021, gli ultimi disponibili e certi. La Cina mantiene il primato sia fra i Brics che a livello mondiale con 1,412 miliardi di abitanti, seguita a breve distanza dall’India (1 miliardo e 400 milioni di abitanti). Tuttavia proprio a metà del mese di aprile 2023 sono iniziate a circolare indiscrezioni significative: l’India avrebbe già superato la Cina, con una differenza che si aggirerebbe fra i 2 e i 3 milioni di abitanti.

Segue poi il Brasile e i suoi 214 milioni di abitanti, la Russia con 143 milioni e il Sudafrica (59 milioni di abitanti). I Brics, a cui vanno aggiunti vari Paesi in fase di adesione, comprendono oggi oltre il 43% della popolazione mondiale.

BRICS: chi sono e quanto fanno paura all’Occidente
BRICS: chi sono e quanto fanno paura all’Occidente

LA COPULA DI SHIVA E PARVATI

di Luca Rudra Vincenzini

Nello Śaktisaṃgamatantra viene proposta una rielaborazione del mito della copula tra Śiva e Pārvatī, da lei risvegliato dopo millenni di profondo tapas meditativo.

In questa riproposizione la Śakti prende le sembianze della luminosa Ādyākālī, la Dea primeva, che grazie al suo magnetismo psichico porta Śiva al versamento del seme (retaḥsaṃvarṣinī). Dalla loro unione potente nacque Sundarī, la sedicenne (ṣoḍaśī), colei che è eternamente giovane e primaverile. Fu così che Śiva abbandona Kālī per la figlia ed il mito dà luogo alla prima “inversione”: la luminosa Kālī è costretta a lasciare il passo alla giovane Sundarī.

Quest’ultima, incorporerà al femminile l’archetipo del demiurgo, non più vasta ed illimitata come la madre, si fà materia (prakṛti) e come tale darà luogo alla creazione assieme a Śiva-Puruṣa. Ovviamente in tale mito si nota un taglio prospettico Sāṃkhya di scuola teista, in cui il Puruṣa insemina la Prakṛti, più che essere un principio coeterno, distaccato e paridignitario.

Dopo la prima inversione, con Śiva in preda alla passione (rāga), avviene la seconda. Ādyākālī, luminosa e bella, si fa oscura ed arrabbiata diviene il tempo, nero ed inesorabile, che spietatamente tutto divora (kāla); mentre Sundarī, fattasi grande, copula con Śiva per dare luogo alla manifestazione.

La terza avviene quando la giovane, bella ed attraente, divenendo l’illusione cosmica, è detta Mahāmāyā, il grande inganno, colei che ti irretisce con il suo fare dolce e ti costringe a girovagare per innumerevoli rinascite. Kālī, invece, nella terza inversione ritorna ad essere sé stessa, ossia una personalità materna, assumendo su di sé i peccati del mondo (Mahādevī). Assume un ruolo benevolo, materno e richiama gli esseri oltre il velo illusorio di māyā.

Possiamo, a mio avviso notare tre riferimenti:

1) nel primo, di stampo antropologico, il mito tocca molti dei tabù tribali presenti all’epoca della sua stesura, quali l’incesto, il tradimento del maschio per il ricambio generazionale, il ruolo della donna come perno di saggezza per la società indiana;

2) nel secondo il tempo appare come spietato distruttore di tutto, come se la divinità, pentita della sua creazione, la riassorba;

3) nel terzo si evidenzia rāga, la passione, come traccia e filo conduttore sia della mentalità tantrica che della vita dell’essere umano. Senza passione la vita diviene un grigio accadimento senz’anima destinato all’implosione.

LA COPULA DI SHIVA E PARVATI
SHIVA E PALA COPULA DI SHIVA E PARVATIRVATI